22 Giugno 2014

SOLENNITA’ DEL SS CORPO
E SANGUE DI CRISTO
II DOMENICA DOPO PENTECOSTE
Gv 6,51-58; Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1 Cor 10,16-17
II Colletta
Dio fedele, che nutri il tuo popolo
con amore di Padre,
ravviva in noi il desiderio di te,
fonte inesauribile di ogni bene:
fa’ che, sostenuti dal sacramento
del Corpo e Sangue di Cristo,
compiamo il viaggio della nostra vita,
fino ad entrare nella gioia dei santi,
tuoi convitati alla mensa del regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Compiuti i giorni pasquali, portati a pienezza dal giorno di Pentecoste, si chiude il Tempo
di Pasqua e si riapre quello Ordinario.
Le prime due domeniche sono dedicate a due solennità che non hanno una data fissa
nel calendario e la loro celebrazione è fissata nelle due domeniche seguenti la domenica
di Pentecoste: la Santissima Trinità e il Ss. Corpo e Sangue di Cristo.
La II Domenica dopo Pentecoste si celebra la festa in onore del mistero eucaristico, nata
per affermare la presenza reale di Cristo col suo corpo e col suo sangue nell'eucaristia
contro coloro che negavano questa verità. Sebbene sorta nell'ambito della devozione
eucaristica medioevale, la solennità del Corpo e Sangue di Cristo è orientata dalle
direttive conciliari e post conciliari circa il culto del mistero eucaristico nella messa e
fuori della messa.
La Liturgia della “Parola” di questa solennità del “Corpus Domini”, vuole suscitare in
ogni credente un senso di “meraviglia” davanti all’incredibile verità; una realtà che tutti
i cristiani devono testimoniare con la loro fede e il loro amore attraverso l’Eucaristia,
dono che Cristo nella sua immensa bontà ha voluto dare alla sua Chiesa.
L’uomo, anche il più fedele, è spesso scettico o superficiale di fronte a qualcosa di
enormemente misterioso e sorprendente come il “cibarsi” del corpo e del sangue del
suo Salvatore. Per questo il Signore lo invita continuamente a ricordare quanto sia
grande il suo amore per ogni essere umano e l’Eucaristia, che quotidianamente è
celebrata nelle comunità cristiane, è appunto uno stimolo o, meglio, il memoriale di
Gesù all’Ultima cena, quando disse ai suoi apostoli: “Ogni volta che fate questo
ricordatevi di me”. Chi ama veramente non può dimenticare i tanti benefici che ha
ricevuto dalla persona amata; per questo i cristiani dovrebbero guardare ai loro fratelli
ebrei, la cui fede è raccolta nel ricordo storico dei doni e della bontà di Dio verso tutto
il popolo d’Israele.
Ciò che esce dalla bocca del Signore
Dt 8,2-3.14b-16a
Il libro del Deuteronomio si presenta come il testamento spirituale di Mosè, del quale
vengono riportati tre discorsi. Il primo (Dt 1-4) è una riflessione sulla storia passata di
Israele e sulla sua elezione. Il secondo (Dt 5-28) si apre con una lunga introduzione,
con riferimenti storici e ammonizioni (Dt 5-11) a cui fa seguito il Codice deuteronomico
(Dt 12-26), e termina con un lungo elenco di benedizioni e minacce (Dt 27-28). Il terzo
(Dt 29-30) narra l’alleanza rinnovata a Moab. Gli ultimi capitoli (Dt 31-34) sono
aggiunte. Il libro è attribuito a Mosè, ma in realtà stato composto dopo l’esilio babilonese
e contiene gli sviluppi della predicazione di una scuola profetica fiorita alcuni decenni
prima dell’esilio, il cui scopo era di inculcare agli israeliti la fedeltà all’alleanza come
condizione per vivere felici nella terra promessa. In Dt 8 l’accento è posto sulle
tentazioni che essi dovranno superare per raggiungere questo scopo. Il predicatore
vuole mostrare come ciò sia possibile solo ricordando le prove che i padri hanno dovuto
superare durante le peregrinazioni nel deserto. Il capitolo inizia con un’esortazione,
seguita da un alternarsi di allusioni all’esperienza passata (deserto) e a quella futura
(possesso della terra), che terminano ciascuna con una pressante esortazione; il tutto
concluso con benedizioni e minacce. Il testo liturgico riporta solo il primo (vv. 2-3) e il
secondo (vv. 14b-16a) riferimento all’esperienza del deserto.
