clicca qui - Barbara Benedettelli

La solidarietà nella #rete
Nel 2008, quando ho cominciato a gridare l’importanza per tutti quanti, Vittime e non, di tutelare la
vita con forza e determinazione, mi sono trovata in
una piazza per chiedere giustizia insieme a mamme,
papà, fratelli di giovani donne uccise. Mi aveva invitata a partecipare Livio Moiana (cugino di Tamara
Monti,57 uccisa a Riccione da un vicino di casa) che
avevo intervistato per il mio libro I delitti del condominio.58 Mi aspettavo di trovare un sacco di gente, perché il tema era, almeno per me, importante: la certezza della pena. Invece eravamo una dozzina, poco più.
Di cui davvero pochi coloro che erano lì senza aver
subito una grave perdita.
Quel giorno, in quella piazzetta davanti a San Vittore, con quelle mamme coraggiose come Paola Caio,
Maria Teresa D’Abdon e tante altre, davanti ai loro
occhi intrisi di lacrime e alla loro disperata richiesta
di una giustizia capace di essere davvero giusta, ho
giurato che avrei fatto l’impossibile per far sì che a
57.. www.tamaramonti.it.
58. B. Benedettelli, C. Brachino, I delitti del condominio, Cairo
Editore 2008.
manifestazioni come quella non ci fosse così poca
gente. Che avrei fatto di tutto per portare lontano la
loro voce e per riempire una piazza che deve affermare il valore incommensurabile della vita e il diritto
alla giustizia. Una piazza piena vuol dire partecipazione, vuol dire solidarietà, consapevolezza che la
vita va difesa prima che ci possa essere portata via
dal delinquente di turno, libero grazie all’incapacità
dello Stato di proteggere i suoi cittadini innocenti. Per
anni sono stati fatti tentativi di far crescere “queste”
piazze. Difficilissimo. Mai più di venti, trenta persone. È come se la gente sentisse la necessità di tutelare
la vita come una questione superflua.
Circa due anni dopo quella manifestazione ho
scoperto Facebook. Ho scoperto che grazie a questo social network, questa mega piazza virtuale, le
persone possono conoscersi, fare battaglie di civiltà,
fare sentire la loro voce e portare lontano i loro messaggi, le loro parole, le loro storie. Una prerogativa
che fino a prima che Zuckerberg lo inventasse, era
solo di coloro che avevano accesso ai media tradizionali. Prima solo chi poteva andare in televisione, in
radio o lavorava per un giornale poteva dire la sua
a più persone. Non c’era contradditorio però, comunione. Loro parlavano e la gente ascoltava o guardava o leggeva, ma non poteva ribattere. Era una
comunicazione a senso unico. Oggi non è più così.
E ho scoperto che grazie a questo mezzo straordinario la solidarietà, dunque l’amore, può correre più
veloce. Così com’è più facile sentirsi vicini, parte di
un qualcosa che è più grande di noi. Ed è stato allora
che ho creato un gruppo chiuso su Faceboock intitolato “Giustizia e Diritti per le Vittime dei reati contro
la vita”, che a oggi conta circa cinquecento persone,
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per lo più Vittime della violenza comune o familiari
di Vittime di omicidio stradale. Persone che solo un
attimo prima di diventare Vittime, a causa di una
scelta altrui, vivevano il nostro stesso quotidiano, la
nostra stessa “normalità”, e che dopo avere subito i
peggiori reati si sono trovate abbandonate dal sistema giudiziario, più propenso a interessarsi di chi le
ha costrette a un’esistenza dimezzata.
Grazie a quella pagina di Facebook, molti di loro
hanno potuto condividere il male dell’anima, l’amputazione esistenziale, le immagini e i racconti di un
passato che non vogliono fare sbiadire e che consente
in qualche modo ai loro cari perduti di continuare a
sorridere agli altri da questo schermo, che paradossalmente riscalda chi nell’anima ha il gelo. In tanti si
sono incontrati, hanno fatto battaglie comuni, si sono
sostenuti davanti ai tribunali durante le estenuanti battaglie giudiziarie, dove la giustizia è un sogno
che non sempre si avvera, un’illusione. E il bene vita
è violentato, scontato, trattato con un disprezzo che
nessuno deve poter accettare, ma che invece accettiamo se ignoriamo questa realtà.
