8 aprile 2015

Piazza dell'Aracoeli, 12 - 00186 Roma - tel *30 06 6784168
Bollettino 8 aprile 2015
A cura di Manlio Lo Presti
ESERGO
I sensi non ingannano.
Inganna il giudizio.
GOETHE, Massime e riflessioni, De Silva
Editore, 1943, pag. 222
Il Giudizio nella XX lama dei tarocchi
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CHI SIAMO
La Lidu è la più antica Organizzazione laica che difende i diritti
dell’Uomo.
Si è aperta la campagna tesseramenti 2015.
Sosteniamola affinché non si spenga una delle poche voci indipendenti
esistenti in Italia
___________________________________________
__________
L.I.D.U. Lega Italiana dei Diritti dell’uomo
TESSERAMENTO 2015
Socio Giovane
quota minima
€ 10,00= (fino a 30 anni)
Socio Ordinario quota minima
€ 50,00=
Socio Sostenitore versamento minimo
€ 200,00=
Socio Benemerito versamento minimo
€ 500,00=
data ultima di versamento per il rinnovo
30 GIUGNO
NOTA
Poiché la L.I.D.U. è un'Associazione Onlus e la quota associativa è stata fissata ad
euro 50,00- ogni versamento maggiore della quota suddetta, verrà considerata come
versamento liberale e potrà essere dedotta, nei termini di legge, dalla dichiarazione
dei redditi.
La condizione necessaria è che il versamento debba essere effettuato direttamente alla
L.I.D.U. nazionale, in qualsiasi forma, salvo che in contanti.
L'attestato del versamento dovrà essere richiesta alla Tesoreria nazionale.
si può effettuare il pagamento della quota dovuta a mezzo:
 contanti;  assegno;  bollettino di c/c/postale n° 64387004
 bonifico bancario IBAN IT 90 W 05216 03222 000000014436
 bonifico postale IBAN IT 34 N 07601 03200 000064387004
Intestati a: F.I.D.H. Fédération International des Droits de l’Homme - Lega
Italiana onlus
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5 x 1000
Come previsto dalla legge è possibile destinare il 5 x 1000 del reddito delle persone
fisiche a fini sociali.
La nostra Associazione è ONLUS e può beneficiare di tale norma.
Per effettuare la scelta per la destinazione, occorre apporre la propria firma e indicare
il Codice Fiscale
97019060587
nell'apposito riquadro previsto nei modelli dell'annuale denuncia dei redditi.
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LO SCRITTOIO DEL PRESIDENTE
COMUNICAZIONI DAI SOCI E DAI COMITATI
Vi invio il comunicato relativo alla Premiazione del Sig Umberto Miniussi della LIDU prov di
Gorizia,che sara’ premiato dall’UNCI di Gorizia.
Ufficio stampa LIDU FVG-Dottor Antonello Quattrocchi.
Di seguito notifica evento:
U.N.C.I.
UNIONE NAZIONALE CAVALIERI D’ITALIA
SEZIONE PROVINCIALE DI GORIZIA
XVIII CONVEGNO INTERREGIONALE
DEI TITOLATI DI ONOREFICENZE
AL MERITO DELLA REPUBBLICA ITALIAN XX di Fondazione
Sezione Provinciale di Gorizia
XI EDIZIONE PREMIO BONTA PROVINCIA DI GORIZIA
II° Premio Solidarieta ai bambini E PREMIO BONTA U.N.C.I. CONI ALLO SPORT VI
EDIZIONE
COMUNE DI MORARO
Sala Consiliare, (Via Francesco Petrarca,15)
Domenica, 17 maggio 2015
…, quest’anno è il 20° di Fondazione della Sezione Provinciale U.N.C.I. Gorizia in concomitanza al
XVIII Convegno Interregionale dei “Titolati Onorificenze al Merito della Repubblica Italiana”,
che ospiterà la XI Edizione del “Premio Bontà” della Provincia di Gorizia e II Premio Solidarietà,
congiuntamente al VI Premio “Bontà UNCI - CONI”, la ricorrenza sarà ospitata dal Comune di
Moraro, grazie alla piena disponibilità offertaci dal Sindaco, sig. Alberto Pelos, che ha aderito
all'iniziativa, manifestando sin da subito il proprio entusiasmo per una buona riuscita dell’evento
Le persone premiate su segnalazione dei Sindaci sono:
PERGAMENA Benemerenza PREMIO BONTA’ 2015 UNCI - GORIZIA
-
Al Sig. Cesare CONTIN -Medea
-
Al Sig. Claudio SOGLIO- Moraro
-
Al Sig. Vinicio POHLEN –Ronchi dei L.
RE MAGI (Sveti Trije Kralji )-San Florianod’Isonzo
Al Sig.ra Gabriella PEZIL – Farra
II °PREMIO SOLIDARIETA’ su proposta degli insegnanti:
alunna PEJICIC SANDRA della classe V A della Scuola Primaria “L. Brumati” di Vermegliano
-------------------------------------------------PERGAMENA di BENEMERENZA
--------------------------------------------------UNIONE NAZIONALE REDUCI DI RUSSIA
Sezione Friulana CARGNACCO ( Udine )
--------------------------------------------------- Sig. Massimiliano Bellon
--------------------------------------------------
L.I.D.U.- Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo
Provincia di Gorizia
PERGAMENA SOCIO ONORARIO
- GRAFICHE CIVASCHI s.n.c.
di Civaschi Aldo e Riccardo
Salt di Povoletto
PROGRAMMA
Ore 09,45 Ritrovo dei partecipanti
(davanti al Comune)
Ore 10,30 Convegno - dibattito nella Sala
Consigliare in Via Francesco Petrarca n. 15 con intervento del Presidente Provinciale Uff. Selva
Roberto, del Presidente Nazionale U.N.C.I. Gr. Uff. Marcello Annoni e di altri invitati
Seguirà l’intervento del Sindaco di Moraro Alberto Pelos e quello del Prof. Vincenzo Orioles
(docente di Linguistica presso l’Universita di Udine), sul tema: “Lingua e visione del mondo”
In conclusione parlera l’Onorevole Ing. Giorgio Brandolin, Presidente Regionale del C.O.N.I.
Ore 11,45 Consegna degli attestati di benemerenza, di adesione all’U.N.C.I. e quelli del “Premio
Bonta” Provincia di Gorizia e del CONI allo Sport
Ore 13,00 Pranzo presso il Ristorante “da VINICIO”, a Dolegna del Collio, musica dal vivo con
Sandro
Il Direttivo della Sezione Provinciale U.N.C.I. di Gorizia: Uff. Roberto Selva, Uff. Arduino Altran,
Cav. Antonio Boscolo, Cav. Del Giudice Mauro, il Consigliere Nazionale Cav. Dott. Verilli
Massimo ed il
Presidente Onorario Uff. Michele Totaro invitano alla cerimonia autorità civili e militari tutti i soci
U.N.C.I., amici e simpatizzanti.
Partecipano alla consegna del “Premio Bontà” i Comuni di: Moraro, San Floriano del Collio, Farra
d’Isonzo, Medea e Ronchi dei Legionari.
Si invitano i Sindaci Italiani a indossare la fascia tricolore durante la cerimonia.
Per le adesioni chiamare i seguenti numeri: uff. Totaro Michele 0481/534657 - 347/7109247
uff. Selva Roberto 348/6050351 cav. Del Giudice Mauro 347/5309465
Comunicati stampa Premio Bonta' 2015 UNCI-CONI
http://www.viagginrete-it.it/eventi/evento.asp?id=52449
http://www.viaggieventi.it/regione.asp?regione=Friuli%20Venezia%20Giulia
http://www.teleagenda.it/friuli_venezia_giulia/gorizia/
http://www.comunicatostampa.org/8657032/premio-bonta-e-premio-bonta-unci-coni-allo-sport2015/
Antonello Quattrocchi
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Incontri organizzati dal Club UNESCO di Udine nel mese di
aprile 2015 in occasione delle Giornate Internazionali ONU
Trasmetto notizia degli eventi in oggetto con preghiera di presa d'atto, di
cortese diffusione e, quando possibile, di partecipazione.
Ringrazio e porgo i migliori saluti.
Renata Capria D'Aronco
tel. e fax 0432.521124, cell. 330.241160, E-mail [email protected]
Club UNESCO di Udine, via Solferino, 7 - 33100 Udine
Per l'invio di messaggi al Club UNESCO di Udine si prega di usare l'indirizzo ufficiale
[email protected]. NON inviare all'indirizzo di servizio da cui è stato spedito il presente
messaggio. Grazie per l’attenzione.
Antonello Quattrocchi
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REPORT SUI
VENEZUELA
DIRITTI
UMANI
IN
a cura di Ilaria Nespoli
Attualmente il Venezuela vive una profonda crisi economica e politica, che è emersa
con forza attraverso una serie di manifestazioni tuttora in corso, iniziate a metà
febbraio 2014.
I motivi di tali proteste riguardano la sistematica violazione dei diritti umani da parte
delle autorità venezuelane, la mancanza di sicurezza a causa di una criminalità
dilagante, la carenza di beni di prima necessità ed un tasso di inflazione superiore al
50%. Infatti, da tempo il Venezuela soffre di una preoccupante situazione di
insicurezza sociale e di costante violazione dei diritti umani, soprattutto dei popoli
indigeni. Lo Stato Venezuelano ha sempre cercato di cerca di nascondere i dati sul
numero reale di omicidi e furti, crimini che rimangono impuniti, ma fonti ufficiali,
quali l’Instituto Nacional de Estadistica, affermano che solo nel 2009 nel Paese sono
state uccise 19.133 persone, una ogni mezz’ora.
La situazione raggiunge livelli ancora più allarmanti nelle zone di frontiera: la
cittadinanza vive in totale assenza dello Stato in territori militarizzati, dove i diritti
umani di venezuelani e stranieri, prevalentemente colombiani, sono ripetutamente e
sistematicamente violati. Si tratta di violazioni concernenti sia i diritti imprescindibili
della persona umana, quali il diritto alla vita e alla libertà, sia sono violati i loro diritti
economici, sociali e culturali, in particolare per quel che riguarda la proprietà e l’uso
della terra.
Le autorità venezuelane, responsabili del controllo degli ingressi di stranieri
associano la nazionalità colombiana alla guerriglia, al traffico di droga o ai sequestri
e tendono così a considerarli come i responsabili dei problemi che caratterizzano la
zona in questione.
I membri delle comunità indigene sono molto spesso vittime di questi abusi. Inoltre,
gli abitanti delle frontiere devono convivere quotidianamente con gravi problemi
come gli omicidi per mano di sicari, il lavoro minorile, l’aumento della prostituzione
e i sequestri. Delinquenza e vandalismo, azioni violente commesse dagli appartenenti
a gruppi legati al narcotraffico, alla guerriglia e al contrabbando di benzina e di
alimenti.
Per quanto riguarda le proteste in corso, al di là dei motivi scatenanti esse riflettono
l’immagine di un Venezuela tuttora politicamente diviso fra sostenitori e oppositori
del Presidente Nicolas Maduro, uscito vincitore alle elezioni presidenziali, convocate
alla morte del predecessore Hugo Chavez, nelle quali ebbe la meglio sullo sfidante
liberale, Henrique Capriles Radonski, per una manciata di voti.
In un’analisi condotta nel marzo 2014 dall’International Crisis Group,
un’organizzazione no profit volta a prevenire e risolvere i conflitti in corso in tutto il
mondo, è emerso sin da subito come la situazione rischiasse di erodere ulteriormente
la stabilità e la tutela dei diritti umani in una nazione già polarizzata alle prese con
una grave crisi economica e con uno dei tassi di omicidio più alti al mondo.
