donne chiesa mondo

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Sua madre confrontava
tutte queste cose nel suo cuore
L’OSSERVATORE ROMANO aprile 2015 numero 34
Donne ed ecologia
Questa fotografia di Ruud Elmendorp
ritrae un gruppo di donne che sopravvivono
grazie a ciò che quotidianamente raccolgono
in una delle discariche
alle porte di Nakuru, in Kenya
«Che rapporto c’è fra l’ecologia e le donne e la Chiesa?»
potrebbe domandarsi qualche lettore, osservando con stupore il
tema del nostro numero di aprile. L’impegno ecologico sembra
infatti avere a che fare con la politica, i grandi problemi come
l’energia atomica o il riscaldamento della terra, piuttosto che
con la dimensione spirituale e domestica in cui solitamente si
muovono le donne. Invece, se guardiamo agli effetti
dell’inquinamento, vediamo che i più danneggiati sono i
poveri, fra i quali le donne costituiscono la maggioranza. Per di
più, sono loro a misurarsi ogni giorno con l’acqua inquinata, i
cibi avariati o dannosi, le difficoltà di allevare i figli in un
ambiente avvelenato. Sono le donne, infatti, quelle che
patiscono più pesantemente le conseguenze di una politica di
sfruttamento della terra sempre e solo finalizzata al profitto,
nella quale l’utilità economica conta molto di più del rispetto
per l’ambiente, e che vivono questa situazione come esperienza
concreta e non come questione ideologica. Se la guardiamo dal
punto di vista femminile, infatti, l’ecologia non è più una delle
tante ideologie che hanno segnato la vita politica della
modernità, ma una necessità vitale. L’attesa enciclica di Papa
Francesco sull’ecologia chiarirà il rapporto fra spiritualità e
cura della terra, che ci è stata donata e affidata dal Creatore
perché la rispettassimo, non perché ne facessimo oggetto di
rapina. E senza dubbio — conoscendo l’attenzione del Papa per
gli emarginati — metterà in evidenza l’equazione inquinamentopovertà, che tanto spesso sfugge agli occhi di chi vive
l’impegno ecologico come un’ideologia, se non addirittura
come una religione della natura. I cristiani devono rispettare la
natura anche — se non soprattutto — per proteggere i deboli,
perché devono in ogni occasione intervenire in loro difesa. E
noi sappiamo che, come sempre, i deboli sono in gran parte
donne. (l.s.)
Una casa bianca molto speciale
Suor Goretta Favero e il suo Centro olistico a Huaycán sulle montagne sopra Lima
di SILVIA GUSMANO
li abitanti di Huaycán la
chiamano la Casa Blanca.
Dalle loro baracche sulle
montagne sabbiose, a venti
chilometri da Lima, guardano con sollievo a quel grande edificio che
cura le loro anime e i loro corpi. Lì, nel
Centro de Salud Holística Casa Naturista
Anna Margottini, molti di loro hanno imparato a prevenire, curare e riconoscere le
epidemie più diffuse come tubercolosi,
dissenteria o broncopolmonite, hanno scoperto i benefici di una dieta sana — e le
pericolose insidie della cattiva alimenta-
G
donne chiesa mondo
Partita per fare l’infermiera tra i poveri
nel tempo ha arricchito
le sue competenze occidentali
con ricette, usanze e nozioni
della medicina popolare andina
zione imposta dalla povertà — e hanno assistito a tante miracolose rinascite fisiche e
spirituali.
Inaugurato nel 2008, il Centro olistico
rappresenta in questo sobborgo di miseria
sorto negli anni Ottanta, senza i più elementari servizi igienici, un centro di eccellenza per la salute e un’oasi di pace e speranza dove sempre più numerosi giungono
anche visitatori da lontano. A crearlo e a
gestirlo, suor Goretta Favero, che ci ha
raccontato la propria esperienza durante
un recente soggiorno in Italia, suo Paese
d’origine.
Come tutti i grandi testimoni di Cristo
che hanno scelto di realizzare la loro sequela in terre lontane, suor Goretta ha
sempre anteposto l’ascolto all’insegnamento, l’osservazione alla dimostrazione, la
curiosità alla comodità del già noto. E dopo trent’anni in Perú il suo accento è spagnolo e i suoi racconti di vita iniziano immancabilmente con un “noi”.
Sin dagli esordi della sua missione, sulle Ande a 4800 metri di altezza, suor Goretta ha saputo mettersi in gioco dal punto di vista non solo umano, ma anche professionale. Partita per fare l’infermiera tra i
poveri, ha dovuto arricchire le sue competenze occidentali con le ricette, le usanze e
le nozioni della medicina popolare andina.
«Quando ho visto che il nostro presidio
di salute era per i malati l’ultima spiaggia
dopo tutti i rituali della loro tradizione —
racconta la missionaria — ho iniziato a lavorare al fianco di parteras empíricas e cu-
randeros, ossia delle levatrici
domestiche e degli sciamani
che godevano di una fiducia
indiscussa». La loro era una
medicina
completamente
naturale e suor Goretta ha
messo da parte la sua borsa
di analgesici e ha iniziato a
studiare quella scienza antica a lei sconosciuta, fino a
seguire dei seminari di biosalute e urinoterapia in Argentina e in Ecuador. Da
subito si è circondata di volontari, per lo più donne,
che, dopo aver seguito dei
corsi di formazione sanitaria, aiutavano il resto della
comunità.
Il suo lavoro è sempre
stato a stretto contatto con
le famiglie, con la “sua”
gente, sia sulle Ande che
dopo, quando nel 1991 si è
trasferita a Huaycán, in una
baracca senza luce né acqua. «Gli ospedali — spiega
— erano a pagamento: abbiamo aperto una sorta di
policlinico in parrocchia dove, proponendo i rimedi della tradizione e lavorando al
contempo sulle regole igieniche e alimentari, ottenevamo ottimi risultati sul fronte
di malattie come tubercolosi e parassitosi,
causate quasi sempre da condizioni di vita
malsane».
Nel giro di poco tempo, a Huaycán ha
avviato tredici piccole farmacie gestite da
altrettante donne, ha iniziato a coltivare
piante medicinali sul terreno dietro la
Chiesa e ha intensificato i programmi di
informazione e prevenzione attraverso decine di “promotori della salute”.
Victor Salvo, «Natividad»
Grazie a questa rete, Huaycán ha arginato l’impatto dell’epidemia di colera nella prima metà degli anni Novanta e, passata l’emergenza, suor Goretta ha approfondito ulteriormente l’idea di una salute
globale basata sulla stretta relazione tra
anima, mente e corpo. Così nel 2005 la
missionaria ha presentato il progetto del
centro olistico al Fondo peruviano-italiano, che prevede la conversione del debito
estero dovuto da Lima a Roma in sovvenzioni sociali, e ha potuto realizzare un
grande sogno.
tà quotidiane ci spingono a cercare l’uno
l’aiuto dell’altro e questa è la nostra salvezza. I pensieri positivi sono più potenti
delle medicine e sentirsi amati e considerati guarisce!».
Pur affascinata da questa testimonianza,
la mentalità occidentale non vince facilmente il proprio scetticismo. C’è malattia
e malattia: sin dove arrivano le cure di
suor Goretta? «Dodici anni fa — racconta
— è arrivata una donna con tre metastasi
al cervello. Madre sola di troppi figli da
sfamare, era disperata. L’abbiamo aiutata
e sostenuta non solo con i rimedi medici
naturali, ma con un’amicizia vera, prendendoci cura ogni giorno dei suoi bambini e sollevandola da ogni incombenza. È
rinata e oggi, con un circolo virtuoso cui
ho assistito spesso, contagia di speranza
tanti nostri pazienti. È una testimone preziosa».
Proprio grazie allo spirito di fratellanza
che scorre a Huaycán e confluisce alla Casa Blanca si sono qui moltiplicate negli ultimi anni numerose iniziative sociali che, a
ben vedere rappresentano una conseguenza della cura e dell’attenzione globali
all’umano. Molte sono finanziate dalla
Fondazione Solidarietà della Repubblica
di San Marino — dall’asilo nido al corso
di taglio e cucito per avviare i ragazzi a
una professione — e la più importante è la
casa famiglia dove sono state accolte tredici bambine orfane o sottratte a contesti
degradati. Nel pomeriggio le bambine
raggiungono i loro coetanei per le attività
organizzate nello spazio del doposcuola,
un servizio vitale per l’intero barrio. La
domenica, infine, a Casa Anna Margottini
si riunisce il Gruppo Compartir, una comunità di persone con disabilità mentali
che, sole o con qualche familiare, si ritrovano per il pranzo e per un momento di
festa e condivisione.
