Il suo nome sarà ODISSEO

Il suo nome sarà Odisseo
È Omero stesso a rivelarci le circostanze della nascita di Odisseo e dell’imposizione del suo
nome. Il contesto è quello del libro XIX dell’Odissea: l’eroe è tornato nella sua isola dopo vent’anni di guerra e di peregrinazioni; nessuno lo ha riconosciuto tranne il suo cane, Argo. Penetra
nella propria casa camuffato da vecchio mendicante, accolto da Telemaco al quale già si è rivelato. La sua vecchia nutrice, Euriclea, mentre gli lava i piedi riconosce una cicatrice che si era
procurato da ragazzo andando a caccia in continente dal nonno Autolico.
In che modo si era trovato in quella situazione? Il poeta introduce una digressione come è
solito fare quando vuole inquadrare un episodio importate nel suo ambiente. Il nonno dell’eroe
e padre di sua madre Anticlea era un poco di buono: un predone, uno spergiuro e un ladro, ma
era devoto di Ermes al quale offriva in sacrificio i quarti posteriori (cioè le parti migliori) di pecore e capre e dal dio era protetto. Viveva isolato, insieme ai suoi figli, in una fortezza in Acarnania, poco distante dal monte Parnaso.
La sua pessima reputazione faceva sì che nessuno lo invitasse mai alle grandi imprese
comuni nelle quali si cimentavano i re di Acaia, come la caccia al cinghiale di Calidone, cui avevano partecipato tutti i re, i principi e gli eroi tranne, appunto, Autolico, perché nessuno si fidava
di lui. Perfino il suo nome era tremendo: Autolico infatti significa “(lui) stesso (è) un lupo”.
Il poeta, dunque, narra che, dopo la nascita del figlio di Laerte e di Anticlea, Autolico era
giunto in visita a Itaca a vedere il nipotino. Anticlea glielo aveva messo sulle ginocchia dicendo
che lo tenesse così un poco con sé perché lo aveva desiderato molto. Parole che sembrano rivelare un lato meno oscuro e inquietante della personalità del re di Acarnania, ma che sono subito
smentite da quelle che egli proferisce poco dopo, rivolto ai genitori del bambino: «Ascoltami
bene figlia mia, e tu caro genero: mettetegli il nome che vi dico perché io giunsi qui covando nel
cuore odio per molti, sia uomini sia donne. Odisseo sarà quindi il suo nome. Quando poi sarà
cresciuto, mandatelo al mio palazzo perché gli faccia doni presi dal mio tesoro e lo rimandi a
casa soddisfatto».
Un nome maledetto, quindi, quello imposto da Autolico al nipote, che ha la stessa radice di
“odio”. Dunque “colui che suscita odio” o “che genera odio”. Sono parole oscure, difficili da interpretare: che cosa intendeva dire il vecchio predone? A che cosa si riferiva? Al fatto che Odisseo
avrebbe distrutto una grande città, un’intera nazione, e che l’odio suscitato lo avrebbe perseguitato per tutta la vita? O forse al fatto che si sarebbe attirato l’odio del dio del mare Poseidone
per avere accecato il Ciclope suo figlio e averlo deriso senza pietà?
Nel nostro stile narrativo di moderni un simile episodio l’avremmo forse messo all’inizio
della storia, ma il poeta orale che ha composto la gran parte dell’Odissea preferisce rievocarlo
in una sorta di flash back quando ha bisogno di un espediente per introdurre il riconoscimento
dell’eroe irriconoscibile, che dovrà compiersi gradualmente e solo da parte delle persone che gli
sono fedeli. Nessuno dei nemici arroganti dovrà sospettare la sua vera identità. Solo così si
compirà in pieno la vendetta.