Quindi, il centro studi con sede a Bruxelles ha esortato l’Esecutivo e l’opposizione a
cercare di instaurare almeno un minimo di dialogo politico per porre freno
alla criminalità e capire in che direzione debba andare l’economia.
Sin dal principio, Maduro ha condannato le manifestazioni, accusando i manifestanti
antigovernativi del partito d’opposizione di aver tentato un golpe fascista volto a
rovesciare il Governo eletto, con la complicità degli Stati Uniti.
Di qui la crisi parallela con Washington, la quale è stata segnata dall’espulsione
di diplomatici statunitensi, accusati di aver incontrato gruppi di violenti legati
all’opposizione e dalla revoca degli accrediti per i giornalisti della Cnn che seguivano
le manifestazioni.
Mentre la piazza anti-governativa chiede la scarcerazione del suo capofila, Leopoldo
Lopez, tuttora agli arresti con l’accusa di essere il responsabile di disordini dello
scorso 12 febbraio 2014 scoppiati durante una manifestazione per chiedere la
liberazione di alcuni dimostranti, contro l’Esecutivo piovono le accuse di torture nei
confronti dei manifestanti fermati e di uso eccessivo della forza per disperdere le
proteste da parte delle forze di sicurezza.
In particolare, violazioni dei diritti umani sono state denunciate da Amnesty
International, sia nel rapporto "Venezuela: diritti umani a rischio nelle proteste”, sia
nel “Rapporto 2014-2015: la situazione dei diritti umani nel mondo”.
Nel primo report sulla situazione venezuelana, presentato il 1 aprile 2014, nel
documentare violazioni dei diritti umani commesse nel contesto delle manifestazioni
di massa in corso dall'inizio di febbraio, Amnesty International ha evidenziato come
il Venezuela corra il rischio di una delle peggiori minacce allo Stato di diritto degli
ultimi decenni se le contrapposte forze politiche non s'impegneranno a rispettare
pienamente
i
diritti
umani.
In caso contrario, il numero delle vittime delle manifestazioni continuerà a crescere e
il tributo maggiore verrà pagato dalla gente comune, come dichiarato da Erika
Guevara Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty International, la quale ha
precisato come la crisi politica rischi di pregiudicare i progressi compiuti negli ultimi
anni per il rispetto dei diritti umani delle persone più emarginate del paese.
Infatti, secondo le denunce ricevute da Amnesty International e riportate nel
“Rapporto 2014-2015: la situazione dei diritti umani nel mondo”, le forze di
sicurezza venezuelane avrebbero affrontato i manifestanti ricorrendo alla forza
eccessiva, compreso l'impiego di proiettili veri e persino della tortura contro persone
disarmate.
Inoltre, nel suddetto Rapporto, Amnesty International parla di decine di persone
arbitrariamente detenute, cui è stato impedito l’accesso ad avvocati e medici prima di
comparire davanti al giudice. Inoltre, nel Rapporto vengono denunciate le aggressioni
e le intimidazioni di cui sono vittime i difensori dei diritti umani, nonché le
interferenze dell’Esecutivo nei confronti del sistema giudiziario, specialmente in casi
in cui erano coinvolte persone critiche nei confronti del Governo o quanti erano
ritenuti aver agito contro gli interessi dello stesso. Infine, il “Rapporto 2014-2015” di
Amnesty International denuncia come le condizioni all’interno degli istituti di pena
siano rimaste deplorevoli, nonostante le riforme introdotte al sistema carcerario: in
particolare, continuano a destare preoccupazione la mancanza di assistenza medica,
cibo e acqua potabile, le condizioni non igieniche, il sovraffollamento e la violenza
nelle stazioni di polizia.
Recentemente, anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, il
principe Giordano Zeid Ra’ad Al Hussein, ha espresso preoccupazioni in merito al
deterioramento del rispetto dei diritti umani in Venezuela; in particolare per le dure
risposte del Governo alle critiche, alle manifestazioni di dissenso e per l’uso
eccessivo della forza nel reprimere le proteste.
Infine, è necessario sottolineare come l’attuale situazione venezuelana abbia destato
una serie di reazioni non solo fra le organizzazioni non governative maggiormente
rivolte alla tutela dei diritti umani ma anche da parte di entità governative, quali gli
Stati Uniti d’America e l’Unione Europea.
Per quanto riguarda l’Unione Europea, una ferma condanna alla sistematica
violazione dei diritti umani in Venezuela è giunta dal Vice Presidente vicario del
Parlamento europeo, Gianni Pittella. In una interrogazione inviata nel 2014 all’allora
Alto rappresentante per la Politica Estera dell’Unione, la Baronessa Ashton, Pittella
ha esortato l’Ue a non rimanere indifferente di fronte alle violenze perpetrate in
Venezuela negli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti e a condannare i
ufficialmente le violazioni dei diritti fondamentali, ricordando al governo
venezuelano che è tenuto a garantire la sicurezza di tutti i cittadini del Paese, a
prescindere dalle opinioni e affiliazioni politiche. Inoltre, in tale interrogazione
Pittella ha evidenziato il dovere dell’Unione europea di valutare misure concrete, da
prendere nel caso in cui il governo venezuelano perseverasse nella violazione delle
libertà civili continuando così a minare la sicurezza dei tanti cittadini europei
residenti nel Paese.
La reazione più recente alle sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate dal
Governo Maduro si è avuta da parte degli Stati Uniti. In un comunicato del 9 marzo
2015, la Casa Bianca ha espresso preoccupazioni sul trattamento degli oppositori
politici da parte del governo venezuelano, soprattutto in ordine ai tentativi del
governo venezuelano di aumentare le intimidazioni nei confronti dei suoi oppositori
politici, evidenziando come i problemi del Venezuela non possono essere risolti
criminalizzando il dissenso.
Sulla base di tali presupposti, Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha
emesso un ordine esecutivo che dichiara il Venezuela una minaccia alla sicurezza
nazionale. Inoltre, Obama ha dato il via libera ad una serie di sanzioni contro sette
funzionari del governo venezuelano, accusati di violazioni dei diritti umani e di
corruzione pubblica. Tali sanzioni prevedono: il congelamento dei loro beni e delle
loro proprietà negli Stati Uniti, il divieto per essi di oltrepassare le frontiere
statunitensi e per i cittadini americani di concludere affari con essi.
Inoltre, la Casa Bianca ha anche invitato il Venezuela a rilasciare tutti i prigionieri
politici, evidenziando un ulteriore peggioramento della situazione in Venezuela nelle
ultime settimane, caratterizzate da torture e abusi sessuali operati delle forze militari
contro i civili al fine di limitare la loro libertà di espressione e culminate con
l’assassinio di Kluiver Roa, un ragazzino di soli quattordici anni, il quale rappresenta
la quarantaquattresima vittima della spirale di violenza fra manifestanti e autorità del
Governo Maduro.
Concludendo, appare opportuno sottolineare come tale situazione appaia in netto
contrasto non solo con le principali convenzioni internazionali a tutela dei diritti
umani ma anche con la stessa Costituzione del Venezuela, approvata mediante un
referendum il 15 dicembre 1999, la quale al primo articolo afferma: “la Repubblica
Bolivariana di Venezuela è costituita da uno Stato sociale e democratico di diritto e
di giustizia che propugna come valori supremi del sistema giuridico la vita, la libertà,
la giustizia, l'uguaglianza, la solidarietà, la democrazia, la responsabilità sociale e, in
generale, il rispetto dei diritti umani, l'etica e il pluralismo politico”.
LA LIBERTA’ DI
MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO
AL TEMPO DI INTERNET
di Ilaria Nespoli
La libertà di manifestazione del pensiero costituisce uno dei pilastri fondamentali di
ogni ordinamento democratico, essendo il pluralismo di opinioni e nel dialogo fra più
punti di vista la base della democrazia.
Nel nostro ordinamento tale diritto è tutelato dall’articolo 21 della Costituzione in
base al quale “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con
la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Tale formulazione è analoga a
quella contenuta nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948, il cui
articolo 19 afferma che “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di
espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello
di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza
riguardo a frontiere”.
Oggetto specifico della libertà di manifestazione del pensiero è dunque non già il
diritto di comunicare liberamente con un destinatario specifico ma il diritto di
comunicare il proprio pensiero ad una sfera indeterminata di potenziali destinatari, il
quale rientra tra quei valori primari e inviolabili dell’uomo garantiti dall’art. 2 della
Costituzione.
Sebbene l’art. 21 si limiti a disciplinare quello che costituiva il principale strumento
di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, ovvero la stampa, è
innegabile che l’uso di una formula (“ogni altro mezzo di diffusione”) dotata di così
ampia flessibilità ha permesso l’integra sopravvivenza del principio di libertà di
espressione all’introduzione di nuovi mezzi di comunicazione di massa che non erano
neppure ipotizzabili ai tempi della redazione della Carta, primo fra tutti internet.
Nel linguaggio informatico la rete è un sistema di trasmissione di dati che consente
uno scambio di informazioni e opinioni planetario, automatico e senza controllo
umano, risultando certamente qualcosa di assai più complesso dei mezzi finora
conosciuti.
Il rivoluzionario mezzo di comunicazione, pretende un riadattamento della
legislazione già in vigore o un’elaborazione ex novo di regole per ogni settore del
diritto, fra cui anche la libertà di manifestazione del pensiero, che con l’avvento dei
nuovi strumenti informatici ha conosciuto una valenza sconosciuta in precedenza:
attraverso internet, infatti, tutti possono manifestare liberamente le proprie opinioni e
comunicare, sia in forma privata, tramite i servizi di posta elettronica, che in forma
pubblica, tramite il web, le chat e, da ultimo, i social network.
E’ indiscutibile la sua essenza di veicolo di comunicazione, caratterizzato, peraltro,
da uno straordinario potenziale di democraticità e di uguaglianza sostanziale. Per la
prima volta nella storia, infatti, pone Internet chiunque nella condizione di diffondere
le proprie idee presso un pubblico mondiale e di accedere alle più disparate fonti
informative, condividendo conoscenze e divulgando notizie senza costi economici
eccessivi e senza difficoltà tecniche. Inoltre, Internet segna il passaggio da una
comunicazione autoritaria, dall’alto verso il basso, come quella tradizionale, ad una
nuova organizzazione in cui la comunicazione corre lungo canali trasversali od
orizzontali, piuttosto che verticali: la consapevolezza che qualsiasi tipo di messaggio
può vivere di vita propria indipendentemente dalla fonte che lo ha generato, conduce
spesso ad un ribaltamento del ruolo degli utenti che da passivi fruitori di contenuti si
trasformano spesso in veri e propri autori. Inoltre, la recente diffusione capillare dei
social network ha applicato a tale esplosione di contenuti creativi il legame sociale
insito nei rapporti istaurati in questi nuovi ambiti di socializzazione. Infatti, attraverso
i social network gli utenti rivelano agli altri i propri gusti, le loro relazioni sociali, le
proprie attività, dando vita ad una vera e propria personalità virtuale.
Inoltre, Se si considera che il raggiungimento del pluralismo è uno degli obiettivi
dell’art. 21 Cost., ci si avvede che Internet risponde meglio degli altri mezzi allo
scopo della norma costituzionale, poiché in rete ciascuno può creare informazione,
esprimere il proprio pensiero, leggere le opinioni altrui.
In dottrina, c’è chi parla di un nuovo diritto soggettivo, il diritto di libertà informatica
come pretesa positiva di valersi degli strumenti informatici per fornire e ottenere
informazioni di ogni genere, come diritto di partecipare alla società virtuale in cui
ogni individuo è sovrano delle sue decisioni e può esprimere le proprie idee nella
forma della libera comunicazione.
