RELAZIONE INTRODUTTIVA

Analisi del rischio e
Controllo dell’Affidabilità
Laboratorio sperimentale
per l’analisi della vulnerabilità sismica
del patrimonio edilizio storico del Cilento
DP_01
RELAZIONE INTRODUTTIVA
| Documento a cura di: Oliver Rizzo, ingegnere edile |
SOMMARIO
1.
INTRODUZIONE ........................................................................................................... 3
2.
IL PROGETTO .............................................................................................................. 4
2.1
OSSERVAZIONI PRELIMINARI ............................................................................... 4
2.2
FASI .......................................................................................................................... 6
2.3
OGGETTI .................................................................................................................. 7
2.4
DEFINIZIONE STRATEGICA DEGLI OBIETTIVI ..................................................... 7
2.5
DATI .......................................................................................................................... 8
2.6
TEMPI ....................................................................................................................... 8
2.7
INDIVIDUAZIONE DI AMBITI TERRITORIALI DI RIFERIMENTO ........................... 9
3. LE RISORSE ..................................................................................................................... 11
3.1 RESPONSABILE DEL PROGETTO ............................................................................ 11
3.2 GRUPPI DI LAVORO ................................................................................................... 11
3.3 PARTNERS.................................................................................................................. 11
3.4 RIFERIMENTI .............................................................................................................. 11
4. I RISULTATI ATTESI ........................................................................................................ 13
4.1 PUBBLICAZIONI .......................................................................................................... 13
4.2 SVILUPPI ..................................................................................................................... 13
5. APPENDICE - SISMICITÀ DEL TERRITORIO CILENTANO ........................................... 15
5.1 PERICOLOSITÀ SISMICA........................................................................................... 15
5.2 PRINCIPALI TERREMOTI STORICI E LORO DANNI SUL TERRITORIO DI
RIFERIMENTO ....................................................................................................................... 18
5.3 SORGENTI SISMOGENETICHE DI INTERESSE ...................................................... 20
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Progetto ARCA | LAB Cilento
DP_01 · RELAZIONE INTRODUTTIVA
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1. INTRODUZIONE
Cilento
La finalità principale del progetto ARCA | LAB
è studiare le strutture degli edifici
storici del Cilento per comprendere qual è il loro grado di vulnerabilità e, di
conseguenza, qual è il loro grado di adattabilità a trasformazioni che possono
intensificarne l’uso1.
Studiare una struttura significa innanzitutto chiedersi se essa sia in grado di
assolvere alla funzione primaria che le è destinata: portare dei carichi. Il tempo,
apparentemente, è il miglior giudice di tale questione. Sappiamo però che l’Italia è un
paese fortemente sismico e sappiamo anche che non è possibile prevedere in quale
luogo e con quale intensità possono verificarsi i terremoti. È d’obbligo quindi osservare,
senza con questo voler generare falsi allarmismi, che tutto il patrimonio edilizio storico
del Cilento, analogamente al resto del territorio italiano, è stato costruito senza tenere
esplicitamente conto del sisma. All’epoca in cui sono stati edificati questi manufatti, non
si disponeva né delle tecnologie, né degli strumenti di calcolo utili alla mitigazione del
rischio sismico. Con la conseguenza che tali strutture sono state dimensionate perlopiù
con regole empiriche (basate cioè sull’esperienza) e, ciò che più conta, per soli carichi
verticali. In quale misura questa mancanza impedisca a queste strutture di fare fronte
alle sollecitazioni di un sisma è ciò che vogliamo capire. Questo è l’obiettivo che il
progetto ARCA | LABCilento vuole raggiungere, secondo i modi e i tempi in seguito
specificati.
Una volta capito qual è la attuale capacità delle strutture di fronteggiare un
terremoto, saremo in grado di capire quali sono gli interventi più necessari, quelli su cui
è prioritario investire per la salvaguardia di questo patrimonio, la cui storicità, è bene
ricordarlo, non risiede tanto nella fattura dei conci di pietra o nella loro apparecchiatura,
ma nelle migliaia di vite umane che hanno trovato in queste strutture la loro casa e
dove vogliamo che per secoli ancora possano trovare casa le generazioni future.
Non è escluso che nel corso della ricerca si possa venire in possesso di dati, per
così dire, secondari, quali ad esempio notizie sui costruttori, sui regolamenti edilizi del
passato, sulle macchine di cantiere, sui costi di produzione etc. Ma è bene ribadire che
il focus del progetto è sulle strutture e sul loro comportamento sotto carico sismico.
Non sarà obiettivo di questo progetto trovare risposta alla moltitudine di domande che
possono altresì riguardare il nostro meraviglioso patrimonio storico-architettonico,
benché sarà nostra cura cercare di non disperdere le eventuali informazioni accessorie
che avremo la fortuna di raccogliere in corso d’opera.