Sempre più numerosi i volontari che arrivano al Centro per dare una mano e
La Casa Anna Margottini è stata inaugurata nel 2008 ed è oggi una struttura
all’avanguardia in tutti gli ambiti della
medicina naturale, dall’agopuntura alla riflessologia
plantare,
dall’ipertermia
all’odontoiatria olistica, dalla promozione
di una dieta sana e consapevole alla biodanza. Metodi che solitamente in occidente o si scontrano con un profondo scetticismo o vengono sperimentati a caro prezzo
solo da chi può permetterselo.
Suor Goretta al contrario li ha usati sin
dall’inizio per curare i poveri, anche in ragione della loro sostenibilità economica e
oggi che la sua clinica è famosa li usa per
curare anche i ricchi.
Simbolico il contributo
chiesto ai primi, fondaLa struttura è stata dedicata
mentale quello versato
dai secondi, soprattutto
ad Anna Margottini
in termini di donazioni
Donna del popolo
spontanee.
Una delle attività più
vissuta sempre di fede e servizio al prossimo
apprezzate del centro
che «non si lamentava mai
sono i ritiri mensili, tre
giorni in cui si alternano
ed era sempre pronta al sorriso»
attività diverse e complementari con profondi
benefici per i pazienti:
esercizi di respirazione, pulizia del fegato, «non importa se non hanno particolari
corsi di cucina vegetariana, lezioni sulle competenze — spiega suor Goretta — la lopiante medicinali e introspezione psicolo- ro voglia di esserci e di sorridere a chi argica. «Ma questi — continua suor Goretta riva già significa tanto». Sono i piccoli ge— in fondo sono palliativi collaterali. sti che qui, giorno dopo giorno, fanno la
Quello che fa la differenza è la fede. E ciò differenza ed è per questo che invece di
che conta è l’accoglienza che la gente riceintitolare la clinica a qualche santa nota,
ve qui: una solidarietà e un’attenzione capaci di generare nuovi flussi vitali, di su- suor Goretta ha deciso di dedicarla ad
perare quei blocchi energetici, emozionali Anna Margottini, una donna del popolo
e spirituali che sono dietro ogni malattia. vissuta sempre di fede e servizio al prossiNonostante l’avanzamento dell’individua- mo: un esempio di santità quotidiana che,
lismo, la gente qui vive ancora con spirito «come tante nostre donne, non si lamencomunitario. La miseria e le gravi difficol- tava mai ed era sempre pronta al sorriso».
Suor Goretta Favero Miotti,
nata a Padova nel 1952, dopo
il diploma da infermiera
professionale e assistente
sanitaria, nel 1980 parte come
missionaria per il Perú.
Trascorre dieci anni sulle
Ande e dal 1991 vive a
Huaycán sobborgo a sud di
Lima. Dal 2008 gestisce Casa
Naturista Anna Margottini,
Centro di salute olistica ed
ente promotore di numerose
iniziative sociali.
Suor Goretta con lo staff del Centro di salute olistica Anna Margottini
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Il romanzo
Next
di SILVINA PÉREZ
Macrocosmo e microcosmo nella visione ecologica della profetessa del Reno
a monaca benedettina tedesca Ildegarda di Bingen (1098-1179) è uno
dei personaggi più significativi della storia medievale. Ebbe infatti un
ruolo importante nella vita non solo religiosa, ma anche politica del suo tempo,
in rapporto con vescovi e Papi, con san Bernardo di Chiaravalle, con l’imperatore Federico I Barbarossa, prendendo parte attiva nelle
dispute tra Chiesa e impero, come pure nella
lotta all’eresia catara.
L
L’immagine racchiude in sé
i quattro elementi
Il guscio è freddo e secco come la terra
il bianco è simile all’elemento acqua
la parte gialla e oleosa al fuoco
la parte acquosa all’aria
Temperamento mistico, visionario, fino a
meritarsi l’appellativo di profetessa del Reno,
fu dotata di una cultura enciclopedica, che andava dalla teologia alla musica, dalla botanica
all’anatomia e alla fisiologia, fino alla cura del
corpo e all’alimentazione, tanto che oggi la
sua riscoperta da parte del grande pubblico si
deve, spesso, proprio a questa sua competen-
Barbara Sukova interpreta Ildegarda
nel film di Margarethe von Trotta (2009)
za, che con termine attuale definiremmo “nutrizionista”.
Non si deve sorridere: c’è una logica in ciò.
Infatti in Ildegarda l’attenzione all’essere umano — maschio e femmina, anche nella sua dimensione corporea, inclusa la sessualità e la riproduzione — deriva da una profonda riflessione filosofica e religiosa che affonda le sue
radici nella cultura antica, ma che in lei assume accenti nuovi e originali.
Il punto di partenza è quello classico: tutto
è uno, questo cosmo è divino. Una concezione, questa, che rafforza, per così dire, l’idea
biblico-cristiana per la quale il mondo è buono in quanto creato da Dio. Il cristianesimo
infatti tiene ben distinto Dio dal mondo e ha
sempre visto nel panteismo un nemico mortale, tanto da difendere a spada tratta quella
creazione che stabilisce la differenza ontologica tra Creatore e creatura.
Si suole dire, anzi, che il cristianesimo ha,
rispetto al paganesimo, desacralizzato la natura: quei boschi, quelle acque, quelle montagne
che venivano pensate dagli antichi come abitati da divinità e divinità esse stesse perdono,
infatti, ogni carattere sacro. Così ha fine la
contemplazione religiosa e si prepara quella
osservazione neutrale da cui scaturirà la moderna scienza della natura. Nello stesso tempo
però la natura stessa, privata di ogni intrinseco significato religioso, diventa prevalentemente oggetto di utilizzazione per l’uomo,
considerato centro della creazione e destinato
al dominio sul mondo inanimato. Non meraviglia perciò che anche la contemporanea coscienza ecologica pensi al rispetto dell’ambiente per un motivo essenzialmente utilitaristico,
ovvero perché lo sfruttamento indiscriminato
rischia di compromettere la vita stessa dell’uomo su questo pianeta.
Per comprendere la differenza tra questo
modo di pensare e quello della cultura antica
si pensi alla differenza che c’è tra non sporcare un corso d’acqua perché così si inquinerebbe ciò che dobbiamo bere, e non sporcarlo
perché così si commetterebbe un peccato, offendendo la sacralità del cosmo. La parola
stessa “ambiente” lo testimonia: essa significa
infatti, etimologicamente, ciò che ci circonda,
come se, appunto, l’uomo fosse il centro, cui
tutto ruota intorno e cui tutto deve servire.
Perciò non meraviglia neppure il sostanziale
fallimento dell’ecologia contemporanea: essendo un’ecologia su base economica, un’ecologia-economia, nel conflitto degli utili c’è sempre un utile economico più forte, più immediato, che ha la prevalenza sul “rispetto
dell’ambiente”.
Ildegarda trae la consapevolezza dell’unità
del tutto dalla sua ispirazione mistica, dalle
sue fonti tardo-antiche e alto-medievali, come
pure — probabilmente — dall’eredità pagana,
allora ancora viva nel mondo germanico, particolarmente in quella conoscenza de occultis
operationibus naturae che permaneva in
quell’ambito marginale, prevalentemente femminile, che sarà poi oggetto della caccia alle
streghe.
Nel Libro delle opere divine, ad esempio, Ildegarda descrive l’universo in forma di uovo:
il cosmo è uno come l’uovo, che racchiude in
sé i quattro elementi: il guscio è simile all’ele-
gio, appunto, lumen de lumine, luce emanata
dalla fonte della luce, distinta ma non separata da essa. Il cosmo, dunque, come qualcosa
che ha in sé la luce divina, dalla quale è costituito e che perciò è degno non solo di essere
rispettato, ma anche profondamente amato come teofania divina.
Questa esperienza non è affatto isolata nella
storia della spiritualità. Essa interviene ogni
volta che l’evangelico distacco dall’amore di sé
fa uscire dalla prigione dell’ego: allora ci si
sente in profonda unità con il cosmo, percepito appunto come un tutto. Questa esperienza
implica anche il superamento di quel dualismo mente-corpo o spirito-natura che tanto ha
afflitto e affligge la cultura occidentale: all’uomo distaccato la natura appare, infatti, come
lo spirito visibile e lo spirito come la natura
invisibile.