Sotto questo profilo, la rete costituisce anche un fattore di crescita sia economica sia
culturale e scientifica, che non richiede opere dispendiose o interventi statali di
sostegno, ma che si alimenta autonomamente con l’utilizzo degli utenti.
Tuttavia, accanto a queste potenzialità virtuose la comunicazione via Internet
contiene gravi rischi di violazioni delle regole che la legislazione prevede riguardo ai
tradizionali mezzi di comunicazione a tutela degli altri valori propri degli ordinamenti
democratici, fra cui il diritto all’onore e alla reputazione, il diritto alla riservatezza e
l’interesse alla sicurezza nazionale, dal momento che risulta evidente come Internet
non si presti ai classici sistemi di disciplina, riuscendo a scavalcarli ed eluderli senza
difficoltà.
In Italia la regolamentazione di Internet come mezzo di diffusione del pensiero ai
sensi dell’art. 21 Cost. è ancora allo stato iniziale. Per anni è regnato il silenzio,
interrotto di tanto in tanto da qualche proposta di legge, che tradisce ansie e timori di
chi ancora non si è abituato al web. I primi interventi normativi sul tema hanno
riguardato essenzialmente la tutela dei minori e del diritto alla privacy: sotto il primo
profilo ricordiamo la legge n. 269/1998 che, allo scopo di reprimere ogni forma di
sfruttamento e violenza sessuale ai danni dei minori, ha introdotto come apposita
fattispecie criminosa quella di colui che “con qualsiasi mezzo, anche per via
telematica divulga e pubblicizza materiale pornografico relativo a minori”, stabilendo
l’applicazione della disciplina repressiva anche nelle ipotesi in cui il fatto sia stato
commesso all’estero da cittadino italiano, ovvero in danno di cittadino italiano,
proprio in considerazione dell’extraterritorialità delle comunicazioni telematiche. Per
quanto riguarda la tutela del diritto alla privacy, se il d.lgs. n. 196/2003 (Codice in
materia di protezione dei dati personali) estende il principio di necessità anche ai
sistemi informativi e ai software, stabilendo che i dati personali o identificativi siano
utilizzati solo se indispensabili per finalità stabilite, è il Codice delle comunicazioni
elettroniche che reca una normativa assai più dettaglia, prevedendo il vincolo al
trattamento dei dati personali secondo correttezza e per scopi determinati ed espliciti,
l’obbligo di ottenere il consenso al trattamento dei dati personali, sulla base di
apposita informativa sulle proprie finalità e l’obbligo di cancellare i c.d. logs, ovvero
le informazioni che automaticamente vengono registrate dal fornitore d’accesso alla
rete (indirizzo IP, data, ora e durata della connessione).
Recentemente è stato adottato il primo Codice di autoregolamentazione per il
contrasto al cyberbullismo, approvato agli inizi del 2014 durante la riunione tecnica
presieduta dal viceministro dello Sviluppo economico, Antonio Catricalà, con
l'accordo dei rappresentanti delle istituzioni (come Agcom e Garante per l'infanzia),
le associazioni italiane del settore elle associazioni (Confindustria digitale,
Assoprovider, eccetera) e i colossi globali come Google e Microsoft. Si tratta del
primo caso di autoregolamentazione da parte degli operatori e delle istituzioni: un
intervento ritenuto necessario anche a seguito dei gravi fatti di cronaca che hanno
visto alcuni giovanissimi arrivare a gesti estremi dopo essere stati oggetto di insulti e
diffamazioni su Internet. Il testo prevede che gli operatori della Rete, e in particolare
chi agisce all'interno dei servizi social, si impegnino fermare qualsiasi episodio di
cyberbullismo segnalato dagli utenti attraverso meccanismi e sistemi che dovranno
essere adeguatamente visibili e cliccabili all'interno della pagina visualizzata; e
dovranno essere anche semplici e diretti, in modo da consentire anche agli
adolescenti un'immediata capacità di segnalazione delle situazioni di pericolo.
Inoltre, il 13 ottobre è stata presentata a Montecitorio la Carta dei diritti di Internet
della Commissione per i diritti e i doveri in Internet voluta dalla Presidente della
Camera dei deputati Laura Boldrini e guidata dal giurista Stefano Rodotà.
Essa si compone di quattordici articoli la cui cifra unificante è la tutela dei diritti della
persona umana riconosciuti dai documenti internazionali, dalla Carta dei diritti
fondamentali dell'Unione Europea, dalle costituzioni e dalle leggi, i quali “devono
essere interpretati in modo da assicurarne l’effettività nella dimensione della rete”.
Fra i diritti contemplati spicca il diritto di accesso, che la Dichiarazione prevede sia
“eguale” per tutti e “in condizioni di parità, con modalità tecnologicamente adeguate
e aggiornate che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”. Altra
condizione fondamentale per l’effettività dei diritti della persona è rappresentata dalla
neutralità della rete, in cui “ogni persona ha il diritto che i dati che trasmette e riceve
in Internet non subiscano discriminazioni, restrizioni o interferenze in relazione al
mittente, ricevente, tipo o contenuto dei dati, dispositivo utilizzato, applicazioni o, in
generale, legittime scelte delle persone”. Essa è un freno al tentativo degli oligopoli
delle telecomunicazioni di creare corsie preferenziali per chi paga di più e uno stop ai
governi che potrebbero voler ispezionare i dati in rete per decidere chi passa, quando
e con quale priorità.
Inoltre, la Dichiarazione ribadisce il diritto di ciascuno alla protezione dei dati
personali, i quali devono essere trattati rispettando i principi di necessità, finalità,
pertinenza, proporzionalità e, in ogni caso, prevale il diritto di ogni persona
all'autodeterminazione informativa, ciò al fine di assicurare “il rispetto della dignità,
identità e riservatezza di ogni persona”. Da ciò discendono il diritto all’anonimato e
all’oblio, contemplati rispettivamente negli articoli 9 e 10, per cui
“ogni persona può comunicare elettronicamente in forma anonima per esercitare le
libertà civili e politiche” e ha il “diritto di ottenere la cancellazione dagli indici dei
motori di ricerca dei dati che, per il loro contenuto o per il tempo trascorso dal
momento
della
loro
raccolta,
non
abbiano
più
rilevanza”.
Comunque, la Dichiarazione pone dei limiti al diritto all’oblio sottolineando come
tale diritto non possa limitare la libertà di ricerca e il diritto dell'opinione pubblica a
essere informata, che costituiscono condizioni necessarie per il funzionamento di una
società democratica.
Infine, la Dichiarazione mira a promuovere l'uso consapevole di Internet, il quale è
fondamentale perché possano essere concretamente garantiti lo sviluppo di uguali
possibilità di crescita individuale e collettiva; il riequilibrio democratico delle
differenze di potere sulla rete tra attori economici, istituzioni e cittadini; la
prevenzione delle discriminazioni e dei comportamenti lesivi delle libertà altrui.
D’altronde, per contrastare le idee più sgradevoli e assurde non servono leggi o filtri,
ma argomenti efficaci che, dialetticamente, vi si oppongano e, stimolino la capacità
critica degli individui in generale e degli adolescenti in particolare, i quali nell’attuale
società dell’informazione, sono gli utenti che sperimentano sempre meno
direttamente ed acquisiscono sempre di più una conoscenza mediata. Dare loro
l’opportunità di incontrare contenuti che li arricchiscano, anziché vietare quelli
pericolosi, è l’impegno più serio perché sappiano distinguere autonomamente ciò che
è nocivo da ciò che è positivo per la loro crescita.
Quindi, solo redendo effettivo il diritto all’educazione all’uso di Internet in modo
consapevole e attivo si potrà rendere i giovani veri e propri attivisti dei diritti umani e
non promotori di messaggi di intolleranza e odio.
Nei prossimi mesi la bozza di Dichiarazione verrà ampiamente discussa con esperti e
con tutti i cittadini interessati alla materia con l'obiettivo di arrivare a un documento
definitivo da consegnare al Parlamento e al Governo affinché contribuiscano - in
Italia, in Europa e nel mondo - a tutelare Internet come grande piattaforma non solo
di sviluppo economico, ma anche e soprattutto di esercizio di diritti umani
fondamentali.
RASSEGNA STAMPA
http://www.opinione.it/
Il diritto al gioco nell’infanzia
di Maria Vittoria Arpaia
Il gioco è un diritto? Assolutamente si! Mauro Laeng nel suo Lessico
Pedagogico definisce il gioco infantile “un’attività spontanea avente il suo
fine in se stessa; si distingue come tale dal lavoro, attività avente un fine
distinto da sé. Ogni attività può dare origine a gioco quando sia esercitata
per il mero piacere del suo svolgimento”.
Non c’è definizione più giusta, la necessità del bambino di avere tempo
libero da dedicare alle attività di gioco e alla creatività parte innanzitutto
dal bisogno del bambino di confrontarsi con sé stesso e poi con il mondo
esterno per riconoscersi come individuo. Il gioco rappresenta per il
bambino uno strumento di crescita personale. Il gioco rappresenta per lui
la presa di coscienza del mondo esterno, siamo noi che ci diamo
l’accezione di gioco come aspetto ludico ma per lui è una cosa serissima e
complessa.
Il bambino non sa di giocare lo diciamo noi che gioca, lui lo fa e basta;
siamo noi che diciamo che gioca, continuiamo a essere noi a parlare di
una cosa che è completamente diversa. Gran parte della responsabilità
perché questo diritto venga rispettato è dei genitori, che devono per
quanto possibile assicurare che il bambino venga cresciuto in condizioni di
vita necessarie al suo sviluppo. Gran parte degli adulti vogliono crescere i
propri figli con i divieti distruggendo lo spirito animista del bambino che
non vive la realtà separata da se stesso ma è egli stesso la “realtà”. Il
bambino con il gioco esprime la sua anima.
Non a caso la produzione di cartoni animati per il cinema e poi per la
televisione fornisce da sempre tantissimi esempi di oggetti, piante,
automobili, animali che parlano ed esprimono sentimenti (es. la Pimpa,
Cars, Toys story, ecc.). I bambini con il gioco si confrontano con gli altri
bambini contribuendo così alla coscienza dell’essere individui. Il gioco
collettivo come realizzazione della propria personalità attraverso il
confronto con l’altro.
I bambini infatti non chiedono nient’altro che di stare insieme ai loro
coetanei anche per sviluppare le proprie inclinazioni affettive. Bisogna
infine saper ascoltare quello che ci dicono i bambini e insegnare loro come
trovare la soluzione, lasciandoli liberi di cercare e di capire da soli.
L’azione dell’Osce in Ucraina
di Domenico Letizia
08 aprile 2015ESTERI
In molti ricordano che tra le prime organizzazioni internazionali ad
intervenire in Ucraina vi è stata l’Osce. Attualmente è l’unica presenza
internazionale che opera in tutta l’Ucraina, soprattutto nel sud est del
paese, dove sono ancora in corso i combattimenti tra i ribelli filorussi e i
militari ucraini.
Fin dal Marzo 2014 è presente in Ucraina attraverso il programma SMM
(Missione di Monitoraggio Speciale) che ha tra i coordinatori Alexander
Hug. Sul sito internet (che si occupa di diritti umani e sicurezza), grazie
anche al lavoro del Comitato Helsinki Olanda per i diritti umani,
Alexander Hug ha descritto il lavoro dell’Osce nella regione, ricordando
che proprio grazie al programma SMM le autorità internazionali riuscirono
ad avere l’accesso facilitato di alcuni esperti sul luogo divenuto
tristemente celebre a seguito dell’ abbattimento dell’aereo di linea della
Malaysia Airlines. Fin dall’inizio della missione, Marzo 2014, l’SMM ha
istituito una considerevole rete di contatti in Ucraina divenendo “gli occhi
e le orecchie della comunità internazionale in Ucraina”.