1 Il Cilento sta subendo un processo di progressivo spopolamento. Il rilancio delle attività
produttive, soprattutto di quelle legate alla filiera del turismo e della ricettività, può invertire
questa tendenza. La compatibilità dell’edilizia dei centri storici con gli usi legati a tali attività
dipende innanzitutto dalla sicurezza delle strutture.
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2. IL PROGETTO
2.1 OSSERVAZIONI PRELIMINARI
Il Cilento conta decine di paesi, in cui è possibile individuare oltre un centinaio di
centri storici (considerando anche le frazioni). Il numero di isolati2 da analizzare è
elevato e non c’è da dubitare che l’ambizione di prendersi cura di tutti dovrà fare i conti
con mille difficoltà. Ma questo non è affatto un buon motivo per scoraggiarsi. “Acino
acino s’accocchia a macina”, ci ricorda un proverbio molto usato dagli anziani nel
Cilento. Gli acini della raccolta di ARCA | LABCilento saranno tutti i dati utili alla
valutazione della sicurezza delle strutture. Il frantoio in cui questi dati verranno macinati
è attrezzato di strumenti informatici e modelli numerici accreditati e si avvale delle
conoscenze sviluppate nel corso di studi precedenti. La qualità dei risultati andrà quindi
via via affinandosi con la qualità e la quantità della materia prima disponibile (i dati). E
negli anni a venire, quando nuovi strumenti di analisi e nuove professionalità saranno
disponibili, quegli stessi dati saranno ancora buoni per realizzare altro prodotto, altre
analisi, altri progetti. In un processo di miglioramento che, se intelligentemente
condotto, potrebbe rappresentare un efficace contrasto al decadimento naturale delle
prestazioni delle strutture dovuto al loro invecchiamento.
A tal proposito è doveroso osservare che si sono registrati in passato (cfr.
Appendice) danni molto seri nelle località che saranno prese in considerazione in
questo studio (cfr. par. 2.7). Ci si riferisce ai danni provocati in particolare dai terremoti
dell’Irpinia del 1732 e della Basilicata del 1857. Stiamo parlando, quindi, di eventi
lontani sia nel tempo che geograficamente dalle località interessate da questa ricerca.
Il tempo è trascorso, ma come hanno dimostrato eventi più recenti, quelle stesse
sorgenti sismogenetiche sono ancora attive e la gran parte delle strutture presenti oggi
sul territorio a cui faremo riferimento sono le stesse di allora. Sono le stesse, ma con
molti più anni e fenomeni di degrado sulle spalle. Inoltre, molte di queste strutture
hanno subito nel tempo interventi poco rispettosi della condizione sismica (come
sopraelevazioni e solai in cemento armato ancorati sbrecciando le pareti). Anche
l’inserimento di impianti prima assenti (condotte, scarichi, trincee, pozzetti) può avere
modificato in modo significativo l’assetto delle strutture e, di conseguenza, il loro
comportamento sotto carico sismico. In breve, siamo coscienti di essere stati, noi
cilentani, molto più fortunati di altre popolazioni italiane dal punto di vista della
sismicità. Ma è nostro dovere non sciupare questa grazia ignorando i rischi a cui sono
oggettivamente esposte le nostre strutture e le popolazioni che le abitano. Per questo
2
Con il termine “isolato” si intende normalmente un aggregato edilizio contornato da
strade; ai fini delle analisi previste da questo progetto, il termine può essere usato anche per
individuare una unità strutturale minima, eventualmente separata da altre unità da spazi
anche non transitabili.
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bisogna studiare il patrimonio esistente e verificare che la sua fragilità non esalti in
modo disastroso i danni che può fare un terremoto anche relativamente modesto.
Un altro aspetto su cui conviene soffermarsi a riflettere è che l’attenzione del
legislatore per il tema della sicurezza al sisma è un fatto relativamente recente, e
sicuramente posteriore alla data di costruzione di gran parte delle strutture storiche in
muratura.
In Italia, la prima normativa (non cogente) in materia di costruzioni in zona sismica
fu emanata a seguito del disastroso terremoto di Reggio Calabria del 1908.
La relazione della commissione incaricata di studiare e proporre norme obbligatorie
per i comuni colpiti dal terremoto del 28 dicembre 1908 e da altri anteriori fu pubblicata
nel Giornale del genio Civile nel 1909. Questo può essere considerato il primo
documento che sia stato prodotto in Italia nel tentativo di fornire indicazioni chiare su
come costruire gli edifici in zona sismica. Da allora, sono state emanate numerose
normative (cfr. par. 3.4 – Riferimenti), fino al recente D.M. 14 gennaio 2008 che
contiene le più recenti Norme Tecniche per le Costruzioni.
