I COCCI DI RENZI #SLOGGIAMARINO

Anno III - Numero 248 - Domenica 26 ottobre 2014
Direttore: Francesco Storace
Roma, via Giovanni Paisiello n. 40
Economia
Attualità
Esteri
Tasse e imprese,
nuovo allarme
Vescovo proibisce
Medjugorje: polemiche
Mille tensioni
sul voto ucraino
Giuffrida a pag 3
Traboni a pag 4
Castellino a pag 5
E D I T O R I A L E D E L L A D O M E N I C A - S I LV I O E G I A N F R A N C O , C O S Ì L O N TA N I E P P U R E C O S Ì V I C I N I
di Roberto Buonasorte
era una volta...
Cominciano
così tutte le
favole, e quella
del centrodestra italiano in fondo, anche
se a fasi alterne, è stata una
bella favola.
C’era una volta un leader,
anzi due.
Il primo, Berlusconi, riusciva
a tenere unita una coalizione
che andava dalla Lega ai
post fascisti missini passando
per i democristianissimi
Casini e Mastella.
Il secondo, Fini, faticava non
poco a tenere a bada le tante
anime della destra italiana:
quella liberale, quella nazionale, e pure quella sociale,
ma alla fine come tutti i capi,
ci riusciva e pure bene.
C’era una volta un’idea di
destra molto radicata nel
paese, che rappresentava
vastissime fasce della popolazione, fino a quando...
Fino a quando non si è iniziato con i distinguo, Fini
che cercava di stare sempre
un passo in avanti rispetto
a Berlusconi su tanti temi,
soprattutto quelli sui cosidetti diritti civili.
Le prime fratture avvennero
con i referendum sulla procreazione assistita, e poi sulla giustizia, e ancora Fini
che dialogava con le associazioni
gay, e sempre Fini che in tema di
ius soli diceva la sua in assoluta
solitudine, fino alla rottura finale.
La quasi totalità degli ex An
seguirono Berlusconi mollando
Fini, al quale comunque dovevano
C’
sentimentale, stessa ammirazione verso una certa sinistra, decisioni spesso prese
in solitudine e comunicate
al partito attraverso tweet e
selfie.
E tutti gli altri?
Divisi, rancorosi, confusi e
soprattutto indifesi; già, indifesi, perché quando c’è
un capo almeno sai a chi
rivolgerti, ma quando crolla
un mondo, rimane solo il
tutti contro tutti...
E viene da sorridere nel
vedere che tutta una comunità e tutta una storia, una
bella storia, debba essere
oggi interpretata dall’altro
Matteo, quello lombardo.
Già, i due Matteo, anch’essi
figli (fortunati) della guerra
tra Gianfranco e Silvio senza
la quale, probabilmente, non
sarebbero mai arrivati ai
vertici della politica nazionale ed internazionale.
Silvio e Gianfranco invece,
erano tanto lontani eppure
oggi sembrano così vicini,
entrambi fuori dal Parlamento (anche se uno per via
giudiziaria e l’altro per
volontà popolare); uno in
esilio nel suo ufficio di ex
presidente della camera, l’altro in affido ai servizi sociali.
E parlano pure la stessa lingua,“moderna” e “progressista”: si sono lasciati con il
famoso “che fai, mi cacci?”,
ora invece non sappiamo se si
dovessero incontrare di nuovo cosa
potrebbe accadere; basta che uno
dei dei due non se ne esca con un
“che fai, mi baci?”, per la malandata
baracca del centrodestra sarebbe
il colpo finale.
CHE FAI, MI BACI?
Dallo ius soli alle nozze gay, un destino cinico e baro per entrambi.
Tra giravolte e tradimenti un sogno svanito nel nulla
molto: chi in un modo chi in un altro
riuscirono a rientrare in Parlamento,
mentre Fini ne è rimasto fuori e
forse ci rimarrà per sempre.
Poi è arrivato Renzi, e Berlusconi
ha subìto tanti altri dolorosissimi
tradimenti, a cominciare da quelli
TRA LEOPOLDA E CGIL, PARTITO SPACCATO
di Alfano e Lupi, Augello e
Quagliariello, Lupi e Lorenzin, Piso
e Saltamartini, tutti transitati nel
NCD e al governo con il PD.
Da qui inizia la metamorfosi del
Cavaliere.
Influenzato (come spesso accade
a tanti leader...) dalla sua nuova
compagna, comincia a parlare di
diritti dei gay, dello Ius soli, non
perde occasione per far sapere
che bisogna dare una mano a Matteo Renzi, insomma pare la copia
di Gianfranco: stessa situazione
RAGGIUNTO IL TETTO DEI 10MILA CASI
SINDACO DI ROMA NELLA BUFERA
Ebola resta un pericolo:
la guardia non va abbassata
a bene che Obama ha abbracciato l’infermiera di
Dallas guarita da Ebola,
come è giusto che fosse, ma
non per questo va abbassata la
guardia sul virus. Proprio in
queste ore, infatti, l’Organizzazione mondiale della sanità –
un carrozzone finché si vuole,
assolutamente impreparato in
fase di prevenzione ma pur sempre la massima autorità planetaria nel settore – ha diffuso un
nuovo, drammatico dato: è stato
superato il tetto dei 10mila casi
di Ebola dall'inizio dell'epidemia
in Africa occidentale. Per l’esattezza, i casi accertati sono ben
10141 e le vittime 4922. E la
guerra contro Ebola in Africa, e
di conseguenza la minaccia anche per l’Occidente, si allarga
ad altri Paesi: in Mali, infatti, si
registra la prima vittima, una
bambina di due anni che, durante
la malattia, è stata a contatto
V
I COCCI DI RENZI
A pagina 2
stretto con almeno 40 persone
ed ha viaggiato in autobus per
più di mille chilometri. La bambina, originaria della Guinea, ha
viaggiato in autobus per più di
mille chilometri prima di raggiungere l'ospedale di Kayes,
nella parte occidentale del Mali,
dove i medici hanno cercato invano di salvarla. Nella sua lunga
traversata ha fatto tappa anche
a Bamako.
Per tornare invece agli Stati
Uniti, c’è da registrare che i governatori di New York e del New
Jersey hanno annunciato che i
passeggeri in ingresso dagli aeroporti JFK e Newark dopo contatti con malati di Ebola in Liberia, Guinea e Sierra Leone
saranno messi in quarantena.
Il governatore Cuomo ha chiarito
che il provvedimento riguarda
tutto il personale medico di ritorno dai tre Paesi africani più
colpiti da Ebola.
#SLOGGIAMARINO
Sarra a pg. 7
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Domenica 26 ottobre 2014
Attualità
IL SEGRETARIO: “FARÒ IL PREMIER AL MASSIMO PER ALTRI DUE MANDATI”. E QUINDI FINO AL 2023!
Matteo si auto-rottama per finta
A Firenze va in scena la parte ‘governativa’ del partito. Come un regolamento di conti
di Igor Traboni
a rottamatore
ad ex rottamatore (visto che
in realtà finora
non ha rottamato un bel niente, sia
all’interno del suo partito
che per le spese dello
Stato) ad auto-rottamatore:
Matteo Renzi ieri al secondo giorno della Leopolda, e mentre da Roma
arrivava l’eco neanche poi così
lontano di centinaia di migliaia
di persone intruppate in piazza
dalla Cgil e da una bella fetta
del ‘suo’ Pd, ha cercato il colpo
ad effetto. Ma un po’ alla fine si
è rivelato un boomerang: “Non
andrò avanti per più di due
mandati da presidente del Consiglio”, ha esordito il premiersegretario. Salvo poi aggiungere
che quindi, almeno secondo il
suo volere, la ‘faccenda’ da premier andrà avanti ancora per
due mandati, ma : “Al massimo
arrivo al 2023". Che, se la matematica non è ancora un’opinione, fanno nove anni ancora.
Mica barzellette.
Poi, dal palco del mega-garage
fiorentino, giocherellando con
un pallone di cuoio (il vecchio,
ma nessuno ha capito bene il
perché) e con accanto una bicicletta smontata (il nuovo, ovvero la voglia di rimettere tutto
a posto e di rimontare in sella),
Renzi ha snocciolato le solite
questioni: "Ci sono dei nemici
che vanno sconfitti altrimenti
non creeremo occasioni di impresa. Sono la corruzione e
l'evasione, senza combatterli
non si va da nessuna parte". Annunciando poi che alla Leopolda ci saranno "15 testimo-
D
nianze di persone che hanno
creato posti di lavoro e vogliono
ragionare dell'Italia che non si
arrende e si rimette in moto,
che crea speranza e posti di
lavoro".
E gli ospiti? Tra le più ricercate,
la prediletta del Renzi-premier,
ovvero Maria Elena Boschi, più
che altro indaffarata a respingere l’evidenza di una spaccatura nel Pd, tra Firenze e
Roma: "Rispettiamo la piazza:
sono contenta che stia andando
molto bene anche la manifestazione a Roma, spero che finisca nel migliore dei modi,
così com'è cominciata", ha detto
il ministro in presa diretta. "Noi
qui rispondiamo con il lavoro
dei gruppi, stiamo sui temi,
stiamo dialogando direttamente
con i cittadini".
Parecchi malumori hanno invece suscitato le parole dal
palco di Davide Serra, proprietario del Fondo Albebris, che
ha chiesto una limitazione del
diritto di sciopero dei lavoratori
pubblici: "Dico che è un diritto,
cerchiamo di capire che è un
costo". Serra ha poi fatto l'esempio di due potenziali investitori
inglesi in Italia scoraggiati da
uno sciopero del personale di
volo, che aveva impedito loro
di atterrare sul suolo italiano, "a un certo punto
domani potrebbe scioperare un pompiere,
perché no, un carabiniere: alla fine succede
che qualcuno mette il
diritto di veto".
Tra i politici si è visto
anche Rosario Crocetta,
aggrappato a Renzi per
difendere il suo posto
da governatore della Sicilia e che è piombato
a Firenze proprio nonostante
la crisi politica in atto nella sua
Palermo: "E' assurdo non essere
qui, un laboratorio di discussione per uscire da una politica
imbrigliata. Io ho tagliato 2,7
miliardi, quindi ben venga una
legge di Stabilità per mettere
fine al paese del 'frega,frega,
sciupa,sciupa'".
Molto ricercata da taccuini e
telecamere un altro governatore, quello del Friuli Debora
Serracchiani, anche vicesegretario del Pd, sempre ad un passo dall’entrare nel governo Renzi: "Stiamo cercando di rammendare il territorio, bisogna
mettere un occhio ai trasporti
nelle città. Dobbiamo consolidare l'esistente e fare opere
che mancano, penso al sud.
Dobbiamo realizzare meno autostrade e investire di più sulle
ferrovie".
Insomma, alla Leopolda c’è chi
cerca di volare “altro”, ma è
chiaro che la sostanza è tutta
politica, da regolamento di conti
interno al partito democratico.
E che oggi l’ultima parola la
dirà comunque Matteo Renzi,
magari davvero sulla strada
dell’auto-rottamazione, ma di
fatto auto-proclamatosi padre
padrone del Pd.
BOOM, BOOM, BOOM OVVERO IL RITORNO DI SPIDERITA
Le imprese chiudono, il popolo
ha fame e Renzi gli dà La Leopolda
empre più ottusi e ciechi i nostri governanti, che dopo mesi di assenza da
queste pagine, ritrovo sempre più attenti
all’ostentazione di presunti cambiamenti non
ancora concretizzati. Renzi aveva riaccesso
le speranze e le aspettative persino dei delusi
dell’ultima ora nel centro destra, arraffato
consensi alle europee senza parlare poi della
conversione su di lui ottenuta da ambienti
decisamente conservatori, lobbies, benpensanti, malpensanti, massoni e nuovi e vecchi
avventori dei salotti buoni della politica italiana
(ammesso che tali siano codesti consessi),
per poi spegnere pian pianino ognuno di
questi focherelli e accendere le luci (a basso
risparmio energetico e non) anzi i riflettori
sul suo sconfinato egocentrismo.
E’ decisamente insolito il modo di affrontare i
problemi sotto i quali affoga letteralmente il
nostro Paese con la sua gente, senza per
forza vivere a Genova, adottato dal nostro
premier. Abilissimo nella raccolta fondi per
autocelebrarsi da parte dell’establishment italiano, sicuramente disinteressato a qualsiasi
forma di opportunità, al quale in futuro verranno,
meritocraticamente... elargite, in nome della
decantata trasparenza renziana, come gli rimprovera il di lui compagno di partito Piero
Fassino. Ammonterebbero a 2 milioni di euro
(almeno quelli rendicontati) i contributi alla
Kermesse che sta andando in scena alla Leopolda. Tutto questo ci sembra simile più ad
una sorta di borsino fieristico dove le aziende
oltre a mostrarsi si assicurano appalti e portfolio
nel nuovo corso della compagine politica
specie quella governativa. Pronta, pero’, arriva
la risposta della maestrina Boschi, ma non
una maestrina dalla penna rossa di de amicissiana memoria ma dal lato b apprezzabile,
in senso di fortuna per cotanto incarico ottenuto
in giovine età, fissando la spesa in 300.000,00
euro assemblati con estrema trasparenza
dalla fondazione Open pro-Renzi.
S
Ingenua la nostra procace e giovine ministra,
forse poverina non è ancora in grado di riconoscere i vecchi marpioni italici aziendali sempre
a caccia di fresche nominations, data la precipitosa reazione, di certo in buona fede, o di
certo per puro impulso di rinnovamento, la politica di Renzi li ha codificati come specie protette oggetto di ripascimento per catalogarne
il valore economico in supporto alla specie.
Tempi moderni, storie vecchie, soliti soldi che
ingrossano le fila dei potenti di turno e tanti
piccoli uomini e donne che si alternano in un
proscenio antico, dal nutrito backstage e dall’uditorio inquadrato pronto sempre a volatilizzarsi se conforme al suo temporaneo interesse
per nutrire nuovi egoismi con la presunzione
di conformarsi al sostantivo di modernità e
rinnovamento. Situazioni identiche che si perpetuano nel teatrino della politica nostrana
sulla pelle dei cittadini e della gente che non
ce la fa più, volte solo a nutrire l’egoismo del
potente che affama il popolo ma che alla fine
in un estremo atto di generosità vorrebbe sollevarlo dalle sofferenze con raffinate delizie
gourmet come le brioches dal regal ricordo.
