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AUTONOMIE SERVE PIÙ CORAGGIO
di LEOPOLDO COEN
Finalmente si inizia a sviluppare un dibattito pubblico attorno al progetto di legge di
riforma delle autonomie locali. Inevitabilmente, e c’era da aspettarselo, la discussione si è
subito concentrata sulla nuova geografia amministrativa disegnata dai 17 Ambiti e sui
criteri che hanno portato alla loro definizione e numero. E inevitabilmente c’è chi ne ha
proposto un’ulteriore diminuzione e chi, invece, invocando le immancabili “peculiarità” dei
luoghi, ne ha auspicato la moltiplicazione. La questione della definizione degli Ambiti non è
di secondaria importanza, ma forse attira più attenzioni di quanto effettivamente si meriti.
Basti osservare al riguardo che: cercare di razionalizzare le circoscrizioni amministrative, in
modo da accorpare in capo alla stessa dimensione di governo le funzioni pertinenti
quantomeno al governo del territorio e ai servizi sociali, è un’operazione indispensabile;
l’area vasta non è affatto un concetto vuoto ma, al contrario, la dimensione tipica della
politica, ossia della capacità di guardare al futuro. Ed ecco il punto irrisolto: i nuovi Ambiti
sono pensati in funzione della razionalizzazione dell’erogazione dei servizi e
dell’organizzazione amministrativa, oppure anche come motori dello sviluppo locale e
regionale? Esaminando il progetto di legge, il secondo aspetto non emerge affatto e
dunque lo sforzo compiuto per conseguire il primo obiettivo appare del tutto
sproporzionato nei mezzi impiegati e incerto nella possibilità di conseguire il risultato
auspicato. Risultato che in generale si potrebbe ottenere più agevolmente con un’accorta
operazione di esternalizzazioni e con la costituzione di “agenzie condivise” con funzioni
tecnico–burocratiche. Ma se invece questo progetto deve costituire una delle basi su cui
innescare un processo di sviluppo economico e sociale, costruendo la struttura
amministrativa senza la quale qualsiasi tipo di politica non può funzionare, allora si deve
avere il coraggio di compiere scelte ben più lungimiranti, sia sul piano della redazione dei
testi normativi, sia su quello dell’azione politica, poiché le esperienze del passato non
inducono all’ottimismo. Amministratori e vertici burocratici locali, che dovrebbero essere i
motori del cambiamento, in più occasioni hanno già dato una chiara dimostrazione di
quanto forte sia la propensione alla conservazione o, al massimo, ai piccoli aggiustamenti,
che comunque non toccano l’assetto di fondo del sistema. Coloro che in passato avevano
lamentato un’eccessiva libertà di scelta nella costituzione delle associazioni intercomunali,
sono gli stessi che oggi contestano il progetto, accusato di essere un’imposizione calata
dall’alto, e così via. Il discorso non vale ovviamente in generale, ma gli esempi virtuosi in
Fvg si possono contare sulle dita di una sola mano e si tratta, infatti, di casi in cui le
comunità locali si sono attrezzate “a prescindere”, verrebbe da dire, dalla legislazione
vigente, in chiave di un miglioramento costante della propria organizzazione in forma
associata. Pensare di poter contare su un’adesione massiccia e spontanea degli
amministratori locali è dunque peccare di ingenuità: peccato mortale per la politica. La
Regione, dal canto suo, mentre definisce gli Ambiti territoriali, salvo dichiarare di rimettere
anche questo in discussione sotto la pressione degli amministratori locali, abili
nell’utilizzare, se non addirittura a fomentare il dissenso (di parte) della popolazione, si
mostra alquanto timida nella riallocazione di mezzi e funzioni in capo all’ente
sovracomunale che, non a caso, viene così percepito come una “miniprovincia” anziché
come un “macrocomune”. Se il testo vuole costituire il fondamento su cui costruire un
nuovo modo di svolgere le funzioni pubbliche, deve essere capace di imporre mutamenti
irreversibili, che non siano più vanificabili in futuro in base a valutazioni tattiche e scelte
opportunistiche. L’assetto del sistema deve diventare così solido da riuscire a informare
anche il tenore della legislazione di settore che, molto spesso, è stata essa stessa una
delle cause dei fallimenti del passato. Né va trascurata l’importanza dell’azione politica:
approvare una legge non significa affatto aver trasformato la realtà; pensare di indurre
comportamenti virtuosi mediante l’uso della leva finanziaria, ammesso se ne abbia il
coraggio, è peccare ancora una volta di ingenuità. Ciò che ci si appresta a compiere deve
essere inteso come un’autentica “rivoluzione”, che non può essere affidata a una classe di
amministratori e di burocrati, allo stato attuale, salvo eccezioni, ancora priva degli
strumenti culturali per coglierne il significato. E’ anche su questo che bisogna saper
investire e in questo la Regione deve saper essere incisiva sia nell’attuazione del piano
formativo predisposto, sia nell’accompagnare il processo di attuazione della riforma con
una presenza forte e autorevole, poiché prima del consenso degli apparati vengono i diritti
delle persone e delle imprese.
Messaggero Veneto domenica 20.7.14