Bretelle sospese

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BRETELLE SOSPESE
I vestiti sono una cosa inquietante: restano inesorabilmente legati all’ultimo
gesto di chi li ha lasciati dove sono.
Avete mai provato a piegare i vestiti di un morto?
Ho appena finito di raccogliere dal pavimento alcuni indumenti di mia moglie,
che è viva e vegeta, ma ha abbandonato la nostra casa da quasi un mese.
Ho in mano i suoi jeans, molto più piccoli dei miei, una polo nera con una
breve cerniera, all’interno della quale trovo impigliato un reggiseno – è così che
si è sempre spogliata mia moglie – ed infine un groviglio di collant e mutande
che non saprei dire se indica la fretta con cui lei è partita o se rappresenta solo
un'ulteriore riprova del suo modo di gestire corpo e indumenti.
Ci sto pensando: è la prima volta che mi capita di piegare vestiti che non siano
i miei? Oppure no?
Decisamente no, visto che ormai posso considerarmi un esperto per quanto riguarda golf e camicie. La prima volta avevo quattordici anni, quando ho raccolto i vestiti di un compagno di pallacanestro che veniva portato fuori campo in
barella, con il ginocchio lussato. Ricordo come fosse ieri che – vergognandomi
di esibire tutta la mia finezza – feci una mossa appena più sommaria del solito
per sistemargli i pantaloni nella borsa. Non ero ancora un uomo sicuro di se
stesso, come oggi che me ne frego di tutti.
Pochi mesi fa, invece, mi sono trovato a ripiegare golf e giacche a vento di
mio padre – anche lui vivo e vegeto ma assente – negli armadi della nostra casa
di montagna. Certo non con intenzione maniacale di mettere ordine ma soltanto
per rivedere alcuni vecchi indumenti che mi avrebbero riportato al profumo delle gite fatte da bambino con lui: le sue mani gigantesche, con dentro le mie, lo
zaino, certe camicie di flanella, il temperino, la scatola degli acquerelli, noi finalmente seduti a ritrarre le vette, anziché fotografarle.
Non credo di essere un castigatore del guardaroba: non mi sono mai dedicato a
piegature, dentro o fuori dagli armadi o le borse altrui, fatta eccezione per questi due episodi. Anzi, il disordine endemico di mio padre mi è sempre stato caro: in certi momenti mi è apparso persino entusiasmante ed educativo. Unica
perplessità quando, nella borsa da tennis, si ostina a mescolare le canottiere sudate con quelle fresche di bucato…
Insomma, in altre occasioni non ho fatto che piegare vestiti miei. E qui scatta
un’importante questione di stile. Adoro concludere una valigia, ad esempio, con
un paio di cravatte distese come filetti d’acciuga, sicuramente perpendicolari ai
quattro colli delle camicie che incolonno a due a due. Sotto queste – diciamo
sul lato est – ho già disposto le canottiere e, di lato, uno strato di mutande (da
sfilare con facilità senza distruggere tutto). Sul lato ovest, invece, colloco in
modo leggermente sporgente le pallottole dei calzetti, alternandole in modo da
riconoscere, per confronto diretto, il colore.
Lo Spazio di una Pausa – © Franco Feruglio
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Sto ridacchiando dentro di me: continuando a scivolare su questa china di tendenze femminili dovrei pure confessare la mia inspiegabile passione per il cucito. Ho cominciato dal punto catenella, imparato da adolescente, d’estate sotto
l’ombrellone, negli anni in cui il massimo della moda era esibire una borsa di
rafia e mia madre era bravissima ad inventarne una al giorno, di fogge e colori
diversi: sempre appunto con l’intreccio a catenella.
Anni più tardi, invece, ho partecipato con grande passione al confezionamento
di due orribili coperte “patchwork”, opera di nonna e mamma, concepito unicamente per riutilizzare avanzi e recuperi di vecchia lana. Provvedevo io a disfare i golf infeltriti o la parte buona dei calzettoni mentre le mie donne sgomitolavano senza sosta, sempre nella casa di montagna di cui sopra. Ci fu un gran
rimestare di quadrati multicolori, appoggiati sul tavolo accanto al caminetto, per
decidere gli accostamenti – non tanto secondo un progetto preciso, quanto a
evitare le disgustose vicinanze tra fili di tonalità solo in apparenza vicine. Qui
intervenivo drasticamente con i miei consigli: “Nonna, metti il giallino al centro, mi raccomando, così allarga…”.