Un secolo fa, qualcuno, in una terra che da
sempre offre laboratori per il cambiamento
della politica scriveva:
“Cambiare tutto per non cambiare nulla”
(Tomasi di Lampedusa)
Ben trovati, amici lettori
Spiderita
A ROMA MIGLIAIA DI LAVORATORI CONTRO L’ESECUTIVO, CON SEL A DARE MAN FORTE. SI VA VERSO UNO SCIOPERO GENERALE
La Cgil va in piazza e il Pd si spacca
di Giuseppe Giuffrida
entre i fedelissimi di Matteo Renzi
sedevano alla vecchia stazione
Leopolda di Firenze, a 300 chilometri di distanza, in piazza San Giovanni
a Roma, si consumava lo strappo dal
governo della Cgil e di una fetta consistente del Partito democratico. Un milione
di persone si sono incontrate in piazza
per manifestare contro un Jobs Act definito da più parti “paradossale” e contro
M
un esecutivo caratterizzato dagli annunci
e da nessuna concretezza. Pur con risultati
evidentemente diversi dalla manifestazione
di dodici anni fa, il segretario della Cgil
Susanna Camusso mostra i muscoli e
guarda già allo sciopero generale. Consapevole degli occhi puntati da Firenze,
il numero uno di corso d’Italia è partita
in quarta attaccando il presidente del
Consiglio, colpevole di aver “usato toni
non rispettosi di questa piazza”, e il finanziere Davide Serra, “che si permette
di dire che bisogna intervenire sul diritto
di sciopero”.
“Noi - ha dichiarato la Camusso- non deleghiamo a nessuno il tema del lavoro. A
chi è ossessionato dal numero 80 (i
bonus, ndr) rispondiamo dicendo che
noi siamo ossessionati dalle percentuali
di disoccupazione. Bisogna fare delle
scelte, questa piazza è di chi ama il lavoro,
di chi lo soffre e di chi lo cura. Senza
lavoro buono, con diritti, salario e certezza
del futuro, si arretra”. Poi, la leader Cgil
ha attaccato anche la Legge di Stabilità,
che “continua a essere costruita con
qualche bonus in più ma che non basta.
Troppo comodo non guardare a dove si
annidano la corruzione e l'evasione. Ci
scontriamo con un governo che, per
uscire dalla crisi, pensa sempre alla via
più bassa. Non va bene che il premier
dica all'Ue le cose che poi non fa in Italia.
Oltre ai migliaia di lavoratori, giù dal
palco c’era anche quella parte del Partito
democratico che non si riconosce nelle
scelte di Matteo Renzi, e che con l’adesione
alla manifestazione ha sancito una rottura
difficile da risanare. Dietro allo striscione
dei poligrafici dell’Unità, infatti, hanno
sfilato Stefano Fassina, Pippo Civati e
Gianni Cuperlo, uniti contro quelle che
definiscono “politiche sbagliate”. Per Cuperlo “questa piazza va ascoltata. Mi auguro che in Parlamento ci siano le condizioni e la volontà per migliorare la
delega sul lavoro”.
Insieme a loro c’erano vecchi volti come
Sergio Cofferati, Cesare Damiano e Rosy
Bindi, rea di aver definito la kermesse toscana come una “contromanifestazione
imbarazzante” e protagonista di uno scontro in diretta su Skytg24 con Debora
Serracchiani, in collegamento dalla Leopolda. Grande assente, invece, Pierluigi
Bersani e altri componenti del suo gruppo,
che pur avendo firmato documenti di sostegno a quella piazza, hanno deciso di
non partecipare.
Critico nei confronti della manifestazione
è stato il leader di Confindustria Giorgio
Squinzi: “Se la Cgil ha assunto questa
decisione –ha dichiarato il numero uno
degli industriali-, lo ha fatto per ragioni
sue e noi non esprimiamo giudizi. Questo,
però, non è il momento degli scontri.
Sarebbe il momento di unire le forze”, ha
concluso.
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Domenica 26 ottobre 2014
Attualità
ALLARME DELLA CGIA: AZIENDE ITALIANE LE PIÙ TARTASSATE D’EUROPA. TRA FISCO, CONTRIBUTI E BUROCRAZIA VIA 248,8 MILIARDI L’ANNO
La mannaia delle tasse sulle imprese
di Giuseppe Giuffrida
scattare l’ultima impietosa
fotografia sul peso fiscale
che grava sulle imprese
italiane è la Cgia di Mestre,
che rileva infatti come tra
tasse, contributi previdenziali e burocrazia, le società del Belpaese sopportano un costo annuo di 248,8 miliardi di euro.
Analizzando in particolare lo studio,
emerge come le aziende nostrane annualmente sborsano al fisco la bellezza
di oltre 110 miliardi di euro. Somma a
cui mancano, però, alcune tasse “minori”, come il prelievo comunale sugli
immobili strumentali e altri tributi
locali. Numeri, questi, che integrano
dunque l’esorbitante cifra di altri 12,5
miliardi l’anno. Se poi aggiungiamo i
circa 95 miliardi di euro per i contributi a
carico delle imprese versati per la copertura
previdenziale dei propri dipendenti, arriviamo
alla bellezza di 217,8 miliardi di euro.
Ma non basta. Per completare l’elenco dei
pesi fiscali bisogna aggiungere infatti quei
31 miliardi di euro che, secondo la Presidenza
del Consiglio dei Ministri, sono i costi amministrativi che le Pmi italiane patiscono
A
ogni anno per districarsi tra timbri, certificati,
formulari, bolli, moduli e pratiche varie. In
tal modo, l’ammontare complessivo del
carico fiscale e burocratico sale a 248,8 miliardi di euro.
Numeri da capogiro che, come rileva il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, non
possono essere paragonati a nessun altro
Paese d’Europa. “Nonostante la giustizia civile
sia lentissima –spiega ancora Bortolussi-, il credito sia concesso con il
contagocce, la burocrazia abbia raggiunto livelli ormai insopportabili, la
Pubblica amministrazione rimanga la
peggiore pagatrice d’Europa e il sistema logistico-infrastrutturale registri
dei ritardi spaventosi, la fedeltà fiscale
delle nostre imprese è massima”.
Secondo quanto emerso dai calcoli
della Cgia, se disaggreghiamo la
voce tasse, scopriamo che l’imposta
che produce il maggior beneficio
per le casse dello Stato è l’Ires: l’imposta sui redditi delle società garantisce infatti all’Erario quasi 33 miliardi
di euro all’anno. Guardando all’Irpef
versata dai lavoratori autonomi, questa
pesa invece ben 26,9 miliardi, mentre
l’Irap in capo alle imprese private
“garantisce” un gettito di 24,4 miliardi
di euro. Infine, gli autonomi versano per i
contributi previdenziali altri 23,6 miliardi di
euro. “Al nostro sistema delle Piccole e
medie imprese –conclude Bortolussi- la
burocrazia costa quasi 31 mld; numeri che
corrispondono a circa 2 punti di Pil: una
cifra raccapricciante. Di fatto la burocrazia
è diventata una tassa occulta che sta soffocando il mondo delle Pmi”.
NEL 2014 PIL IN CALO DELLO 0,2%
Rating, Fitch non si
sbilancia: confermato
“BBB+” all’Italia
essuna manifestazione di entusiasmo dall’agenzia di rating Fitch, che infatti conferma
per l’Italia il “BBB+” già dato in passato. Pur
registrando un outlook stabile, l’agenzia vede per il
nostro Paese prospettive di crescita deboli, con un
Pil in calo dello 0,2% nel 2014 e una disoccupazione
ferma al 12% fino al 2016. “Il Pil è vicino ai livelli
del 2000 e il 9% al di sotto del suo picco del 2008”,
si legge in una nota. Notizie tutt’altro che positive
anche sul fronte del debito, per cui Fitch pronostica
un picco al 134% del Pil nel 2015 e un livello sopra
il 20% fino al 2020. L’unico dato positivo riguarda,
manco a dirlo, gli istituti di credito, che infatti nel
2014 hanno rafforzato i livelli di capitale approfittando
delle buone condizioni del mercato. Nell’analizzare
l’operato del governo Renzi, l’agenzia continua ad
usare il condizionale, sottolineando anzi come nell’attuazione delle Riforme strutturali “ci sono rischi
politici”. Confermato inoltre il rating “BBB+” anche
per la Spagna, che a differenza del nostro Paese
potrà godere però di un Pil in crescita dell’1,3% nel
2014 e dell’1,7% nel 2015.
G.G.
N
COLPO DI MANO DELLA SOCIETÀ PRIMA DEL TAVOLO TECNICO DI LUNEDÌ
Meridiana chiude ai sindacati:
al via la procedura di mobilità
N
on lascia ben sperare la trattativa tra i sindacati
e i vertici di Meridiana per scongiurare la
procedura di mobilità per 1634 persone. Al
termine dell’ennesimo incontro tenutosi al ministero
del Lavoro, infatti, un comunicato della compagnia
aerea sarda ha, di fatto, spazzato via ogni apertura
al dialogo, dichiarando appunto che “la trattativa
può considerarsi chiusa”.
Alla base di un tira e molla finito nel peggiore dei
modi, c’è la fusione completa di Meridiana e della
sua controllata AirItaly e la creazione di una lista
unica del personale, così da bloccare il trasferimento
delle attività dalla compagnia storica a quella
acquisita di recente, e creare dunque una lista
unica di esuberi. Punti, questi, su cui però l’ammi-
nistratore delegato della società si era detto a
chiare lettere “irremovibile”. Una ipotesi risolutiva
era emersa martedì scorso con un documento che
prevedeva il rinvio dei licenziamenti annunciati
dall’azienda, facendo scattare la procedura di
mobilità soltanto per i 90 che hanno quasi raggiunto
l’età delle pensione. Per i volontari, invece, si prevedeva un assegno di diecimila euro come incentivo
per la fuoriuscita. Punti su cui i sindacati sembravano
disposti a dialogare, a patto che venisse comunque
accolta la proposta di fusione completa di Meridiana
e AirItaly.
L’ultimo faccia a faccia in presenza del ministro
del Lavoro Poletti si è tenuto venerdì mattina. Di
comune accordo, le parti avevano deciso di posti-
cipare il tutto a lunedì 27 in
modo da poter compiere ulteriori approfondimenti e tentare,
così, di arrivare ad un patto
definitivo. Tuttavia, come un fulmine a ciel sereno
è piombato sulle teste dei migliaia di lavoratori la
scelta della società di mandare all’aria il tutto e
proseguire sulla strada dei licenziamenti. Una
mossa che evidentemente ha suscitato l’ira dei
sindacati, convinti che “una vertenza con al centro
1.600 licenziamenti ha bisogno di trovare soluzioni
e non di colpi di testa”. Durissimo anche il ministero
del Lavoro, in un certo senso tradito dalla società
sarda: “La scelta dell’azienda –si legge ancora in
un comunicato- di comunicare fuori dal tavolo del
confronto la decisione di considerare conclusa la
fase di tregua è un errore grave e un atto che
rischia di compromettere i significativi passi in
avanti compiuti nel corso del confronto”.
Intanto, gli esposti presentati dai dipendenti di
Meridiana alla Guardia di finanza relativamente al
travaso di attività verso la controllata AirItaly non
sono stati accantonati, e anzi la procura di Tempio
ha aperto un’inchiesta. Al momento non ci sono
indagati ma diversi assistenti di volo sono già stati
interrogati.
G.G.
COSTRUITA DA FINCANTIERI, È L’AMMIRAGLIA DELLA COMPAGNIA CROCIERISTICA
Costa riparte da Diadema,
la nuova regina del mare
iornata di festa, ieri, per Costa
Crociere, che a Porto Marghera
ha presentato al pubblico la
“Costa Diadema”, ultimo acquisto
della compagnia crocieristica. Costruita da Fincantieri, con i suoi 306
metri di lunghezza e 37,2 di larghezza, la Diadema è la nuova ammiraglia della società genovese in
capo al colosso americano Carnival.
Proprio da questo gioiello del mare,
pesante 132.500 tonnellate e capace
di trasportare 4947 passeggeri, la
Costa riparte dopo il terribile naufragio della Concordia a gennaio
2012, costato la vita a 32 persone.
In attesa del varo ufficiale fissato a
Genova il 7 novembre, la Diadema
si presenta come una vera e propria
città galleggiante, dotata di quindici
G
ponti e il massimo della tecnologia
a disposizione. Una nuova eccellenza
nel mondo navale costato oltre 550
milioni di euro e che ha impegnato,
per oltre due anni, centinaia di imprese per una stima di 3.500 lavoratori in totale. Per l’amministratore
delegato di Fincantieri, Giuseppe
Bono, “quasi nessuno avrebbe creduto sarebbe stato possibile costruire una nave così grande a Marghera”, ricordando che “per realizzarla
sono stati investiti circa 20 milioni
di euro nel cantiere di Marghera.”
L’ammiraglia più grande d’Italia avrà
come base Savona a partire dal gennaio 2015, anche se l’amministratore
delegato di Costa, Micheal Thamm
non nega interesse anche per il
porto di La Spezia. Al momento,
sembra tramontata l’ipotesi Venezia.
“Noi di Costa siamo persone educate
e non bussiamo alla porta di chi
non ci invita –dichiara stizzito
Thamm-. Nessuno ci ha chiesto di
venire a Venezia con la Diadema e
noi non chiediamo di venire a Venezia”. Sullo sfondo, rimane sempre
la polemica sui transiti delle grandi
navi davanti a San Marco, per cui
scatterà lo stop nel 2015. In tal senso,
il ceo di Costa chiarisce: “Non vogliamo danneggiare Venezia perché
è un bene mondiale e la città deve
essere protetta. Sono sicuro che l’Italia e la città sapranno trovare soluzioni alternative al transito di queste
navi. Per le quali tutti noi siamo
pronti a dare un contributo”, ha concluso.
G.G.