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Odisseo ferito
Come si comporta Odisseo in battaglia? In che modo si muove il re di Itaca fra i potenti guerrieri di Acaia e contro i Troiani, e i loro alleati, sotto le mura della città di Ilio? Di solito Omero lo
mette in risalto quale il più intelligente e il più abile nelle missioni delicate e difficili, grande
oratore, prezioso consigliere, eppure in combattimento sa essere forte e coraggioso come gli
altri. A differenza di Achille, Agamennone, Diomede, Nestore e Antiloco, Odisseo non combatte
sul carro da guerra ma a piedi, coperto da una pesante armatura di bronzo.
A ben osservare, l’uso del carro coincide quasi sempre con il rango dell’eroe e la potenza
del suo regno. Sia Odisseo sia Aiace Telamonio e Aiace Oileo non hanno il carro da guerra perché
i loro regni sono piccoli e poveri: Salamina, patria di Aiace, è forse ancora più povera di Itaca e
così la piccola Locride sulla quale regna Aiace Oileo.
Al contrario, Achille è il principe di Tessaglia, una terra ricca e vasta, nota per i suoi magnifici cavalli, Agamennone è il signore di buona parte del Peloponneso e Nestore è re di Pilo e
della Messenia, anch’essa ricca di pascoli e di bestiame, con un porto naturale grande e ben
protetto su cui si eleva il palazzo del re.
Odisseo, comunque, non è un monolito come Achille: è un uomo con le sue debolezze e può
cedere al panico in certe situazioni. Dopo il ritiro di Achille e dei suoi Mirmidoni dalla guerra, il
peso del combattimento ricade soprattutto sulle spalle del gigantesco Aiace. Caparbio, instancabile, generoso, impressionante per la corporatura massiccia e la forza smisurata, Aiace diventa il baluardo degli Achei stremati dai continui assalti dei Troiani, imbaldanziti dall’assenza del
campione nemico. Omero lo paragona a un cinghiale che, assediato dai cani, reagisce con furore
e li squarcia con le zanne, oppure a un asino che entra in un campo di grano e molti bambini
cercano di trascinare via, inutilmente. Odisseo è spesso schierato accanto a Diomede e si batte
con altrettanto valore abbattendo nemici uno dopo l’altro con la lancia e la spada.
Quando Ettore sfida un campione acheo a battersi contro di lui nessuno risponde, ma nel
momento in cui Agamennone aggredisce i suoi con male parole e si dichiara pronto a battersi,
allora rispondono in nove e, fra loro, Odisseo. Si tira a sorte e viene estratto, per la gioia di tutti,
Aiace. Durante un’altra grande battaglia a un certo punto i Troiani colpiscono l’auriga di Nestore:
il carro si rovescia e il re di Pilo rotola a terra. Ettore, vedendolo in difficoltà, si lancia contro di
lui per finirlo e togliergli i cavalli, che sono di grandissimo pregio. Diomede chiama Odisseo in
soccorso: «Vieni, allontaniamo dal vecchio il guerriero feroce!». Odisseo non lo ascolta. «Attento che qualcuno non ti pianti un lancia fra le scapole!», grida ancora Diomede, ma senza successo: Odisseo continua la sua corsa verso le navi.
Però, nel momento in cui Patroclo, indossate le armi di Achille, affronta Ettore e soccombe,
Odisseo è al fianco di Menelao e ingaggia una lotta furibonda per impedire che il suo corpo finisca in mano ai nemici e venga oltraggiato, e per riportarlo invece al campo.
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Il cavallo dentro le mura
La perdita quasi totale dei poemi del ciclo ci ha privato di una serie di episodi che avrebbero
potuto descriverci stati d’animo e sentimenti che derivavano da molte diverse tradizioni fiorite
sulla scia dell’episodio principale. È il caso di Elena, che imita la voce di tutte le spose e le fidanzate degli eroi racchiusi nel ventre del cavallo. Della vicenda esistono, infatti, due versioni: Elena
che vuole che si tradiscano uscendo dal cavallo, oppure Elena che vuole che sentano il richiamo
della casa lontana, quello udito anche da lei, e così pensino solo a vincere per poi rivedere le
spose, i figli e la patria.