A partire da quel gruppo virtuale, grazie alla forza di Croce Castiglia ed Elisabetta Cipollone e di
tanti altri meravigliosi genitori nel dolore, e di persone che pur non avendo subito nessuna perdita
sono loro vicine, siamo riusciti finalmente a riempire una piazza e a farci sentire nelle aule imponenti
del Parlamento.
Era il 25 aprile 2012 quando ci siamo riuniti a Roma,
di fronte alla Corte Suprema di Cassazione. Eravamo
oltre trecento tra familiari di Vittime, sindacati di polizia e qualche cittadino comune. Per quel giorno Croce aveva organizzato attraverso il social network una
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visita dal papa per i familiari delle Vittime, da lì si
sono spostati alla manifestazione.
Chiedevamo di liberarci dall’ingiustizia. Quale richiesta migliore nel giorno della liberazione?
A poche centinaia di metri di distanza si svolgeva
la Marcia per la Giustizia e la Libertà dei Radicali, con
Pannella in prima fila. Ovviamente eravamo contrari
alle loro richieste d’indulto e amnistia, che non solo
non risolvono l’annoso problema del sovraffollamento carcerario, ma sono una pugnalata al cuore per tutte le Vittime dei reati. Non si può proclamare giustizia
e libertà per chi, attraverso un atto ingiusto e libero,
ha negato la libertà altrui. Ma non è questa la sede per
affrontare un argomento che ho invece ampiamente
sviluppato in Vittime per sempre.
A unire tutte quelle persone quel giorno è stata la
forza di internet ed è stato bellissimo incontrarsi e
guardare negli occhi “le menti” con cui dialogavamo
attraverso il pc. Ci siamo abbracciati, abbiamo pianto
insieme e riso, anche. Perché loro sono ancora capaci
di sorridere, seppur per pochi istanti, grazie all’incontro disinteressato dell’altro.
Li ho ascoltati e in loro ho visto me. Ho sentito me.
Perché loro sono me. L’amore che sento, che provo,
che scelgo di riversare sugli altri è passato attraverso
la rete e dalla rete è sceso nella realtà e poi è ritornato dov’era partito, in un vortice continuo di bene.
Nella rete, nella Community, il pensiero si fa forma.
Sostanza. Non è più impenetrabile. Confluisce in una
sovra-realtà che arriva agli altri, spesso senza filtri.
Ed è proprio qui, forse, il pericolo di questo mezzo,
perché la mancanza di filtri, di regole, di leggi simili
a quelle che governano la realtà oggettiva, può fare
male. Qui puoi rigettare tutto il tuo odio, la meschi134
nità, puoi dare forma all’invidia e alle più inette bassezze umane, il peggio che c’è in te. E puoi farlo nel
più completo anonimato grazie alla possibilità di “rinascere” con un nome che non è il tuo. Una maschera
“social” che a differenza della maschera sociale è più
difficile da riconoscere.
Nella realtà virtuale le persone possono anche
sollevarsi dal sottile senso di colpa che avvertono
di fronte alla loro immobilità rispetto al contrasto
del male che impera nel mondo. Tramite internet
molti s’illudono di cambiare il mondo con un “mi
piace” su un post di denuncia sociale o con un
“partecipo” solo virtuale a un evento che annuncia
una protesta o un convegno. Scrivono “ci sono col
cuore” e via. La coscienza è salva. Poi, tra di loro,
c’è qualcuno che critica chi ha partecipato davvero
con tutto se stesso: corpo, anima, speranze, paure e
la ferma volontà di essere agente del cambiamento. Si arrabbiano perché c’era poca gente. Ovvio! Ci
sono tutti col cuore!
Ma a parte le eccezioni, che non confermano la regola, come sostiene Anna Cossetta ne Il dono ai tempi
di internet «il web, attraverso la reciprocità dello scambio, crea relazioni, comunità, gruppi, persino tribù.
