19 novembre 2014. Appunti SdC con Carrón

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón
Milano, 19 novembre 2014
Testo di riferimento: J. Carrón e D. Prosperi, «NON SONO QUANDO NON CI SEI», Tracce-Litterae
communionis, ottobre 2014, pp. I-XVI.
• Barco Negro
• L’iniziativa
Gloria
«Mi svegliai tremando gettata sulla sabbia. Ma subito i tuoi occhi dissero che non ero brutta, e il
sole penetrò nel mio cuore», abbiamo appena ascoltato. È il primo contraccolpo della realtà che
penetra nel profondo del nostro io. Possiamo svegliarci tremando, sentendoci brutti, ma sono altri
occhi che mi dicono chi sono, e allora il sole penetra nel cuore. E quando qualcuno viene e dice che
se ne è andato, la certezza, solo la certezza di quello sguardo può fare dire: «Sono pazze!», ma
pazze, pazze, perché «io so, amore mio, che non sei mai neanche partito. Perché tutto intorno a me
mi dice che sei sempre con me» («Barco Negro», fado portoghese, testo di D. Mourão-Ferreira).
Perché? Perché possiamo dire che è sempre con me, qualsiasi cosa succeda, qualsiasi pensiero
venga, qualsiasi impressione abbia di me? Perché «io non c’ero e Lui mi ha creato / io non esistevo
e Lui mi ha amato / […] ha preso Lui l’iniziativa / e allora che paura abbiamo?» («L’iniziativa» di
C. Chieffo e M. Neri). Tutto il problema, tutto il dramma del vivere è qui. Allora il cammino da fare
è perché diventi sempre più mio questo sguardo, che è la verità di me, l’unica verità di me, e non
l’impressione che ho io, non l’immagine che ho io, non il sentimento che ho, perché tutto questo è
conseguenza di una modalità con cui mi guardo, è l’esito di un giudizio su di me che è sbagliato,
radicalmente sbagliato, radicalmente falso, perché «io non esistevo e Lui mi ha amato».
Ma non basta ripetere questo, occorre che diventi mio. Sappiamo bene che tra il dire e il fare c’è di
mezzo il mare, perché è questo sguardo, questo desiderio, che si offusca e viene meno. Per questo la
volta scorsa avevamo finito con una domanda pervenuta via mail: «Cosa ci ridesta il desiderio,
l’attesa, la vivezza nella routine spesso offuscata da questi punti morti, da questi momenti bui? Il
reale lo viviamo, volenti o nolenti, ma cosa ci fa vivere intensamente il reale giorno per giorno? A
volte io vorrei avere un desiderio più grande, ma non me lo so dare». Tante volte noi decidiamo
prima ancora di entrare nella realtà che cosa dovrebbe risvegliarci. E ciascuno di noi, appena si
sveglia, ha un’idea di che cosa dovrebbe risvegliarlo, per cui abbiamo già deciso che la stragrande
maggioranza delle cose che ci capitano non ci risveglieranno; il nostro è un punto di partenza quasi
by default, perché abbiamo già deciso che certe cose mai e poi mai potranno risvegliarci. Invece don
Giussani ci introduce alla realtà senza consentirci di decidere in anticipo, perché non sappiamo
come il Mistero, che ci tocca attraverso la realtà, può raggiungerci lungo la giornata.
A questa domanda: «Cosa ci ridesta il desiderio, l’attesa, la vivezza nella routine spesso offuscata
da questi punti morti, da questi momenti bui?», io non avrei saputo cosa risponderti, finché due
settimane fa è successo che…
Questo è il punto: noi non sapremmo rispondere; ma il Mistero, invece di farci una lezione, fa
accadere qualcosa davanti a noi. «Non avrei saputo cosa risponderti, finché due settimane fa è
successo che…». Cosa è successo?
È successo che, cominciando a vivere e a rispondere alle provocazioni che la vita mi poneva, il mio
desiderio è riesploso, rompendo tutti i limiti e le misure che io gli avevo costruito intorno. Infatti
due settimane fa, mentre ero presa dalla definizione che io stessa davo di me (cioè, piena di limiti e
incapace), una ragazza del mio corso, in maniera sorprendente, ha chiesto a me e a un’altra amica
se fossimo di CL. Noi siamo rimaste sorprese, perché non ci spiegavamo da dove nascesse una
simile domanda, e le siamo andate dietro. Le abbiamo raccontato di noi, della nostra appartenenza
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al movimento, del fatto che se lei davvero aveva a cuore di conoscerci, avremmo visto insieme il
video dei sessant’anni di CL, voluto apposta per rispondere alla domanda che le era venuta. Con
grande ironia Dio ci ha usato come Suo strumento. Questa ragazza, infatti, ci ha rivelato che aveva
desiderato conoscerci in quanto sorpresa della nostra pace e gioia di vivere. Il suo desiderio è
continuato e l’ha portata a leggere e sottolineare il testo della Giornata d’inizio anno passo passo,
a venire all’Angelus in università, a venire con noi alla Scuola di comunità. La sua insaziabile
domanda e la sua insistente necessità di capire di più la sua storia di cristiana ha completamente
rotto le mie misure, e il suo sguardo assetato e curioso è entrato anche in me, in me che ho letto
molte volte il testo della Giornata d’inizio anno, ma che mi ero dimenticata che la più grande
possibilità della vita è cominciare a stupirsi delle cose semplici e apparentemente piccole.
