quale rifOrMa Della pOrtualità italiana?

sInIstra lavoro
settImanale
anno II - numero 9 - 17 febbraio 2015
www.sinistralavoro.it - [email protected]
qualche domanda dopo
una bella giornata
bella giornata il 14 febbraio a roma, bella manifestazione. la prima nota positiva è l’evento
in sé: non era scontato riuscire a organizzare un corteo (non un semplice appuntamento di
piazza) in sostegno del nuovo governo greco in poco tempo e con una piattaforma così lucida. la seconda nota positiva è l’adesione e la partecipazione di un arco di forze molto
ampio, praticamente tutta la sinistra politica, sociale e sindacale del nostro paese, e di figure importanti, anche per quello che rappresentano, sul piano materiale e simbolico.
di Danilo Borrelli e
Simone Oggionni
è il segno che qualcosa sta maturando, una nuova consapevolezza
– anche all’interno della cgil – che
richiama ciascuno alle proprie responsabilità: perché tra la speranza di tsipras e le politiche di
renzi c’è un abisso e una incompatibilità irriducibile (di stile,
orientamento strategico, prospettiva).
vi è una terza nota positiva, che
parla della presenza dopo diverso
tempo in forma coordinata di
esperienze sociali di lotta, autoorganizzate, che in questo percorso hanno deciso di esserci, a
inaugurare – con la giornata di ieri
– un percorso che condurrà al 18
marzo europeo di francoforte.
però ci sono anche diversi “però”,
che faremmo bene ad affrontare.
nominiamo soltanto il primo, il
più grande: e il nostro popolo – in
tutto il suo peso, in tutta la sua dimensione – dov’è?
qual è la relazione tra questa
bella manifestazione, le sue prime
file fotografate e intervistate, i
gruppi dirigenti delle tante formazioni della sinistra, e il paese
reale, i suoi sentimenti, le sue preoccupazioni, addirittura il sentire
comune?
quanta connessione sentimentale
c’è tra questa piazza e la vita quotidiana di milioni di precari, disoccupati, studenti che dovrebbero
comporre la ragione sociale della
sinistra politica?
quanta consapevolezza c’è – a livello popolare – del bisogno di solidarizzare con syriza contro bce,
merkel, governo renzi e, ancor di
più, del bisogno di farlo attraverso la piazza di oggi?
sono domande, purtroppo, retoriche, che segnalano una insufficienza e uno scarto dai quali non
si sfugge, perché un progetto di
trasformazione e di cambiamento
(simile a quello incarnato in grecia da syriza, per esempio) non
esiste senza popolo, senza determinare passioni diffuse e travolgenti, contagiose al punto da
diventare maggioritarie.
questo significa cedere alla moda
dell’anti-politica oppure sparare a
zero su quel che esiste, magari
per affidare fideisticamente a un
diverso ceto politico (quello della
società civile organizzata e progressista) la direzione del processo?
tutto il contrario: significa provare a cogliere i nostri limiti, i
punti deboli di quel che oggi è in
campo, e intravedere – nel correggerli – la direzione di marcia.
dove? precisamente qui: sul piano
della proposta politica.
ci sono, una di fianco all’altra,
tutte le formazioni politiche ma
manca un soggetto politico? costruiamolo, magari smettendo di
evocare l’obiettivo (perché altrimenti “sinistra” rischia di trasformarsi in una categoria metafisica)
ma mettendo in campo da subito
un progetto concreto che parta da
ciò che e da chi si è reso disponi-
1
bile, dimostrandosi in sintonia
con questa necessità.
ci sono le strutture ma manca il
popolo?
mettiamolo al centro del progetto,
trovando le modalità migliori per
sostituire all’apatia e all’autoreferenzialità il protagonismo diretto
e la partecipazione di settori sempre più ampi della società (cominciando da noi e allargando la
democrazia, coinvolgendo sempre più, per ogni scelta cruciale,
la nostra gente, in una prima fase
almeno in forma di consultazione).
e poi partiamo. davvero non c’è
più tempo. ricominciamo, dalle
prossime settimane, a fare politica, a raccontare casa per casa
quali sono le nostre proposte per
uscire dalla crisi, cosa faremmo se
fossimo al posto di renzi, cosa faremo già da domani mattina – a
tutti i livelli in cui siamo presenti
– per alleviare il dolore e la sofferenza sociale.
