L`OSSERVATORE ROMANO

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L’OSSERVATORE ROMANO
POLITICO RELIGIOSO
GIORNALE QUOTIDIANO
Non praevalebunt
Unicuique suum
Anno CLV n. 115 (46.953)
Città del Vaticano
sabato 23 maggio 2015
.
L’Is impedisce ai civili di fuggire
Denuncia della Croce rossa
Palmira in ostaggio
Devastante in Nigeria
la crisi umanitaria
Miliziani jihadisti all’offensiva anche in Iraq
DAMASCO, 22. Sono molti i civili rimasti intrappolati nella città siriana
di Palmira, caduta in mano ai miliziani del cosiddetto Stato islamico
(Is). Secondo quanto riferito da rappresentanti dell’Onu all’emittente
britannica Bbc, i jihadisti impedirebbero alla popolazione rimasta ancora
in città di allontanarsi. L’Onu non
ha proprio personale a Palmira, ma
suoi funzionari hanno parlato di
fonti credibili e si sono detti profondamente preoccupati, viste le notizie
di esecuzioni sommarie di soldati siriani e civili già brutalmente perpetrate dai miliziani.
Questi ultimi, in ogni caso, stanno
consolidando le loro posizioni. In
nottata hanno occupato il villaggio
di al Sawana e il posto difensivo di
Al Basiri, lungo la strada che da Palmira porta alla capitale Damasco, e
ora puntano sui villaggi di Al Farqlas dove hanno ripiegato le truppe
governative in fuga da Palmira.
Secondo informazioni non verificabili sul terreno in maniera indipendente, i jihadisti starebbero effettuando distruzioni anche nel sito archeologico dell’antica Palmira, dichiarato dall’Unesco patrimonio
dell’umanità. «Sappiamo già che ci
sono state delle distruzioni, sono
crollate delle colonne, c’è stato un
bombardamento», ha detto ieri pomeriggio a Ginevra la direttrice
dell’organismo dell’Onu, Irina Bokova. «Non abbiamo tutte le informazioni, ma ciò che vediamo nei
media e ciò che ci dicono gli esperti
è molto preoccupante», ha puntualizzato la responsabile dell’Unesco.
L’Is ormai occupa quasi metà del
territorio siriano, un’area di circa
centomila chilometri quadrati, in
gran parte desertica, ma nella quale
sono comprese zone in cui si trovano almeno una sessantina di pozzi
di petrolio.
Il gruppo jihadista è all’offensiva
anche in Iraq. Secondo fonti militari, ieri sera sono state sfondate le linee difensive irachene nella zona di
Husaiba, dieci chilometri a est di
Ramadi, occupata dall’Is questa set-
timana, lungo la direttrice che porta
a Falluja e a Baghdad.
Sempre ieri sera, l’emittente televisiva satellitare Al Arabiya ha riferito
che l’Is ha preso il controllo di un
valico di frontiera tra la Siria e
l’Iraq, quello di Al Walid, in territorio siriano, dopo che le forze governative si sono ritirate.
Dalla Siria è giunta oggi anche la
notizia del sequestro del sacerdote
Jacques Murad, prelevato da due
uomini armati che hanno fatto irruzione nel monastero di Mar Elian,
situato nella provincia di Homs.
L’arcidiocesi siro cattolica di Homs
Sanguinoso
attentato
in Arabia Saudita
Le rovine di Palmira (Reuters)
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RIAD, 22. Un attentatore suicida
ha fatto strage oggi in una moschea sciita nel nord-est dell’Arabia Saudita. Al momento in cui
andiamo in stampa, alcune fonti
parlano di sette morti, ma secondo altre sono almeno trenta.
L’esplosione è avvenuta nella moschea dedicata all’imam Ali Qadiha, nella provincia saudita a
maggioranza sciita di Al Qatif.
Un portavoce del ministero
dell’Interno di Riad ha confermato l’esplosione, ma non ha voluto
dare finora ulteriori dettagli. Nella moschea, secondo le informazioni diffuse dalle agenzie di
stampa, si trovavano circa centocinquanta fedeli per la tradizionale preghiera del venerdì.
ha confermato il sequestro, che sarebbe avvenuto tra lunedì e giovedì.
Secondo fonti citate da Fides, insieme con padre Murad sarebbe stato
rapito anche il diacono Boutros
Hanna. Il monastero di Mar Elian è
una filiazione di quello di Dier Mar
Musa Al Habaschi, rifondato dal gesuita Paolo Dall’Oglio, sequestrato
anch’egli il 29 luglio 2013 e del quale
da allora non si hanno notizie certe.
Dai fronti libici, intanto, la minaccia dei gruppi jihadisti che all’Is si
rifanno, potrebbe aver spinto a una
sorta di momentanea alleanza i due
Governi che si sono insediati nel
Paese, quello internazionalmente riconosciuto che ha sede a Tobruk e
quello islamico di Tripoli. Fonti della stampa locale hanno riferito che
nelle ultime ore c’è stata un’azione
congiunta contro le milizie jihadiste
da parte dell’Esercito libico nazionale (Lna), quello lealista a Tobruk, e
delle brigate di Misurata, che fanno
riferimento al Governo di Tripoli. Ci
sarebbe stato cioè un bombardamento dell’aviazione dell’Lna e un contemporaneo attacco della brigata 166
di Misurata contro postazioni jihadiste che bloccano un’importante arteria stradale nei pressi di Sirte.
Una versione diversa, in base alle
proprie informazioni, è stata data
però dall’agenzia di stampa italiana
Ansa alla quale fonti di Misurata,
pur confermando l’azione della brigata 166, hanno dichiarato che a intervenire è stata l’aviazione della loro coalizione, la Fajr Libya, e non
quella dell’Lna.
Questa mattina, comunque, siti
d’informazione libica hanno riferito
che le milizie jihadiste hanno occupato nuove postazioni intorno a Sirte, in particolare una postazione che
porta verso l’aeroporto della città,
oltre alla sede a Umm al Qandil della compagnia automobilistica turca
Yuksel, dove starebbero preparando
autobombe.
Profughi nigeriani a Geidam (Reuters)
LAGOS, 22. Sono spaventose le dimensioni della crisi umanitaria provocata dalle violenze di Boko Haram nel nord-est della Nigeria e
per farvi fronte e ricostruire quelle
regioni saranno necessari anni. Lo
ha detto ieri il presidente del Comitato internazionale della Croce
rossa (Cicr), Peter Maurer, durante
una visita a Maiduguri, la capitale
dello Stato del Borno, quello dove
Boko Haram ha le sue principali
roccaforti e che ha subito le devastazioni maggiori. Maurer ha ricordato che almeno un milione e mezzo di persone sono sfollate o fuggite oltre frontiera in Camerun, Ciad
e Niger. «Intere comunità sono
fuggite dai loro villaggi e hanno
sopportato sofferenze inimmaginabili. Persone traumatizzate, senza
case, beni, reddito e istruzione per
i loro figli, hanno bisogno di un
sostegno decisamente maggiore rispetto a quello che il Cicr può of-
KUALA LUMPUR, 22. Sembrano finalmente avviati gli interventi di soccorso ai profughi e migranti — della
minoranza rohingya in fuga dalle
persecuzioni del Myanmar e bengalesi in fuga dalla fame nel Bangladesh — intrappolati su barconi alla deriva nel mare delle Andamane. Il
primo ministro malese, Najib Razak,
che insieme al Governo indonesiano
si era già detto pronto ad accoglierli,
ha annunciato ieri sera l’ordine alla
Marina di condurre missioni di ricerca e aiuto.
Poche ore prima, l’O rganizzazione internazionale per le migrazioni
(Oim), pur plaudendo alla disponibilità finalmente dichiarata da Malesi e Indonesia ad accogliere queste
persone, aveva denunciato proprio la
mancanza di un’intesa sulle operazioni di ricerca e soccorso. Secondo
l’Oim e le agenzie dell’Onu, almeno
seimila persone «sono in grave pericolo e rischiano di perdere la vita».
Nelle ultime tre settimane oltre tremila persone hanno raggiunto le coste della Malaysia, dell’Indonesia e
della Thailandia su barconi strapieni. Le loro testimonianze sono drammatiche.
Sulla vicenda dei rohingya è intervenuto ieri anche il Parlamento europeo, approvando una risoluzione
per chiedere di fermare sia la persecuzione di questa minoranza musulmana nel Myanmar, sia i trafficanti
di esseri umani in Thailandia, dove
al sud sono state scoperte fosse comuni proprio di rohingya che si erano affidati a loro. In merito, il Parlamento europeo chiede al Governo
thailandese di «mettere fine a ogni
complicità con i gruppi criminali di
trafficanti dei rohingya e altri migranti in Thailandia». Più in generale, il Parlamento europeo sottolinea
l’esigenza di un maggiore impegno
internazionale sulla vivenda.
L’Assemblea di Strasburgo — dove
la settimana prossima sarà ospite il
Segretario generale dell’Onu, che
tratterà fra i vari argomenti proproprio i flussi migratori — deve ancora
pronunciarsi sull’agenda in materia
presentata dalla Commissione e solo
in parte già approvata dal Consiglio
europeo. Nel dibattito relativo a
quanto sta accadendo nel sud-est
asiatico, comunque, hanno trovato
spazio anche interventi sull’analoga
situazione in atto nel Mediterraneo.
Secondo l’eurodeputata liberale ceca
Dita Charanzova, la crisi nel mare
delle Andamane «dimostra con forza
che il problema di migranti nel Mediterraneo non può essere visto in
modo isolato. Il mondo si deve
adattare a una nuova era di migrazioni globali e adottare un approccio
onnicomprensivo».
Il Santo Padre ha ricevuto in
udienza nel pomeriggio di giovedì 21 maggio:
Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Dominique Mamberti, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica;
le Loro Eccellenze Reverendissime i Monsignori:
— Héctor Rubén Aguer, Arcivescovo di La Plata (Argentina);
Cameron annuncia tagli al welfare per gli stranieri
Stretta britannica sulle migrazioni
LONDRA, 22. Il Governo britannico è deciso a dare una stretta
sull’accoglienza ai migranti. Il primo ministro, David Cameron, prima di partire per il vertice a Riga
sulla partnership orientale dell’Unione europea, ha dichiarato
che intende mettere sul tavolo del
negoziato le richiesta di tagli al
welfare britannico per gli immigrati. «Io e altri crediamo nostro
diritto ridurre gli incentivi per
quanti arrivano qui. Modifiche al
welfare per ridurre l’immigrazione
saranno una condizione irrinunciabile nel negoziato», ha detto
Cameron. Il premier ha specificato le misure per la riduzione del
flusso annuale di migranti in Gran
Bretagna saranno contenute nel
discorso della Regina con il quale
la settimana prossima sarà presentato il programma del Governo.
Secondo quanto anticipato dalla stampa britannica, il Governo
conservatore intende introdurre il
reato penale di lavoro illegale,
prevedendo il sequestro delle paghe e degli stipendi di quanti vengono impiegati illegalmente. Al
momento, sono previste solamente
sanzioni fino a ventimila sterline a
carico dei datori di lavoro.
Già il precedente Governo, guidato sempre da Cameron, aveva
annunciato di voler ridurre l’immigrazione, ma i dati vanno in
tutt’altra direzione. I migranti
extracomunitari sono stati 318.000
nel 2014, rispetto ai 209.000
dell’anno precedente. A ciò va aggiunto che nei primi tre mesi di
quest’anno si sono trasferiti in
Gran Bretagna 283.000 cittadini
europei in più rispetto allo stesso
periodo dell’anno scorso.
Le passioni
degli altri
SERGIO MASSIRONI
A PAGINA
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NOSTRE INFORMAZIONI
La Malesia invia la flotta alla ricerca dei barconi alla deriva nel mare delle Andamane
Soccorsi a rohingya e bengalesi
frire, ma in molti dei luoghi duramente colpiti ci ritroviamo da soli», ha detto Maurer.
La Croce rossa ha invitato la comunità internazionale e altre organizzazioni umanitarie a fare di più
per affrontare le conseguenze devastanti della crisi umanitaria in Nigeria. «Anche se i combattimenti si
fermassero domani, ci vorranno anni di investimenti e di paziente lavoro per ricostruire servizi, mezzi
di sussistenza, superare il trauma e
ritrovare un senso di normalità»,
ha ricordato Maurer.
— Juan Rubén Martinez, Vescovo di Posadas (Argentina).
Nella mattinata di venerdì 22
maggio il Santo Padre si è recato in visita ai Dicasteri della
Curia Romana ubicati in Piazza
Pio XII, 3.
Il Santo Padre ha nominato
Nunzio Apostolico in Malta
Sua Eccellenza Reverendissima
Monsignor Mario Roberto Cassari, Arcivescovo titolare di
Tronto, finora Nunzio Apostolico in Sud Africa, Botswana, Lesotho, Namibia e Swaziland.
Il Santo Padre ha accettato la
rinuncia al governo pastorale
della Diocesi di Viviers (Francia), presentata da Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor François Blondel in conformità al canone 401 § 1 del
Codice di Diritto Canonico.
Provviste di Chiese
Il Santo Padre ha nominato
Vescovo di Viviers (Francia) il
Reverendo Sacerdote Jean-Louis
Balsa, fino ad ora Vicario generale della Diocesi di Nice.
Un migrante bloccato a Calais prima
dell’imbarco per la Gran Bretagna (Reuters)
Il Santo Padre ha nominato
Abate Ordinario dell’Abbazia
territoriale di Saint-Maurice
(Svizzera) il Reverendo Padre
Jean César Scarcella, C.R.A., finora Priore e Vicario Generale
della medesima Abbazia, nonché Maestro dei novizi.
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sabato 23 maggio 2015
Presidio dell’opposizione
a Skopje (Afp)
Definito amichevole e costruttivo l’incontro a Riga tra Merkel, Hollande e Tsipras
Atene deve accelerare
per un’intesa con i creditori
RIGA, 22. Il primo ministro greco,
Alexis Tsipras, ha definito «amichevole e costruttivo» l’incontro di ieri
sera con il presidente francese, François Hollande e il cancelliere tedesco, Angela Merkel. Il colloquio a
tre, durato circa due ore, non è stato
comunque decisivo per spianare la
strada a un’intesa tra Atene e i suoi
creditori. L’accordo va comunque
trovato entro la fine di giugno per
consentire l’ultima tranche di prestiti, pari a 7,2 miliardi di euro, a favore della Grecia.