L’incontro con questa ragazza ha messo in moto di nuovo il mio desiderio di conoscere, di vivere
con Cristo, che così potentemente ha calamitato per tutta la vita questa ragazza. L’avere solamente
accettato di rispondere alla domanda così apparentemente scomoda di questa compagna, senza
difendermi o scappare, mi ha fatto ritornare finalmente viva e rinata nel desiderio di potermi
stupire ogni istante e non di rintanarmi nel mio “già saputo”. Sono strabiliata che Dio mi abbia
ridonato la sete di Lui, abbia ricominciato a parlarmi, solo per averle detto di sì.
«Il suo sguardo assetato e curioso è entrato anche in me». Lo sguardo di questa ragazza, incontrata
inaspettatamente, ha messo in moto il desiderio fino al punto che ha calamitato tutta la vita di questa
ragazza e ha fatto rinascere il desiderio in lei. E dici: «Sono strabiliata che Dio mi abbia ridonato la
sete di Lui». Come te l’ha ridonata? Attraverso questo imprevisto, un particolare della realtà che
può essere, come in questo caso, una cosa stupenda o che può essere una circostanza non così
stupenda. Alcuni dicono che queste cose succedono solo se si guardano le montagne e se si guarda
una cosa bella, mentre l’accadere di una cosa brutta non parla, non ridesta. E invece…
L’1 marzo 2013 ho fatto un incidente in macchina, in cui è morta mia mamma e io mi sono
praticamente rotto tutto. Sono stato operato d’urgenza e sono stato alcuni mesi in ospedale. Fin dai
primi istanti in cui i miei amici venivano a trovarmi, già fin dalla terapia intensiva, l’unica cosa
che chiedevo loro era: «Non venite qui per consolarmi, per cancellare il dramma che io ho, perché
io ho bisogno di tenere vivo questo dramma per accorgermi di Cristo fatto carne». Io, tra l’altro,
all’inizio vivevo facendo di tutto per uscire il prima possibile dall’ospedale: ero convinto che
dovevo vivere la realtà che avevo di fronte, però per me la realtà con Cristo era fuori dall’ospedale
dove stavo da solo per cinque ore al giorno (e all’inizio, soprattutto, le visite erano sporadiche).
Non era lì dentro la realtà che volevo io. Mi ricordo, per esempio, la fatica incredibile che facevo
nei tentativi di mettermi seduto sul letto: non ci riuscivo ed esausto mi riaccasciavo sul letto. Una
volta c’era un mio amico che mi guardava fare tutti questi tentativi, e io gli ho detto: «Vedi? Io
faccio di tutto per impormi in quel che posso alla realtà che ho di fronte, ma invece capisco che è
proprio lì che Cristo mi chiama, con quelle cinque ore al giorno in cui sto da solo immobile. È con
questo, con la realtà che ho di fronte adesso, che Dio dice di me». Parlandone con un amico mesi
dopo, mi diceva: «Stai imparando un metodo, un metodo per la vita: è la realtà a dettarti il metodo,
non sei tu a imporlo a essa». E in questo per me è stato fondamentale seguire quel luogo dove era
avvenuto l’incontro che io per primo avevo riconosciuto come vero ed essenziale per ripartire dal
niente che avevo in quel momento. Fondamentale per me è stato il mio dramma, ovvero il dramma
del mio cuore, il dramma che nasce dal fatto che la vita o è vocazione o è niente, o è rapporto
costante con l’iniziativa che Cristo prende con te, con cui dice di te attraverso la realtà, o è niente.