questo, crediamo, è il profilo di
una nuova sinistra, utile e vincente. che assomigli poco alla testimonianza e alla somma delle
opposizioni e molto a un processo ampio di ricostruzione di
un punto di vista autonomo, alternativo, con un’ambizione finalmente maggioritaria che metta
nel mirino, da subito, il governo
dei processi politici e sociali. così,
solo così, sta cambiando la grecia, cambierà l’europa e – se ci impegniamo – cambierà anche
l’italia.
italia/politica
luciana castellina
perché diciamo grazie
alla grecia
l’intervento dal palco di luciana castellina alla manifestazione nazionale del 14 febbraio
non so se sono i greci che debbono ringraziarci per questa manifestazione
grande,
bella,
unitaria che abbiamo promosso in
tutta fretta perché a bruxelles capissero bene che quanto lì si decide in questi giorni non riguarda
solo atene, ma tutti noi, tutti gli
europei che vogliono un’unione in
grado di garantire più uguaglianza più democrazia più pace.
un’europa che almeno la smetta
di ritenersi faro della civiltà
quando è incapace di accogliere
chi fugge da terre devastate dalla
pesante eredità coloniale e dalle
nostre più recenti, dissennate
spedizioni militari. proprio per
questo sarebbe forse meglio dire
che non sono i greci a dover ringraziare noi, ma noi che ringraziamo loro per quello che stanno
facendo anche per noi. noi che
ringraziamo alexis e Yannis — (li
chiamiamo ormai per nome perché non sono più solo compagni
ma sono diventati amici).
siamo noi che li ringraziamo perché lì a bruxelles stanno combat-
tendo anche per noi. sono lì ed
hanno avuto accesso a quelle
stanze perché hanno avuto la
forza e il coraggio di sfidare golia
e la capacità di ricevere dal popolo greco la legittimazione a
farlo. sono lì a farsi ascoltare
anche a nome nostro. (direi che
se la cavano piuttosto bene. la
prova, lo sappiamo, è durissima,
ma già dopo questi pochi/ primi
giorni sembrano procedere con
fermezza, con la sicurezza di rodati statisti.) ne siamo orgogliosi
e soddisfatti. (avete visto le loro
immagini in tv, sono loro a dominare la scena, e tutti si affrettano
ad avvicinarsi a loro per stringergli la mano).
perché hanno capito che i nostri
amici hanno aperto un nuovo capitolo della storia dell’unione europea: perché hanno avuto la
determinazione — che fino ad
oggi era mancata a tutti — di dire
che così non va, che occorre cambiare proprio se si vuole salvare il
progetto d’europa. non sono andati a buxelles a scusarsi per il
2
loro debito e a mendicare aiuto,
ma per dire alla troika che deve
chiedere scusa.
scusa per i danni che ha prodotto
con le sue politiche. scusa per essersi irresponsabilmente fidata, di
un governo corrotto e incapace.
la catastrofe è oggi sotto gli occhi
di tutti di anno in anno, dal 2008,
le medicine di bruxelles anziché
alleviare i mali e avviare un nuovo
corso hanno peggiorato la situazione della grecia. qualsiasi menager che avesse prodotto in
quattro anni un crollo del pil pari
al 25 % e ritenesse questo il metodo migliore per accumulare le
risorse per ripagare un debito,
verrebbe licenziato. con tanto
parlare di efficienza, il criterio potrebbe esser applicato anche ai
funzionari di bruxelles! se hanno
rovinato così la grecia vanno
messi in condizione di non nuocere più. è necessario farglielo capire.
noi siamo qui per far sentire
anche la nostra voce. buon lavoro
alexis, buon lavoro Yannis.
al centro
il lavoro
il SinDacatO DOpO
il jOBS act
con il varo dei decreti attuativi sul Jobs act, il mondo del lavoro cambia in modo
radicale. personalmente non ho esperienza di cosa significhi fare il sindacalista e
il delegato senza lo statuto dei lavoratori e in un sistema contrattuale violato
nei suoi principi. non lo so perché siamo tutti cresciuti e abbiamo fatto sindacato
in un’epoca di garanzie e tutele certe. quest’epoca viene chiusa dal Jobs act.
di Maurizio landini
se lo sarà per sempre o no dipende soprattutto da noi e da ciò
che faremo, visto che – considerando ciò che è successo in parlamento in queste ultimi mesi –
dall’attuale composizione mondo
politico non credo ci si possa
aspettare molto. ma per essere in
grado di riprenderci ciò che
hanno tolto ai lavoratori e dare
nuove tutele a chi non le ha mai
avute dobbiamo in primo luogo
essere coscienti della svolta radicale avvenuta. prenderne atto, capirne le conseguenze profonde e
elaborare un pensiero e una strategia adeguati al nuovo contesto.