Stando ai continui rapporti elaborati dai paramilitari separatisti, il
contesto geografico è in continua variazione. Le forze filorusse, riportano
i rapporti consegnati, hanno guadagnato campo d’azione riuscendo a
sequestrare, a fine 2014, l’aeroporto della città di Luhansk. L’Osce ha una
presenza permanente nella città di Donetsek, stabili contatti con la città
di Luhansk e analizzando le relazioni degli esperti durante le ultime
settimane del 2014, la situazione nella zona risulta poca chiara, in quanto
non si sono più registrati combattimenti né presenza dei ribelli filorussi. Il
contesto continua ad essere delicato e tra le varie problematiche
affrontate vi è anche quella della sicurezza del personale Osce nella
regione.
La priorità della Missione è quella di garantire a tutti i componenti dello
staff un livello di sicurezza elevato. Sono recenti i sequestri, nella
regione, del personale dell’organizzazione trattenuti come ostaggi. La
congiuntura varia di ora in ora, dichiarano i componenti della missione
SMM, ciò richiede non solo un’attenta pianificazione del monitoraggio in
corso ma anche un continuo controllo delle informazioni, spesso
discordanti, provenienti sia dai ribelli filorussi che dalle truppe
governative ucraine. L’azione di controllo dell’Osce ha luogo sia con la
collaborazione del governo ucraino che con i paramilitari separatisti,
evitando che una delle parti non sia a conoscenza dell’ubicazione dello
staff durante lo svolgimento dei lavori di monitoraggio e per evitare
incidenti diplomatici.
I contatti sono frequenti con entrambi le parti e tale rapporto rassicura gli
esperti che si muovono sul territorio. Infatti, se un gruppo di monitoraggio
viene intercettato o fermato da un posto di blocco, si è a conoscenza con
chi parlare per sbloccare la situazione. La missione SMM dell’Osce va
valorizzata e conosciuta poiché il lavoro di transizione verso la
democratizzazione e la smilitarizzazione della zona è il primo passo per il
mantenimento della pace e per porre fine alla continua violazione dei
diritti fondamentali dei cittadini, a partire dalle condizioni dei Tatari
della Crimea.
http://www.valianti.it/
Chi e cosa si cela
dietro
l'immigrazione
16 Aprile 2009: di Legionario su primopiano, 965 letture
Di Giuli Valli, da: «Il vero volto dell’immigrazione: la grande congiura
contro l’Europa», 1993
Un primo consistente indizio per sapere dove andassero cercati i meno occulti
promotori di questo grandioso fenomeno ci fu offerto da un articolo apparso sul
quotidiano «Alto Adige» del 10 agosto 1989, dal titolo: «Ondata di immigrati
africani». Vi si riferiva l’intervista col presidente degli ambulanti trentini
aderenti alla «Confesercenti», il quale, tra l’altro, dichiarava: «si calcola che
nei prossimi anni, 30-40 milioni di africani verranno in Europa, e i governi
centrali, su direttive dell’ONU, (il corsivo è nostro), hanno affidato a Italia,
Spagna e Grecia il peso maggiore.
Sembra che l’Italia, nella spartizione internazionale, debba farsi carico
dell’immigrazione senegalese, e si stima in 5 milioni la dimensione numerica:
quasi una persona ogni dieci italiani»
Dunque l’ONU veniva indicata come la centrale da cui è partito l’ordine che è
alle origini di questa vicenda e le si attribuiva un preciso programma che non
potrà non incidere in maniera sconvolgente sul prossimo avvenire del popolo
italiano, i cui destini, al di là dell’amena tavoletta della sovranità popolare,
evidentemente sono in mano di lontani e sconosciuti padroni.
Successive ricerche confermano che la pista era quella giusta: l’Italia, con la
legge 10 aprile 1981 n.158, ha ratificato la convenzione n.143 del 1975 della
Organizzazione Internazionale del Lavoro (uno degli organi dell’ONU), recante
il titolo: «sulle migrazioni in condizioni abusive e sulla promozione della parità
di opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti». Da qui si vede che già
almeno dall’ormai remoto 1975 si venivano addensando sul capo degli ignari
italiani fosche nubi foriere di tempesta. In obbedienza a quei patti, il Governo
nazionale proponeva e il Parlamento approvava la legge 30.XII.1986 n.943 che
sin da allora garantiva (art.1) «a tutti i lavoratori extracomunitari parità di
trattamento e piena eguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori italiani», nonché
il godimento “dei servizi sociali e sanitari” e il diritto “al mantenimento
dell’identità culturale, alla scuola e alla disponibilità dell’abitazione”. E all’art.2
prevedeva, proprio come riferito dal citato articolo dell’”Alto Adige”, “accordi
bilaterali e multilaterali previsti dalla convenzione dell’OIL n.143 del 24 giugno
1975…per disciplinare i flussi migratori»
Si aprivano, insomma, fin da allora – in nome di una convenzione dell’OIL, e
cioè di un istituto specializzato dell’ONU, le porte dell’immigrazione, nonostante
che ancora, malgrado le statistiche del CENSIS, il fenomeno non fosse neppur
lontanamente così evidente, come è diventato oggi. E, in realtà, l’Italia non era
affatto allora, così come non lo è a tutt’oggi, un paese che possa
ragionevolmente attirare un consistente flusso immigratorio: di modesta
estensione, montagnosa, povera d’acqua e di materie prime, densamente
popolata, con grave penuria di alloggi già per i suoi abitanti, grazie anche a
mille pastoie burocratiche che ostacolano le nuove costruzioni e persino il
restauro di quelle già esistenti, con ancora molti suoi figli emigrati all’estero e
una lieve disoccupazione e sotto-occupazione interna, con servizi pubblici e
sanitari largamente e spesso drammaticamente inefficienti, e insufficienti
anche per la sola sua popolazione, davvero non si vede come potrà
fronteggiare i mille problemi posti dalla valanga extracomunitaria.
Invero, come si è visto e si ribadisce, per uno straniero senza arte né parte, le
principali offerte di lavoro provengono dalla malavita organizzata, sempre
bisognosa di manovalanza a buon mercato, e dall’ambiente dello sfruttamento
della prostituzione, a meno di non volersi accontentare di un lavoro nero senza
garanzie, della mendicità o di un misero commercio ambulante che, dalla
mendicità vera e propria ben poco si distingue. Ma è facile capire come anche
queste vie siano anch’esse facile anticamera al delitto!
Cosa, dunque, era necessario fare per mettere in moto verso l’Italia l’immensa
ondata di spiantati che la sta sommergendo? Occorreva una duplice
disinformazione: una internazionale, volta ad ingannare gente ignorante o,
comunque, non al corrente della nostra realtà sociale, presentando, con
capillare propaganda, l’immensa menzogna di un’Italia simile a un nuovo
Eldorado, un vero e proprio paese di Bengodi; e una all’interno dell’Italia
stessa, tendente a fare apparire come un frutto ineluttabile della storia quello
che, invece, è l’effetto della cinica e meditata orchestrazione.
A tal fine, con ammirevole improntitudine, si osa parlare di imprescindibili
esigenze di mano d’opera nel nostro mercato e di carenza delle nostre forze
lavorative, ma su ciò rimandiamo al lettore a quanto si è già detto al capitolo
VIII della prima parte di questo studio.
(…)
In tutto questo piano, la parte dell’ONU è primaria ed evidente.
Infatti, la legge Martelli esordisce (art.1 comma 1) presentandosi come
emanata in attuazione della convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, che fu
appunto promossa dall’ONU, e prosegue riconoscendo a un ufficio della stessa
ONU – l’ACNUR, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati –
importanti poteri di ingerenza sulla immigrazione extraeuropea in Italia.
Che poi si tratti di un piano su scala soprannazionale, preciso e
programmato, lo si ricava anche dal fatto che da più parti si
specificano i numeri e i tempi dell’invasione, così come abbiamo visto
fare sulle colonne dell’«Alto Adige» del 10 agosto 1989. Ad esempio
anche su un articolo de «Il Giornale» del 9 novembre 1989, intitolato:
«L’Italia deve affrontare la mina vagante degli immigrati di colore», si
legge che, entro 20 anni, gli immigrati dovrebbero essere 5 o 6 milioni.
Ci si domanda come sarebbe possibile formulare previsioni del genere
se si trattasse di un fenomeno spontaneo, imprevisto e imprevedibile,
e non di un piano controllato, studiato a tavolino.
Similmente il Cardinale Carlo Maria Martini, dando prova di
sorprendenti carismi profetici, intervenendo nel corso di una mattinata
di «studio e riflessione» sul tema: «Per una società dell’accoglienza
verso un’Europa multirazziale», tenuta in preparazione della IX
giornata della solidarietà, proclama nella sua diocesi, preconizza, a
quanto riferisce Daniela Bozzoli sulle colonne di «Avvenire», che il
fenomeno toccherà la sua punta massima nei prossimi vent’anni.
(…)
Dal libro: «Il vero volto dell’immigrazione: la grande congiura contro
l’Europa», Editrice Civiltà, 1993
-------------------------------------------------------------------------------Nel 2050 ci saranno 230 milioni di migranti.
E' il dato che emerge dal Rapporto 2003 dell’Organizzazione internazionale per
le migrazioni.
I migranti regolari nel mondo sono 175 milioni, un 3 per cento della
popolazione mondiale. Di questi 56 milioni vivono in Europa, 49,7 in Asia e
40,8 in America del nord, le zone del mondo con il più alto numero di persone
immigrate solo nel 2000.
Fonte: "Il Nuovo", 1 luglio 2003
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ciotte.org/site/index.php
SUGLI
IMMIGRATI
Postato il Domenica, 05 aprile
DI GIULIETTO CHESA
facebook.com
Caro Giulietto, resto sgomento e affranto davanti all'ennesima violenza
compiuta da un cittadino egiziano ai danni di una ragazza italiana: il fatto,
riportato sul Fatto Quotidiano online risale a qualche anno fa, ma solo ora è
stato identificato il colpevole, che nel frattempo è stato arrestato per rapina e
ferimento di una persona. È di qualche giorno fa la notizia della morte atroce di
un ragazzo di Fermo, assassinato da un marocchino ubriaco e di casi del
genere è piena la cronaca locale, pertanto non ritengo opportuno riportare altri
esempi.
Ti prego, non confondermi per un razzista o uno xenofobo, sono consapevole
che crimini del genere vengono compiuti giornalmente anche da italiani, ma
quel che mi chiedo è: perché dobbiamo prenderci carico dei peggiori sbandati e
criminali che bussano alle nostre porte?
Non sarebbe utile accertarsi preventivamente se coloro che entrano non sono
dei pregiudicati e avranno di che sostenersi lecitamente in Italia? Perché la
sinistra post-comunista italiana (sel, civati, ecc.) addita come razzista e
xenofobo chiunque osi porre il problema della sicurezza e dell'immigrazione?
C'è un interesse secondo te a lasciare che il panico e il timore, legati a tali
fenomeni, dominino le nostre vite o è semplice indifferenza della casta politica
verso problemi che non la riguardano? Sicuramente il rallentamento dei
tribunali e il sovraffollamento delle carceri rende più facile il decorso della
prescrizione e l'applicazione di amnistie, cose che ai nostri politici di certo non
dispiacciono, ma non crei che tutti questi crimini servano a mantenere anche
un continuo stato di tensioni che in passato veniva perseguito con la strategia
stragista? Con stima e affetto,
cordiali saluti
Andrea Ceccaoroni
Caro Ceccaroni, un egiziano violentatore, un marocchino ubriaco e assassino...
l'elenco può diventare lungo. Se poi aggiungessimo i violentatori italiani e gli
assassini italiani, allora diventerebbe sterminato. La questione preliminare è
sul come vengono date le notizie: l'aggiunta dell'aggettivo (egiziano,
marocchino, tunisino etc) è quella che determina il tuo "sgomento" e quello di
migliaia, forse milioni di altri lettori e spettatori. Ma è questa la realtà? Io credo
che questa sia solo una pallida immagine, per giunta distorta, della realtà.