Fu un’impresa che si rivelò proprio divertente, anche perché tutti sapevamo
che le coperte, alla fine, non sarebbero risultate un gran che. Ci mancò il coraggio – me ne rendo conto solo ora – di forzare certi accostamenti e così ci giocammo l'opportunità di siglare, con un'opera all’uncinetto, un punto decisivo di
svolta nei miti del cromatismo intellettuale! Chi ha mai provato a dedicarsi a
una simile impresa sa perfettamente quanto esausti, nauseati e con gli occhi
spossati, se ne può venire fuori. In simili casi si può ben dire che la preziosità
dell’opera finisce per coincidere con la certezza che l’artista non ci riproverà
una seconda volta…
Qualche anno più tardi – quando per frequentare l’Università iniziai a vivere
fuori casa – scoprii con vera emozione i segreti del rammendo; sempre mettendo in pratica i consigli amorevoli di mia madre. E qui apro una parentesi che ha
le dimensioni di una voragine: non sarà forse che lei desiderava avere una bambina, al posto mio?
Dopo i primi tragici grovigli arrivai a dominare anche quel settore: attaccare
un bottone, ripassando l’ago alla sua base dopo alcuni giri in tondo di sicurezza;
fare l’orlo ai pantaloni nascondendo il filo di partenza e facendo sì che i punti
non si vedano dall’esterno; altre cento piccole astuzie che, secondo me, oltrettutto fanno cultura. Sarebbe meglio risparmiarsi la delusione di certe facili riprove: quanti uomini sanno in quale dito si porta il ditale?
Certo un po’ mi agito se penso all’immagine che do di me stesso. So piegare
infinitamente meglio di qualsiasi casalinga ogni tipo di indumento: persino i
cappotti nelle valigie. So distinguere il punto raso, il punto catenella,
l’attaccatura di una manica stile raglan. Le mie cuciture di bottoni dimostrano
una tale robustezza ed eleganza da far confondere le mie camicie con le vele di
un veliero, tese e ordinate a sfidare gli oceani!
A completare il quadro, diciamo pure poco virile di me stesso, manca solo
ch’io confessi quanto mi sento smarrito in questa casa vuota, al quarantesimo
Lo Spazio di una Pausa – © Franco Feruglio
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giorno di assenza di mia moglie. Non sento nemmeno il tradizionale conforto
maschile che, d’istinto, si collega alla possibilità di approfittarne: telefonando
immediatamente a un’amica, passando la notte altrove, o distruggendo la cucina
per un menu da favola…
Mi hanno obiettato che, in generale, sorrido troppo. Di fatto, persino riguardo
il concetto appena espresso, non posso esimermi dal sorridere. Certo che ho tradito mia moglie, e più di qualche volta, in senso naturale e maschilistico! Certo
non ho mai pensato che un giorno avrei dovuto chiamare in causa le donne che
mi hanno conosciuto sotto le lenzuola per far testimoniare loro quanto, in certi
momenti, io sappia non scherzare. Sì, so piegare i vestiti ma, altrettanto bene, so
guardare una donna fino a convincerla a toglierseli di dosso…
Rido per timidezza, ma questo non esclude la mia serietà, la mia forza intellettuale, in campo filosofico e amoroso. Posso convenire che si tratti di un handicap che danneggia il look, ma nulla di sostanziale. In ogni caso, meglio non evocare gli amori passati: rischierei che qualcuna – con sentita riconoscenza – si
faccia viva a citare il divertimento che le procuravano altre mie esibizioni
“femminili”. Ricorderebbero scenette imbarazzanti, come quella intitolata “modi errati di portare un reggiseno” oppure “mutandina a caschetto”, di certo tra i
miei numeri più acclamati.
Concludo affermando che ho imparato progressivamente a fregarmene della
mia immagine, incasellabile finché si vuole (e inutilmente) in valenze maschili
o femminili. Sono nato con il piacere di verificare tutto ciò che mi incuriosisce,
quindi se qualcuno insiste ad avere dei sospetti su di me venga pure avanti perché sto...
«Sto un lampo a tirare fuori un paio di storielle su quante cosucce il vecchio
Frank sa fare!»
Mentre chiudo con rabbia il cassetto difettoso del guardaroba, sento farsi spazio, dentro di me, il riverbero di una voce tipo gangster ed intravedo,
nell’oscurità di una cantina, un tavolo da gioco immerso nel fumo dei sigari.
«Lascia stare, baby! Il bottone glielo attacco io, a quel porcone, sulla sua linguona umidiccia! Non è vero, Freddy, che senti il bisogno di tener chiusa la tua
boccuccia di rosa?»
Il personaggio si fa più insolente che mai, seguo lo sviluppo dei suoi gesti,
spinge un ciccione contro il muro, e istintivamente mi infilo i pollici sotto le
bretelle. Ne tiro in avanti una e poi l’altra mentre la voce, non mia e sempre più
sarcastica, sputacchia briciole di tabacco.