Spazi aperti, che fanno da ponte verso altri mondi e
luoghi e spazi, invece, più chiusi in cui ci si identifica
fortemente e che possono fornire un connotato preciso dell’esistenza. Perché attraverso il web i legami
possono sorgere, rafforzarsi, contribuire decisamente
alla costruzione di quel processo identitario che tutta
la vita continuiamo a costruire».59
59. A.Cossetta, M.Aime, Il dono ai tempi di internet, Giulio Einaudi Editore 2010, p. 8.
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Ma perché ciò avvenga, dobbiamo essere qui quello che siamo davvero nel mondo reale, tenendo sempre conto che dall’altra parte dello schermo, dietro le
faccine e i “mi piace”, ci sono delle persone vere che
come noi sentono, soffrono, vivono, amano oppure
odiano. Che spesso hanno vissuti difficili. Ci si può
fare male.
Internet è uno strumento potente attraverso il quale possiamo “incontrare” persone che hanno i nostri
stessi interessi, con cui possiamo anche scontrarci,
quando serve, per crescere. Con le quali possiamo
lottare per cause civili o denunciare quello che non
possiamo accettare. Grazie alla rete, per esempio, le
Associazioni di Vittime della strada Lorenzo Guarnieri e Gabriele Borgogni, insieme all’Asaps,60 hanno
raccolto decine di migliaia di firme a favore dell’introduzione del reato di omicidio stradale. Internet
è dunque uno strumento che se ben utilizzato può
contribuire a creare coesione sociale per modificare la
realtà oggettiva. Uno strumento, però, che può essere
anche vettore di violenza e di morte.
Attraverso la rete si organizzano gli eserciti e le
guerre sante; si reclutano i soldati; si possono indurre le persone fragili al suicidio; si possono acquistare droghe distruttive come quella del cannibale, per
esempio, che ti porta a mangiare parti del tuo corpo. I
pedofili possono attrarre i ragazzini ignari che dietro
il profilo di un coetaneo si nasconda uno di loro. E in
questo, noi genitori dobbiamo essere attenti. Non lasciamo mai i nostri figli soli di fronte al mondo, anche
se virtuale. Apriamo la porta chiusa della loro stanza,
avviciniamoli, guardiamoli negli occhi per cercare i
60. www.lorenzoguarnieri.it, www.gabrieleborgogni.it, www.
asaps.it
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luoghi del loro universo interiore in cui si nascondono le emozioni: disagio, solitudine, serenità, rabbia, frustrazione, orgoglio, gioia di vivere o voglia di
scomparire, amore e odio.
È nella pupilla che l’anima dell’uomo si riflette per
mostrarsi a chi lo ama, non nelle parole che non mantengono lo sguardo. Ecco perché, dopo l’incontro virtuale, è necessario scendere nel reale, dove la parola
scritta diventa voce che vibra e una fotografia un volto vivo, in cui rispecchiarsi per davvero.
Ice Bucket Challenge, la solidarietà nella rete
Mentre mi accingo a scrivere questo capitolo, ricevo
un sms in cui mi si avvisa che sono stata nominata da
Pina Esposito, assessore provinciale al Lavoro a Salerno e consigliere nazionale dell’associazione Aisla61
Onlus, per l’Ice Bucket Challenge. La doccia gelata
per sostenere i malati di sclerosi laterale amiotorfica62
e la ricerca. Ne avevo sentito parlare, ma non avevo
approfondito, non che cosa sia la Sla, che invece conosco per le tante battaglie che hanno fatto nel tempo i
malati, ma questo “gioco solidale” mondiale, nato sui
social network e diventato virale in poco tempo, permettendo la raccolta di milioni di dollari nel mondo.
61. Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica www.
aisla.it
62. Sclerosi laterale amiotrofica (Sla): malattia neurodegenarativa,
che colpisce i motoneruoni (fibre che collegano il sistema nervoso
ai tessuti muscolari) e comporta una paralisi progressiva del corpo
colpendo i muscoli e accorciando così l’aspettativa di vita, che può
finire per soffocamento. Non si perde mai la coscienza. Il cervello
continua a pensare come sempre. Viene colpita dalla Sla circa una
persona su ventimila e la malattia è prevalentemente ereditaria. In
Italia i malati di Sla sono circa tremilacinquecento. Attualmente non
c’è una cura in grado di bloccare la malattia ai primi stadi.