Nella “Telemachia” Elena è pentita di quello che ha fatto, chiama se stessa «cagna» e rimpiange le vite perdute di tanti giovani guerrieri morti per ricondurla a Sparta.
In altre tradizioni, tarde, addirittura non è mai andata a Troia ma è rimasta nascosta in
un’isola dell’Egeo mentre a Troia c’era un suo simulacro, creato da Afrodite. Il cavallo sulla rocca
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è un’immagine evocativa e di grande impatto psicologico: è la macchina fatale che viene trascinata dalle sue stesse vittime dentro la città per la forza invincibile del fato. È il capolavoro di
Odisseo, che gli guadagnerà il nome di ptoliethros, “distruttore di rocche”.
La macchina è prima silenziosa, cova al suo interno la minaccia nel buio della notte, dopo
le grida dell’entusiasmo e dell’ebbrezza e prima delle grida di strazio e di disperazione. Quando
finalmente si apre e lascia uscire il gruppo di guerrieri che apriranno le porte, si anima, partorisce morte e distruzione. Nel rogo della città, nel divampare delle fiamme il cavallo verrà incenerito dopo aver assolto il suo compito, ma la sua immagine di mostro silenzioso e immobile diventerà un’icona di morte. Anche Epeo, il suo costruttore, sarebbe divenuto famoso: Lagaria e Metaponto, antiche città greche del versante ionico d’Italia, in due dei loro templi mostravano gli
attrezzi con i quali si narrava che Epeo avesse costruito il cavallo.
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Troia in fiamme
Il piano di Odisseo prevedeva un altro momento cruciale: uno dei suoi uomini, Sinone, doveva
farsi scoprire nascosto e legato dietro un cespuglio e raccontare al re Priamo, anch’egli uscito
dalla città per ammirare finalmente la sua terra non più occupata dai nemici, che il perfido Odisseo lo aveva destinato al sacrificio cui era scampato nascondendosi.
Sinone narra che il cavallo è un’offerta a Poseidone per propiziare il ritorno, ma è anche un
potente talismano che renderà la città inespugnabile se verrà collocato sulla rocca, e implora il
re di accoglierlo, anche solo come suo schiavo, nella città. L’episodio è narrato da Virgilio nel libro
II dell’Eneide che si basa sull’Ilioupersis, il poema del ciclo che raccontava l’epilogo di Troia ed
era ancora disponibile nel I secolo a.C. in qualunque buona biblioteca dell’Impero romano.
Priamo è pronto a dare credito alla narrazione di Sinone perché, ormai, il fato di Troia si
deve compiere e non c’è più modo di evitarlo. Ma all’improvviso Laocoonte, sacerdote di Poseidone, appare gridando che il cavallo deve essere bruciato perché sicuramente nasconde un’insidia e, per dimostrarlo, scaglia la sua lancia contro il ventre del colosso, che rimbomba nelle
sue cavità. All’interno Odisseo e i suoi compagni vivono un momento d’ansia, forse vedono attraverso le fessure quello che sta accadendo fuori.
D’un tratto, un mostro marino esce dall’acqua, avvolge nelle sue spire il sacerdote e i suoi
due figli e li divora. Per tutti è la prova che Laocoonte è stato punito da Poseidone per aver commesso un sacrilegio colpendo il cavallo con la sua lancia. E il cavallo viene trascinato dentro la
città. Si deve abbattere l’arco della porta per farlo entrare: più volte, passando sulle asperità del
terreno, il cavallo sobbalza e fa udire dal suo interno il rumore di armi, ma i Troiani ormai sono
ciechi e sordi perché il fato deve compiersi: nemmeno gli dèi possono impedirlo.
Giunta la notte, mentre la città dorme dopo i grandi festeggiamenti e le libagioni per la
vittoria, i principi achei escono dal cavallo e Odisseo, accesa una torcia, segnala alla flotta in
agguato che è giunto il momento. Poi, insieme ai compagni, scende ad aprire le porte: i guerrieri
achei con Neottolemo in testa dilagano nella città che, presto, risuona di urla strazianti ed è
subito illuminata dal sinistro bagliore degli incendi che divampano dovunque. Neottolemo raggiunge il palazzo reale dove sono accorsi anche i difensori che hanno preso le armi e dove si è
accesa una mischia furibonda. Neottolemo è ormai davanti alla porta.