Un esempio è che una mattina, qualche mese fa, mi sono svegliato e finalmente mi sentivo
tranquillo. Ho pensato: «Non ho più quell’inquietudine che mi prende tutte le mattine». Allora ho
fatto colazione con calma, mi sono avviato per andare a messa, e dopo dieci minuti non ce la
facevo già più, e, con mia grande sorpresa, mi sono messo a chiedere di poter tornare ad avere
quell’urgenza del cuore, l’urgenza del vivere, la mia urgenza originale (in quanto io sono uomo) di
compimento della mia vita. Perché io avevo affermato, avevo incontrato Colui che aveva risposto e
rispondeva a essa. Mi commuovo accorgendomi del mio seguire. È stata commovente per me la
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proposta della vendita di Tracce, perché mi dicevo: che grazia che qualcuno ci provochi a prendere
coscienza, ad affermare insieme, accompagnandoci, davanti al mondo cosa ha preso la nostra vita,
per cosa vale la pena vivere, per cosa noi viviamo! E come è commovente per me partecipare nella
comunità a tutti i gesti che vengono proposti, perché, indipendentemente dalla coscienza di chi è lì,
io mi accorgo di essere in compagnia di qualcuno che brama Cristo come me, con cui poter
scoprire Cristo. Come è commovente per me la mattina cominciare la giornata, a volte
sorprendendomi nel mio nulla, proprio leggendo la Scuola di comunità, e riaccorgermi che sono
messo di fronte al fatto che Cristo, nella circostanza che ho di fronte, mi chiede di essere oggetto e
strumento del Suo amore per il mondo. Penso a un mio compagno di corso conosciuto a settembre,
a cui ho dato Tracce: ci siamo fatti compagnia fino al punto che prima ha desiderato condividere
con me il gesto della caritativa, poi ha cominciato a venire anche ad altri gesti. Un mio amico
quest’estate mi chiedeva: «Ma perché vivi così? Quando mai sarai tranquillo, così, nella tua
vita?». E io gli ho risposto: «Vedi? Fino a due anni fa avrei lottato per la mia indipendenza anche
nella fede, oggi non posso fare a meno di vivere nella mia dipendenza totale da Cristo». Non so
quante volte non ho fatto ciò a cui ero chiamato, di sicuro tante, e quante volte lo faccio, e quante
volte lo farò, ma non posso più vivere se non col desiderio di poterLo affermare in ogni istante e
circostanza e di accorgermi come mi preferisce in ogni istante e in ogni circostanza. Il mio «sì» è
tuttora un «sì» imperfetto, istante per istante, ma so di Chi consisto e so che valore ha la mia
sequela.
Attraverso ciò che ci capita il Signore ci fa imparare un metodo. Perché è la realtà a dettarci il
metodo, come ci ha detto don Giussani sin dal primo capitolo de Il senso religioso. Ma tutto questo
per noi è come una premessa, poi lo dimentichiamo e decidiamo da noi stessi che cos’è la realtà e
qual è il metodo per viverla. Ma quando capita una cosa come quella che ci ha raccontato il nostro
amico, misteriosamente è proprio lì che cominciamo a imparare davvero il metodo per la vita. Un
momento prima uno cercava l’indipendenza, cercava la realtà dove pensava che fosse (Cristo
doveva essere fuori dell’ospedale, non dentro), cioè accanto alla vita vera. E invece un momento
dopo scopre che Cristo è proprio dove Lui ci ha messo.
In reparto una nostra paziente, a cui io ero molto affezionata, è stata male, e questo ha determinato
un po’ il clima di tutti quanti, è stato un fatto che si è imposto anche proprio per la drammaticità
della cosa. In questa vicenda io mi sono sentita chiamata in causa dentro al rapporto con lei. E
tutto questo l’ho vissuto in turno con un mio collega, un po’ stufo del nostro lavoro, stufo in
generale della vita e arrabbiato, recriminoso, contro il cristianesimo. Un giorno abbiamo finito il
turno, stavamo fumando l’ultima sigaretta prima di andare a casa, mi guarda e mi dice: «Io ti devo
chiedere una cosa». «Dimmi». «Ma tu perché ami così? Io voglio che tu mi insegni ad amare come
ami tu». A me questo ha impressionato, perché mi sono resa conto che io tantissime volte mi sono
posta la domanda sul rapporto con i miei colleghi (anche rispetto al video su CL e a tante altre
cose), ma questo episodio ha illuminato il fatto che il legame, il ponte, che esiste tra ciò che è
accaduto a me e chi ho di fronte sono io! Io, io come bisogno. Io non so perché lui mi abbia fatto
quella domanda proprio in quel momento, non lo so, tanto che sono rimasta senza parole, e poi
siamo andati avanti a lavorare insieme nei giorni successivi e non so a che cosa questo porterà.
Però per me è stato un contraccolpo innanzitutto l’accorgermi di poter rinascere lì dentro, perché
una domanda così ha a che fare con ciò di cui ho bisogno io.
È un altro che a volte, come in questo caso, ci ridesta a noi stessi in questo modo assolutamente
imprevisto, vedendo la modalità nostra di stare nel reale. Ci diciamo questo non per accontentarci o
per lodarci, ma per accorgerci che già il fatto che ci sia stata fatta una domanda così ci ridesta.
Anch’io nel lavoro sulla Scuola di comunità sono partita dalla domanda che tu ci avevi fatto: come
si fa a vivere intensamente il reale giorno per giorno? Cosa ci ridesta il desiderio? E, guardandomi
in azione, ho potuto vedere che tutto è più vero quando affronto le cose partendo da Cristo, cioè
con la coscienza di non essere sola perché Cristo è con me. Cristo: quella bellezza che è entrata
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nella mia vita più di trent’anni fa e che ancora adesso riaccade seguendo te. Il desiderio è proprio
ridestato nella sequela, nel seguire ciò che la Chiesa e il movimento mi indicano. Cristo mi chiama
qui e ora attraverso la nostra compagnia, e così, in modi quasi sempre imprevisti e imprevedibili, il
mio rapporto con Lui diventa più solido, cementifica, così che ora posso dire di non sentirmi – mai!