che non ci piace,. ma che non
possiamo ignorare.
per un sindacato la prima cosa è
capire come affrontare questa
nuova realtà nella contrattazione.
che significa come riconquistare
contrattualmente le tutele cancellate dalle leggi e, da subito, come
dare tutele ai nuovi assunti e a chi
passa da un posto di lavoro a un
altro perdendo le precedenti garanzie.
perché saranno proprio loro a vivere in prima persona le conseguenze del Jobs act, a loro si deve
rivolgere e deve coinvolgere chi –
nell’accentuato apartheid creato
dal governo – può ancora usufruire dei diritti garantiti dallo statuto dei lavoratori. credo che
dobbiamo costruire, nella discussione e nel confronto con i delegati, gli iscritti e i lavoratori, delle
piattaforme rivendicative che si
pongano quell’obiettivo. la riconquista del contratto collettivo nazionale di lavoro non può essere
solo una parola d’ordine pronunciata quasi ritualmente o addirittura con rassegnazione. per noi è
essenziale che il prossimo contratto nazionale di categoria – la
cui sorte è tutta da verificare persino nella sua stessa esistenza –
debba porre al centro l’obiettivo
della ri/conquista dei diritti cancellati o mai avuti. di fronte alle
disuguaglianze salariali e di diritti
in cui è stato scomposto il nostro
mondo dovremo ricostruire un
contratto unificante con rivendicazioni di stampo universale: nell’emergenza salariale e dei redditi
che il paese sta vivendo vanno defiscalizzati i salari, non i bilanci
d’impresa; è ora che i minimi del
3
contratto nazionale diventino il
salario minimo orario di legge; a
fronte del dilagare del lavoro straordinario va incentivato il ricorso
ai contratti di solidarietà come alternativa ai licenziamenti e va redistribuito il lavoro riducendo
l’orario nell’ambito di un diverso
e più articolato utilizzo degli impianti; nel contratto dovremo
saper rappresentare e conquistare
tutele per tutte le forme di lavoro
e incentivare la partecipazione
delle persone a partire dalla possibilità per i lavoratori e i loro rappresentanti di poter intervenire
nelle scelte delle imprese, per discutere di cosa e come si produce, di quali siano le scelte
strategiche e non dover sempre e
solo giocare in difesa sui prestazioni e diritti.
landini
il sindacato dopo il jobs act
sarà su questo che siamo chiamati a sperimentare cosa voglia
dire fare sindacato nel “nuovo
mondo” che da fine febbraio sarà
una realtà; e sarà su questo che
dovremo qualificare la nostra capacità di rappresentare gli interessi delle lavoratrici e dei
lavoratori. senza escludere alcun
tipo di iniziativa, anche giuridica
e legislativa per riconquistare i diritti sottratti, fino alla possibilità
di ricorrere a un referendum abrogativo del Jobs act. insieme ad alcune nostre proposte da mettere
in campo, senza le quali il discorso rimarrebbe troppo parziale; a partire da una riforma
degli ammortizzatori sociali al
reddito minimo, in entrambi i casi
per allargare le tutele e contrastare la deriva dell’impoverimento
e della disgregazione sociale del
lavoro subordinato, in tutte le sue
frammentate forme.
un altro punto centrale dovrà essere il nodo degli appalti. che
ormai dilagano in tutte le produzioni innestando precarietà e illegalità, abbassando fino al “livello
zero” il potere contrattuale dei lavoratori. questo lo dobbiamo fare
per via contrattuale mettendo
questo punto al centro delle piattaforme (lo stiamo tentando nella
vertenza
fincantieri,
perché
l’azienda si assuma la responsabilità della filiera di appalti e subappalti, metterli sotto controllo e
limitarne l’uso attraverso la stabilizzazione dei rapporti di lavoro e
generando nuova occupazione),
aprendo vere e proprie vertenze
“dedicate”; lo dobbiamo fare in
senso più generale, rovesciando il
quadro di divisione che gli appalti
oggi determinano per unificare il
mondo del lavoro (in questo
senso va la raccolta di firme per
una legge di iniziativa popolare
promossa dalla cgil sul tema
degli appalti).