I tre leader si sono «focalizzati sul
desiderio di raggiungere un accordo
sull’attuale programma di aiuti finanziari ad Atene» ha riferito una
fonte del Governo francese. Sulla
Grecia c’è però ancora molto lavoro
da fare. Lo ha detto, arrivando stamane alla sede del vertice di Riga
tra l’Ue e la Partnership orientale, il
cancelliere tedesco sottolineando come la sede giusta per arrivare a
un’intesa sul debito greco siano i negoziati con il Brussels Group, di cui
fanno parte Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e
Il premier greco Tsipras con il presidente della Commissione Ue Juncker (Ap)
Approvata
in Italia
la legge
anticorruzione
ROMA, 22. Il disegno di legge anticorruzione è stato approvato in via
definitiva dalla Camera dei deputati
italiana. Sono stati 280 i voti a favore del provvedimento, 53 i contrari e
undici gli astenuti. A dare parere negativo sono stati il Movimento 5
Stelle e Forza Italia. La Lega si è
astenuta.
Il punto di maggior rilievo della
nuova normativa è il ritorno del falso in bilancio come reato perseguibile, punito con pene fino a otto anni
di carcere in caso di società quotate
in Borsa e fino a 5 per le altre. Ma
in generale vengono aumentate le
pene per tutti i reati contro la pubblica amministrazione: il peculato
(da 4 a 10 anni e 6 mesi), la corruzione “propria” (da 6 a 10 anni) e
“impropria” (da uno a 6 anni), l’induzione indebita (da 6 a 10 anni e 6
mesi). Quanto alla corruzione in atti
giudiziari (da 6 a 12 anni nell’ipotesi
base), la pena può salire fino a 20
anni nei casi più gravi. Chi verrà
condannato per un reato di corruzione non potrà più stipulare per 5
anni contratti con la pubblica amministrazione.
La legge inasprisce anche le pene
previste per l’associazione mafiosa,
sia per chi vi partecipa, sia per chi la
organizza o la dirige. Se l’associazione mafiosa è anche armata la pena
può arrivare fino a 26 anni di carcere. Viene poi rafforzato il ruolo
dell’Autorità nazionale anticorruzione, alla quale viene affidato, fra l’altro, il controllo sui contratti di appalto e che dovrà essere messa al
corrente di ogni reato compiuto contro la pubblica amministrazione.
Particolare soddisfazione per l’approvazione della legge è stata espressa dal presidente del Senato, Pietro
Grasso, che ne è stato promotore, e
dal presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi: «Anticorruzione e falso in bilancio — ha affermato
quest’ultimo via twitter — sono legge. Quasi nessuno ci credeva. Noi sì.
Questo Paese lo cambiamo, costi
quel che costi». Il capo del Governo
ha anche spiegato che con questa
normativa non saranno più possibili
«né prescrizione né forme di patteggiamento». Critiche invece le opposizioni. Secondo il Movimento 5
Stelle, si tratta di «una legge timida
e senza coraggio».
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Commissione europea. «È chiaro
che il lavoro deve continuare con le
tre istituzioni — ha detto — C’è ancora molto lavoro da fare, un lavoro
molto, molto intenso».
Sulla crisi della Grecia, ci sono
stati questa mattina a Riga numerosi
incontri bilaterali tra i leader europei
e Angela Merkel, durante la sessione
formale del vertice per il partenariato orientale. Il premier Tsipras — che
ha avuto un colloquio anche con il
presidente della Commissione Ue,
Jean-Claude Juncker — si è dichiarato ottimista sulle possibilità di trovare un accordo sulla questione del debito per evitare il deafult.
«Sono ottimista sulla possibilità
di trovare presto una soluzione a
lungo termine, sostenibile e percorribile, libera dagli errori del passato»,
e la Grecia, ha concluso, «tornerà
presto sulla strada della crescita».
Anche il portavoce governativo ellenico, Gabriel Sakellaridis, si è detto ottimista sulla possibilità di raggiungere un accordo tra Atene e i
creditori entro dieci giorni.
Nella Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia
Osce pronta
ad affrontare la crisi
BELGRAD O, 22. L’O rganizzazione
per la sicurezza e la cooperazione
in Europa (Osce) dispone di meccanismi con i quali affrontare la
grave crisi politica nella Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, e la
Serbia — quest’anno presidente di
turno dell’organizzazione paneuropea — è pronta a intervenire, se il
Governo Skopje dovesse chiederlo.
Parlando a una riunione a Belgrado fra i capi delle missioni Osce
nel sud-est dell’Europa, il ministro
Siglato un accordo al vertice sul Partenariato orientale
Assistenza finanziaria dell’Ue a Kiev
per 1,8 miliardi di euro
BRUXELLES, 22. Unione europea e
Ucraina siglano un accordo di assistenza finanziaria da 1,8 miliardi di
euro. L’intesa, parte del terzo programma europeo di sostegno macroeconomico a Kiev, è condizionata alla realizzazione di riforme
strutturali in diversi settori. Si va
dalla gestione delle finanze pubbliche al controllo di quella privata,
alla governance, dalla trasparenza
agli ammortizzatori sociali, dalle
politiche ambientali a quelle energetiche. L’accordo è stato siglato
durante il vertice del Partenariato
orientale che si è svolto a Riga, dal
vicepresidente della Commissione
europea, Valdis Dombrovskis, e dal
ministro ucraino delle Finanze, Natalie Jaresko. Al summit erano presenti i rappresentanti di Ucraina,
Georgia, Moldova, Armenia, Azerbaigian e Bielorussia.
L’Unione europea ha quindi confermato la strategia del partenariato
orientale con i Paesi dell’ex Unione
sovietica, lanciando comunque segnali di apertura alla Russia. Nel
documento finale del vertice sono
previsti messaggi di rassicurazione
a Mosca che a sua volta — nel trilaterale con Ucraina e Ue di lunedì
scorso — ha inaspettatamente annunciato di non avere nulla da eccepire all’entrata in vigore dell’accordo commerciale tra Bruxelles e
Kiev nella data prevista del primo
gennaio 2016. Il partenariato orientale, ha ribadito questa mattina il
cancelliere tedesco, Angela Merkel,
«non è diretto contro nessuno, in
particolare non contro Mosca».
Il piano di investimenti decennale, per i quali si era parlato di possibili due miliardi di euro per le
piccole e medie industrie dei tre
Paesi partner (Ucraina, Georgia e
Moldova), prevede però solo garanzie per duecento milioni.
La cifra potrebbe comunque aumentare grazie all’aiuto della Banca
centrale europea. Un modo per dimostrare che Bruxelles «rispetta gli
Referendum
in Irlanda
sui matrimoni
tra omosessuali
Vertice Ue sul Partenariato orientale a Riga (Reuters)
Certificazione obbligatoria in Europa
per i minerali provenienti dalle zone di conflitto
BRUXELLES, 22. Una certificazione
obbligatoria per i minerali provenienti da zone di conflitto. A chiederla alle imprese dell’Ue è l’Europarlamento, che ieri ha approvato,
con 402 voti a favore, 118 contrari e
171 astenuti, una norma che impone
obblighi agli importatori di stagno,
tantalio (coltan), oro e tungsteno.
L’obbligo nella certificazione costituisce una novità significativa rispetto a un precedente proposta
della Commissione europea, che
parlava invece di “autocertificazione”. Le compagnie che utilizzano i
GIOVANNI MARIA VIAN
direttore responsabile
Giuseppe Fiorentino
vicedirettore
Piero Di Domenicantonio
minerali nella produzione (circa
880.000 imprese nei 28 Paesi
dell’Ue) dovranno inoltre fornire
informazioni sulle precauzioni prese per assicurarsi che i proventi delle materie prime da loro acquistate
non siano usate per perpetuare la
guerra nelle zone di provenienza.
Un invito a estendere la lista dei
minerali è già arrivato da varie organizzazioni umanitarie. Le nuove
regole si applicano a tutte le zone
di guerra, ma i quattro minerali
presi in considerazione sono particolarmente abbondanti nell’est del-
Servizio vaticano: [email protected]
Servizio internazionale: [email protected]
Servizio culturale: [email protected]
Servizio religioso: [email protected]
caporedattore
Gaetano Vallini
segretario di redazione
impegni», ha detto oggi il presidente della Commissione europea,
Jean Claude Juncker. Inoltre, la liberalizzazione dei visti (già concessa nell’aprile 2014 alla Moldova) è
stata rinviata ad almeno il 2016 per
per quanto riguarda i cittadini
dell’Ucraina e della Georgia.
degli Esteri serbo, Ivica Dačić, ha
detto di avere inviato di recente a
Skopje il suo rappresentante speciale per i Balcani occidentali,
l’ambasciatore Gérard Stoudmann,
insieme al capo del gruppo di lavoro per la presidenza, l’ambasciatore
Dejan Šahović, allo scopo di incontrare esponenti del Governo,
dell’opposizione e alcuni ambasciatori stranieri. «L’impressione generale emersa dagli incontri è stata di
una scarsa volontà politica ad avviare un dialogo, necessario a risolvere la crisi. E invece del dialogo
in seno alle istituzioni, prosegue il
confronto nelle strade», ha osservato Dačić.
Una soluzione della crisi politica
attraverso il dialogo, che consenta
il ritorno di Skopje sulla strada
dell’integrazione europea, è stata
espressa anche dal ministro degli
Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier. «Ogni passo indietro da
parte di uno dei Paesi dei Balcani
occidentali potrebbe avere ripercussioni negative sull’intera regione», ha precisato Steinmeier citato
dall’emittente Deutsche Welle in
lingua macedone. Incontrando a
Berlino il suo collega albanese,
Ditmir Bushati, il capo della diplomazia tedesca ha sottolineato la necessità di evitare un’ulteriore escalation della tensione interetnica nel
Paese, e ha invitato la dirigenza di
Skopje ad adottare tutte le misure
necessarie affinché non si ripetano
violenze e scontri armati come
quelli di una decina di giorni fa a
Kumanovo.
Servizio fotografico: telefono 06 698 84797, fax 06 698 84998
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la Repubblica Democratica del
Congo, teatro da circa 20 anni di
un sanguinoso conflitto e dove i
gruppi armati si finanziano, almeno
in parte, proprio con il commercio
di minerali. La nuova norma, che
ora dovrà passare al vaglio dei diversi Stati membri dell’Unione europea, «è un’ottima notizia per tutte le popolazioni vittime dei conflitti alimentati dai cosiddetti “minerali di sangue”», ha dichiarato
alla stampa Yannick Jadot, vicepresidente della commissione sul
Commercio dell’Europarlamento.
Segreteria di redazione
telefono 06 698 83461, 06 698 84442
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Tipografia Vaticana
Editrice L’Osservatore Romano
don Sergio Pellini S.D.B.
direttore generale
Forte scossa
di terremoto
a Londra
LONDRA, 22. Un sisma di magnitudo 4,3 della scala Richter è stato registrato nella notte nel sudest della Gran Bretagna, terra
non sismica, provocando il panico fra la popolazione, uscita per
strada, ma nessuna vittima. Il sisma che ha avuto l’epicentro a
106 chilometri da Londra è stato
avvertito fino in Francia, a Pas
de Calais, dove il Centro operativo di soccorso ha ricevuto telefonate che segnalavano la scossa.
Tariffe di abbonamento
Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198
Europa: € 410; $ 605
Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665
America Nord, Oceania: € 500; $ 740
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telefono 06 698 99480, 06 698 99483
fax 06 69885164, 06 698 82818,
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Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675
DUBLINO, 22. Seggi aperti in Irlanda, dove gli elettori sono chiamati
a decidere con un referendum sul
tema dei matrimoni tra omosessuali. In concreto, gli aventi diritto
dovranno pronunciarsi su un
emendamento alla Costituzione che
autorizza il matrimonio tra due
persone senza distinzioni di genere.
A votare sono circa 3,2 milioni di
elettori. I seggi hanno aperto stamane alle 7 ora locale e chiuderanno alle 22.
In Irlanda nel 2010 sono state
introdotte le unioni civili fra persone dello stesso sesso. Alla vigilia
del voto di oggi i sondaggi danno
in vantaggio i «sì» rispetto ai
«no», anche se con un margine
contenuto.
Tutto in effetti potrebbe ancora
succedere: negli ultimi giorni il
fronte che si oppone ai matrimoni
fra omosessuali ha conquistato
punti nelle rilevazioni dei sondaggisti. Gli analisti ritengono che sarà
determinante l’affluenza alle urne.
Gli elettori sono chiamati inoltre
a esprimersi su una proposta che
chiede di abbassare a ventun’anni
l’età minima di eleggibilità alla carica di capo dello Stato, finora posta a trentacinque anni.
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pagina 3
Secondo l’Ocse lo sviluppo del Kazakhstan trascinerà l’intera area euroasiatica
Verso la nuova Via della seta
Vertice tra Paesi nordafricani e mediorientali
Economia della sicurezza
AMMAN, 22. Ottocento delegati di una cinquantina di
Paesi, rappresentanti di Governi e istituzioni internazionali, del mondo dell’economia, delle banche e della società civile, sono riuniti da ieri in Giordania per il World Economic Forum del Medio e Vicino oriente e
dell’Africa del nord. I lavori del vertice si tengono nella
località di Shuneh, sulle sponde del Mar Morto. È questa l’ottava volta che la Giordania ospita il World Economic Forum per la regione. L’ultima era stata nel
2013.
Nel pieno dei sanguinosi conflitti che investono la regione, in particolare quelli in corso in Siria, Iraq e Libia, gli organizzatori del summit si pongono l’obiettivo
di favorire la conclusione di accordi economici per rilanciare gli investimenti. A loro giudizio, la cooperazio-
ne sul piano economico è una delle risposte da dare alle
sfide di sicurezza e umanitarie legate appunto soprattutto ai conflitti.
Particolare slancio sarà posto sulle riforme in corso in
Paesi come Egitto, Tunisia, Marocco e Giordania. Quest’ultima Nazione, in particolare, presenterà una serie di
iniziative nei settori dell’energia, delle tecnologie, dello
sviluppo urbano, dell’acqua, delle telecomunicazioni e
del turismo.
I lavori si concentreranno anche sugli sforzi nei vari
Paesi investiti dalle crisi degli ultimi anni per ricostruire
le istituzioni, presupposto necessario anche per sviluppare i commerci con le monarchie arabe del Consiglio
di Cooperazione del Golfo persico (Ccg), con gli Stati
Uniti, con l’Europa e con l’Asia.
ASTANA, 22. L’Unione economica
eurasiatica «è cruciale per uniformare le regole dei Paesi dell’Asia centrale, in modo da facilitare i trasporti, il commercio e le risorse dei Paesi
membri».