Il difetto (ci sia permesso usare questo termine forte) di tutte le norme emanate
nell’arco di questo secolo (1909-2008) è stato che esse hanno reso obbligatorie le loro
prescrizioni solo per le nuove costruzioni o per gli interventi di trasformazione sul
patrimonio già costruito. Nessun obbligo è stato mai imposto per la salvaguardia del
patrimonio edilizio storico sul quale non siano previsti interventi di trasformazione,
salvo il caso di edifici speciali sottoposti alla tutela del Ministero dei Beni e delle Attività
Culturali. Ciò implica che una parte cospicua di questi immobili non è stata mai studiata
e che nulla si sappia riguardo al comportamento che potrebbero avere sotto carico
sismico.
Da ultimo, è importante sottolineare un aspetto, a nostro giudizio, ancora più
determinante. Una norma tecnica risponde al livello di sviluppo socio-economico e
culturale del paese in cui è emanata. Le norme tecniche italiane sono sicuramente
all’avanguardia e in linea con il dettato degli Eurocodici Strutturali, da cui derivano in
larga parte le loro prescrizioni. Tuttavia esse si pongono nei confronti del problema
sismico con un approccio prestazionale orientato alla definizione di stati limite di
comportamento delle strutture. Lo stato limite di salvaguardia della vita e lo stato limite
di prevenzione del collasso sono i due stati limite di riferimento per un progetto (sia
esso destinato ad una nuova costruzione o alla trasformazione di una costruzione
esistente). Provando a non scendere in dettagli tecnici troppo spinti, diremo
semplicemente che questi due stati limite pongono come obiettivo della progettazione il
contenimento di perdite di vite umane durante un sisma. Mentre è ammesso e del tutto
lecito progettare (sul nuovo e sul vecchio) in modo che il sisma atteso renda inagibile
un edificio a destinazione d’uso residenziale (diverso il discorso per gli edifici strategici,
quali ad esempio gli ospedali).
Se estendiamo questa infausta eventualità a tutti i fabbricati di un centro storico,
capiamo che esso potrebbe trasformarsi in villaggio fantasma anche qualora il sisma
non causasse perdita di vite umane o crolli rovinosi.
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Sanno bene gli addetti ai lavori che le risorse a cui deve attingere la struttura in caso
di sisma sono la sua resistenza e la sua duttilità. Impegnare la duttilità di una struttura
vuol dire ammettere che si verifichino deformazioni tali da compromettere (sia pure in
parte) la stabilità della struttura, con la conseguenza, consentita dalle norme, che la
struttura risulti inservibile dopo il sisma.
Puntare invece sulla resilienza (ovvero sulla capacità di assorbire grandi quantità di
energia senza che vi siano collassi strutturali) è ciò che sta emergendo come futuro
delle costruzioni nel mondo della progettazione.
Una struttura resiliente, ovvero una città resiliente, è in grado non solo di restare in
piedi dopo il terremoto atteso, ma di continuare a vivere. Di continuare cioè a
permettere ai suoi abitanti di svolgere in essa tutte le funzioni primarie, pur nella
necessità di fronteggiare i danni causati dall’evento sismico.
Con il nostro studio ci proponiamo anche di avviare un percorso che porti a capire
quali investimenti sono necessari per rendere resilienti i centri storici del Cilento, onde
garantire la loro sopravvivenza civile.
2.2 FASI
Il progetto si articola in tre fasi fondamentali:
1. rilievo delle strutture, finalizzato alla conoscenza della loro geometria, del loro
stato di conservazione e delle proprietà meccaniche dei materiali e del suolo;
2. valutazione della vulnerabilità, con
riferimento particolare alla condizione
sismica, mediante analisi statiche e dinamiche, sia in campo lineare che in
campo non lineare, basate su modellazioni (sia manuali che assistite da
calcolatore elettronico) che tengano conto della effettiva configurazione
spaziale delle strutture e della loro interazione con l’ambiente e con il suolo di
fondazione.
3. pubblicazione dei risultati, intesa non solo come pubblicazione degli esiti finali
della ricerca, ma anche come strumento di partecipazione sociale; mediante
la pubblicazione di risultati anche parziali, e tuttavia significativi, ci si propone
infatti di innescare un processo partecipativo, utile sia alla comprensione del
progetto e dei suoi scopi, sia al suo completamento mediante l’inclusione dei
contributi in linea con i suoi scopi.
Queste tre fasi sono da intendersi cronologicamente indipendenti, ovvero esse
potranno essere sviluppate in parallelo, una volta acquisiti i dati sulle prime unità
strutturali da analizzare e una volta che si disporrà dei primi risultati da pubblicare.
