e abstract - Dario Flaccovio Editore

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A Pina e Angelo,
due fari nell’oscurità.
“Chi è d’indole servo non giunge a ricomporre
il mosaico reale dei fatti accadutigli.
Preda inconsapevole mascherata da leone (…)
nella arsa terra di mafia”.
Maria Antonietta Ansalone, Vivere e morire da servo.
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I.M.D
La Catturandi
La verità oltre le fiction
Presentazione di Antonino Di Matteo
Dario Flaccovio Editore
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I.M.D.
La Catturandi - La verità oltre le fiction
ISBN 978-88-579-0350-7
Prima edizione: novembre 2014
© 2014 by Dario Flaccovio Editore s.r.l. - tel. 0916700686
www.darioflaccovio.it [email protected]
I.M.D. <pseudonimo>
La Catturandi – la verità oltre le fiction - Palermo : D. Flaccovio, 2014.
ISBN 978-88-579-0350-7
1. Polizia.
364.106 CDD-22
SBN PAL0274337
CIP - Biblioteca centrale della Regione siciliana “Alberto Bombace”
Stampa: Tipografia Priulla, Palermo, novembre 2014
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Prefazione
Quando I.M.D. mi ha chiesto di scrivere la prefazione
a questo libro, non ho avuto, fin da subito, alcuna esitazione nel rispondere affermativamente. Avevo letto le sue
precedenti riflessioni, ne conoscevo il valore e l’impegno di
poliziotto coraggioso, professionalmente attrezzato e appassionato del suo lavoro, avevo particolarmente apprezzato
(in occasione della comune partecipazione a incontri con
studenti sul tema della lotta alla mafia) la sua sensibilità e
capacità nel coinvolgere i più giovani nella splendida avventura di potersi sentire protagonisti nella lotta di liberazione
dalla mafia e dalla mentalità mafiosa.
Dopo aver letto queste pagine sono ancora più felice di
potere, con queste poche riflessioni, contribuire a diffondere il pensiero e l’entusiasmo di I.M.D., un uomo dello Stato
che, come pochi, riesce a coniugare perfettamente due ruoli
estremamente impegnativi: quello di poliziotto impegnato
senza sosta nelle indagini più difficili e delicate sulla criminalità organizzata e quello di testimone, al cospetto della società civile, della bellezza e importanza di servire fedelmente
le Istituzioni.
È proprio questo l’aspetto che traspare, in tutta la sua
forza, da queste pagine. I.M.D. è uno “sbirro” e sa che l’essenza più autentica del suo ruolo non è quella di esercitare
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un potere ma quella, ben più inebriante nella sua purezza,
di rendere un servizio. In favore degli onesti, dei più indifesi, dei più esposti alle angherie e prepotenze dei mafiosi
e di chi con i mafiosi collude, fa affari, dialoga in funzione
dell’accrescimento del proprio potere.
Leggendo il racconto e le riflessioni di I.M.D. ci si appassiona alla bellezza dell’Antimafia; quella vera, quella vissuta,
con serietà e senso dei propri limiti, ma, allo stesso tempo,
come “missione” in favore del prossimo.
Il racconto dei sacrifici e della passione per catturare i latitanti, l’intelligenza e la fantasia dell’investigatore, il rispetto umano anche per il “nemico”, il culto autentico per la
memoria di chi ha perso la vita per la Giustizia; l’orgoglio di
aver contribuito a scrivere la storia dell’ufficio di Polizia – la
Squadra Mobile di Palermo – da sempre più esposto contro
Cosa Nostra, la fierezza e la consapevolezza di dover, sempre
e comunque, osservare la legge e rapportarsi lealmente con
la Magistratura, la lucidità dell’analisi sulla evoluzione (costante e non sempre facile da interpretarsi) dell’agire mafioso, l’acume di chi è consapevole che, per sconfiggere il cancro, la repressione deve essere accompagnata dal costante
sforzo di formare, nella coscienza di tutti, il convincimento
della importanza della resistenza collettiva alla prepotenza
criminale.
Questo è il senso bello ed entusiasmante di queste pagine che faranno sentire, una volta tanto, il cittadino lettore,
anche quello apparentemente più distratto o diffidente, fiero delle Istituzioni che lo rappresentano, dei tanti poliziotti, carabinieri e finanzieri che, con lo stesso entusiasmo di
I.M.D., spendono quotidianamente ogni energia e capacità
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con coraggio e passione al servizio del loro Paese, del loro
prossimo, della democrazia e del diritto.