– abbandonata da Lui. Solo in Lui e da Lui posso ripartire, perché i momenti bui nella giornata ci
sono sempre, ma la luce a cui guardare c’è. È proprio la memoria di Cristo che mi dà un respiro
diverso nell’affrontare le cose. Se penso alla mia storia, dire ora queste parole mi fa venire la pelle
d’oca, perché cinque anni fa, quando è morta tragicamente mia sorella, ero solo arrabbiata con
Cristo perché aveva permesso la sua morte, me l’aveva tolta. Ma proprio quel fatto così doloroso
mi ha messo alle strette e costretta a verificare se veramente Cristo aiuta a vivere, cioè se mi aiuta
a vivere soprattutto un dolore così forte e lacerante. Ora può accadermi di tutto, come in questi
ultimi anni mi è proprio accaduto, ma Cristo è così certo per me che non temo più alcuna cosa,
possono anche togliermi tutto, ma Cristo no, non può più essere tolto dalla mia vita perché vive in
me, nel mio io reso nuovo e certo dalla Sua presenza. Come dice sempre anche don Giussani: la
compagnia è nell’io, non esiste una sola cosa che facciamo da soli. Sto sperimentando proprio quel
che mia sorella scrisse nella sua ultima lettera prima di affrontare un’operazione che poi è finita
male: «Gesù abita la mia vita». Io per mesi mi sono chiesta: ma è così anche per me? Gesù abita la
mia vita? Ora dico di sì, perché tutto ciò che vivo è proprio per rendere gloria a Lui, riconosciuto
come significato del mio vivere. E io sto su questa strada, questa «strada bella», perché nella
sequela imparo a convivere con Cristo, e questo mi fa crescere, certa che tutto diventa sempre più
mio, certa che Cristo riaccade seguendo, cioè standoci.
Come vediamo, la risposta che viene fuori dalle esperienze che abbiamo ascoltato raccontare è che
ciò che ridesta il desiderio è la modalità imprevista e imprevedibile attraverso cui pian piano cresce
la certezza di Cristo. Così noi possiamo partire sempre da questa memoria, che non è un fatto del
passato, perché non possiamo più staccarlo da noi stessi. Questo è l’esito che Cristo porta nella vita:
non ci viene risparmiato niente, ma che l’io cristiano è un io diverso, è un io dove tutto è abitato da
quella Presenza che nessuno ci può più togliere di dosso. È questo che portiamo al mondo, che
mettiamo davanti a tutti nel modo di stare nel reale. Allora, quel che ci ridesta può essere la realtà in
tanti modi o la memoria di Cristo. Ma uno mi domanda attraverso una mail: «Riprendendo il testo e
soprattutto vivendo la vita di ogni giorno, colgo il valore delle circostanze come guida
all’esperienza concreta e stabile di Cristo, ma nello stesso tempo mi sembra che le circostanze da
sole non bastino. Cristo c’è, le circostanze ci sono, ma io mi perdo. Ho famiglia, lavoro, amici,
circostanze e problemi normali, ma l’illogica o forse logica allegria va spesso a farsi friggere. E
allora cosa manca?». Cosa manca?
Sono rimasto molto colpito nell’ultima Scuola di comunità dall’osservazione che tu hai fatto sul
«mitico però» e sul «ma poi», perché io in fondo ho sempre seguito la Scuola di comunità e sono
sempre stato convito di essere d’accordo e capire. Poi uscivo dalla porta e il «mitico però» e il «ma
poi»…
…Entravano dalla finestra!
Eh, sì. Quindi ho provato a rispondere alle domande che tu ci hai lasciato alla fine della scorsa
volta. E questa è la mia esperienza degli ultimi anni di tentativi nel cammino. Fin dalla prima
elementare, mi ricordo che prendevo a calci i sassi in strada chiedendomi perché non potevo essere
come loro: senza pensieri e senza problemi. Tanti fatti, anche drammatici e dolorosi, poi sono
accaduti negli anni: la morte di mia madre quando ero poco più che fanciullo, il dolore di mia
sorella che non può avere figli, la frustrazione di mio fratello per un tumore, le cure di mio padre
per un cancro che non promette bene. Se dovessi tirare la riga, come ho sempre fatto, è evidente
che i conti non tornerebbero, e mi resterebbe, come sempre, una pietistica consolazione religiosa,
buona ma formale. Il fatto, però, di avere sempre avuto i conti che non tornano mi ha
costantemente riempito di tante domande su tutto, e ho sempre avuto paura di non riuscire a
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trovare una risposta, finendo così per eliminare e tacitare le domande, pensando che o ero io che
non funzionavo o le mie circostanze erano troppo cattive.
Capite? «O ero io che non funzionavo o le mie circostanze erano troppo cattive». La conseguenza di
questo è che i conti non tornano, e alla fine resta soltanto «una pietistica consolazione religiosa,
buona ma formale». Come diceva la domanda che ho appena citato: «Cristo c’è, le circostanze ci
sono, ma io mi perdo». Abbiamo tutto, ma io mi perdo. E quindi?
Poi…
«Poi»! Non: «Ma poi»… «Poi»!