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2.3 OGGETTI
Nel mirino della ricerca si annoverano i seguenti oggetti:
a. edifici ordinari (intendendo con “ordinari” gli edifici che costituiscono il tessuto
urbanistico di base, ovvero le abitazioni e, più in generale, tutti i manufatti non
classificabili come “speciali”)
b. edifici speciali (chiese, palazzi nobiliari ed edifici che si distinguano in virtù di
caratteristiche costruttive tali da suggerire analisi diversificate rispetto al
tessuto edilizio ordinario)
Potranno essere inoltre prese in considerazione strutture non classificabili come
“edifici” (ponti, muri, pozzi ..). Ad esse, nel caso, verrà dedicata una appendice al
lavoro principale.
2.4 DEFINIZIONE STRATEGICA DEGLI OBIETTIVI
Occorre delineare degli obiettivi credibili e, soprattutto, verificabili in termini di
efficacia ed efficienza delle attività svolte per raggiungerli.
In tal senso, riteniamo che sia congruo concentrare al ricerca sui tre ambiti territoriali
in seguito specificati (cfr. par. 2.7) e fissare a due il numero (minimo) di edifici ordinari
da sottoporre ad analisi per ciascun paese interessato dalla ricerca.
In questo modo sarà possibile estendere territorialmente la ricerca e acquisire fin da
subito le prime conoscenze sul comportamento delle strutture in siti diversi tra loro
quanto a conformazione geologica del suolo, meccanismi di propagazione del segnale
sismico e (in misura non meno determinante) connotati salienti delle costruzioni.
Per quanto riguarda gli edifici speciali, per ragioni connesse alla loro frequentazione
e al loro alto valore simbolico ed identitario, sarebbero da tenere in considerazione
tutte le chiese e tutti i palazzi in cui siano possibili attività collettive. La particolare
natura di questo tipo di fabbriche obbliga tuttavia a riconoscere le speciali difficoltà del
loro studio e, pertanto, la necessità di dedicarsi ad esse solo qualora sia già disponibile
una adeguata quantità di dati (rilievi, elaborati grafici descrittivi etc.), che consenta di
procedere più speditamente all’analisi del loro comportamento strutturale. Nel caso (più
sfavorevole) che nessun dato sia reso disponibile, si procederà ad individuare dei casi
studio esemplari e a svolgere solo per questi le analisi strutturali.
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2.5 DATI
Come dati di input vanno intesi, oltre alla geometria della struttura e al suo stato di
conservazione, anche i parametri meccanici dei materiali e del suolo. A tal proposito va
detto che, mentre sono possibili indagini sul suolo di fondazione in grado di fornire
notizie attendibili sui diversi parametri utili allo studio (coesione non drenata, grado di
consolidazione, modulo di taglio, velocità di propagazione delle onde di taglio), le prove
eseguibili in sito sulla muratura (quando eseguibili senza pregiudizio) possono dare
risultati il cui impiego non necessariamente conduce ad una attendibilità dei calcoli
maggiore di quella che possono garantire le tabelle già disponibili in normativa o in
letteratura.
D’altro canto, le stesse prove geotecniche comportano oneri importanti. Per cui
saranno da privilegiare i casi studio che consentano l’impiego di dati geotecnici
reperibili in relazioni specialistiche redatte nel corso di interventi precedenti. Le stesse
relazioni geologiche a corredo degli strumenti urbanistici, ove presenti, possono
rappresentare un utile supporto scientifico.
Per quanto riguarda i dati di output, poiché le elaborazioni si baseranno sull’analisi
cinematica della struttura, esse condurranno alla definizione della capacità di
spostamento della stessa e, quindi, alla definizione della sua capacità di sopportare un
sisma. Questo modo di procedere permetterà in un certo senso di prescindere dalla
definizione del sisma atteso. Pertanto, anche laddove non fosse possibile, in un primo
momento, definire i parametri per una microzonazione sismica del sito, si potrà
comunque dare una risposta chiara in merito alla sicurezza della struttura in termini di
accelerazione massima al suolo che questa può tollerare. Il confronto tra
l’accelerazione sopportabile e quella massima attesa offre già un validissimo aiuto. E
anzi, nell’ottica di rendere tra loro paragonabili le analisi effettuate in siti diversi (per
una comparazione della qualità del costruito), attenersi alla sola accelerazione
permetterà di esprimere i risultati in modo più omogeneo.
2.6 TEMPI
Il tempo necessario al completamento delle analisi relative a ciascun manufatto
dipende da diversi fattori. Nella prima fase del lavoro, quella del rilievo, la velocità con
cui è possibile procedere dipende dalla configurazione dell’oggetto da studiare. Gli
edifici storici in muratura presentano già di per sé caratteristiche che impongono
grande attenzione e cura nell’acquisizione dei dati relativi alla loro geometria e al loro
stato di conservazione. A questo si aggiunge il fatto che spesso essi hanno subito
modifiche stratificate nel tempo, la cui individuazione richiede approfondimenti niente
affatto semplici, e tuttavia determinanti allo scopo di capire quale sarà il
comportamento del manufatto sotto carichi sismici.
