21 Novembre 2014 - Giornata pro Orantibus

Documenti
21 novembre 2014, Gior nata pro Orantibus
20/11/2014
ROMA - Venerdì 21 novembre p.v. alle ore 9.00 presso la Pontificia
Università Antonianum a Roma avrà luogo il Convegno
organizzato dal Segretariato Assistenza Monache in occasione
della giornata Pro Orantibus. Il tema che sarà approfondito, Dalla
contemplazione la capacità di vivere, invita a riflettere sull’importanza
e l’attualità della preghiera proprio nella giornata in cui la Chiesa
fa grata memoria del dono della vita contemplativa.
L’evento si colloca alle soglie dell’Anno che Papa Francesco ha
voluto dedicare alla vita consacrata e prende l’avvio dalle parole
del Santo Padre: «Dalla contemplazione, da un forte rapporto di amicizia con il Signore
nasce in noi la capacità di vivere e di portare l’amore di Dio, la sua misericordia, la sua
tenerezza verso gli altri».
Presiederà il Convegno Sr. Mary Melone, S.F.A., Rettore Magnifico Pontificia Università
Antonianum.
Interverranno S.E.R Mons. José Rodríguez Carballo, OFM, Arcivescovo Segretario
CIVCSVA;
Sr. Giuseppina Fragasso, ASC, Vice presidente del Segretariato Assistenza Monache;
Elena Francesca Beccaria, Ordine S. Chiara, del Monastero S. Chiara a Roma;
Patrizia Girolami, Ordine di S. Benedetto, del Monastero Valserena.
Modererà Monia Parente della Radio Vaticana.
Concluderà la mattinata la celebrazione della S. Messa presieduta da Sua Eminenza
Reverendissima il Cardinale João Braz de Aviz, Prefetto CIVCSVA.
Leggi il PROGRAMMA DELLA GIORNATA
Fonte: comunicato Stampa
1
Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica Segretariato Assistenza Monache, 20/11/2014
2
La Chiesa celebra oggi la giornata “Pro Orantibus” dedicata alle religiose e ai religiosi di
vita claustrale. In mattinata, si è aperto all’Antonianum di Roma un Convegno dal titolo
“Dalla contemplazione la capacità di vivere”, al quale hanno preso parte anche i vertici
della Congregazione per la Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Alessandro De
Carolis ha raccolto un commento del segretario del dicastero, l’arcivescovo José
Rodriguez Carballo:
“Da un anno, abbiamo pensato che ogni celebrazione della giornata ‘Pro Orantibus’
prenda in considerazione qualche maestro di vita spirituale, qualche contemplativo.
L’anno scorso, abbiamo centrato la nostra attenzione sulla contemplazione carmelitana.
Quest’anno, l’attenzione è centrata sulla contemplazione francescana. Francesco e
Chiara
rappresentano
due
grandi
contemplativi
nella
Chiesa.
Chiara
nella
contemplazione a partire dalla chiusura del chiostro, della vita raccolta e separata dal
mondo. Francesco, invece, è il contemplativo per le strade del mondo, un contemplativo
itinerante. Così si vede anche la complementarietà di queste due anime”.
Alla sequela del Papa delle “periferie” attraverso il dinamismo della contemplazione. Così
una religiosa di clausura presente al Convegno – madre Patrizia Girolami, priora del
Monastero cistercense di stretta osservanza a Valserena, in provincia di Pisa – spiega come
i ripetuti inviti di Francesco a essere annunciatori del Vangelo nei luoghi più dimenticati
siano condivisi da chi fa vita di preghiera nel chiostro. L’intervista è di Alessandro De
Carolis:
3
R. – Io credo che in realtà questo invito ad andare fuori ci riguarda profondamente, anche
se magari non andiamo in strada. La vita contemplativa paradossalmente è proprio il
luogo di questa apertura universale, che è apertura a ogni uomo, al suo bisogno, perché la
vita monastica e contemplativa accoglie la realtà del mondo universale e la porta davanti a
Dio. Quindi, in questo senso le parole del Papa ci interpellano profondamente. Ci
ricordano questa dimensione universale della vita contemplativa, quindi sono parole
preziose anche per noi.