4
Domenica 26 ottobre 2014
Attualità
DALLA DIOCESI DI ANAGNI IL DIVIE T O A PART E CIPARE AD UN INCONT RO DI PRE GHIE RA A F IUGGI CON UNA DE L L E VE GGE NT I
Vescovo contro Medjugorje. Ed è polemica
Una lettera di Loppa (ieri irrintracciabile) ai sacerdoti per ricordare che le “presunte
apparizioni e rivelazioni” sono ancora in fase di discernimento, ma molti fedeli protestano
Lorenzo Loppa, vescovo di Anagni-Alatri
di Igor Traboni
ietato partecipare a
incontri di preghiera
legati ai “fenomeni
di Medjugorje”. Divieto che riguarda
sia fedeli che ovviamente il clero, visto che arriva da un vescovo. Così ha stabilito Lorenzo
Loppa, vescovo di Anagni-Alatri,
diocesi nel cuore della Ciociaria, tanto storica perché Anagni
è per antonomasia la ‘città dei
Papi’, quanto piccola per esten-
V
sione e numero di sacerdoti,
tanto che da tempo si rincorrono voci di un suo accorpamento con Frosinone, decisione
che a suo tempo venne ‘sventata’ da Francesco Lambiasi,
ora arcivescovo a Rimini, prima
di lasciare il posto nel 2002
proprio a Loppa.
Nel territorio della diocesi ricade anche Fiuggi, dove l’8
novembre si terrà un incontro
con Vicka, una delle veggenti
di Medjugorje. Ma la circolare
inviata dal vescovo Loppa parla
chiaro: “Non partecipare e se
fosse possibile annullare un
incontro di preghiera con la
signora Vicka Ivankovic”.
Il Vescovo ciociaro ricorda che
“per procedere nel discernimento di presunte apparizioni
e rivelazioni, la Congregazione
per la Dottrina della Fede sta
continuando l’esame degli
aspetti dottrinali e disciplinari
dei fatti di Medjugorje. Fino
ad ogni ulteriore disposizione
da parte della Santa Sede, ci
si deve attenere a ciò che è
già stato stabilito dai vescovi
della ex Jugoslavia nella dichiarazione di Zara del 10 aprile 1991″, che stabilisce: “Sulla
base delle ricerche finora compiute, non è possibile affermare
che si tratti di apparizioni o di
rivelazioni soprannaturali. Per
questo non è consentito al
clero e ai fedeli di nessuna
Diocesi partecipare a incontri,
conferenze o celebrazioni pubbliche per evitare confusione
e scandalo”. I parrochi vengono quindi sollecitati a “rendere pubblica la proibizione
di partecipare a tali riunioni e
la dissociazione da simili iniziative, che destano sconcerto
nei fedeli e non manifestano
la comunione con il Vescovo”.
C’è però un altro aspetto: il
Vescovo Loppa compare nella
locandina che pubblicizza
l’evento di Fiuggi, per cui Il
Giornale d’Italia ha cercato di
contattarlo per tutta la giornata
di ieri, ma vanamente: dal centralino dell’Episcopio ci è stato
ripetuto che era fuori e non
rintracciabile (e neanche ab-
biamo motivo di dubitarne,
considerata la solita disponibilità di questo 67enne vescovo
dai modi assai affabili).
Mentre diverse voci dall’ambito cattolico si sollevano a
difesa del ‘fenomeno Medjugorje’ e condannano la presa di posizione di Loppa (dal
l monito viene da qualcuno
che ogni giorno è in prima
fila per garantire la legalità
nel nostro paese, qualcuno che
non dirime sulla Mafia solo a
parole, ma soprattutto con i
fatti. A parlare è il procuratore
aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, presente a un incontro a Perugia con circa 300
studenti delle scuole superiori
dell’Umbria.
Non solo le mafie cercheranno
di essere presenti negli appalti
di Expo 2015 “per guadagnare”
ma faranno di tutto affinchè
“per loro sia una vetrina”.
Per Gratteri è un’occasione “di
prestigio per le famiglie di
ndrangheta e camorra. Raffaele
Cantone- aggiunge il pm- sta
facendo un grande lavoro ma
ci saranno tantissimi cantieri e
subappalti e quindi praticamente
impossibile controllare centimetro per centimetro. Speriamo
- ha concluso il magistrato che la presenza delle mafie sia
minore possibile”.
I
L’intervento perugino di Gratteri
si colloca all’interno di un incontro sul tema “Legalità e riforma della giustizia” promosso
dalla Conferenza dei presidenti
delle Assemblee legislative delle
Regioni e delle Province autonome presieduta da Eros Brega.
Sullo stesso tema era intervenuto qualche giorno fa Raffaele
Cantone, presidente dell’anticorruzione: “Noi stiamo facendo
controlli approfonditi per tutti
gli appalti dal 24 giugno in poi.
I nostri controlli non sono sicuramente in grado di evitare
fenomeni di corruzione, ma la
rendono complicata. Quelle che
sono emerse sono vicende precedenti che hanno anche loro
una marginalità, che hanno avuto un grosso impatto mediatico.
Ci sono stati problemi, l’ultima
indagine ha riguardato un altro
vertice: problemi sintomatici
dei rapporti fra sistemi manageriali e imprese. Noi ci auguriamo di aver fatto il possibile”.
F.Ce.
telefonicamente e mentre si
trovava lontano da Anagni –
non avrebbe compreso di
cosa effettivamente si trattasse, dando quindi una generica disponibilità ad intervenire, come in effetti fa per
molti altri incontri, non solo
religiosi.
PARLA L’ORGANIZZATORE DELL’EVENTO
“Nessuno può impedirci di pregare.
Il biglietto?Abbiamo tante spese”
Franco Di Giulio è l’organizzatore dell’incontro di
Fiuggi, l’8 e il 9 novembre prossimi, con Vicka,
una delle veggenti di Medjugorje.
Signor Di Giulio, alla luce della proibizione del
Vescovo Loppa, terrete comunque questo incontro?
“Certo. L’incontro si terrà lo stesso. Nessuno può
proibire a tante gente di vedersi per pregare”.
Scusi, ma non è un divieto che arriva da una
persona qualsiasi: lo dice un Vescovo…
“Noi andremo a Fiuggi per pregare”.
Ma voi, monsignor Loppa lo avete sentito per
chiedergli di partecipare?
“Sì, certo. Gli siamo stati dietro per diverso tempo
perché era fuori Anagni, poi ci ha dato la disponibilità
a venire a Fiuggi per un saluto all’incontro”.
E così avete messo anche il nome del Vescovo
Loppa sulle locandine, distribuite in tutto il
Lazio, per pubblicizzare l’evento…
“Abbiamo chiesto anche questo a Loppa e ha
detto che andava bene, solo di non mettere la sua
foto”.
Ma adesso lo avete risentito per chiedergli il
perché di questa decisione?
“No, non lo abbiamo sentito. In realtà è lui che
dovrebbe spiegarci il perché di questa marcia indietro”.
IL PM GRATTERI LANCIA L’ALLARME
Si scrive Expo 2015:
si legge mafia?
giornalista Paolo Brosio al
sito internet La Nuova Bussola
Quotidiana), da Anagni raccogliamo solo l’indiscrezione
di un possibile ‘difetto di comunicazione’: a suo tempo,
realmente contattato dagli organizzatori dell’incontro di
Fiuggi, il vescovo Loppa –
E lei, come se lo spiega?
“Io non riesco proprio a spiegarmelo. Mi sembra
una cosa talmente assurda. Tra l’altro, a febbraio
c’era stato un altro incontro, sempre a Fiuggi, con
un’altra veggente, e allora nessuno ha detto niente”.
Avete previsto anche l’intervento del Vescovo di
Palestrina, Sigalini, per celebrare la Messa.
Verrà?
“Non lo so, anche se a questo punto credo di no.
Ma se vuole venire, è chiaramente il benvenuto,
noi saremo a Fiuggi per pregare”.
Avete fatto una previsione della gente che verrà?
“Almeno quattromila persone”.
A molti sta dando fastidio il fatto che però si
paghi per entrare al palasport. Sulle locandine
c’è scritto chiaramente: biglietto 10 euro. Ma se,
come dice lei, è un incontro di preghiera, perché
si paga?
“Abbiamo molte spese. Solo l’affitto del palasport
costa 12-13mila euro più Iva. Poi ci sono alberghi
e ristoranti e spese di trasferimento per gli ospiti e
altre ancora. E poi abbiamo anche scritto che
quello che eventualmente avanzerà andrà in beneficenza per la costruzione di una chiesa vicino
Medjugorje”.
Ig.Tr.
5
Domenica 26 ottobre 2014
Esteri
VIGILIA INFUOCATA NEL PAESE CHE VA ALLE URNE CON UN CONFLITTO IN CASA
Le tensioni della guerra sul voto ucraino
Sequestrato ed aggredito un attivista per i diritti umani: e va in scena
il solito scambio di accuse tra Kiev e Mosca. Il caos è dietro l’angolo
OGGI LE ELEZIONI PRESIDENZIALI
di Giuliano Castellino
In Brasile tiene banco
lo scandalo Petrobras
stata una vigilia tesa per le elezioni ucraine, con un candidato
indipendente aggredito e il governo che accusa la Russia di
volersi intromettere nel processo
elettorale. Tutto ciò in un quadro che resta
dominato dalla guerra nel sud-est del paese
e dalle tensioni internazionali.
D’altronde Kiev, dopo il golpe filo occidentale
deve fare i conti con una crisi economica
durissima. Ed ecco che ogni cosa che succede viene accusata Mosca.
Oleg Boiko, attivista per i diritti umani, è
stato bloccato nottetempo da sconosciuti
armati di pistola, che dopo averlo malmenato
gli hanno intimato di ritirare la propria candidatura. Pur non riferendosi al caso specifico, il premier uscente, Arseny Yatsenyuk,
accusa la Russia di aver mantenuto alto il
proprio livello di ingerenza e di disturbo:
“È evidente che ci sono provocazioni da
parte russa e che questo continuerà. Non
sono riusciti a sabotare le elezioni presidenziali, ma ci hanno provato e non hanno
rinunciato ai loro piani”, ha detto.
Dal canto suo il Cremlino, attualmente sotto
embargo internazionale per via del ruolo
che è accusata di avere nel conflitto in
Ucraina orientale, mantiene sì una capacità
di condizionamento economico e politico,
ma il vero consenso, anche elettorale ce
l’ha nelle regioni russofone.
cchi puntati sul Brasile: il più grande Paese del
Sud America, oggi, sceglie il suo nuovo presidente
e in molti legano anche il risultato odierno ad un
possibile riassestamento dei “Brics” nell’ambito di quel
mondo multipolare che da più parti viene indicato come
unico argine al “caos controllato” cui una regia occulta
pare aver dato il via negli ultimi mesi in tutto il mondo.
A dominare le ultime fasi della campagna elettorale per
il ballottaggio è stato il presunto scandalo corruzione
che ha coinvolto il gruppo petrolifero statale Petrobras.
Il dibattito televisivo del venerdì tra Dilma Rousseff e il
suo rivale Aecio Neves, alla vigilia del secondo turno
delle presidenziali, è stato seguito da decine di milioni di
telespettatori. Lo sfidante Neves ha rilanciato le accuse
rivolte poche ore prima all’attuale capo di Stato dal settimanale Veja, secondo il quale la presidente uscente era
a conoscenza, così come il suo predecessore Lula, del
vasto sistema di corruzione politica in seno a Petrobras.
“Si tratta di pure calunnie, di diffamazione”, si è difesa
Rousseff, denunciando “un colpo elettorale” e un tentativo
di manipolare gli elettori. “Andrò a difendermi in tribunale
e sono fiduciosa che il popolo brasiliano mostrerà la sua
indignazione rifiutando il vostro programma che rappresenta un ritorno al passato per il Brasile”, ha anzi contrattaccato stizzita Dilma Rousseff. È d’altronde lei,
secondo gli ultimi sondaggi, a risultare in vantaggio con
uno scarto tra i sei e gli otto punti di vantaggio nei
confronti del Partito socialdemocratico brasiliano (Psdb):
per Datafolha, Rousseff può contare sul 53% delle intenzioni di voto, contro il 47% del suo rivale; per l’istituto
Ibope, invece, la presidente uscente è accreditata del
54% delle preferenze, contro il 46% di Neves.
Valter Brogino
O
È
“Noi ci auguriamo che le elezioni si tengano
nel rispetto dei principi e delle norme democratiche, e l’Ucraina vedrà l’inizio di una
graduale stabilizzazione politica. Speriamo
anche che il nuovo Parlamento ucraino sia
in grado di creare le condizioni per rilanciare
la nostra cooperazione attraverso le strutture
parlamentari”, si è limitato a dire un portavoce
del Ministero degli Esteri Sergej Lavrov.
Gli ultimi sondaggi indicano un’ondata filooccidentale, con il blocco del presidente
Poroshenko largamente in testa, seguito
dal partito radicale e dal movimento del
premier Yatsenyuk, mentre fatica a superare
la soglia di sbarramento il partito di Yulia
Timoshenko.
Intanto è di ieri la notizia che Mosca ha
aiutato il deposto presidente ucraino Viktor
Ianukovich a fuggire da Kiev. Ianukovich si
è rifugiato in Russia a febbraio, andando
prima da Karchov in Crimea e poi nella regione russa di Rostov sul Don. Lo ha affermato
Vladimir Putin in una conferenza a Sochi
precisando che fu l’ex presidente a chiedere
al Cremlino di essere aiutato.
Continua la strategia di Mosca: aiutare i suoi
amici, lasciare bollire nella loro pentola gli
atlantici ed i suoi servi e aprire ad est.
MEDIO ORIENTE SENZA PACE E CI RIMETTE LA STRISCIA DI GAZA
NERVI A FIOR DI PELLE TRA L’IRAN E LA TURCHIA
Sinai nuova trincea d’Egitto:
scocca l’ora del coprifuoco
La morte di Serena Shrim
diventa un caso diplomatico
I gruppi jihadisti attivi nella penisola hanno inferto
pesanti perdite negli ultimi giorni all'esercito
La giornalista stava seguendo da vicino le infiltrazioni dei seguaci dell’Isis
verso Kobane attraverso il confine: è stata travolta da un tir “fantasma”
di Robert Vignola
n nemico invisibile che
sta facendo contare i morti
a decine. È quello rappresentato dai gruppi jihadisti attivi
nella penisola del Sinai, i cui
attacchi hanno messo a dura
prova le difese dell‘esercito egiziano, nuovamente colpito nelle
ultime ore da un attacco kamikaze contro un checkpoint a
Sheikh Zowayyed, nel nord-est
del Paese.
Il presidente Al-Sisi ha così imposto lo stato d’emergenza al
nord e al centro della penisola
del Sinai e il coprifuoco notturno
per tre mesi. D’altronde, con
questo attacco sale a 30 il bilancio dei morti nei tre attentati
contro le forze armate egiziane.