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In definitiva, per ciascuna unità strutturale, è possibile stimare che il tempo
necessario all’acquisizione dei dati di input vari da pochi giorni (nei casi più felici) a una
o due settimane (nei casi più complessi).
In merito poi allo svolgimento delle elaborazioni destinate a produrre l’output
numerico su cui basare la valutazione della vulnerabilità, sono in genere necessarie da
due a quattro settimane. Mediamente, quindi, è possibile dire che occorre un mese di
lavoro3 per ciascuna unità presa in considerazione. E dunque, avendo fissato a due il
numero minimo di manufatti da studiare per ciascun paese, si ottiene un tempo
indicativo per il raggiungimento dell’obiettivo finale quantificabile in due mesi per
ciascuna località.
Vedremo nel paragrafo successivo che gli ambiti territoriali di riferimento sono in
tutto 3, e che ciascuno di essi include 6 comuni. Pertanto è possibile affermare che lo
studio relativo al singolo ambito territoriale potrà essere concluso in un anno di lavoro
effettivo. La corrispondenza tra tempo effettivamente lavorato e tempo
complessivamente necessario al completamento della ricerca non può che essere
oggetto di congetture. È piuttosto il caso di notare che il progetto ARCA | LABCilento
vuole innescare un processo che continui negli anni. Fissare delle tappe intermedie a
questo processo ha il vantaggio di favorire la sua comprensione, la condivisione dei
suoi obiettivi e la fruizione dei suoi risultati (altrimenti rinviati a un tempo imprecisato).
Con questo intento possiamo affermare che il frutto del lavoro svolto potrà essere
presentato alla collettività con cadenza almeno semestrale, nell’ambito di pubblicazioni
a scopo divulgativo (cfr. par. 4 – I risultati attesi).
È lecito aspettarsi, infine, che tutto il progetto possa essere portato a termine in un
tempo variabile tra i tre e i cinque anni.
2.7 INDIVIDUAZIONE DI AMBITI TERRITORIALI DI RIFERIMENTO
Nonostante la particolarità dei fenomeni di urbanizzazione avvenuti nel Cilento,
caratterizzati da nuclei ben distinti tra loro, non è da escludere che un catalogo
sufficientemente rappresentativo di tutto il territorio cilentano possa essere acquisito
con il completamento dello studio di un numero limitato di centri urbani, in cui sia
possibile riconoscere caratteristiche omogenee individuabili anche in altri centri.
Individuare delle aree omogenee potrebbe quindi sembrare utile ai fini
dell’individuazione di sub-obiettivi a cui assegnare la priorità. Ma siamo sicuri del fatto
che qualunque tentativo di catalogazione preliminare potrebbe essere confutato dai
risultati delle analisi successive. Riteniamo quindi più opportuno individuare gli ambiti
territoriali in base alla distanza geografica dei centri urbani, anche per favorire le attività
3 Ci si riferisce qui al lavoro di operatori volontari, il cui impegno nel progetto può essere
alternato o comunque integrato con altri impegni lavorativi.
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dei gruppi di lavoro e limitarne gli spostamenti tra centri troppo distanti tra loro (che le
visite per i rilievi possono rendere anche molto onerosi).
Definiamo quindi i seguenti ambiti territoriali di riferimento.
AT1
Campora, Laurino, Piaggine, Roscigno, Sacco, Valle dell’Angelo
AT2
Cannalonga, Ceraso, Moio della Civitella, Novi Velia, Vallo della Lucania
AT3
Alfano, Cuccaro Vetere, Futani, Laurito, Montano Antilia, Rofrano
Questi tre ambiti coprono un’area sufficientemente vasta e abbastanza
rappresentativa delle condizioni riscontrabili in altri ambiti territoriali. Essi sono inoltre
tra quelli dove si sono riscontrate le maggiori intensità macrosismiche nel passato (cfr.
Appendice A).
È ambizione di questo progetto estendere poi lo studio ad un quarto ambito
territoriale, comprendente i comuni di: Torre Orsaia, Caselle in Pittari, Sanza,
Buonabitacolo e Sassano. In questo modo sarebbe possibile descrivere un’area che
circoscrive il gruppo montuoso del Gelbison e del Cervati, come mostrato dalla
seguente immagine.
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3. LE RISORSE
3.1 RESPONSABILE DEL PROGETTO
Responsabile del progetto è l’ingegnere Oliver Rizzo.