D. – Quindi chiostro e periferia per dirla in sintesi non sono parole antitetiche?
R. – No, non sono affatto parole antitetiche. Anche il chiostro in maniera paradossale è un
modo di aprirsi alle periferie perché è un modo di accogliere attraverso la preghiera, in
particolare, attraverso l’accoglienza – noi siamo Benedettini, quindi l’accoglienza è anche
una parte integrante della nostra vita – è un modo di aprirci alle periferie.
D. – “Svegliate il mondo” è ciò che Papa Francesco ha detto ai religiosi in uno dei suoi
primi incontri con l’universo della vita consacrata. Come sveglia il mondo una comunità
monastica?
R. – Una comunità monastica può svegliare il mondo prima di tutto con quella voce
silenziosa che è la voce della preghiera. Per esempio, nella nostra vita, come Benedettine,
manteniamo la preghiera notturna. Quell’iniziare la giornata alle 3 di notte, nel cuore della
notte, è in un certo senso uno svegliare il mondo: uno svegliare il mondo a quella speranza
più grande, che è il grande richiamo della nostra vita. E forse questo oggi è la
testimonianza particolare, anche profetica della vita contemplativa: essere segno del
primato di Dio in un mondo che invece sembra cancellare o voler cancellare le tracce della
presenza di Dio. E in questo senso credo che la vita monastica debba dare il suo contributo
a svegliare il mondo e lo può dare, come del resto l’ha sempre dato.
4
VIVERE, OGGI, LA DIMENSIONE CONTEMPLATIVA
di sr. Patrizia Girolami (OCSO)
Due brevi premesse. La prima è un’indicazione di metodo. Mi è stata chiesta una
comunicazione, o piuttosto una testimonianza, sul tema: Vivere, oggi, la dimensione
contemplativa. E in forma di testimonianza, al modo, cioè, di semplice condivisione di
esperienza, di risonanza personale di un vissuto, vorrei accostare questo argomento, di per
sé vasto e impegnativo.
La seconda è una precisazione riguardo al termine “dimensione contemplativa” e, perciò,
anche al contenuto di questa comunicazione. La dimensione contemplativa, come già ben
chiariva un documento della Congregazione, in quanto “atto unificante dello slancio
dell'uomo verso Dio”, che si esprime «nell'ascolto e nella meditazione della Parola di Dio;
nella comunione della vita divina che ci viene trasmessa nei sacramenti e in modo speciale
nell'Eucaristia; nella preghiera liturgica e personale; nel costante desiderio e ricerca di Dio
e della sua volontà negli eventi e nelle persone; nella partecipazione cosciente alla sua
missione salvifica; nel dono di sé agli altri per l'avvento del Regno» e «in atteggiamento di
continua e umile adorazione della presenza misteriosa di Dio nelle persone, negli
avvenimenti, nelle cose»1 è propria dell’esperienza di fede di ogni credente e in modo
particolare di ogni forma di vita religiosa, anzi ne è elemento necessario e irrinunciabile.
Così come c’è una “dimensione contemplativa” ancora più universale che appartiene al
vivere di ogni uomo e al suo rapporto con la realtà. Vorrei, però, qui parlare della
“dimensione contemplativa” che si dà nella vita stricto sensu contemplativa, ovvero in
quella forma di vita religiosa specificamente contemplativa che è la vita monastica e che
appartiene alla vita della Chiesa. Più che di dimensione contemplativa in senso lato,
parlerò, perciò, di vita contemplativa in senso stretto, lasciando a chi ascolta di cogliere ciò
che può essere riferibile come “contemplativo” anche al proprio cammino di fede.
Dirò, quindi, semplicemente qualcosa che nasce dalla mia esperienza contemplativa di vita
monastica, di monaca cistercense, di regola benedettina, in modo che possa risaltare
l’attualità e il valore permanente e universale di ciò che possiamo chiamare la “dimensione
contemplativa” di ogni autentica esperienza di fede.
CONGREGAZIONE PER GLI STITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA, La dimensione
contemplativa della vita religiosa, Plenaria SCRIS Marzo 1980.
1
5
Per questo vorrei declinare il titolo in due sottotitoli e in due punti: vivere la vita
contemplativa nell’oggi e vivere la vita contemplativa per l’oggi. Vorrei cercare, cioè, di
mostrare, anzi di testimoniare, brevemente e semplicemente, come la vita contemplativa
sia una vita che radica profondamente in Dio e dunque anche nell’oggi, e per questo una
vita per oggi, che vale la pena di essere vissuta oggi.