A loro, noi tutti, dobbiamo la nostra immensa riconoscenza.
Antonino Di Matteo
Sostituto procuratore della Repubblica
presso il Tribunale di Palermo
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Premessa
Scrivere un secondo libro che abbia come oggetto la sezione Catturandi, soprattutto adesso che non ne faccio più
parte, mi fa uno strano effetto. In qualche modo mi sento
più “libero” di esprimere ciò che penso e provo.
Ecco perché, dopo la prima parte di questo nuovo testo
– dedicata a un consuntivo del lavoro della Catturandi – mi
sono cimentato nell’offrire spunti di riflessione personali a
chi si avvicina all’attività che ha occupato gran parte della
mia vita professionale in polizia. L’intenzione è quella di
sottolineare l’importanza della lotta alla mafia, una battaglia
che oggi conduco nelle scuole, durante i miei incontri con
gli studenti di tutta Italia, e nelle librerie, confrontandomi
con lettori di ogni età.
Nel corso di questa mia opera di divulgazione e di diffusione della cultura antimafia, sono accaduti anche alcuni
episodi curiosi. Tra questi, una particolare coincidenza: nel
2009, mentre mi trovavo a Piacenza per la presentazione del
mio primo libro, Catturandi, alcuni poliziotti della sezione
Criminalità organizzata della Squadra Mobile di Palermo
arrivarono proprio in quella città per arrestare dei fiancheggiatori dell’ultimo grande latitante di Cosa nostra, Matteo
Messina Denaro. In libreria, invece del gruppetto di lettori
che presumevo sarebbero arrivati, si riversarono decine e de9
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cine di cittadini più preoccupati per quelle catture nel loro
territorio che interessati soltanto alla mia opera prima. Erano incuriositi da ciò che avrei potuto raccontare in tempo
reale, come operatore di polizia esperto di mafia.
Ricordo ancora il disappunto del libraio che, non potendo certo prevedere quell’affluenza massiccia, si mordeva le
mani per avere ordinato soltanto una ventina di copie del
mio libro, ovviamente tutte vendute in un battibaleno. Chi
arrivò con qualche minuto di ritardo alla presentazione,
andò via senza poterne acquistare nemmeno una.
Le malelingue addirittura interpretarono quella circostanza come il frutto di un’operazione di marketing ben congegnata, ma è chiaro che si tratta di pura fantasia: gli arresti a
orologeria non esistono, e tantomeno per promuovere un
prodotto editoriale. Fu un caso, e nient’altro. Io mancavo
da Palermo da diversi giorni e quell’indagine era gestita da
un gruppo di lavoro estraneo al mio. Si trattò solo di una
bizzarra coincidenza, di quelle che capitano raramente.
Per fortuna le coincidenze non sono circoscritte alla
mia attività di narratore. Per esempio, mentre con la mia
squadra intercettavamo il geometra Pino Lipari, chiuso in
carcere perché favoreggiatore di Bernardo Provenzano, soltanto l’ultimo giorno di validità del decreto d’intercettazione Lipari parlò dello “zio Binnu” con suo figlio Arturo. Se
non l’avesse fatto, il giorno dopo noi avremmo disattivato
le microspie e la cosiddetta “indagine del secolo” – quella
che avrebbe portato più di otto anni dopo ad arrestare il
“fantasma di Corleone” – chissà che fine avrebbe fatto. Forse avrebbe avuto tempi ancora più lunghi.
Anche in quel caso fu – perdonatemi il linguaggio – una
sonora “botta di culo”.
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Magari si ripetesse una coincidenza altrettanto eclatante:
sarebbe bello se uscisse La Catturandi – La verità oltre le
fiction e il giorno stesso finisse in manette Matteo Messina
Denaro! Per me si tratterebbe di una doppia festa. E soprattutto di una festa per l’Italia intera, che si libererebbe dell’ultimo e sanguinario boss “imprendibile”. Aspetto e spero.