Due guerrieri possenti, Perifante e l’auriga di Achille, Automedonte, mandano in pezzi la
porta a colpi d’ascia, il palazzo si riempie di grida, Neottolemo raggiunge i penetrali della reggia,
incontra Priamo che, nonostante l’età, si è armato per l’ultima battaglia, lo trafigge sull’altare
domestico e gli taglia la testa.
Poi trova Andromaca, la sposa di Ettore, le strappa il figlioletto Astianatte e lo scaglia dalle
sommità del muro a sfracellarsi sulle rocce. Il seme di Ettore si è spento per sempre in quella
pozza di sangue innocente. Ubriachi di strage i vincitori si abbandonano a ogni eccesso, a ogni
atrocità e violenza. Saccheggiano, massacrano, stuprano.
Sorge un’alba grigia, la città è un cumulo di rovine. Sulla rocca risuonano i lamenti disperati delle donne e dei bambini che verranno divisi come bottino di guerra. La più potente città
dell’Asia non esiste più.
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Il suicidio di Aiace
Il destinatario naturale delle armi di Achille non poteva essere che Aiace, il quale, come figlio di
Telamone, fratello di Peleo, era suo primo cugino e, dunque, suo erede naturale. Inoltre, era il
guerriero più forte dopo di lui. Quando Achille, adirato per il torto subito da Agamennone, si era
ritirato dalla guerra, tutto il peso del conflitto era ricaduto sulle sue spalle di gigante solitario e
silenzioso. Aiace non ha dèi che lo sostengono, non si offende né si adira, non vuole ruoli di protagonista ma, non appena Achille se ne va, è lui a battersi con straordinaria potenza e incredibile ostinazione. Quando Ettore sfida a singolar tenzone a tutti i campioni avversari, alla fine è
lui, benché estratto a sorte, ad affrontarlo in un duello massacrante che dura fino a sera e si
conclude con uno scambio di doni. Non riporta mai una vera e personale vittoria, tuttavia sono
la sua forza immane e la sua formidabile resistenza alla fatica a salvare la situazione. È lui «il
baluardo immane degli Achei». Nel momento in cui Ettore penetra nell’accampamento nemico
mentre Agamennone, Diomede e Odisseo feriti sono costretti a ritirarsi, e i Troiani cercano di
incendiare la flotta, è lui a impugnare una lancia da combattimento navale e a difendere le navi
balzando da una all’altra urlando e respingendo i nemici.
Quando si devono assegnare le armi di Achille, qualcuno però, aveva messo in dubbio il suo
primato candidando Odisseo. Altre versioni dell’epos dicono che lo stesso Odisseo avrebbe accampato diritti sulle armi stupende e suggerito di chiedere ai prigionieri troiani che cosa avesse
recato loro maggior rovina: la forza di Aiace o la sua astuzia. Il verdetto era stato unanime: la
mente acuta di Odisseo aveva recato più danni ai troiani della forza di Aiace. Così le armi di
Achille gli furono attribuite.
Sconvolto per l’offesa ricevuta, Aiace impazzì e si mise a massacrare il bestiame dell’esercito, raccolto in un recinto, credendo di uccidere i capi degli Achei che lo avevano privato del suo
diritto. Ma con il ritorno della luce e lo spuntare del sole il grande guerriero, instancabile difensore del campo e delle navi durante gli assalti di Ettore e l’assenza di Achille, si rese conto della
sua follia e, non potendo sopravvivere alla vergogna, si gettò sulla spada che lo stesso Ettore gli
aveva donato dopo un memorabile duello. Pentiti per l’ingiustizia compiuta, i re degli Achei gli
elevarono un tumulo enorme sulla riva del mare vicino al Capo Reteo.