1. La vita contemplativa: una vita nell’oggi.
Oggi come ieri, e come, credo, anche domani, la vita contemplativa altro non è se non una
modalità di vivere l’incontro con Cristo che abbraccia l’“oggi”, il presente, la vita concreta
e reale di uomini e donne che vivono la dimensione storica della propria esistenza, il
proprio “oggi”, fatto anche di passato e di futuro.
Ha ragione Benedetto XVI quando all’inizio dell’enciclica, Deus caritas est, con una frase
ormai giustamente celebre, affermava: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una
decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona,
che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». La grande e
affascinante scoperta all’inizio del mio cammino di fede è stata proprio che la persona di
Gesù Cristo aveva a che fare (“c’entrava”) con l’“oggi” della mia vita, con il mio presente,
con il “qui” e “ora” della mia esistenza, con il quotidiano e con ogni avvenimento del
tempo e dello spazio della mia vita.
E questo è esattamente all’origine anche della mia scoperta della vita monastica:
l’intuizione che nella vita contemplativa Dio diventava il mio “oggi”, il mio “presente” o,
in altri termini, che la vita monastica era l’“oggi” di Dio per me. Che Dio incontrava,
penetrava, abbracciava, riempiva il mio “presente” e che, dunque, tutta la mia vita, il mio
“oggi”, il mio presente, diventava il luogo della presenza e della compagnia di Dio. Allora
era solo un’intuizione, ma l’esperienza degli anni l’ha illuminata e confermata.
La prima volta, infatti, che ho visto il monastero nel quale vivo, N. S. di Valserena, in
Toscana, ricordo di essere stata colpita moltissimo dalla forma della chiesa nella quale
trovava posto il coro monastico: una tenda. Un’immagine, da allora rimasta depositata
nella memoria, che nel tempo ha svelato il suo significato profondo. Nella tenda Dio
cammina con il popolo d’Israele nel deserto, giorno dopo giorno. Ma è soprattutto per
mezzo del Figlio suo Gesù Cristo, come si legge nel prologo di Giovanni, che Dio è venuto
ad abitare, cioè “ha messo la tenda” (eskēnōsen), fra di noi. La carne di Cristo, la sua e la
nostra umanità, è la “tenda” (skēnē) della sua presenza fra noi. La tenda che abbraccia,
copre, avvolge il nostro “oggi”, il nostro “presente”. Nella quale è accolto e ospitato il
nostro “oggi”, il nostro “presente”, come anche il nostro passato e il nostro futuro.
6
Ora la vita monastica e contemplativa è prima di tutto ricerca di Dio nel “presente”, giorno
dopo giorno, “oggi” come “ieri” e come “domani”. Ed è scoperta che Dio è nel presente, in
ogni avvenimento e in ogni circostanza presente, di “oggi”, di “ieri”, di “domani”. È
scoperta che Dio è presente, riempie il tempo e lo spazio, ogni circostanza piccola o
grande, della nostra vita. E in Lui anche il nostro vivere di ogni giorno si fa a noi
“presente”, si illumina di senso e ci raggiunge, si fa “nostro”, vicino a noi, “per noi”. In
qualche modo vivere la vita monastica e contemplativa è vivere la realtà, l’“oggi”, il
“presente”, come la tenda in cui Dio abita con noi e noi con Lui.
Se è vero, infatti, che l’uomo di oggi è spesso senza passato, si potrebbe anche dire che
rischia di essere ugualmente senza presente. È un uomo, cioè, proteso e ripiegato sul
presente, ma a cui il presente sfugge di mano, perché non ne comprende il senso, perché è
un presente vuoto, non abitato dalla compagnia di una presenza, perché il presente non è
la tenda della presenza di Dio con noi. L’uomo di oggi è un uomo spesso incapace di
gustare il presente, di scoprire la bellezza che c’è in ogni piccola cosa e avvenimento
presente.
Nei suoi Pensieri, Pascal lo aveva intuito quando scriveva: “Non ci atteniamo mai al tempo
presente. Anticipiamo l’avvenire, come se fosse troppo lento a venire, come per affrettare il suo
corso; oppure affermiamo il passato come per fermarlo, come se fosse troppo veloce […]. Ognuno
esamini i suoi pensieri: li troverà completamente tesi al passato o all’avvenire. Noi non pensiamo
mai al presente; e se ci pensiamo, non lo facciamo che per prenderne la luce per disporre
dell’avvenire. In tal modo non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e disponendoci a essere felici, è
inevitabile che non lo siamo mai”2. E uno dei personaggio del romanzo di G. Green, Fine di
una storia, dice: “Per il me il presente non è mai ora”3.