Ho diverse risposte da proporti. Una è di carattere pratico. Noi possiamo anche
non "prenderci carico" di quelli che arrivano. Possiamo anche, per esempio,
lasciarne annegare a migliaia. Ma pensi davvero che li fermeremo? Io penso
che quello che sta già accadendo si moltiplicherà per dieci , e per cento, e poi
per mille. E' facile prevederlo. Siamo stati noi occidentali, la nostra economia,
perfino la nostra ricchezza, a creare il problema. Ora non sappiamo come
fermarlo, ma se tu promuovi il libero movimento dei capitali, allora devi
mettere in conto che anche gli uomini in carne ed ossa cominceranno a
muoversi. Ci mettono solo un po' più di tempo, perché sono di carne ed ossa e
non sono dei bit di computer, ma si muovono e verranno dove c'è lavoro, dove
si mangia e si beve acqua pulita, dove si vive (per ora) come loro sognano di
vivere guardando le nostre televisioni sui loro telefonini, che noi gli abbiamo
venduto per quattro soldi.
E' solo l'inizio di un processo immenso. Niente da fare. Fermarlo non sarà
possibile. E loro non sono preparati ad affrontare la vita qui da noi. Si portano
dietro la loro storia. E nemmeno noi siamo preparati a stare fianco a fianco alla
loro storia, la loro religione, le loro abitudini.
Non lo sono nemmeno i nostri leader, in gran parte ignoranti e superbi, che
non sanno guardare dieci metri e un anno in avanti. Fossimo stati tutti, loro e
noi, più intelligenti, e più lungimiranti, ci saremmo preparati ad accoglierli
(visto che ne abbiamo bisogno).
Il problema è grande, ne sono perfettamente consapevole. Ma non può essere
risolto che con un programma di vasto respiro, che richiede tempo, soldi (tanti)
e cultura. A cominciare dalla nostra, che è ai minimi livelli. Pensare di risolverlo
con misure repressive è una assoluta illusione. E bisognerebbe che i giornali e i
giornalisti non contribuissero ad attizzare odi e inimicizie: ce n'è già
abbastanza. Ovvio che i primi che arrivano siano i più spregiudicati e perfino
violenti. E sono i nostri criminali che, spesso fanno loro scuola. Si ripete quello
che accadde con l'emigrazione europea in America. Ma la maggioranza di quelli
che arrivano, la stragrande maggioranza, è fatta di disperati che vogliono solo
vivere meglio, o semplicemente vivere. E' difficile, per loro e per noi. Ma noi
abbiamo un vantaggio: siamo più ricchi e anche più prepotenti di loro. Sarebbe
già un grande passo avanti se facessimo la nostra parte per accoglierli meglio,
e per condividere con loro una microscopica parte di quello che abbiamo. Alla
lunga, con un po' di pazienza, con la giusta severità delle leggi, con una goccia
di solidarietà (parola ormai sconosciuta dalle nostre parti) , vivremmo meglio
noi, e anche loro.
Giulietto Chiesa
Fonte: www.facebook.com
Link: https://www.facebook.com/giuliettochiesa/posts/10153140131085269
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http://www.dagospia.com/
23 mar 2015 17:50
MODA SCHIAVISTA - “GAP”, “H&M”, “ADIDAS”:
TUTTI MARCHI CHE SI FANNO CUCIRE I
VESTITI IN CAMBOGIA PER 50 CENTESIMI
L’ORA, DA OPERAI CHE SVENGONO IN MASSA E
BAMBINI DI 12 ANNI TRATTATI AL PARI DEGLI
ADULTI
Usare la toilette una o due volte nelle dieci ore
di lavoro, fa molto arrabbiare i capi. Le donne
incinte vengono licenziate. Dal 2011, ogni
anno, sono svenuti dai 1.500 ai 2.000 operai,
spesso a gruppi di 100, per mancanza di aria,
cibo e riposo...
Patrick Winn per “Global Post”
Nessuno si aspetta un paradiso dentro una fabbrica cambogiana che sfrutta i
lavoratori ma il nuovo rapporto del “Human Rights Watch” rivela che le
condizioni non sono solo pessime, ma violente in modo criminale. Gli Stati Uniti
sono la destinazione top dei vestiti “Made in Cambodia”, cuciti per marchi come
“Gap”, “Marks & Spencer” e “Adidas”. Catene come “H&M” possono vendere le
felpe a 25 dollari perché le donne cambogiane cuciono per 50 centesimi all’ora.
Le fabbriche cambogiane sono notoriamente sgradevoli, calde e rumorose. Dal
2011, ogni anno, sono svenuti dai 1.500 ai 2.000 operai, spesso a gruppi di
100. Le cause sono la mancanza di aria e di ventilazione, i fumi tossici, la poca
alimentazione e l’assenza di riposo. E quando hanno fatto sciopero per
chiedere un aumento, la polizia ha sparato (12 morti solo l’anno scorso).
i bambini lavorano nelle fabbriche
cambogiane
Mezzo milione di cambogiani lavora in questo settore, perché è un’alternativa
migliore alla sfiancante raccolta di riso. Gli abusi sono rampanti e non rari,
come dicono le aziende. I bambini che non hanno compiuto i 15 anni non
dovrebbero lavorare, secondo la legge cambogiana, invece cuciono dall’età di
12 anni per i marchi internazionali. Secondo il rapporto, in una fabbrica che
rifornisce “H&M”, 20 dei 60 operai sono bambini. Lavorano anche di notte e
tanto quanto gli adulti. Le sarte sono quasi tutte donne (al 90%) e, se incinte,
vengono immediatamente licenziate. La donna incinta è più lenta, meno
produttiva e si prende troppe pause per andare in bagno. Molte di loro
indossano gonne lunghe e maglie larghe per nascondere la gravidanza il più
possibile. Una delle fabbriche accusate di discriminazione femminile fornisce i
vestiti a “Gap”.
Usare la toilette una o due volte nelle dieci ore di
lavoro, fa molto arrabbiare i capi. Dalle casse esce
una voce che urla: «Non andate in bagno, dovete
essere più veloci a cucire». Alcune fabbriche
promettono soldi extra a chi produce un numero
eccezionale di magliette. Gli operai si ammazzano
per guadagnare quei 50 o 75 centesimi in più, e alla
fine, spesso, non vengono nemmeno retribuiti.
L’obiettivo per farsi pagare lo straordinario è di 2000
magliette in una giornata di dieci ore lavorative. Se
non producono abbastanza velocemente, gli operai
vengono mandati a casa e sostituiti.
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Divario Nord-Sud:
tutto iniziò con l’Unità
d’Italia. L’incapacità
‘genetica’ non c’entra
di Alessandro Cannavale | 25 marzo 2015
Ancora una volta, gli scritti dei grandi meridionalisti del passato trovano un riscontro
perfettamente congruente in studi e ricerche attualissimi. Francesco Saverio Nitti,
politico lucano e grande esperto di finanze, ne “Il bilancio dello Stato dal 1862 al
1897” sostenne che l’Italia del Regno delle Due Sicilie portava in dote “minori debiti
e più grande ricchezza pubblica”, fino a ricordare che nel primo periodo si ebbe un
notevole “esodo di ricchezza dal Sud al Nord”.
Dunque, al contrario di quanto – purtroppo – si continua a leggere e dire a sproposito
circa l’incapacità – persino genetica – delle genti del Sud di produrre sviluppo e
progresso, lo scenario senza veli e pregiudizi è ben diverso: gli Stati preunitari
versavano in condizioni tra loro affini, se non congruenti. La grande soluzione di
continuità che innescò la creazione e l’accrescimento del divario tra Nord e Sud del
paese furono proprio il processo di unificazione risorgimentale e, soprattutto, le
successive politiche in materia di industrializzazione e infrastrutturazione.
In “La finanza italiana e l’Italia meridionale”, ancora Nitti: “Nei venti anni che
seguirono l’unità, le più grandi fortune furono fatte quasi esclusivamente dagli
imprenditori di opere di Stato: e fra essi non vi erano quasi meridionali, come un
documento parlamentare, presentato dall’on Saracco, dimostra a evidenza. La
situazione della Valle Padana ha reso più facile la formazione delle industrie, cui la
politica finanziaria dello Stato, in una prima fase, e in una seconda le tariffe
doganali, hanno preparato l’ambiente; di quasi tutte le industrie di cui lo Stato
italiano negli ultimi trenta anni ha voluto assumere la protezione, nessuna quasi è
meridionale: dalla siderurgia allo zucchero, dalle industrie navali alle industrie
tessili, ecc., tutto è nelle mani degli stessi gruppi capitalistici”.
E questa è, come si suol dire, storia nota. Cosa oltremodo interessante è scoprire
come recenti ricerche condotte dai ricercatori Vittorio Daniele (UniCz) e Paolo
Malanima (Cnr) abbiano portato nuovi riscontri scientifici a quanto sosteneva Nitti.
Un loro articolo molto interessante del 2013, riporta una indagine accurata inerente la
nascita e l’evoluzione delle disparità regionali nel nostro paese. Il divario economico
tra Nord e Sud come noi lo conosciamo nacque solo alla fine dell’Ottocento. Nel
1861 tutto il paese unificato presentava prevalentemente una economia preindustriale
(64% di lavoratori in campo agricolo, la restante parte suddivisa tra industria e
servizi). I due scienziati riportano una assenza di differenze significative nello
sviluppo industriale, per tutto il primo decennio successivo all’unificazione. Il
grafico che riporto, (con il consenso degli autori), mostra chiaramente come il
numero dei lavoratori impiegati nell’industria fosse sopra la media nazionale in
Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Campania e Sicilia. Già nel grafico
che fotografa la situazione del 1911 si assiste alla formazione del “triangolo
industriale” in Nord-Ovest.
Nel 1891, solo il 19% dei lavoratori era impiegato nell’industria (21% al Nord e 16%
al Sud). Dunque, il divario industriale era ancora esiguo su base territoriale. Vi
erano regioni più e meno industrializzate in tutte le zone del Paese. Nell’articolo
viene specificato che la prima grande ondata di emigrazione coinvolse oltre 5 milioni
di cittadini italiani provenienti prevalentemente da Veneto, Venezia Giulia e
Piemonte, (“relatively underdeveloped areas of the North”). Dopo il 1900, prevalse
il numero di emigranti provenienti dal Sud. La concentrazione di industrie nel Nord
del Paese si accentuò nel periodo tra le due Guerre. I dati relativi al reddito pro capite
sono congruenti con quelli inerenti l’occupazione nell’industria.
L’immagine di sopra mostra come, rispetto alla media nazionale, il Gdp (cioè Pil) su
base regionale era distribuito in modo diverso da come avremmo potuto immaginare:
al Sud solo la Calabria e la Basilicata presentavano un Pil pro capite inferiore alla
media nazionale, nel 1891. L’ultima immagine che ho tratto dal lavoro di Daniele del
2013, mostra in modo palese come la situazione sia drammaticamente peggiorata in
termini di polarizzazione “geografica”, nel corso dei decenni. A 150 anni
dall’unificazione, lo scenario è quello che si legge, senza bisogno di commenti, nel
grafico sottostante.
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rg/site/index.php
I VENTENNI ?
MA CHE CREPINO DI
FAME !