«A me nessuno riesce a farmela, Freddy, ricordalo!»
«Cristo, che pessima sintassi», risponde il ciccione.
«Ma a te, brutto maiale, che te ne frega di come parlo? Pensa piuttosto che pasticcio hai combinato! E togliti subito una curiosità: come cazzo farai, con il
bottoncino e l’orlo a giorno che ti cucirò sui labbroni – non appena Lola ritorna
con ago, filo e ditale – a mandare giù i tuoi sette, otto salsicciotti mattutini,
sbrodolanti senape e ketchup? Se mi supplichi con grazia, potrei lasciarti un
pertugio, un angolino libero… Lo vuoi vicino ai dentoni del giudizio?»
Lo Spazio di una Pausa – © Franco Feruglio
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Il gran fumo è impenetrabile e, alla luce della lampadina che pende da un filo,
l’atmosfera di quel sottoscala tutto carbone resta nebbiosa. L’omone grasso e
presuntuoso, che ho messo spalle al muro, inizia a tremare. Accidenti, ha capito
che a sottovalutare il capo, prima o poi, si finisce male.
«Dai, Frank, calmati, sai bene che tutti possono avere dei “momenti no”, diciamo dei cortocircuiti emotivi che ti fanno saltare in aria la centralina del non
fare cazzate. Lo diceva anche mio nonno: le pupe frastornano, sono sempre pericolose...»
«Ok Freddy, mio caro Freddy... questo si può dire, ma non per tutte. E tu lo
sai… ci sono bambole che non impegnano, che puoi tenertele attorno con i loro
insopportabili mio-miao, e quando ti sei scocciato basta che estrai un bigliettone, glielo infili con due dita nella giarrettiera, lanci uno sguardo storto e la cosa
si risolve in un lampo. Sorridono sempre che è un piacere.»
«Ok, Capo, ma mi hai dato tu l’ordine di seguire la tua pupa in un’altra città.
Accidenti: è bastato un attimo perché tutto quello che mi girava attorno cominciasse a prendere una brutta piega...»
«Freddy, ciccione maldestro che non sei altro: che fine ha fatto la tua calma di
ghiaccio? Quando non è il caso, bisogna saper dire “passo” anche se ti trovi con
una scala colore in mano. Ti devo schiarire il concetto?»
«Capo, si dice “chiarire” non “schiarire”, … non è corretto.»
Lascio il senso della mia filosofia sospeso in aria e, meditando i miei errori,
infilo con rabbia un indumento di troppo nella lavatrice. Osservo le tacche dei
programmi di lavaggio e, con lo stesso suono di un caricatore per mitra, faccio
scattare la rotella della temperatura: tric, trac, quaranta gradi, capi delicati. Mi
giro anch’io di scatto e riprendo ad interrogare il mio uomo con la faccia spigolosa e mesta come un pezzo di carbone.
«Freddy, non starai mica andando a lezione dal nostro “vicino di casa”, il nostro amico “senza cuore”? Lo sai, vero, che la scorsa notte ha sparato al suo cane, solo perché non la smetteva d’abbaiare? Senza capire che il povero animale
stava facendo il suo dovere, dopo aver visto una canna rigata “poco familiare”
spuntare dalla siepe in fondo al cortile? E lui, il nervosetto, a urlare “stai zitto!”,
e poi bum, bum, senza capire il pericolo scongiurato per caso; solo per continuare a scopare quella di turno.»
«No, Frank, che cosa dici: io a lezione da lui? Non puoi pensarlo: dai Gualtieri
ho sempre girato alla larga.»
«Non ne sono più tanto sicuro: lo capisco perché da un po' ti sei messo a parlare troppo fine. Tenti di ingarbugliare i pensieri, i miei e quelli degli altri ragazzi, con la grammatica: l'hanno notato in molti. Di fatto, Freddy, io mi fidavo… spettava proprio a te dire a Gualtieri che stava sbagliando pupa.»
«Sì, capo, è vero, hai ragione però...»
«Minchia! Se Gualtieri, stupido com’è, aveva bisogno di verificare il suo fascino, potevi tranquillizzarlo e dirgli che gli avrei spedito io – aggratis! – un
barcone di bambole di prima qualità! Come ha potuto pensare che gli mandavo
la mia pupa in prestito?»
Lo Spazio di una Pausa – © Franco Feruglio
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«Capo, …”mandassi”, la frase esige il congiuntivo!»
Intanto che la lavatrice completa un secondo ciclo di lavaggio decido di controllare le camicie del primo carico, appena centrifugate. Ne afferro una a caso
dal mucchio e la esamino controluce. Perfetta, tra poco andrò a stirarla.