Poi ho visto te. E ho notato – questa è la cosa che più mi ha colpito – che non solo tu hai più
domande di me su tutto, ma soprattutto non ne hai paura. Ma come? Sei il responsabile eccetera
eccetera. Dovresti avere risposte! Così per me vivere intensamente il reale è diventato un lasciare
esplodere tutti i giorni queste domande che sono più me di me stesso, sono la mia natura di cui ho
sempre avuto paura. La nostalgia, la tristezza e la solitudine sono compagne tutti i giorni, e non
solo non si spengono, ma aumentano nel tempo, e così mi sono diventate care. Non passa giorno
senza che almeno una parola sentita o un pensiero accolto o una frase letta o uno sguardo
incrociato entri nelle mie domande, mi scuota e mi faccia desiderare di essere di nuovo. Io non
sono un eroe del desiderio che non mi posso dare, ma me ne accorgo quando mi viene riacceso.
Dunque, che cosa manca? Che cosa manca alla fede, tante volte? Manca l’io. Perché non basta dire:
«Cristo c’è». Non basta dire: «Le circostanze ci sono». Io mi posso comunque perdere. Lo
dicevamo in un passaggio degli Esercizi della Fraternità del 2009: «Ma come mai – se è così palese
questa testimonianza, se siamo circondati da una così grande quantità di testimoni –, come mai
dopo un po’ siamo di nuovo smarriti, incastrati nel nostro sentimento, soffocati nella circostanza?
Ciò che manca oggi tra noi non è la Presenza (siamo circondati da segni, da testimoni!); manca
l’umano. Se l’umanità non è in gioco, il cammino della conoscenza si ferma» (J. Carrón, «Dalla
fede il metodo», suppl. a Tracce, n. 5/2009, p. 21). Allora che cosa fa Cristo? In che cosa si
documenta che Cristo c’è e che Cristo sta veramente dando un contributo a ciò che mi manca? Ci
rende consapevoli che così i conti non tornano. Perché neanche a me tornavano i conti; e io di
consolazione religiosa, essendo entrato in seminario a dieci anni, ne avevo tanta quanta ne volevo.
Ma i conti non tornavano. Lo capisco benissimo, per questo so perfettamente che cosa mancava, e
vi ho detto sempre che io ringrazio don Giussani perché, da quando l’ho conosciuto, mi ha
consentito di fare un cammino umano che coinvolge il mio io nel mio cammino, facendomi
prendere sul serio le domande (perché la domanda è una parte fondamentale della strada). E per
questo adesso ho meno paura delle domande, anzi, veramente le considero amiche. Vengano da
dove vengano, escano da dove escano, sorgano da dove sorgano, una domanda è sempre qualcosa
che mi mette in moto alla ricerca di una risposta. Senza le domande Cristo rimarrebbe un «puro
nome», dice Giussani. Ma noi tante volte vogliamo risparmiarci proprio questo! Il risultato è una
fede formale, che poi davanti alle cose ci fa rimanere senza parole. Non è un accanimento del
Mistero contro noi. Tutto quanto ci accade – ci siamo sempre sentiti dire da don Giussani – è per la
nostra maturazione, cioè perché venga sempre più fuori un io consistente. E proprio questa
consistenza è la cosa che veramente sorprende oggi nel reale, come testimonia la domanda che è
stata fatta all’amica che è intervenuta prima: «Ma tu perché ami così?». Perché è possibile stare nel
reale così? Di discorsi religiosi ne hanno tutti da vendere, come anche noi. Ma ciò di cui abbiamo
bisogno noi e di cui hanno bisogno gli altri è di incontrare qualcuno in cui accade qualcosa che
ridesti ancora il desiderio. Questo è possibile.
