il punto di vista - Quelli che studiano.

20100 Intervento Boz CD Cgil/Agb 27 nov 2014
Care compagne e compagni,
Condivido la relazione di Alfred Ebner.
Non avrei mai pensato che ci saremo mobilitati, in maniera così dura, contro un Presidente del
Consiglio e Segretario Generale di un partito che affonda le sue radici nel movimento operaio, che
ha dato al sindacato autorevoli rappresentanti e che dal sindacato ha avuto altrettanti capaci
sindacalisti utilizzati per il Parlamento e per le Istituzioni locali.
Dal documento finale, votato dall’ 80% della Direzione del Pd, parte la sfida al Sindacato su
importanti argomenti di vita dell’ oggi e del futuro in cui non si vuol riconoscere al sindacato il
diritto – dovere di intervenire, dimenticando che è il sindacato che ha conquistato, negli anni, con
dure lotte e con molti morti, ad Avola, a Reggio Emilia,a Battipaglia, a Licata, a Napoli, a
Palermo, a Parma. A Modena, a Catania, a Torre Maggiore, a Messina, a Portella Delle
Ginestre
È con questi che abbiamo conquistato il diritto al lavoro per tutti e tutte, i contratti nazionali, il
superamento delle gabbie salariali, l’abolizione del lavoro minorile, la riduzione dell’ orario di
lavoro, le discriminazioni contro i facili licenziamenti, lo Statuto dei lavoratori, il diritto alla salute,
le leggi per la sicurezza nei luoghi di lavoro.
Questo presidente del Consiglio afferma che gli imprenditori non sono padroni ma lavoratori,
solo chi, come lui, e i suoi giovani ministri, non è mai stato sotto padrone può fare simili
affermazioni;
che il lavoro non è un diritto ma un dovere.
Per noi il lavoro resta il diritto che ti consegna dignità e libertà. Un diritto che ti consente di vivere
senza attendere la carità. Un diritto che aiuta i giovani a crescere e a costruire il proprio futuro. Poi,
certo che ci sono anche i doveri, non lo abbiamo mai negato.
Ma il Dovere con la D maiuscola sta in capo a chi deve proporre politiche economiche, finanziarie,
produttive per creare lavoro.
I Governi devono fare il loro dovere, e il sistema delle imprese pure.
Il Dovere delle imprese è investire in innovazione, formazione, ricerca, e non solo in profitti, e non
delocalizzando nei paesi dove il costo del lavoro è bassissimo e i diritti sindacali inesistenti.
Poi anche le imprese hanno il diritto di essere aiutate per crescere in competitività.
Anche questo non lo abbiamo mai negato.
Ma servono dei piani per l’industria, per la siderurgia, per la chimica, per l’ambiente, per
l’edilizia, per insediamenti di nuove tecnologie, per la ricerca.
Serve una regia pubblica che intervenga per spingere gli investitori e le aziende a creare
occupazione – no al libero mercato anche lo Stato - come avviene in Germania e in altri paesi –
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dove si investono mld per energia verde, si costruiscono , per esempio, macchine elettriche del
futuro.
Se però, si inverte il significato fra diritti e doveri, fra responsabilità di chi decide e di chi deve
solo accettare, allora si che si cambia verso, ma è un verso che non ci piace.
Perché siamo stati noi, con Di Vittorio, ad insegnare ai braccianti di Cerignola di non scoprirsi il
capo in segno di sudditanza davanti al padrone, e, che con le tante azioni abbiamo indotto il capitale
a forme di civilizzazione del suo dominio.
E ora noi dello Spi/Lgr , rappresentanti di quelle generazioni che con il loro contributo hanno
portato questo Paese ad essere la terza potenza economica europea e fra gli 8 paesi più
industrializzati del mondo, siamo qui, ancora, a fianco dei lavoratori a cui si stanno togliendo
queste conquiste.
E siamo qui, in questa lotta, anche per rivendicare la rivalutazione delle pensioni per non
condannare i pensionati a un progressivo, inesorabile impoverimento ingiusto perché dopo 40 anni
di contributi le nostre pensioni non sono un regalo di nessuno.
Per estendere gli 80 euro perché senza equità non c’è giustizia sociale e senza giustizia sociale la
storiella dello stare sulla stessa barca – omettendo il piccolo particolare che un conto è viaggiare
nel salone delle feste e un altro è stare in una cabina senza oblò o peggio in sala macchine – non
regge.
Stesso viaggio, ma niente a che vedere nel paragone su chi rema e chi gozzoviglia facendosi
trasportare.
In un paese dove la ricchezza privata raggiunge l’apice in Europa, sarebbe un atto di equità
introdurre una tassa sui grandi patrimoni e come atto minimo, una no tax area che salvaguardi
coloro che hanno reali difficoltà.