Uomini armati avevano ucciso
nei giorni scorsi un ufficiale, e
ferito due soldati, in un altro
posto di blocco a El-Arish sempre nel nord della penisola.
I jihadisti del Sinai si sono fatti
vedere a più riprese sin dal rovesciamento di Morsi per vendicare le azioni che la polizia
aveva eseguito contro i suoi
sostenitori. Secondo le autorità
egiziane dietro alle esplosioni
U
ci sarebbe il gruppo jihadista
Ansar Beit el Maqqis, che torna
a farsi sentire con l’approssimarsi delle elezioni, la cui data
comunque non è ancora stata
decisa. Nonostante alcune sporadiche vittorie, qualche morto
e condanna a morte da parte
del tribunale militare egiziano,
l’esercito non è ancora riuscito
a schiacciare il gruppo islamista
attivo sin dall’agosto 2013.
La novità è che il decreto presidenziale di Al-Sisi punta anche
alla nuova chiusura del valico
di Rafah nella Striscia di Gaza,
l’unica strada nel territorio palestinese non controllato da
Israele. Una misura che Il Cairo
ritiene ormai obbligatoria, ma
che finisce paradossalmente
per far pagare il prezzo più alto
proprio ai già martoriato abitanti
della Striscia. Chissà perché, a
fare la spese dei “fondamentalisti” finiscono sempre per essere loro…
“L’esercito e la polizia prenderanno tutte le misure necessarie
per affrontare i pericoli del terrorismo e il suo finanziamento,
per preservare la sicurezza della
regione e proteggere la vita dei
cittadini”, si legge comunque
nel decreto presidenziale. Che
ha, si badi bene, avuto parole
di solidarietà da parte degli Stati
Uniti, dell’Ue e della Lega Araba.
Ma proprio il presidente egiziano
Abdel Fattah Al-Sisi, dopo aver
tenuto una drammatica riunione
con il Consiglio supremo delle
forze armate, ha parlato di “sostegno straniero agli attentati
per colpire il volere del popolo
e dell'esercito. Da prima del 3
luglio 2013, potevamo scegliere:
o la popolazione o l'esercito
avrebbero dovuto affrontare il
terrorismo. Abbiamo scelto che
sarebbe stato l’esercito a portare
avanti questo impegno”, ha detto Al-Sisi. “Ci sono tentativi
mirati a dividere la popolazione
dall'esercito, ma non ci riuscirà
nessuno“, ha anche assicurato,
citando poi i successi già ottenuti contro il terrorismo in Egitto. Intanto un bambino di 7
anni è morto, colpito da un
proiettile alla testa, durante gli
scontri tra i partecipanti a un
corteo di Fratelli musulmani e
gli abitanti del quartiere di Matarya, a nordest del Cairo, che
si oppongono alla loro presenza.
La situazione, insomma, resta
incandescente.
di Bruno Rossi
ischia di diventare un
caso diplomatico nella
già incandescente situazione mediorientale la morte di Serena Shim, giornalista
della Press Tv iraniana in Turchia, morta lunedì in un drammatico incidente stradale, a
pochi metri dal confine con
la Siria.
L'americana di origini libanesi,
madre di due figli, stava tornando in albergo dopo aver
concluso un servizio da Suruc,
nella provincia turca di Sanliurfa,
per raccontare il dramma di
Kobane, città curda della Siria,
assediata dai terroristi dell’Isis.
L’auto sulla quale viaggiava con
il suo operatore, che è rimasto
gravemente ferito ma non sarebbe in pericolo di vita, è stata
travolta da un tir. Un tir "fanstasma": non si sa chi fosse
alla guida, né il tipo di camion.
E anche la dinamica è incomprensibile: si sa solo di un’auto
distrutta e del cadavere al suo
interno.
A fare accendere i fari sulla
strana morte di Serena, un suo
messaggio inviato dalla giovane
R
venerdì scorso: come si legge
sul sito web di Press Tv, la
giornalista aveva riferito di essere stata “accusata dall’intelligence turca di spionaggio probabilmente a causa di alcuni
lavori riguardo la posizione della
Turchia rispetto ai miliziani dello
Stato islamico a Kobane e nei
dintorni”. D’altronde, era su
una delle trincee più calde del
globo proprio per seguire la
faccenda dell’ingresso dei terroristi in Siria attraverso il territorio turco. Diceva di essere
in possesso di documenti per
mostrare che i militanti takfiri
(entravano in Siria a bordo dei
camion dell’Oms e delle Ong
turche. Per questo temeva per
la sua vita.
Tutto ciò ha fatto sollevare l’indignazione dell’Iran, del quale
invece si parla sulla stampa
occidentale, stranamente, soltanto per un caso di condanna
a morte. Teheran invece sta
puntando con forza il dito contro
la Turchia per la morte della
giornalista, che lavorava per
un’emittente iraniana.
Ad accusare Ankara è stato
proprio il direttore di 'Press
Tv', Hamid Reza Emadi: “La
sua morte è molto sospetta ed
è probabile che sia il risultato
delle sue notizie sull'impatto
delle politiche della Turchia e
dell'Arabia Saudita sui rifugiati
siriani”, ha affermato Emadi.
Che ha reso noto un altro agghiacciante particolare: Serena
Shim, due giorni prima dell'incidente, aveva chiamato il suo
caporedattore per denunciare
costanti molestie da parte delle
forze di sicurezza turche che la
accusavano di essere una spia.
Il governatore della provincia
turca in cui è avvenuto l’incidente ha d’altra parte sottolineato che si tratta di accuse
“completamente infondate nei
confronti di uno Stato di diritto”.
6
Domenica 26 ottobre 2014
Storia
MIGLIAIA DI MORTI, ORRORE E DEVASTAZIONE: LA GRANDE GUERRA CONTINUA, LA SUA FINE È SEMPRE PIÙ LONTANA
Ottobre 1914: il sangue versato a Ypres/14
La "Kindermon", il "Massacro degli Innocenti": migliaia di soldati tedeschi erano giovani studenti universitari
di Emma Moriconi
l 21 ottobre 1914 iniziò la battaglia di Ypres. Lì si erano ricoverate le unità di cavalleria
inglesi e francesi. "Su entrambi
i fronti - scrive Martin Gilbert
- si cominciò a scavare trincee, collegandole l'una all'altra in modo da
formare una linea continua e dotandole di nidi per mitragliatrici, di rifugi,
di camminamenti che conducevano
fino alle retrovie e di cunicoli sotterranei che si spingevano nelle immediate vicinanze della linea nemica". I
tedeschi si assestarono nei dintorni
di Menin e Roulers, con l'intento di
aprirsi il varco verso il mar del Nord
e la costa della Manica: il che avrebbe
significato rendere vulnerabile anche
la Gran Bretagna.
Iniziò così la prima battaglia in quella
zona, che sarà protagonista di numerosi scontri tra gli eserciti contendenti nel corso dei successivi anni.
Per ostacolare il passaggio dei tedeschi, i belgi inondarono le campagne, al fine di creare una sorta di
"laguna artificiale" lunga tra 28 e 33
km, larga tra 2,5 e 4 km, profonda
circa un metro.
Due giorni dopo l'inizio della battaglia,
il terreno brulicava di cadaveri: millecinquecento furono i soldati tedeschi
che morirono in quelle 48 ore di orrore. Le granate tedesche, intanto,
sterminavano gli Alleati. Il 26 ottobre
il contingente indiano lanciò la sua
prima offensiva sul fronte occidentale.
Al centro di un fuoco incrociato si
I
venne a trovare il villaggio di Kruiseecke: esso era nelle mani dei britannici, ma l'artiglieria inglese continuò
a bombardando ignorandone le sorti.
Da parte sua, anche la Germania lo
tenne contemporaneamente sotto il
tiro dei suoi cannoni. Il 29 ottobre
l'Impero Ottomano scese in guerra
al fianco della Germania.
A Geluveld gli scontri infuriarono
per tre giorni, in una giornata sola
caddero 349 tedeschi. Tra i sopravvissuti "per miracolo" c'era un giovane
soldato, incaricato di fare la staffetta
portaordini, che si chiamava Adolf
Hitler. Geluveld passò in mano agli
uni e agli altri a fasi alterne, per
finire in mano ai britannici. A prezzo
di tantissimi morti. "Ci fu un momento
della battaglia - scrive ancora Gilbert
- in cui un battaglione inglese ebbe
la sensazione di veder avanzare nella
nebbia e nel fumo un'ondata di truppe nemiche. Per qualche istante sembrò che le figure grigie sostassero.
Poi, quando l'aria si rischiarò, si vide
che non di attaccanti si trattava, bensì
di una fila di tedeschi morti, distesi
sul terreno". Alla fine della battaglia
di Ypres, nonostante entrambi gli
schieramenti fossero a corto di munizioni, cinquemila soldati inglesi ed
altrettanti tedeschi avevano spezzato
la loro gioventù sul campo di guerra.
Così si concluse la prima battaglia
di Ypres, che fu anche l'ultima grande
battaglia del 1914: una montagna di
morti, una battaglia colossale che si
concluse con un nulla di fatto. "Per i
tedeschi - scrive ancora Gilbert - la
strada verso Calais era sbarrata. Gli
inglesi erano attestati a Ypres, i tedeschi a Menin, e premevano su
Ypres da tre lati, bombardandola
con l'artiglieria nella vana speranza
di costringere gli avversari ad abbandonarla. Su entrambi i fronti si
cominciarono a scavare trincee lungo
la linea del fuoco, con camminamenti,
rifugi e casematte. Dal Mare del
Nord alle Alpi, fra uno schieramento
e l'altro si estendeva la terra di nessuno, martoriata dalle granate e continuamente contesa. Entrambi gli
eserciti erano sostenuti da un'artiglieria sempre più potente, la cui
capacità distruttiva era limitata solo
dalla scarsità di munizioni".
Ypres era estremamente strategico:
se i tedeschi fossero riusciti ad espugnarla, avrebbero impedito ogni possibilità di ritirata inglese verso la Manica. La necessità per i primi di conquistarla e per i secondi di mantenerne il controllo fu la ragione delle
immani perdite umane: molti di quei
soldati tedeschi erano giovani studenti
universitari e avevano poco più di
vent'anni. Per questa ragione la battaglia venne definita anche con l'appellativo di "massacro degli innocenti",
in tedesco "Kindermord von Ypres".
Nei reparti inglesi furono arruolati
tutti gli uomini disponibili: persino i
cuochi e gli attendenti. Una battaglia
in cui per la prima volta il Kaiser si
presentò nelle Fiandre, con la speranza di entrare a Ypres in trionfo.
Una speranza evidentemente vana.
Ypres vedrà altro sangue scorrere
nel corso della Grande Guerra. Su
quelle piccole alture, delle quali nessuna supera i 60 metri di altitudine,
aleggia ancora lo spettro dell'immenso orrore di quei giorni di cento anni
fa. Una devastazione che, però, non
servì evidentemente da lezione a
nessuno.
MONUMENTI E COMMEMORAZIONI DEI CADUTI
Il Silenzio del Memorial di Porta Menin
di Cristina Di Giorgi
I
l saliente di Ypres. Ovvero la sporgenza di
roccia che, nel campo
di battaglia nei pressi della
cittadina delle Fiandre occidentali, esponeva i militari
schierati all'assalto del nemico. Il luogo è stato teatro,
durante la Grande Guerra,
di diversi scontri assai
cruenti tra le truppe contrapposte: inglesi da un lato
e tedeschi dall'altro, che si
affrontarono senza risparmiarsi.
L'insediamento cittadino,
che si trovava proprio al
centro della prima linea,
venne quasi totalmente distrutto e circa 300mila soldati persero la vita. Soldati
che ancora oggi sono ricordati da cimiteri, monumenti ai caduti, bunker e
musei della guerra situati
nel territorio intorno alla
città.
Tra essi il Langemark e il
Tyne Cot, i cimiteri di guerra rispettivamente tedesco
e inglese. Particolarmente
suggestiva è poi la Porta
Menin (da cui si diparte la
strada che va in direzione
della cittadina vicina; una
via su cui si ritiene siano
passati i soldati che andavano a morire al fronte: in
realtà è stata scelta come
luogo di memoria, sostengono altri studiosi – in quanto era il punto più vicino al
campo di battaglia), un arco
commemorativo situato
presso l'uscita orientale della città su cui sono incisi i
nomi di 54.896 soldati britannici e del Commonwealth, caduti nel saliente di
Ypres tra l'ottobre 1914 e
la metà di agosto del 1917.
Un memoriale in ricordo di
soldati i cui corpi vennero
sepolti in fosse comuni e
mai recuperati.
Progettato da sir Reginald
Blomfield, il “Menin gate
memorial” è stato inaugurato il 24 luglio del 1927.
L'iscrizione all'interno dell'arco recita: “A maggior
gloria di Dio. Qui sono registrati i nomi degli ufficiali
e soldati caduti nel Saliente
di Ypres, ai quali la fortuna
di guerra ha negato la nota
e onorata sepoltura data ai
loro compagni nella morte”. Sul lato opposto dell'arco, un'altra evocativa incisione: “Essi ne riceveranno una corona di gloria che
non appassisce”.
Dal 1928 ogni sera alle ven-
ti, intorno all'imponente
struttura del Memoriale la
circolazione si ferma in memoria delle vittime. Dopo
un momento di raccoglimento, due trombettieri dei
vigili del fuoco suonano il
Silenzio. “Sono pagati – ricorda Martin Gilbert - con
denaro proveniente da un
fondo al quale ha contribuito con un lascito anche
Ruyard Kipling, il cui unico
figlio è stato ucciso a
Ypres”. Ancora oggi a volte
capita che durante la costruzione, riparazione di
strade o lavori nelle campagne circostanti la città,
vengano ritrovati resti di
soldati dispersi, ai quali vie-
ne data degna sepoltura in
uno dei cimiteri di guerra
della zona. Se si riesce ad
arrivare ad un'identificazione, il nome corrispondente
viene rimosso dal Memoriale di Porta Menin.