Si narrò poi che, durante una tempesta, il mare avrebbe portato via l’armatura di Achille
dalla nave di Odisseo e depositata sulla sepoltura di Aiace: una storia che giunse fino a ispirare
i versi dei Sepolcri di Ugo Foscolo «E la marea mugghiar portando / l’armi di Achille sovra l’ossa
di Aiace».
Un’altra versione dell’epos dice invece che fu lo stesso Odisseo a tornare indietro a deporre le armi sulla tomba di Capo Reteo. Egli avrebbe incontrato ancora Aiace o, meglio, la sua
ombra, all’ingresso dell’Ade dopo aver incontrato quella di Achille e quella di Agamennone, ucciso dalla sposa Clitemnestra al suo ritorno a Micene.
Odisseo cercherà di placare il fantasma corrucciato di Aiace, lamenta la sua perdita, ma
Aiace non risponde, gli volge le spalle e scompare nella nebbia.
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La partenza di Odisseo
L’evento della partenza degli Achei da Troia era probabilmente descritta in uno o più dei poemi
del ciclo, forse nei nòstoi, termine che significa “ritorni”. In effetti, questi poemi narravano il
faticoso e spesso fatale ritorno degli eroi achei dalla guerra di Troia: quasi un’espiazione per le
atrocità commesse nella terribile notte dell’eccidio troiano. In qualche modo i poeti sembravano
rendersi conto del concetto di crimine di guerra o di crimine contro l’umanità.
Tranne l’Odissea, tutti i nòstoi sono andati perduti, ma ne rimane traccia sia nella stessa
Odissea sia nelle tragedie del V secolo a.C. Fra questi l’Ecuba di Euripide, ambientata nel Chersoneso tracico (l’attuale penisola di Gallipoli). Il fantasma di Achille chiede che gli venga sacrificata l’ultima figlia di Priamo ed Ecuba: Polissena. Disperata, Ecuba si rivolge a Odisseo, ricordandogli come gli avesse salvato la vita la notte in cui, camuffato da guerriero troiano ferito, era
stato scoperto e rischiava di essere ucciso. Odisseo appare qui come un personaggio cinico e
indifferente alle sofferenze di colei che era stata la regina di Troia, che non esita a rimangiarsi le
promesse di eterna riconoscenza che le aveva fatto.
In questa tragedia dunque sono presenti importanti modifiche, sia nella vicenda sia nella
caratterizzazione del personaggio rispetto alla versione ben più antica dell’Odissea. Nella versione omerica dell’ingresso di Odisseo a Troia non c’è traccia di Ecuba e la sua partenza dopo la
caduta della città è nettamente diversa da quello di Euripide. Qui Odisseo risulta partito con il
grosso dell’esercito agli ordini di Agamennone ed è accampato in Tracia con gli altri; là partiva
con il primo contingente insieme a Nestore (che poi avrebbe riferito l’episodio a Telemaco, in
visita a Pilo) e Menelao. La maggior parte dell’esercito sarebbe invece rimasta ancora con Agamennone per offrire sacrifici espiatori prima di prendere il mare.
A Telemaco che gli chiedeva se avesse notizie di suo padre Nestore avrebbe risposto che,
all’inizio, aveva deciso di partire con lui e con Menelao ma poi, dopo che la flotta aveva lasciato
l’isola di Tenedo, era tornato indietro sfidando il vento contrario: era stata l’ultima volta che lo
aveva visto.
È evidente che i cambiamenti di Euripide sono funzionali all’idea della guerra e del dolore
caratteristica del suo tempo e non della prima età del Ferro e, men che meno, dell’età del Bronzo, ma sono significativi di come il personaggio di Odisseo sia stato continuamente riciclato e
modificato con il passare degli anni e dei secoli.
Perché allora Odisseo tornò indietro sfidando il vento contrario? Che cosa intendeva raccontare il poeta? La domanda è destinata a restare senza risposta: forse voleva tornare da Agamennone per partecipare ai sacrifici per placare gli dèi? O forse intendeva riportare le armi di
Achille sulla tomba di Aiace? Nell’evocazione dei morti si vedrà quanto la scomparsa dell’eroe
gigante gli pesasse, quanto fosse pentito di non avergli lasciato le armi di Achille, di non aver
preferito la vita di un amico generoso ed eroico a un vuoto segno di gloria.
