la nave della speranza sez. M 2013

La nave della speranza
Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse esistono soltanto
quando si è giovani, quando si è ancora pieni di speranze e sembra ancora
che tutto sia possibile, che tutto andrà per il verso giusto. Infatti quella
notte niente poteva spegnere il mio entusiasmo, niente poteva mettere in
dubbio la mia certezza di poter vivere una vita migliore. Anche su quel
barcone pieno di gente che di speranze ne aveva poche io non riuscivo a
staccare gli occhi da quello spettacolo meraviglioso.
Ero partita dal mio Paese quella mattina presto, lasciando tutto ciò che
avevo. Non che, in realtà avessi molto da lasciare. La guerra mi aveva da
poco portato via tutto ciò a cui tenevo di più al mondo: la mia famiglia. Mi
ero presto ritrovata a dover fare i conti con la fame e la solitudine. Decisi
perciò di chiedere ospitalità, al mio parente più vicino, il fratello di mia
madre. Lui mi voleva molto bene e mi accolse nonostante dopo la guerra si
fosse ritrovato in una situazione tale di povertà da non poter garantire ogni
giorno un pasto ai suoi figli. Cercavo di contribuire, per quanto potessi, al
mantenimento della famiglia. Smisi presto di studiare e cominciai a
passare le mie giornate a vendere al mercato della città più vicina quei
pochi frutti che i campi di mio zio potevano ancora dare.
Il mercato era sempre molto affollato e spesso mi capitava di ascoltare
racconti di Paesi lontani, dove la fame non esisteva e la gente era sempre
felice. Spesso mio padre mi aveva parlato di queste terre dicendo che
prima o poi ci sarebbe andato e avrebbe costruito una grande casa per me e
la mamma e ascoltando queste persone maturava in me il desiderio di
realizzare il suo sogno di regalarmi una vita migliore. L'occasione mi si
presentò quando sentii che l'indomani sarebbe partito un altro "viaggio
della speranza", come li chiamavano certi signori. Ne parlai con mio zio, il
quale dopo un primo momento di preoccupazione, capì che sarebbe stata la
mia unica speranza di un futuro senza povertà.
Il giorno dopo, prima dell’alba, ci incamminammo verso il molo, mio zio
portò tutto ciò che poteva permettersi e io tutti i miei risparmi. Fui affidata
ad un’amica dello zio, che sapeva sarebbe partita e che per portarmi con sé
mi spacciò per sua figlia.
Lo abbracciai forte. Fu il momento più doloroso. È vero che non avevo
molto da lasciare, ma lui era tutto ciò che mi rimaneva. Non lo avrei mai
più rivisto.
Il barcone era sovraffollato di gente di ogni tipo, uomini, donne e bambini,
che piangevano spaventati da quell’enorme massa accalcata in così poco
spazio. Partimmo al calar del sole e l’oscurità ci avvolse quando fummo in
mezzo al mare. Ero spaventata e affamata mentre guardavo quei volti
sconosciuti pieni di dolore. Fu allora che per distogliere lo sguardo alzai
gli occhi ai cielo e vidi quelle meravigliose stelle, allora tutto cambiò, tutta
la mia paura si trasformò in coraggio.
Il viaggio fu interminabile. Durante il giorno non c’era riparo ad un sole
cocente e la poca acqua che ci dividevamo sembrava non dissetare mai.
Eravamo costretti a mangiare di nascosto per paura che gli uomini
potessero usare la forza per rubarci il cibo. L’odore nauseante si faceva
ogni giorno più intenso e i bambini non smettevano mai un pianto che
sembrava inconsolabile. La notte invece il freddo si faceva pungente ed il
mare nero come la pece sembrava più minaccioso che mai. Il giorno
peggiore fu senza dubbio quando un forte vento ci portò in mezzo ad una
tremenda tempesta. Onde gigantesche scuotevano violentemente la nostra
ormai precaria imbarcazione, l’acqua salmastra entrava da ogni parte. Le
urla strazianti delle madri si confondevano a quelle di terrore dei loro figli.
Gli uomini si agitavano, ne vidi anche qualcuno cadere in mare. Ero
terrorizzata e per la prima volta nella mia vita capii che cosa significasse
davvero avere paura di morire. Mi rannicchiai in un angolo, chiusi gli
occhi e pregai. Pregai come non avevo mai pregato prima. Non so
esattamente quanto durò, ma ad un tratto il vento si placò, non si udiva più
nessun rumore, solo l’abbattersi lieve delle onde sul nostro scafo.
Eravamo ormai tutti sfiniti, avevamo finito acqua e cibo, i bambini
avevano pianto tutte le loro lacrime, quando qualcuno urlò indicando una
debole luce in lontananza. Guardammo tutti e fu un esplodere di urla e
risate di chi aveva ormai perso la speranza di farcela, io mi alzai, ero
debolissima, guardai verso quelle luci e fui colta da un inspiegabile terrore;
perché ero lì? perché avevo abbandonato un Paese che amavo per una terra
sconosciuta? quale futuro realmente mi aspettava? Ero sola. Fu allora che
alzai nuovamente lo sguardo verso il cielo, le mie stelle erano lì, stavo
guardando lo stesso cielo che illuminava il mio amato Paese, era una notte
meravigliosa. Pensai a mio papà, ai suoi sogni. Ora niente avrebbe potuto
fermarmi.