Vorrei condividere con tutti voi la mia esperienza e il mio incontro con il movimento. Era un
qualunque martedì, mi trovavo a camminare lungo la strada che mi avrebbe condotta fino a casa. A
un certo punto, subito dopo aver attraversato una strada, un ragazzo mi ha fermata chiedendomi di
ascoltarlo per qualche minuto. Cosa voleva quel ragazzo da me? Semplicemente che gli dedicassi
qualche istante, e mi sono detta: perché negarglielo? Ha iniziato a raccontarmi di quanto
Comunione e Liberazione gli avesse cambiato la vita, di quanto il cristianesimo e la presenza di
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Dio fossero importanti per vivere fino in fondo la sua quotidianità. Attraverso l’intensità delle sue
frasi, più mi parlava, più mi guardava negli occhi e più mi rendevo conto di quanto avessi tolto
linfa vitale alla mia esistenza, negli ultimi tempi. Quel giorno quel ragazzo mi ha dato Tracce, un
giornale come un altro, apparentemente. Ma da quando ho iniziato a leggere le testimonianze della
gente, il mio cuore ha nuovamente compreso cosa siano lo stupore, la pienezza e la meraviglia. Mi
dicevo: sono solo parole, semplici parole, ma come fanno a colpirmi così tanto? In allegato al
giornale c’era il video dei sessant’anni del movimento. Guardandolo, ho iniziato a capire in cosa
consistesse Comunione e Liberazione; un qualcosa che mi colpiva nel profondo, ma non mi era
ancora del tutto chiaro. Qualche giorno dopo ho riferito i miei dubbi e posto le mie numerose
domande a quel ragazzo, il quale, cercando di portarmi dinanzi all’esperienza vera e concreta, mi
ha invitato a partecipare alla Scuola di comunità. Non nego che, dal momento in cui ho sentito
quelle meravigliose persone raccontare della propria vita e della loro quotidianità, con immensa
spontaneità mi sono resa conto di quanto il mio mondo fosse stato immobile fino a quel momento. È
stato molto emozionante anche sentire dire a quel ragazzo di quanto il nostro incontro avesse
provocato lui stesso, poiché gli aveva permesso di riscoprire la bellezza di ciò che gli era stato
donato. Dal giorno in cui ho incontrato quel ragazzo e tutti i suoi splendidi amici, che adesso
considero anche miei, ho ricominciato a sentire la presenza di Dio nella mia vita più forte che mai,
ho ripreso a incontrarLo da sola e insieme a loro. Posso solo dirgli grazie per avermi permesso di
far parte di questo mondo, grazie per avermi permesso di stare in prima fila all’inizio di questo
nuovo percorso che è la mia vita insieme a tutti voi. Adesso mi sveglio al mattino con uno scopo,
con la voglia di godere della presenza di Dio in ogni momento della mia giornata e con l’immensa
energia che mi porta a volere incontrare tutti loro ogni giorno per poter raccontare ogni singola
cosa che mi stupisce e mi provoca in ogni istante della mia vita.
Grazie, carissima. La proposta di un gesto come la vendita di Tracce con il dvd allegato ha
provocato in questo ragazzo la riscoperta della bellezza per sé vedendo quel che succedeva in lei.
Una cosa simile mi raccontava un universitario, che ha incontrato e invitato un ragazzo musulmano
a vedere il video, il quale alla fine ha detto: «Io non sapevo ci fosse una cosa così, non mi ero reso
conto che potesse esistere. Bisognerebbe che il mondo lo sapesse!». Abbiamo la testimonianza di
tanti ringraziamenti come questi, e non perché siamo bravi, ma perché condividiamo con gli altri
l’Avvenimento che ci ha preso. È questo il cammino che abbiamo fatto lungo questo mese grazie
alla vendita di Tracce, un’esperienza nella quale ciascuno che vi ha partecipato ha potuto
sperimentare un’enorme possibilità di testimoniare agli altri cosa ci è capitato. Per esempio, una
persona mi raccontava di avere visto il video con un suo collega che era sempre stato avverso al
movimento per un’esperienza avuta con qualcuno di noi nel passato; ma dopo il video, ha dovuto
ammettere: «Non mi tornano i conti. Ho visto un’altra cosa che non immaginavo». La novità che si
è introdotta in questa persona, che aveva e avrebbe tante cose da rimproverarci, non è stata il frutto
di una dialettica, ma del trovarsi davanti la vita di tanti di noi che, con tutti i limiti che sappiamo di
avere, hanno cercato di condividere l’Avvenimento con altri. Perciò, alla fine di questo periodo di
impegno per il Tracce con allegato il video, dobbiamo veramente renderci consapevoli di che cosa è
capitato, affinché non resti un gesto non giudicato, cioè un’esperienza di cui non facciamo tesoro. In
questo anno tante volte ci siamo domandati: che cos’è la presenza? Come possiamo essere presenti
in una situazione storica come questa? Ecco, abbiamo visto che è non così complicato, perché tante
e tante persone sono rimaste colpite e “spiazzate” dalla bellezza di ciò che hanno visto come strada
possibile per loro, trovandosi davanti un’umanità che vorrebbero anche per se stesse. È successo
qualcosa di imprevisto anche per noi, che tante volte ci domandavamo: come possiamo comunicare
quel che ci è capitato? È stato facile, esattamente come lo ha sempre descritto don Giussani: è
qualcosa che viene prima di qualsiasi altra spiegazione. Tutto si può riassumere in quella frase di
Qualcosa che viene prima: «L’avvenimento di Cristo diventa presente “ora” in un fenomeno di
umanità diversa: un uomo vi si imbatte e vi sorprende un presentimento nuovo di vita, qualcosa che
aumenta la sua possibilità di certezza, di positività, di speranza e di utilità nel vivere e lo muove a
seguire» (L. Giussani, «Qualcosa che viene prima», Tracce, n.10/2008, p. 1). È semplice. Perché,
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come emerge dal video, il linguaggio del fatto è la testimonianza, una novità di vita che si vede,
un’esperienza umana desiderabile. E per questo, comunicandolo agli altri, ci siamo ritrovati anche
noi sorpresi di che cosa portiamo, di quale grazia ci è capitata. Lo diceva adesso la nostra nuova
amica: è lei stessa stupita che il ragazzo che ha incontrato si sia reso consapevole di che cosa
portava nel comunicarlo a lei. La fede cresce donandola, cresce testimoniandola. Siamo noi i primi
a trarre frutto dai gesti che ci proponiamo. Quanti di voi lo hanno testimoniato in tante lettere che
sono arrivate a proposito del lavoro per la vendita di Tracce e la diffusione del video, del radunarsi
a vederlo insieme con i vicini, con la gente del condominio, con i colleghi, con gli amici. I primi a
guadagnarci siamo stati noi, come consapevolezza di ciò che ci è capitato. E come il Mistero ce lo
ha ridonato di nuovo? Non facendoci un discorso, ma in carne e ossa attraverso il cambiamento
accaduto agli altri, attraverso lo stupore di parole nuove piene di significato. Avevamo delle ragioni
per impegnarci in questo gesto per ciò che ci è capitato, e abbiamo visto che questo impegnarci ha
dato come frutto il guadagnare ancora più ragioni! «Avevo deciso, per molti validissimi motivi, di
non dare la mia disponibilità alla vendita di Tracce. Il parroco però si è avvicinato e ha chiesto di
presentare noi il gesto al termine della messa. Io ho pensato: perché proprio io, non può farlo
qualcun altro? La sera precedente questo invito del parroco, a Scuola di comunità ci era proprio
stato richiamato di vivere quel gesto testimoniando cosa significava per noi essere del movimento:
il movimento sono io, Tracce sono io. Io me l’ero lasciato scivolare sopra, tanto non mi riguardava.