In questa mia nuova pubblicazione ho raggruppato i capitoli in due parti. La prima, intitolata L’azione, l’ho dedicata alle attività investigative più recenti cui ho partecipato,
ai profili dei mafiosi ancora latitanti, alle vicende connesse
alla loro ricerca e ai temi più delicati che attualmente campeggiano sulle prime pagine dei giornali, come la trattativa
Stato-mafia. La seconda parte, La riflessione, accoglie episodi e valutazioni che danno l’idea di come Cosa nostra stia
cambiando, di ciò che si è fatto e di ciò che resta ancora da
fare per contrastare questo fenomeno criminale.
Concludo dicendo che questo libro, capitolo dopo capitolo, è percorso da una specie di filo invisibile: speranze,
ricordi, emozioni e aspettative sono il frutto di una vita vissuta finora con pienezza e onestà, nella bella e contraddittoria Palermo.
A voi, miei lettori, va il più sincero ringraziamento per
l’attenzione riservata non solo a ciò che ho scritto in passato
– e spero anche a questo mio nuovo testo – ma soprattutto al lavoro svolto dalla sezione Catturandi in una strenua
lotta contro la mafia, per fortuna costellata di successi e, da
molti anni in qua, non più impari.
I.M.D.
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Parte Prima
L’azione
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Uno dopo l’altro: i latitanti arrestati dal 1995
Ecco l’elenco delle catture, con l’indicazione dei luoghi e
delle date in cui sono avvenute:
1. Cristofaro “Fifetto” Cannella, Bagheria (PA), 24 aprile
1996. Latitante dal 1994.
2. Salvatore Cucuzza, Palermo, 5 maggio 1996. Latitante
dal 1994.
3. Giovanni Brusca, Agrigento, 20 maggio 1996. Latitante dal 1994.
4. Enzo Salvatore Brusca, Agrigento, 20 maggio 1996.
Latitante dal 1994.
5. Carlo Greco, Palermo, 26 luglio 1996. Latitante dal
1989.
6. Giovanni Garofalo, Terrasini (PA), 2 luglio 1997. Latitante dal 1994.
7. Francesco Paolo Garofalo, Terrasini (PA), 2 luglio
1997. Latitante dal 1994.
8. Gaspare Spatuzza, Palermo, 2 luglio 1997. Latitante
dal 1994.
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9. Pietro Aglieri, Bagheria (PA), 6 giugno 1997. Latitante
dal 1989.
10. Natale Gambino, Bagheria (PA), 6 giugno 1997. Latitante dal 1993.
11. Giuseppe La Mattina, Bagheria (PA), 6 giugno 1997.
Latitante dal 1991.
12. Salvatore Grigoli, Palermo, 19 giugno 1997. Latitante
dal 1994.
13.Antonino Tinnirello, Ficuzza (PA), 22 giugno 1997.
Latitante dal 1989.
14. Vito Vitale, Borgetto (PA), 14 aprile 1998. Latitante
dal 1995.
15. Giuseppe Guastella, Palermo, 24 maggio 1998. Latitante dal 1996.
16. Mariano Tullio Troia, Palermo, 15 settembre 1998. Latitante dal 1992.
17.Benedetto Spera, Mezzojuso (PA), 30 gennaio 2001.
Latitante dal 1994.
18. Salvatore Sciarabba, Palermo, 7 ottobre 2003. Latitante dal 1997.
19. Bernardo Provenzano, Corleone (PA), 11 aprile 2006.
Latitante dal 1963.
20. Francesco “Franco” Franzese, Palermo, 2 agosto 2007.
Latitante dal 2006.
21.Salvatore Lo Piccolo, Giardinello (PA), 5 novembre
2007. Latitante dal 1982.
22.Sandro Lo Piccolo, Giardinello (PA), 5 novembre
2007. Latitante dal 1998.
23. Andrea Adamo, Giardinello (PA), 5 novembre 2007.
Latitante dal 2001.
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24. Gaspare Pulizzi, Giardinello (PA), 5 novembre 2007.
Latitante dal 2007.
25.Domenico Raccuglia, Calatafimi (TP), 15 novembre
2009. Latitante dal 1996.
26. Giovanni “Gianni” Nicchi, Palermo, 5 dicembre 2009.
Latitante dal 2006.