LA
GERONTOCRAZIA
DISTRUGGERA'
IL
MONDO
Postato il Martedì, 24 marzo
FONTE: RT.COM
Il Regno Disunito ovvero, i giovani britannici istruiti che stanno peggio della
generazione dei loro genitori
La "forbice" dei guadagni salariati tra la generazione dei giovani Inglesi e
quella dei loro genitori si va allargando dall'inizio della Crisi, per cui i giovani
ventenni di oggi stanno soffrendo la peggiore stretta salariale di qualsivoglia
gruppo di età, secondo uno studio recente molto approfondito.
Questi ventenni sono i meglio istruiti di tutti gli altri gruppi d'età secondo la
London School of Economics, ma a dispetto di ciò, il grafico demografico
registra il peggior crollo in impieghi a tempo pieno, il più grande tasso di
disoccupazione e pure il peggior rateo di salario medio di qualsiasi altro gruppo
d'età.
Conteggiando secondo il costo della vita reale il salario medio dei giovani adulti
nel 2012-13 è stato di quasi un quinto più ridotto rispetto ai cinque anni
precedenti.
I ricercatori della LSE centro per l'analisi della Emarginazione Sociale ha
studiato la diseguaglianza nel RU dal 2007 al 2013, in pratica dall'inizio alle
conseguenze perduranti della Crisi. Hanno scoperto che la Crisi e le sue
conseguenze hanno influito diversamente sui vari gruppi d'età.
Lo studio guidato dal prof. John Hills scopre pertanto che i giovani d'oggi
stanno assai peggio della generazione dei loro genitori.
Ancora verso il 2010/2012 i guadagni totali di una famiglia tra i 55-64 erano
cresciuti fino a £425,000, ma son caduti sui 60,000£ per il gruppo da 25 a 34
anni.
Per chiudere questo gap enorme di 365,000£ tra le generazioni i giovani
dovrebbero "risparmiare o versare contributi pensionistici fino a 33£ al giorno
per i prossimi 30 anni".
Intervistato dal Guardian Hills ha detto: "per richiudere la forbice si dovrebbe
risparmiare fino a 12,000£ l'anno, cosa assai improbabile per famiglie che
guadagnano sui 24.000£ che devon coprire tutte le spese per vivere..."
Questa immane perdita di guadagni è capitata proprio alla generazione che ha
più diplomi e lauree di tutte le precedenti, infatti nel 2013 oltre il 30% degli
uomini e donne sui 30 anni avevano un titolo di studio superiore.
A dispetto di tutto ciò, questi giovani adulti hanno provato sulla loro pelle un
crollo mai visto di salario all'ora o paga settimanale.
I valori medi di paghe degli attuali trentenni sono caduti di un 10 % rispetto ai
trentenni di 6 anni orsono.
Per il gruppo 16-19 anni il calo è invece del 30%!
In contrasto a ciò, i già alti salari dei neo-sessantenni hanno visto una crescita
del 10% nello stesso periodo.
I ricercatori della LSE concludono che il benessere futuro degli attuali giovani
sarà determinato da come il flusso di denaro si passerà tra le generazioni.
"La cosa principale sarà il grado di benessere delle generazioni anziane, e a chi
verrà passato in seguito".
"Però la ricchezza al presente è distribuita moltissimo inegualmente, per cui il
modo in cui verrà trasmessa come eredità o assistenza finanziaria ai giovani
che sono così stritolati dal calo di guadagni sarà anche molto ineguale".
Questa disuguaglianza formerà "una porzione cruciale del retaggio sociale per
qualunque governo venga eletto, o rieletto, nelle prossime elezioni".
Duncan Exley, direttore del Fondo per l'Eguaglianza sociale, dice che il
rapporto indica la necessità di una azione governativa. " Il rapporto mostra un
aspetto cruciale delle disuguaglianze economiche che rendono il RU di fatto un
Regno Disunito...infatti oltre ai gaps tra le generazioni qui dimostrati, il nostro
Paese ha pure uno dei più alti divari di guadagni tra generazioni tra Paesi
sviluppati."
"A meno che il governo non prenda la priorità nazionale di ridurre questa
disuguaglianza, sarà destinato a guidare un Paese indebolito da spaccature
sociali ed economiche."
Fonte: http://rt.com
Link: http://rt.com/uk/240097-young-poor-generation-inequality/
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http://www.morasta.it/
“Non sono stupido”, un lobbista
della Monsanto in tv si rifiuta di
bere l’erbicida che “non vi fa
male”
By mora on 30 marzo 2015
IL GLIFOSATO, L’ERBICIDA DIFESO DAL LOBBISTA, È CLASSIFICATO COME PROBABILE
CANCEROGENO DALL’AGENZIA PER LA RICERCA SUL CANCRO
“Fate come dico, non come faccio”, sembra essere il messaggio di un lobbista della Monsanto che
pur sostenendo a parole che l’erbicida Roundup della Monsanto è totalmente sicuro per gli essere
umani, si è rifiutato di berne un bicchiere nel corso di un’intervista con la tv francese. “Non sono
stupido” , il suo commento..
Patrick Moore, un lobbista della Monsanto, in un’intervista a Canal + sostiene che il glifosato, un
ingrediente utilizzato negli erbicidi come il Roundup (marchio che produce la società) non è dietro
l’aumento dei tassi di cancro in Argentina.
“Potete berne un litro e vi non farà male”, insiste Moore.
L’intervistatore prende subito la palla al balzo e gli offre un bicchiere di pesticida. Il lobbista allora
risponde “Sarei felice, so che non mi farebbe male, ma no”. L’intervistatore allora insiste e a quel
punto Moore risponde che non era “stupido”.
“Allora, è pericoloso?”, prosegue l’intervistatore.
Ma Moore sostiene che il Roundup è così sicuro che “la gente cerca di suicidarsi” bevendolo, e
“fallisce regolarmente.”
“Ci dica la verità, è pericoloso”, insiste l’intervistatore.
“Non è pericoloso per l’uomo,” osserva Moore. “No, non lo è.”
“Allora, è pronto a berne un bicchiere?” continua l’intervistatore.
“No, io non sono un idiota,” risponde Moore con aria di sfida. “Mi intervista sul riso dorato, questo
è quello di cui sto parlando.”
A quel punto, Moore dichiara che “l’intervista è finita.”
“Questo è un ottimo modo per risolvere le cose,” scherza l’intervistatore.
“Str..” borbotta Moore mentre si precipita fuori dal set.
La cosa più scioccante è che prima di diventare un lobbista per le organizzazioni nucleari e
l’ingegneria genetica, Moore, biologo di carriera, è stato ambientalista per Greenpeace.
Recentemente, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che il glifosato è classificato
come possibile cancerogeno per l’uomo. La dichiarazione si basa su analisi condotte in diversi
paesi.
Tratto da: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=11088
Fonte: informarexresistere
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http://temi.repubblica.it/micro
mega-online/
L’educazione
privatizzata.
Anatomia della
“Buona scuola”
Dall'attacco agli insegnanti e ai loro diritti,
trasformati in esecutori di ordini stabiliti
altrove, all'aziendalizzazione della scuola,
orientata alla concorrenza di mercato e non
più all’attuazione del welfare. Un'analisi del
“nuovo discorso” neoliberista sull'educazione,
che dagli anni ’80 di Reagan passa per Tony
Blair, fino all’impostazione data da Renzi alla
sua riforma.
di Marco Magni
Le premesse storiche
Negli anni ’60 e ‘70, i governi occidentali vedevano nelle riforme scolastiche una delle leve
della costruzione del welfare state e della relativa base di consenso; dagli anni ’80,
considerano le riforme scolastiche un modo per infondere un’“anima” all’“economia
sociale di mercato” (o, se vogliamo dirlo in termini più semplici, al “neoliberismo”).
Possiamo, quindi, inserire la “Buona scuola” in una genealogia, che inizia proprio dagli
anni ’80.
Il documento che segna la svolta nelle politiche scolastiche, nel quadro dell’affermarsi
dell’egemonia liberista, è “A Nation at Risk”, rapporto presentato dal segretario
statunitense all’istruzione di Reagan, Bell, nel 1983. Dalla sua lettura emergono diversi
elementi di un’impostazione pedagogica conservatrice (l’invocazione di maggiore
disciplina e maggior tempo dedicato allo studio) ma vengono toccati anche dei nervi
scoperti del sistema scolastico americano, soprattutto l’eccessiva frammentazione del
curricolo, che ha fatto delle high schools un vero e proprio “supermarket educativo” in cui
si può studiare di tutto, dalla criminologia all’economia domestica, ma senza alcuna
definizione chiara del cosiddetto “curricolo di base”. La stessa Diane Ravitch, leader
intellettuale dell’odierno movimento statunitense contro il “teaching to the test” e la
privatizzazione dell’istruzione, promossi dalle leggi Bush (No Child Left Behind) e Obama
(Racing the Top), considera “A Nation at Risk” un punto di riferimento positivo per la
costruzione di un’alternativa all’esistente, fondata sul rafforzamento delle basi culturali del
“curricolo” delle scuole Usa, quindi su una maggiore unitarietà dei saperi e dei programmi
di studio e sulla centralità del “pubblico”.
“A Nation at Risk” diede vita ad un importante dibattito internazionale, negli anni ’80,
sulla “qualità dell’istruzione”, cui diedero impulso soprattutto i ricercatori dell’Ocse e di cui
si fece portavoce, qui in Italia, Norberto Bottani. La scuola di massa aveva tradito le sue
promesse, impoverendo la qualità dell’istruzione. Il rimedio proposto da Bottani e dagli
altri esperti dell’Ocse non era la scuola élitaria d’antan, bensì la “liberazione” della scuola
da funzioni considerate improprie di socializzazione, di costruzione delle identità degli
adolescenti, di sviluppo delle competenze relazionali e affettive, che si erano venute
sedimentando a partire dalle riforme “inclusive” ed espansive degli anni ‘60. La tesi era, in
pratica, che per rendere la scuola più “accogliente” ad un pubblico più vasto, si era finito
per annacquarne la funzione culturale. La scuola avrebbe dovuto tornare alla sua funzione
principe, la formazione culturale dell’individuo.
Ma l’aspetto essenziale di “A Nation at Risk”, e anche la ragione per cui può essere
considerato il punto di riferimento di un “nuovo discorso” che lega tra loro scuola ed
economia sociale di mercato, è un altro. Esso si presenta sin dal titolo, e sta nel fatto che la
motivazione fondamentale del documento era costituita dall’allarme per la crescente
fragilità dimostrata dall’economia americana di fronte alla concorrenza giapponese. La
novità politica introdotta da “A Nation at Risk”, consisteva nell’imputazione della causa
fondamentale del rischio del “sorpasso” giapponese nei confronti dell’economia Usa alla
scarsa qualità dell’istruzione ricevuta dai giovani americani. In realtà, l’America possedeva
un precedente, in materia: il lancio dello Sputnik sovietico, nel 1957, aveva già determinato
la mobilitazione degli esperti dell’istruzione per l’individuazione di riforme scolastiche che
rilanciassero gli Stati Uniti nella difesa del proprio primato tecnologico e scientifico,
essenziale ai fini della Guerra fredda.
La retorica del capitale umano
Possiamo individuare, quindi, alcuni assi portanti del “nuovo discorso” governativo sulla
scuola, che dagli anni ’80 di Reagan passa per Tony Blair, quindi all’impostazione data da
Renzi alla sua “buona scuola”:
a) innanzitutto, la premessa soggettivista connessa alla teoria del “capitale umano”.
L’istruzione costituisce il fattore determinante, la “variabile indipendente”, della crescita
economica. La competitività di una nazione dipende dalla qualità del suo “capitale umano”.