Nella vita contemplativa è possibile, invece, vivere pienamente il presente. È possibile
scoprire che il presente è ora, perché nel presente, attraverso il presente, Dio mi raggiunge
e mi si fa incontro, ora. E in Lui e da Lui, dalla sua Presenza, ogni attimo, ogni istante, ogni
“ora”, riceve significato e consistenza, si carica e ci riempie di gioia. La gioia profonda che
viene dalla profondità dell’essere, e che nasce quando si scopre, si sperimenta, che la
nostra vita, il nostro essere, nello spazio e nel tempo, appartiene a Qualcuno, a Dio.
Scriveva la scrittrice e filosofa spagnola M. Zambrano: “l’attualità piena di ciò che siamo è
possibile solo in vista di un’altra presenza, di un altro essere che ha la virtù di porci in esercizio, in
atto”4. È soltanto la Presenza di Dio, che ci rende “attuale” il presente, che ci rende attenti a
B. PASCAL, Pensieri, n. 362, Einaudi, Torino 1962, pp.158-159
G. GREEN, Fine di una storia, Mondadori, Milano 2004, p. 72.
4 M. ZAMBRANO, Filosofia y Poesia, in Obras reunidas, Aguilar, Madrid 1971, p. 206.
2
3
7
ciò che viviamo, che ci pone e ci radica in ciò che viviamo, nell’oggi, nel presente. È il volto
di Dio che ci viene incontro e ci chiama alla comunione con Lui che rende vivo il presente,
che ci dà la possibilità di vivere e di assaporare il presente, di riconoscere il disegno, la
trama di senso, che in esso è presente.
La vita monastica, contemplativa, ha, infatti, questo di particolare o di paradossale. Ha il
volto semplice, talora anche dimesso, del presente, della ferialità. È fatta delle cose piccole
della quotidianità, di ogni giorno, a volte anche uguali, ripetitive, talora persino da routine.
Eppure questo è il paradosso: che la ferialità metta l’abito della festa, perché la
quotidianità è luogo di una Presenza che fa sì che l’ordinario diventi stra-ordinario, che ciò
che è abituale (persino abitudinario) si carichi di una novità che ci sorprende, ogni gesto,
anche il più banale e insignificante, di significato e di bellezza. Bisogna anche dire, però,
che il miracolo non sempre accada. A volte il cielo interiore di certe giornate rimane grigio
e nuvoloso, e gli occhi non riescono a scorgere il volto, a riconoscere la familiarità della
presenza di Dio. Ma anche questa è occasione per scoprire, nel vuoto che abita la nostra
natura di creature sul limite tra il finito e l’infinito, l’eterna nostalgia di Dio che a Lui ci
riconduce.
Questo vuol dire vivere la vita contemplativa, che è, poi, vita di amicizia con Dio, nell’oggi,
quel “camminare umilmente” dell’uomo con il proprio Dio (Mi 6,8), abitando con Lui il
tempo, la tenda, dell’esistenza. E questo la tradizione monastica benedettina lo esprime
nell’esperienza dell’habitare secum del giovane Benedetto nello speco di Subiaco, di cui S.
Gregorio Magno scrive nel III libro dei Dialoghi che abitava con se stesso sotto gli occhi di
Dio. Esperienza non di solitudine, ma di compagnia, di relazione con il Tu di Dio che
ridesta in noi la coscienza del presente, che tutto riempie della sua presenza. Ed esperienza
anche di conoscenza profonda, di sé in Dio e di Dio in sé, dentro di noi, nell’oggi.
Un’esperienza non individualista, ma di universale “empatia” che apre alla comunione e
alla solidarietà con ogni uomo che porta in sé l’immagine di Dio.
2. La vita contemplativa: una vita per oggi.
E proprio questo mi fa dire, allora, che la vita monastica, la vita contemplativa, è anche per
oggi, intendendo, in questo caso, con “oggi” la contemporaneità, il presente della storia nel
quale siamo posti, gli uomini e le donne di oggi.