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Credo che internet sia una delle più grandi invenzioni dell’umanità, anche se deve ancora trovare un
corpus di regole che permetta di superare i pericoli,
per poter godere esclusivamente di quanto di buono
può dare. E credo che in questo caso, come in molti
altri, abbia contribuito ad accendere un faro nel buio
di una condizione di esistenza tragica.
Ho fatto la mia doccia gelata e la mia donazione,
ma prima mi sono informata sul significato e ho scoperto che è partito tutto da Pete Frates, un ex giocatore di baseball di ventinove anni affetto da Sla dal
2012. Pete ha pensato che gettarsi addosso acqua
fredda provoca uno shock termico che dà una sensazione simile a quella provata ogni istante da un malato. Ha così “rubato” l’idea per una raccolta fondi, che
in poco tempo, grazie alle numerose star che hanno
aderito, è diventata mondiale. Grazie alla sfida benefica dei gavettoni ghiacciati in America, nel momento
in cui scrivo, sono stati raccolti dalla Als63 Association
oltre cento milioni di dollari (contro i 2,1 milioni dello
stesso periodo dell’anno scorso). In Italia la Aisla è
arrivata a oltre un milione e quattrocentomila euro.
Cifre che non si sarebbero mai potute ottenere senza
questa che qualcuno ha chiamato “una sonora cavolata”, “una cretinata ghiacciata”, “una commedia per
farsi notare” e via dicendo.
Non sono mancate le critiche ai personaggi dello sport, della cultura, della televisione, del cinema
e della politica che hanno partecipato. E se qualche
critica ai politici ci può stare, perché loro dovere era
svegliarsi prima su temi così importanti e delicati,
per quanto riguarda gli altri sono gratuite. Per fare
63. www.alsa.org
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campagne di sensibilizzazione che possano arrivare
al maggior numero possibile di persone, le associazioni sono costrette a spendere tanti soldi, che non
hanno. Qui invece, grazie alla partecipazione dei cosiddetti vip, la campagna non solo è stata potente,
ma anche gratuita. E ha perfino superato le aspettative in merito non solo alla raccolta fondi, ma anche
alla visibilità che si è data a una brutta malattia che
colpisce solo in Italia circa tremilacinquecento persone, fino a poco fa inascoltate.
Sono certa che pochi ricorderanno Raffaele Pennacchio, il medico malato di Sla che è morto in albergo il
23 ottobre 2013, dopo avere partecipato al sit-in “Restiamo a Casa” del Comitato 16 Novembre Onlus,64
durante il quale decine di malati si sono riuniti per
chiedere qualcosa che dovrebbe essere dato loro senza se e senza ma. Sit-in durato diversi giorni e che si
svolgeva sotto il Ministero dell’Economia.
Pennacchio si era sempre battuto per dare alle famiglie dei malati più gravi le risorse per assisterli a
casa, accanto alle persone che amano. Perché solo l’amore dei loro cari può accompagnarli dolcemente a
una morte che sanno arriverà prima del tempo.
Queste le parole di Mariangela Lamanna, vicepresidente del Comitato 16 Novembre Onlus, dopo
la fine improvvisa del medico: «La morte di Raffaele
deve pesare sulle coscienze di tutti. Non è possibile in
uno Stato di diritto arrivare a questo punto, portare i
disabili gravi e i loro familiari a manifestare sotto un
Ministero della Repubblica per chiedere quello che
dovrebbe essere un diritto: l’assistenza domiciliare
per i malati gravi. Avevamo appena portato a casa un
64. www.comitato16novembre.org
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primo importante risultato, l’impegno per l’aumento
del fondo per la non autosufficienza e per l’assistenza domiciliare ai disabili gravi e gravissimi. Impegno
che ci consentiva di poter finanziare il nostro progetto
Restare a casa. Raffaele doveva essere sistemato dalla
sua assistente quando all’improvviso si è accasciato
sulla sedia. Non è possibile morire così».65
No. Non è possibile. Non è giusto che queste morti
avvengano così, nell’assoluto silenzio di tutti quanti.
Compreso chi non si è risparmiato in critiche a coloro che hanno partecipato a “una commedia” che ha
permesso di raccogliere denaro per la ricerca e per le
famiglie, e di annullare il sentimento di abbandono
vissuto da chi soffre.