7
Domenica 26 ottobre 2014
Da Roma e dal Lazio
DOPO LO TSUNAMI CHE SI È ABBATTUTO SUL SINDACO, ALTRO FUOCO AMICO DAL PD
IN PRIMA LINEA, DAVID SASSOLI
#sloggiaMarino
IL CASO
“Tagliare i fondi ai gruppi
consiliari comunali”
E Storace tenta di svegliare il centrodestra: “Per la successione
rinunci chi pensa alla politica nazionale, Roma è Roma
va amata e basta. Non usatela più per i vostri sporchi affari”
guerra aperta tra i democratici dopo lo tsunami politico che si è
abbattuto sul sindaco
Ignazio Marino, ad appena 18 mesi dal suo insediamento al Campidoglio. Un vero
regolamento di conti. Tra i più agguerriti c’è l’europarlamentare
David Sassoli, eletto a Bruxelles
con ben 99mila preferenze, meglio
di lui nella circoscrizione centrale
del Pd solo la capolista Bonafè.
“Ormai solo due romani su dieci approvano Marino. L’arroganza non è un sistema
di governo”, ha twittato venerdì l’ex giornalista Rai, sconfitto dal primo cittadino
alle primarie del 2013.
Anche ieri, però, l’esponente del Pd è
tornato ad attaccare il sindaco di Roma:
“Senza idee non si governa”, ha scritto
ancora su Twitter. Contattato telefonicamente dal “Giornale d’Italia”, l’europarlamentare ha evitato di mettere il dito nella
piaga: “Ho detto quello che dovevo dire e
scritto quello che dovevo. Non è utile tornarci su, vediamo cosa succede nei prossimi giorni”. Bon ton, quindi, dal compagno
di partito del primo cittadino.
Ci va giù duro anche il deputato democratico, Roberto Morassut: “Quanto accaduto in queste ore sul sondaggio antiMarino
È
dice ai romani una sola cosa: la classe dirigente del movimento democratico romano sembra dissolta e quel 40% di consenso a Roma si deve solo a Renzi”.
Morassut ha denunciato, tra le tante cose,
le divisioni interne al Pd romano.
“Il movimento deve ripartire dalla politica
- ha spiegato - quando si discuterà di
questo e non più di ‘turchi’, ‘noi_dem’,
‘turborenziani’, ‘bersaniani’, ‘post dalemiani’ e altre baggianate simili vorrà dire
che saremo guariti”.
Mentre il Pd è lacerato dalle liti interne e
dall’inadeguatezza di Marino, il centrodestra sembra aver perso la bussola e,
di sondaggio in sondaggio, in linea con il
trend nazionale, viene stimato sempre
più al ribasso.
A scuotere e risvegliare l’area politica
romana, ci sta provando il leader
de La Destra Francesco Storace
che su Twitter ha lanciato l’hastag
#sloggiaMarino: “Il sindaco di
Roma deve liberare il campo e
consentire ai cittadini della Capitale di scegliere una nuova e
più seria amministrazione”, ha
scritto l’ex Ministro della Salute
sulla sua pagina Facebook, che
ha aggiunto: “Lo inchiodano i
sondaggi e il fuoco amico. In
Campidoglio l’opposizione può
mettere all’angolo il sindaco più disprezzato nella storia cittadina”.
In caso di elezioni anticipate, chi sfiderà
il centrosinistra romano? Storace non ha
dubbi: “Per la successione sarà facile
decidere: rinunci chi pensa alla politica
nazionale, ad utilizzare Roma come trampolino di lancio per sé. Roma è Roma e
va amata e basta. Non usatela più per i
vostri sporchi affari”.
Nel suo lungo post pubblicato su Facebook, il segretario nazionale de La Destra
ha invitato a cliccare mi piace sulla pagina
“A Roma la Persona: Storace” al seguente
link “https://www.facebook.com/Storacesindaco?ref=hl”.
Insomma: la campagna elettorale per il
dopo Marino sembra essere già iniziata.
Giuseppe Sarra
Roma si utilizzano fondi attribuiti ai gruppi
consiliari comunali
per commissionare sondaggi nonostante il presidente
del Consiglio dei ministri
continui a sostenere di voler
eliminare le risorse attribuite ai gruppi consiliari
regionali. Per questo motivo
il Vice Presidente del Consiglio Regionale e Capogruppo de La Destra, Francesco Storace, ha presentato una interrogazione urgente al Presidente della
Giunta, Nicola Zingaretti,
per sapere se ha in animo
di erogare anche ai gruppi
regionali fondi per commissionare sondaggi, ovvero se non ritenga invece
molto più saggio voler invitare il Presidente del Consiglio dei ministri a tagliare
i fondi dei gruppi comunali
che, a quanto pare, possono
A
permettersi di sperperare
risorse pubbliche per utilizzare sondaggi per faide
interne.
"Un recentissimo sondaggio - si legge nel l'interrogazione - conferma il fortissimo dissenso della capitale nei confronti del Sindaco Marino; questo sondaggio risulterebbe commissionato, senza alcuna
smentita, dal capogruppo
del Partito democratico in
Campidoglio ed al pagamento dello stesso si sarebbe provveduto con fondi
attribuiti al gruppo consiliare comunale.
Riteniamo quindi necessario - conclude Storace - che
il Presidente del Consiglio
provveda ad un deciso taglio dei fondi a disposizione
dei gruppi consiliari di
Roma Capitale".
Daniele Belli
ANCORA SANGUE SULLE STRADE ITALIANE
Strage sull’A1, morte sei persone
A seguito del violento impatto hanno perso la vita cinque romeni e una bambina marocchina
ncora sangue sulle strade italiane. Incidente mortale, intorno alle 5 di sabato
mattina, sulla A1 Milano-Napoli nel
tratto tra Valmontone e la diramazione Roma
sud in direzione Firenze. Il sinistro è stato
originato dal tamponamento di un furgoncino
di tipo Van con nove persone a bordo e un
autocarro leggero.
Sono tutte di nazionalità romena (e non
cinese come era stato comunicato in un
primo momento) le vittime del terribile incidente stradale. Secondo quanto ricostruito
dalla Polizia, il minibus Mercedes Sprinter
con a bordo 8 persone di nazionalità romena
A
CULTURA
ha violentemente tamponato un autocarro
Ducato con a bordo una donna, un uomo e
quattro bambini, con età compresa tra i dieci
anni e i pochi mesi di vita, di origine marocchina.
L’urto è avvenuto sulla prima corsia di marcia
ed è stato violentissimo tanto da causare
immediatamente la morte di 5 adulti a bordo
del minibus e successivamente, presso
l’Ospedale di Tivoli, dove era stata accompagnata in ambulanza in gravissime condizioni,
di una bambina di circa 15 mesi.
Gli occupanti dell’autocarro sono, invece, rimasti tutti feriti compresi i bambini che sono
stati portati presso vari ospedali di Roma.
Sul posto sono intervenute le pattuglie della
polizia stradale della sottosezione autostradale
di Roma Sud.
L’incidente - spiega ancora la polizia - non
ha provocato gravi conseguenze sul traffico
veicolare ma la “bretella” Fiano San Cesareo
è stata chiusa per permettere il soccorso
delle vittime ed i rilievi dell’incidente stradale.
Si è provveduto ad incanalare tutto il traffico
proveniente da sud verso Roma e verso il
nord che è stato poi deviato verso il Grande
raccordo anulare.
Marco Compagnoni
AVilla Torlonia apre il bunker del Duce
D
a venerdì 31 ottobre, nella
splendida cornice di Villa Torlonia riapriranno al pubblico
i bunker di Benito Mussolini. Fu la
paura generata dai bombardamenti
aerei degli alleati nella seconda guerra
mondiale, a spingere il Duce a far costruire un rifugio che fosse più sicuro
rispetto ai due già predisposti, ricavati
adattando i locali della cantina della
famiglia Torlonia (sotto il laghetto del
Fucino, vicino al teatro) e della sala
centrale nel piano seminterrato del
casino nobile.
Si tratta del bunker antiaereo più importante d’Italia, realizzato tra il ’42 e
il ’43 per proteggere il Duce e la sua
famiglia nella residenza privata. Da vi-
sitare, inoltre, il rifugio nella sala centrale del piano seminterrato del casino
nobile e quello della cantina della villa
(per la prima volta aperto al pubblico)
attrezzato intorno alla metà del ’40.
La visita, della durata di un’ora, è possibile solo con accompagnamento delle
guide, su prenotazione e per un massimo di 15 persone per volta.
Tra le particolarità che possono essere
ammirate, un sistema di rigenerazione
dell’aria con aggiunta di ossigeno. Pochissimi bunker all’epoca, migliaia
quelli costruiti a Roma ma finora sono
stati scoperti solo una ventina, avevano
questo dispositivo che serviva ad evitare le conseguenze di attacchi militari
effettuati con il gas.
8
Domenica 26 ottobre 2014
POTENZA – LA SENTENZA DEL TRIBUNALE CIVILE DI LAGONEGRO
MILANO
Arrestato per stalking:
distrugge l’auto dell’ex
Scarcerato dopo un giorno, l’uomo
si è nuovamente scagliato contro la ragazza
ppena uscito di cella
dopo essere stato arrestato per atti persecutori e resistenza a
pubblico ufficiale, è tornato a casa dell’ex fidanzata e ha distrutto tutte le
auto della sua famiglia,
prendendo anche a pugni
alcuni condomini.
È successo venerdì seta a
Carugate, in provincia di
Milano, dove un operaio
35enne, italiano e con un
precedente per furto, è
stato arrestato ben due
volte in solo due giorni
per lo stesso motivo: stalking.
L’uomo non si era mai rassegnato alla fine della sua
storia con quella ragazza
di 27 anni che da tempo
viveva nell’incubo. Già a
giugno la donna lo aveva
denunciato per atti persecutori, anche se poco
tempo dopo aveva ritirato
la denuncia.
Un tormento, quello delle
vittima, che non è finito
neppure con l’arresto. Tornato in liberta venerdì
mattina nella serata il
35enne è tornato sotto
A
casa della giovane (che
vive con tutta la famiglia
in una porzione di cascina) e, spingendo la sua
auto a folle velocità, ha
ripetutamente colpito tutte le auto posteggiate nel
cortile.
Quattro uomini, residenti
ma non parenti della giovane, sono scesi in giardino per tentare di bloccarlo,
riportando contusioni in
seguito ad una colluttazione (un 23enne è stato accompagnato in ospedale
e dimesso con cinque
giorni di prognosi).
Sono stati i vicini a chiamare i carabinieri della
Compagnia di Vimercate.
All’arrivo dei militari
dell’arma, lo stalker è stato
arrestato. Per lui, ora, le
accuse sono lesioni, minacce, violazione di domicilio e stalking. L’uomo
dovrà sottoporsi ad un
nuovo processo per direttissima. Speriamo che, per
lo meno, non venga rimesso in libertà. D’altronde,
il lupo perde il pelo ma
non il vizio.
Barbara Fruch
Dall’Italia
Vittime dell’usura bancaria?
I clienti verranno risarciti
I due imprenditori, marito e moglie, dovranno ricevere 25mila euro
per ripagarli dal danno subito a causa del pignoramento della loro casa
ittime dell’usura della banca,
ora verranno risarciti. È la sentenza storica del tribunale civile
di Lagonegro (Potenza) che ha
condannato una banca di rilevanza nazionale (Unicredit Management Bank)
a restituire ad una coppia di imprenditori,
marito e moglie, di Moliterno, la somma
di quasi 25mila euro.
A dare la notizia è la Gazzetta del Mezzogiorno che spiega come secondo la
perizia del consulente nominato dal tribunale, presieduto dal giudice Grazia
Di Costanzo, la somma degli interessi
(convenzionali e di mora) pagati dai
due imprenditori erano stati per tutto il
tempo della durata del mutuo oltre la
soglia prevista dalla legge. Dalla consulenza, è emerso, “che alla data del 27
aprile 2010 il mutuo si è estinto ed il
credito vantato dalla banca per capitale
ed interessi è pari a zero. È emerso,
inoltre, che gli interessi di mora superano
il tasso soglia previsto dalla legge e
che la somma degli interessi convenzionali e di mora supera la soglia per
tutto il periodo”.
Il 6 novembre del ’97 marito e moglie
avevano chiesto ed ottenuto un prestito
V
CATANIA
di 120 milioni delle vecchie lire da restituire in 180 rate.
A rate quasi estinte, il 6 aprile 2010 la
coppia si vede recapitare dalla banca
un’istanza con cui veniva ordinato loro
di pagare la somma complessiva di
circa 38mila euro. Giustificazione: secondo l’istituto bancario un residuo dovuto agli interessi per il mancato pagamento di alcune rate del mutuo.
I due a quel punto richiedono una consulenza tecnico bancaria per accertare
se la natura del prestito è usuraia.
Ed in effetti così è stato: peccato che
nel frattempo i coniugi-imprenditori
hanno perso l’abitazione che è stata
pignorata. “Ora grazie alla sentenza favorevole – sottolinea al sito locale l’avvocato delle vittime Nicola Solimando
– non solo i miei clienti non devono
dare nulla alla banca ma abbiamo intenzione di chiedere i danni per il pignoramento, a questo punto illegittimo,
della casa e per lo stress causato da
tutta questa situazione”.
La banca dovrà infatti versare ai due,
per i danni causati, ben 24.805,14 euro.
Un sentenza che, finalmente, punisce
anche gli istituti bancari, capaci, talvolta,
di approfittare delle difficoltà di tanti,
troppi imprenditori italiani.
Miriana Markovic
CHIOGGIA
AREZZO
Pizza farcita...
con un chiodo
Vuole salvare il cane:
Tragico incidente:
muore donna incinta annega una 49enne
Chiuso un panifico che alimentava
il forno con tavole da imballaggio
Al settimo mese è stata travolta dal braccio
meccanico un camion: salvo il piccolo
ei non c’è
l’ha fatta, ma
suo figlio è
salvo. Non ce stato
nulla da fare Francesca Mannari, la
24enne incinta al
settimo mese, coinvolta in un incidente nel pomeriggio di venerdì a Lucignano, in provincia di Arezzo, dove abitava.
Venerdì sera la donna aveva partorito il figlio con
taglio cesareo al policlinico di Siena ma durante
la notte le sue condizioni
sono peggiorate e ieri
mattina la 24enne è morta.
Il piccolo è ancora in incubatrice e, secondo
quanto appreso, le sue
condizioni sono buone.
La 24enne era arrivata a
Siena con l’elisoccorso
Pegaso dopo l’incidente.
Per cause ancora all’esame della polizia stradale
di Arezzo verso le 16.30
un camion il braccio meccanico di un camion si è
aperto ed è andato a colpire tre auto che stavano
transitando nel senso di
marcia opposto.