L’ing. Rizzo è anche responsabile del trattamento dei dati. A questo proposito, è
bene sottolineare che, data la finalità del progetto, tutti i dati saranno trattati in forma
anonima, garantendo la riservatezza delle informazioni ricevute e raccolte, ed evitando
che le proprietà oggetto delle analisi siano direttamente collegabili ai risultati ottenuti.
Questa riservatezza è resa necessaria anche dal fatto che il riferimento diretto delle
analisi svolte alle proprietà interessate configurerebbe un vero e proprio incarico
professionale. E ciò non può avvenire, in primo luogo per non tradire l’animo di questa
ricerca, che mira a produrre un vantaggio collettivo, e poi perché una simile distorsione
sarebbe deontologicamente e penalmente perseguibile.
3.2 GRUPPI DI LAVORO
La squadra che lavora la progetto ARCA|LAB Cilento è suddivisa in due gruppi di
lavoro. Il primo gruppo si occupa di raccolta dati e analisi numeriche; il secondo gruppo
cura tutti gli aspetti legati alla comunicazione. L’organico è in via di definizione ed
aperto a nuove candidature per entrambi i gruppi.
3.3 PARTNERS
L’apertura di un costruttivo dialogo con l’architetto Francesco Ruocco e il Reframe
workgroup consente di inserire il lavoro svolto in un quadro più ampio di politiche di
rigenerazione urbana dei centri storici. Altre partnership sono in corso di definizione. Di
esse si renderà conto in documenti di prossima pubblicazione.
3.4 RIFERIMENTI
Il principale riferimento scientifico è rappresentato dalla scuola napoletana di
ingegneria strutturale che discende dagli insegnamenti del prof. Michele Pagano.
L’autore ha attinto ampiamente alle lezioni e alle pubblicazioni, in particolare, dei proff.
Pietro Lenza, Aurelio Ghersi e Bruno Calderoni. Dalla scuola di Pagano discende
anche l’ing. Antonio Perretti, dottore in ingegneria delle strutture, ai cui insegnamenti
l’autore deve la comprensione di quanto possa essere appassionante e ricca di
imprevisti l’avventura terrena di un ingegnere strutturista.
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Importanti sono state anche le suggestioni del breve incontro con il prof. Gabriele
Milani, del Politecnico di Milano.
Dal punto di vista normativo, il quadro entro il quale verrà svolto il lavoro di ricerca di
cui al presente progetto è definito dalle seguenti norme/circolari/direttive:
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CNR-DT 212/2013, Istruzioni per la Valutazione Affidabilistica della
Sicurezza Sismica di Edifici Esistenti, messe a punto dalla
Commissione di studio per la predisposizione e l'analisi di norme
tecniche relative alle costruzioni del Consiglio Nazionale delle Ricerche,
Roma – CNR 14/05/2014
Norme Tecniche per le Costruzioni emanate con il D.M. 14/01/2008;
Circolare 2 febbraio 2009, n. 617 del Ministero delle Infrastrutture e dei
Trasporti approvata dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici recante
Istruzioni per l’applicazione delle Norme tecniche per le Costruzioni di
cui al D.M. 14/01/2008;
Circolare n. 26 del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, avente ad
oggetto Linee Guida per la valutazione e riduzione del rischio sismico
del patrimonio culturale allineate alle nuove Norme tecniche per le
costruzioni (d.m. 14 gennaio 2008);
Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 09/02/2011,
Valutazione e riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale con
riferimento alle Norme Tecniche per le Costruzioni di cui al D.M.
14/01/2008;
Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri per la valutazione e la
riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale con riferimento alle
norme tecniche per le costruzioni, 12 ottobre 2007;
D-M- 16/01/1996, Norme tecniche per le costruzioni in zone sismiche;
Circolare 10/04/97 n. 65 del Ministero dei Lavori Pubblici, recante
Istruzioni per l’applicazione delle Norme tecniche per le costruzioni in
zone sismiche di cui al D.M. 16/01/1996
D.M. 20/11/1997, Norme tecniche per la progettazione, esecuzione e
collaudo degli edifici in muratura e per il loro consolidamento;
D.M. 2/07/1981 n. 593, Normativa per le riparazioni ed il rafforzamento
degli edifici danneggiati dal sisma nelle Regioni Basilicata, Campania e
Puglia;
Circolare Ministero Lavori Pubblici 30 Luglio 1981 n.21745, Istruzioni
relative alla normativa tecnica per la riparazione ed il rafforzamento
degli edifici in muratura danneggiati dal sisma;
Regio Decreto Legge 22 novembre 1937 n. 2105, Norme tecniche di
edilizia con speciali prescrizioni per le località colpite dai terremoti.
Relazione della commissione incaricata di studiare e proporre norme
edilizie obbligatorie per i comuni colpiti dal terremoto del 28 dicembre
1908 e da altri anteriori, Roma – Giornale del Genio Civile 1909.