Sempre quella prima volta che ho conosciuto il monastero, e la vita contemplativa, ho
avuto anche un’altra intuizione, confermata sempre dall’esperienza degli anni. Mi ha
colpito, sì, la schiera compatta del coro monastico che pregava cantando. Ma ho guardato
anche la porta in fondo al coro e ho anche pensato che, dopo aver cantato le lodi di Dio, le
8
monache sarebbero uscite da quella porta e sarebbero andate a fare altro, perché la loro
giornata non si esauriva certamente soltanto in quella statio orante del coro. E mi sono
detta: “La vita di queste donne ha un centro! Un centro che illumina e unifica tutto!” Mi ha
colpito, cioè, il pensiero che la vita di quelle donne fosse la vita “comune” di tutti gli
uomini e le donne di questo mondo, la vita fatta del quotidiano e delle dimensioni che
tutti viviamo, ma vissuta intorno a un centro, a un polo unificante della persona e della
vita stessa. E questo “centro”, questo “polo” era appunto quella presenza di Dio che
abbracciava tutti gli aspetti della vita. Altre attività, altre occupazioni attendevano quelle
donne che mi stavano dinanzi, lì, in quella chiesa, che lodavano Dio con il canto, che
celebravano la sua presenza. Ma il segreto e la forza di ogni loro attività e occupazione, di
ogni loro giornata, del loro “oggi”, era in quel “centro”, in quel portare e mettere lì,
davanti a Dio, nella preghiera e nella lode, ogni aspetto della vita. Nel raccogliere lì,
davanti a Dio e in Dio, ogni aspetto della vita e nel trasformarlo in lode. Nel fare di ogni
dimensione, di ogni circostanza del vivere quotidiano quel “culto spirituale” gradito a Dio
di cui parla l’apostolo Paolo (Rm 12,1).
Credo che questo sia l’altro grande segno della vita contemplativa “oggi”, per questo
nostro “oggi”. Per il tempo che ci troviamo a vivere, caratterizzato da una frammentazione
del reale e della persona, percorso da un moto centrifugo che allontana dal “centro”, un
tempo dove tutto è fluido, “liquido”, dove tutto si muove senza più centro. Oppure dove il
centro è soltanto il proprio “io”, con i propri bisogni e i propri criteri individualistici,
egoistici, soggettivistici e relativistici.
Nei ritmi della vita monastica diversamente strutturati a seconda dei carismi specifici, ma
tutti sapientemente dosati fra preghiera, lavoro, lectio divina, silenzio e vita fraterna in
comune, la vita contemplativa, nelle forme proprie di ciascun carisma, osa proporre una
vita “con un centro”, strutturata intorno a un “centro”, che è Cristo, la Sua Persona e la
Sua Parola. Una vita incentrata su Cristo, in cui Cristo possa diventare il centro del nostro
agire, del nostro pensare, del nostro essere, della nostra persona. Una vita che intorno a
Cristo e a partire da Cristo faccia crescere tutte le dimensioni della persona, intellettuale,
affettiva, relazionale, pratica, creativa.
Una giovane della nostra comunità, prossima alla vestizione, diceva, proprio pochi giorni
fa, di percepire nell’esperienza monastica, contemplativa, la possibilità di “vivere una vita
intera” e di sentirsi lei stessa “intera”. La vita contemplativa è vita “intera” perché
unificata intorno al suo centro. Una vita in cui mani, cuore e mente - intendendo così le
polarità costitutive della persona - sono come orientate a cercare ed esprimere Cristo in
ogni aspetto della vita: il lavoro e ogni altra attività, sottratti alla logica del profitto,
9
dell’efficienza o dell’autoaffermazione e vissuti come “col-laborazione” e servizio; la
preghiera personale e liturgica e la vita sacramentale, ambiti primari e insostituibili del
rapporto con Dio e strumenti della sua azione trasformante in noi; il rapporto vivo con la
Parola di Dio, perché da questo scaturisca un pensiero che illumini e giudichi ogni aspetto
della vita; la vita comune come luogo di comunione e di relazioni nuove in cui compiere,
concretamente, ogni giorno, ogni istante, quell’esodo da sé per accogliere l’altro, a cui così
tanto ci invita Papa Francesco. Tutto questo fa della vita monastica una “vita
contemplativa”.
S. Benedetto, nella Regola, parla del monastero, luogo della vita contemplativa, con due
parole legate l’una all’altra: “scuola” (schola) e “officina”(officina), in altri termini potremo
dire “laboratorio”.