e, poi, non dimentichiamo due
altri temi di rivendicazione. in
primo luogo le pensioni - che vogliamo riformare davvero a partire
dall’abbassamento dell’età pensionabile, dal ripristino delle pensioni
d’anzianità
e
dalla
correzione del metodo retributivo
per garantire una pensione alle
giovani generazioni; e poi il fisco,
su cui stiamo organizzando uno
specifico convegno a roma il
prossimo 19 febbraio – per diminuire la pressione fiscale sulle
fasce più deboli, contrastare la depenalizzazione progettata dal governo e combattere davvero
l’evasione, destinando nuove risorse allo sviluppo.
qui si evidenzia come la battaglia
per i diritti abbia bisogno di congiungere l’azione contrattuale con
un’iniziativa politica generale;
perché il cambiamento determinato dall’azione congiunta di crisi
economica, politica d’austerity
dettata da bruxelles e leggi del
nostro governo ci impone d’affrontare la situazione a tutto
campo.
proprio perché, come abbiamo
promesso alle lavoratrici e ai lavoratori, noi non intendiamo fermarci nella battaglia per i diritti
con il Jobs act diventato legge, vogliamo affrontare le novità della
nuova fase anche dal punto di
vista politico ed essere un soggetto che si confronta e si coalizza con tutti coloro che nel paesi
si muovono per contrastare un
governo che sembra volersi rifiutare di ascoltare la società. di questo
atteggiamento
è
un
significativo indice il rapporto tra
l’esecutivo e i sindacati; o, meglio,
il modo in cui il governo imposta
il rapporto con i sindacati. che in
realtà è un non-rapporto. nemmeno ti ascoltano, al massimo ti
considerano un interlocutore nella
gestione delle crisi aziendali, ma
senza un confronto vero. tantomeno sulle scelte di carattere generale, come si è chiaramente
visto nella vicenda Jobs act: noi
abbiamo chiesto, alzato la voce,
protestato, scioperato e manifestato, ma il governo non ha nemmeno
dato
udienza
alle
confederazioni, persino a prescindere dalle loro posizioni più o
meno contrarie al suo operato. al
massimo ha “concesso” un paio di
brevi udienze per illustrare ciò
che intendeva fare, vagamente e
sempre in modo molto generico,
senza mai affrontare il merito
delle questioni. poi è andato
avanti sulla sua strada, parlando
più con i giornali che con le forze
sociali. d’altro canto, anche nel
mondo politico, tra i partiti e in
parlamento, il confronto è stato
molto relativo e il governo ha
sempre proceduto a colpi di fiducia, concedendo quasi nulla all’azione emendativa parlamentare
o alla discussione tra le forze politiche.
di fronte a una simile situazione
la battaglia per i diritti di chi per
vivere deve lavorare non può che
essere generale e – accanto a uno
specifico contrattuale – ha bisogno di una forte iniziativa sociale
e politica. in questo senso dobbiamo rivolgerci in primo luogo ai
movimenti, alle associazioni e ai
singoli cittadini per costruire un
antidoto allo scollamento tra
paese reale e paese ufficiale, che
mina la partecipazione e debilita
la democrazia. credo che in
quella parte del paese possiamo
trovare le alleanze e le risorse per
rafforzare le nostre ragioni, rendere più efficace ogni nostra battaglia e costruire dal basso
un’alternativa. e’ su tutto questo
che vogliamo chiamare a discutere tutta la fiom - a partire dagli
attivi regionali per arrivare all’assemblea nazionale del 27 e 28
febbraio – e alla mobilitazione le
lavoratrici
e
i
lavoratori.
(da www.cgil.it)
4
al centro
il lavoro
quale rifOrMa Della
pOrtualità italiana?
con la conversione del d.l. 133/2014, “sblocca italia”, entro pochi mesi dovrebbe
essere adottato il piano nazionale della portualità e della logistica che, almeno
per ora, sarà l’unico risultato concreto del dibattito per un generale riassetto
nella governance dei porti italiani.
di andrea Olivieri*
riforma invocata da più parti e da
diversi anni, che rischia ancora
una volta di arenarsi sugli scogli
dei veti incrociati, delle rendite di
posizione, delle logiche spartitorie ma soprattutto, secondo alcuni
osservatori
indipendenti,
su
un’errata visione del ruolo dell’economia portuale italiana: non
solo il sistema portuale italiano si
caratterizza per la sua frammentazione organizzativa e operativa
nel complesso quadro globale dell’economia del trasporto marittimo e della logistica, ma in
questo stesso quadro tenta di rincorrere i propri concorrenti sul
mercato più saturo, quello del
container.