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4. I RISULTATI ATTESI
4.1 PUBBLICAZIONI
Il canale principale su cui avverrà la pubblicazione dei risultati dello studio è il blog
del Reframe workgroup. Altri canali (come una pagina facebook dedicata) potranno
essere utilizzati secondo le opportunità.
Relazioni sul lavoro svolto all’interno dei singoli ambiti verranno pubblicate, come
già detto, con cadenza almeno semestrale. Stralci potranno essere pubblicati in
anticipo rispetto alla revisione finale del testo divulgativo per riportare all’attenzione del
pubblico risultati parziali e comunque ritenuti significativi.
Tutti i testi saranno curati in modo da poter essere letti su un doppio livello, per
favorire la comprensione di un pubblico non specializzato e per sollecitare, con
opportuni approfondimenti, l’attenzione dei tecnici.
Per dare visibilità al lavoro svolto e per presentarlo anche in maniera adeguata,
sono da prevedere inoltre degli incontri pubblici. Questi incontri assumeranno i
connotati di seminari esplicativi, quando si vorrà dare conto in maniera tecnica del
lavoro svolto, si svolgeranno invece in luoghi e con modalità meno formali quando si
vorrà richiamare l’attenzione di un pubblico più vasto.
Infine si auspica che il lavoro svolto possa essere usato per pubblicare alcuni articoli
scientifici.
4.2 SVILUPPI
Tutte le analisi svolte, mediante i testi approntati e divulgati in rete, saranno di
grande aiuto per lo sviluppo di futuri progetti di riqualificazione urbana dei centri storici.
Chiunque vorrà servirsi delle analisi svolte per ragionare sulle soluzioni progettuali
più idonee da mettere in cantiere, non dovrà fare altro che accedere alla banca dati e
rivolgersi agli autori, tramite i canali attivati, per avere tutti i chiarimenti che fossero
necessari.
Per quanto riguarda l’eventualità che gli stessi immobili oggetto di analisi trovino nei
risultati della ricerca uno spunto per future progettazioni, l’utilizzo dei risultati medesimi
dovrà essere rimesso in discussione, alla luce delle esigenze di quella che, in tali casi,
diventerebbe a tutti gli effetti una committenza.
Mentre non è da escludere che, tra gli sviluppi futuri, possa esservi una raccolta
ordinata di proposte progettuali, intese a tradurre i risultati della ricerca in soluzioni per
il miglioramento sismico delle tipologie edilizie studiate.
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È infine auspicabile che questo progetto, innescando quel processo che ci siamo
augurati, possa servire da stimolo per la creazione di un Osservatorio sull’edilizia
storica del Cilento.
L’auspicio, infine, è che questa arca possa navigare agilmente, attraversando la
quotidianità dei cilentani e fare cultura a partire dai temi del recupero sismico
dell’edilizia storica, per includere lungo il percorso altri temi e progetti legati alla
sostenibilità e allo sviluppo del territorio.
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5. APPENDICE - SISMICITÀ DEL TERRITORIO CILENTANO
5.1 PERICOLOSITÀ SISMICA
La mappa di pericolosità sismica d’Italia mostrata nella seguente figura illustra quali
sono le massime accelerazioni al suolo che hanno una probabilità del 10% di essere
superate in 50 anni su suoli rigidi. È noto poi che tale accelerazione massima può
aumentare in relazione ad altri parametri, primo dei quali la rigidezza del suolo
calcolata a partire dalla velocità di propagazione delle onde di taglio alla profondità di
30 metri (Vs30).
Figura 1 – Mappa di pericolosità sismica del territorio italiano (fonte: INGV)
L’accelerazione al suolo è il parametro che definisce la capacità di un sisma di
eccitare il moto delle strutture. I danni che queste strutture potranno quindi subire
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dipendono da numerosi altri fattori. Tra questi si possono annoverare: la tipologia di
suolo e le condizioni topografiche, la robustezza e la duttilità della struttura, le
caratteristiche dinamiche della stessa e la sua interazione con il suolo di fondazione.
Per quanto riguarda il territorio campano, è possibile utilizzare un utilissimo
strumento messo a disposizione del pubblico sul sito dell’ INGV.
Si tratta del SISCam (Sitema Informativo Sismotettonico della Regione Campania),
per mezzo del quale si possono ottenere numerose informazioni utili alla conoscenza
del territorio dal punto di vista della sua sismicità.
Abbiamo scelto qui di riportare una cartina che illustra quali sono le accelerazioni di
picco attese al suolo sul territorio campano.
Fonte:
Vilardo G., Bronzino G., Terranova C. (2009). Sistema Informativo Sismotettonico della
Regione Campania (SISCam 2.0), © LGC 2009, Laboratorio di Geomatica e Cartografia, Istituto
Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.