A scuola, come sappiamo, si impara e si va per imparare. Alla scuola del monastero e della
vita contemplativa si impara lentamente, nell’arco di tutta una vita, a modellare la propria
vita su quella di Cristo o piuttosto a lasciarla modellare da Lui. In particolare S. Benedetto
vuole che il monastero sia schola dominici servitii5, scuola del servizio divino, dove si
impara, quindi, a servire Dio. Servizio di Dio per eccellenza è la preghiera liturgica, il
canto dell’Ufficio divino, ma il termine ha un significato ancora più ampio e l’espressione
della Regola è da intendersi come “scuola di servizio del Signore”. “Servizio” è ogni
attività, impiego, lavoro, occupazione che sia fatta “per qualcuno”, per rispondere “a
qualcuno”. Questo ha due conseguenze importanti: concepire la propria vita
essenzialmente sotto l’aspetto del dono e agire con uno scopo e un fine preciso, “per
qualcuno”, appunto. Qualcuno che non è un despota o un padrone, ma Qualcuno che ci
ama, che mi ama, il Signore, Colui che rende piena la nostra vita. Questo si impara a fare
alla scuola del monastero.
Ovviamente, lo sappiamo bene dalla propria esperienza scolastica, per imparare bisogna
volere imparare. Bisogna applicarsi, fare esercizio, impegnarsi. Per imparare a “servire
Dio”, così come Benedetto intende, bisogna accettare di imparare a dipendere, a non
ritenere di essere noi il centro della nostra vita e del mondo. Imparare, secondo i cardini
fondamentali della Regola, a vivere la libertà dell’obbedienza, che non è una
contraddizione in termini, ma l’esperienza gioiosa e autenticamente liberante di “non
anteporre nulla all’amore di Cristo” (nihil amori Christi praeponere)6. E imparare l’umiltà
come condizione e dimensione della nostra creaturalità, del nostro essere humus, povera
terra impastata dalla mano del Creatore, creature e non creatori e arbitri del nostro
5
6
Regola di S. Benedetto, Prologo, 45: Costituenda est nobis dominici schola servitii.
Regola di S. Benedetto, IV, 21.
10
destino, chiamate a vivere un rapporto di figliolanza e dipendenza con Colui che ci ha
creati, a mettere al primo posto Lui e non noi stessi, a fare di Lui il perno, il “centro”, della
nostra vita, perché Lui sia in noi principio di nuova creazione.
Sappiamo bene quanto tutto questo, “oggi”, nella cultura che viviamo, non sia affatto
facile, anzi sia radicalmente controcorrente, una sfida o una follia, ma proprio per questo,
allora, la vita contemplativa, monastica, è “officina”, laboratorio, luogo di esperienza, in
cui sperimentare un modo di vivere secondo Dio, una forma di vita centrata su Dio,
capace di generare un’umanità nuova in Cristo, che sia possibile per tutti. L’esiguità del
numero, la debolezza e la precarietà della vita monastica oggi potrebbe far dire che tutto
questo è sogno o utopia. Eppure, si può dire con sano realismo, che questa è e rimane la
potenzialità, la forza profetica, testimoniale, evangelica, “oggi” come sempre, della vita
contemplativa. La proposta di un’umanità piena, di “giorni felici”, dice S. Benedetto nel
Prologo della Regola, citando il salmo 33 (“Chi è l’uomo che vuole la vita e desidera vedere
giorni felici?”7), alla sequela di Cristo e del Vangelo. Una scuola di fede, di esperienza
cristiana, in cui scoprire e imparare la libertà e la bellezza di una vita centrata su Cristo,
vissuta in Lui e per Lui e, per questo, anche dono totale per gli altri. Un laboratorio in cui
sperimentare uno stile di vita autenticamente evangelico che sia modello e riferimento
anche per ogni uomo che vive nel mondo.