Esperienza del deserto (vv. 2-3)
Il testo liturgico inizia con un invito rivolto da Mosè al popolo di Israele che si trova nelle
steppe di Moab, pronto ad attraversare il Giordano e a entrare nella terra promessa:
«Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi
quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi
nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi» (v. 2). La generazione uscita
dall’Egitto è ormai scomparsa e davanti a Mosè si trovano soltanto quelli che sono nati
nel deserto e che hanno fatto l’esperienza delle sofferenze che comportava il muoversi
continuamente in un territorio inospitale. In realtà il discorso è rivolto a coloro che già
si trovano nella terra di Canaan e rischiano di dimenticare le difficoltà che i loro
progenitori hanno dovuto superare prima di prenderne possesso. Il predicatore
attribuisce queste sofferenze a un’esplicita decisione di Dio, il quale voleva in tal modo
«umiliare», spezzare il loro orgoglio e la loro presunzione di poter attuare da soli la
propria liberazione. Inoltre con esse Dio ha voluto anche «tentarli», vedere se sarebbero
stati capaci di superare gli ostacoli che si trovavano davanti. Le difficoltà incontrate
erano dunque un mezzo per verificare se essi in tali circostanze avrebbero avuto fiducia
in lui, senza lamentarsi e senza rimpiangere i comodi che la schiavitù in Egitto forniva.
Egli non voleva quindi istigarli al male, ma metterli alla prova per far emergere le loro
vere disposizioni d’animo e allenarli a superare difficoltà ancora più grandi.
Nel versetto successivo si riprende lo stesso tema specificando meglio come JHWH si è
comportato con Israele (v. 3). Si ripete che Dio ha voluto umiliare gli israeliti e si spiega
che a tale scopo ha fatto provare loro la fame. L’umiliazione più grande è quella che
consiste nel non essere in grado di procurarsi il cibo necessario alla propria
sopravvivenza. Consentendo questa prova, Dio però non ha voluto tirare troppo la corda
e subito dopo ha dato loro la manna, che non era frutto del loro lavoro, ma puro dono
divino. L’alternarsi di privazione e di dono è stato altamente istruttivo per Israele e gli
ha fatto comprendere che l’uomo non vive solo del pane che lui stesso è capace di
procurarsi, ma di «quanto esce dalla bocca di Dio». Questa espressione si riferisce alla
manna, in quanto cibo dato da Dio, ma anche alla sua parola, contenuta nei dieci
comandamenti del decalogo, la cui pratica è per Israele fonte della vera vita. La manna
è quindi il simbolo della parola di Dio. Mangiare la manna significa essere aperti alla
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parola di Dio, essere disposti a osservarla, fidarsi di lui e delle benedizioni contenute
nell’alleanza. Chi obbedisce ai comandamenti non può mancare del necessario per
vivere, perché il rispetto della giustizia che essi esigono comporta anche l’acquisizione
di quei beni materiali di cui tutti hanno bisogno per vivere.
Nel brano successivo, omesso dalla liturgia si dice che, oltre alla manna, Dio ha dato al
popolo tutto ciò di cui aveva bisogno (v. 4). Dopo aver presentato l’esperienza del
deserto, l’autore esorta il popolo a riconoscere che le prove allora sostenute sono state
una «correzione» che veniva da Dio come da un padre e rinnova l’invito a osservare i
suoi comandi, a camminare nelle sue vie e a temerlo (vv. 5-6). Prosegue poi osservando
che il possesso della terra che Dio sta per dare al suo popolo comporta l’abbondanza di
tutti i beni e che anche in questa situazione il popolo non deve dimenticare il Signore
suo Dio, perché ciò lo porterebbe inevitabilmente a trasgredire i suoi comandamenti
(vv. 7-11). Nella terra il popolo possederà case, bestiame, argento e oro, ma non dovrà
inorgoglirsi, per non dimenticare il Signore suo Dio (vv. 12-14a).
Nuovo riferimento al deserto (vv. 14b-16).