Osservatorio Vesuviano, http://ipf.ov.ingv.it/siscam.html
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Le elaborazioni sopra riportate in forma grafica restituiscono un quadro della
pericolosità sismica che permette di distinguere le zone soggette ai rischi maggiori.
Come specificato all’inizio del paragrafo, i valori indicati si riferiscono ad un periodo di
tempo pari a 50 anni, che è il periodo usualmente assunto come vita utile delle nuove
costruzioni. Un intervento di recupero su un edificio storico che avesse come obiettivo
quello di salvaguardare la sua stabilità per, mettiamo, i prossimi due secoli, dovrebbe
fare i conti con una azione sismica doppia rispetto a quella indicata nei casi ordinari.
Questo significa che, per l’edilizia storica, il problema della vulnerabilità deve essere
studiato con riferimento al periodo di tempo entro il quale si vuole che l’intervento
stesso continui ad esplicare i suoi benefici. Assumere come riferimento il periodo
standard dei 50 anni non è di per sé scorretto. Purché si riconoscano i limiti di valenza
che una simile scelta comporta ai fini della salvaguardia del patrimonio edilizio storico.
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5.2 PRINCIPALI TERREMOTI STORICI E LORO DANNI SUL
TERRITORIO DI RIFERIMENTO
Dal Database Macrosismico Italiano4 è possibile estrapolare gli eventi sismici più
significativi che hanno interessato gli ambiti territoriali in precedenza individuati.
Nessuno di questi eventi ha avuto sorgente localizzata nel territorio cilentano, a
testimonianza del fatto che l’assenza (finora) di sorgenti sismogenetiche capaci di
generare terremoti di forte intensità non è di per sé garanzia di sicurezza rispetto ai
danni che terremoti generati anche a notevole distanza possono – in virtù della
propagazione del segnale sismico – provocare nel Cilento. Conviene allora dare uno
sguardo di insieme alla seguente cartina, che illustra la distribuzione geografica dei
terremoti su tutto il territorio nazionale in base alla loro intensità macrosismica (quella
misurabile con la ben nota scala MCS, detta anche scala Mercalli).
Figura 2 – Plot delle intensità macrosismiche massime in Italia
http://emidius.mi.ingv.it/DBMI11/presentazione.htm, a cura di M. Locati, R. Camassi
e M. Stucchi.
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È possibile leggere sulla cartina riportata in figura 2 la distribuzione dei danni
provocati dai maggiori terremoti avutisi dall’anno 1000 al 2006. Accedendo alla pagina
linkata nella nota 5, gli stessi dati possono essere letti in forma tabellare per singole
località. È possibile così osservare che le intensità maggiori si sono avute, come era
lecito aspettarsi, in prossimità degli epicentri dei terremoti più forti. Ma danni molto
significativi si sono registrati anche in località lontane decine di chilometri dalla
sorgente.
Per quanto riguarda il territorio a cui vogliamo fare riferimento, si può osservare che
è stata raggiunta in diverse località un intensità macrosismica pari a 8, corrispondente
al grado “rovinoso”, dove circa un quarto delle abitazioni riportano seri danni, alcune di
esse crollano, molte diventano inabitabili (da Sieberg A., 1930. Geologie der Erdbeben,
Handbuch der Geophysik, 2, 4, 552-555).
In particolare si segnalano:
1. Cannalonga e Vallo della Lucania (AT2, dove è stata raggiunta una
intensità MCS = 7 in occasione del terremoto della Basilicata del 1857)
2. Laurito e Montano Antilia (AT3, dove la massima intensità macrosismica
MCS è stata pari a 8 in occasione del sisma della Basilicata del 1857)
3. Laurino (AT1, in cui una intensità MCS = 8 è stata raggiunta in occasione di
due eventi, il terremoto dell’Irpinia del 1732 e quello della Basilicata del 1857)
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5.3 SORGENTI SISMOGENETICHE DI INTERESSE
Le sorgenti sismogenetiche che possono dare origine a terremoti di magnitudo
Richter superiore a 5 sono quelle individuate nella seguente figura. In particolare, per
la capacità di causare danni nel territorio a cui si fa riferimento, si segnalano quelle
disposte lungo l’arco appenninico al confine tra Campania e Basilicata.
Figura 3 – Sorgenti sismogenetiche di interesse
La fonte da cui è tratta l’immagine precedente è:
Vilardo G., Bronzino G., Terranova C. (2009). Sistema Informativo Sismotettonico della
Regione Campania (SISCam 2.0), © LGC 2009, Laboratorio di Geomatica e Cartografia, Istituto
Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.
Osservatorio Vesuviano, http://ipf.ov.ingv.it/siscam.html
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