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Il ciclope Polifemo
Si tratta della più famosa impresa di Odisseo e anche di quella più carica di conseguenze. Trascinato dalla sua curiosità, l’eroe penetra con i compagni nell’antro di Polifemo, si rende conto
che in quella caverna vive un essere straordinario e decide di rimanere e aspettare benché i
compagni preferiscano prendere ciò di cui hanno bisogno e andare via. Quella curiosità sarà
pagata a caro prezzo: il mostro divora sei dei suoi compagni dopo aver chiuso ogni volta l’ingresso della caverna con un enorme macigno che solo lui è in grado di rimuovere. Odisseo si rende
conto che unicamente la sua forza li può liberare e, quindi, non bisogna ucciderlo ma metterlo
in condizione di non nuocere.
Contro un simile avversario Odisseo deve ricorrere a tutte le sue risorse: lo ubriaca con il
vino fortissimo d’Ismaro e, quando il Ciclope si addormenta, lo acceca con un palo d’olivo appuntito e arroventato. Il mattino dopo nasconde i compagni e infine se stesso, distesi sotto il ventre
delle pecore e dell’ariete che escono al pascolo, ed è così che riescono a guadagnare la libertà.
Quando finalmente salpano le ancore, Odisseo, che ha detto al Ciclope, con un altro stratagemma,
di chiamarsi «Nessuno» non resiste alla tentazione di rivelargli il suo vero nome, perché si ricordi di colui che lo ha accecato vendicando così i suoi compagni trucidati e divorati. Benché cieco,
Polifemo (questo il nome del gigante cannibale) scaglia in mare due enormi massi cercando di
affondare la nave, ma fallisce. Invoca comunque su quel nome la maledizione e l’inimicizia del
padre suo Poseidone: «Che torni tardi e male, avendo perduto tutti i suoi compagni!».
Si è molto discusso sul significato della parola “ciclope” che, in realtà, significa “occhio
tondo”, non “occhio solo”, per cercare di capire che cosa abbia generato la leggenda. Secondo
alcuni “il paese degli occhi tondi” sarebbero i Campi Flegrei, i cui crateri vulcanici dal mare dovevano sembrare appunto degli occhi rotondi rosseggianti nella notte. Altri invece pensano ai
crani dell’elefante nano siciliano che, avendo un foro in mezzo al teschio per l’uscita della proboscide, avrebbe fatto sorgere la leggenda di un popolo di giganti con un occhio solo in mezzo
alla fronte. I Ciclopi in realtà, come i Giganti e i Titani, rappresentano i più antichi tentativi della
natura ancestrale di popolare la Terra con creature mostruose figlie del Caos. Una tradizione
antichissima presente anche nella Bibbia: Et erant gigantes in terra.
La localizzazione di questo episodio in Sicilia non va presa alla lettera. In realtà l’itinerario
originale dell’Odissea, che doveva svolgersi tra il Mar Nero e l’Egeo, è perduto per sempre e la
localizzazione nel Tirreno e nei mari occidentali è opera dei coloni euboici che popolarono quelle terre. Ricollocando le imprese dell’eroe vagabondo nei mari dove fondavano le loro colonie, in
qualche modo li rendevano più familiari e più sicuri.
L’episodio del Ciclope è di tale realismo e di tale potenza da sembrare vero e autentico e
rappresenta il duello fra l’intelligenza umana e la forza bruta di creature figlie del Caos, la cui
sede è immaginaria. Più avanti il re dei Feaci racconterà che il suo popolo aveva dovuto lasciare
Iperea, la loro patria ancestrale perché troppo vicina al territorio dei Ciclopi, violenti e selvaggi,
e migrare nell’isola di Scherìa.