Ma a quel punto ho dovuto lasciare uno spiraglio al Mistero perché potesse entrare nel mio cuore;
così ho detto di sì e ho cominciato per la prima volta a domandarmi perché io tengo alla Scuola di
comunità, al movimento, a essere cristiana. Ho riscoperto di essere dentro questa strada nella Chiesa
perché sono stata chiamata, scelta, mi sento preferita e sono contenta di essere cristiana. Così ho
chiesto all’assemblea dei fedeli in chiesa di condividere con me questa gioia acquistando, appunto,
Tracce. Il metodo è proprio lo stare davanti alla realtà prima di difenderci da essa, con lo stupore
del bambino che davanti a una cosa che non si aspetta dice: “Oooh!”». Perché questo non è un
tentativo in alcun modo autocelebrativo, a nessuno il video ha consentito questa autocelebrazione.
Come diceva Davide Prosperi durante una riunione: «Vederlo è stato stare davanti a una Presenza
che in qualche modo ti giudica, in senso positivo. Non ci ha lasciato indifferenti [uno si sente messo
in discussione rispetto a quel che vive]. In che senso ci giudica? Davanti a uno che ti racconta una
cosa bella o che ti fa vedere che c’è qualcuno che fa delle cose grandi, avverti immediatamente il
desiderio di una pienezza di vita che è mostrata già in atto in una realtà umana che ha tante facce,
tanti aspetti, ma della quale vedi immediatamente il filo conduttore, sia in Asia o in America o in
Australia. E vedi che realmente è la stessa cosa che sta succedendo, con volti diversi. Una persona
che da tanti anni era un po’ ai margini del movimento, vedendo il video mi ha detto: “Ma io cosa mi
sono perso in tutti questi anni?”. Nella sua semplicità questo colpisce perché vuol dire che uno sente
giudicata la sua vita come una possibilità. In questo senso è un giudizio positivo, è un giudizio che
spalanca il desiderio, che non lascia indifferente, che non ci lascia soltanto un gusto estetico, ma ci
ridesta tutta la voglia di un “di più”, perché uno si sente giudicato davanti a una Presenza». È
l’invito con cui Cristo ci chiama ancora, ha pietà di ciascuno di noi. Per questo avere partecipato a
un gesto così ha portato a tanti di noi una ricchezza inaspettata. Mi auguro che ciascuno di noi possa
farne tesoro, perché tutti i gesti che ci proponiamo, tutte le proposte che ci facciamo, hanno soltanto
questo come scopo. E così non ci lasciamo tranquilli, offrendoci sempre questa possibilità.
Perciò, per la prossima Scuola di comunità riprendiamo l’ultima parte della Giornata d’inizio anno.
Abbiamo visto oggi come tutto si gioca nella drammaticità del vivere. E allora vi propongo di
tenere davanti agli occhi durante questo mese la parabola del figliol prodigo. In essa vediamo come
a quel figlio la realtà era stata data, eccome, la realtà era buona, tutta buona: un padre, una casa, dei
beni. Tutto era positivo, ma non è bastato. Pensate che l’uomo è stato creato da Dio non in una casa
come quella del figliol prodigo, ma addirittura nel paradiso terrestre, e il Padre passeggiava tutte le
sere con l’uomo! Ma siccome era stato creato libero, l’uomo doveva decidere di accettarLo, di
accoglierLo, perché non c’è accesso alla verità, se non attraverso la libertà. Eppure tante volte noi
sentiamo stretto ciò che ci è stato dato, proprio come il figliol prodigo sentiva stretta la sua casa, e
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decise di abbandonarla per andare dietro a una immagine di compimento diversa da quella che gli
era stata donata, per andare dietro a una percezione ridotta del bisogno del proprio io. Così il padre
lo lascia andare, e comincia la grande avventura del vivere. Di quanto tempo abbiamo bisogno per
capire veramente qual è il nostro bisogno e così potere riscoprire la grazia di avere un Padre? Per
questo vi rilancio alcune domande. Che percorso ha dovuto compiere la tua libertà per scoprire la
verità? In che cosa hai potuto scoprire qualche pezzo di verità, qualche aspetto del vivere, attraverso
ciò che ti è capitato nella vita? Niente, come abbiamo visto, è automatico. Niente è automatico,
perché Dio non vuole alcun automatismo. Il padre della parabola non vuole un figlio che stia in casa
formalmente, perché il figlio, a un certo punto, si stanca e va via; e che non basta restare
formalmente lo si vede dall’atteggiamento del figlio maggiore, che non ha ancora imparato cosa
vuol dire essere figlio e allora si lamenta. Mi sembra una questione che dobbiamo avere tutti
davanti ai nostri occhi.