27. Francesco Di Fresco, Palermo, 7 ottobre 2010. Latitante dal 1995.
28. Salvatore Bonomolo, Porlamar (Venezuela), 28 dicembre 2012. Latitante dal 2007.
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Dalla “Catturandi” alla “Ottava sezione
della Squadra Mobile” di Palermo
Parlare della sezione Catturandi per me non è cosa semplice, sia per motivi strettamente personali – avendone fatto parte per quasi un ventennio – sia lavorativi: raccontare
senza riferire fatti e circostanze non divulgabili per motivi d’ufficio e di sicurezza è un compito delicato e difficile.
Ecco perché, per mantenere il filo conduttore di questo libro, cioè i miei ricordi professionali e la lotta alla mafia, ne
tratterò in modo appositamente “sfumato”, affinché il lettore acquisisca le notizie che potrebbero interessargli, lasciando fuori date, luoghi, circostanze e altri dettagli di questo
tipo già trattati in Catturandi, il mio primo libro.
La Sesta sezione investigativa, denominata Catturandi
(oggi Ottava sezione della Squadra Mobile di Palermo) nasce negli anni Ottanta, nel periodo tra due episodi delittuosi estremamente traumatici per la polizia del capoluogo
siciliano: l’omicidio del capo della Mobile Boris Giuliano
nel 1979 e quello del vice questore Ninni Cassarà nell’agosto del 1985.
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In mezzo, il feroce assassinio di uno dei dirigenti di questo nuovo ufficio investigativo, il commissario Giuseppe
Montana, da tutti chiamato Beppe.
Ricordo di aver letto anni dopo, forse per una ricerca
scolastica, un’intervista in cui Montana parlava di un’operazione investigativa effettuata dai suoi uomini e, sminuendo
la propria figura, chiedeva ai giornalisti di mettere in risalto
il lavoro di quei “ragazzi” che per oltre dieci ore erano rimasti appostati in attesa del momento buono per il blitz e la
cattura di un latitante.
È curioso pensare che a distanza di molto tempo le cose
non siano cambiate poi tanto. Nonostante che la tecnologia
sia ormai molto più avanzata, alla fine per prendere un “latino” (ossia “latitante”, in gergo) anche noi, oggi, rimaniamo
bloccati a fargli la posta per ore e ore. Il più delle volte invano. Se si persevera, arrivano i grandi risultati.
Rammento come se fosse ieri quando dal cofano della
Fiat Ritmo del papà di un mio collega, usata per un appostamento, venne fuori Marcello – un eccezionale poliziotto e amico – armato di telecamera, dopo essersi fatto
rinchiudere per riprendere l’arrivo di Vito Vitale durante
un summit di mafia. Aveva passato oltre quattro ore lì dentro e noi, recuperata la vettura posteggiata davanti al luogo
del presunto appuntamento (eravamo nel 1996 e ancora le
microtelecamere non esistevano), dovemmo “stirare” Marcello ben bene, visto che, essendo rimasto rannicchiato così
a lungo nel cofano, non riusciva più ad allungare le gambe
e stare in piedi.
Altro dettaglio strano che noto adesso è la somiglianza
nel linguaggio tra il presente e il passato. Sono trascorsi ol20
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tre vent’anni da quell’intervista a Montana e gli uomini della Catturandi sono chiamati ancora “i ragazzi” da dirigenti e
funzionari. Ed è sempre a loro che viene tributato il merito
di aver fatto e di fare cose straordinarie, in termini di inventiva, iniziativa e sacrificio personale. Un segno distintivo
e un motivo di vanto per i “capi” di questa straordinaria
struttura che è la Mobile di Palermo.
A pensarci bene, qualcosa è anche cambiato rispetto ad
allora.
Beppe Montana, nel 1985, diceva ai cronisti: “A Palermo
siamo poco più di una decina a costituire un reale pericolo
per la mafia. E i killer ci conoscono tutti. Siamo bersagli
facili, purtroppo. E se i mafiosi decidono di ammazzarci,
possono farlo senza difficoltà”.
Gli uomini che oggi danno la caccia a Matteo Messina
Denaro sono circa sessanta, e più del doppio sono quelli in
forza alla Prima sezione investigativa, che si occupa di contrastare le famiglie e gli affari dei mafiosi. A questi vanno aggiunti gli uomini della Narcotici e quelli della Omicidi; per
non parlare dell’aiuto che danno loro i colleghi della sezione
Reati contro la pubblica amministrazione, i quali – visto
che siamo a Palermo – sbirciano tra i “colletti bianchi” per
individuare i loro legami con l’“onorata società”. Poi ci sono
i carabinieri, la Direzione investigativa antimafia, i gruppi
speciali della Guardia di Finanza: un apparato funzionale
e funzionante che, anche volendo, adesso è più difficile da
colpire.