Per i medievali
secondo un’etimologia
sbagliata ma significativa
la radice della parola «homo»
era legata a «omnis», tutto
«Ildegarda e le stagioni», Codex Latinus 1942, c. 38r (Lucca, Biblioteca statale)
mento terra, freddo e secco; il bianco è simile
all’elemento acqua; la parte gialla e oleosa al
fuoco; la parte acquosa al soffio o aria. Questa immagine risale addirittura alla tradizione
orfico-pitagorica, pervenuta al mondo medievale attraverso la cultura ellenistica, l’ermetismo e gli scritti alchemici, ma non dobbiamo
supporre che la monaca benedettina conoscesse tutta questa letteratura.
Basta ricordare la descrizione della mirabile
visione cosmica che Gregorio Magno attribuisce a san Benedetto: «Poiché l’ora esigeva il
riposo, il venerabile Benedetto prese dimora
nella parte superiore della torre e il diacono
Servando nella parte inferiore (…). Poiché
l’uomo del Signore, Benedetto, aveva anticipato il tempo della preghiera, era in piedi per le
veglie notturne quando i fratelli riposavano
ancora. Mentre era affacciato alla finestra e
pregava il Signore onnipotente, improvvisamente, nel cuore della notte, vide una luce
diffusa dall’alto fugare tutte le tenebre della
notte, una luce che rischiarava con tanto
splendore, pur irraggiando nelle tenebre, da
vincere la luce del giorno. Una cosa veramente mirabile si produsse in questa contemplazione poiché, come successivamente ha raccontato egli stesso, il mondo intero, come raccolto in un unico raggio di sole, fu portato dinanzi ai suoi occhi».
In questa — che giustamente Marta Cristiani definisce «ultima folgorante sintesi di platonismo antico e cristianesimo» — l’intero cosmo appare raccolto in un unico raggio: rag-
«Questo romanzo è opera di fantasia,
tranne per le parti che non lo sono»
scrive lo statunitense Michael Crichton in
apertura di Next (2006): ambientato nel
presente, il libro descrive un mondo
dominato dall’ingegneria e dalla ricerca
genetica in cui governi e privati fanno a
gara — tra scienza e diritto — per
accaparrarsi il controllo sulla natura e sui
cittadini, sui loro corpi e le loro vite. In
teoria, in nome del progresso; in pratica,
per trarne il maggior vantaggio possibile.
Perché — racconta Crichton, con lo stile
avvincente che lo caratterizza, prendendo
però spunto da fatti di cronaca e casi
giudiziari realmente avvenuti — una volta
messe a punto, le scoperte scientifiche
scivolano via verso orizzonti impensati,
ben al di là di ciò che il singolo esperto
avesse o non avesse voluto e preveduto.
In questo circolo perverso che riduce il
corpo umano a un mero insieme di geni e
tessuti da sfruttare e vendere, le vittime
più vittime sono però, ancora una volta, le
donne. Figlie e madri, sorelle e scienziate.
(@GiuliGaleotti)
I
L’uovo di Ildegarda
di MARCO VANNINI
l diritto a far nascere i figli in un luogo dove possano crescere. C’è una
parte di umanità ad esempio che vive
nel bacino del fiume Matanza, in Argentina, all’ottavo posto tra i dieci
luoghi più inquinati del mondo. Nello spazio
di pochi chilometri si concentrano infatti una
molteplicità di strutture che inquinano l’ambiente rendendo l’atmosfera carica di veleni. Una striscia lunga sessanta chilometri dove numerose fabbriche manifatturiere, soprattutto chimiche, hanno riversato per anni
i loro materiali di scarico. Zone ritenute inadatte alla presenza umana eppure densamente popolate.
Lo Stato negli ultimi anni ha stanziato
molti milioni destinati a interventi di riqualificazione e risanamento del corso d’acqua,
ma i primi risultati si vedranno tra vent’anni.
L’enciclica verde di Papa Francesco, in fase
di preparazione, è proprio questo: un documento composto da pagine di vita vera, legate con un lungo filo d’acciaio dalle storie dei
profughi dalla dignità sociale negata, vittime
dello sfruttamento delle risorse e della «cultura dello scarto».
Papa Bergoglio infatti inquadra il suo ambientalismo in queste situazioni, cioè senza
mai disgiungerlo dalla condizione dei poveri
della terra, i primi a subirne le conseguenze.
E si sa, il peso della povertà cade in misura
maggiore sulle donne rispetto agli uomini.
Proprio per questo, grazie alla loro concreta
conoscenza del territorio e delle risorse naturali, le donne sono divenute protagoniste di
primo piano nella lotta per la tutela ambientale. Parlare di salvaguardia del creato per
Francesco vuol dire parlare di globalizzazione, di sviluppo solidale e di donne.
L’idea dello “scarto” che si ritrova spesso
nei discorsi del Papa vale per tutto. A cominciare dall’uomo, perché viviamo in una cultura che scarta gli uomini che non servono.
Francesco parte dalla valorizzazione e dalla
centralità dell’uomo cui è stato affidato il
creato e che ha il compito di farlo fruttificare
e, al tempo stesso, di trasmetterlo il più possibile integro ai suoi figli. Bergoglio ha chiesto molti pareri e contributi, ha lavorato per
lunghi mesi alternando e sovrapponendo —
tra scrivania e altare — giornali, testi segnalati
da vecchi collaboratori e letture liturgiche.
Ma non solo.
Il parere delle donne nella fase di progettazione di questo documento è stato fondamentale. In particolare quello di Clelia Luro,
scomparsa alla fine del 2013 che di solito
chiamava tutte le domeniche alle 15. Da
grande esperta della storia e delle culture andine, Clelia raccontava con grande passione
a Bergoglio di quanto fosse diffuso il rispetto
per l’ambiente, ancora oggi, nelle popolazioni indigeni locali: «L’essere umano non è padrone della terra, non la possiede, ma è invece parte di essa: noi siamo la terra, ci nutriamo di essa. Facciamo parte della madre terra;
come possiamo arrogarci il diritto di possederla?». Come possiamo pretendere di possedere lo spazio-tempo? Chi è in grado di impadronirsene? È impossibile.
In una tranquilla domenica di settembre,
nel 2013, Clelia Luro, seduta nell’androne
della sua casa coloniale — che miracolosamente ancora resisteva all’assedio delle palazzine nel cuore di Buenos Aires — tra i suoi
quadri, i mobili di bambù e l’artigianato indigeno in terracotta, ricevette la telefonata
del Papa. Emozionata, Clelia disse a Francesco che c’era lì, insieme a lei, Leonardo Boff
che, proprio in quei giorni, aveva finito di
scrivere la sua ultima opera, Dignitas terrae,
dove afferma che cos’è la militanza verde:
«Non si tratta semplicemente di difendere
l’ambiente in quanto tale, ma di elaborare il
paradigma di un modo nuovo con cui l’esse-
Tra le molte possibili testimonianze, vogliamo ricordare quella di un altro monaco benedettino, nostro contemporaneo, Henri Le
Saux, che nel suo Diario nota come la dualità
primordiale da superare sia quella tra noi stessi e il resto del cosmo, e non quella tra noi e
Dio. Infatti, finché vi saranno “altri” fuori di
noi, Dio e il mondo vi saranno confusi, anche
se possono essere distinti e definiti in seconda
battuta. Finché il mondo resta altro, Dio non
potrà mai esser percepito all’interno di noi
stessi.
Occorre perciò — scrive — innanzitutto sopprimere questo “centro”, che chiamo “me stesso” e attorno al quale traccio cerchi concentrici che sono la mia mente, il mio corpo, il
mondo concepito essenzialmente in relazione
a me e infine Dio, concepito anch’esso, ahimé,
in relazione a me.
È dal distacco da se stessa che la monaca
Ildegarda ricava il senso dell’unità e della divinità del cosmo, con il quale l’essere umano è
profondamente, mirabilmente unito, tanto da
costituire esso stesso un cosmo, e un tutto. Secondo un’etimologia errata ma significativa,
per i medievali homo, essere umano, era infatti
legato a omnis, tutto, e perciò non meraviglia
che per Ildegarda le dimensioni del corpo
umano e le loro proporzioni reciproche costituiscano la misura dell’universo, per cui la misura della statura e delle braccia aperte consentono di inscrivere la figura umana nel cerchio, secondo quella rappresentazione che
ispirerà le versioni rinascimentali, prima fra le
quali quella di Leonardo da Vinci.
Uomo microcosmo, dunque, in profonda
corrispondenza con il macrocosmo: non ci si
stupisca di trovare in una monaca del lontano
medioevo le radici di quanto viene spesso presentato come nuovo, laico, moderno.
La voce del fango
Il saggio
Viaggio fra i testimoni di uno sviluppo disumano
re umano può e deve entrare in relazione con
la natura».