«Ascoltami bene, minchione di un Freddy, tutto grasso e grammatica! Per me
è lo stesso cucirti la bocca sul serio oppure accontentarmi di un’asola e bottone,
diciamo, …“di buona volontà”. Se dalla tua linguaccia non esce parola sulla
situazione che ti sei fatto scappare di mano, io ti lascio i labbroni come te li ha
fatti mammà e, domattina, potrai dimenticare questa serata con un bel paio di
salsicciotti fumanti, ketchup e senape all’angolo della diciassettesima? Ho parlato chiaro? Inteso mi hai?»
Sento il tono della voce minacciosa, ormai mia, combattere con un accento atavicamente siculo e ho la sensazione che le mie labbra si assottiglino sotto due
baffetti sottili. Con un gesto istintivo li liscio e concludo il mio gesto a cercare
le bretelle che porto sempre. Ma non ci sono più: al tatto, però, la camicia si
dimostra di una freschezza incredibile; sono sicuro sia in conseguenza
dell’accurato risciacquo che predispongo. Pregusto anche la morbidezza che
riuscirò ad ottenere, combinando la totale assenza di inamidanti a una impeccabile stiratura.
Quello che avevo da dire l’ho detto e mi sbatto la porta alle spalle, abbandonando il fumo e i mucchi di carbone. Alla fine non mi è dispiaciuto affatto esser
stato magnanimo con quell’idiota di Freddy. Suo nonno diceva tante fesserie,
me lo ricordo. Però questa è vera: le pupe sono sempre un bel peso...
Non mi piacciono i film sulla malavita newyorkese: sono distanti dal mio modo di pensare e non condivido la grezzitudine dei loro dialoghi stereotipati. Sento però che mi sta scappando una rima musicale, sempre con accento siculo,
mentre sto per infilarmi il pigiama e accendere la luce sul comodino: “Luntano
la mia bellaaa, non trovu ‘a bretellaaa…”.
Chissà dove le ho messe, forse assieme alla fondina per l’artiglieria. Ci ho infilato le dita sotto, sì e no due minuti fa. O forse sono rimaste sotto il letto,
dall’ultima volta che abbiamo fatto l’amore?
Perché se ne è andata?
Osservo, da uno spiraglio della porta, la cornetta silenziosa del telefono che
sta in corridoio, vedo un uomo in vestaglia, di spalle, e la voce maschile che
non controllo mi fa di nuovo sobbalzare.
«Hotel Carlton, please, Chicago...»
«Yes sir, just a moment, good night…»
«Proo-onto...?»
«Frankieee! Honey, come stai? Che bella sorpresa! Mi manchi da morire.»
Lo Spazio di una Pausa – © Franco Feruglio
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«Ok, baby, a dopo i convenevoli… Ti telefono perché non trovo più le bretelle: sì, quelle con cui porto il peso, non solo dell’artiglieria, ma della tua presenza quotidiana!»
Minchia che battutona: chissà se la capisce? E la voce prosegue.
«Baby, questo fottutissimo quarantesimo giorno vissuto lontano da te – che te
ne vai in giro chissà con chi e chissà dove… – invece che regalarmi la quarantesima ciliegina di un meritato riposo coniugale, mi sta puzzando di pazziaaa: lo
capisci, scimunita mia?»
Volevo dormire ma, ancora da solo in quel letto grande, non ce la faccio.
«Oggi, baby, ho persino perdonato a Freddy una svista colossale sul suo lavoro. Ma te ne rendi conto? L’avevo mai fatto in passato?»
«Honey, cosa dici…? Che ha combinato l'adorabile Freddy, forse qualcosa di
sconveniente?»
«Baby, mia dolce e ingenua bambolina! Non sarà mica che adesso stai proprio
esagerando? Ma lasciamo perdere, stai traan-quiilla: ne parleremo al tuo ritorno.
Piuttoo-sto, alloo-raa, …quando cazzo torni?»
La pendola segna mezzanotte meno dieci. Posso ancora prendere in mano ago
e filo: il bottone della camicia “per domattina” è schizzato via come un proiettile quando ho infilato la punta del ferro da stiro sotto il collo. Stavo giusto dandoci l'ultimo colpettino da maestro…
Mi ha distratto oltremodo dovere sistemare la questione con Freddy. Ricucito
il bottone, il mio e il suo, infilerò la testa sotto il cuscino: è ormai troppo tardi
per caricare una terza lavatrice.
Dando un’occhiata anche agli altri bottoni, secondo la sana regola della prevenzione, forse riuscirò a dimenticare questa giornataccia, in cui non ho combinato proprio nulla.
A proposito, oggi, cosa mancava nel frigo?
Lo Spazio di una Pausa – © Franco Feruglio