Indagini compartecipate, server, archivi informatici sono
le armi più efficaci contro il rischio di attentati: uccidere un
carabiniere o un poliziotto attualmente avrebbe come unico
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risultato quello di far “incazzare” i colleghi del defunto, i
quali lavorerebbero anche più di prima.
La mafia questo lo ha capito bene: lo Stato non subisce
più passivamente. Se uno dei suoi uomini cade, le istituzioni reagiscono subito e in modo così deciso e massiccio da
mettere a repentaglio l’intera organizzazione criminale. Il
gioco, insomma, non dovrebbe valere la candela.
Il condizionale tuttavia è d’obbligo. Una delle caratteristiche principali di Cosa nostra, che ne ha permesso una
così lunga sopravvivenza, è infatti la sua duttilità, unita alla
facilità nell’adattarsi ai cambiamenti ambientali. Il calcolo costi-benefici è pane quotidiano per gli imprenditori di
“mafiopoli s.p.a.”. Così, se domani la mafia dovesse avvertire un cambio di rotta o una diminuzione della tensione
nelle forze che la contrastano, nessuno potrà escludere il
ritorno alla strategia del terrore e delle stragi.
Ricordo ancora le minacce arrivate alla nostra sezione
quando si era a un passo dalla cattura di Gaspare Spatuzza,
ex affiliato alla famiglia di Brancaccio e oggi collaboratore
di giustizia: ricevemmo un biglietto con una serie di croci
dal significato inequivocabile.
Rammento anche la sorpresa di trovare, in uno dei pizzini diretti a Provenzano e intercettato prima che arrivasse
a destinazione, l’annotazione della targa della macchina di
uno dei nostri colleghi, che per motivi del tutto casuali faceva spola quotidiana da casa al lavoro passando per la statale tra Villafrati e Palermo. Probabilmente qualcuno aveva
notato il poliziotto percorrere quella via e l’aveva ritenuto
una minaccia per il latitante, che in quel periodo frequentava le stesse zone. Decidemmo quindi di scortare il collega
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in due o tre per volta e, quando si poteva, lo ospitavamo a
casa nostra, a turno, per evitargli quella lunga e pericolosa
“passeggiata”.
Più dirette e psicologicamente pressanti furono le minacce rivolte ad alcuni familiari dei componenti del nostro
gruppo. Anche in questo caso la reazione fu quella più corretta: mettere in sicurezza i soggetti presi di mira e impegnarsi al massimo per raggiungere il risultato di tutelarli.
Adesso nel distretto di Corte d’appello di Palermo rimane solo uno sparuto gruppo di latitanti. A parte Matteo
Messina Denaro, probabilmente alcuni sono morti o hanno
lasciato già da tempo il territorio nazionale.
Ovviamente gli anni passano anche per noi. Mi torna in
mente che gli anziani della nostra sezione dicevano sempre:
“La polizia sta cambiando. Prima le cose andavano meglio,
quando avevamo le stellette… Oggi non è più come una
volta”. Quando li sentivo parlare così, pensavo che si trattasse solo di una naturale nostalgia della loro giovinezza.
Ora, invece, quei discorsi li facciamo io e i colleghi della
mia generazione, e quindi mi preoccupo un po’. Le possibilità sono due: anche noi siamo diventati anziani e nostalgici, oppure effettivamente qualcosa è cambiato in peggio.
Non so se riuscirò a essere del tutto obiettivo, perché
quando si è parte in causa è davvero difficile. Però è innegabile – e non me ne vogliano le nuove leve – che in questo
momento l’“apparato” che si occupa del contrasto alle mafie nella nostra città ha perso, in un certo senso, un po’ di
smalto.