Boff sostiene che «le maggiori vittime
dell’inquinamento sono i poveri, costretti a
vivere nelle favelas senza acqua e senza igiene ma oggi tutta l’umanità, e non solo i poveri, è oppressa. Tutti siamo vittime di uno
sviluppo disumano. Le nostre attività economiche stanno contribuendo alla perdita di
biodiversità e degli habitat: questo mina i sistemi naturali dai quali dipendiamo per il cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo e il
clima stabile di cui abbiamo bisogno».
Si muove così velocemente, Papa Bergoglio, da riuscire a sentire in modo informale
tante persone. Tra queste, Pino Solanas, regista cinematografico e politico argentino, il
«Facciamo parte della madre terra
come possiamo arrogarci
il diritto di possederla?»
si chiedeva Clelia Luro
amica di Bergoglio
e grande esperta delle culture andine
quale sostiene che sarà un’enciclica che non
indulge a un certo tipo di ideologia verde,
ma si tratterà di un documento che chiamare
green o ecologista è un po’ riduttivo. Secondo fonti Onu — sostiene Solanas — attualmente in tutta l’America latina ci sono ancora centotrenta milioni di persone che non
hanno accesso all’acqua potabile. Parliamo di
un continente che può contare su riserve idriche imponenti: il Rio delle Amazzoni, il Paraná e l’Orinoco sono tra i fiumi più importanti al mondo, e il solo Brasile possiede la
quinta parte di tutta l’acqua del pianeta. Il
lago Titicaca, che si estende tra il Perú e la
Bolivia, e quello di Maracaibo, in Venezuela,
soddisfano da soli il fabbisogno di acqua di
milioni di persone. In Brasile la situazione è
più critica. È il Paese che possiede la più
grande riserva di acqua dolce al mondo ma
si trova a dovere affrontare addirittura il rischio di razionamento nelle grandi città perché l’acqua, sempre più sottratta al consumo
domestico, viene preferibilmente dirottata
verso l’utilizzo agro-industriale, sotto la gestione delle imprese transnazionali.
È questo uno dei più grandi paradossi
dell’America latina: una terra ricchissima di
fonti idriche, i cui abitanti non sono però in
grado di disporre della loro acqua in modo
adeguato e “democratico”. Succede in America latina, ed è in America latina che il cardinale Bergoglio ha cominciato a riempire questo diario di bordo con
l’esperienza nei luoghi dove le «logiche di mercato non risparmiano
niente e nessuno: dalle creature agli
esseri umani».
Un altro contributo fondamentale
è quello di monsignor Víctor Manuel Fernández, il rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, uno degli ecclesiastici argentini
più vicini a Bergoglio. Ha lavorato
nel Consiglio episcopale latinoamericano nel campo della riflessione teologica pastorale e ha collaborato con Bergoglio nella stesura del testo finale di Aparecida.
Per Fernández «tutti gli esseri umani sono
chiamati a un’assunzione di responsabilità
nei confronti dell’ambiente in cui vivono, la
riflessione sull’opera di Dio e sulle meraviglie
create dall’uomo sono strettamente intrecciate
tra loro e se la fede nel Creatore è parte essenziale del credo cristiano, allora è compito
della Chiesa manifestare la propria responsabilità nella salvaguardia del creato, difendendo la Terra, l’aria e l’acqua, e anche l’uomo
contro la distruzione di se stesso».
Perché, prosegue Fernández, «la vocazione
del custodire non riguarda solamente noi cristiani ma una dimensione che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire
l’intero creato, la bellezza del creato. Sono
certo che l’enciclica verde di Francesco proporrà soltanto dottrina sicura, non ipotesi».
Il cardinale Peter Turkson e gli esperti del
Pontificio Consiglio della giustizia e della
Il tempo stringe
Papa Francesco vorrebbe
che la pubblicazione dell’enciclica verde
avvenisse prima dell’avvio
della Conferenza sul clima di Parigi
pace hanno raccolto materiale proveniente da
varie parti del mondo, sviluppato varie bozze
che Papa Francesco ha visto e rivisto, inviando la terza stesura alla Congregazione per la
dottrina della fede, alla Segreteria di Stato e
al teologo della Casa pontificia. Il tempo
stringe. Papa Bergoglio vorrebbe che la pubblicazione dell’enciclica avvenisse prima
dell’avvio della Conferenza sul clima di Parigi: «Quella di Lima mi ha un po’ deluso,
speriamo che a Parigi siano un po’ più coraggiosi» ha detto il Pontefice durante il suo
viaggio in Sri Lanka e Filippine, a proposito
della precedente conferenza internazionale
sul tema.
Chi non ha mai udito la voce del Río de
la Plata non capirà mai la tristezza di Buenos
Aires, la tristezza del fango che reclama
un’anima diceva Adán, personaggio letterario
dello scrittore argentino Leopoldo Marechal.
Oggi l’anima del fiume e del fango presentano il conto e ci ricordano che le risorse della
natura non sono inesauribili.
The Green Belt
Movement
Era il 1977 quando la biologa keniota
Wangari Maathai (1940-2011), la prima
donna centroafricana laureata (nel 1966
presso l’università di Pittsburgh) lanciò la
sua sfida: per combattere l’erosione
selvaggia che stava minando la sussistenza
del suo Paese, e dell’intero continente
africano, Maathai fondò
un’organizzazione non governativa
composta da donne provenienti dalle aree
rurali. La loro arma, la vanga: le aderenti,
infatti, iniziarono a piantare alberi
indigeni, alberi da frutto e piccoli arbusti.
Da allora in Kenia si contano più di 51
milioni di alberi piantati e curati dal
Green Belt Movement. Tra i tanti libri
firmati da Maathai, la prima donna
africana a vincere il Premio Nobel per la
pace, ricordiamo The Green Belt Movement:
Sharing the Approach and the Experience
(uscito nel 2003, l’anno prima del
riconoscimento ricevuto a Oslo). In esso
l’attivista descrive un percorso che intende
unire ecologia, democrazia e pace in
nome del rispetto per il creato e per le
creature. Specie per quelle più deboli e
minacciate. (@GiuliGaleotti)
Il film
Noah
Non si cerchino somiglianze o
contraddizioni con il testo biblico nel film
Noah (2014) di Darren Aronofsky; sarebbe
un esercizio inutile. Meglio abbandonarsi
alla storia e alle immagini di un colossal
che fra tanti errori, effetti speciali,
ingenuità, induce a qualche riflessione
importante. Dio incarica Noè (Russell
Crowe) di costruire
un’arca e di salvare
gli animali perché
l’uomo, divenuto
cattivo, sta
distruggendo la
terra e la natura.
Su quell’arca si
salverà la famiglia
di Noè, ma
anch’essa si
estinguerà perché,
come il resto del
genere umano, è
incapace di
apprezzare il dono
del Creatore e non
è degna di abitare sulla terra. Noè porta
al termine il compito che gli è affidato da
Dio — salva gli animali, la natura e il
mondo — e si accinge ad attendere
l’estinzione della sua famiglia. Il genere
umano sarebbe finito, ma la nuora, la
moglie di Sem (Emma Watson), dà alla
luce inaspettatamente due bambine che
possono essere la salvezza. Di fronte a
quella maternità che è disposta a tutto per
salvare se stessa, la mano di Noè che
vorrebbe uccidere le due bimbe si ferma.
L’umanità è salva. L’uomo accetta il
nuovo messaggio che Dio manda
attraverso la donna. Una riconciliazione
con la natura è possibile.
(@ritannaarmeni)
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IL CORANO
RILETTO DALLE D ONNE
«Il vero problema è l’ignoranza»: punta dritta al
bersaglio Shahrzad Houshmand Zadeh, teologa
musulmana docente di studi islamici alla Gregoriana di
Roma, intervistata da Chiara Zappa sul numero di marzo
di «Mondo e missione». Nata e cresciuta in Iran, madre
di tre figli, da sempre impegnata nel dialogo islamocristiano, Shahrzad Houshmand — con altre teologhe
musulmane — porta avanti un’opera di interpretazione e
attualizzazione dei testi sacri. «A livello globale — spiega
— sono molti i segnali che dimostrano quanto le donne
dell’islam possano contribuire alla crescita e allo sviluppo
umano della società. Pensiamo solo alla premiazione con
il Nobel per la pace, negli ultimi anni, di ben tre attiviste
musulmane: l’iraniana Shirin Ebadi, la yemenita
Tawakkol Karman e la pachistana Malala Yousafzai.