La prossima Scuola di comunità si terrà mercoledì 17 dicembre alle ore 21,30.
Sabato 29 novembre si terrà la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare. È un altro gesto
proposto alla nostra libertà. Ogni anno proponiamo a tutti di partecipare a questo gesto, e nel
periodo di Natale di sostenere le Tende Avsi. Perché facciamo questi gesti? Noi dobbiamo
recuperare di nuovo le ragioni, perché niente è automatico. Ogni generazione deve recuperare le
ragioni, perché gesti come questi sono iniziati anni fa, ma non si può vivere di rendita, dobbiamo
recuperare di nuovo e sempre le ragioni, come diceva Benedetto XVI, vivendo questi gesti come
occasioni educative per risvegliare noi stessi, come abbiamo visto nella vendita di Tracce: quante
persone, facendolo, hanno dovuto darsi le ragioni e le hanno riscoperte nel dialogo con gli altri o in
quello che gli altri hanno detto. Così anche questi gesti sono innanzitutto per noi, non per risolvere
il problema della fame, anche perché non saremmo in grado. Non possiamo pensare di cavarcela da
noi stessi o con qualche strategia di volontariato. Quello che facciamo con la Colletta Alimentare e
con le Tende Avsi è dare un piccolo segnale, attraverso questi gesti noi prendiamo consapevolezza
della natura del nostro bisogno. E il bisogno che abbiamo è quello di imparare la gratuità in tutti i
rapporti, perché ci interessa vivere la gratuità in famiglia, tra moroso e morosa, sul lavoro, nella
comunità; questo è lo scopo per cui don Giussani ci ha educato alla caritativa. Rendendoci conto di
qual è la natura del nostro problema umano, potremo incominciare a capire la grazia che ci è
capitata, come diceva Giovanni Paolo II: «Non ci sarà fedeltà […] se non si troverà nel cuore
dell’uomo una domanda, per la quale solo Dio offre risposta» (Giovanni Paolo II, Omelia, Viaggio
nella Repubblica Dominicana, Messico e Bahamas, Città del Messico, 26 gennaio 1979). In questo
momento storico, in cui tocchiamo con mano la riduzione dell’io, la proposta di questi gesti è
qualcosa di cruciale per riconquistare la coscienza di noi stessi. Per questo, allo stesso tempo,
rispondiamo a un bisogno e acquistiamo coscienza noi di noi stessi e del nostro bisogno. Il
contributo, poi, che possiamo dare a coloro che, pur non essendo del movimento, partecipano alla
Colletta e alle Tende, è proprio quello di potere toccare, almeno in questo momento, il lembo del
mantello attraverso di noi che viviamo questo gesto con la coscienza che don Giussani ci ha
ridestato, a cui ci ha educato con il gesto della caritativa.
È disponibile il Volantone di Natale sia in formato grande che piccolo. Sono due i testi proposti.
Il primo è di papa Francesco: «La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro
personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza.
Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che
si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova».
Il secondo è don Giussani: «È un Altro che prende iniziativa verso la nostra vita, così è un Altro che
salva la nostra vita, la porta alla conoscenza del vero, la porta all’adesione alla realtà, la porta
all’affezione per il vero, la porta all’amore alla realtà. Se si accetta quest’annuncio come un’ipotesi
di lavoro, allora il respiro ritorna, tutto diventa più semplice, si dice pane al pane e vino al vino, vita
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alla vita e morte alla morte, amico all’amico, si diventa più contenti e tutto diventa ancor di più
origine di stupore. E quanto più uno cerca di vivere questo tanto più capisce la sproporzione, e
cammina umilmente, perché questo Altro che interviene mi prende ogni momento, mi prende e mi
riprende, mi rilancia, e compirà l’opera che ha iniziato: ci fa giungere al destino».
Più adeguato per il nostro cammino, ora, è impossibile da trovare.
Nuove date Meeting di Rimini. Questa è una novità storica, attenzione! Vi prego di prendere nota
da subito che il prossimo Meeting di Rimini si terrà da giovedì 20 a mercoledì 26 agosto 2015 con
chiusura alle ore 24.
Veni Sancte Spiritus