Qualcuno mi dice che è sempre stato così, che ci sono
fasi di alti e bassi e che forse adesso stiamo attraversando
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uno dei picchi negativi. I continui tagli alle risorse che si
subiscono ormai da un decennio o più; l’invecchiamento e
la diminuzione del personale; la chiusura di alcuni uffici; la
naturale rotazione degli uomini della Direzione distrettuale
antimafia; gli investimenti inesistenti nell’aggiornamento
professionale di magistrati e forze di polizia: tutto questo,
a mio avviso, con il passare degli anni sta via via erodendo
le fondamenta del “sistema antimafia”. Il quale, al contrario
della mafia, che trova sempre nuova linfa, stenta ad approvvigionarsi.
Non siamo ancora in una situazione di criticità irreversibile, ma ad esempio il fatto di avere destinato ad altri incarichi otto uomini della Catturandi nel bel mezzo delle
ricerche di Matteo Messina Denaro, per sopperire a vuoti
in settori delicati dell’intelligence, la dice lunga su quello
che sta accadendo. Se poi queste aggregazioni ad altri gruppi avvengono persino contro il volere degli aggregati, anche questo è sintomatico: è giusto razionalizzare le risorse
soprattutto in epoca di ristrettezze, però trattare uomini e
donne che hanno sacrificato la propria vita personale e lavorativa come semplici numeri o, peggio, come tappabuchi,
significa non averne compreso l’alto valore umano e professionale e, nei casi più estremi, comprometterne stimoli
e motivazioni.
Non dobbiamo permettere che ciò accada. Chi conosce i
risultati ottenuti dalla Catturandi di Palermo nella sua storia operativa non può ignorare l’importanza dell’elemento
motivazionale nel raggiungimento degli obiettivi prefissati.
Per fortuna, dopo un breve periodo di “incomprensioni”,
le “necessità superiori” sono rientrate e gli otto della Cattu24
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randi, temporaneamente trasferiti ad altri incarichi, sono
tornati alla base.
Certo, ad alcuni questa situazione di momentaneo allontanamento ha procurato ferite molto profonde, ma io
sono un ottimista, conosco bene i miei “fratelli” poliziotti e
ritengo che anche questa prova, una volta superata, sarà un
nuovo elemento di forza per tutti noi.
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Tra le mura di Di Fresco
Il racconto degli arresti della mia sezione, nei libri Catturandi e 100% sbirro, si è fermato per ragioni cronologiche
a Domenico Raccuglia e Gianni Nicchi. L’anno era il 2009.
Dopo la loro cattura, in un ipotetico mazzo di carte
all’americana in cui figurino i ricercati di spicco, alla ormai leggendaria sezione Catturandi di Palermo non erano
rimasti da trovare che pochi assi. Anzi, per dire la verità, la
percezione era che neanche di assi si potesse effettivamente
parlare.
Francesco Di Fresco e Salvatore Bonomolo, infatti, tra le
immaginarie carte da gioco – come quelle viste tante volte
in tv, con la faccia di Saddam Hussein o di Bin Laden –
potevano corrispondere forse a qualche Jack o Regina, ma
non di più. Non perché non avessero una sostanziosa fedina
penale, bensì perché non li conosceva quasi nessuno e alla
maggior parte della stampa non dicevano nulla o quasi.
Si trattava comunque di latitanti mafiosi presenti nel distretto della Corte d’appello di Palermo e quindi di sicura
competenza della Catturandi.
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Francesco Di Fresco, peraltro, vantava un curriculum
delittuoso niente male. Mafioso della famiglia di corso dei
Mille, con una parentela con i costruttori Bonura, doveva
scontare un ergastolo per omicidio e una serie di condanne per reati minori. Era “latino” da oltre quindici anni e il
suo pedigree non poteva dirsi certo trascurabile, vista la sua
vicinanza a Leoluca Bagarella e agli uomini delle cosche di
Brancaccio e di Bagheria, quest’ultima legata anche al superlatitante Matteo Messina Denaro.
Pare che i carabinieri avessero avvistato Di Fresco nel
2010, durante un summit di mafia, e nonostante fosse uccel di bosco, non intervennero, allo scopo di non far saltare un’operazione che avevano in corso, molto importante
perché finalizzata alla ricostruzione dei legami tra mafia e
politica. Di Fresco sparì dalla circolazione e, nonostante
polizia e carabinieri gli stessero alle calcagna, di lui si perse
ogni traccia.
L’indagine che seguì ebbe inizio e procedette come tutte
le altre: si esaminarono i tabulati telefonici della sua famiglia, si misero sotto controllo le utenze di moglie e figli e,
ove possibile, si cercò di piazzare un paio di microspie in
posti strategici, così da captare qualche conversazione utile
al rintraccio del ricercato.