Donne provenienti da contesti geografici e culturali
diversissimi, eppure accomunate dall’impegno per
rinnovare le proprie società. Segno che lo Spirito ci porta
ad agire per il bene comune. Mi auguro — conclude —
che il cambiamento possa partire dalle donne».
KAVITHA
DALLO TSUNAMI AI BIMBI IN DIFFICOLTÀ
Il 26 dicembre 2004, mentre la madre era in spiaggia a
vendere pesce e Kavitha era a casa nel villaggio di
Samiyarpettai con le sorelle minori, la grande onda
generata da uno dei più forti terremoti della storia si
abbatté sulle coste del Tamil Nadu, regione poverissima
del sud dell’India. Fu proprio in quelle ore di terrore — si
legge sul sito www.cesvi.org — che Kavitha incontrò gli
operatori di Ekta, associazione locale partner del Cesvi,
acronimo che sta per cooperazione e sviluppo. «A loro —
racconta la ragazza oggi trentenne — devo i miei successi
perché mi hanno dato la possibilità di studiare e affinare
le mie capacità». Kavitha è ora la responsabile di una
delle Case del sorriso per minori in difficoltà nel Tamil
Nadu: quando è stata assunta, aveva appena ottenuto il
diploma in biotecnologie, mentre ora, concluso un corso
di laurea in inglese a distanza, frequenta un master di
secondo livello. La ragazza — che ha imparato a guidare,
usare il computer, cucire e gestire le relazioni pubbliche —
è riuscita a ripagare i debiti della madre e a far sposare le
sorelle. Nel Tamil Nadu, moltissime famiglie povere
lavorano in condizioni di semischiavitù nei mulini di riso
o nelle fabbriche di mattoni, vivendo senza luce, servizi
sanitari e la possibilità di entrare in contatto con l’esterno.
I bimbi, che non vanno a scuola, accompagnano i genitori
al lavoro, mentre i più piccoli rimangono incustoditi.
Nelle Case del Sorriso bambini e ragazzi di famiglie
disagiate trovano un punto di riferimento importante
fatto di cure, sostegno psicosociale, possibilità di
studiare e di ricevere assistenza legale.
A ESTHER IBANGA
IL PREMIO
NIWANO
A TUNISI
PER LA PACE
È andato alla nigeriana Esther Abimiku Ibanga, pastora
protestante fondatrice nel 2010 del Women Without Walls
Initiative (Wowwi), l’ultima edizione del Premio Niwano,
il cui scopo è quello di «incoraggiare individui e
organizzazioni che abbiano contribuito in maniera
significativa alla cooperazione interreligiosa,
promuovendo in tal modo la causa della pace nel
mondo». La Wowwi — istituita con l’intento di porre un
freno agli assassini di donne e bambini nello Stato
nigeriano di Plateau — è presto diventata una forte
coalizione composta da donne che, al di là delle divisioni
etniche e religiose, collaborano insieme. Il risultato è
quasi storico: si tratta, infatti, della prima organizzazione
in cui il nucleo dirigente vede la partecipazione di
esponenti di ogni gruppo tribale, incluse leader cristiane e
musulmane. Esther Abimiku Ibanga mira in alto:
sottolineando il ruolo femminile per costruire la pace —
tema particolarmente urgente nelle regioni della Nigeria
in cui sono attivi i terroristi di Boko Haram — la
fondatrice ha dato vita a iniziative concrete. Volte, ad
esempio, a incrementare le competenze femminili legate
alla micro finanza e, attraverso i «dialoghi comunitari con
la polizia», diminuire le distanze e aumentare la fiducia
tra le comunità e le forze dell’ordine per sconfiggere il
terrorismo.
Agosto 1996: la
fotografa italiana
Sebastiana Papa
(1932-2002) coglie le
monache del
monastero greco
ortodosso Panagia
Kalivyani, nell’isola di
Creta, intente a
vendemmiare. Come le
altre famiglie della
zona, le religiose fanno
asciugare al sole l’uva
per preparare l’uva
sultanina. Una
specialità rinomata
della zona
L’OSSERVATORE ROMANO aprile 2015 numero 34
Inserto mensile a cura di RITANNA ARMENI e LUCETTA SCARAFFIA, in redazione GIULIA GALEOTTI
www.osservatoreromano.va - per abbonamenti: [email protected]
IL DIALO GO PARTE DALLE D ONNE
È Giada Frana a raccontare su www.santalessandro.org la
storia delle “suore bianche” a Tunisi, chiamate così a
causa del loro abbigliamento, adattato a quello della
popolazione dell’Africa del Nord. Ufficialmente sono le
Suore missionarie di Nostra Signora d’Africa,
congregazione fondata nel 1869 dal cardinale Charles
Lavigerie: il presule aveva prima creato ad Algeri la
Società dei Missionari d’Africa, ma ben presto comprese
che, per entrare in contatto con le famiglie, bisognava
puntare sulle donne. A raccontare la storia della comunità
di Tunisi è la religiosa belga Chantal: «La nostra
missione è stare al fianco delle donne africane, siano esse
cristiane o musulmane, per formarle in modo che possano
esercitare il loro ruolo nella famiglia e nella società.
L’educazione parte dalla donna». Inoltre, specie dopo il
concilio Vaticano II, queste suore si dedicano al dialogo
interreligioso, cercando il dialogo tra la cultura arabomusulmana e quella occidentale. «Organizziamo
conferenze per parlare di attualità e una formazione
permanente in islamologia, missiologia, dialogo delle
culture e delle religioni rivolta sia al personale religioso
sia a tutti coloro che desiderano conoscere meglio la
religione musulmana e approfondire la religione cristiana.
Altre attività a cui partecipiamo riguardano
l’accompagnamento delle donne dei cosiddetti matrimoni
misti, che noi chiamiamo di disparità religiosa,
sostenendole nel loro percorso di fede in un Paese a
maggioranza musulmano».
LA
FAMIGLIA SECOND O
D OLCE
E
GABBANA
È partito nel 2013 il progetto #Dgfamily che chiede ai
partecipanti di mandare una fotografia della propria
famiglia: nemmeno due anni dopo, sono più di
quattromila gli scatti giunti, da dieci Paesi, agli stilisti
italiani Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Autori di
abiti veramente notevoli — ma proibitivi per i comuni
mortali — i due, contrari all’utero in affitto e fautori della
“famiglia tradizionale”, hanno appena presentato una
collezione invernale sorprendente. Un’autentica ode alla
maternità, in un tripudio di colori, forme morbide, scritte
affettuose dedicate alle mamme e disegni di bambini.
Maternità di stoffa e maternità di carne: sulla passerella
milanese, davanti a una scenografia con madri e figli di
generazioni diverse, molte modelle sorridenti e raggianti
hanno sfilato con i loro figli in braccio o per mano. La
moda e la pubblicità non esitano il più delle volte a
strizzare l’occhio, per interesse, al politicamente corretto.
Dolce e Gabbana invece lo hanno strizzato alle mamme.
Un messaggio solare, confortante, ottimista. Anche per
chi quegli abiti non li potrà mai indossare.
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Volha e l’eremita del deserto
Maria Egiziaca, la santa del mese, raccontata da Dario Fertilio
anta Maria Egiziaca nacque nel quinto secolo —
leggeva la vecchia signora
alla bambina — e presto fu
attratta dalla grande città,
Alessandria. Per diciassette anni visse da
pubblica meretrice. Non per fame, la sua era
una specie di passione, tanto che ripeteva di
non essersi mai negata a un uomo». Qui Volha, la badante bielorussa della signora, ebbe
un moto di fastidio e fu tentata di interromperla. Non le andava che a Natalya, sua figlia, mettesse in testa certi pensieri: la stava
ascoltando fin troppo rapita. Aveva soltanto
otto anni e avrebbe avuto tutto il tempo
d’imparare il significato della parola “meretrice”.
Aprì bocca per intervenire, ma poi non lo
fece. Provò un palpito di rimorso, e pensò
che la donna da lei accudita, in fondo, non
era poi molto diversa dalla sua Natalya. Ancora più ingenua della bambina, e con un
debole per le storie. Ma quest’ultima la trovava davvero irritante, lei stessa non ne comprendeva bene il motivo.
«Un giorno — proseguì intanto la vecchia,
con Natalya accoccolata ai suoi piedi — Maria Egiziaca vide una folla dirigersi al gran
porto di Alessandria. S’imbarcava per Gerusalemme, era la festa dell’Esaltazione della
Croce. Provò l’impulso di seguirla e parlò ai
marinai. Il costo del viaggio era alto, non
poteva permetterselo. Ma con la ciurma concordò di pagare con il suo corpo. Salì a bordo. Giunta a Gerusalemme andò subito alla
basilica della Risurrezione, insieme agli altri
pellegrini, però una forza misteriosa la respinse. Gli altri entravano tranquillamente,
lei no. Ci provò per giorni, con lo stesso risultato. Infine cominciò a capire. Gesù non
si accontentava che lei andasse a baciare una
reliquia. Voleva incontrarla, parlare a lei, alla
sua anima. Fu un colpo. “Ma io chi sono?