La vittima si trovava in barca insieme al marito
quando un'onda ha sommerso l'imbarcazione
L
orse per risparmiare. Forse
perché voleva smaltire al
più presto quel materiale,
senza preoccuparsi di come e
dove. Fatto sta che utilizzava
pedane da imballaggio in legno
per alimentare il forno a legna
nel suo panificio artigianale. E
probabilmente nessuno se ne
sarebbe mai accorto se non
fosse accaduto un imprevisto:
un consumatore ha infatti notato su un trancio di pizza appena acquistato la presenza di
un “ingrediente” anomalo ovvero di un chiodo in ferro lungo
alcuni centimetri, immerso tra
pomodoro e mozzarella, che,
se ingerito, avrebbe potuto causargli gravi lesioni.
Immediata la segnalazione al
Nas che hanno disposto la
chiusura del panificio, che si
trovava nell’hinterland di Catania.
F
Dalle verifiche i militari hanno
scovato un deposito abusivo
con 500 chili di scarti di legname accatastati utilizzati dall’artigiano per alimentare il
forno a pietra e cuocere pane
e pizze, che così erano a contatto diretto con i chiodi conficcati nelle assi di legno.
Questo tipo di materiale di risulta, ovviamente, è classificato
dalla legge come rifiuto speciale
e, pertanto, non può essere
impiegato per l’alimentazione
di forni a pietra che richiedono,
invece, esclusivamente legna
o prodotti naturali.
Il titolare dell’esercizio è stato
segnalo alla Procura della Repubblica di Catania mentre il
deposito è stato posto sotto
sequestro insieme al materiale
di risulta contenuto al suo interno per “gravi carenze igienico-sanitarie”.
B.F.
Ad avere la peggio proprio la 24enne che è persa
subito in condizioni disperate: aveva riportato
un forte trauma cranico
commotivo, èd stata intubata e trasferita in codice
rosso. In serata la decisione di intervenire per
salvare almeno il piccolo.
Nello stesso incidente
sono rimaste ferite altre
tre persone. Una 59enne
di Sinalunga che ha riportato una frattura al braccio
e ora si trova al San Donato in codice giallo. Le
altre due persone sono
stati trasportati all’ospedale della Fratta, per loro
solo ferite lievi. Sul posto
per i rilievi di legge sono
intervenuti gli agenti della
Polstrada e i vigili del fuoco che dovranno far luce
sulla dinamica del tragico
impatto.
C.B.
annegata nel tentativo di
salvare il suo cane. Nell’incidente è avvenuto l’altra notte a Chioggia verso mezzanotte è morta Donatella Friani,
49 anni. A lanciare l’allarme è
stato il marito, che si trovava
in barca insieme a lei.
Secondo una prima ricostruzione, la coppia era uscita in
barca a vela di notte, dalla foce
del Brenta con direzione Chioggia, in quel momento però vi
era una condizione di mare
mosso con onde molto alte.
Una di queste onde avrebbe
investito in pieno l’imbarcazione
nel momento in cui la vittima
era a prua con il cane, un meticcio di piccola taglia.
Non è ancora chiaro se l’animale
è caduto prima in mare e poi la
donna si sia gettata nel disperato
tentativo di salvarlo o se era in
braccio alla padrona quando
questa ha perso l’equilibrio fi-
È
nendo in acqua. In pochi attimi
sarebbero spariti inghiottiti dal
mare. È stato il marito, padovano,
che era con lei a bordo a lanciare
l'allarme alla Guardia Costiera.
Sul posto, per le ricerche, una
motovedetta della capitaneria
di Chioggia e tre della stazione
navale della guardia di Finanza
di Venezia.
Le ricerche sono durate per
ore, fino al ritrovamento dei
corpi. Una pattuglia del commissariato locale, assieme a
uomini della capitaneria, hanno
ritrovato l’ dell'animale a riva
verso le 2, dopo una quarantina
di minuti, poco più distante,
anche quello della donna.
Sulla vicenda è stata inviata
una relazione alla magistratura
veneziana che aprirà un fascicolo d’inchiesta per fare piena
chiarezza sulla dinamica dell’incidente.
Carlotta Bravo
9
Domenica 26 ottobre 2014
Dall’Italia
NON BASTANO LE ALLUVIONI, GENOVA FA I CONTI CON UN’ALTRA EMERGENZA
La rivolta etnica anti-polizia
esplode nel cuore della notte
Chiede i documenti a due tunisini, coppia di agenti aggredita
Accerchiate anche le pattuglie di rinforzo giunte nel centro
davvero un momento nero per
Genova. Che alle emergenze
di sempre vede aggiungersi
le emergenze di sempre. Se a
Marassi e nei dintorni ormai
guardano al torrente Bisagno come se
fosse un vulcano pronto ad esplodere in
una bomba d’acqua, se anche gli altri
corsi d’acqua che attraversano gli altri
quartieri sono sorvegliati speciali, anche
la criminalità immigrata ha deciso che è
giunto il momenti di far sentire ancora di
più la propria morsa, di creare tra i
caruggi del centro storico, laddove il
sole non batte quasi mai, una sorta di
repubblica autonoma del crimine.
È davvero incredibile il bilancio di una
normale operazione di controllo nel
centro storico, che ha rischiato di trasformarsi in una vera e propria rivolta
etnica contro le forze dell’ordine. Il tutto
è scattato da una banale richiesta di documenti. Fermati per un controllo, hanno
aggredito i poliziotti intervenuti, cercando
di rubare la pistola di ordinanza ad un
agente. Per questo due cittadini tunisini
di 35 e 52 anni sono stati arrestati per
resistenza e lesioni aggravate a pubblico
ufficiale e tentata rapina dell'arma la
notte scorsa in salita Mascherona. Ma ad
essere coinvolti in due ore ad altra tensione sono state centinaia di persone:
È
alcune, compreso che non si trattava
certo di abusi in divisa, si sono schierate
con i tutori dell’ordine, avendo capito
peraltro che si rischiava addirittura il ricorso alle armi da fuoco. Altre, invece,
se la sono presa con i rinforzi che cercavano di farsi strada per le strette vie del
cuore della città della Lanterna.
Secondo la ricostruzione ufficiale, comunque, alla richiesta dei documenti, il
più giovane ha reagito con violenza, afferrando il calcio della pistola di un poliziotto nel tentativo di sfilarla dalla fondina.
Un secondo agente è subito accorso in
soccorso del collega ma è stato aggredito
alle spalle dall'altro straniero che fino a
quel momento si era dimostrato colla-
borativo. A quel punto in difesa dei poliziotti sono intervenuti alcuni giovani che
avevano assistito alla scena, consentendo
agli agenti di bloccare i due malviventi
fino all'arrivo di una seconda volante.
Altre pattuglie, che avevano tentato di
raggiungere i colleghi in difficoltà, sono
state invece aggredite da numerosi frequentatori dei locali della movida. Tre
auto di servizio sono state bersagliate di
calci, oggetti e sputi, riportando danni
alla carrozzeria e la rottura di un lunotto
posteriore. Durante l'intervento sono rimasti feriti 5 poliziotti, che per i traumi
subiti sono dovuti ricorrere alle cure dei
sanitari del 118.
Gustavo Lidis
IL GIALLO DI CASTIGLIONE D’ASTI
IL CASO
Bus per soli nomadi:
proposta del Kkk?
No, del Pd e di Sel
a linea 69 collega
Torino a Borgaro. Si
tratta di un Comune
della cintura della vecchia capitale del regno
sabaudo, un centro di
quattordicimila abitanti la
maggior parte dei quali
subisce un supplizio doppio: quello di dover affrontare la vita grama del
pendolare e quello di farlo, oltre che con i disagi
propri a praticamente
qualsiasi servizio pubblico italiano, anche fronteggiando il quotidiano
abuso della pazienza da
parte di una particolare
categoria di viaggiatori.
Quelli provenienti dal
campo nomai che, lungo
il percorso del 69, si affaccia. Mica roba facile:
il problema principe è
quello dei furti, uno stillicidio che altri italiani,
di altri quartieri e di altre
città, ben conoscono
quando si trovano a condividere lo spazio con i
cittadini di certe etnie.
Ma qui, a Borgaro Torinese, non si tratta solo di
razzie di portafogli e
smartphones. No, perché
a bordo di quel mezzo la
L
presenza degli ospiti del
campo, che salgono a
gruppetti, si fa notare anche con prepotenze, minacce, persino aggressioni a chi ha la sventura di
dover utilizzare quel mezzo. Ebbene, la novità è
che l’amministrazione ha
proposto di sdoppiare la
linea: una farà il percorso
tradizionale, saltando le
fermate più prossime alle
baracche dei soliti noti.
L’altro, invece, farà solo
la fermata prospiciente
al campo e ignorerà quelle “riservate” agli italiani.
Proposta del Kkk? No, di
Pd e Sel, partiti rispettivamente del sindaco e
dell’assessore ai trasporti
del Comune, che hanno
così sventolato il drappo
rosso del buonismo insieme alla bandiera bianca della sinistra rassegnazione, giacché è evidente su quale corsa tutti
pagheranno il biglietto e
su quale no. E se la Lega
plaude alla decisione, già
bollata come “bus dell’apartheid”, allora è tutto
chiaro: l’Italia al contrario
viaggia sul 69. Non poteva
essere altrimenti.
R.V.
PARMA – LA TRUFFA
Elena Ceste, l’autopsia rivela:
“Nessun segno di violenza”
Riciclavano auto di lusso:
sgominata banda italo-lettone
Ancora avvolte nel mistero le cause della morte della donna
scomparsa il 24 gennaio e ritrovata cadavere una settimana fa
Le vetture erano prese a noleggio. I proprietari poi
simulavano il furto e cedevano i veicoli all’organizzazione
i infittisce sempre di più
il giallo della morte di Elena Ceste, la mamma di
Costigliole d’Asti scomparsa il
24 gennaio, il cui cadavere è
stato ritrovato solo una settimana fa proprio ad Asti, a pochissimi metri di distanza dalla
sua abitazione.
Il corpo della donna non presenta ferite evidenti. Almeno
secondo quanto sarebbe emerso, secondo fonti vicine agli inquirenti, dall’autopsia che si è
conclusa ieri mattina all’ospedale
di Alba, in provincia di Cuneo.
Le circostanze della sua morte
restano, al momento, comunque
un mistero che forse potranno
essere chiarite nei prossimi
giorni quando sono attesi risultati degli esami tossicologici
e istologici.
Intanto i carabinieri sono tornati
nel luogo in cui, una settimana
fa, sono stati ritrovati i resti: i
militari hanno perlustrato il campo dell’Astigiano tra il fiume
Tanaro e la ferrovia per Alba in
disuso, a caccia di nuovi indizi
utili alle indagini. Per effettuare
i rilievi sono stati coinvolti anche
i vigili del fuoco, che hanno
“nascosto” la zona delle opera-
di Bruno Rossi
S
uto di lusso in leasing
che i proprietari non
erano più in grado di
mantenere che venivano cedute a un’organizzazione criminale che si occupava di immetterle illegalmente nel mercato internazionale. Era questo
il meccanismo studiato da una
banda che operava a Parma e
in altre province. L’operazione
della polizia locale ha portato
all’arresto di dodici persone,
di cui 5 residenti a Parma,
con l’accusa di associazione
per delinquere finalizzata al
riciclaggio e 106 denunciate
per falso.
Nel periodo delle indagini gli
agenti hanno individuato 64
mezzi e 38 sono stati sequestrati, per un valore di due
milioni di euro.
Le indagini hanno preso le
mosse dalla analisi delle denunce di furto di veicoli di
alto valore commerciale fatte
a Parma e nelle province limitrofe negli ultimi tempi e
sono state possibili grazie alla
collaborazione di altre forze
di polizia comunitarie, con il
A
zioni con teloni bianchi utilizzati
come schermi.
La donna, dopo una lite con il
marito, si era allontanata da
casa il 24 gennaio scorso e non
aveva più dato notizie di sé. Al
momento risulta indagato proprio il marito Michele Buoninconti, a cui venerdì i carabinieri
di Canelli hanno notificato un
avviso di garanzia per omicidio
e occultamento di cadavere. Ma
l’uomo ha ribadito, come nei
mesi scorsi, la sua totale estraneità alla scomparsa e alla morte
della donna.
Anche i genitori di Elena sembrano credere a Michele che
ieri, per la prima volta dopo il
ritrovamento del cadavere, ha
lasciato in auto la sua casa di
Costigliole d’Asti, insieme ai
figli. “Per noi è innocente fino
a prova contraria. Ci siamo sempre fidati di lui e non c’è una
sola ragione per non farlo più
adesso. Lo abbiamo detto e lo
ripetiamo, finché non avremo
una prova provata che Michele
ha fatto questo o quello staremo
vicino a lui e ai suoi bambini”.
Barbara Fruch
coordinamento dell’Agenzia
Europol dell’Unione Europea.
Grazie ad appostamenti, pedinamenti, intercettazioni è
stato possibile ricostruire la
trama criminale.
Gli investigatori hanno accertato che il gruppo, composto
da trafficanti di varia nazionalità tra cui italiani, lettoni e
marocchini, riciclava il veicolo
ceduto illecitamente, dietro
congruo compenso, da persone che ne avevano la disponibilità in forza di un contratto di locazione e che, successivamente, ne simulavano
il furto predisponendone la
falsa documentazione. Il veicolo veniva poi rapidamente
trasferito all’estero, dove re-
sidenti in quei Paesi provvedevano all’immediata immatricolazione in quello Stato e
ai successivi passaggi di proprietà e/o alla seconda immatricolazione in un altro Stato,
per renderne impossibile il
rintraccio.
Il gruppo portava le auto in
Lettonia, e un gruppo italoarabo che portava la refurtiva
in Germania, Spagna, Olanda,
Gran Bretagna, Belgio, Irlanda
e Marocco.
L’operazione, con 22 perquisizioni in abitazione in totale
ha coinvolto le province di
Parma, Reggio Emilia, Modena, Lodi, Forlì Cesena, Milano,
Crotone e Trento.
