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-Ricordate: “Questo è il vostro mondo, non lasciatelo agli esperti.”
E’ citando Oppenheimer che il professor Umberto Curi (docente di Storia della filosofia presso
l’Università di Padova) conclude la sua lectio magistralis, nell’ambito del terzo incontro del
progetto “la “mia” filosofia e le filosofie”, coordinato e promosso dalla professoressa Carmela
D’Aronzo del Liceo classico Pietro Giannone.
La lezione in questione si è rivelata particolarmente viva ed appassionante: con la sua affabile
naturalezza, il professor Curi ha fin da subito favorito la creazione di un’atmosfera di
confidenzialità, introducendo il tema del giorno attraverso l’ironico racconto della sua giornata,
da lui definita una “passione”.
E’ proprio del ruolo e della validità delle diverse passioni, infatti, che si è discusso. Il professore
ha aperto la lezione con un sondaggio relativo alle passioni più popolari tra il pubblico, tra le
quali si sono distinte quella per il cinema, per la lettura, per lo “stare in compagnia” e, con una
schiacciante vittoria su tutte le altre, la “passione per l’amore”.
A partire dal sondaggio, il professore ha dunque dimostrato quanto le passioni siano diffuse e
centrali nella vita di tutti i giorni, quanto siano comuni a tutti gli uomini e per loro irrinunciabili;
nonostante ciò, esse sono state sempre bollate come negative (definite pertubationes animi
nella filosofia medievale) e sottoposte, pertanto, al controllo razionale.
Ripercorrendo in maniera rapida ma esaustiva le origini della letteratura occidentale, il
professore ha mostrato come agli inizi, in realtà, il concetto di passione fosse connotato in
maniera tutt’altro che negativa: a partire dall’ira di Achille nell’Iliade, fortemente enfatizzata
quale strumento per mostrare il proprio valore, all’ira di Dio proposta in alcuni passi biblici (per
esempio nella distruzione di Sodoma e Gomorra ) come strumento per castigare i malvagi e
ristabilire l’equilibrio. Pur mutando il tipo di passione, la considerazione di cui essa godeva non
cambia: la passione amorosa si configura in Platone come un processo di elevazione spirituale,
capace di indurre alle gesta più eroiche. Tipico è l’esempio dell’Alcesti o della Medea di Euripide,
entrambe simbolo di eroismo femminile, emerso proprio in seguito alla forza del sentimento
amoroso, la quale è in grado di generare comportamenti esemplari.
L’interrogativo del professore sorge allora spontaneo: qual è, dunque, il rapporto tra passione
e ragione? E’ giusto che la prima sottostia alla seconda? O piuttosto converrebbe abbandonarsi
alla libera espressione delle proprie passioni, senza porre loro alcun freno?
Curi risponde ricordando l’origine della filosofia secondo Platone: essa deriverebbe da un misto
di sgomento e di inquietudine. In altre parole, quando siamo intimamente turbati da qualcosa
che ci spinge a riflettere, tendiamo a porci degli interrogativi. Ecco, allora, che la filosofia è figlia
di una passione: senza quel forte turbamento interno non ci sarebbe ragionamento, non ci
sarebbe pensiero. Dunque la passione è pungolo e fondamento della ragione: la vita di ciascuno
di noi non è altro che un tentativo di rispondere razionalmente a quelle inquietudini che le
passioni generano nel nostro animo.
“Impariamo a non temere le passioni” è perciò l’invito che il professore Curi rivolge a tutti i
presenti.
Egli non rinuncia a pronunciarsi, infine, in risposta ad una delle domande del pubblico, intorno
al rapporto tra “passione, politica e democrazia”: come affermato da Platone la politica è “arte
regia”, provvista di un compito altissimo: aiutarci a vivere bene insieme. Essa è dunque l’unico
“farmaco” in grado di sanare uno stato malato, pertanto non va intesa alla stregua di un
mestiere, che facilmente diviene “affare” e, con altrettanta facilità, si tramuta in “malaffare”.
Proprio come la filosofia, la politica è una passione, uno stile di vita, ma soprattutto è “anche
un affare dei giovani.” Ecco allora che la citazione di Oppenheimer riportata in apertura calza a
pennello.
Melania Barbieri IIE