Perché faccio questa vita?” cominciò a chiedersi, e pianse. Le lacrime le inondarono il
viso, poi i capelli, senza fermarsi, e infine la
liberarono. Vedeva il cielo pieno di colori e
lei era di nuovo una bambina, nel suo villaggio, camminava a piedi scalzi sulla sabbia e
gettava sassi nel pozzo. Sorrideva, piangendo. S’incamminò verso la basilica e nessuna
forza la respingeva più. Si accostò alla Santa
Croce, la venerò e uscendo sentì una voce
dentro che le diceva “Maria, attraversa il
Giordano e troverai la pace”».
A quel punto la badante entrò nella stanza
dove la signora stava ancora leggendo e accese di proposito il televisore. Ma non ci fu
verso. La vecchia continuava (Volha la accudiva da mesi, giorno e notte: non c’era da
stupirsi che fosse diventata irritabile). «Uscì
dalla chiesa e con l’elemosina di un fedele
comperò tre pani. Si fece indicare la via per
il Giordano e si lavò nelle acque, poi entrò
nella grande voragine del silenzio. Come visse? Che cosa fece? Non sappiamo nulla. In
«S
Giuseppe Sirni, «Bambina afgana» (2004)
A colloquio con la nutrizionista Charlotte Dufour
I paradossi della fame
di CATHERINE AUBIN
ssere nutrizionista alla Fao — spiega Charlotte Dufour
— significa innanzitutto chiedersi perché nel mondo
da un lato ci sono ancora ottocento milioni di persone che soffrono la fame e un bambino su quattro che soffre di
malnutrizione cronica, mentre dall’altro ci sono problemi di sovrappeso e di obesità, con malattie cardio-vascolari e tumori collegati. Interrogarsi su questi problemi, interpellando i sistemi alimentari, le politiche e i programmi agricoli per cercare di concepirli in modo che le persone si nutrano meglio: nel farlo, lavoro
insieme con agronomi, esperti di pesca, di gestione delle risorse
forestali e di allevamento».
Dufour si occupa soprattutto di Africa subsahariana: «Lavoro
in sede, a Roma: il mio compito è sostenere i colleghi che operano sul campo nei diversi Paesi. Fanno un lavoro di consulenza
politica, stanno in contatto con i ministeri dell’agricoltura e
dell’allevamento locali per vedere come la loro politica agricola
risponde ai bisogni della gente. Poi c’è un lavoro su un piano
più concreto, spesso in collaborazione con associazioni non-governative e società civile, che include, ad esempio, la promozione
di piccoli allevamenti e giardini-orti in case e scuole. Serve
un’educazione anche in campo nutrizionale: ci siamo accorti che
anche quando una famiglia produce a sufficienza, accade che,
per mancanza di conoscenze, donne e bambini non abbiano comunque gli alimenti di cui necessitano».
La donna svolge un ruolo fondamentale nella nutrizione? «Sì
perché spesso ha un posto importante nella produzione familiare. Per esempio, quando ha un’entrata, è lei quella più in grado
di spenderla per la salute, l’educazione e l’alimentazione dei figli.
È dunque importante che abbia le conoscenze necessarie per utilizzare al meglio le risorse. Lavoriamo con altre organizzazioni:
come Fao promuoviamo ricette adatte ai bisogni dei bimbi, guardando quali sono gli alimenti di cui la famiglia dispone e come
può preparare una ricetta adeguata per il bene del bambino».
Ciò significa che nei diversi Paesi esiste già in loco una rete di
formazione? «Esatto. La Fao è prima di tutto un’organizzazione
di assistenza tecnica: il nostro valore aggiunto nei programmi di
sviluppo è la competenza negli ambiti legati all’alimentazione,
per questo lavoriamo in partenariato. Spesso si tratta delle reti
più vicine alla realtà locale, come ad esempio gruppi di alfabetizzazione femminile, cooperative gestite da donne, gruppi di sostegno alle madri istituiti dall’Unicef. Sosteniamo questa formazione con manuali e altri strumenti. In alcuni contesti di crisi, dove
la presenza sul posto è molto debole, come in Ciad, Somalia,
nelle regioni povere del Sahel o del Corno d’Africa, incrementeremo la nostra presenza per andare in aiuto delle popolazioni».
Qual è l’ultimo Paese in cui è stata? «Ero al Cairo con i rappresentanti della Fao che lavorano nei Paesi colpiti dalla crisi siriana: sono regioni i cui i problemi sono legati al sovrappeso o
alle malattie croniche ma che, di colpo, si sono trovati coinvolti
in questo conflitto con tutti gli squilibri che comporta. È triste
vedere Paesi che godevano di un certo sviluppo economico completamente destabilizzati dalla guerra. La crisi umanitaria siriana
è la crisi più grande della storia».
Lei è stata per molti anni anche in un altro Paese in difficoltà,
l’Afghanistan. «È stato all’inizio della mia vita professionale, avevo fatto domanda all’organizzazione Action contre la faim e pensavo che mi avrebbero proposto di andare in Burundi o Sierra
Leone, i Paesi in crisi all’epoca, invece mi proposero l’Afghanistan. Giunsi lì senza idee preconcette: sapevo solo che i talebani
controllavano il Paese e che la regione era tagliata fuori dal mondo. Sono subito rimasta affascinata dal sorriso, l’umorismo, l’intelligenza e la capacità di andare avanti degli afghani, malgrado
ciò che vivono. È un Paese ricco spiritualmente: la loro fede mi
ha commosso. Ci sono voluta tornare il più spesso possibile. Nel
2001 il regime talebano cadde e l’anno dopo, quando cominciò il
processo di ricostruzione, ci tornai per brevi missioni di valutazione. Poi ci sono andata con la Fao: ho potuto così essere testimone della ricostruzione e parteciparvi. Anzi direi che io stessa
mi sono ricostruita». In che senso? «Ero giovane quando iniziai
questo lavoro: dinanzi a situazioni difficili, ci si sentiva impotenti. Non c’era soluzione, non c’era speranza: tutto era distrutto,
eravamo lì con programmi di aiuto d’urgenza, ma erano gocce in
un oceano di bisogni. Ci chiedevamo: a cosa serviamo? Poi abbiamo capito che a contare non era tanto l’aiuto alimentare, ma
la nostra presenza. Se oggi lavoro alla Fao è perché mi considero
un vettore: l’importante nell’azione è l’incontro, quello che s’impara l’uno dall’altro, ciò che si può costruire insieme. Quando si
rimane a lungo in un Paese, ci si chiede: cosa rimane? Rimangono le relazioni umane che è stato possibile costruire, rimane
quello che ognuno ha potuto trarre da quella esperienza, e che
continua a dare nella propria vita. Ho stretto amicizia con i colleghi afghani: resta il rapporto con l’altro, il rapporto con se stessi e ciò che si può imparare sul senso della vita. In effetti, si può
essere vettori o traghettatori della volontà di Dio. I miei amici
afghani mi hanno insegnato a rimettere nelle mani di Dio ciò
che si deve fare. Se possiamo contribuire a questo, se possiamo
esserne i traghettatori, allora è bene».
Il rischio, conclude Dufour, «è di sbagliarsi sulle costruzioni
visibili: spesso si misurano le sfide umanitarie in base ai risultati,
mentre di fatto ciò che importa sono la presenza e l’incontro
umano, che faranno poi nascere realizzazioni concrete».
«E
Uscì dalla chiesa e comprò tre pani
Si fece indicare la via per il Giordano
e si lavò nelle acque
Poi entrò nella grande voragine del silenzio
quel deserto visse quarantasette anni, nutrendosi solo dei tre pani che aveva con sé. Non
incontrò mai un uomo, sebbene a volte la
tentazione fosse forte. Ma trovò la serenità e
col tempo tutto sembrò svanire. Era in pace
con se stessa e con Dio».
Sospirando Volha passò in camera da letto
e cominciò a rassettarla. Tolse dalle coperte
briciole di pane e biscotto, i resti della cena.
Tese l’orecchio ma non sentì più la voce nel
soggiorno; rientrando, vide che la signora
sonnecchiava adesso sul divano. Natalya davanti al televisore si godeva i cartoni animati.