E ci siamo per il tema dell’invecchiamento della popolazione e riguarda i giovani oggi, vecchi di
domani. Un tema scomodo, che si fa fatica a mettere in agenda, ma che pone la questione nodale
sulla quale misurare uno stato sociale che non derubrichi il fatto che uno stato moderno lo si misura
anche da come si tengono in considerazione gli anziani.
E questa è una posizione unitaria dei tre sindacati dei pensionati che tiene nonostante le divisioni
confederali.
Le tre assemblee unitarie di Milano, Roma e Palermo e quelle locali di Bolzano, Merano,
Bressanone, Bunico, e la riunione unitaria dei tre direttivi ne sono testimonianza.
Qui c’è anche un pezzo di gruppo dirigente, di attivisti che la storia degli ultimi quarant’anni non
la devono leggere sui libri, ci sono molti protagonisti di lotte e conquiste che hanno cambiato in
meglio questo paese.
Molti di noi sono stati in prima fila durante una stagione importante, a cui ho detto prima, non
per una senile nostalgia, ma per sottolineare che quel sindacato, che a metà degli anni ’70 era lì a
un passo dall’unità organica, non smarrisce la memoria del fatto che proprio l’unità del sindacato,
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senza la quale non c’è unità dei lavoratori, non è una variabile indipendente dai risultati che si
ottengono.
Ecco allora, qui cambiamo verso.
Dobbiamo far uscire l’unità dai tatticismi che sbiadiscono la necessità, proprio quando tutto si
spezzetta, proprio quando chi governa cerca il nemico quotidiano, proprio quando la crisi induce
nella rassegnazione, e spesso nella disperazione, lavoratori e pensionati. Mentre tanti ragazzi e
ragazze abdicano andando altrove a costruire il loro futuro.
Proprio adesso, se non ora quando, ci vuole un impegno verso quel monito, tanto caro a Bruno
Trentin: “Uniti si vince”. Riattualizzare ciò è urgente, non si può far finta di non vedere che è in
gioco il ruolo del sindacato, lo svuotamento del suo perimetro politico, fino a mettere in discussione
la nostra rappresentatività.
E siamo preoccupati di colmare il divario obiettivi/risultati, ciò rappresenta un banco di prova
ineludibile per un sindacato.
Pesante è l’incidenza della più grave crisi che abbiamo attraversato, dentro questa crisi non ha
retto il gioco di contenimento dei corpi sociali intermedi. Molte lacerazioni, paure, preoccupazioni
che possono essere facile preda del populismo leghista o del ritorno berlusconiano.
Ecco allora il merito. Le nostre proposte per ricollocare il sindacato e smontare l’idea che ha
pervaso l’immaginario collettivo: il sindacato come ostacolo. Dobbiamo uscire e alla svelta da
questa strettoia.
Siamo noi che chiediamo di riformare questo paese accartocciato su se stesso. È per questo che
le riforme non possono apparire come una minaccia.
E siamo anche critici sul modo in cui è stata affrontata la piattaforma unitaria su fisco –
evasione – previdenza che non ha decollato perché poche sono state le assemblee sui posti di
lavoro, tranne i pensionati che hanno organizzato 54 assemblee, poco se ne è parlato.
Quale è la direzione di marcia: dove vogliamo andare compagne e compagni?
Il conflitto indirizzato verso le proposte è il sale della democrazia.
Le riforme, se trovano il consenso dal basso, sono vere.
Non è la prima volta che ci dobbiamo far carico del paese, non abbiamo scorciatoie. Dobbiamo
ottenere risultati per cancellare disuguaglianze immorali, coi salari e le pensioni più basse e le
rendite più oscene.
Aiutare il lavoro, chi lo cerca e chi il lavoro lo crea, farli incontrare. Questo é il nostro impegno.
Ed è per questo che siamo a fianco delle nostre compagne e compagni dell’Inca e dei patronati
che il governo,
che vuole creare lavoro, adotta provvedimenti che metterebbero sul lastrico migliaia di loro.
Noi quello che possiamo mettere in campo è il nostro capitale umano.
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Nonostante le nostre carte d’identità, noi ci sentiamo parte determinante del sindacalismo italiano
e vogliamo vivere i nostri anni continuando a essere curiosi della vita, non siamo arrugginiti e,
quindi, non siamo rottamabili!
Ci sono idee che non invecchiano mai: uguaglianza e dignità sono tra queste.
Servono il pragmatismo, il realismo ma serve anche
legare ciò alla nostra storia, che va resa nota alle giovani generazioni o si perde il filo delle
ragioni e del valore delle lotte.
Rimane il nodo scoperto del rapporto con la politica.
Quel 41% che ha preso il PD non era solo di padroni.
E anche dal voto di domenica ci arriva un grido di allarme dalla maggioranza dei cittadini.
Segnali che erano giunti con il voto alla Lega nel 1990, poi Forza Italia nel 1994, il Movimento 5
stelle nel 2013 e ogni volta abbiamo detto che quella gente, quelle elezioni parlavano anche a noi.