Il figlio del latitante, Giuseppe, lavorava in un distributore
di benzina e la figlia era una studentessa. Furono controllati
ventiquattr’ore su ventiquattro. Tutto appariva nella norma,
anche se ogni tanto al distributore dove Di Fresco junior era
impiegato si vedeva qualche faccia nota: si trattava di pregiudicati e di soggetti vicini alla famiglia mafiosa di Brancaccio,
di cui Francesco Di Fresco era un importante affiliato.
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Si intensificarono i controlli sul ragazzo: il sospetto era
che potesse fare da “postino” per il padre o che comunque
gli facesse recapitare dei messaggi attraverso qualcun altro.
Passarono i mesi, ma non si scoprì nulla di nuovo. Giuseppe era tutto casa e lavoro. Faceva una vita regolare e non
incontrava mai persone diverse da quelle che gli uomini
della Catturandi avevano ormai imparato a conoscere.
A ben vedere, però, qualche stranezza c’era. La signora
Bonura, moglie del latitante, usciva molto di rado da casa.
Nonostante conducesse una vita così ritirata, non rinunciava ad andare dal parrucchiere e a farsi fare la manicure e la
ceretta, ossia tutte le cure estetiche alle quali una donna si
sottopone con regolarità. Nulla di particolare, in apparenza. Ma chi è abituato a osservare i familiari delle persone
ricercate percepisce l’anomalia di certi comportamenti. L’esperienza, infatti, ha insegnato da tempo a noi poliziotti che
statisticamente le mogli dei latitanti, rispetto alle donne dei
boss in prigione, mantengono un profilo più basso, nel senso che si fanno vedere di rado in giro nel quartiere e, quando devono uscire per le loro necessità, in genere vestono e si
acconciano in modo poco appariscente; sempre dignitoso e
adatto al loro “rango”, certo, però all’insegna della massima
sobrietà. Inoltre si accompagnano immancabilmente a un
congiunto, per lo più donna.
Ecco, la signora Bonura in Di Fresco non corrispondeva
a questo profilo. Si comportava come se incontrasse spesso
il marito e volesse farsi trovare sempre ben curata. Ma noi
sapevamo che non era possibile.
Ad agosto del 2010 si decise di tentare una “zampata”:
chiedemmo al magistrato l’autorizzazione per una perqui29
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sizione a casa Di Fresco. È usuale quando si dà la caccia a
qualcuno: in genere si fanno diversi verbali di vane ricerche
prima di dichiarare latitante un soggetto, e comunque le
visite nelle loro abitazioni rimangono frequenti. I familiari
lo sanno e dopo un po’ ci fanno l’abitudine, senza neanche
protestare più.
Quel giorno di agosto, però, dai Di Fresco percepimmo nell’aria una certa tensione, impossibile da non notare
per chi è abituato a cogliere persino i più flebili segnali di
novità. Trovammo in casa la signora Bonura con la figlia.
Effettuammo una perquisizione accurata del grande appartamento e, oltre al fatto di rinvenire un numero cospicuo
di mozziconi di sigaretta, alcuni macchiati di rossetto e altri
no, notammo che la tavola era apparecchiata per tre persone, quando eravamo sicuri che a pranzo sarebbero state in
due: madre e figlia. Giuseppe non tornava mai per la pausa,
considerata anche la distanza dal posto di lavoro: questo lo
avevamo appurato già da tempo.
La signora Bonura non poteva sapere che conoscevamo le
abitudini del figlio e comunque l’unica giustificazione plausibile che trovò per quel terzo posto a tavola fu il presunto
arrivo di Giuseppe per il pranzo. Facemmo finta di crederle
e togliemmo il disturbo, ma non senza portare via qualche
mozzicone di sigaretta. Annotammo per bene la disposizione delle stanze della casa, qualcosa non quadrava.
Pensavamo che avremmo avuto risultati in tempi brevi,
anche se la realtà non è quella che si vede in televisione. La
Scientifica ci spiegò che per estrarre il Dna dalla saliva presente nelle cicche di sigarette ci sarebbe voluto un bel po’ e,
inoltre, i colleghi avrebbero dovuto possedere un campione
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