la storia recente della portualità
italiana ha il suo punto di svolta
nella riforma portuale introdotta
con la legge 84 del 1994. con
quel provvedimento la gestione
degli spazi demaniali, che fino a
quel momento rispondeva a un
modello organizzativo di tipo “public service” governato da enti e
consorzi autonomi, veniva affidata a 24 autorità portuali (ap),
enti pubblici con funzioni di indirizzo e controllo, teoricamente separate da quelle operative da
affidare a soggetti privati. la riforma avveniva in un momento di
grandi cambiamenti nel mercato
mondiale dello shipping, e provava appunto a rispondere all’esigenza di integrare la portualità
italiana nel contesto di progressiva globalizzazione dei mercati,
soprattutto attraverso concessioni
di lungo termine delle banchine
nella tipologia di traffico maggiormente in crescita, quella delle
portacontainer. nel giro di pochi
anni ad aggiudicarsi la gestione
dei terminal container italiani
erano i grandi gruppi stranieri appartenenti alle maggiori compagnie terminaliste o marittime
mondiali, mentre dal lato del lavoro si riusciva quasi ovunque a
erodere le conquiste sindacali precedenti, trasformando le compagnie portuali da soggetti pubblici
a società di diritto privato e deregolamentando un settore nel
quale tutele e sicurezza dei lavoratori dovrebbero essere aspetti
imprescindibili.
le regole della 84/94 non hanno
impedito che le ap finissero per
fare ognuna storia a sé, sia per
5
quanto riguarda gli agreement
sulle concessioni di spazi e l’uso
di infrastrutture ai privati – terminalisti, caricatori, spedizionieri,
autotrasportatori, operatori della
logistica e del terziario marittimo,
etc.. –, sia sotto il profilo strategico, che manca completamente
nell’individuare gli obiettivi di sistema e cogliere le opportunità di
specializzazioni e professionalità
che pure non mancherebbero. le
ap italiane – le cui dirigenze sono
frutto di una concertazione tra organi politici locali e nazionali, e
che vedono rappresentate nei propri organi decisionali (comitati
portuali) anche le rappresentanze
dei concessionari privati e quelle
sindacali – sono spesso sottoposte a pressioni particolaristiche
a. olivieri
i porti italiani
che agiscono in funzione di rendite di posizione difficilmente
contestabili. uno scenario dal
quale è difficile aspettarsi l’emergere di una visione strategica innovativa e globale.
l’interscambio commerciale marittimo dell’italia nel 2013 era di
230 miliardi di euro. la strategicità del porti relativa a questo
dato è maggiormente intuibile osservando i dati relativi alle esportazioni. un recente studio[1]
sottolinea che il settore portuale
rappresenta “il principale partner
distributivo e di posizionamento
della manifattura del paese”, detenendo nel 2012 il 55% sul totale
dell’export italiano extra-ue e il
30% sul totale dell’export italiano
mondiale. oltre a ciò lo studio
suggerisce che va considerata
anche una percentuale tra il 65 e
l’80% sul totale dell’export solo
verso usa, brasile, india e cina.
dati importanti ma tutto sommato
non sorprendenti per un paese
che, per storia, cultura e collocazione geografica, ha un rapporto
molto stretto con una risorsa
come il mare ma che, nell’odierna
e complessa economia dei trasporti globali, non può contare su
posizioni strategiche tali da configurare naturalmente un vantaggio
competitivo. su un piano globale,
negli stessi anni in cui veniva varata la riforma portuale del 1994,
si verificava anche lo spostamento
di quote consistenti di traffico
dalla northern atlantic trade lane
alla pacific trade lane, ovvero l’aumento vertiginoso dei traffici sulla
rotta far east-europa. sbilanciamento che, nel periodo cosiddetto
del super-cycle (2002–2007),
comportava per il mediterraneo
attraversato dalla rotta di suez
una nuova centralità nei traffici
marittimi europei e globali. dal
2000 al 2013 questo significava
un +105% di traffici, e una modesta crescita anche negli ultimi
anni, malgrado la crisi, da +15%
nel 2005 a +19% nel 2013 (dati
srm, panaro).