Il presidente del Kazakhstan,
Nursultan Nazarbayev, è così intervenuto oggi all’Astana Economic
Forum (Aef) a cui hanno partecipato anche il premier lussemburghese,
Xavier Bettel, prossimo presidente
di turno dell’Unione europea e la
responsabile del dipartimento per lo
Sviluppo dell’Onu, Helen Clarke.
Il
premier
kazako,
Karim
Massimov, ha dichiarato che il Kazakhstan «ha tutte le capacità per
trasformare la nuova Via della seta
in realtà». L’intenzione del Paese
caucasico è di partecipare pienamente all’iniziativa cinese volta a ripristinare l’antico tracciato che collegava l’Impero romano alla Cina e
che presto collegherà il gigante asiatico ad Asia centrale, Russia, Europa, oltre che al Golfo persico e al
bacino del Mediterraneo. Il Kazakhstan, ha spiegato «è collocato tra
oriente e occidente» e quindi «ha
tutte le possibilità di trasformare in
una realtà la Via della seta».
Il mercato dell’Unione economica
eurasiatica inoltre «si sta espandendo» ha aggiunto il premier facendo
riferimento all’ultima entrata del
Kyrgyzstan ufficializzata proprio
all’Aef. «L’Unione economica euroastica (Russia, Kazakhstan, Bielorussia, Armenia, Kyrgyzstan) metterà insieme 175 milioni di persone».
Lo sviluppo del Kazakhstan, il
suo programma di riforme e di rilancio economico, influenzerà l’intera area eurasiatica. A sostenerlo è il
segretario generale dell’O rganizzazione per la cooperazione e lo svi-
luppo economico, José Ánguel Gurría, che ha partecipato con un video
messaggio.
A fine gennaio, in occasione del
Forum di Davos, Gurría aveva firmato insieme al premier kazako,
Karim Massimov, un programma di
cooperazione, per aiutare e appoggiare il Paese caucasico nella sua
politica di sviluppo come già fatto
con il Perú, il Marocco e la Thailandia. A questo scopo, il Kazakhstan
sarà ora inserito all’interno delle iniziative dell’organizzazione.
Mentre la diplomazia cerca una soluzione al conflitto nello Yemen
Per la morte di un giovane afroamericano
Altri raid
contro le postazioni huthi
Incriminati i sei agenti di Baltimora
SANA’A, 22. La coalizione mantiene
la pressione sui ribelli sciiti huthi
bombardando le loro postazioni
nello Yemen. Nelle ultime 24 ore
sono stati colpiti i depositi di armi
delle unità militari rimaste fedeli
all’ex presidente yemenita, Ali Abdallah Saleh, alleato degli huthi,
nelle città di Dhamar e Al Baida,
nel centro del Paese.
Inoltre, nel sud, i raid hanno preso di mira le postazioni dei ribelli a
Dhaleh, così come anche la base aerea di Al Anad, nella provincia di
Lahj. Ad Aden, seconda città del
Paese, l’aviazione della coalizione
ha ripetutamente colpito obiettivi
huthi, mentre sporadici scontri hanno avuto luogo tra i miliziani sciiti
e le truppe rimaste fedeli al presidente Hadi.
Infine, un razzo lanciato dallo
Yemen ha causato un morto e due
feriti ad Al Hosn, in Arabia Saudita, nella provincia di Dhahran. Lo
rende noto l’agenzia saudita Spa.
Nonostante il conflitto sia ripreso
dopo una breve tregua umanitaria
di cinque giorni, si infittiscono le
iniziative diplomatiche per cercare
di trovare una soluzione alla crisi.
Dopo l’annuncio dell’Onu di colloqui di pace a Ginevra il prossimo
28 maggio, il conflitto nello Yemen
è stato al centro di una telefonata
tra il ministro degli Esteri russo
Serghiei Lavrov, e il segretario di
Stato americano, John Kerry.
Cento incriminati
in Pakistan
per l’assassinio
di due cristiani
ISLAMABAD, 22. Un tribunale antiterrorismo di Lahore ha incriminato oltre cento persone accusate di aver picchiato e bruciato
vivi una coppia di cristiani, gettandone poi i corpi in una fornace di mattoni. Lo riferisce oggi
la televisione Dunya News. Tra
gli arrestati c’è anche Yousaf Gujjar, il proprietario della fabbrica
di mattoni, situata nei pressi della cittadina di Kot Radha Kishan, a sud di Lahore. Tutti i gli
imputati si sono dichiarati estranei al crimine.
Il processo dovrebbe incominciare oggi, quando è già previsto
che i giudici ascoltino i testimoni
che hanno assistito all’orrendo
delitto, avvenuto lo scorso novembre.
Shehzad Masih, 32 anni, e sua
moglie Shama di 20, che lavoravano nella fornace, erano stati
accusati di blasfemia in seguito
al ritrovamento presso la loro
abitazione di alcune pagine bruciate del libro del Corano. Una
folla di musulmani provenienti
da cinque villaggi li avevano sequestrati e tenuti in ostaggio per
due giorni all’interno della fabbrica chiedendo loro di pagare
una multa. Ma al loro rifiuto,
dopo averli picchiati, li avevano
spinti nella fornace.
Il presidente
tunisino
alla Casa Bianca
WASHINGTON, 22. Bisogna evitare
che il caos libico contagi la Tunisia.
A dirlo è stato ieri Barack Obama,
ricevendo alla Casa Bianca il presidente Béji Caïd Essebsi.
«Abbiamo discusso l’importanza
della sicurezza — ha sottolineato il
presidente statunitense — e riconosciuto che, data l’instabilità nella
regione, è importante continuare a
lavorare insieme contro il terrorismo».
Ma è anche necessario, ha detto
ancora Obama, operare per stabilizzare la Libia in modo da non
avere uno Stato fallito e un vuoto
di potere che potrebbe contagiare
la Tunisia». Dal canto suo, Essebsi
ha detto che la «transizione democratica in Tunisia rappresenta il
maggior successo dei Paesi della
primavera araba».
WASHINGTON, 22. Si aggrava negli
Stati Uniti la posizione dei sei agenti della polizia coinvolti il 12 aprile
scorso nell’arresto del giovane afroamericano Freddie Gray, morto poi
una settimana dopo. Ieri il Grand
Jury li ha infatti incriminati formalmente, aprendo la via a un processo
senza precedenti.
Lo ha reso noto il procuratore
dello Stato del Maryland, Marilyn
Mosby, che già il primo maggio
scorso aveva a sua volta chiesto l’incriminazione dei poliziotti, tre bianchi e tre neri, tra cui una donna. Le
incriminazioni formulate dal Grand
Jury, in una sorta di udienza preliminare, sono molto simili a quelle
anticipate dal procuratore Mosby,
ma rappresentano un passo procedurale importante per portare il caso in
un tribunale di livello superiore,
scrive il «Baltimore Sun». Gray, che
aveva 25 anni, è morto per le percosse ricevute nel momento in cui è stato ammanettato e caricato a testa in
giù nel furgone della polizia, ha detto Mosby ai giornalisti.
Le accuse più pesanti sono state
sollevate contro Caesar Goodson, 45
anni, il più anziano tra i sei agenti.
Quel giorno, l’uomo era alla guida
del furgone della polizia sul quale fu
caricato Freddie Gray. Goodson è
accusato, tra l’altro, di non essersi
fermato quando richiesto e di avere
guidato bruscamente provocando o
aggravando i danni fisici che hanno
portato alla morte di Gray, per una
lesione alla colonna vertebrale.
Ancora scontri in Burundi
tra polizia e manifestanti
BUJUMBURA, 22. Almeno due persone sono morte ieri a Bujumbura dove continuano gli scontri fra polizia
e manifestanti che contestano la ricandidatura a un terzo mandato del
presidente Pierre Nkurunziza.
È stata la Croce rossa a fornire un
bilancio provvisorio di queste guerriglie urbane che negli ultimi giorni
hanno registrato una ventina di persone uccise. Per tutta la giornata di
ieri, incidenti sono scoppiati a intervalli regolari nei quartieri periferici
della capitale. Gruppi di ragazzi
hanno innalzato barricate e hanno
lanciato pietre contro i poliziotti che
hanno risposto sparando sia in aria
che ad altezza d’uomo. Scontri particolarmente violenti si sono verificati nel quartiere di Musaga, dove
la polizia è entrata con la forza con
l’intenzione di «ristabilire l’ordine»
a tutti i costi e un manifestante è
stato colpito mortalmente alla schie-
na da un proiettile. L’altro decesso
si è verificato a Ngagara, dove un
manifestante colpito alla testa è poi
deceduto per le ferite riportate. Altri
scontri si sono diffusi nel distretto
di Kanyosha e nei quartieri Kinindo, Rohero 2 e Kibenga.
Nel frattempo, sono sempre più
gravi le condizioni sanitarie dei circa
40.000 profughi che dal Burundi sono scappati in Tanzania, in seguito
ai violenti scontri esplosi nelle ultime settimane nel Paese. Uomini,
donne, bambini e anziani arrivati attraverso il lago Tanganica, sono costretti a vivere in condizioni di sovraffollamento. Una situazione che
non fa che accrescere il rischio di
diffusione di malattie ed epidemie
tra la popolazione, denunciano le
organizzazioni umanitarie precisando che sono già 20 i casi di colera
che sono stati confermati nei campi
profughi di Kagungua e Nyarugusu.
La morte del giovane, il 19 aprile,
ha innescato una serie di manifestazioni di protesta in varie zone di
Baltimora, sulla scia di una situazione di alta tensione e accuse alla polizia statunitense di brutalità nei confronti degli afroamericani, alimentata
da numerosi precedenti a partire da
Ferguson, la città del Missouri dove
è esplosa con violenza la rabbia lo
scorso agosto dopo l’uccisione di un
giovane
afroamericano,
Michael
Brown, da parte di un agente di polizia bianco. Da allora ci sono stati
diversi casi del genere e numerose
manifestazioni di protesta.
Ancora ieri, proprio a Baltimora,
un gruppo di manifestanti ha marciato verso la sede del sindacato della polizia per chiedere che vengano
ufficializzate delle scuse per la vicenda di Freddie Gray. E un nuovo
caso rischia di infiammare nuovamente le tensioni razziali nel Paese.
Un agente ha infatti sparato ieri
contro due giovani neri che stavano
rubando della birra da un supermercato a Olympia, capitale dello Stato
di Washington.
Diciotto guerriglieri delle Farc
uccisi in Colombia
BO GOTÁ, 22. Almeno diciotto guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) sono stati uccisi ieri durante una vasta offensiva militare dell’esercito e
dell’aviazione di Bogotá nel dipartimento del Cauca. Lo ha confermato un portavoce militare, citato
dall’emittente Radio Caracol.
Secondo la ricostruzione di
quanto accaduto, i raid hanno preso di mira il Fronte 29 della guerriglia, guidato da Javier El Chungo.
Il dipartimento di Cauca era stato
teatro di blitz e combattimenti tra
reparti dell’esercito e unità delle
Farc anche nei mesi scorsi, nonostante il negoziato di pace in corso
di svolgimento da oltre due anni a
Cuba.
Il presidente, Juan Manuel
Santos, aveva annunciato una sospensione della tregua da parte
dell’esercito proprio in seguito a
un raid condotto dai guerriglieri
delle Forze armate rivoluzionarie
della Colombia il mese scorso nella
località di Esperanza, nel corso del
quale erano stati uccisi undici
soldati.
Elezioni politiche
in Etiopia
ADDIS ABEBA, 22. Gli elettori
dell’Etiopia sono chiamati domenica alle urne per le prime consultazioni dopo la morte, nel 2012, di
Meles Zenawi, rimasto al potere
per oltre vent’anni, prima come
presidente tra il 1991 e il 1995 e poi
come primo ministro. Sull’esito
della consultazione ci sono pochi
dubbi. Nelle elezioni del 2010 il
Fronte rivoluzionario e democratico del popolo etiope (Eprdf), al
potere appunto da un quarto di secolo, vinse con il 99,4 per cento
delle preferenze. In conseguenza di
tale voto, l’Eprdf attualmente ha
tutti i seggi in Parlamento meno
uno. Né la maggior parte degli
analisti ritengono che eventuali minime variazioni di percentuali o di
seggi possano essere considerate
indicative di un giudizio sull’azione dell’attuale primo ministro, Hailemariam Desalegn, che pure in
questi tre anni ha in parte mutato
le politiche del predecessore.
A monitorare il voto ci saranno
gli osservatori dell’Unione africana,
guidati dall’ex presidente della Namibia, Hifikepunye Pohamba. Ma
i partiti di opposizione — molti dei
quali hanno denunciato minacce e
intimidazioni — hanno riserve sulla
loro efficacia. «La missione dell’Unione africana è solo una copertura per elezioni farsa. È una legittimazione della dittatura», ha dichiarato Yonathan Tesfaye, portavoce del Blue Party.
Tra l’altro, contrariamente a
quanto accaduto nel 2010, non ci
saranno osservatori dell’Unione europea. La commissione di Bruxelles, lo ha comunicato da tempo, attribuendo la decisione al fatto che
non sono state accolte le sue raccomandazioni inviate al Governo di
Addis Abeba in vista del voto.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
sabato 23 maggio 2015
Grazie al clima asciutto
e alla protezione assicurata da strati di sabbia
a Ossirinco migliaia di papiri
si conservarono integri o frammentari
all’interno di cumuli alti fino a nove metri
La vita quotidiana nell’Egitto greco-romano
Le discariche
delle meraviglie
di MARCO BECK
ell’odierna civiltà dei
consumi — per quanto
ritenuti insufficienti da
politici ed economisti
in lotta contro lo spettro della recessione — e degli sprechi
di massa, “discarica” è una parola
che evoca inquietanti realtà negative:
montagne d’immondizia, contaminazione del territorio, miasmi tossici,
illegalità, affarismo di stampo mafioso. Eppure esistono nell’alto Egitto,
presso l’attuale villaggio arabo di elBehnesa, centosessanta chilometri a
sud del Cairo e quindici a ovest del
Nilo, alcune antiche discariche di
grande valore. Paradossalmente, potremmo quasi classificarle come patrimonio dell’umanità. Poiché, mescolato a detriti di vario genere, ci
hanno donato un tesoro inestimabile
in termini di antropologia, etnologia, sociologia e, in percentuale minoritaria, letteratura.
Grazie al clima asciutto e alla protezione assicurata da strati di sabbia,
per diversi secoli migliaia di rotoli di
papiro — il supporto scrittorio abbondantemente prodotto in loco —
che gli abitanti della città di Ossirinco avevano eliminato in quanto divenuti ormai inutili e ingombranti, si
conservarono, integri o frammentari,
all’interno di cumuli alti fino a nove
metri. E in tali ottime condizioni
riaffiorarono durante successive campagne di scavo condotte, tra il 1897 e
il 1907, da due giovani archeologi
britannici, che poi provvidero a inscatolarli e spedirli a Oxford: Bernard Grenfell e Arthur Hunt.