Tolse delicatamente il libro dalla mano della
donna. Legenda aurea di Jacopo da Varagine
lesse sulla copertina consumata. Andò a riporlo sullo scaffale in camera da letto.
Si affacciò al cortile silenzioso e rimpianse
i suoi gran giorni da escort. Anni dorati, regali e viaggi attraverso l’Europa. Allora era
molto bella, o così in tanti le assicuravano.
Poi come quando si fa sera il suo splendore
si era velocemente offuscato. Allora si era aggrappata a Natalya, la sua bambina, ed era
stata lei a impedirle di affogare.
Ma non riusciva più a dormire. Chiudeva
occhio di solito dopo le cinque del mattino,
e per poco tempo. Una condizione perfetta
per una badante a tempo pieno, aveva sorriso amaramente fra sé, quando aveva dovuto
adattarsi a quel lavoro per sopravvivere. Cominciò a pulire il bagno. Dal soggiorno
giungevano soltanto il leggero russare della
vecchia e le voci della televisione. D’improvviso le sembrò di ricordare — fotografia sfocata del suo album d’infanzia — un calendario bielorusso che riportava la festa di quella
santa. Era proprio Maria Egiziaca, anche per
gli ortodossi. Lei non era religiosa né era mai
andata in chiesa, naturalmente, aveva sempre
avuto ben altro di cui preoccuparsi, e tuttavia avrebbe giurato che quella festa si celebrasse il primo di aprile. E stranamente in
quella certezza le si disegnò sulle labbra un
sorriso.
Giornalista e scrittore
italiano di origine
dalmata, Dario Fertilio
(1949) lavora nella
redazione culturale del
«Corriere della Sera».
Con lo scrittore russo
Vladimir Bukovskij, ha
fondato i Comitati per
le Libertà ed è stato
l’ideatore dell’iniziativa
Memento Gulag, ossia
la celebrazione, ogni 7
novembre, della
giornata in memoria
delle vittime del
terrorismo. Tra le sue
pubblicazioni, La morte
rossa. Storie di italiani
vittime del comunismo
(2004), La via del Che
(2007), Musica per lupi
(2010), L’ultima notte dei
fratelli Cervi (2012). Per
noi ha già scritto
sant’Agnese (gennaio
2014)
Le venne la curiosità di riprendere il libro.
Circospetta, chissà perché, rientrò in camera
da letto e si avvicinò allo scaffale. Ritrovò la
pagina che la vecchia aveva letto a Natalya.
«In pace con se stessa e con Dio. Un giorno
un monaco, Zosima, si spinse nel deserto. Vide una donna magrissima, anziana, coperta
da lunghi capelli grigi, nuda e abbrustolita
dal sole. Si spaventò. Maria lo chiamò per
nome e gli chiese il mantello per coprire la
sua nudità: spiegò che il sole aveva consumato le sue vesti decine d’anni prima. I due si
confessarono a vicenda, attorno a loro il silenzio era immenso. Alla fine Maria pregò
Zosima di portarle l’anno dopo la comunione. Ma quando lui tornò, trovò solo il suo
corpo. Volle seppellirla, ma ormai era vecchio e troppo debole. Fu un leone a scavarle
con le unghie la tomba».
Volha sorrise a quel finale incongruo, ma
poi sentì ogni traccia di condiscendenza svanirle dalle labbra. Si accorse invece di tremare leggermente. La notte dormì come non le
succedeva da anni, e fece uno strano sogno.
Era di nuovo a casa, bambina, a piedi scalzi
fra i sassi. Ma la grande pianura bielorussa
sembrava in tutto e per tutto un deserto di
Palestina.
Giovanni Segantini,
«Ave Maria a trasbordo»
(1886)
Riflessioni
su una pastorale fallita
di SERGIO MASSIRONI
donne chiesa mondo
aprile 2015
difficili quartieri dell’hinterland, da altri sei
mi dedico alla pastorale giovanile in una
Brianza plasmata dalla civiltà parrocchiale.
Culturalmente, con i miei fedeli, respiro tutto
ciò che agita e confonde l’Europa: un
universo in crisi. Ciò accade però, tra chiese
rimaste piene. Seppure molte cose nel tempo
sono cambiate, qui cristianesimo e società non
sono giunti al divorzio. Insegno nelle scuole
superiori statali e il novanta per cento degli
studenti continua ad avvalersi dell’ora di
religione. Percentuali addirittura in lieve
crescita. La maggioranza dei miei quasi
quattrocento alunni testimonia di aver avuto
una buona esperienza dell’oratorio o di altre
realtà dell’associazionismo cattolico, che in
molti casi prosegue nella maggiore età. Posso
inoltre contare su un gran numero di giovani
nell’animazione delle attività parrocchiali; la
catechesi è frequentata; il confessionale, specie
in adolescenza, non è disatteso. È quindi
diffusa la vita cristiana? La risposta non è
semplice. In realtà, mi si impongono dei dati
di cui il sinodo sulla famiglia avrebbe ragione
di tener conto. Ricordo un titolo del
l’autore
«L
A REALTÀ SI VEDE MEGLIO
dalla periferia che dal
centro»: Francesco ne è
davvero convinto. Lo
ribadisce nell’intervista a
«La Cárcova News», il
giornale di quartiere nato
dai ragazzi di padre Pepe,
in una villa miseria di Buenos Aires. Le
domande rivolte al Pontefice, elaborate tra i
giovani nella baraccopoli, non sono le solite
della stampa. Affiora piuttosto la vita di
un’intera generazione, intessuta di paure,
fatica e grandi desideri. Il dialogo a distanza
che ne scaturisce è di un’intensità
sorprendente: pura evangelizzazione. Ebbene,
il sinodo straordinario sulla famiglia che
cos’altro si propone? La posta in gioco è
missionaria: indicare Gesù Cristo presente in
miliardi di storie d’amore. Roma raccoglie, in
due sessioni successive, centinaia di sguardi
periferici: il Papa dimostra così, sempre più,
di considerare i vescovi come i naturali
portatori dell’odore della loro gente, un
caleidoscopio dell’umana esperienza di amare
e di essere amati. Perciò, i mesi che separano
la prima dalla seconda convocazione
implicano un attivo ritorno alle diocesi.
Opportunità formidabile di ascoltare il
palpito della realtà. Da combattere è, semmai,
la tentazione di risolvere la complessità in un
gioco di schieramenti curiali. Se l’attenzione
alla vita non prevale, il ritorno a Roma si può
infatti ridurre a mera prova di forza, in un
conflitto tra sensibilità teologiche che già
hanno preso le misure le une delle altre. Non
è, in effetti, così chiaro se i media abbiano
generato, o soltanto amplificato, lo
slittamento del sinodo verso una controversia
tutta ecclesiastica su comunione ai risposati e
unioni omosessuali. Tenterò allora io per
primo di essere aderente a ciò che osservo, se
possibile per contribuire al discernimento in
corso. Non sono vescovo e non vivo a Roma,
dunque non mi trovo in alcun modo al centro
della Chiesa. Devo semplicemente dar voce
alla periferia, dal punto particolare in cui son
stato posto. Al sinodo si è nuovamente colta,
se intuisco bene, la tensione tra Chiese ricche
e stanche e Chiese povere ma vitali e molti
osservatori hanno evidenziato uno
spostamento inarrestabile verso sud del
baricentro della cattolicità. Ebbene, Milano —
diocesi in cui vivo — e in genere il nord Italia
costituiscono un caso piuttosto eccezionale di
cristianesimo popolare, pur in clima di
postmodernità. Dopo sei anni di ministero in
Nato nel 1977 a Merate (Lecco), dal 2002 Sergio Massironi è sacerdote della diocesi di
Milano. Dopo la prima esperienza come vicario parrocchiale a Corsico e Buccinasco (Milano), dal 2010 è incaricato
della pastorale giovanile nelle
parrocchie di Cesano Maderno
(Monza). Laureato in filosofia,
ha poi studiato teologia alla
facoltà di teologia di Lugano e
alla facoltà teologica dell’Italia
settentrionale. Dal 2003 insegna religione cattolica nelle
scuole superiori statali. Dal 1°
ottobre 2014 collabora con
l’Ufficio per la pastorale sociale e il lavoro dell’arcidiocesi di
Milano.