alla radice del super-cycle vi era,
oltre all’aumento della domanda
da nord america ed europa dalla
cina, un elemento tecnico di primaria importanza: la nave portacontainer. la cantieristica navale
veniva infatti investita da una valanga di ordinativi da parte delle
compagnie di navigazione impegnate in una rincorsa a costruire
navi sempre più capaci e veloci di
quelle dei concorrenti. il fenomeno del gigantismo navale si
giustificava con le economie di
6
scala e produceva un abbassamento costante e importante dei
costi di spedizione della merce via
container. nell’arco di appena
quindici anni la capacità di carico
delle portacontainer transoceaniche era pressoché raddoppiata,
passando da navi capaci di trasportare circa 8.000 teu[2], agli
attuali 18.000. il gigantismo
avrebbe però anche prodotto distorsioni notevoli nel rapporto tra
domanda e offerta, soprattutto
nel momento in cui i consumi sarebbero crollati per effetto della
crisi, oltre ad avere implicazioni di
carattere finanziario notevoli considerando i costi di costruzione di
una nave[3]. ciò che ci interessa
maggiormente è che non tutti i
porti sarebbero stati in grado di
consentire operazioni di ormeggio, di carico e di scarico a navi di
queste dimensioni. e che anche
quando lo fossero stati, avrebbero
dovuto fronteggiare problemi di
congestione, logistici e distributivi a volte irrisolvibili.
i porti italiani movimentano circa
10 milioni di teu/anno, ovvero
quanto il solo porto olandese di
rotterdam, primo scalo europeo.
un quarto di questi sono trasbordi, contenitori sbarcati da una
grande portacontainer in un porto
cosiddetto hub per essere subito
reimbarcati su una nave più piccola, detta feeder e inviati ad altre
destinazioni. il rapporto tra il fatturato di un container in transito
e uno lavorato è quasi 1 a 8[4]. ai
fini statistici il container viene
conteggiato due volte, e molto
spesso il trasbordo configura
un’operazione estero su estero,
elemento quest’ultimo che ha
tratto spesso in inganno, facendo
illudere molti sulla reale consistenza e potenzialità del settore
in questo paese.
un porto la cui quota di trasbordi
superi il 50% del totale movimentato è detto di transhipment. nella
classifica mondiale dei primi
cento porti per traffico container
relativa a dati del 2011, troviamo
solo tre porti italiani: gioia tauro
al centro
il lavoro
(53°), genova (70°) e la spezia
(87°). gioia tauro con il 97% di trasbordi è un porto di transhipment
puro e sta scontando negli ultimi
anni la rapida ascesa dei porti
della sponda meridionale del mediterraneo, a dimostrazione del
fatto che, nel contesto globale di
questo mercato, non esistono collocazioni geografiche privilegiate
e rendite sicure. la percentuale di
trasbordi a genova, si aggira intorno al 15%, lo scalo pertanto si
configura come porto gateway
che, a differenza di gioia tauro,
alle spalle ha un hinterland reale
che abbraccia un mercato potenziale formato da pianura padana,
sudest della francia, svizzera e
sud della germania. il problema
però, lasciando da parte la questione dei fondali non sufficientemente profondi, sta in ciò che
manca o è inadeguato alle spalle
del primo porto italiano in termini
di collegamenti ferroviari, strutture, operatori e sistemi logistici.
tale situazione, generalizzata
pressoché in tutti i porti italiani,
implica che sarebbero quasi
500.000 i teu – quanto il totale di
quelli movimentati in un solo
anno dal porto di napoli – con origine o destinazione l’italia che,
anziché approdare nei porti del
paese, passerebbero attraverso
quelli del nord europa[5]. tali carenze, che appunto accomunano
la maggior parte degli scali italiani, sono un limite che determina
l’impossibilità
a
incrementare le quote di traffico,
ma molti osservatori notano
anche che l’italia non ha, e probabilmente non avrà mai, una domanda sufficiente per attirare
servizi di linea regolari, stabili e
bilanciati con grandi navi portacontainer[6].
eppure l’impressione è che questa
tipologia di trasporto sia l’unica
presa seriamente in considerazione ogni qualvolta si apre la discussione sulla necessità di
riformare in termini di sistema la
portualità italiana e, soprattutto,
al momento di discutere di inve-
stimenti in infrastrutture. scorrendo un recente studio sulla programmazione infrastrutturale dei
porti italiani[7] una delle voci più
ricorrenti riguarda dragaggi ed
escavazioni destinati, guarda
caso, ad accogliere portacontainer
medio-grandi, fino ad arrivare a
progetti faraonici come quello
dell’ap di venezia, porto che notoriamente è penalizzato da fondali bassissimi, che intenderebbe
costruire un megaterminal offshore che, in fase di progettazione della sola infrastruttura,
costerebbe circa 2,5 miliardi di
euro.