La Als, l’associazione americana che ha fatto partire insieme a Pete la sfida #icebucketchallenge, ha postato nel suo sito un video in cui Anthony Carbajal,66
che ha scoperto pochi mesi prima, a soli ventisei anni,
di avere la Sla, spiega perché questa sfida virale è importante: «Per tutta la vita ho avuto paura di questa
malattia perché è diffusa nella mia famiglia. Mi fa una
paura fottuta. Nessuno ne parla: parlarne è una sfida, guardarla è una sfida. Nessuno vuole vedere una
persona che muore. Qualcuno ha criticato l’Ice Bucket
Challenge, ma sta funzionando! Per la prima volta i
malati di Sla hanno la scena. Per la prima volta nella
mia vita vedo intorno a me che se ne parla. È la prima volta che c’è una campagna per noi. Non avete
idea di quanto conti ogni singola challenge. Mi fa stare bene. Grazie!» Parole che Anthony dice piangendo
65. www.ilgiornale.it, 24 ottobre 2013, Medico malato di Sla muore a Roma dopo un presidio di protesta e incontro col governo, di Raffaello Binelli.
66. Per fare la tua donazione per Anthony: www.youcaring.com
140
nel filmato dove mostra come accudisce ogni giorno
la madre malata e racconta che cos’è questa malattia
maledetta, progressiva, che ogni istante ti conduce
più vicino alla morte spegnendo il tuo corpo, ma lasciandoti acceso dentro.
Di fronte alla sua provocazione di una doccia ghiacciata in cui si prende in giro, di fronte al suo pianto, al
suo grido di aiuto che richiede anche vicinanza, ascolto, attenzione, non possiamo non sentire per un momento soltanto, almeno, al di là della doccia ghiacciata virale, che quella vita è anche la nostra e che quella
“pagliacciata pubblicitaria” è stata utile anche umanamente. La solidarietà ha viaggiato il mondo alla
velocità della rete! Senza questo “mondo virtuale”,
Anthony, Raffaele, Pete e gli altri sarebbero ancora
chiusi nel limbo dell’indifferenza. Spero solo che non
sia stata una semplice moda dell’estate, che come un
fulmine a ciel sereno passa e va. Ma che sia una sfida
perenne, che prima o poi tutti vorranno fare, al di là
che sia accesa la luce dei riflettori su chi partecipa.
Ogni doccia gelata, con relativa donazione,67 induce
altri a proseguire in questa catena di solidarietà che
ci arricchisce tutti. Perché alla fine la rete sarà anche
virtuale, ma chi la naviga è reale. E ciò che viaggia è
tutt’altro che virtuale. Siamo Noi.
Il demone non è nella rete, è nell’uomo
Qualcosa di simile è avvenuto qualche settimana prima, quando una coppia australiana che non potendo
avere figli era ricorsa a una “madre surrogata” (che
orribile parola!), ha rifiutato il gemello down tra i due
67. Per sostenere i progetti Aisla: www.aisla.it
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bambini partoriti dalla donna. Il parto era gemellare,
un maschio e una femmina, ma “l’accordo commerciale” (dodicimila dollari per inseminazione, gestazione, parto e bambini) non prevedeva difetti, dunque il maschio “fallato” è stato rifiutato.
Questa volta le polemiche degli internauti sono state costruttive, perché hanno mosso una discussione
etica di grande valore umano e sociale che ha coinvolto anche la politica. Inoltre attraverso il sito Hope for
Gammy sono stati raccolti migliaia di dollari per aiutare la mamma “in affitto” a tenere il figlio e a offrirgli
le cure necessarie. E vissero felici e contenti?
Ci sono persone che affermano il diritto di essere
genitori anche se la natura ha deciso che non possono procreare, almeno tra di loro. Dunque, in nome
dell’amore che li legherebbe, non possono trovare
un altro partner con cui fare figli, quindi pretendono
di avere il “diritto” di ricorrere a mostruosità come
quelle della madre surrogata e di rifiutare il “prodotto” in caso di guasti.
Non sono contraria alla fecondazione assistita.