Il testo liturgico riprende nel punto in cui Mosè esorta nuovamente gli israeliti affinché,
quando si troveranno nella terra promessa e godranno di beni che non si sono procurati
da sé, ricordino l’esperienza del deserto (vv. 14b-16). Ciò che gli israeliti non devono
dimenticare è il fatto che non è merito loro se sono arrivati al punto in cui si trovano.
Come essi stessi hanno potuto constatare, è stato JHWH che li ha fatti uscire dall’Egitto,
liberandoli dalla schiavitù in cui si trovavano. È lui che ha fatto loro attraversare un
territorio desolato, senz’acqua, popolato da animali pericolosi, e proprio lì li ha dissetati
con l’acqua dalla roccia e con la manna.
Nel seguito del testo, omesso dalla liturgia, Mosè ripete che JHWH ha fatto tutto ciò
«per umiliarti e per provarti» e «per farti felice nel tuo avvenire». Ed esorta il popolo a
non attribuire alle proprie capacità e ai propri sforzi l’acquisto di quanto un giorno
possederà (v. 17). Concludono il testo le benedizioni e minacce. Se vogliono ottenere
la benedizione di JHWH, gli israeliti non dovranno attribuire a sé il merito di quanto
possiederanno, ma dovranno ricordarsi che JHWH dà loro forza per acquistare sempre
nuove ricchezze; queste a loro volta, in quanto segno della fedeltà di Dio all’alleanza,
susciteranno in loro una fedeltà più profonda, rendendo stabile l’alleanza stessa (v. 18).
Invece la dimenticanza di JHWH porterà alla distruzione di tutto il popolo (vv. 19-20).
Sulla sfondo vi è la grande catastrofe dei regni di Israele e di Giuda, a cui seguirà l’esilio.
La parenesi contenuta in questo brano deve servire non per gli israeliti del tempo di
Mosè, ma per i loro discendenti. Essi sono invitati a ricordare quel momento lontano in
cui i loro padri hanno lasciato il deserto per entrare nella terra promessa. Solo così si
renderanno conto che la vera tentazione non è quella da loro subìta nel deserto, ma
quella che stanno sperimentando ora nella terra in cui si trovano da lungo tempo e
godono un benessere che non avevano previsto. Infatti, se il benessere è causa di
orgoglio e di autosufficienza, la privazione del necessario porta ad appoggiarsi a un
altro. L’unico rimedio contro la tentazione del benessere sta quindi nel ricordare che
tutto quanto si possiede è dono di Dio.
Per i giudei che dopo l’esilio ritornavano nella terra promessa c’era il pericolo di
considerarsi gli artefici del proprio destino e di attuare così una società spaccata tra
ricchi e poveri, in cui almeno per una parte della popolazione si rinnovava la dura
condizione di schiavitù. La scuola deuteronomica mostra come il benessere materiale
sia importante, a patto però che sia debitamente ridistribuito. Questo il senso del
progetto di liberazione portato avanti nell’esodo, che gli israeliti non devono mai
dimenticare, anche quando i beni materiali saranno più a portata di mano.
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PRIMA LETTURA
Dal libro del Deuteronòmio
(8,2-3.14b-16a)
Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto
percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti
alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti
osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito
di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai
conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma
che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra
d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo
deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di
scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te
l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna
sconosciuta ai tuoi padri».
Parola di Dio.
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SALMO RESPONSORIALE
(Sal 147,12-15.19-20)
L’antica versione greca della Bibbia, detta dei “Settanta”, e quella latina, detta
“Volgata”, hanno diviso in due parti questo stupendo Salmo (il 146 e il 147), restituendo
così al Salterio gli stessi numeri dell’originale ebraico. Il secondo brano, dal quale è
tratto il “Salmo responsoriale” di questa solennità, è tra i più celebri di tutto il Salterio,
e dalle parole del versetto che apre la composizione, la tradizione cristiana lo ha titolato
“Lauda Jerusalem Dominum”; esso, infatti, è un invito a lodare e glorificare il Signore
per la sua azione divina sul creato e nella storia. In questa “cantata” in onore del Signore
del cosmo o, meglio, di un Dio che dirige le grandi vicende dei popoli, l’attenzione del
poeta si sofferma sulle realtà naturali e su quelle umane, tutte affidate alla provvidenza
divina.