è evidente che di fronte a questo
scenario, quale che sia il giudizio
sul governo in carica, l’annunciata
riforma dei porti rischia di non
partorire nemmeno il classico topolino. molto poco si sa infatti del
piano nazionale della portualità e
della logistica previsto nello
sblocca italia, salvo che lo stesso
dovrebbe agire su due leve: sul
lato della governance riducendo
da 24 a 15 le autorità portuali esistenti, da quello degli investimenti intervenendo sull’attuale
meccanismo di finanziamenti a
pioggia alle ap, per individuare invece alcune opere infrastrutturali
“più urgenti per migliorare la competitività del sistema portuale e
logistico e agevolare la crescita
dei traffici”. sul primo aspetto è
noto che la riduzione del numero
delle ap è già stata cassata dai
veti incrociati e persino interni
alla principale forza politica del
governo. sul secondo c’è da augurarsi che l’individuazione delle
priorità sia capace, come non è
stata finora, di non arrendersi alla
monocultura del container, ten-
7
tando invece di individuare competenze e specializzazioni che in
questo settore non mancherebbero.
*dottorato università della calabria
note:
[1] il rilancio della portualità e della logistica italiana come leva strategica per la
crescita e la competitività del paese, the
european house – ambrosetti, 2013.
[2] il teu (twenty–foot equivalent unit) è
l’unità di misura standard equivalente a un
container da 20 piedi (6,10 metri) che
viene utilizzata per misurare la capacità di
trasporto delle navi portacontainer e le
quantità movimentate nei porti. buona
parte dei container misurano 20 o 40
piedi, anche se sono possibili eccezioni sia
in lunghezza che in altezza. un container
da 40 piedi viene quindi conteggiato come
2 teu.
[3]dei rischi che proprio dal mercato dello
shipping possa formarsi una bolla speculativa paragonabile se non peggiore di
quella del mercato immobiliare americano
del 2008 tratta anche un recente report
dell’economist consultabile all’indirizzo
http://www.economist.com/sites/default/files/20140510_international_banking.pdf.
il
settimanale
italiano
internazionale ha pubblicato la traduzione
di alcuni articoli del report sul numero
1057 uscito a fine maggio 2014.
[4] secondo una stima srm–panaro su dati
del mit, il fatturato di un container in transito si aggira intorno ai 300 euro, quello
di un container lavorato è di 2.300 euro.
[5]osservatorio srm sull’economia del
mare, rapporto annuale italian maritime
economy, napoli 2014
[6]sergio bologna nell’intervista realizzata
dal sottoscritto e da stefano lucarelli lo
scorso 8 luglio 2014.
[7]osservatorio srm sull’economia del
mare, analisi della programmazione infrastrutturale e finanziaria dei porti italiani,
collana “public finance”, napoli 2014
da economiaepolitica.it
appello
8 marzo dedicato alle
donne curde
da sengal a kobane
viva la resistenza delle YpJ
dedichiamo la giornata internazionale delle donne 2015 alla rivoluzione delle
donne nel roJava e alla resistenza delle unità di difesa delle donne YpJ!
l’8 marzo 2015, 104 anni dopo la
proclamazione della giornata internazionale delle donne, le
donne di tutto il mondo combattono ancora contro il sistema di
dominio patriarcale. in ricordo
delle lavoratrici tessili a new York
che hanno perso la vita nella loro
resistenza, in occasione della 2a
conferenza internazionale delle
donne nel 1910 su proposta di
clara zetkin è stata istituita la
giornata dell‘8 marzo come simbolo per la lotta e la resistenza
delle donne. questo movimento e
questo grido risuonano ancora
nelle strade. la rivoluzione contro
disuguaglianza, sessismo e ogni
forma di violenza è arrivata fino a
oggi e continua a difendere tutti i
valori umani.
come risultato della grinta e capacità delle donne nel 1977 l‘8
marzo è stato proclamato dall’onu giornata mondiale delle
donne, ma nonostante questo
non è riconosciuto in nessuno a livello ufficiale in alcuno degli stati
membri. oggi come allora le
donne sono esposte a diverse
forme di discriminazione e pensieri e azioni patriarcali. più le
donne ne prendono coscienza e
più si organizzano, più aumenta
la forza con la quale vengono sistematicamente attaccate. gli attacchi contro le donne che si
organizzano e lottano diventano
sempre più profondi e si sviluppano in un femminicidio sistematico della cui esistenza non c’è
consapevolezza e che non viene
riconosciuto come tale. questo
femminicidio viene brutalmente
portato avanti a livello mondiale,
dall‘europa fino all‘africa, dal
medio oriente fino all’america latina. contro le donne viene con-
dotta una vera e propria guerra
non dichiarata. con lo sfruttamento e la violenza si mira a intimidire sistematicamente le donne
come gruppo sociale. senza dubbio le donne hanno fatto resistenza contro questi brutali
attacchi, si sono organizzate e
hanno portato avanti la loro lotta
con costanza.