Occorre subito precisare che questi documenti vennero quasi tutti redatti tra il I e il IV secolo in quel
greco postclassico, la cosiddetta koinè che — a partire dalla conquista di
Alessandro Magno (332-331 prima
N
dell’era cristiana) e dall’immigrazione di coloni greci sotto il regno ellenistico dei Tolomei, passando attraverso il secolare dominio imperiale
di Roma, per giungere infine all’incorporamento nel califfato arabo
(642 dell’era cristiana) — rimase lingua “nazionale” dell’intero Egitto,
sino a evolversi nel copto. La loro
pubblicazione nella serie degli
«Oxyrhynchus Papyri» procede a
tutt’oggi ininterrotta (nel 2013 aveva
assommato settantotto tomi) e, considerate quantità e complessità dei
testi da decifrare, è ancora ben lontana dalla conclusione.
Filologi e papirologi vantano ovviamente una certa dimestichezza
con i papiri ossirinchiti. A essi si de-
Il kôm Abu Teir a Ossirinco in una foto di Annibale Evaristo Breccia
che nel 2001 ha restituito centododici epigrammi attribuiti al poeta alessandrino Posidippo avvolgeva in origine una mummia del II secolo prima dell’era cristiana.
Solo pochi agguerriti specialisti
tuttavia hanno analizzato a fondo
l’imponente maggioranza — circa il
novanta per cento del materiale recuperato — di scritti
pubblici e privati dai
quali emerge un irideLa ricostruzione di Peter Parsons
scente spaccato di società
greco-egiziana
ci rivela come nella pòlis ellenistica
nell’epoca
dell’impero
i fondamenti del vivere civile
romano prima in ascesa
non differissero granché dai nostri
e poi in decadenza. Capofila di questi esploratori dell’ordinaria quotidianità a Ossirinco, “la
ve infatti il recupero non solo di città del pesce dal naso aguzzo” sebrani già noti riconducibili a Ome- condo l’etimologia del toponimo,
ro, Esiodo, Erodoto, Tucidide, con riferimento a un pesce del Nilo
Eschilo, Sofocle, Platone, ma anche venerato come animale sacro, è Peter
di opere andate disperse nel Me- Parsons, docente emerito di papirodioevo, fra cui i Peani di Pindaro e logia all’università di Oxford.
Decenni di rigorosa e amorosa
l’Ipsipile di Euripide, oltre a liriche
di Saffo, Alceo e Ibico, ditirambi di consultazione di quella sterminata
Bacchilide, elegie e odi satiriche di documentazione gli hanno consentiCallimaco, squarci consistenti delle to di riversare il suo sapere in un volume dalla piacevole impostazione
commedie di Menandro.
Del resto importanti ritrovamenti divulgativa: La scoperta di Ossirinco.
papiracei sono stati resi possibili, in La vita quotidiana in Egitto al tempo
diverse località egiziane, anche da dei romani (edizione italiana a cura
altre modalità di conservazione: i co- di Laura Lulli, Roma, Carocci, 2014,
dici gnostici di Nag Hammadi erano pagine 344, euro 24).
custoditi in una giara, mentre il paSuffragando le sue ricostruzioni
piro dell’università statale di Milano storico-culturali con citazioni estra-
polate da lettere, vertenze giudiziarie, relazioni di funzionari, e così via
— che fra l’altro rivelano come in
una pòlis della Tebaide ellenistico-romana i fondamenti del vivere civile
non differissero granché dai nostri —
Parsons ci conduce a visitare i principali ambiti in cui si strutturavano e
dipanavano le giornate degli abitanti
di Ossirinco: edifici sacri e profani,
templi e terme, dimore dignitose e
miserabili tuguri; area urbana fittamente abitata e contado nilotico coltivato, ai margini del deserto, in modo estensivo (soprattutto grano, destinato in buona parte all’esportazione verso Roma); commercio multiforme, mercati e alimentazione, artigianato e finanza; corrispondenza
epistolare motivata da affari o da
vincoli di parentela e d’amicizia; sistema scolastico contrapposto a un
diffuso analfabetismo, biblioteche,
libri e copisti; gravi patologie e medicina “ufficiale” in competizione
con magia e astrologia.
A ogni nuovo capitolo sembra al
lettore di entrare in una nuova sala
affrescata di un palazzo egizio restaurato. E sono affreschi testuali
che, come in certi affollati dipinti di
Bruegel il Vecchio, brulicano di esistenze talora gioiose ma più spesso
affannate, sofferenti, sempre affaccendate a risolvere problemi di sopravvivenza e convivenza in un
mondo ingabbiato da una burocrazia e da un fisco oppressivi.
Un mondo inesorabilmente esposto, perdipiù, al mutevole regime
idrico del Nilo, autentico dominatore di ogni destino umano con le sue
piene annuali: se queste risultavano
adeguate, i raccolti conseguenti al
depositarsi nella valle nilotica del limo fertilizzante assicuravano benessere e una tassazione sopportabile.
Anni di carestia e indigenza poteva-
“scarti” a tramandarci — nella forma
innovativa di codici maneggevoli —
insieme con l’apocrifo Vangelo di
Tommaso numerosi manoscritti relativi ai quattro vangeli canonici, nonché la più antica copia conosciuta
dell’Apocalisse.
Apprendiamo inoltre che durante
le persecuzioni di Decio (250-251) e
Diocleziano (284-285) Ossirinco pagò un cospicuo tributo
di sangue con i suoi
martiri, mentre all’inSono stati questi “scarti”
domani dell’editto di
Costantino (313) la
a tramandarci numerosi manoscritti
giovane Chiesa egiziadei quattro vangeli canonici
na, embrione di quella
copta, registrò una creOltre alla più antica copia conosciuta
scita esponenziale. E a
del libro dell’Apocalisse
questo punto, al termine del suo itinerario
archeologico, è come
no invece derivare sia da scarse se Parsons ci invitasse ad affacciarci
esondazioni sia da rovinose inonda- da un terrazzo sul panorama di una
metropoli della fede. La descrizione
zioni.
L’innata religiosità del popolo egi- di Ossirinco tracciata da un anoniziano, retaggio della millenaria civil- mo viaggiatore alla fine del IV secolo
tà faraonica, si aprì piuttosto presto è decisamente iperbolica, ma deve
all’accoglienza del Verbo cristiano: si pur contenere un germe di verità:
pensi da un lato alla vitalità evange- «Ci sono dodici chiese, poiché la
lizzatrice della comunità di Alessan- città è molto vasta (…). C’erano ben
dria, dall’altro al fenomeno eremitico diecimila monaci e ventimila vergie poi monastico dei Padri del ni». Ed ecco il dettaglio spiritualmente più significativo: «Tutti i citdeserto.
Anche Ossirinco partecipò attiva- tadini erano credenti e fedeli agli inmente all’opera di cristianizzazione. segnamenti della religione, cosicché
Ne danno testimonianza proprio i il vescovo poteva dare alla comunità,
papiri dissotterrati dalle “discariche nella piazza principale, il bacio della
delle meraviglie”. Sono stati questi pace».
Il volto del sofferente
Si svolge dal 22 maggio a Torino il Convegno dell’Ufficio Nazionale della Pastorale
della Salute. Pubblichiamo stralci dall’intervento dell’arcivescovo di Chieti-Vasto.
di BRUNO FORTE
La potenza manifestatasi nella risurrezione di Gesù trasfigura il volto del sofferente e lo rende luce e speranza per
tutti i sofferenti della terra e per quanti,
credendo nel Figlio di Dio crocifisso e
vittorioso, vogliano mettere con lui la
propria vita al servizio del Padre e degli
uomini. La vittoria di Pasqua chiama i
discepoli del servo sofferente a render
ragione della speranza che è in loro con
dolcezza e rispetto per tutti, facendosi
luogo dell’irruzione dell’altro, offertosi a
noi come grazia e promessa nel triplice
esodo del Figlio dell’Uomo. Al suo esodo deve corrispondere il nostro: sul pia-
Verso la verità
ne alla cattedra di Pietro — sono uomini
che attraverso una fede illuminata e vissuta rendano Dio credibile in questo
mondo. La testimonianza negativa di
cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di lui, ha oscurato l’immagine
La testimonianza negativa di cristiani
che parlavano di Dio
e vivevano contro di lui
ha aperto la porta dell’incredulità
no personale ed ecclesiale ciò esige che
siamo disponibili all’iniziativa dell’Eterno; servi per amore, pronti a vivere il
discernimento di ciò che lui ci chiede.
I discepoli del risorto sono chiamati
in primo luogo a porre l’iniziativa di
Dio in Gesù Cristo al centro della loro
vita e del loro annuncio. «Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo
momento della storia — ha affermato il
cardinale Joseph Ratzinger in un intervento di poco precedente la sua elezio-
Cristo Pantocratore (mosaico,
XII
di Dio e ha aperto la porta dell’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che
tengano lo sguardo dritto verso Dio,
imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto
sia illuminato dalla luce di Dio e a cui
Dio apra il cuore,
in modo che il loro
intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro
cuore possa aprire il
cuore degli altri.
Soltanto attraverso
uomini che sono
toccati da Dio, Dio
può
far
ritorno
presso gli uomini»
(Subiaco, 1° aprile
2005).
I discepoli del
servo sofferente risorto alla vita sono
chiamati a seguirlo
nell’esodo da sé
senza ritorno, facendosi servi per
amore sul suo modello, discernendo
la via della pace
nella giustizia e nella carità in ascolto
del Vangelo. Se il
volto del crocifisso
risorto è al centro
della nostra vita e
della
vita
della
Chiesa intera, se ci
guarda come colui
secolo, Cattedrale di Cefalù)
al quale dobbiamo
restare avvinti nella fede, allora non
possiamo chiamarci fuori dalla storia di
sofferenza e di lacrime in cui è venuto e
dove ha lasciato che venisse conficcata
la Croce per estendervi la potenza della
vittoria pasquale.
I discepoli del Signore sofferente e
vittorioso sono dove è il loro maestro, al
servizio del prossimo. La libertà da sé
che egli ha vissuto fino all’abbandono
supremo sulla Croce è quella che dona
e chiede ai suoi discepoli per entrare nel
dono della vita divina e per portarlo al
mondo: la Chiesa deve profilarsi perciò
anzitutto come una comunità libera da
interessi mondani, decisa a non servirsi
degli uomini, ma a servirli per la causa
di Dio e del Vangelo, una comunità
pronta a lasciarsi riconoscere nel dono
di sé senza ritorno, anche se in termini
umani questo dovesse risultare improduttivo o alienante.
Non si realizza il compito affidatoci
attraverso la fuga dalla fatica del discernimento: il mondo uscito dal naufragio
dei totalitarismi ideologici ha come mai
bisogno di amore concreto, discreto e
solidale, che sa farsi compagnia della vita e costruisce la via della pace in comunione con tutti. Si tratta di giocare
la nostra vita per il Signore senza risparmio, se necessario portando la croce, cercando sempre la via in
comunione.
Infine, essendo discepoli di colui che
ha vissuto l’esodo supremo verso il Padre nella vittoria sulla morte, i credenti
sono chiamati a essere i testimoni del
senso più grande della vita e della storia, trasformati sempre di nuovo dalla
fede in colui che ci ha aperto le porte
del regno. Il volto del sofferente vincitore della morte chiede ai discepoli di
amare la verità ultima da lui rivelata al
di sopra di tutto, pronti a pagare il
prezzo per essa nella quotidiana fatica
che li relaziona a ciò che è penultimo:
solo così si potrà essere suoi testimoni
per gli altri. Occorre nutrire la passione
per la verità dell’amore, rivelato e donato da Cristo, in cui si fonda nella maniera più vera la dimensione missionaria
e peregrinante della vita ecclesiale.
La Chiesa deve profilarsi anzitutto
come una comunità
libera da interessi mondani
decisa a non servirsi degli uomini
ma a servirli
Amare la verità significa avere lo
sguardo rivolto al compimento delle
promesse di Dio. La credibilità del testimone si misura sulla capacità di pagare
un prezzo in nome di una speranza più
grande. Testimoniare l’orizzonte più
grande, dischiuso dalla promessa liberante di Dio: questo è irradiare il volto
del crocifisso risorto, di cui l’inquietudine senza senso del nichilismo postmoderno ha più che mai bisogno.
Senza quest’orizzonte di speranza,
fondato sulla fede nell’impossibile possibilità di Dio, nessun annuncio e impegno di carità e di giustizia potrà essere
portato avanti fino in fondo: la pace è
opera di giustizia che giunge sempre e
solo sulle ali della speranza più forte di
ogni calcolo umano.
L’OSSERVATORE ROMANO
sabato 23 maggio 2015
pagina 5
Per avere
una conoscenza adeguata dell’ateismo
è necessario entrare
nelle vite delle persone
che fanno questa scelta
Una prospettiva fuori dalla religione
Le passioni degli altri
di SERGIO MASSIRONI
vevo dieci anni e la parola
“ateo” mi pareva gravissima.
Non ricordo quando la incontrai per la prima volta, ma la
sensazione di una voragine
scura è impressa dentro di me, con la miriade di emozioni che nell’infanzia plasmano una geografia interiore.
Senza Dio, l’ultimo libro di Eugenio Lecaldano (Bologna, il Mulino, 2015, pagine
A
Hugo Simberg, «L’angelo ferito» (1903)
182, euro 14) ha essenzialmente la capacità
di condurre il lettore a se stesso, a un vissuto che le argomentazioni riaprono, qualunque esso sia. Sollecitazione che mobilita
contrastanti sentimenti, per cui il numero
limitato di pagine e lo scrivere limpido
dell’autore non esimono da un forte impegno e da una buona dose di coraggio. Non
temo la retorica nel dire che affrontare il libro è come prendersi un ospite in casa.
Fin dal primo capitolo — «Vivere senza
Dio agli inizi del XXI secolo» — i conti si
fanno col profilo a tutto tondo di chi non
crede, non solo con le sue convinzioni. Per
quanto sia tracciata nel volume una storia
dell’ateismo, più volte è suggerito che «per
avere una conoscenza minimamente adeguata di una prospettiva che faccia a meno
di Dio non dobbiamo perdere di vista che
essa è presente non solo nei libri che
espongono le dottrine filosofiche e teologiche, ma anche concretamente nelle vite
delle persone».