E la nostra riflessione si chiudeva, ogni volta, con la chiusura di quel direttivo in cui esprimevamo
le preoccupazioni e ci siamo ripiegati nel politicismo anziché vedere come contrastare le politiche
di aggressione al mondo del lavoro dipendente e come riorganizzarci internamente.
Ora, oggi, noi vogliamo dire alle nuove generazioni che per 30 anni, il lavoro grazie alle sue
organizzazioni sindacali e ai suoi soggetti politici di riferimento nelle istituzioni di governo, ha
strappato diritti, ha concordato politiche pubbliche e ha indotto il profitto privato al reivestimeno
produttivo e alla redistribuzione del reddito.
Appena, però i margini di plusvalore si sono ristretti, l’impresa ha preso le sue contromosse
strategiche; delocalizzando, liberalizzazioni, deregolamentazione del mercato globale, precarietà e
privatizzazioni, cancellazione dell’influenza legislativa del sindacato.
Per recuperare l’eguaglianza perduta serve rifarsi ad una riflessione del filosofo olandese
Spinola che scriveva; “ il mio diritto è determinato esclusivamente dalla mia potenza”.
Se un soggetto o una classe non ha la potenza sociale vera e di massa per sorreggere un diritto
rivendicativo, la sua richiesta di tutela nei diritti si riduce a una pretesa vuota.
Molti diritti sociali divenuti fondamentali, prima sono nati in fabbrica – nei posti di lavoro,
strappati con la lotta, e poi si sono estesi per legge a tutti i cittadini.
Dietro ogni libertà c’è la memoria
di un conflitto di classe superato
e di un scontro sociale vinto, cioè l’eco di battaglie di massa per costringere il capitale a
riconoscere che quella del lavoratore non è soltanto un’energia fisica acquistabile a buon
mercato.
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E solo se il lavoratore rinuncia ad essere un atomo irrelato e scopre l’arte dell’associazione con gli
altri per accumulare una stabile potenza collettiva, acquisisce la dignità sociale della persona ed
edifica una città più uguale. E siamo noi che dobbiamo fargliela scoprire. Chi altri?
E tutto questo, allora, parla a noi, alla necessità di operare fra le gente, la continua presenza nei
luoghi di lavoro e nel territorio, ritrovare il piacere del tesseramento, il fare assistenza ma non solo
quella, avere una preparazione che ci permetta di affrontare l’egoismo imperante e gli argomenti più
delicati come quello degli stranieri, ritrovare il termine classe operaia, non correre dietro al
quotidiano ma avere progetti di futuro.
Questo parla a noi come gruppo dirigente del sindacato. E servono riflessioni adeguate.
Formazione e Informazione.
Per la prima volta dal dopoguerra , noi scendiamo in piazza a difendere diritti e tracciare nuovi
percorsi di eguaglianza senza la presenza di alcun partito amico. Il sociale senza il politico non è
mai indizio di forza.
E’ una esperienza unica per il mondo del lavoro, mai così diviso e abbandonato dalla politica.
Ma riconoscere la condizione di estrema solitudine, non occultarla, è la strada migliore per
ricostruire una potenza sociale del lavoro che non lascerà certo indenni gli equilibri precari delle
sbiadite forze politiche odierne.
Per questo, le tante piazze dove manifesteremo, anche P. Matteotti, torneranno ad essere le belle
piazze della politica e delle libertà, il luogo vitale per la ricostruzione della potenza del lavoro e per
la ricerca dell’eguaglianza, ancora possibile.
E finisco
Al presidente del consiglio - così attento all’indice di gradimento, che vive di pane e share, diciamo
che quelle cene alla modica cifra di 1.000 euro , però con pane e coperto compresi, la dicono
lunga su come è messo questo paese. Sulle ingiustizie, sulle tante iniquità e su una sobrietà senza
la quale non ci può essere condivisione.
Alla segreteria propongo di invitare il Presidente del Consiglio a venire a pranzo all’Alumix dove il
nostro compagno Giuliano e alcuni di voi siete di casa, oppure al Ponte e potrebbe incontrare tanti
lavoratori metalmeccanici o edili o del PI o pensionati o sindacalisti e avrebbe uno spaccato della
società più preciso. E gli potremmo raccontare come i vecchi politici locali del Pci, del Psi, e della
Dc versavano obbligatoriamente oltre la metà delle loro entrate alle casse dei rispettivi partiti e i
tanti iscritti acquistavano la tessera del partito rinunciando a qualche bisogno, allora non vi era
bisogno di cene.
Ditegli di lasci perdere quei fighetti lì. A chi butta mille euro per una cena vuol dire che del
Paese gli va bene anche quella parte marcia, corrotta e diseguale.
All’ Alumix o al Ponte troverà
tante persone che racconteranno com’è messo questo paese per davvero, basterà ascoltare le loro
storie. Molti di loro l’hanno votato, hanno creduto che questo paese si poteva e si può cambiare. E
qualche consiglio sulla direzione da prendere glielo daranno sicuramente.
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