attraverso la loro lotta che dura
da secoli, le donne hanno ottenuto molti progressi che favoriscono anche l’estensione dei
valori democratici e di libertà
nell‘intera società. in parallelo si
sono rafforzati la violenza e i crimini di guerra contro le donne ed
è aumentata sempre di più la discriminazione e la lesione o l’assenza di diritti delle donne. le
donne sono vittime di cosiddetti
“delitti d’onore”, vengono costrette a matrimoni forzati, stuprate,
subiscono
molestie
sessuali, mutilazioni, vengono
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spinte al suicidio, schiavizzate e
trattate come bottino di guerra.
attualmente gli attacchi contro il
corpo, l’identità, il pensiero e i
sentimenti delle donne in medio
oriente vengono perpetrati in
modo crudele da gruppi terroristici come is. colpiscono tutti i
gruppi etnici e le comunità religiose che si oppongono alla loro
ideologia, curde, turkmene, assire, armene, arabe, yezide curde,
cristiane, sciite, kakai, alevite e
molte altre.
nel 21° secolo, il sistema patriarcale e il suo pensiero hanno ulteriormente perfezionato la loro
politica di femminicidio. in
ucraina 400 donne sono state deportate come bottino di guerra,
stuprate e assassinate. nello
shengal nel kurdistan del sud,
oltre 3000 curde yezide sono
state deportate e stuprate e vengono vendute nei mercati degli
schiavi. nel corso di un anno in
appello
8 marzo 2015
dedicato alle
donne curde
nigeria sono state assassinate almeno 350 donne e almeno 300
bambine e ragazze tra i dodici e i
sedici anni sono state rapite dal
gruppo terroristico boko haram. il
numero reale probabilmente è
molto più elevato. qui si tratta
solo di tre esempi estremi che segnalano sviluppi a livello mondiale. per le donne in questo
mondo non esiste sicurezza. per
questo le donne devono più che
mai provvedere alla propria protezione e organizzare la loro autodifesa.
è proprio questo che attualmente
sta succedendo nel rojava
(espressione curda per il kurdistan occidentale). nei tre cantoni
curdi dell’amministrazione autonoma nel nord della siria le unità
di difesa delle donne YpJ combattono per la sicurezza delle donne
e dell’intera società. le YpJ da
mesi sono sulla linea del fronte
nella difesa di kobane contro gli
attacchi delle bande di is.
la lotta delle YpJ ha creato voglia
di libertà e spirito di resistenza
non solo a livello militare, ma
anche nella coscienza sociale. le
YpJ conducono una lotta contro
tutti i livelli di femminicidio. come
nel 1857 le 129 donne hanno
perso la vita nella lotta come lavoratrici, oggi le combattenti delle
YpJ combattono senza esitazioni
in modo deciso per i valori delle
donne e per i valori dell’umanità
intera. non limitano la loro lotta
contro il femminicidio a una sola
giornata, ma con la loro lotta trasformano ogni giorno nell’8
marzo. la loro lotta di liberazione
è allo stesso tempo un abbraccio
alle donne di tutto il mondo.
in occasione dell‘8 marzo 2015
prendiamo coscienza degli attacchi contro le donne a shengal,
mossul, kirkuk, in nigeria, a gaza,
in ucraina e altrove considerandoli un femminicidio e facciamo
vivere lo spirito di resistenza delle
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tutte le informazioni su
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YpJ come difesa di tutte le donne
in ogni luogo. organizziamo la resistenza ovunque nel mondo le
donne subiscano violenza. diffondiamo insieme lo spirito di resistenza che ci unisce e ci rafforza
contro ogni manifestazione del sistema di dominio patriarcale.
per questo chiamiamo tutte le
donne, iniziative e organizzazioni
di donne a dedicare le loro manifestazioni e azioni per la giornata
internazionale delle donne alla rivoluzione delle donne nel rojava
e alla resistenza delle unità di difesa delle donne YpJ.
viva la solidarietà internazionale delle donne!
resistenza vuol dire vita!
jin jiyan azadî
Donne vita libertà
Rappresentanza Internazionale
del Movimento delle Donne Curde
Facebook:
https://www.facebook.com/8marzo2015?
ref=hl