Così, tutt’altro che marginali sono sopraggiunti i ricordi del bambino che, nella
Brianza di trent’anni fa, non comprendeva
quell’unico compagno di scuola assente
all’ora di religione e la cui casa era la sola
a non aprirsi per la benedizione, nelle sere
in cui si accompagnava il parroco a varcare
la soglia di tutti. Difficile recepire certi
passaggi del testo, se non mettendosi ora
nei panni altrui, stimolati ad assumere la
prospettiva di persone realmente incontrate.
Le pagine di Lecaldano, soprattutto, colpiscono perché intrise di un senso d’accerchiamento troppo raramente considerato.
La sensazione dei credenti, infatti, è facilmente «che l’accademia e la scienza siano i
bastioni degli atei e che il successo delle
scienze sia legato all’irreligiosità»: un’esperienza di minorità sorta fin dal loro impatto con la scuola e che può indurre a rinserrare i ranghi e a rapportarsi conflittualmente alla modernità.
Ma, paradossalmente, si coglie qui come
pure il non credente si senta come isolato,
esposto, socialmente stigmatizzato, minacciato nella propria identità. Ognuno ha ragioni per interpretarsi come vittima. Così,
ospitarsi turba e sorprende: gesto benedetto, ma non dovuto, che ripaga, eppure scomoda.
Comporta l’incontro anche con le affermazioni clamorose dell’altro: Lecaldano,
talvolta, sembra equiparare tradizioni reli-
disposizione di tutti «una concezione generale dell’universo in cui non c’è più bisogno di Dio». In secondo luogo, «la moralità è possibile solo in quanto la presenza
di Dio non è incombente»: denuncia kantiana dell’eteronomia, qui estesa al punto
di indicare gli Stati dove maggiore è la
presenza di non credenti come le società
più sane, ricche, meglio educate e libere
della terra.
La prima questione coincide con la sfida
epocale, che la teologia pare essersi avviata
ad assumere, di un discorso su Dio non
connesso alla necessità, ma vincolante proprio nel suo esser gratuito. Esso non può affidarsi
al linguaggio della causaCome il credente perseguitato
lità e del dovere, ma richiede quello dell’inconanche il non credente si sente isolato
tro, del dono, della grasocialmente stigmatizzato e minacciato
zia, dell’amore. Si torna,
così, al linguaggio pronella propria identità
prio della Trinità e della
Ognuno ha ragioni per interpretarsi come vittima
Croce, sempre nuovo alla
filosofia; quello del Nuovo Testamento e dell’intechi di «persone giustiziate per ateismo, ra Scrittura. La sua singolarità induce poi
blasfemia e crimini contro la religione cri- ad accettare la seconda sfida, quella circa
stiana (...) non regge alla prova delle evi- la vita migliore, su dove e come fioriscano
denze storiche». I motivi di irritazione per maggiori autenticità e libertà, e non per
il cattolico lettore, insomma, non manca- qualcuno soltanto.
no. Tuttavia — grazie a Papa Francesco e a
La Chiesa indica certamente in Cristo la
iniziative come Il cortile dei gentili — il cli- Vita e la Via, ma senza negare la libertà di
ma all’autore appare oggi cambiato: Dio di operare nella biografia di chiunque
un’apertura su cui conviene investire, se per la demolizione di ogni idolatria e per
non per un dialogo, che non pare cercato, la chiamata degli uomini a un pieno inconalmeno per una più matura coscienza di tro. «L’ateismo è rilevante proprio in
sé.
quanto aiuta, se incorporato sul piano delAttraverso la messa a fuoco della natura la deliberazione pubblica, ad allargare condell’ateismo, quindi la ricostruzione del cezioni ristrette dell’identità». Il nuovo
suo rapporto con la filosofia e le scienze, umanesimo, in fondo, non lo faranno i cricon l’etica e le scienze umane, sono essen- stiani da soli e nemmeno gli atei: ospitare
zialmente due le proposte che la diversità le passioni altrui e l’esigenza di una Verità
dell’ateo appare incarnare. Esse vengono che non subisca riduzioni, pur richiedendo
ormai in piena luce, grazie all’estendersi ad pazienza e sopportazione, rende spedito il
ampie fasce della popolazione di una vita cammino. Certo, assistiamo alle spigolosità
senza Dio.
e alle cadute di stile gli uni degli altri, ma
Anzitutto, «nella concezione secolarizza- incontrandoci le scopriamo più connesse
ta e scientifica del mondo lo spazio per alle ferite di cui ciascuno è portatore, che a
l’intervento di un Dio sovrannaturale si va una definitiva esclusione di ciò che al disempre più riducendo»: ha prevalso, ed è a verso è concesso di vedere.
giose e «imposture in genere», credenze
tutte illusorie, il cui contributo alla salute
psichica risulta «in fondo come affidarsi a
un buon cocktail di psicofarmaci o a qualche intervento neurochirurgico che disinnesca circuiti cerebrali legati alla paura o
all’ansia». Il nostro filosofo appare perfino
sbrigativo e tranchant: liquida in un colpo
solo le etiche «cosiddette religiose» come
inadeguate alle sfide presenti; sposa l’equazione religione-violenza, fino a definire «le
presunte diversità di fondo delle tradizioni
monoteistiche» figlie di una valutazione
eurocentrica che, rimuovendo lunghi elen-
All’Uca di Buenos Aires
Un sogno antico
«Non siamo un mero continente,
né solo un fatto geografico con
un mosaico inintelligibile di
contenuti. Non siamo neppure
una somma di popoli e di etnie
che si giustappongono. Una e
plurale, l’America Latina è la casa
comune, la grande patria di
fratelli», patria «che la stessa
geografia, la fede cristiana, la
lingua e la cultura hanno unito
definitivamente nel cammino
della storia». È partendo da
questo assunto, contenuto nel
Documento di Aparecida, che la
Pontificia università cattolica
argentina (Uca) ha organizzato
un simposio, svoltosi il 21 maggio
a Buenos Aires, per elaborare una
soluzione ai problemi che ancora
ostacolano una piena integrazione
del subcontinente. Come ha
evidenziato il rettore dell’Uca,
l’arcivescovo Víctor Manuel
Fernández, aprendo l’incontro,
l’iniziativa è nata per offrire uno
sguardo verso il futuro — anche
in vista dell’ormai prossimo
viaggio di Papa Francesco in
America Latina — senza tornare
sulle cause dei conflitti e senza
l’ambizione di giungere alla
modifica di trattati internazionali.
L’obiettivo, insomma, è
individuare strumenti per favorire
un’autentica volontà
d’integrazione. Si tratta, ha
suggerito il rettore della
Pontificia università cattolica
argentina, di «rilanciare un
sogno», un sogno antico, fondato
soprattutto sulla appartenenza
alla Chiesa di Dio in America
Latina, sacramento di comunione
tra i suoi popoli. Ed è questa la
chiave per aprire porte chiuse da
tempo. Per cercare di avvicinare
quei popoli e quei Paesi del
Cono Sud ancora divisi — in
modo innaturale — da annose
questioni geopolitiche.
Un convegno sulla dottrina sociale della Chiesa e il mondo degli affari
Economia francescana
di D OMINGO SUGRANYES BICKEL
L’attualità economica, la disoccupazione e
la fragilità di molte situazioni lavorative
lasciano poco spazio all’ottimismo. Come
cristiani attivi nel lavoro ascoltiamo con
attenzione Papa Francesco quando parla
di un’economia che esclude, di una cultura dello scarto. Ma non possiamo metterci
la coscienza a posto imprecando contro
l’avidità e la corruzione; abbiamo bisogno
di un’analisi precisa e di programmi di riforma da attuare nella pratica.
Qui sta il nocciolo della questione: è
possibile tradurre gli insegnamenti sociali
della Chiesa in programmi di riforma che
siano fedeli all’ispirazione ed efficaci?
In molte scuole di business di stampo
cattolico il problema viene affrontato
dall’interno dell’azienda. Applicare la dottrina sociale della Chiesa nell’impresa significa rispettare la dignità di tutti, promuovere le opportunità di accedere a un
lavoro soddisfacente, dare alla responsabilità sociale corporativa il suo significato
più autentico e profondo. Si sono fatti dei
passi avanti, come i progetti filantropici finanziati da società o i codici etici di condotta. Forse il mondo degli affari inizia a
percepire la propria finalità in modo diverso; e se queste esperienze sembrano talvolta di facciata, forse stanno comunque a
indicare una tendenza.
Quando si parla di azienda le idee portate avanti dai cattolici coincidono spesso
con quelle sostenute da persone di appartenenze diverse. Issare la bandiera cattolica o cristiana spesso provoca reazioni negative, però è possibile trovare un terreno
d’intesa con i colleghi non credenti: l’idea
di ripensare gli obiettivi e le finalità del
business è comune a molti, soprattutto
dopo la recente crisi finanziaria che ha minato la fiducia nelle banche e nelle
imprese.
Ma i mali del contesto economico attuale non possono essere risolti unicamente dalle imprese: anche se tutte le aziende
adottassero una cultura a favore del bene
comune, dovrebbero pur sempre lottare
per la propria sopravvivenza e crescita.
Nessuna impresa può assumere la responsabilità o sostenere dei costi che mettono
a repentaglio il suo futuro. Quindi come
affrontare i problemi della macroeconomia? Chi creerà posti di lavoro? Che tipo
di formazione dovranno avere i lavoratori
per adattarsi in un contesto di pressante
cambiamento dove non si possono garantire le sicurezze di un passato corporativista? Chi sarà abbastanza creativo da mostrare anche oggi che il progresso tecnologico non significa la fine del lavoro, bensí
una diversa tipologia di lavoro?
Per risolvere questi problemi le buone
intenzioni e l’impegno volonteroso di pochi non bastano. Le soluzioni vanno cercate in programmi di riforma di ampio respiro dopo un lungo dibattito pubblico in
cui il pensiero cattolico può e deve essere
propositivo.
La Fondazione Centesimus Annus pro
Pontifice riflette su queste problematiche
da ventidue anni, fin dalla sua creazione
voluta da Giovanni Paolo II. Se la dottrina della Chiesa non fornisce una teoria
economica o un modello in senso stretto,
può però essere una fonte d’ispirazione
per chi ha il compito di analizzare la situazione economica e programmare le linee di condotta. Partendo da questa prospettiva la Fondazione intende diffondere
la dottrina sociale della Chiesa confrontandola con le domande e le teorie proposte dal mondo accademico e dall’esperienza pratica. Siamo convinti che l’influenza
della dottrina sociale della Chiesa possa
essere rafforzata e ampliata. Per raggiungere lo scopo noi laici dobbiamo
smettere di rifarci alle formule generiche
per prendere di petto la realtà con nuove
ricerche, nuove pubblicazioni e nuove casistiche.
Durante il convegno che si svolgerà in
Vaticano dal 25 al 27 maggio saranno affrontate due domande che riguardano tan-
Colantonio del Fiore, «Francesco consegna la regola» (1440-1470 circa, particolare)
to le economie ricche quanto quelle povere: se sia possibile una crescita che non
implichi necessariamente un consumo
compulsivo e il futuro dell’occupazione e
l’economia “informale”. Sono questioni di
frontiera ma che toccano elementi chiave
del nostro futuro, come il tipo di crescita
Riscoprire
le vere virtù del lavoro e della creatività
è un modo efficace
di resistere alle tentazioni
dell’assistenzialismo e della corruzione
che possiamo permetterci, la possibile ridefinizione dell’impiego e lo status del lavoro.
A conclusione del convegno, il 27 maggio si terrà sotto la presidenza del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin la cerimonia di consegna del Premio Economia
e società attribuito a dei lavori che aprono
nuove vie d’applicazione dei principi della
dottrina sociale della Chiesa. Il premio
principale sarà conferito al finanziere francese Pierre de Lauzun per il suo libro sulla finanza nell’ottica cristiana, in cui rilegge la storia e le riforme in corso ed elabora le caratteristiche di una nuova cultura
etica; la laudatio sarà pronunciata dal presidente della giuria, il cardinale Reinhard
Marx.
Nel medioevo la scuola economica francescana già sapeva che con l’elemosina si
può aiutare a sopravvivere, ma per vivere
bisogna produrre e vendere i prodotti,
scambiandoli tra soggetti di pari dignità.
Riscoprendo le vere virtù del mercato, del
lavoro e della creatività si possono aprire
delle strade di riforma; è un modo efficace
di resistere alle tentazioni della rassegnazione, dell’assistenzialismo e della corruzione.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 6
sabato 23 maggio 2015
Appello dei leader religiosi indonesiani per l’accoglienza dei rohingya
Compassione
senza frontiere
L’episcopato statunitense esorta l’Amministrazione a intensificare gli sforzi
È l’ora
del disarmo nucleare
NEW YORK, 22. Intensificare gli
sforzi per portare avanti il disarmo
nucleare e porre così le basi del successo di una conferenza multilaterale da organizzare a New York. È
quanto chiede al segretario di Stato
John Kerry il presidente del Comitato per la pace e la giustizia internazionali della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, il vescovo di
Las Cruces, monsignor Oscar
Cantú.
Il presule ha affidato il suo messaggio a una lettera pubblicata in
occasione della nona Conferenza di
revisione del Trattato di non proliferazione (Tnp) che si è conclusa oggi, venerdì, presso l’O rganizzazione
delle Nazioni Unite. Si tratta, in sostanza, dell’aggiornamento periodico dell’accordo internazionale sul
disarmo nucleare, un percorso iniziato 45 anni fa e che viene rivisto
ogni cinque anni. «La maggior parte degli americani — ha scritto il vescovo di Las Cruces — pensa che la
minaccia nucleare si sia ridotta con
la fine della “guerra fredda”. Purtroppo, niente è più lontano dalla
verità. In un mondo multipolare,
dove ci sono rischi di proliferazione
nucleare e perfino di terrorismo nucleare — ha aggiunto il presule — è
imperativo che il mondo si muova
sistematicamente e inesorabilmente
verso il disarmo e la messa in sicurezza dei materiali nucleari. Preservare il Trattato di non proliferazione
è una pietra angolare di questo
sforzo».
Il presidente del Comitato per la
pace e la giustizia internazionali ha
auspicato un impegno deciso e concreto perché sia possibile verificare
il disarmo nucleare. Un tema particolarmente sensibile, in questa ottica, è quello, ad esempio, delle testa-
te nucleari già innescate e pronte
all’utilizzo in caso di impieghi d’urgenza. Armamenti che costituiscono
un rischio costante, data la non remota possibilità di incidenti dall’esito catastrofico. Altri temi all’ordine
del giorno, secondo l’episcopato statunitense, sono i maggiori tagli degli arsenali, la ratifica del Comprehensive Test Ban Treaty (Trattato
sulla messa al bando dei test nucleari) e la necessità di avviare negoziati
seri su un trattato per la riduzione
del materiale fissile e altre misure
preventive.