«Corriere della Sera», che poco più di un
anno fa mi impressionò: «Divorzi record nelle
città bianche». Fedeltà e amore eterno,
osservava la giornalista, sono in via di
estinzione, soprattutto in Lombardia: ecco
quindi elencati gli ultimi dati Istat sulle
famiglie italiane, che collocavano sul podio
delle province con il maggior numero di
separazioni e divorzi, nell’ordine, Lodi,
Monza e Brianza, Pavia. Commento del
quotidiano sul primato di Lodi: «Una
sorpresa, forse, per una città dalla forte
tradizione cattolica, con tante associazioni
impegnate nel mondo della famiglia, chiese e
parrocchie numerose e frequentate, immersa
in un ambiente bucolico». D’altra parte, nella
diocesi di Milano, i matrimoni cristiani
risultano passati da 15954 del 1999 a 6135 del
2014; nel capoluogo il calo è stato del
quarantaquattro per cento nei soli ultimi dieci
anni. Il tracollo è demografico, ma non solo:
più radicale è una frattura di ordine
simbolico. Chi pure incontra il cattolicesimo
nella sua infanzia e adolescenza, percepisce in
effetti sempre di meno l’amore uomo-donna
come questione pubblica, come un bene per
la società. Appare poi lontanissima
dall’esperienza comune la certezza che Dio
parli di sé, in modo nuovo, dall’interno di
ogni storia d’amore, così che quanto è dato
alla coppia sia un dono che riguarda tutti.
Vien da chiedersi se la famiglia cristiana
tradizionale abbia avuto sentore del proprio
esser sacramento. Nelle gioie e nelle fatiche
del nostro amarci, Dio narra se stesso: forse
che l’enormità di questo profilo è svanita d’un
colpo? Quando lo dico ai giovani mi pare
piuttosto sgranino gli occhi. Per loro il
matrimonio è un giorno speciale, una
celebrazione, la solenne sottoscrizione del
patto. E sebbene la famiglia sia tra i loro
valori più alti e i genitori, anche separati,
punti certi di riferimento, non è “matrimonio”
la parola per indicare il quotidiano procedere
insieme. Quel vincolo, specie quando tutto
fila liscio, è trasparente, affidato all’album dei
ricordi, sepolto da decenni nell’armadio del
soggiorno. Sacramento significa invece
vertigine, incanto, senso della presenza di Dio
in un segno fragilissimo. Ciò che nei giorni
dell’innamoramento fa battere il cuore si
trasforma con lo scorrere del tempo,
attraversa crisi e sfide, è costretto a un sempre
nuovo scoprirsi, è forgiato dalla densità della
vita. E in questo movimento, di cui sentire
l’attrito e la fatica è solo la conferma, gli
amanti sono plasmati, diventano un uomo e
una donna mai visti prima al mondo, l’uno
grazie al fatto che l’altro c’è. Che Dio si riveli
anche così, che il procedere attraverso stagioni
e responsabilità racconti la concretezza con
cui Cristo si è vincolato alla Chiesa, che lo
Spirito Santo non assista da fuori, ma
vivifichi da dentro l’amore di due sposi, è
mistero di una bellezza che toglie il fiato.
Una casa costruita da chi ne abbia coscienza,
non può non esserne piena di profumo. Al
sinodo andrebbero, allora, ripercorsi secoli in
cui i laici sono stati pensati essenzialmente
come oggetto della cura pastorale e non come
soggetti dell’evangelizzazione. La vita secolare
difficilmente è stata ritenuta luogo di
rivelazione e, men che meno, il così carnale
incontro di maschio e femmina ha assunto un
rilievo teologico o missionario. Nella storia di
due sposi, magari di nostra madre e nostro
padre, non abbiamo riletto il Vangelo. Il
crollo numerico dei matrimoni documenta
soltanto la presa d’atto che nessun vincolo
pubblico è necessario a un amore romantico:
non si istituzionalizza il puro sentimento. Il
costume condiviso di sposarsi, così, ha potuto
dissolversi anche in una terra in cui si cresce
tra oratorio, gioventù studentesca,
volontariato e scout. E allora, vien da
chiedersi, ai corsi dei fidanzati chi arriva?
Generalmente degli adulti, con un legame
affettivo stabile, dopo mesi di coabitazione,
talvolta coronati dalla nascita di un figlio: una
fase in cui si è già configurata buona parte
della vita matrimoniale. Evidentemente, grazie
a Dio, orientandosi al sacramento essi cercano
un di più: l’evangelizzazione dell’esperienza
in corso. Sul piano pastorale si tratta di
un’opportunità straordinaria. Ma occorre
anche chiedersi: negli anni in cui l’attitudine
ad amare prendeva forma, che cosa ha saputo
offrire la comunità? Guardo ai giovani che
incontro e ammetto: quasi nulla. In amore
pare ovvio che ognuno debba far da sé. Sarà
il pudore, sarà che da una minuziosa casistica
morale siam passati a visioni antropologiche
troppo generali, quel che sommuove il cuore
nella prima giovinezza non trova ascolto,
accompagnamento, né granché di
investimento. L’eccezione, tra i praticanti, è
costituita da chi chieda un consiglio; la
norma, pur apprezzando l’educazione a non
separare corpo e cuore, è che ciascuno declini
la propria etica sessuale e la vita affettiva
senza riferimento alla tradizione e lontano da
qualsiasi circuito di confronto e d’amicizia.
Ciò mi interroga sia su quanto l’oratorio
offre istituzionalmente, sia sulla solidità
dei legami che spontaneamente
sorgono al suo interno. Sono
sufficientemente franchi? Oppure
prevale quella cortesia per cui anche
agli amici non si fanno vere
domande? E, soprattutto, mai dire
come ti vedo e che cosa farei al tuo
posto, se si tratta della tua vita!
Semmai, abbiamo gruppi in cui, come
in quasi tutti i contesti umani, è concesso
di parlare degli assenti: su ogni cosa ci si
forma una comune opinione, ma in quale
radicale solitudine certe “buone” maniere
abbandonano poi ciascuno! Per contro,
ricordo due sedicenni di periferia che vennero
anni fa a suonarmi il citofono: di quelli che in
chiesa non entrano dalla prima comunione e
che le forze dell’ordine han già in elenco.
Molto deciso, uno di loro aveva da sottoporre
al prete, per conto dell’amico, che appariva
cupo e silenzioso, un caso dirompente: «La
sua ragazza, in discoteca, se la fa sui divani
con le amiche. Per lui è peggio di un
tradimento e ora è furibondo. Loro invece
sostengono non ci sia niente di male, perché
non c’è di mezzo un altro maschio ed è solo
un modo per divertirsi e per imparare a
baciare meglio. Può dirci, don, come stanno
le cose, che cosa bisogna pensare? Che
altrimenti lui va e l’ammazza!». Lontanissimi
dalla vita cristiana, arrivarono alla canonica
per dirimere ciò che sconvolgeva il cuore:
interessante percezione di che cosa cercare
nella Chiesa. Come favorire nei presenti, nei
praticanti, qualcosa della medesima libertà?
Non necessariamente in rapporto al sacerdote,
ma almeno nella più vasta gamma di relazioni
educative, affettive, fiduciali che abbiamo
ancora la forza di generare. Tutto ciò, a
maggior ragione, ora che sempre più
sconcertante appare il ruolo giocato dalla
pornografia: la disponibilità di internet su
smartphone ha coinciso col dilagare, anche tra
bambini di nove o dieci anni, di un
immaginario che sequestra in seguito ore e
ore, in delicatissime stagioni della vita. Così,
l’attrazione sessuale e l’innamoramento sono
oggi completamente ridisegnati fin dal loro
apparire, anche tra giovani cristiani, da
un’esposizione senza precedenti a fantasie in
altri contesti del tutto eccezionali. Ciò
comporta nuove inquietudini, specie quando
all’improvviso si manifesta lo scarto tra
esperienze virtuali e consistenza della realtà.
Un impero economico si alimenta oggi del
desiderio sessuale, sganciandolo dal suo
contesto interpersonale, ma rilevarlo è tabù.
Eppure il dato ha risvolti antropologici,
psichici e affettivi e non solo morali. Non può
venire esaurito in confessionale. Al sinodo
segnalerei l’opportunità di indicare oggi — in
modo solenne e con inedita lucidità — carne,
sangue e cuore umani come tempio dello
Spirito, così che la concretezza dell’amarsi sia
nettamente percepita dai cristiani quale spazio
di santificazione. A esserne testimoni sono già
milioni di uomini e donne cui la Chiesa
dovrebbe solo dar coraggio di raccontare.
Con loro andrebbero scritte la teologia del
sacramento, la morale matrimoniale, la
pastorale familiare. In un’epoca che esalta
libertà e felicità, il vincolo indissolubile che
genera le famiglie potrebbe allora apparire
gravido di positività. Bellezza che fa sgranare
gli occhi.