Al di là delle implicazioni individualistiche che la nozione di “capitale umano” denota nei
suoi stessi fondamenti (l’individuo-impresa che amministra strategicamente il capitale
costituito dalle sue competenze e dai suoi talenti, come ha messo in luce Foucault in
“Nascita della biopolitica”), l’uso politico di tali affermazioni da parte dei governi
occidentali ha assunto anche un’altra valenza: l’obiettivo della crescita di qualità
dell’istruzione (vera o presunta che sia) consente di eliminare dall’inventario delle
soluzioni possibili riforme di tipo redistributivo o interventi politici finalizzati alla
creazione di nuova occupazione. La teoria del capitale umano, in fondo, altro non è se non
una reinterpretazione della massima dell’economia neoclassica (Senior) secondo cui
“l’offerta crea sempre la propria domanda”;
b) la costruzione, al di sopra del primo elemento, di una retorica, o, se vogliamo, di un
“appello morale” che assume come posta in gioco l’educazione. Altri hanno già compreso
politicamente il valore simbolico della scuola, e lo hanno sfruttato politicamente. Il
precedente, rispetto alla retorica renziana, è il Tony Blair dello slogan: “Education,
education, education”. L’impegno per la scuola diviene fattore di costruzione del consenso
e della “visione” dei governanti poiché chiama idealmente tutti a stringersi nello sforzo di
investimento sul futuro. L’appello si rinforza grazie all’identificazione emotiva tra
l’investimento della famiglia sul futuro dei propri componenti e l’investimento politico e
sociale su scala sistemica. Riagganciandosi ad una tradizione di lunga durata, che riguarda
la storia della scuola statale ma risale probabilmente ai suoi precedenti ecclesiastici, a S.
Filippo Neri o alle “piccole scuole” primo-settecentesche di Giovanni Battista La Salle, la
retorica governativa, nel mentre ribadisce la connotazione morale dell’educazione come
“missione”, la utilizza anche per donare una qualificazione morale a se stessa ed al proprio
indirizzo politico generale. Ma, come si diceva all’inizio, nel nostro tempo si tratta
precisamente di infondere, o inventare, un’anima, al progetto di un’economia sociale di
mercato, ovvero ad una società individualistica e competitiva fondata
sull’autoimprenditorialità e sulla concorrenza di mercato.
Il dispositivo di legge
Possiamo, adesso, scendere nei particolari. Il “lavoro”, in senso sia simbolico che pratico,
costituisce un elemento portante nel Ddl presentato pochi giorni or sono. Un elemento dal
contenuto fortemente simbolico è, senza dubbio, l’inedito allargamento dell’alternanza
scuola-lavoro anche ai licei (per un monte-ore non inferiore a 200 ore nell’arco del
triennio). Non si tratta, leggendo il testo di legge, di una sorta di “servizio del lavoro”
obbligatorio per i liceali, ma solamente di un’opzione offerta alle scuole, previa
individuazione delle aziende disponibili sul territorio, nell’ambito dell’elaborazione del
loro “Piano triennale dell’offerta formativa”.
Se, chiaramente, la conoscenza diretta della realtà del mondo del lavoro, per gli
adolescenti, non è certo un male, l’articolato della legge è segnato tuttavia certamente da
un tratto ideologico: dal momento in cui un’alternanza scuola-lavoro non è finalizzata, al
liceo, scuola istituzionalmente indirizzata allo sbocco negli studi universitari, ad “imparare
un mestiere”, allora l’alternanza scuola-lavoro si presenta come una sorta di iniziazione
alle dinamiche del mercato e dell’azienda. Si tratta, insomma, di una risposta politica alla
tesi per cui le difficoltà occupazionali dei giovani dipenderebbero da fattori psicologici,
dall’essere troppo “bamboccioni” o “choosy” nella scelta delle occupazioni. Tra l’altro, le
ultime esternazioni del ministro del lavoro Poletti, secondo cui “tre mesi di vacanza sono
troppi”, perciò tutti i giovani dovrebbero svolgere ogni anno un periodo estivo di
formazione-lavoro (non si capisce in che modo, magari con un “servizio di leva” del
lavoro), sembra dichiarare in modo esplicito qual è l’ispirazione programmatica (e
“morale”) di questo aspetto del disegno di legge.
L’impatto più rilevante sul lavoro, il ddl “La Buona scuola” lo esercita, indubbiamente –
come emerge da tutti, o quasi, i commenti a caldo – sul lavoro docente. Se la
riconsiderazione della “carriera” mediante l’attribuzione “meritocratica” degli scatti di
anzianità al solo 66% dei docenti di ogni istituto, presente nelle linee guida del settembre
2014, è stata eliminata, e il premio discrezionale alle “eccellenze” (massimo il 5% del corpo
docente) rasenta il ridicolo, tuttavia viene inserito un articolo che prefigura una vera e
propria ridefinizione dello statuto del lavoro docente: tutti i nuovi assunti verrebbero
inseriti in “Albi provinciali” (già presenti nella Legge Aprea, non approvata nella scorsa
legislatura per le forti opposizioni del mondo della scuola) dai quali i presidi sceglierebbero
i docenti più adatti all’”offerta formativa” del proprio istituto. Questi docenti non
avrebbero una cattedra definitiva, ma un incarico triennale, rinnovabile dal preside stesso.
Così come avvenuto nella legislazione sul lavoro degli ultimi decenni, compiutasi con il
Jobs Act, i nuovi assunti godono di minori tutele e minori diritti, determinando un
dualismo che indebolisce la posizione complessiva e il potere contrattuale dei lavoratori
tutti.
L’insegnante: deriso ma resiliente
Per comprendere pienamente il senso di tale provvedimento, credo occorra
sprovincializzare lo sguardo, contestualizzarlo in un quadro internazionale, inserendolo
dentro un processo oramai ventennale: all’interno dell’attacco allo statuto ed al potere
contrattuale del lavoro, l’attacco al lavoro degli insegnanti. La riforma italiana viene dopo
le riforme inglesi, statunitensi, neozelandesi, australiane, greche e, più recentemente,
messicane, che hanno come loro tratto comune la crescita della subordinazione degli
insegnanti rispetto al controllo centrale del governo e del “management” scolastico. Tutte
si sono venute realizzando all’interno di un programma di trasformazione dell’assetto
dell’educazione che la sociologa britannica Sharon Gewirtz ha definito con la felice
espressione di “managerial school”, una scuola orientata alla concorrenza di mercato e non
più all’attuazione del welfare.
Sin dall’Education Act della Thatcher, dell’88, che rappresenta il prototipo delle riforme
neoliberiste dell’educazione, gli insegnanti sono divenuto oggetto di un “messaggio
derisorio” – secondo l’espressione del sociologo Stephen Ball – teso a imputare loro le
responsabilità maggiori della crisi della scuola di massa. Bersaglio principale delle riforme
le organizzazioni sindacali, accusate di trasformare la scuola, da servizio pubblico, in
servizio ad uso e consumo di chi ci lavora (era questo, il senso, ad esempio, della nota frase
della Gelmini, sulla scuola come “ammortizzatore sociale”).
È senza dubbio lecito considerare l’indebolimento dello status degli insegnanti come
l’effetto di un più generale, e innegabile, attacco su scala globale al lavoro. Ma nell’attacco
agli insegnanti, e ai loro diritti, sembra prefigurarsi anche un processo che riguarda lo
status e la posizione dell’insegnante nel processo di trasmissione e riproduzione dei saperi.
Là dove le scienze sociali hanno riflettuto, negli ultimi decenni, sulla figura degli
insegnanti e, più in generale, sulle riforme neoliberiste dell’istruzione, in Inghilterra e
Francia (molto poco in Italia), sono emerse delle linee interpretative che cercano di dare
una visuale d’insieme all’intero processo. Ad esempio, Gill Helsby (in uno dei rarissimi
testi tradotti in italiano della letteratura sociologica sul tema), afferma che gli insegnanti,
nella “managerial school” inglese, “da professionisti in grado di operare scelte curricolari”
vengono trasformati “in tecnici bisognosi di direttive precise ed esecutori di ordini stabiliti
altrove”. Altri hanno affermato che la linea di tendenza generale fosse quella della forte
propensione degli apparati politico-amministrativi non solo a far arretrare gli insegnanti
nella scala dei redditi, ma a ridimensionare il loro status, declassandoli da professionisti,
dotati di una relativa autonomia di scelta e di giudizio, in impiegati, dediti al lavoro
esecutivo di somministrazione di programmi e moduli didattici preparati, fin nel dettaglio,
da altri (insegnanti cosiddetti “esperti”, agenzie specializzate, ma anche aziende di software
didattico).
L’impressione è di trovarsi ad un crocevia. Nel senso di stare all’interno di uno scenario
molto confuso e imprevedibile. Infatti, da un lato rimane molto forte la pressione a favore
di un’istruzione “eterodiretta” e, possibilmente, privatizzata (tanto nella modalità della
“proprietà” e dell’”indirizzo” quanto della forma di finanziamento o della trasformazione in
senso “manageriale” di scuole che restano, tuttavia, formalmente pubbliche) poiché in
questo senso congiurano sia le forze politiche di orientamento neoliberale quanto le
organizzazioni e le corporation transnazionali (l’apertura al mercato dell’istruzione è stata
uno dei temi nell’agenda del WTO e adesso del TTIP euro-americano).
Dall’altro, le stesse contraddizioni dell’operare dei governi, primo fra tutti quello italiano
che, pur consegnandoci oggi un pessimo Ddl, lo ha rinviato e modificato nei contenuti
innumerevoli volte, fanno pensare che l’opzione fondata sulla privatizzazione,
l’aziendalizzazione, la performance, la retorica del capitale umano, stia urtando contro un
“fondo” viscoso e duro, la cui resilienza è piuttosto difficile da scalfire.
Resilienza sociale, perché il concetto che la scuola pubblica è l’unico modo per garantire
standard e spesa pro capite per allievo il più possibile uniformi fa parte della coscienza
collettiva perlomeno quanto l’idea che l’acqua costituisca un bene primario sul quale
speculare è odioso. Ma anche culturale, e, direi antropologica. Le problematiche della
“bildung”, della formazione della persona, hanno una storia di lunga, lunghissima durata. I
problemi inerenti il rapporto maestro-allievo su cui ragionavano Socrate, Quintiliano,
Erasmo, Vittorino da Feltre, Pestalozzi, non sono poi così dissimili dai discorsi
sull’educazione odierni, e neppure dal senso comune di insegnanti, allievi, genitori del
presente. Cose che, una volta “aziendalizzate”, sono già distrutte, e il danno provocato resta
molto difficile da nascondere. In questa contraddizione, c’è un varco (qui in Italia credo lo
stia tenendo aperto la LIP, ma anche dell’altro che si tiene celato, poco visibile, ed altro
ancora che va collettivamente costruito).
(25 marzo 2015)
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http://comune-info.net/
I ladri dell’acqua che
nessuno vuole vedere
Luca Raineri | 3 aprile 2015
Come una marea silenziosa, il water grabbing si diffonde sul pianeta. C’è, ma sembra che non si
veda, e nessuno ne parla. Andate sui motori di ricerca, cercate land grabbing, e vi ritrovate davanti
un’infinità di articoli, rapporti, discorsi politici e documenti ufficiali che parlano
dell’accaparramento di terra nel mondo. Cercate water grabbing: la lista è decimata,
autoreferenziale, provinciale.
Eppure l’accaparramento di acqua è ovunque, in quanto si riferisce alla grande varietà di
fenomeni caratterizzati dalla rimozione di acqua come bene comune liberamente disponibile a
tutti, e l’alienazione del suo controllo a beneficio di un soggetto privato o pubblico con uno scopo
speculativo: dalla sottrazione di risorse idriche per l’irrigazione insostenibile di colture da
esportazione alla privatizzazione di servizi di distribuzione e gestione delle acque, dalla
contaminazione dei bacini per progetti di estrazione mineraria alla costruzione di dighe grandi e
piccole, passando per il fracking. Il water grabbing è una grave minaccia per la sopravvivenza
degli ecosistemi e delle comunità, e rappresenta una chiara violazione dei diritti umani. Ma è
proprio per la sua varietà e – verrebbe da dire – liquidità, che il water grabbing risulta invisibile agli
occhi.