La gioia pervade tutto questo Salmo che celebra il Signore come creatore, liberatore,
amico, provvidenza e sposo del suo popolo che egli ricolma di pace e di delizie. Chi può
essere più felice del vero credente che ha ricevuto la grazia di conoscere il Signore,
l’unico vero Dio, ed è stato introdotto da Cristo nel regno dei cieli? Chi crede veramente
non dirà mai abbastanza quanto sia bello e dolce lodare il Signore, quanto sia pura e
profonda la gioia di sentirsi già nella città di Dio, membro della sua famiglia.
R.
Loda il Signore, Gerusalemme.
Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
R.
Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.
R.
Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.
R.
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La comunione con il corpo di Cristo
1 Cor 10,16-17
Questo testo, che illustra con grande chiarezza e profondità il significato dell’eucaristia,
si trova nella sezione della lettera in cui Paolo affronta il problema delle carni sacrificate
agli idoli (cc. 8-10). In essa, dopo aver indicato nel rispetto della coscienza altrui il
principio a cui ispirarsi nella soluzione del problema (c. 8), Paolo prospetta come punto
di riferimento il suo esempio personale (c. 9) e infine passa a dare alcune direttive
pratiche (c. 10). In quest’ultimo capitolo, ispirandosi all’esperienza storica di Israele,
mette anzitutto in guardia i suoi lettori sul pericolo di idolatria (10,1-13). A questo
punto, dopo due versetti di transizione in cui invita a fuggire l’idolatria e a farsi su ciò
un’idea personale (vv. 14-15), affronta il problema più grave, quello cioè della
partecipazione ai banchetti sacrificali in onore delle divinità pagane. Egli ne descrive le
implicazioni religiose facendo riferimento al significato che rivestono da una parte la
celebrazione cristiana (vv. 16-17) e dall’altra i sacrifici giudaici (v. 18) e quelli delle
altre religioni (vv. 19-22). In seguito affronterà le altre situazioni in cui il problema si
ripropone (vv. 23-30), concludendo poi con alcuni principi generali (vv. 31-33). La
liturgia si limita a proporre l’accenno alle celebrazione cristiane.
A un cristiano poteva capitare facilmente di assistere al sacrificio con cui si concludeva
qualche celebrazione familiare o sociale e di essere invitato a prendere parte al
banchetto che faceva seguito. Come doveva comportarsi in tali circostanze? La risposta
si coglie anzitutto se si considera che cosa avviene nella celebrazione cristiana della
Cena (v. 16). Il calice da cui i cristiani bevono, dopo aver pronunziato su di esso la
stessa benedizione proferita un giorno da Cristo, ha il potere di metterli in comunione
con il sangue di Cristo; nello stesso modo il pane che essi spezzano e consumano
insieme li mette in comunione con il corpo di Cristo. Gli elementi eucaristici non sono
presentati come il corpo e il sangue di Cristo, ma come dei segni che hanno il potere,
nel contesto del rito che commemora la morte e la resurrezione di Cristo, di stabilire un
vero rapporto di comunione con lui. Non sono dunque simboli vuoti, ma strumenti
efficaci della presenza di Cristo stesso. Al rapporto di comunione con Cristo attuato
nell’eucaristia corrisponde poi un rapporto non meno reale e profondo tra i partecipanti:
i credenti, partecipando di quell’unico pane che mette in comunione con il corpo di
Cristo, formano un corpo solo, che è Cristo stesso con le sue membra (v. 17).
A conferma di ciò che avviene nell’eucaristia Paolo porta poi l’esempio dei banchetti
sacrificali ebraici: anche in questi si attua un rapporto strettissimo di comunione tra gli
offerenti e l’altare, che rappresenta Dio stesso (v. 18). Infine, rispondendo alle obiezioni
di chi ritiene che non ci sia distinzione tra la carne normale e quella sacrificata agli idoli,
osserva che questa in realtà è offerta ai demòni e conclude che non si può bere il calice
del Signore e il calice dei demòni, partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei
demòni, perché così facendo si provocherebbe la gelosia del Signore (cfr. vv. 19-22).
La conclusione è chiara, anche se Paolo non la formula in modo esplicito: è il rapporto
di comunione con Cristo e con i fratelli attuato dall’eucaristia che porta ad escludere la
partecipazione a qualunque altro rito tendente a creare la comunione con gli idoli.