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Eolo, il re dei venti
Lasciata la terra dei Ciclopi e pianti i compagni divorati dal mostro, Odisseo e i suoi compagni
salpano con la flotta verso il mare aperto navigando per molti giorni finché, a un tratto, i venti
cessano e si trovano di fronte un’isola galleggiante difesa da muraglie di bronzo. Odisseo con la
sua nave si avvicina all’attracco; ben presto una porta si apre ed è ammesso all’interno.
È il regno di Eolo, il signore dei venti. Insieme a lui vivono i sei figli e le sei figlie, tutti sposati fra di loro, che trascorrono l’esistenza tra feste, canti e banchetti. Per un mese Odisseo è
sollecitato a raccontare la sua storia e quella della caduta di Troia, di cui ormai dovunque si è
sparsa notizia.
L’isola di Eolo è davvero strana: galleggia, sembra un oggetto tecnologico tale da far pensare a una nave moderna di metallo e ai suoi automatismi, e non è l’unico nell’Odissea. Forse in
tempi così remoti la fantasia dei poeti era già capace di delineare scenari avveniristici? Non
possiamo escluderlo né possiamo non ammettere che certi particolari siano stati introdotti in
tempi posteriori quando la scienza e la tecnologia avevano già fatto notevoli progressi. Il poeta
comunque rappresenta gli esseri umani in balia di forze incontrollabili e di divinità capricciose,
che si divertono a farsi gioco di loro frustrando le loro speranze e compiacendosi delle loro disavventure.
L’identificazione dell’isola di Eolo con le Eolie è anch’essa da spiegare con l’opera di ricollocazione delle avventure di Odisseo effettuata dagli Eubei, che avevano colonizzato le coste
tirreniche. Si è anche pensato all’impressione che i naviganti potevano avere contemplando Lipari da lontano dopo un’eruzione, con il mare circostante completamente ricoperto di pomici
galleggianti che facevano pensare che tutta l’isola fluttuasse sull’acqua.
Eolo sollecita il suo ospite a narrare le imprese della guerra troiana perché già si è sparsa
dovunque la storia di quell’impresa, e Odisseo acconsente. Per oltre un mese descrive le sue
avventure deliziando il signore dei venti, i suoi figli e le sue figlie, che gli sono anche generi e
nuore. Alla fine, compiaciuto per quelle vicende Eolo fa un dono a Odisseo: in una pelle di bue
ben cucita imprigiona tutti i venti, tranne quello favorevole alla navigazione verso Itaca, e lo
congeda esortando a proibire a chiunque di mettere mano al grande otre.
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La maga Circe
La nave di Odisseo tocca terra nell’isola Eèa, abitata da un solo essere vivente, a parte le ancelle al suo servizio: Circe. Sorella di Eèta, maga e creatura divina, è la signora dell’isola. Eèa significa “orientale”, “che sta dove sorge l’Aurora” e inoltre Circe è sorella di Eèta, il re della Colchide,
ossia della regione che oggi coincide con la Georgia e l’Anatolia orientale: siamo dunque nel Mar
Nero, una delle tracce della collocazione originaria dell’Odissea, fra Mar Nero ed Egeo.
Appena sbarcato, Odisseo sale su un’altura per rendersi conto del territorio in cui è approdato: vede che si tratta di un’isola e scorge un filo di fumo alzarsi dalla foresta. Manda allora
alcuni compagni guidati da Euriloco, il suo braccio destro. È la prassi consueta ed è ancora il
mancato ritorno degli esploratori che mette in moto la vicenda. Il poeta però non conosce il
meccanismo della suspence e narra tutto quello che accade nel frattempo nella casa di Circe,
come fa lo scrittore “onnisciente”.