Qui si colloca, a nostro avviso, la significatività della vita contemplativa oggi e, perciò
anche di quella “dimensione contemplativa” applicabile a tutte le forme di vita e di
esperienza religiosa e al vivere di ogni uomo. In particolare nella cultura del relativismo e
del nihilismo che segna profondamente il nostro tempo, nella mancanza di valori e di
certezze in grado di illuminare il cammino dell’esistenza, la vita contemplativa è oggi
segno, testimonianza, profezia del primato di Dio e dello Spirito che deve “gerarchizzare
ogni attività umana”, del Senso ultimo e pieno del vivere rivelato a noi in Cristo che deve
penetrare ogni dimensione umana. Nella cultura dell’utilitarismo in cui viviamo, cultura
del calcolo e dell’efficienza, del profitto e dello “scarto”, come ci ricorda Papa Francesco, la
vita contemplativa è oggi segno, testimonianza, profezia della radicalità del dono e della
gratuità come vera logica evangelica della vita e dei rapporti. In una cultura
profondamente marcata dall’individualismo e dagli interessi personali, la vita
contemplativa è, oggi, segno, testimonianza, profezia di uno stile nuovo di relazioni, di
convivenza, di fraternità, di comunione, e dunque, davvero, “laboratorio” di vita comune,
condivisa nell’amore, e “officina” di un nuovo umanesimo capace di passare
dall’autoreferenzialità al servizio. In un mondo di “passioni tristi” che vive la sfiducia, lo
7
Regola di S. Benedetto, Prologo, 15.
11
scoraggiamento, la vita contemplativa è, oggi, segno, testimonianza, profezia della fiducia
nella possibilità di una felicità vera, di una speranza possibile fondata su Dio, della gioia
semplice e segreta che viene dalla compagnia di Dio che dà gusto e sapore all’oggi, al
quotidiano, al presente. E, in ultimo, segno, testimonianza, profezia della possibilità (o
necessità), per tutti, di vivere la fede davvero come “incontro” e relazione con il Dio vivo
che illumina, abbraccia e trasforma tutta l’esistenza, rendendola pienamente e
grandemente umana.
Questo, a partire dalla mia esperienza, può voler dire vivere la dimensione contemplativa
“oggi”, ovvero nell’oggi e per l’oggi.
Roma, Antonianum, 21 novembre 2014 – Giornata Pro Orantibus
12
Documenti
sr. Patrizia Girolami (OCSO)
VITA CONTEMPLATIVA:
UN SEGNO E UN BENE PER TUTTI1
Sono una monaca e appartengo alla categoria (di non facile definizione) delle
“contemplative”, a cui la Chiesa dedica la Giornata Pro orantibus di oggi. Per alcuni forse
ormai solo una specie in via d’estinzione. Ma non parlo per una categoria. Perché la
contemplazione è un bene primario universale, disponibile e necessario per tutti, non da
specialisti o gente del mestiere. È contemplativo lo sguardo di stupore e di meraviglia del
bambino che gioca con le cose e con la vita. È contemplativo lo sguardo di chi fissa negli
occhi la persona che ama senza parlare. È contemplativo lo sguardo gioioso e sereno di un
anziano che ha imparato a conoscere la misura e il senso dei suoi giorni. È contemplativo
lo sguardo di luce di chi soffre sapendo che non è vano il suo soffrire.
Si potrebbe dire che la contemplazione è uno sguardo posato sull’essenziale. Uno sguardo
che cerca l’essenziale, la realtà intima e profonda di ogni cosa. Che cerca il bene, la verità,
la bellezza nascosti in ogni cosa. Uno sguardo che domanda, che s’interroga, che desidera,
che attende, che insegue un significato in tutto ciò che esiste. Uno sguardo che non si
ferma all’apparenza, ma varca la soglia del visibile sui sentieri dell’invisibile. Uno sguardo
che, in tutto questo, lo sappia o no, cerca un solo Volto: quello noto o appena intravisto o
ancora sconosciuto di Dio. Perché così ci ha fatti Dio. Desiderosi di Lui. Perennemente in
cerca di Lui. Inquieti finché non riposiamo in Lui. Perché in noi Dio ha lasciato
un’impronta della sua presenza.
Uno sguardo, sì, perché “contemplare” appartiene al lessico del “vedere”, della “vista”.
Ma non come un sognare ad occhi aperti o fantasticare. Bensì come uno scrutare,
attentamente, ogni cosa, ogni frammento del reale. Una sorta di “doppia vista” si direbbe,
un occhio capace di penetrare la profondità delle cose e al tempo stesso di andare oltre, al
di là, dove queste hanno la loro radice. Di risalire dalle cose al loro Autore. Di riconoscere
nelle cose la traccia infinita e la mano del Creatore, nella trama degli eventi il disegno di
Chi da sempre ama l’uomo e gli si fa incontro.
1
Intervista per il quotidiano “Avvenire”.