Il problema se sia lecito partecipare ai banchetti sacrificali è risolto da Paolo in modo
negativo. Il credente non può mai partecipare a tali banchetti, anche se a ciò lo spingono
opportunità familiari e sociali di vario tipo. In essi infatti il contatto con una religiosità
diversa dalla fede cristiana è troppo forte, ed è facile, anche senza volerlo, essere
completamente riassorbiti da essa.
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Non bisogna però limitarsi a una lettura superficiale della direttiva paolina. In primo
piano infatti egli non mette la proibizione, ma l’esperienza cristiana che la ispira. Ciò
che secondo lui è determinante per il comportamento cristiano non è la paura che i suoi
interlocutori siano riassorbiti in quel mondo religioso da cui erano appena usciti, ma la
comunione che nella cena essi sperimentano con Cristo e tra di loro. In essa infatti non
partecipano a un rito formale, ma sono coinvolti in un rapporto nuovo, che fa di essi un
corpo solo, come parte del corpo stesso di Cristo. Questa unione con Cristo, che ha
luogo nella celebrazione eucaristica, non ha un significato mistico, ma implica la
condivisione di tutto ciò per cui egli è vissuto ed è morto su una croce. In confronto con
questa comunione intima e personale, quella che si attua nei sacrifici israelitici è ben
poca cosa, mentre quella che avviene nei sacrifici pagani è deleteria e fuorviante.
Tuttavia è significativo il fatto che Paolo veda un’analogia, sotto l’aspetto sacrificale, tra
la cena del Signore e i riti di altre religioni. Ma è chiaro che egli considera il sacrificio
non come un dono fatto alla divinità per renderla propizia, bensì come un segno di
comunione tra l’uomo e Dio. Era questo in realtà il significato che il rito sacrificale aveva
nella religione israelitica. Paolo coglie questo significato comunionale anche nei riti delle
altre religioni, ma li squalifica come strumento di comunione non con il vero Dio, bensì
con i demoni. Questa affermazione deve essere presa in modo critico. È vero che tutte
le religioni sconfinano facilmente nella magia e nella superstizione. Ma la stessa cosa
può dirsi anche di un rito cristiano, magari improntato a grande devozione, nel quale
però manca del tutto o in parte l’assunzione del progetto di liberazione attuato da Cristo,
e di conseguenza una vera comunione di vita tra coloro che si dichiarano cristiani.
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SECONDA LETTURA
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
(10,16-17)
Fratelli,
il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse
comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non
è forse comunione con il corpo di Cristo?
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo:
tutti infatti partecipiamo all’unico pane.
Parola di Dio.
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8
SEQUENZA
La sequenza è facoltativa e si può cantare o recitare anche nella forma breve, a
cominciare dalla strofa: Ecce panis.
Se la sequenza viene omessa, segue il CANTO AL VANGELO.
[ Sion, loda il Salvatore,
la tua guida, il tuo pastore
con inni e cantici.
Obbedienti al suo comando,
consacriamo il pane e il vino,
ostia di salvezza.
Impegna tutto il tuo fervore:
egli supera ogni lode,
non vi è canto che sia degno.
È certezza a noi cristiani:
si trasforma il pane in carne,
si fa sangue il vino.
Pane vivo, che dà vita:
questo è tema del tuo canto,
oggetto della lode.
Tu non vedi, non comprendi,
ma la fede ti conferma,
oltre la natura.
Veramente fu donato
agli apostoli riuniti
in fraterna e sacra cena.
È un segno ciò che appare:
nasconde nel mistero
realtà sublimi.
Lode piena e risonante,
gioia nobile e serena
sgorghi oggi dallo spirito.
Mangi carne, bevi sangue;
ma rimane Cristo intero
in ciascuna specie.
Questa è la festa solenne
nella quale celebriamo
la prima sacra cena.
Chi ne mangia non lo spezza,
né separa, né divide:
intatto lo riceve.
È il banchetto del nuovo Re,
nuova, Pasqua, nuova legge;
e l'antico è giunto a termine.
Siano uno, siano mille,
ugualmente lo ricevono:
mai è consumato.
Cede al nuovo il rito antico,
la realtà disperde l'ombra:
luce, non più tenebra.
Vanno i buoni, vanno gli empi;
ma diversa ne è la sorte:
vita o morte provoca.