La recinzione di un campo, l’espulsione e la deportazione dei suoi abitanti, sono fenomeni
macroscopici, fisicamente osservabili, che una fotografia può catturare e riportare. La sottrazione di
acqua invece uccide per lento logoramento. Ci sono voluti anni perché i contadini dello
Swaziland si rendessero conto che le piantagioni di canna da zucchero destinate alla Coca
Cola Company stavano prosciugando le loro terre e le loro vite, assorbendo a monte tutta
l’acqua destinata alla coltivazione locale.
Ci vorranno anni prima che gli effetti della liberalizzazione del settore dei servizi idrici, imposti dai
diversi trattati di libero scambio negoziati in giro per il pianeta, si concretizzino nell’aumento
vertiginoso delle tariffe e nella criminalizzazione dell’accesso libero all’acqua come bene comune.
Eppure in Ghana, in India, in America Centrale, tutto questo sta già succedendo. Mentre in
Palestina, nel Kurdistan iracheno o nel bacino del Rio delle Amazzoni, il furto d’acqua diventa una
priorità strategica di interesse nazionale della potenza egemone, che non esita a prendere il controllo
manu militari di quello che Kofi Annan aveva definito “il petrolio del terzo millennio”.
Nonostante il fenomeno del water grabbing sia diffuso in maniera inquietante, con impatti
devastanti sulla vita quotidiana di milioni persone in Europa, come in Asia, in Africa e in America,
nelle città come nelle campagne, questo problema è ancora poco discusso e di fatto assente
dall’ordine del giorno delle priorità della politica nazionale e internazionale. È quindi
necessario dare visibilità alle molteplicità dei casi di accaparramento idrico nel mondo, e ricondurre
le diverse forme di water grabbing sotto il comune denominatore del furto d’acqua, sia esso a fini
minerari, agricoli, speculativi, energetici o militari, per stimolare un dibattito internazionale e
sollevare all’attenzione del mondo una questione d’importanza capitale.
A questo scopo le Ong Cospe (Cooperazione e Sviluppo Paesi Emergenti,) e Cicma (Comitato
Italiano per il Contratto Mondiale per l’Acqua) hanno deciso di lancaire la piattaforma online
watergrabbing.net, un database di tutti i casi di water grabbing che stanno avvenendo nel
mondo. Tale documentazione, oltre a segnalare l’urgenza e pervasività del fenomeno, si propone di
sostenere l’articolazione delle lotte di movimenti, comitati e network che, in diverso modo e in
diversi luoghi, si battano per la difesa dell’accesso all’acqua come bene comune e diritto umano
inalienabile. Goccia dopo goccia, anche la più rocciosa opposizione ai diritti umani e alla
salvaguardia del pianeta sarà inesorabilmente erosa…
* Cospe
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http://lepersoneeladignita.corriere
.it/
Nigeria, 10 proposte al nuovo
presidente per migliorare la
situazione dei diritti umani
5 APRILE 2015 | di Riccardo Noury
Mentre il nuovo presidente Muhammadu Buhari entra in carica, Amnesty International ha elaborato
10 proposte per migliorare la situazione dei diritti umani in Nigeria e cambiare la vita di milioni e
milioni di persone.
Indagare sulle denunce di crimini di guerra nel nord-est del paese
Uomini, donne e bambini degli stati nordorientali della Nigeria vivono nel costante terrore di essere
uccisi o rapiti da Boko haram o di essere arrestati, torturati e persino messi a morte dai militari.
Sulle numerose denunce di crimini di guerra provenienti da quegli stati è necessario e urgente
avviare indagini indipendenti.
Proteggere le persone intrappolate nel conflitto
I sanguinosi attacchi di Boko haram e la risposta col pugno di ferro dell’esercito hanno provocato
migliaia di morti e costretto alla fuga centinaia di migliaia di persone. A gennaio, Amnesty
International ha diffuso immagini satellitari per documentare i danni devastanti subiti dalle città di
Baga e Doron Baga.
Introdurre il reato di tortura
Nelle stazioni di polizia e nelle caserme dell’esercito la tortura è praticata regolarmente, anche nei
confronti di bambini. I pestaggi, le gambizzazioni e gli stupri non si contano. Il nuovo governo deve
introdurre il reato di tortura e garantire che chiunque sia responsabile di atti di tortura sia processato
e condannato.
Abolire la legge che proibisce i matrimoni tra persone dello stesso sesso
Questa legge definisce reato penale qualunque relazione che non sia di natura eterosessuale. Anche
coloro che prendono posizione a favore dei diritti delle persone omosessuali rischiano il carcere.
Garantire giustizia alle persone più povere
Il sistema giudiziario nigeriano è profondamente corrotto e necessita di maggior personale. La
maggior parte dei 55.000 detenuti langue in celle sovraffollate, impossibilitato a pagare una
cauzione e nell’attesa infinita di incontrare un giudice. Molte persone sono state condannate al
termine di processi iniqui
Consentire a familiari e avvocati di visitare i detenuti
Le persone detenute nelle prigioni civili e in quelle militari spesso non sono autorizzate a incontrare
parenti e avvocati. Questa mancanza di comunicazione aumenta il rischio di tortura, uccisione e
sparizione forzata.
Vietare gli sgomberi forzati
Centinaia di migliaia di persone vivono sotto la costante minaccia di essere cacciate di casa da un
momento all’altro. Una legge che vietasse gli sgomberi forzati potrebbe evitare la distruzione di
comunità e famiglie, costrette improvvisamente a vivere in mezzo alla strada, senza un risarcimento
e un altro posto dove andare (nella foto, uno sgombero avvenuto nello stato di Lagos nel 2013).
Non permettere più alle compagnie petrolifere di proseguire impunemente a inquinare
Recentemente la Shell è stata costretta a versare un risarcimento di 55 milioni di sterline per due
enormi fuoriuscite di petrolio, ma deve ancora bonificare le aree interessate. Il governo dovrebbe
agire per proteggere la vita delle popolazioni, i posti di lavoro e l’ambiente pretendendo che le
compagnie petrolifere riparino i loro oleodotti e bonifichino le aree colpite dalle fuoriuscite
Porre fine alle esecuzioni capitali
Nel 2013, per la prima volta dal 2006, sono riprese le esecuzioni. La nuova legge antiterrorismo ha
ampliato l’uso della pena di morte. Nei bracci della morte del paese sono in attesa dell’esecuzione
oltre 1000 persone, compresi minorenni al momento del reato. Abolendo la pena di morte, il
governo potrebbe dare un segnale importante ad altri paesi della regione
Prendersi cura dei bambini e delle bambine
Molti bambini nigeriani sono tenuti fuori dal sistema educativo, costretti a condurre una vita di
stenti in strada e sottoposti a violenza da parte della polizia o all’interno delle carceri. Proteggendo
il loro diritto all’infanzia, la Nigeria potrebbe investire in un futuro più sicuro e più pacifico.
Muhammadu Bukari ha l’occasione per dimostrare di essersi affrancato dal suo passato.
Dal dicembre 1983 all’agosto 1985 presiedette la giunta militare che aveva deposto Shehu
Shagari. Nei suoi 20 mesi trascorsi al potere, vi furono arresti di massa di oppositori (tra cui
anche il noto musicista Fela Kuti, condannato a 10 anni), vennero eseguite 111 condanne a morte
e fu introdotta una legge che prevedeva il carcere a tempo indeterminato per chiunque fosse
sospettato di “aver preso parte ad azioni contro la sicurezza dello stato” o “contro l’economia della
nazione”.
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http://www.articolo21.org/
Anne Brasseur al parlamento italiano,
diritti umani, corruzione e terrorismo
di Irma Loredana Galgano
Il 30 marzo il presidente del Senato, Pietro Grasso, e la presidente della Camera,
Laura Boldrini, hanno ricevuto a colloquio la presidente dell’Assemblea
Parlamentare del Consiglio d’Europa, Anne Brasseur. Nella nota diffusa da Palazzo
Madama si legge che al centro del dibattito sono stati i temi de «la minaccia del
terrorismo, la lotta alla corruzione, le tematiche dei diritti umani e dell’immigrazione,
con particolare riguardo al problema dei richiedenti asilo».
Anne Brasseur ha aggiornato «il Parlamento italiano circa l’azione del Consiglio
relativamente alle principali questioni dei diritti umani nei 47 paesi che ne fanno
parte» indicando nei «conflitti storici e nei nuovi gruppi estremisti la causa del crollo
delle democrazie europee». Il portavoce alla Camera per il Movimento Cinque Stelle
e membro della III Commissione affari esteri e costituzionali, Manlio di Stefano,
dissente dal punto di vista della Brasseur e diffonde online e sui social il video della
sua ‘replica’ in cui spiega il suo punto di vista.
Per il deputato 5 stelle innanzitutto i «conflitti storici e i nuovi gruppi estremisti non
sono la causa del crollo delle democrazie europee ma la conseguenza». «Abbiamo
vissuto molto male le sanzioni date alla Russia non perché non condividessimo la
necessità di stigmatizzare un atteggiamento che non era adeguato a una Democrazia
ma perché riteniamo che il Consiglio d’Europa sia un’Istituzione che debba
incentrarsi sul dialogo. Inoltre riteniamo che il Consiglio debba interrogarsi sui reali
bisogni e necessità degli europei in questo momento, anzi per tutti i 47 paesi che ne
fanno parte».
«In Italia siamo oggi al 43% di disoccupazione giovanile, il dato storico peggiore di
sempre, siamo il primo Paese in Europa per livello di corruzione, quella percepita dai
cittadini verso la politica nell’ultimo dato era al 92%, cioè il 92% dei cittadini pensa
che la politica sia corrotta… e questo succede in tanti paesi europei non soltanto in
Italia. Abbiamo 9 milioni di poveri assoluti, cioè che vivono al di sotto della soglia di
povertà secondo l’Istat, io credo che il Consiglio d’Europa debba farsi promotore di
questo tipo di battaglie.»
«Soltanto Italia, Ungheria e Grecia non hanno il reddito di cittadinanza in Europa, ad
esempio, e il Consiglio d’Europa dovrebbe spingere su queste cose perché nel
momento in cui tu risolvi il problema endemico dei cittadini, che oggi è la crisi, è la
disoccupazione, è l’assenza di reddito… riduci anche quell’astio, quella forma di
odio, di idea che si possa risolvere tutto con la violenza.»
«Non abbiamo più le condizioni sociali per poter reggere la crisi e questo crea
estremismi. Il diritto umano oggi è quello di vivere bene, serenamente, di arrivare a
fine mese e questo automaticamente riavvicinerebbe i cittadini anche alla politica, se
questa attuasse delle Leggi a favore del loro benessere. Oggi abbiamo in discussione
al Senato la norma sull’anticorruzione in Italia fortemente carente ancora di quei reati
che vengono indicati come i reati dei colletti bianchi, i reati della politica. Questo
allontana o avvicina i cittadini alla politica? Li allontana e crea ancora una volta
quell’odio verso la politica che è sì oggi causa di problemi sociali.»
«Il Consiglio d’Europa deve includere nei diritti umani i diritti primari, che sono
quelli al reddito e alla percezione di una Democrazia sana anche nei paesi che si
sentono immuni da questo rischio, come l’Italia e altri paesi del ‘vecchio
continente’… non ci sono più oggi democrazie veramente consolidate perché c’è un
abuso continuo da parte dei governi.»
2 aprile 2015