Carlotta Bravo
10
Domenica 26 ottobre 2014
Dall’Italia
LA PIÙ GRANDE OPERAZIONE DEL GENERE MAI EFFETTUATA FINORA
Sardegna, maxi sequestro di animali maltrattati
Le bestie erano tenute in condizioni di degrado da due circhi
BLITZ DELLA FINANZA A GIULIANOVA
Appalti sui rifiuti: tre Comuni indagati
i tratta del più grande
sequestro di animali
da circo avvenuto finora: è accaduto così
che in Sardegna gli
agenti del Corpo forestale, con
i volontari della Lav, abbiano
messo in salvo 19 animali. Tra
loro un lama peruviano, una
leonessa, un pappagallo Ara,
due dromedari, un cammello,
una zebra, e anche uno zebrallo, particolare incrocio tra cavallo e zebra: gli animali erano
tenuti in condizioni pietose e venivano
sfruttati per attrazioni e spettacoli in
altrettante situazioni di degrado.
Destinatari del sequestro degli animali le compagnie circensi Martin
Show, che stava facendo un tour in
Ogliastra e il circo Krones, che si
trovava a Sassari. L’allarme per il
degrado in cui versavano gli animali
è stato dato dalla Lav, la Lega anti vivisezione, che ha rilevato maltrattamenti verso le bestie. L’associazione
ha dichiarato: “Si tratta della più
grande operazione di salvataggio di
animali da un circo e il nostro inter-
S
vento è fondamentale per assicurare
una vita dignitosa a questi animali
che finalmente potranno recuperare
atteggiamenti tipici della propria etologia, liberi dalle costrizioni degli
spettacoli”.
Nel frattempo la Procura di Tempio
Pausania ha disposto il sequestro
dopo aver constatato l’effettiva presenza di numerosi e continuati maltrattamenti verso gli animali. Inoltre,
l’associazione già lo scorso anno
aveva rilevato lo spazio esiguo in
cui erano costretti ad abitare alcuni
animali e aveva sequestrato dapprima
una tigre, poi un orso e un cavallo. Con riferimento all’episodio biblico, l’operazione è
stata denominata “Arca di
Noè”, perché gli animali salvati
verranno imbarcati al più presto
e trasferiti in strutture dove riceveranno l’assistenza adeguata e le cure per rimetterli
in sesto.
L’evolversi dell’intera operazione di trasferimento sarà continuamente monitorata dalla Lav,
che è anche custode giudiziario
e assicura la copertura economica
per la salvaguardia degli animali.
L’associazione infatti sta mettendo in
campo migliaia di euro che i soci
hanno versato come contributo, ma
sta impiegando anche denaro offerto
dall’associazione britannica “Born
Free Foundation” che, per festeggiare
il 30esimo anniversario della fondazione, ha adottato la leonessa Elsa.
Nel primo periodo di trasferimento
gli animali saranno accolti dal “Centro
di recupero di fauna esotica” di Semproniano in Toscana.
Francesca Ceccarelli
Tecnici e amministratori sotto interrogatorio
ncora una volta l’interesse
privato prevale su tutto aiutato
da qualche dipendente comunale che opera in favore di alcune
ditte, negli appalti per la gestione
del ciclo integrato dei rifiuti. Questa
la scoperta in Abruzzo, nei Comuni
di Giulianova, Roseto e Silvi, effettuata dalla Guardia di Finanza.
Impugnando un decreto di perquisizione i militari hanno sequestrato
decine di atti e documenti notificando avvisi di garanzia ad oltre
dieci persone, tra cui il sindaco di
Roseto Enio Pavone, l’ex vicesindaco di Silvi Enrico Marini, dirigenti
dei diversi uffici tecnici e alcuni
privati. Le accuse, a vario titolo e
in base alle diverse posizioni, sono
quelle di turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e
abuso d'ufficio, accuse messe nero
su bianco in un fascicolo che porta
la firma dei pm Luca Sciarretta e
Andrea De Feis.
A
Al riguardo, nonostante il più stretto
riserbo degli inquirenti, il sindaco
di Silvi Francesco Comignani ha
diffuso un comunicato stampa su
quanto stava accadendo. “Questa
mattina la Guardia di Finanza ha
eseguito perquisizioni e sequestri
presso gli uffici tecnici - si legge
nella nota -. L'accertamento è stato
eseguito per acquisire tutti i documenti sulla regolarità dell'aggiudicazione della Diodoro Ecologia del
servizio igiene urbana del Comune
di Silvi, gara per cui l'attuale amministrazione non si è costituita
nel ricorso al Tar in corso. Durante
le stesse sono stati notificati indizi
di reato nei confronti di dipendenti
dell'area tecnica ed ex-amministratori”. Sotto la lente di in gradimenti
delle Fiamme gialle dunque un bando per 16 milioni di euro a Silvi,
per oltre 18 milioni di euro a Giulianova (con la sentenza del Consiglio di Stato attesa per il 27 ottobre),
per 14 milioni di euro a Roseto.
CAMBIO DI ROTTE NEI CIELI DEL CENTRO-NORD
Chiude l’aeroporto di Rimini, turisti “dirottati” sul Sanzio
Lo scalo marchigiano sarà il nuovo approdo per i passeggeri dell’Est
e transazioni sembrano ormai
andate in porto: da oggi i russi
in arrivo in Italia verranno accolti
presso l’aeroporto delle Marche “Sanzio”. Un grande trampolino di lancio
per lo scalo anconetano che sarà il
collegamento privilegiato con le più
grandi città della Russia, soprattutto
dopo la chiusura dell’aeroporto di Rimini. La comunicazione ufficiale del
blocco dell’attività del “Fellini” da
parte di Enac è arrivata due giorni fa,
inequivocabile: dal primo novembre
tutto fermo. Una decisione costretta
dopo il fallimento della società Aeradria
e l’affidamento tramite bando a un
altro gruppo.
L
Gli operatori russi, che avevano intuito
il problema, hanno subito preso contatti
con il «Sanzio», nettamente preferito
allo scalo di Bologna anche per la vicinanza di Ancona con Rimini.
Ovviamente sono molti i problemi da
risolvere,soprattutto a livello economico: si dovrà trovare un’intesa sulle
tasse aeroportuali e anche sul trasporto
dei turisti a Rimini che resta la meta
del soggiorno. Per quanto riguarda,
invece, il servizio di catering a bordo
continuerà a essere gestito dal ristorante dell’aeroporto di Rimini anche
perchè il «Sanzio» non sarebbe in
grado di garantirlo.
Il primo tour operator a entrare in
Aerdorica è stato ‘Pac group’ che gestisce alcuni voli con Mosca. La trattativa è partita da un paio di giorni:
evidente il fatto che, nonostante le
rassicurazioni del sindaco di Rimini
agli operatori turistici russi, la trattativa
con il «Sanzio» non si limiterà alla
sola «emergenza» ma punterà a consolidare un rapporto di lunga durata.
Un traffico di turisti così articolato:
nel periodo invernale i voli sono concentrati il mercoledì e il sabato da
Mosca ma anche da San Pietroburgo;
in estate, invece, i collegamenti sono
praticamente giornalieri e coprono
anche località come Krasnodar, Rostov,
Volgograd e altre ancora.
Si tratta quindi di un business di un
certo spessore per lo scalo marchigiano
che ne guadagnerà economicamente,
e non poco.
Solo alcune voci per avere un’idea: si
va dal trasporto dei turisti ai servizi a
terra dello scalo. Si tratta poi anche
di un’occasione in più per far conoscere
e far ammirare una terra meravigliosa
come le Marche, ospitale e ancora
poco conosciuta dai grandi circuiti
turistici.
Il Sanzio potrebbe dunque diventare
uno snodo principale del centro-nord
dopo che la dirigenza di Aerdorica e
la Regione avranno chiusi tutti gli accordi.
F.Ce.
IL GRANDE MAESTRO DEL CINEMA TORNA IN LIBRERIA
Tinto Brass racconta la follia di ‘Madame Pipì’
Si tratta di un ritorno alle origini con un romanzo nato nel '72
utto era nato nel 1972 per
proporlo come soggetto cinematografico: oggi Tinto
Brass decide di presentarlo al
pubblico sotto forma di romanza.
Si chiama 'Madame Pipì' ed è
stato scritto a quattro mani con
la sua compagna, la psicoanalista
Caterina Varzi.
L’opera sarà possibile trovarla in
libreria dal 22 ottobre, edito da
Bompiani: “al suo interno vengono narrate le vicende della
40enne Antoinette, addetta alla
sorveglianza delle toilettes in una
brasserie parigina, e di François,
dieci anni più giovane di lei, vicedirettore di un istituto di cura
di patologie psichiatriche. Tra i
due si instaura subito un legame
T
'vittima e carnefice', un idillio
perverso dove si trova invischiato
il figlio di Antoinette, Charlot, un
bambino affetto da una lieve forma di autismo”.
Per Tinto Brass si tratta di un ritorno alle origini: il primo manoscritto dell'opera era intitolato
'Ordine e disciplina' e fu ispirato
da alcuni fatti di cronaca. Ai tempi
si pensò tra gli interpreti a Macha
Meril. Negli anni poi si sono susseguite diverse riscritture, che
hanno comportato cambi nel
cast, (da Marie e Alphonse, a
Mary e Alfred, fino agli attuali
Antoinette e François) e anche
del finale stesso.
A ispirare la storia la storia di
Charlot, la vita stessa di Tinto
Brass: i suoi genitori lo cacciarono
da casa all'età di 17 anni che gli
causò gravi problemi con la figura
materna. "Charlot rifiuta i dettami
della società - racconta il regista
- che hanno un forte impatto
sulla sua psicologia caricandolo
di sentimenti contrastanti. A monte c'è la follia di François, assolutamente perverso nelle sue motivazioni e incapace di comprendere la posizione di Antoinette, a
sua volta talmente bisognosa di
affetto da acconsentire alle prevaricazioni dell'uomo pur di averlo, anche se di un amore malato,
accettando di uccidere il figlio.
Alle spalle una società caotica
che impone le sue leggi a un
bambino che invece le rifiuta e
al quale io negli anni ho dato
ascolto, dando alla storia un
finale che reputo più giusto: mi
schiero dalla parte dei più deboli,
e perché no, anche dei migliori,
di un mondo nuovo che ho sempre auspicato si affermasse. Charlot rappresenta la speranza per
un mondo migliore".
In copertina 'Madame Pipì' si
presenta con una copertina rosa
e una Torre Eiffel al contrario:
immagine che lascia poco spazio
alla fantasia, simbolo fallico e
allo stesso tempo organo femminile.
Il recupero degli scritti è merito
di Caterina Varzi, compagna di
Tinto Brass, che ha cofirmato il
romanzo: "I primi appunti risal-
gono al periodo in cui Tinto lavorava alla Cinematheque Française, e da quegli anni molte
cose sono cambiate; quando
ho ritrovato il primo dattiloscritto
sono rimasta perplessa, di fronte
a una storia molto diversa rispetto a quelle che Tinto aveva
raccontato e per cui era conosciuto: più cupa, torbida e con
un erotismo completamente
nuovo. I primi appunti sono
scritti subito dopo 'La Vacanza'
del 1971, e anche qui il tema
centrale è la follia, una argomento che in quegli anni, precedenti alla legge Basaglia, lo
interessava particolarmente; una
continua riflessione sulla società
che stigmatizzava la diversità,
di cui lui invece si sentiva portavoce".
F.Ce.
11
Domenica 26 ottobre 2014
Cinema
IN OCCASIONE DELL’OTTANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA SCUOLA DI CORSO TRIESTE
Il Giulio Cesare: l’omaggio di un ex alunno
Antonello Sarno racconta l’Italia attraverso la voce degli studenti di oggi e di ieri
di Francesca Ceccarelli
n lungometraggio
perfettamente cucito su una canzone
e viceversa: l’opera
di Antonello Sarno,
presentata al festival Internazionale del cinema di Roma
sembra girato ad hoc. Lo
spunto è quello dell’ottantesimo anniversario della fondazione di una delle istituzioni
scolastiche più emblematiche
di Roma: il liceo classico Giulio Cesare, situato nel quartiere medio borghese Trieste-Salario.
Il liceo viene fondato il 1º ottobre 1933 col nome di Regio
Liceo Ginnasio Giulio Cesare:
la sede in Corso Trieste, inaugurata da Benito
Mussolini e da Giuseppe Bottai, allora Ministro
dell'Educazione Nazionale,avvenne il 28 ottobre
1936 con una cerimonia solenne. L'edificio costituiva, oltre che un esempio dell'architettura
razionalista del novecento, anche il meglio dell'edilizia scolastica dell'epoca.
L’incipit del lungometraggio è affidato, non a
caso, all’ex alunno Antonello Venditti che, accennando alla sua omonima canzone, apre le
danze a un excursus di ricordi in cui ogni ro-
U
mano può ritrovarsi, forse un po’ meno un italiano.
“Eravamo trentaquattro quelli della terza E/
tutti belli ed eleganti tranne me/era l'anno dei
mondiali quelli del '66/ la Regina d'Inghilterra
era Pelè”: cantava l’Antonello agli albori della
sua carriera, ricordando l’esperienza unica
del liceo.
Quello di Sarno, anche egli ex alunno del Giulio
Cesare, è un viaggio a ritroso nella storia dell’istituto, guidato dalle voci dirette dei personaggi
dell’epoca che oggi danno testimonianza di
quanto sia stato fondamentale il periodo liceale
e ancora più quell’istituto stesso in cui da
sempre confluirono i maggiori accadimenti
storici che hanno cambiato l’intero paese.
La“coscienza popolare” che nasce e muore
tra le mura di una scuola: diverse le testimonianza
portate sul grande schermo dal regista che diventa un Virgilio dei giorni nostri. Da Maurizio
Costanzo a Marco Pannella, da Franco Frattini
a Carlo Fuertes, da Serena Dandini a Luca Si-
gnorelli, fino ad arrivare ai più
“contemporanei” Piotta e Zero
Assoluto, tutti accomunati da
un’esperienza: la frequentazione del Giulio Cesare e la
faziosità sinistroide che in più
punti del girato viene, esplicitamente o meno, fuori.
Ottant’anni di storia italiana
che rivive grazie al contributo
non solo degli intervistati, attuali ed ex alunni, ma anche
al prezioso archivio dell’Istituto
Luce che ancora una volta si
dimostra strumento imprescindibile per ricostruire la
memoria del paese attraverso
filmati e documenti.
La ricostruzione post bellica,
la rivoluzione sessuale, il ’68,
il beat, gli anni di Piombo,
gli attenti di Piazza Fontana e della Camilluccia, l’uccisione di Aldo Moro e poi la
morte dell’impegno politico a cavallo degli
anni ’90 e 2000.
