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Recensioni teatrali | Teatro.Persinsala.it
Giorgina Pi
Alessandra
Vasaturo
febbraio 14, 2015
L’associazione romana Angelo Mai, nei mesi di gennaio e febbraio, ha proposto e propone una
serie di interessanti laboratori che toccano diverse forme d’arte (da quelle visive e performative,
passando per il teatro, alla musica), la cui particolarità risiede nell’interazione con il pubblico,
coinvolto nei vari processi creativi. Quest’ultimo sarà protagonista nella costruzione dei momenti
artistici e si troverà perciò “nel mezzo delle cose”, In media res appunto, che è anche il titolo
scelto per questo particolare progetto.
Ne abbiamo intervistato la direttrice artistica, Giorgina Pi.
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In media res - nel mezzo delle cose, dei processi creativi – mostra la volontà di coinvolgere e
avvicinare il pubblico. Una necessità che parte dalla considerazione che l’arte oggi sia ancora
fortemente elitaria, poco accessibile/fruibile?
Giorgina Pi: «Non esattamente. Nasce dalla necessità di stimolare un dialogo tra artisti e cittadinanza, con
particolare attenzione a quelle pratiche artistiche che vedono nella relazione col presente, nell’osservazione del
reale, il proprio principale campo di ricerca. Molti di questi artisti non appartengono affatto a un mondo dell’arte
elitario, semplicemente non sono artisti conosciuti da un pubblico più vasto. Cerchiamo dunque di aiutare dei
momenti di contatto tra cittadini, perché un artista è innanzitutto questo ed è giusto che si confronti anche su
questo terreno».
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Formazione per un’Arte collettiva e democratica, o come la definiva Barthes, popolare. Non c’è il
rischio che l’uso del latino nel titolo non arrivi alla collettività e rimanga confinato a un pubblico
estremamente colto?
GP: «In verità il nostro è un latino riveduto e corretto perché avremmo dovuto dire in medias res. Comunque quello
del latino è un gioco, che volutamente vuole ripescare un lato bello e complesso della storia di questa città, la sua
antica cultura letteraria, il suo legame innato con la cultura.
Probabilmente il titolo è complesso, ma la sfida è anche al contrario. Siamo circondati da messaggi banali e
semplificativi che considerano lo spettatore un soggetto qualunque di una massa indifferenziata. Ecco, noi
crediamo che questo sia un atteggiamento da non assecondare. Credere che le parole complesse siano elitarie
sarebbe come pensare che i linguaggi del contemporaneo (pensiamo a tutti, dalla musica al cinema, al teatro
eccetera) sono solo per laureati. E dunque i prodotti di massa, vuoti e svuotati invece, buona merce per tutt*. No!»
Il progetto mira a coinvolgere e punta dunque alla dimensione collettiva dell’arte. C’è anche una
finalità educativa? Più in generale, si avverte ancora oggi l’esigenza di educare all’arte? In tal caso, a
chi spetterebbe attualmente tale compito?
GP: «Bisogna che ci educhiamo a vicenda. E prima di tutto dobbiamo abbandonare l’idea di educazione per
lasciare il posto a quella di pedagogia. L’arte c’entra solo se ci consideriamo cittadini di un mondo complesso e
variegato. L’unica cosa buona che possiamo fare è moltiplicare le domande, generarne di continue. L’ossessione
delle risposte ci ha spento lo sguardo e il cuore».
Nella descrizione dei laboratori, si fa più volte riferimento al termine comunità, come anche alla
volontà inclusiva del progetto (gratuità, apertura a tutti…). Si sottintende all’arte come rimedio allo
straniamento? Come collante per la collettività stessa? In che modo, attraverso questi incontri, si
intende impedire l’alienazione nei nuovi agglomerati urbani?
GP: «Vivere in una città significa inevitabilmente vivere in una comunità. Che ci piaccia o meno è così. E, se lo
straniamento è certamente un sentimento metropolitano, non è affatto detto che l’arte possa essere un buon
rimedio. Quello che speriamo accada con questo progetto è che molte persone, non necessariamente addette ai
lavori, possano rientrare in contatto con delle forme di desiderio sopite. L’arte può essere un ottimo strumento per
trasformare le nostre intenzioni in azioni, per renderci consapevoli della nostra necessità di stare bene. Può essere
un grande antidoto all’idea precostituita della solitudine obbligata e dell’angoscia. Insomma, l’arte può essere un
viatico di crescita e riflessione individuale e collettiva su forme di vita che possiamo scegliere, nonostante tutto
sembri dirci il contrario».
Chiudiamo con una riflessione sull’Angelo Mai. Nato con e per la città, cos’è cambiato in più di 10 anni
di lavoro? La città è ancora partecipativa o richiede altro?
GP: «Roma non è mai stata una città particolarmente partecipativa. È il suo limite eterno. Ora però, più di prima,
questa è una città sanguinante, lacerata, avvilita. Le istituzioni più che mai sono al tracollo definitivo e tutte le
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febbraio 14, 2015
esperienze di autogestione, di libera iniziativa dei cittadini, dal Teatro Valle al Cinema Palazzo – per citarne solo
alcune – hanno rappresentato in questi anni la prova di quanto altro può accadere al cospetto della crisi economica
ed etica dilagante. L’Angelo Mai è cambiato, come è normale che accada se ascolti ciò che ti sta intorno. Il fatto
stesso che, in serate dedicate alla danza come Tropici sia colmo di gente, dimostra che c’è una cittadinanza
gioiosa che ama la complessità e desidera far parte di un processo di crescita. Poco meno di un anno fa la nostra
esperienza è stata violentemente ridotta a un’associazione a delinquere. È stato doloroso e faticoso dimostrare
l’ingiustizia di quell’accusa, ma ce l’abbiamo fatta. Questo grazie a tutto quel pezzo di città che oltre a Tropici è
stata con l’Angelo Mai nei mesi dello sgombero e delle persecuzioni giudiziarie. Quella stessa città che partecipa
come dicevamo a Tropici, a In media res, agli appuntamenti poetici con Mariangela Gualtieri o alle serate di
canzoni di Pino Marino. In Argentina in piena crisi nel 2001 i teatri erano pieni, con file di persone che rimanevano
fuori. In questa città si fa di tutto perché questo non accada, ma non è detta l’ultima parola».
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