Ma Odisseo ignora gli eventi e, non vedendo tornare i compagni, si avventura da solo a cercarli. Strada facendo, mentre attraversa la foresta, incontra, sotto le spoglie di un giovane, il dio
Ermes che lo mette in guardia dai pericoli celati sull’isola, e lo consiglia di ingerire un’erba che
lo renderà immune agli incantesimi e ai filtri di Circe. Si tratta dell’erba moly di cui non si hanno
altrimenti notizie, una specie di mandragora con la radice nera e il fiore bianco. La Colchide è
terra di incantesimi, prodigi e magie, è la meta degli Argonauti in cerca del vello d’oro e la patria
di Medea, figlia di Eèta, anch’essa maga e incantatrice, il che ci riporta nell’estremità orientale
del Mar Nero.
Immunizzato dall’erba moly, Odisseo si presenta a Circe. Nei pressi della sua casa si sentono versi di animali, sibili e strida: è il segno del suo potere, capace di trasformare gli uomini in
bestie. Odisseo è accolto con riguardo, introdotto in casa, e Circe gli offre una coppa di vino
mielato al quale ha unito il veleno. Appena Odisseo ha ingerito la bevanda, lo tocca con la bacchetta: «Vai anche tu nel porcile, unisciti agli altri!», ma con grande disappunto vede che non ha
effetto. Ricorre allora all’arma più potente in possesso di una bella donna, mortale o dea che sia,
il sesso: «Andiamo a letto, affinché uniti d’amore e di letto possiamo fidarci l’uno dell’altra». Ma
nemmeno questo funziona: Odisseo pretende prima che siano liberati i suoi compagni. Circe non
ha scelta e restituisce ai compagni dell’eroe, che ha trasformato in porci, l’aspetto naturale.
Così, fatta la pace, Odisseo può concedersi a Circe come l’aveva esortato a fare Ermes: «Non
è bene rifiutare l’amore di una dea», e si ferma sull’isola con i suoi uomini per quasi un anno. Poi
decide di ripartire, ma prima chiede alla maga quale destino lo aspetti. Circe non può soddisfare la sua domanda: in tutta la Terra solo un uomo potrebbe farlo, il vate Tiresia di Tebe, ma è
morto e, per consultarlo, il figlio di Laerte dovrà affrontare la prova più dura: raggiungere le porte degli Inferi, l’Ade. Circe gli insegna il tetro rituale dell’evocazione dei morti.
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Calipso
La “nascosta”, questo il nome della figlia di Atlante che vive e abita sola su un’isola ai confini del
mondo, un luogo magico e misterioso. Lì giunge Odisseo dopo aver perduto la nave e i compagni,
rei di aver ucciso e divorato i buoi del Sole. La profezia di Tiresia si è avverata.
L’eroe viene abbandonato dai marosi sulla spiaggia di Ogigia e Calipso lo accoglie. I due
diventano amanti, una grotta in riva al mare è il loro talamo. La ninfa lo vorrebbe con sé e per
sempre, ma Odisseo non fa che sognare il ritorno. Invano lei gli offre l’immortalità: gli fa capire
che Penelope invecchierà, il suo corpo e il suo volto non saranno più desiderabili come un tempo
mentre lei sarà sempre bellissima, e per l’eternità.
Il re di Itaca non cede alle sue lusinghe, non gli interessa essere immortale, rimanere per
sempre immutato e immutabile: vuole abbracciare il figlio che ancora non sapeva parlare quando è partito, incontrare Penelope che aveva abbandonato, giovane sposa, e vedere il fumo alzarsi dalle case della sua isola. Vuole andare incontro al suo destino.
Impietosita per lui, Atena supplica il padre affinché ordini a Calipso di lasciare partire il suo
prigioniero. Ermes arriva volando nell’isola remota per portare il volere del padre di tutti gli dèi.
La bellissima ninfa non ha scelta e deve obbedire. E così aiuta Odisseo a costruirsi la sua imbarcazione. La riempie di provviste e di acqua dolce e gli insegna a tenere la rotta che lo condurrà
finalmente a casa.
Odisseo e Calipso fanno l’amore per l’ultima volta nella grotta in riva al mare poi, la mattina
dopo, l’eroe vagabondo spinge in mare la sua imbarcazione. La dea lo guarda allontanarsi, sparire all’orizzonte.
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