Per la Chiesa, limitare gli armamenti nucleari significa anche liberare importanti risorse economiche
che potrebbero essere usate per assistere fasce di popolazione in condizioni di indigenza. Su questo tema
era intervenuto del resto anche Papa
Francesco nel messaggio per la III
Conferenza sull’impatto umanitario
delle armi nucleari, tenutasi a Vienna l’8 e 9 dicembre scorsi.
Dal 21 giugno al 4 luglio la Fortnight for Freedom
Libertà
di dare testimonianza
WASHINGTON, 22. Libertà di dare
testimonianza: è questo il tema
della quarta edizione della Fortnight for Freedom (“due settimane
per la libertà”), la campagna per la
libertà religiosa promossa dalla
Conferenza episcopale degli Stati
Uniti.
Lanciata per la prima volta nel
2012, l’iniziativa prenderà il via il
prossimo 21 giugno, giorno della
memoria di san Thomas More e
san John Fisher, per concludersi il
4 luglio, festa dell’indipendenza
degli Stati Uniti. «Mantenere lo
spirito del Vangelo — ha spiegato
il presidente della commissione ad
hoc per la libertà religiosa e arcivescovo di Baltimore, monsignor
William Edward Lori — significa
che le istituzioni cattoliche devono
dare testimonianza nell’amore della piena verità sulla persona umana, fornendo servizi sociali, caritativi ed educativi in modo da riflettere pienamente la dignità donata
da Dio alla persona umana».
Un impegno per il quale è necessario che venga assicurata piena
libertà di azione, in base alle proprie convinzioni religiose e nel rispetto dei diritti di tutti.
L’iniziativa dell’episcopato prevede quindici giorni di iniziative:
preghiere, riflessioni, catechesi e
manifestazioni. Tutte le diocesi e
le parrocchie sono chiamate a partecipare così da mobilitare la comunità cattolica e richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su
questo tema.
Presentate le linee guida pastorali della Chiesa in Argentina per il prossimo triennio
Missione, misericordia e gioia
BUENOS AIRES, 22. «Missione, misericordia e gioia»: sono i tre temi sui
quali i vescovi argentini hanno focalizzato la loro attenzione nella stesura delle linee guida pastorali per il
triennio 2015-2017. Contenute in un
libretto dal titolo: «Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia» il documento è stato presentato giovedì, nel corso di una
conferenza stampa, dal segretario
generale della Conferenza episcopale argentina, monsignor Carlos
Humberto Malfa, vescovo di Chascomús.
Missione, misericordia e gioia
sono tre temi evidentemente legati
tra loro, ha detto il presule: «Con la
missione abbiamo parlato di una
Chiesa in uscita, non chiusa in se
stessa e presa dai suoi problemi, ma
aperta per annunciare il Vangelo a
tutti. E per questo è necessaria la
misericordia». Il vescovo Malfa ha
poi sottolineato l’importanza della
«gioia del cuore»: «La missione
consiste nel condividere questa gioia
che è frutto dell’incontro con
Cristo».
In questo contesto, i vescovi considerano prioritarie alcune questioni
pastorali. Prima di tutto il Congresso eucaristico nazionale, che si terrà
a San Miguel de Tucumán, nel giugno 2016. Al riguardo, il presule ha
spiegato che «l’incontro con Gesù
nell’Eucaristia è la via della Chiesa
per celebrare il bicentenario dell’Indipendenza del Paese». La Chiesa,
ha spiegato, «è stata ed è protagonista della storia del popolo argentino; per questo incoraggiamo qui a
riprendere il ruolo dei laici» nella
vita ecclesiale. In quest’ottica, il vescovo ha sottolineato l’importanza
del documento dal titolo: «Las elecciones, exigencia de compromiso
ciudadano», diffuso lo scorso marzo
dal comitato permanente. Secondo
monsignor Malfa, questo testo «è
un punto di riferimento e rappresenta il pensiero della Chiesa sui temi elettorali, dove si evidenzia la responsabilità di tutti nella costruzione del bene comune».
Inoltre, il vescovo ha parlato
dell’importanza che avrà la pastorale familiare. «Il Sinodo dei vescovi
ci ha invitato a riflettere su quella
che è la vocazione e la missione delle famiglie nel mondo contemporaneo. Quello che ci interessa ora è
aspettare lo sviluppo del Sinodo»,
quando «potremo avere un quadro
più chiaro di come andare avanti».
Altri temi in evidenza nelle linee
guida — ha ricordato il presule —
sono «la pastorale giovanile, che
comprende la pastorale vocazionale;
la rivitalizzazione delle parrocchie
come ambiti di comunione, partecipazione e missione; la catechesi, intesa come annuncio fondamentale
della fede e la formazione dei sacerdoti sull’esempio del beato Brochero». Durante il suo intervento, monsignor Malfa ha anche sottolineato
l’importanza dell’anno dedicato alla
vita consacrata, che culminerà il 2
febbraio 2016. Il presule ha ricordato che, nel corso dell’ultima assemblea, i vescovi hanno scritto una lettera di saluto e di ringraziamento ai
consacrati per la loro scelta: ora, ha
detto, «ci impegniamo ad accompagnarli nel cammino di rinnovamento». La prossima assemblea plenaria
dei vescovi si inizierà con una messa
per i consacrati, che sarà celebrata
domenica 8 novembre nella basilica
di Luján.
Una riflessione speciale, inoltre, è
stata dedicata dal segretario generale della Conferenza episcopale
argentina al martirio dei cristiani in
Medio oriente, «fatti a cui il mondo
sta assistendo con orrore». I mass
media sono chiamati «a farsi eco
della condanna che reclama questa
crescente e inaccettabile violazione
del diritto alla libertà religiosa»,
giacché la realtà della persecuzione
dei cristiani che vengono torturati o
uccisi «non può essere messa a
tacere».
JAKARTA, 22. Riconoscere quanto
prima lo status di rifugiati alle migliaia di migranti rohingya e bengalesi da settimane alla deriva su barconi di fortuna nel mare delle Andamane. È la richiesta contenuta in
un messaggio che i leader religiosi
indonesiani — musulmani, buddisti
e cristiani — hanno indirizzato ai loro governanti. In una dichiarazione
congiunta, riportata dal sito Églises
d’Asie, i rappresentanti religiosi sottolineano in primo luogo che «il
problema dei rohingya», che fuggono da terribili condizioni di vita, è
prima di tutto una «questione di
umanità», che chiama in causa il
Governo indonesiano, nell’occasione
sollecitato a siglare la convenzione
relativa allo status dei rifugiati, meglio conosciuta come Convenzione
di Ginevra, testo adottato nel 1951
sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Il messaggio dei leader religiosi è
stato diffuso nelle stesse ore in cui i
governi di Indonesia e Malaysia —
anche a seguito degli appelli lanciati
dalla
comunità
internazionale,
dall’Onu e anche dall’università di
Al-Azhar al Cairo — hanno abbandonato la politica dei respingimenti,
accettando di fornire rifugio temporaneo a migliaia di migranti bloccati
in mare. I due Governi hanno però
chiesto l’aiuto internazionale, affermando che «la crisi è globale» e
«non regionale».
Maman Imanulhap, rappresentante musulmano, ha reso noto che
la maggiore organizzazione islamica
indonesiana, la Nahdlatul Ulama,
ha invitato tutte le madrasse, le
scuole islamiche, a ospitare i bambini rohingya che arrivano nel Paese.
Mentre
il
reverendo
Stephen
Siahaan, rappresentante delle comunità protestanti, ha ricordato che «la
prima cosa che dobbiamo fare è
salvare le persone che stanno morendo», perché «l’aspetto umanitario di questo problema non conosce
frontiere».
Anche in Malaysia la locale Federazione cristiana, organizzazione che
riunisce comunità cattoliche e prote-
stanti, ha diffuso un appello per
l’accoglienza dei profughi. «Questi
migranti sono esseri umani e hanno
diritto alla vita, hanno una dignità.
Domenica scorsa nelle chiese malaysiane abbiamo pregato per loro e
chiesto a Dio che muovesse i cuori
alla compassione», ha dichiarato
all’agenzia Fides il gesuita Lawrence
Andrew, direttore del settimanale
diocesano di Kuala Lumpur.
Campagna della Caritas India contro la piaga dei suicidi tra i contadini
L’agricoltura chimica che uccide
NEW DELHI, 22. Con la diffusione
dell’agricoltura biologica non si difende soltanto la salute delle persone e del pianeta, ma è possibile anche lottare contro la povertà estrema
che in India spinge addirittura al
suicidio un numero sempre crescente di contadini. Ne è convinto padre
Frederick D’Souza, direttore esecutivo di Caritas India, che recentemente ha fatto proprio della promozione
dell’agricoltura biologica uno dei
punti di forza dell’organismo caritativo della Chiesa locale.
Tradizionalmente, l’opera di Caritas India si concentra soprattutto su
due grandi settori: quello per lo sviluppo e quello per la gestione delle
emergenze derivanti da catastrofi
naturali, quali alluvioni o terremoti.
«Come agenzia della Chiesa cattolica — sottolinea il religioso — sosteniamo i diritti dei bambini, delle
donne, e degli agricoltori. Puntiamo
allo sviluppo di mezzi di sussistenza
per ridurre la povertà nelle città e
nelle campagne. Inoltre siamo impegnati nella lotta al traffico di esseri umani e agli effetti dannosi del
cambiamento climatico».
Proprio il mutamento del clima,
generato in gran parte dall’inquinamento e che influisce negativamente
sui raccolti, costituisce uno dei fattori principali alla base dell’impoverimento della popolazione delle
campagne. Così gli agricoltori chiedono prestiti a privati, che forniscono un servizio di microcredito. Il
più delle volte però si tratta di vero
e proprio strozzinaggio. Soffocati
dai debiti spesso i contadini optano
per gesti estremi, fino al suicidio.
Un fenomeno sempre più diffuso,
divenuto da qualche anno una vera
e propria piaga nazionale. Il tasso
più alto di suicidi si registra in
Maharashtra: su 1.109 casi accertati
in tutta l’India nel 2014, ben 986
sono avvenuti in questo Stato, che
pure è tra i più ricchi e più popolosi del Paese. Rispetto al 2013 c’è
stato un aumento complessivo del
26 per cento. «Per noi — spiega padre D’Souza ad AsiaNews — una
delle sfide più grandi in assoluto è
dare a tutti i poveri del Paese una
vita davvero sostenibile sul lungo
periodo. Se hai un lavoro, hai cibo
e non sei denutrito; puoi mandare i
tuoi figli a scuola e puoi curarti se
stai male».
L’emergenza dei suicidi fra i contadini è legata proprio a questo discorso. «La ragione principale è la
mancanza di guadagni. Negli ultimi
anni si è diffusa un’agricoltura non
sostenibile, nella quale si fa ampio
uso di fertilizzanti e pesticidi chimici per pompare le coltivazioni e per
i cosiddetti cash crop, raccolti che
hanno un immediato ritorno economico, ma dipendenti da questi
agenti chimici». I contadini, spiega
ancora il responsabile della Caritas,
«si indebitano per acquistare questi
prodotti, ma il raccolto che ne deriva non sarà mai sufficiente per mantenere la famiglia e ripagare il debito. Queste persone sentono addosso
un certo tipo di onore sociale, hanno una loro dignità, e preferiscono
uccidersi anziché ammettere il fallimento e condividerlo con altri». Il
problema però è che «questo modo
di fare agricoltura sta creando un
circolo vizioso senza via d’uscita.
Fertilizzanti e pesticidi impoveriscono la terra, che riesce a produrre solo un certo tipo di semi e solo se
sollecitata dagli agenti chimici. A
quel punto è difficile tornare a
un’agricoltura di tipo biologico».
Tuttavia, è proprio questa la strada da percorrere, secondo i responsabili di Caritas India che già
alcuni anni fa avevano lanciato una
campagna dallo slogan assai eloquente: “Salvare i contadini, salvare
l’India”.
L’OSSERVATORE ROMANO
sabato 23 maggio 2015
pagina 7
L’arcivescovo Romero come predicatore e maestro
Autoritratto di un pastore
di PETER KODWO APPIAH TURKSON
Nel Nuovo testamento, quando Gesù parla del buon pastore, di fatto parla di se stesso. Non a caso, quando l’arcivescovo Oscar Arnulfo Romero nell’omelia pronunciata il 16
aprile 1978 nella chiesa di El Rosario riprende questo autoritratto di Gesù, inconsciamente disegna anche il proprio autoritratto.
Pertanto quest’omelia, tenuta nella domenica del buon
pastore, offre l’opportunità di conoscere il presule salvadoregno dal di dentro del suo ministero. «Ogni omaggio che
mi viene reso — dice — di fatto è un omaggio a Cristo il
buon pastore e alla vostra fede».
Inoltre ci sono due immagini complementari che descrivono come, ai tempi di Gesù, un pastore guidava il proprio
gregge. In alcune circostanze camminava davanti alle pecore, che lo seguivano; qui l’enfasi è posta sul trovare il cammino, o addirittura sull’aprire una nuova strada. In altre situazioni il pastore camminava dietro il gregge, da dove poteva vedere quale pecora o quale agnello era debole o mala-
Isabella Ducrot
«Oscar Arnulfo
Romero»
(2013)
to, quale poteva smarrirsi o si era già allontanato. Per l’arcivescovo Romero tra gli smarriti c’erano i ricchi, i potenti, i
violenti, coloro che erano in disaccordo con lui, coloro che
lo attaccavano.
«I vescovi non governano come despoti. Perlomeno non
è così che dovrebbero agire. Il vescovo deve essere il servitore più umile della comunità, poiché Gesù ha detto ai suoi
discepoli, i primi vescovi: chi è più grande tra voi sia come i
più piccoli, e il capo sia come il servo. Il comandamento
che seguiamo è di servizio. Anche il nostro modo di vivere e
il nostro mondo sono di servizio» aggiunse monsignor Romero la domenica successiva, 23 aprile 1978. Quindi, sia che
guidi stando davanti, sia che guidi stando dietro, un vescovo «prolunga adesso la persona del buon pastore», secondo
le parole di Paolo VI.
Al contrario dei ladri e dei briganti che, secondo le parole
di Gesù, salgono «da un’altra parte», l’arcivescovo Romero
ha detto di se stesso e degli altri vescovi: «Quelli tra noi
che hanno l’onore di essere pastori, non sarebbero pastori se
non fossero stati chiamati a entrare dalla porta. Il vero vescovo e pastore, l’autentico e unico Papa, è colui che è passato per la porta, la porta che è Cristo».