Cristo lascia in sua memoria
ciò che ha fatto nella cena:
noi lo rinnoviamo,
Vita ai buoni, morte agli empi:
nella stessa comunione
ben diverso è l'esito!
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Quando spezzi il sacramento
non temere, ma ricorda:
Cristo è tanto in ogni parte,
quanto nell'intero.
Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev'essere gettato.
È diviso solo il segno
non si tocca la sostanza;
nulla è diminuito
della sua persona. ]
Con i simboli è annunziato,
in Isacco dato a morte,
nell'agnello della Pasqua,
nella manna data ai padri.
Buon pastore, vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi.
Tu che tutto sai e puoi,
che ci nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.
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La carne e il sangue del Figlio
Gv 6,51-58
Nel lungo discorso che fa seguito alla moltiplicazione dei pani Gesù illustra, secondo
Giovanni, quello che sarà per le comunità giovannee il significato profondo della Cena
del Signore. Lo sviluppo del pensiero non è del tutto chiaro, ma si possono evidenziare
le seguenti articolazioni: per mezzo del Figlio dell’uomo il Padre dà il vero pane dal cielo,
nel quale si concretizza in modo simbolico la salvezza promessa dai profeti (vv. 25-29);
in seguito alla domanda posta dai presenti, Gesù prosegue affermando che questo pane
non è qualcosa di separato da lui, ma si identifica con la sua stessa persona (vv. 3235); egli infatti è stato mandato dal Padre a portare la vita a chi crede in lui (vv. 3640). In seguito alle ulteriori mormorazioni dei giudei, Gesù sottolinea che per mezzo di
lui si attua l’attesa di un ammaestramento conferito direttamente da Dio (vv. 41-47);
infine, sullo sfondo dell’episodio biblico della manna, Gesù si presenta nuovamente
come il pane della vita (vv. 48-50).
Subito dopo Gesù riprende l’affermazione del v. 48 riformulandola in questo modo: «Io
sono il pane vivo, disceso dal cielo» (v. 51a). E prosegue: «Se uno mangia di questo
pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51b).
In quest’ultima affermazione il pensiero fa un passo in avanti: il pane che Gesù darà
non solo si identifica con la sua persona, ma è la sua stessa carne che deve essere
mangiata perché possa comunicare la vita. Nel linguaggio biblico la carne non è altro
che la persona umana, vista però in tutta la sua limitatezza e fragilità. In Gesù, Figlio
di Dio e Figlio dell’uomo, il Verbo si è fatto carne, e ora dà la sua carne in cibo
all’umanità. In questa frase il verbo «dare» e la particella «per» richiamano il dono di
sé che il Servo di JHWH fa per riportare il suo popolo a Dio; di conseguenza, nel
linguaggio della chiesa primitiva e dello stesso Giovanni, questi termini indicano la morte
di Gesù in croce, il cui scopo è quello di mettere la vita eterna a disposizione del mondo,
cioè di tutta l’umanità. L’identificazione del pane della vita con la «carne» di Gesù
orienta l’attenzione dell’ascoltatore/lettore al pane che nell’ultima cena Gesù darà ai
suoi discepoli come segno del suo corpo. Giovanni però preferisce usare il termine
«carne» che per lui indica l’essere umano vivente, mentre parla di «corpo» soltanto in
riferimento al cadavere di Gesù.
Nel brano successivo Gesù focalizza la sua attenzione su questo aspetto del suo
annunzio. I giudei esprimono nuovamente la loro incredulità chiedendosi: «Come può
costui darci la sua carne da mangiare?» (v. 52). Gesù non risponde alla loro domanda,
ma prosegue: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio
dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (v. 53). Con queste
parole Gesù, invece di attenuare il senso dell’affermazione precedente, ne accentua il
carattere realistico sottolineando come per avere la vita sia necessario non solo
mangiare la sua carne ma anche bere il suo sangue. Nel linguaggio biblico l’espressione
«carne e sangue» designa la persona umana nella sua totalità. Il fatto che la carne sia
disgiunta dal sangue rimanda alle parole della cena e più a monte allude da una parte
ai sacrifici del tempio, nei quali carne e sangue venivano separati, e dall’altra alla morte
di Gesù in croce, interpretata in chiave sacrificale. Sullo sfondo è presente anche il tema
biblico del banchetto escatologico e del banchetto della sapienza, dove si parla non solo
di cibo, ma anche di bevanda. La disgiunzione della carne da mangiare dal sangue da
bere comporta una grave provocazione nei confronti del mondo giudaico, per il quale il
sangue non poteva essere bevuto.