1
Il verbo “contemplare” contiene in sé la parola templum, “tempio”(cum-templum). Il
templum era la porzione circoscritta del cielo, lo spazio abbracciato dallo sguardo, in cui
l’antico augure osservava il volo degli uccelli per trarne auspici. Ma il templum è diventato
il “tempio”, il luogo sacro, ugualmente delimitato, in cui c’è Dio, in cui è possibile
incontrare Dio. Si può dire, allora, che la contemplazione è propria di chi vive e abita il
reale come un tempio, di chi considera il tempo e lo spazio come il luogo della dimora e
dell’incontro con Dio. Di chi fissa lo sguardo sulle cose in cerca della sua Presenza. Per
questo il contemplativo non è uno con la testa nelle nuvole, ma con i piedi ben fissi sulla
terra. Uno che ama e conosce la realtà, che paradossalmente la “possiede”, perché ne
ricerca il senso e ne intravede l’origine e la meta. Uno che ama e conosce la realtà, perché
vive come in un tempio, sperimentando in ogni circostanza la compagnia fedele di Dio, il
suo esserci.
Che ama e conosce, perché la contemplazione non è uno sguardo solo degli occhi, ma
anche del cuore. Perché l’essenziale, diceva Saint-Exupery, è invisibile agli occhi e si vede
col cuore. La contemplazione è uno sguardo che vede e che ama, che conosce amando e
ama conoscendo. È conoscenza e amore, insieme. Anche per questo è un “doppio
sguardo”. Avviene nella contemplazione come quando ci si ferma a guardare la foto di
una persona cara, che sta lì, sul tavolo, dinanzi a noi. Forse perché anche questo è un atto
in sé eminentemente “contemplativo”. Guardiamo e riguardiamo un’immagine,
indugiamo su particolari chissà quante volte già visti, conosciamo e riconosciamo un
volto, e quel volto è amorevole presenza interiore perché è un volto che amiamo. Ci
appartiene e noi apparteniamo a lui. Vive dentro di noi.
Così è nella contemplazione: lo sguardo conosce, riconosce e ama. Vede, come riflesso
nelle cose, nelle persone, nelle situazioni, i lineamenti del volto di Dio che ci ama. Scopre
la sua presenza. Coglie una relazione. Avverte la sua premurosa vicinanza. È lì, con noi,
accanto a noi, e ci offre la sua quotidiana amicizia, la possibilità di vivere con Lui quel
rapporto intimo e personale che dà gusto, pienezza e senso alla vita. Perché la vita si gusta,
si assapora quando se ne conosce il senso, quando si scopre il volto di Colui che ce la dona.
Ed è questo sguardo, allora, che si fa “orante”, che diventa preghiera. Uno sguardo che
abbraccia l’esistenza e la pone dinanzi a Dio, la presenta a Dio. Che riconosce che tutto ciò
che esiste viene da Dio. Uno sguardo che raccoglie il grido e il bisogno dell’uomo e lo fa
giungere a Dio. Uno sguardo che si fa voce dell’uomo e di Dio, che ricorda Dio all’uomo e
l’uomo a Dio. Perché il contemplativo, ogni contemplativo, è solidale con l’uomo e amico
di Dio. Solidale con chi è nella gioia e con chi è nel pianto. Con chi è nelle tenebre e con chi
è nella luce. Soprattutto perché sa che in quel volto, e in quel cuore, quelli di ogni uomo,
2
c’è il volto di Dio. Che proprio a quel cuore, il cuore dell’uomo, di ogni uomo, vuol
giungere il cuore di Dio.
Ecco perché la giornata di oggi ha qualcosa da dire a tutti. È un segno per tutti. Una parola
per tutti. Lasciarsi sorprendere dalla compagnia di Dio. Oggi. Ora. Qui. In ogni istante.
Accorgersi di una Presenza amica. Nella realtà. Nel quotidiano. In ogni gesto. Prova a
pensare, a “guardare”, ai piccoli fatti di questa giornata, a tutto ciò che ti sta intorno, a
quanti incontrerai sul tuo cammino: lì ti sta aspettando Qualcuno. Lì c’è Qualcuno.
Qualcuno che ti ama. Che non ti lascia solo. Prova a vivere questa giornata con la certezza
di questa compagnia che non ti abbandona mai. Avrai sperimentato anche tu che cos’è la
“contemplazione”. E stasera sarai un po’ più felice. Nel tuo cuore ci sarà una gioia nuova.
Piccola, segreta. E la tua giornata sarà stata più piena, più bella.
3