“L'estate è nell'aria brindiamo alla maturità/
l'Europa è lontana partiamo viva la libertà/ tu
come stai?
ragazzo dell'86/ coraggio di quei giorni miei/coscienza voglia malattia di una canzone ancora
mia/ ancora mia/ nasce qui da te/ qui davanti a
te, Giulio Cesare”.
SECONDA EDIZIONE DELLA RASSEGNA IN ONORE DI ROBERTO ROSSELLINI
“Ladispoli Città Aperta”
Molti i vip presenti alla manifestazione: da Carlo Verdone a Giorgio Pasotti
L
a seconda edizione della rassegna cinematografica “Ladispoli Città Aperta”, nata
nel 2013 in onore del regista e concittadino Roberto Rossellini, si conclude oggi.
La manifestazione è dedicata anche
a Massimo Jaboni, il tecnico di produzione e organizzatore di eventi
cinematografici come il Festival del
cinema italiano di Poggio Mirteto,
che ha voluto fortemente che questa
rassegna cinematografica si svolgesse a Ladispoli. L’organizzazione
è curata da Alessandra Fattoruso,
Presidente dell’Associazione culturale Tamà, l’Assessorato al turismo
e allo spettacolo Federico Ascani,
l'Assessorato alla cultura Francesca
Di Girolamo, Francesca Piggianelli
responsabile organizzativa e grazie
alla collaborazione e supporto di
Dario Antimi.
A questa seconda edizione saranno presenti e premiati artisti
tra cui Claudio Amendola, Carlo
Verdone, Giorgio Pasotti, Giulio
Scarpati, Antonello Fassari, Massimo Bonetti, Giancarlo Ratti, Francesco Scali, Elena Russo, Lorenza
Indovina e il programma sarà ricco di sorprese.
Stasera la proiezione di un cult
del cinema italiano “Un sacco bello” interpretato da Carlo Verdone
preceduto dal cortometraggio
“Due contro due” regia di Stefano
Amadio con Luigi Diberti, Erika
Blanc, Bruno Governale, Alessandro Mancini, Tiziana Bagatella.
Grazie al successo della precedente edizione Alessandra Fattoruso, Presidente dell’associazione
culturale Tamà, gli assessorati alla
cultura, al turismo e allo spettacolo
hanno deciso di “mettersi in gioco”
nuovamente, riportando a Ladispoli
IL FILM DOCUMENTARIO DI FILIPPO VENDEMMIATI
“Meno male è lunedì”: il lavoro è dignità
Le riprese girate all’interno del carcere di Bologna
Labor omnia vincit”, “la fatica
vince ogni cosa”, anche l’alienazione della detenzione in
carcere. Il film documentario di
Filippo Vendemmiati è un pugno
allo stomaco per il Festival di
Roma: via gli sfarzi o la leggerezza, irrompe sul grande schermo la vita vera.
La storia è quella di un gruppo
di operai in pensione che riprende il lavoro per insegnare il
mestiere a 13 detenuti nell’officina-azienda nata nel carcere di
Bologna. “Meno male è lunedì”
non è solo un titolo ma il pensiero
dominante dell’intero film che
regala più di una chiave di lettura,
più di un punto di vista.
“Meno male è lunedì” pensano i
detenuti che attendono con ansia
l’inizio della settimana per poter
andare in officina e liberarsi dai
“
tormenti e dall’apatia che comporta la vita in cella; “Meno male
è lunedì” pensano gli ex operai
che tornando tra i loro amici di
una vita, le macchine, riscoprono
il piacere di sentirsi ancora utili
e un’umanità inaspettata; “Meno
male è lunedì” può pensare
chiunque degli spettatori che
magari si trova in difficoltà e nel
rischio di perdere il posto di lavoro.
La scansione temporale del film,
dal lunedì appunto al weekend,
accompagna lo spettatore a vivere in prima persona “la settimana tipo” di un detenuto: fatta
di piccole grandi cose. Lavorare
e guadagnarsi da vivere, ottenere
il periodo di “ferie” da poter passare con i loro cari, realizzare di
essere ancora utili per la società
e di avere un futuro al di fuori
delle mura del carcere. All’abbrutimento di una vita che si
svolge tra quattro ristrette mura,
dietro le sbarre il film mostra
una nuova speranza di rivincita
e riscatto. Afferma il regista Filippo Vendemmiati: “ Il carcere
è un luogo senza tempo. I giorni
non passano e non hanno nome.
I gesti e le parole evadono per
costruire un mestiere e relazioni
umane. Né detenuti né uomini
liberi: solo colleghi, operai che
s’incontrano e lavorano accanto,
scambiandosi conoscenze, saperi, storie –di viti e di vite”.
Un progetto di recupero che diventa un documentario da non
perdere, scandito dalla musica
originale dei Tete de Bois. Il messaggio viene affidato ai protagonisti stessi, ex operai e detenuti, e al suono degli strumenti
da lavoro. Nell’officina tutti sono
uguali, tutti sono diversi: ci si
incontra, ci si racconta, si litiga,
si scherza, accomunati sempre
dall’amore e la passione per
quello che si sta facendo.
“Il lavoro è una cosa meravigliosa” afferma uno dei tutor:
rende indipendenti sia economicamente ma soprattutto come
persona. Acquisire delle competenze aiuta a trovare il proprio
posto nel mondo, a essere unici
seppur non insostituibili. Tutti
hanno diritto a una seconda possibilità, la società non può restare
muta e cieca di fronte al grido di
aiuta che arriva non solo dalle
carceri italiane ma dalle migliaia
di lavoratori a cui viene sottratto
non solo il posto di lavoro ma
soprattutto la dignità.
F.Ce.
una manifestazione degna di nota,
nonché importante per la promozione turistica e per risaltare le
location dove, anche in passato,
sono stati realizzati tanti film di
grande successo.
Attraverso questo evento si vuole
evidenziare il ruolo che una cittadina come Ladispoli ha avuto in
passato: la città balneare, infatti,
nasce negli stessi anni in cui la
macchina da presa muoveva i suoi
primi passi, che, oltre ad aver
ospitato molte riprese, è stata anche scelta come luogo di villeggiatura di nomi importanti del cinema italiano.
12
Domenica 26 ottobre 2014
Salute
ALLARME PER I MINORI ITALIANI DALL’ISTITUTO IDO
Cutting: da Roma boom di richieste d’aiuto
Solitudine e depressione alla base di questo disagio così diffuso
i vergognano da
morire ma continuano a farlo. Sono
tanti gli adolescenti
'cutters' che si tagliano per poi nascondere
le ferite sotto una felpa, una
maglietta troppo lunga o un
pantalone. Quelli che riescono a parlarne sono solo
la punta di un iceberg.
Lo sa bene l'Istituto di Ortofonologia (IdO), che nei suoi
sportelli di ascolto psicologico in oltre 70 scuole di
Roma e Provincia ha accolto
la richiesta di aiuto di 32
adolescenti. Il 70% sono ragazzine dai 12 ai 14 anni,
che nella maggioranza dei
casi scelgono di ferirsi le
braccia con la lametta. Il 19%,
uno su cinque, riesce a smettere di tagliarsi, ma solo grazie al supporto degli psicoterapeuti esperti degli sportelli.
Alla base di tutto c’è tanta solitudine
e depressione: “Attaccano il corpo,
si feriscono, si strappano i capelli,
si grattano e si introducono oggetti
sotto le unghie- afferma Magda Di
Renzo, responsabile del servizio
Terapie dell’IdO- braccia, gambe,
addome diventano il ricettacolo
delle loro preoccupazioni e delle
loro sofferenza. Si sentono soli- continua la psicoterapeuta- e la loro
depressione si trasforma in rabbia”.
“È un fenomeno sommerso quello
dell'autolesionismo- spiega Laura
Sartori, psicoterapeuta dell'età evolutiva dell’IdO- passare da 6 a 32
casi negli ultimi due anni rappresenta
un incremento davvero significativo.
Un dato che ci mostra una condizione che si sta diffondendo enormemente. Chi si taglia e va allo
sportello spesso ha amici che si fe-
S
riscono a loro volta e non lo dicono
a nessuno”.
Il 90% dei soggetti che praticano il
cutting è di sesso femminile: ragazze
tra i 12 e i 18 anni con una concentrazione del 70% tra i 12 e i 14 anni.
Sono gracili, esili, depresse e chiuse
nella loro solitudine. Nove su dieci
si tagliano, raramente si fanno autotatuaggi (il 6%) o si mordono (il
4%).
Nel 57% dei casi lo strumento più
utilizzato per provocarsi lesioni è la
lametta, seguita dalle forbici (21%),
il taglierino (11%), la lama del temperino (7%) e il coltello (4%). La
parte più ferita del corpo sono le
braccia (53%). Ai polsi punta il 21%,
ma si fanno male anche alle gambe
(il 17%) e alla pancia (il 9%). Nel
65% dei casi le ferite sono inflitte
su una singola parte del corpo.
Secondo l'indagine dell'IdO, il 17%
dei giovani che si taglia lo fa per
emulare un amico o perché ha conosciuto il fenomeno tramite il web,
i social network e i blog. “Quando
si inizia per imitazione- sottolinea
Sartori- la durata e la gravità del fenomeno é comunque più ridotta”.
Quelli che si tagliano preferisco la
sensazione alla relazione. In rarissimi
casi parlano con mamma o papà,
perlopiù si confrontano con i coetanei: il 58% dei cutters che si è rivolto
agli sportelli d'ascolto dell'IdO si è
confidato con un'amica/o; il 10% lo
aveva detto o scritto a un insegnante;
solo l'11% è riuscito a parlarne in
famiglia, dopo essere stato scoperto
dai genitori, e ha avuto modo di
vedere uno specialista (psicologo
o medico).
Ci si può tagliare una sola volta, per
provare, oppure assiduamente. “Il
73% dei giovani ascoltati dagli esperti
PER LA PRIMA VOLTA SUL WEB
Un sito “tutto curvy”
Online una piattaforma per blogger oversize
ovità per gli appassionati della comunicazione 2.0. E’ in arrivo una piattaforma online
per le linee più morbide,
dedicato alle donne 'curvy'
che non vogliono rinunciare
alla moda. Si chiama curvitaly.com ed è un il portale
inaugurato nei giorni scorsi
a Milano, precisamente nel
concept store 'Miroglio Piazza della Scala', di proprietà
del Gruppo Miroglio. "Il lancio di curvitaly.com rappresenta l’evoluzione online
della nostra esperienza e
competenza in chiave di
stile, vestibilità e servizio
nel mondo curvy", racconta
l’amministratore delegato
del gruppo, Daniel John
Winteler, che descrive il
portale come "un’innovativa
piattaforma di e-commerce
ricca di argomenti e con-
N
tenuti editoriali".
Il progetto del Gruppo Miroglio persegue la scelta
di investire in un settore in
continua espansione, offrendo la possibilità alle clienti
di entrare in contatto con
le collezioni dei grandi
brand della moda italiana
dedicate a questo settore
di mercato. Dal portale si
possono raggiungere in un
clic le collezioni dedicate
alle curve morbide firmate
da Elena Mirò, Fiorella Rubino e nel prossimo futuro
anche Luisa Viola e Per te
by Krizia. La ricerca del vestito perfetto è accompagnata da un’esperienza social che avvicina la cliente
al negozio online, grazie a
contenuti editoriali e di servizio che propongono consigli sulle ultime tendenze,
news di costume, suggeri-
menti di make up e personal stylist.
Alla presentazione milanese
della novità online del
Gruppo Miroglio era presente anche la fotomodella
Candice Huffine, divenuta
famosa per aver rappresentato il mondo 'curvy' sul
calendario più noto al mondo. L’americana, protagonista della nuova campagna
Autunno Inverno 2014 di
Fiorella Rubino, ha elogiato
l’iniziativa sostenendo che
"molte donne stavano
aspettando questo momento, perché le rende più sicure anche nel parlare del
proprio corpo e perché
possono finalmente scegliere dei vestiti di moda. Vedo
che l’iniziativa è stata ben
accolta", conclude la Huffine, "e tutti sono molto ottimisti".
dell'IdO ha affermato che lo fa da
mesi, il 20% addirittura da anni (a
volte con dei periodi di pausa). Solo
il 7% lo ha fatto una singola volta”,
raccontano Fabiana Gerli e Silvia
Cascino, psicoterapeute dell'equipe
dell'Ido nelle scuole. “Nella maggior
parte dei casi non c'è una frequenza
precisa con cui si provocano lesioni,
dipende dalle situazioni. Se accade
qualcosa che provoca in loro un dolore, un'ansia o una tensione difficili
da gestire- aggiungono- ricorrono
al tagliarsi perché dicono che 'È
come se tutto il dolore che avevo
dentro poteva uscire da quella ferita
e liberarmi per un po'”.
“Quando chiediamo alle ragazze
che parlano di autolesionismo allo
sportello perché hanno iniziato a
farlo, la maggior parte di loro ci risponde che tutto è cominciato dopo
una separazione o una lite (da un fi-
danzato o da un'amica, meno
spesso con un familiare)- proseguono le psicoterapeute- o
per un profondo senso di solitudine e inadeguatezza legato soprattutto al rapporto
con i coetanei”.
La quasi totalità dei ragazzi
che parla dei loro tagli ha in
comune una storia di solitudini, incomprensioni e/o incomunicabilità con i genitori,
oltre a una scarsa accettazione
di se stessi e una bassa autostima. “È vero che la conflittualità con i familiari e il
difficile rapporto col proprio
corpo e con la crescita sono
un denominatore comune in
tutte le adolescenze- continua
l'equipe IdO- ma nei casi da
noi esaminati tali problematiche appaiono molto radicate
e le risorse a cui attingere
per fronteggiarle troppo frammentate e inconsistenti”. Non sembra
invece una variabile significativa il
fatto che i genitori siano o meno
separati: “Nel nostro campione il
56% dei ragazzi aveva genitori separati e il 44% coniugati o conviventi.
Come precedentemente sottolineato,
sono la conflittualità e le modalità
comunicative ambigue e/o squalificanti a rappresentare la problematica
principale. Emerge dunque chiaramente che la gravità delle ferite, il
fatto di ferirsi in parti del corpo
poco visibili e la segretezza dell’atto
sono correlate con una maggiore
gravità del quadro psicologico globale. Appena hanno potuto comunicare il loro disagio e si sono sentiti
ascoltati e riconosciuti- concludono- allora hanno smesso di tagliarsi,
o comunque hanno diminuito in
modo significativo”.
(Dire)