Quando padre Romero è stato ordinato vescovo — ed è la
stessa cosa che è accaduta a me — sono state queste le parole profetiche pronunciate da chi ha presieduto la celebrazione: «Nella Chiesa a te affidata sii fedele custode e dispensatore dei misteri di Cristo. Posto dal Padre a capo della sua
famiglia, segui sempre l’esempio del buon pastore, che conosce le sue pecore, da esse è conosciuto e per esse non ha
esitato a dare la vita» (Rito di ordinazione episcopale, 1968). E
così è stato.
Difensore dei poveri
di VINCENZO PAGLIA*
Con la beatificazione dell’arcivescovo
Oscar Arnulfo Romero — che viene celebrata a nome del Papa dal cardinale
Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, sabato 23
maggio, a San Salvador — sale sugli altari un martire della Chiesa del Vaticano II, un pastore che ha misurato la
sua azione sulle linee del concilio e
sulla successiva riflessione dell’episcopato latinoamericano nelle grandi assemblee continentali. Il suo esempio
ha suscitato un’ammirazione straordinaria nella Chiesa cattolica e l’eco della sua morte e della sua testimonianza
ha toccato molti dei cristiani delle altre
confessioni. E la stessa società civile ne
è rimasta ammirata. Le Nazioni Unite,
per esempio, hanno proclamato il 24
marzo, data del suo martirio, giornata
internazionale per il diritto alla verità
sulle gravi violazioni dei diritti umani
e per la dignità delle vittime.
Certo, il mondo è molto cambiato
dal 1980, quando Romero venne assassinato perché la sua voce tacesse. Oggi
monseñor — così lo chiamava la gente –
risuona ancor più che allora. E la sua
beatificazione sotto il pontificato del
primo Papa latinoamericano conferisce
alla testimonianza di Romero una forza particolare. L’affermazione di Papa
Francesco: «Come vorrei una Chiesa
povera, per i poveri», lega Romero in
maniera robusta all’oggi della Chiesa e
alla sua missione. Un rapporto non
troppo favorevole all’azione pastorale
del presule notava: «Romero ha scelto
il popolo e il popolo ha scelto Romero». E questa che a taluni appariva
una nota negativa, era in verità l’elogio
più bello. Egli «sentiva l’odore delle
pecore» e queste ne ascoltavano la voce e la seguivano. È commovente vedere ancora oggi i contadini salvadoregni
parlare con lui quando sono inginocchiati davanti alla sua tomba.
Romero è stato un vescovo secondo
la migliore tradizione tridentina, arricchita poi dall’insegnamento del Vaticano II. Aveva studiato a Roma dal 1937
al 1943; amava i Papi, soprattutto Pio
XI, Paolo VI e Giovanni Paolo II che
aveva conosciuto personalmente. Fedele al magistero, non mancava di carismi: la parola, la predicazione, il senso
pastorale. Non era un intellettuale, un
teologo, un organizzatore, un amministratore. Neppure un riformatore. E
tanto meno un politico, come qualcuno ha voluto vederlo, strumentalizzando il suo nome. Era un uomo di Dio,
un uomo di preghiera, un uomo di obbedienza e di amore per la gente. Pregava molto ed era severo con se stesso,
legato a una spiritualità antica fatta di
sacrifici, di penitenza, di privazioni.
Ebbe una vita spirituale lineare, pur
con un carattere non facile. Nella preghiera trovava riposo, pace e forza. Fu
la forza della preghiera a sostenerlo.
Pochi giorni prima di essere ucciso
scriveva: «Temo i rischi a cui sono
esposto. Mi costa accettare una morte
violenta che in queste circostanze è
molto possibile». E aggiungeva: «Le
circostanze sconosciute si vivranno con
la grazia di Dio. Egli ha assistito i
martiri e se è necessario lo sentirò molto vicino nell’offrigli l’ultimo respiro».
Indiscussa la sua fedeltà al magistero,
in particolare a quello degli ultimi decenni, dal concilio — di cui divenne divulgatore in El Salvador — a Paolo VI e
Papa Wojtyła. Pochi mesi prima della
morte, in visita a Roma, annota:
«Questa mattina sono andato nuovamente alla basilica di San Pietro e,
presso gli altari, che amo molto, di San
Pietro e dei suoi successori attuali di
questo secolo, ho chiesto insistentemente il dono della fedeltà alla mia fede cristiana e il coraggio, se fosse necessario, di morire come morirono tutti
questi martiri o di vivere consacrando
la mia vita come l’hanno consacrata
questi moderni successori di Pietro».
Sul tema del martirio aveva riflettuto
anche per i tanti sacerdoti, religiosi, catechisti, fedeli uccisi nel vortice di violenza che aveva investito il suo Paese,
solo perché parlavano di Vangelo, di
pace, di giustizia. Romero li riassume
tutti. E in certo senso guida la schiera
dei nuovi martiri del Novecento.
Egli credette alla sua funzione di vescovo. Si sentiva responsabile del popolo oppresso. Si fece carico del sangue, del dolore, della violenza che esso
subiva, denunciandone le cause nella
carismatica predicazione domenicale
seguita alla radio da tutta la nazione.
Era un vescovo defensor pauperum secondo l’antica tradizione dei padri della Chiesa. Il clima di persecuzione era
palpabile nel Paese. Dopo due anni di
episcopato nell’arcidiocesi salvadoregna, Romero contava trenta preti perduti, tra uccisi, espulsi o allontanati
per sfuggire alla morte, e centinaia di
catechisti uccisi e fedeli scomparsi. Perciò contrastò la violenza perpetrata sia
dai militari in senso repressivo sia dalla
guerriglia in senso insurrezionale. I
mandanti del killer con la sua morte
volevano far tacere la Chiesa del Vaticano II. Perciò fu ucciso sull’altare. La
sua morte martiriale avvenne in odium
fidei perché — come mostra l’accurato
esame documentario svolto nel processo di beatificazione — essa fu causata
non da motivi solo politici, ma
dall’odio per una fede che, impastata
della carità, non taceva di fronte all’oppressione del popolo.
Giovanni Paolo II — che ben conosceva i due altri santi uccisi sull’altare,
Stanislao di Cracovia e Thomas Becket
di Canterbury — lo notava con efficacia: «Lo hanno ucciso proprio nel mo-
mento più sacro, durante l’atto più alto
e più divino». Gli assassini, impedendo a Romero di terminare la messa,
volevano come dividere il culto a Dio
dalla sua misericordia.
Il martire Romero ci ricorda che non
si può separare l’Eucarestia dai poveri.
E Papa Francesco non cessa di mostrarcelo con le parole e con i gesti.
*Postulatore
Suor Irene Stefani missionaria in Kenya
Mamma
misericordia
di GOTTARD O PASQUALETTI*
Per la prima volta in Kenya viene
celebrata una beatificazione. È
quella di suor Irene Stefani, che
viene elevata agli onori degli altari sabato 23 maggio a Nyeri,
dal cardinale Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam e presidente del simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar, in rappresentanza di
Papa Francesco.
La donna, conosciuta per aver
curato i feriti degli ospedali militari durante la guerra, era nata il
22 agosto 1891 ad Anfo, Brescia.
Battezzata con il nome di Aurelia
Mercede, fu educata a una solida
spiritualità. Fin da giovane dimostrò spiccato impegno di vita cristiana. Guidò le sorelle rimaste
prive della mamma, si dedicò
all’insegnamento del catechismo
e della preghiera. Nel 1911 entrò
nell’istituto delle suore missionarie della Consolata, da poco fondato a Torino dal beato Giuseppe Allamano, assumendo il nome
di suor Irene. Dopo la prima
professione religiosa, fu destinata
in Kenya. Vi rimase, senza mai
ritornare in patria, fino alla morte, il 31 dicembre 1930.
La prima guerra mondiale ebbe sanguinosi risvolti anche in
Preghiera del segretario di Stato nella festa di Maria Ausiliatrice
Per i nostri fratelli in Asia
Con un’invocazione «a colei che ci è madre» — a Maria aiuto dei cristiani, dichiarata nel 2001 patrona della Cina — il cardinale Pietro Parolin ha
rivolto una preghiera speciale «per i nostri fratelli in Asia». Lo ha fatto
venerdì 22 maggio, nella cappella del Coro della basilica di San Pietro,
durante la messa celebrata in occasione della festa mariana, alla quale
hanno partecipato responsabili e dipendenti della Tipografia vaticana,
dell’Osservatore Romano e del Servizio fotografico del giornale.
Con lui hanno concelebrato i salesiani don Sergio Pellini, direttore generale della Tipografia Vaticana Editrice L’Osservatore Romano, e don
Marek Kaczmarczyk, direttore commerciale. Erano presenti, tra gli altri,
il segretario di redazione, il vicedirettore e il direttore del giornale.
Nell’omelia, il porporato ha tratteggiato la caratteristica spiritualità
mariana che ha segnato l’intera esistenza di don Bosco, del quale quest’anno si festeggia il bicentenario della nascita in coincidenza con l’analoga ricorrenza per la festa di Maria Ausiliatrice, voluta da Papa Pio VII
nel 1815. Il porporato ha quindi accomunato i presenti nell’atto di affidamento alla Vergine, chiedendo il sostegno affinché mai si tema «di parlare di Gesù al mondo, e del mondo a Gesù».
Africa, per gli interessi coloniali
dell’Inghilterra in Kenya e della
Germania in Tanzania. Si ricorse
al reclutamento forzato di oltre
trentamila indigeni, ingaggiati
nel Carriers corp per il trasporto a
spalle del materiale bellico attraverso il groviglio delle foreste e
delle steppe. Sottoposti a immani
fatiche, molti morivano o si trascinavano
negli
improvvisati
ospedali militari, dove lo scarso
cibo, la carenza di medicinali, le
infezioni, le epidemie, il servizio
di improvvisati infermieri, favorivano il contagio e la morte. Alla
loro assistenza si dedicò suor Irene nei nosocomi militari di Voi
in Kenya e di Kilwa Kiwinje,
Lindi, Dar-es-Salaam, in Tanzania. Nei capannoni dove si ammonticchiavano migliaia di uomini dalle piaghe maleodoranti,
suor Irene, ancora giovanissima,
rivelò un indomabile coraggio e
grande carità, sempre con un incantevole sorriso. Si dedicò ai
più gravi. Imboccava i pazzoidi
anche se le risputavano il cibo in
faccia; liberava i piagati dai vermi delle cancrene; correva in cerca di acqua per dissetare i febbricitanti, cedendo anche la sua razione; si interponeva per evitare
le staffilate a chi veniva castigato.
E l’ambiente cambiò. Ne rimasero stupiti i medici e gli ufficiali.
Uno di essi ebbe a dire: «Quella
creatura non è una donna, è un
angelo». Ne erano ammirati anche gli inservienti musulmani e
gli stessi carriers. Uno di essi, a
distanza di anni, nel 1984, la riconobbe in un’immaginetta. Mostrando i polsi dove erano ancora
visibili le cicatrici, disse: «Fu
proprio lei a curarmi le lacerazioni procurate dalle catene».
Terminata la guerra, tornò in
Kenya, dimostrando le stesse attenzioni. Soprattutto nella missione di Gikondi, dove restò per
dieci anni dal 1920 fino alla morte: di fronte alle necessità degli
altri niente la tratteneva. «Scattante come una molla — ricordano gli africani — andava dappertutto anche lontanissimo, velocemente, da tutti, pagani e cristiani, sempre quasi correndo» su e
giù per le colline. Si dedicava
agli altri con dedizione tutta materna, con modi gentili, rispetto,
delicatezza, dolcezza e affabilità,
senza fare distinzioni. Questo
colpì gli africani, che la soprannominarono nyaatha, «mamma
tutta misericordia e amore». Molta gente la conosceva solo con
questo nome o con altre espressioni come «buona mamma che
vuole bene a tutti», «segretaria
dei poveri», «angelo di carità».
Dopo le faticose ore di scuola,
in un ambiente ancora refrattario
all’insegnamento, correva per incontrare la gente, invitare al catechismo, curare i malati, soccorrere le partorienti, salvare i bambini abbandonati. Seguiva con
amore i suoi “figli” emigrati a
Nairobi o Mombasa, intessendo
con loro una nutrita corrispondenza. Riservava questo ministero epistolare alle ore della notte.
Nel contatto con le persone
che incontrava trovava sempre il
modo per dire una buona parola,
invitare alla fede, a migliorare il
comportamento. «Parlare di Dio
le era naturale come il respiro» e
lo faceva con gioiosa convinzione, incurante dell’indifferenza e
delle difficoltà. Correva al capezzale dei malati per dare loro con
le medicine il dono più grande: il
battesimo. Si ritiene che ne abbia
battezzati ben quattromila. Significativo quello che avvenne poco
prima di morire.
Con incondizionata dedizione
si prodigò nelle attività pastorali:
catechismo, visite ai villaggi, presenza accanto a malati e moribondi. Singolari furono i contatti
con comunità e persone di chiese
cristiane, ma non cattoliche. Per
questa sua attività, gli africani
che la conobbero la ricordarono
come «la nostra suora». Ciò che
infatti la differenzia da altre persone che pure si sono spese con
generosità e amore grande per gli
altri e per l’annuncio del vangelo, è il fatto che suor Irene viene
considerata la «loro» suora perché l’hanno vista come «una di
loro» per il rispetto e l’apprezzamento di tutto quello che fa parte del loro mondo culturale, dei
loro usi e costumi, senza pregiudizi. Ed è sorprendente come
suor Irene si esprima “alla kikuyu” quando scrive ai cristiani
emigrati in altre zone del Paese.
Sfrutta frasi idiomatiche tipiche,
proverbi, similitudini di un’altra
lingua. Anche per questo l’hanno
sentita una di loro.
Suor Irene concluse la sua vita
a 39 anni, offrendola al Signore
per il bene del suo istituto e della Chiesa di Nyeri. La causa che
provocò la sua morte sintetizza
tutto: volle andare al capezzale
del maestro Julius Ngare, malato
di peste. Egli l’aveva offesa, mettendo in cattiva luce il suo insegnamento nella scuola per prenderne il posto. Suor Irene si fermò lungamente con lui, lo abbracciò, ne respirò l’alito che probabilmente la infettò. Subito il
suo stato di salute peggiorò fino
a portarla alla morte. E gli africani commentarono: «L’ha uccisa
l’amore».