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Nei due versetti successivi Gesù prosegue: «Chi mangia la mia carne e beve il mio
sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero
cibo e il mio sangue vera bevanda» (vv. 54-55). Con queste espressioni egli non fa altro
che ribadire quanto affermato precedentemente. Il verismo del mangiare non elimina
però il significato simbolico dell’affermazione. L’effetto di questo mangiare e bere è la
vita eterna che appare come una realtà già presente e al tempo stesso futura, in quanto
coincide con la risurrezione che avrà luogo «nell’ultimo giorno».
Il significato della vita promessa a chi mangia la sua carne e beve il suo sangue viene
ulteriormente specificato da Gesù con queste parole: «Chi mangia la mia carne e beve
il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e
io vivo per (mezzo di) il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per (mezzo di)
me» (vv. 56-57). Tra Gesù e colui che mangia il suo corpo e beve il suo sangue, si
instaura dunque un’intima comunione di vita, che si modella su quella che unisce Gesù
al Padre, anzi ne è la conseguenza e lo sviluppo logico: come il Figlio, che è stato
mandato dal Padre, attinge da lui tutta la sua vita, così chi mangia il Figlio attinge da
lui quella stessa vita che egli ha ricevuto dal Padre.
Il discorso giunge così alla sua conclusione: «Questo è il pane disceso dal cielo, non è
come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in
eterno» (v. 58). Con queste parole Gesù, riprendendo espressioni già usate
precedentemente, afferma di essere lui il pane disceso dal cielo, perché, diversamente
dalla manna, dà una vita che dura eternamente. La sua persona, donata sulla croce per
la salvezza di tutta l’umanità e rappresentata nei segni eucaristici del pane e del vino,
è dunque il nutrimento dei tempi escatologici, dal quale scaturisce la vita piena nella
comunione con il Padre.
In questo brano viene approfondita la dimensione eucaristica dell’incontro con Gesù. In
primo piano c’è sempre il rapporto interpersonale con lui, attraverso il quale il credente
entra in comunione con Dio. Ma qui si sottolinea come questo rapporto si consegua non
più attraverso uno scambio diretto con lui, come avviene tra persone viventi, ma
mediante un gesto simbolico, che è quello del mangiare un cibo e nel bere una bevanda
che significano la sua presenza viva nella comunità. Il fatto che i due elementi siano
identificati con la sua carne e il suo sangue presuppone che i credenti vedano in essi la
sua persona, con le sue scelte concrete e i suoi progetti, espressi in modo pieno proprio
nel momento in cui carne e sangue si sono separati, cioè nella sua morte. È chiaro che
il discorso tende a mostrare come gli stessi rapporti che i discepoli avevano con Gesù
durante la sua vita terrena possono essere mantenuti anche dopo la sua morte mediante
la partecipazione al rito comunitario della cena.
In questo brano appare chiaro che nel mangiare la sua carne e nel bere il suo sangue
si attua l’incontro con Gesù, che ha lo scopo di stabilire un’intima comunione con Dio,
modellata su quella che Gesù ha con il Padre. Dio è la fonte unica della vita che dal
Figlio si trasmette ai credenti. Meno sottolineato è invece l’impatto di questa comunione
sui rapporti dei credenti tra di loro. Su questo aspetto l’evangelista ritornerà con grande
insistenza nei discorsi attribuiti a Gesù nel contesto dell’ultima cena.
Commenti tratti da: Commenti ai testi biblici - Padre A. Sacchi (Nicodemo.net)
Istituto Agosti BL –Parole di Vita (agosti.it)
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CANTO AL VANGELO
(Gv 6,51)
Alleluia, alleluia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
Alleluia.
VANGELO
Dal Vangelo secondo Giovanni
(6,51-58)
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo
pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita
del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può
costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la
carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in
voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita
eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è
vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in
lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il
Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane
disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e
morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno»
Parola del Signore.
Commenti tratti da: Commenti ai testi biblici - Padre A. Sacchi (Nicodemo.net)
Istituto Agosti BL –Parole di Vita (agosti.it)
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