Credo che quando due persone si amano autenticamente e desiderano un figlio da crescere e accudire
con amore, è giusto che possano ricorrere alle infinite possibilità che il progresso scientifico ci offre. Ma
sono fermamente contraria all’utero in affitto. Credo
che un rapporto filiale stabilito attraverso un accordo
economico sia insano sul nascere. Un bambino non è
un bambolotto in vendita al miglior offerente, non si
può comprare! E per quanto una madre non partoriente possa amare un figlio che non ha messo al mondo, quel figlio (o figlia) subirà uno strappo potente
nel momento in cui verrà allontanato dalla donna che
da feto lo ha trasformato, durante la gestazione, in un
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piccolo essere umano completo. Hubert Montagner
afferma che «tra le relazioni umane, quelle tra madre
e feto sono in assoluto le più intime»,68 non c’è legame
più forte di questo. La mamma che ospita il futuro
bambino non lo nutre solo attraverso il suo sangue,
ma anche per mezzo di quelle emozioni che la stessa
prova durante la gravidanza.
Nel caso in questione, a parte la discussione etica e
il motivo per cui i due gemelli sono venuti al mondo,
la rete è andata in soccorso al piccolo con handicap.
Grazie alla solidarietà degli internauti, la madre biologica alla fine ha ottenuto ciò che l’aveva spinta ad
accettare l’accordo: i soldi. Tanti. Ma mentre nel caso
della Sla non c’è mercificazione qui sì. Lecito resta allora chiedersi se quella madre, anche se naturale, per
il bambino sia la scelta giusta.
Di fatto, gli orrori del progresso, dell’avidità
umana e di leggi assurde che permettono tutto questo, non hanno limite. Orrori e leggi che non appartengono alla realtà virtuale però, spesso ritenuta
“un demone”, ma al mondo vero. Dove il demone
è dentro di noi.
Pace: Ponte Avente Comuni Estremità. E amore?
Mentre Facebook permette un dialogo compiuto tra
due o più persone; Instagram di immortalare il bello
della vita e portarlo all’attenzione degli altri, insieme
a un significato che ognuno interpreta come vuole;
Twitter impone una sintesi riduttiva rispetto all’immensità degli argomenti. I concetti qui devono essere
espressi in centoquaranta caratteri e il rischio di tra68. M. Odent, La scientificazione dell’amore, l’importanza dell’amore per la sopravvivenza umana, Feltrinelli 2008, pp. 61-65.
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visare il senso del discorso è alto. Però “il cinguettio”
permette di arrivare a tutti in un lampo, il politico
come il divo non sono più lontani e irraggiungibili.
Non sono più entità astratte da ammirare o accusare
senza che sappiano mai cosa pensiamo di loro. Sono
followers o following, come noi. E nell’immediatezza
del web il messaggio arriva, colpisce e a volte “affonda”. Miracoli della tecnologia!
Ormai l’annuncio di un matrimonio, di un nuovo
amore o di un addio, così come di una tragedia o di
un mutamento politico, passano prima da qui che da
qualunque altro mezzo di comunicazione. Mentre la
vita oggettiva scorre nelle strade, negli uffici, nelle
case, quella metafisica, mentale, corre alla velocità
della luce su Twitter. Il fisico si trasferisce in un “canale fisico” dove, in tempo reale, si ferma e prosegue. E racconta, per esempio, come amiamo, come
odiamo, chi siamo. Centoquaranta caratteri, niente
più di un titolo, dentro il quale poi, però, bisogna
saper entrare, perché il senso passa anche da qui. E
siamo noi a darglielo. Allora ogni volta che ci mettiamo davanti al pc ed entriamo in questo mondo,
facciamolo presenti a noi stessi. Consapevoli che i
messaggi che lanciamo non restano nell’etere, ma
scendono sulla terra e possono essere meteore, pallotole o semi capaci digermogliare.
Nel 2013 una ragazzina di sedici anni ha vinto
un premio in occasione del Nobel dell’Unione Europea, perché è riuscita a definire in poche lettere
il significato della parola Pace: Ponte Avente Comuni Estremità.
Vi invito allora a fare uno sforzo di sintesi, che
però è possibile solo conoscendo a fondo ogni tratto semantico della parola amore e il senso che le sto
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cercando di dare. Se la pace è un ponte che ha due
estremità ed è dunque in grado di unire, l’amore che
ci salva qual è? Ditelo con un tweet.69
A…
M…
O…
R…
E…
69. Twittate a #lamorecisalva @bbenedettelli @imprimaturedito
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