*Postulatore
Inizio della missione del nunzio apostolico
nelle Isole Cook
Cook: l’ottantasettenne padre Ro-
Domenica, 15 marzo, monsignor
Martin Krebs, arcivescovo titolare
di Taborenta, è arrivato all’aeroporto di Rarotonga, dove lo hanno
accolto il signor Tukaka Ama, direttore di Protocollo del ministero
degli Affari esteri e dell’immigrazione, e l’ordinario locale, il vescovo Paul Donoghue. In un’autovettura governativa è stato accompagnato alla parrocchia Saint Paul,
nel villaggio di Titikaveka, dove
ha alloggiato nella casa delle suore
daughters of charity. Lunedì 16
marzo, ha visitato le istituzioni civili ed ecclesiastiche dell’isola di
Rarotonga. Il giorno successivo,
alla presenza della signora Dallas
Young, direttore della International division, ha presentato la copia
delle lettere credenziali alla signora
Myra Patai, segretario generale del
ministero degli Affari esteri e
dell’immigrazione, intrattenendosi
con lei sui frutti dei rapporti diplomatici stabiliti nel 1999 fra la
Santa Sede e le Isole Cook. In seguito, monsignor Krebs ha fatto
una visita alla scuola primaria cattolica Saint Joseph e ha presieduto
la messa nella parrocchia Saint
Mary, nel villaggio di Arorangi.
La mattina di mercoledì 18 marzo, si è svolta la cerimonia di presentazione delle lettere credenziali.
L’arcivescovo Krebs è stato ricevuto dal segretario ufficiale della Government house a Titikaveka, accompagnato dal vescovo Donoghue e da padre John Rovers, un
anziano missionario della congregazione dei Sacri cuori, invitato
per l’occasione dalle autorità civili.
Dopo un breve discorso, il nunzio
apostolico ha presentato le sue credenziali al rappresentante della regina Elisabetta II, il signor Tom
Marsters, il quale ha espresso la
sua gratitudine al Pontefice e ai
suoi predecessori per la loro leadership nelle sfide del mondo attuale e per il lavoro svolto dalla
Chiesa cattolica nelle Isole Cook.
In risposta il rappresentante pontificio ha sottolineato l’impegno della Santa Sede in favore della tutela
dell’uomo e per la protezione
dell’ambiente, trasmettendo i saluti
e la benedizione di Papa Francesco sull’intera nazione.
In serata, l’arcivescovo Krebs ha
presieduto la messa nella parrocchia Sacred Heart, ricevendo, dopo l’Eucaristia, un benvenuto tradizionale con musica di tamburo e
danze, seguito da una cena con i
parrocchiani. La mattina del giorno seguente, in assenza del primo
ministro, ha reso visita al ministro
delle Finanze, Mark Brown, con il
quale ha pranzato.
Nel pomeriggio ha avuto luogo
il solenne benvenuto della comunità cattolica delle Isole Cook, nella
cattedrale Saint Joseph di Avarua,
proprio nel giorno della festa patronale. Secondo un rito tradizionale riservato agli ospiti di più alto
rango, il nunzio apostolico è stato
portato da otto uomini su una sedia gestatoria, dalla sala della parrocchia all’entrata della cattedrale,
dove ha celebrato la messa con i
sacerdoti presenti nelle Isole
vers, e il confratello ottantaquattrenne padre Damian Marinus (entrambi missionari olandesi che prestano servizio nelle Isole Cook da
58 anni), don Fred, unico sacerdote locale, un prete fidei donum di
Tonga e tre membri della Mission
society of the Philippines.
Il 20 marzo, il rappresentante
pontificio ha incontrato il ministro
della Sanità, Nandi Glassie, e Joseph Mayhew, il primo segretario
nell’ambasciata di Nuova Zelanda,
unica missione diplomatica presente ad Avarua. Infine ha visitato la
scuola cattolica Nukutere College
che la comunità cattolica sta generosamente aiutando a ristrutturare,
dopo un incendio verificatosi alcuni mesi fa.
La mattina presto del 21 marzo,
il nunzio apostolico è ripartito verso Wellington. Il giornale «Cook
Islands News» ha pubblicato vari
articoli sulla sua visita e la televisione locale ha trasmesso un’intervista rilasciata dall’arcivescovo
Krebs per l’occasione.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 8
sabato 23 maggio 2015
Nomine
Le nomine di oggi riguardano la Chiesa in Francia e in
Svizzera.
«Come mi guarda oggi Gesù?». La domanda suggerita da Francesco raggiunge
e interpella direttamente ciascun cristiano con la stessa forza dei «tre sguardi
che il Signore ha avuto per Pietro».
Sguardi che raccontano «l’entusiasmo
della vocazione, il pentimento e la missione», ha spiegato il Papa nella messa
celebrata venerdì 22 maggio, nella cappella della Casa Santa Marta.
Il brano che racconta il dialogo tra
Gesù e Pietro, ha fatto notare il Pontefice, «è quasi alla fine» del vangelo di
Giovanni» (21, 15-19) «Ricordiamo sempre — ha proseguito — la storia di quella
notte di pesca», quando «i discepoli non
hanno preso alcun pesce, niente». E per
questo «erano un po’ arrabbiati». Perciò
«quando si avvicinarono alla riva» e si
sentirono domandare da un uomo se
avessero «qualcosa da mangiare», ecco
che «loro arrabbiati» risposero: «No!».
Perché veramente «non avevano pescato
niente». Ma quest’uomo gli disse di gettare la rete dall’altra parte: i discepoli
l’hanno fatto «e la rete si riempì di pesce».
È «Giovanni, l’amico più vicino, a riconoscere il Signore». Da parte sua
«Pietro, l’entusiasta, si butta in mare per
arrivare prima dal Signore». Questa è
davvero «una pesca miracolosa», ha osservato Francesco, ma «quando sono arrivati — qui incomincia il passo di oggi
del Vangelo — trovano che Gesù aveva
preparato la colazione: sulla griglia c’era
il pesce». Così mangiano insieme. Poi
«dopo aver mangiato, incomincia il dialogo fra Gesù e Pietro».
«Oggi nella preghiera — ha confidato
il Papa — mi veniva al cuore, mi tornava
com’era lo sguardo di Gesù su Pietro».
E nel Vangelo, ha aggiunto, «ho trovato
tre differenti sguardi di Gesù su Pietro».
«Il primo sguardo», ha fatto notare
Francesco, si incontra «all’inizio del vangelo di Giovanni, quando Andrea va da
Messa a Santa Marta
Tre sguardi
suo fratello Pietro e gli dice: “Abbiamo
trovato il Messia”». E «lo porta da Gesù», il quale «fissa il suo sguardo su di
lui e dice: “Tu sei Simone, figlio di Giona. Sarai chiamato Pietro”». È «il primo
sguardo, lo sguardo della missione che,
più avanti a Cesarea di Filippo, spiega la
missione: “Tu sei Pietro, e sopra questa
pietra io edificherò la mia Chiesa”: questa sarà la tua missione».
«Nel frattempo — ha affermato il Pontefice — Pietro era diventato un entusiasta di Gesù: seguiva Gesù. Ricordiamo
quel passo del sesto capitolo del vangelo
di Giovanni, quando Gesù parla del
mangiare il suo corpo e tanti discepoli in
quel momento dicevano: “Ma è duro
questo, questa parola è difficile”». Tanto
che «incominciarono a tirarsi indietro».
Allora «Gesù guarda i discepoli e dice:
“Anche voi volete andarvene”?». Ed «è
l’entusiasmo di Pietro che risponde:
“No! Ma dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!”». Dunque, ha spiegato Francesco, «c’è il primo sguardo: la
vocazione e un primo annuncio della
missione». E «com’è l’anima di Pietro in
quel primo sguardo? Entusiasta». È «il
primo tempo di andare con il Signore».
Poi, ha aggiunto il Papa, «ho pensato
al secondo sguardo». Lo troviamo «la
tarda notte del Giovedì santo, quando
Pietro vuol seguire Gesù e si avvicina
dove lui è, nella casa del sacerdote, in
prigione, ma viene riconosciuto: “No, io
questo non lo conosco!”». Lo rinnega
«per tre volte». Poi «sente il canto del
gallo e si ricorda: ha rinnegato il Signore. Ha perso tutto. Ha perso il suo amore». Proprio «in quel momento Gesù è
portato in un’altra stanza, attraverso il
cortile, e fissa lo sguardo su Pietro». Il
vangelo di Luca dice che «Pietro pianse
amaramente». Così «quell’entusiasmo di
seguire Gesù è diventato pianto, perché
lui ha peccato, lui ha rinnegato Gesù».
Però «quello sguardo cambia il cuore di
Pietro, più di prima». Dunque «il primo
cambiamento è il cambio di nome e anche di vocazione». Invece «questo secondo sguardo è uno sguardo che cambia il cuore ed è un cambio di conversione all’amore».
«Non sappiamo come sia stato lo
sguardo in quell’incontro, da soli, dopo
la risurrezione» ha affermato Francesco.
«Sappiamo che Gesù ha incontrato Pietro, dice il Vangelo, ma non sappiamo
cosa hanno detto». E così quello raccontato nella liturgia di oggi «è un terzo
sguardo: la conferma della missione; ma
anche lo sguardo nel quale Gesù chiede
conferma dell’amore di Pietro». Infatti
«per tre volte — tre volte! — Pietro aveva
rinnegato»; e ora il Signore «per tre volte chiede la manifestazione del suo amore». E «quando Pietro, ogni volta, dice
di sì, che gli vuole bene, che lo ama, lui
dà la missione: “Pasci i miei agnelli, pascola le mie pecore”». Di più, alla terza
domanda — «Simone, figlio di Giovanni,
mi vuoi bene?» — Pietro «rimase addolorato, quasi piange». È dispiaciuto per-
Signore,
manda lo Spirito Santo
a dare consolazione e fortezza
ai cristiani perseguitati.
#free2pray
(@Pontifex_it)
ché «per la terza volta» il Signore «gli
domandava “Mi vuoi bene?”». E gli risponde: «Signore, tu sai tutto, tu sai che
ti voglio bene». E di rimando Gesù:
«Pasci le mie pecore». Ecco «il terzo
sguardo: lo sguardo della missione».
Francesco ha quindi riproposto l’essenza dei «tre sguardi» del Signore su
Pietro: «Il primo, lo sguardo della scelta, con l’entusiasmo di seguire Gesù; il
secondo, lo sguardo del pentimento nel
momento di quel peccato tanto grave di
avere rinnegato Gesù; il terzo sguardo è
lo sguardo della missione: “Pasci i miei
agnelli, pascola le mie pecore, pasci le
mie pecore”». Ma «non finisce lì. Gesù
va più avanti: tu fai tutto questo per
amore e poi? Sarai incoronato re? No».
Anzi, il Signore afferma chiaramente:
«Ti dico: quando eri più giovane, ti vestivi da solo e andavi dove volevi. Ma
quando sarai vecchio, tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove
tu non vuoi». Come a dire: «Anche tu,
come me, sarai in quel cortile nel quale
io ho fissato il mio sguardo su di te: vicino alla croce».
Proprio su questo il Papa ha proposto
un esame di coscienza. «Anche noi possiamo pensare: qual è oggi lo sguardo di
Gesù su me? Come mi guarda Gesù?
Con una chiamata? Con un perdono?
Con una missione?». Siamo certi che
«sulla strada che lui ha fatto, tutti noi
siamo sotto lo sguardo di Gesù: lui ci
guarda sempre con amore, ci chiede
qualcosa, ci perdona qualcosa e ci dà
una missione».
Prima di proseguire la celebrazione —
«adesso Gesù viene sull’altare» ha ricordato — Francesco ha invitato a pregare:
«Signore, tu sei qui, tra noi. Fissa il tuo
sguardo su me e dimmi cosa debbo fare;
come devo piangere i miei sbagli, i miei
peccati; quale sia il coraggio con il quale
devo andare avanti sulla strada che tu
hai fatto per primo». E «durante questo
sacrificio eucaristico», è opportuno «che
ci sia questo nostro dialogo con Gesù».
Poi, ha concluso, «ci farà bene pensare
durante tutta la giornata allo sguardo di
Gesù su di me».
Jean-Louis Balsa
vescovo di Viviers (Francia)
Nato a Nice il 17 marzo 1957, dopo aver frequentato
gli studi classici ad Antibes, ha conseguito la laurea in filosofia presso l’università nizzarda. Entrato nel seminario
universitario des Carmes a Parigi ha fatto gli studi ecclesiastici all’Institut catholique de Paris, ottenendo la laurea in teologia. Ha seguito anche alcuni corsi presso
l’Ecole pratique des hautes études e presso l’università
della Sorbona. Ha, inoltre, un diploma in antropologia
religiosa. Ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 9 settembre 1984 per la diocesi di Nice. Dal 1985 fino al 1991
è stato coordinatore dell’assistenza pastorale nei licei e
collegi di Cannes. Studente a Parigi nel 1991-1992 è stato
poi parroco di Vabonne, Biot e Sophia-Antipolis e contemporaneamente insegnante di teologia presso il seminario diocesano. Nel 2002 fino al 2006 è stato vicario
episcopale per la pastorale giovanile. Nel 2007 è nominato segretario generale del Sinodo diocesano fino al 2009
e dal 2010 è diventato vicario generale di Nice e nel 2013
delegato generale dell’amministratore apostolico della
medesima diocesi. Nel 2014 è stato riconfermato come vicario generale dal nuovo vescovo André Marceau.
Jean César Scarcella
abate di Saint-Maurice (Svizzera)
Nato a Montreux il 28 dicembre 1951, dopo il conseguimento della maturità presso la scuola superiore
dell’abbazia di Saint-Maurice nel 1972, per due anni ha
studiato medicina presso l’università di Lausanne, prima
di dedicarsi agli studi di musica presso il conservatorio e
l’istituto di musica a Lausanne, conseguendo il diploma
d’insegnante di pianoforte nel 1982. Ha fatto ingresso nel
noviziato dell’abbazia di Saint-Maurice nel 1984, emettendo la professione solenne il 21 maggio 1988. Compiuti
gli studi filosofico-teologici presso l’università di Fribourg, dal 1985, è stato ordinato sacerdote il 31 marzo
1990. Ha svolto la propria opera pastorale come vicario
ad Aigle (1990-1992) e come curato a Bex (1992-2009),
essendo in pari tempo anche curato in solidum ad Aigle
(2004-2009). In seno all’abbazia ha svolto diversi incarichi come animatore di liturgia per la basilica abbaziale,
consultore dell’abate, rettore della basilica, sagrestano e
maestro del coro. Nel 2009 è stato nominato priore, nonché vicario generale dell’abbazia e, infine, maestro dei
novizi, responsabilità finora ricoperte.