The Holy See

Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi
Legislatura 17ª – Aula del Senato
Resoconto stenografico della seduta n. 197 del 24/02/2014
(Bozze non corrette redatte in corso di seduta)
Signor Presidente del Senato, gentili senatrici, onorevoli senatori, ci avviciniamo a voi in punta
di piedi, con il rispetto profondo, non formale, che si deve a quest'Aula, che si deve alla storia
di un Paese che trova in alcuni dei suoi luoghi non soltanto un simbolo - cioè qualcosa che
tiene insieme - ma anche un elemento di unità profondo.
Ci avviciniamo con lo stupore di chi si rende conto della magnificenza e della grandezza non
solo di un luogo fisico, ma anche del valore che questo rappresenta nel cuore di una lunga
storia, come quella italiana.
Ci avviciniamo, dunque, a voi con lo stupore di chi si rende conto di essere davanti a un pezzo
di una storia che viene da una tradizione unica. Ma, contemporaneamente, sappiamo
perfettamente che viviamo un tempo di grande difficoltà, di struggenti responsabilità e, di
fronte all'ampiezza di questa sfida, abbiamo la necessità di recuperare il coraggio, il gusto e,
per qualche aspetto, anche il piacere di provare a fare dei sogni più grandi rispetto a quelli che
abbiamo svolto sino ad oggi e contemporaneamente accompagnarli da una concretezza
puntuale, precisa.
Riflettevo stamattina sul fatto che io non ho l'età per sedere nel Senato della Repubblica. Non
vorrei iniziare con una citazione colta e straordinaria della pur bravissima Gigliola Cinquetti, ma
è così: non ho l'età. E fa pensare che oggi davanti a voi, senatrici e senatori, siamo qui non per
inseguire un record anagrafico, non per allungare di una riga il nostro curriculum vitae, non per
toglierci qualche soddisfazione personale: siamo qui - ve lo dobbiamo - per parlarvi un
linguaggio di franchezza, vorrei dire al limite della brutalità, nel rispetto della storia a cui ho
fatto riferimento.
Siamo a chiedervi la fiducia, e oggi chiedere la fiducia è un gesto controcorrente, e non tanto
nel dibattito politico (doveroso, istituzionale, costituzionalmente previsto). Tuttavia, chiedere la
fiducia significa oggi provare ad andare controcorrente: si fatica a dare fiducia nel rapporto
quotidiano con le persone, con i colleghi di lavoro; le persone che stanno fuori da quest'Aula
sanno che chiedere la fiducia oggi è sempre più difficile. Non va di moda la richiesta della
fiducia. Chiediamo fiducia a questo Senato. Ci impegniamo a meritare la fiducia come Governo,
perché pensiamo che l'Italia abbia la necessità urgente e indifferibile di recuperare la fiducia
come condizione per uscire dalla situazione di crisi in cui ci troviamo.
Il nostro è un Paese arrugginito, un Paese impantanato, incatenato da una burocrazia
asfissiante, da regole, norme e codicilli che paradossalmente non eliminano l'illegalità: senza
dover risalire alle gride manzoniane, l'idea che le norme che si sono succedute nel corso degli
anni non abbiano prodotto il risultato auspicato è sotto gli occhi di tutti. Eppure, oggi chiedere
la fiducia significa proporre una visione audace, unitaria e per qualche aspetto anche - spero innovativa, che parte dal linguaggio della franchezza con la quale comunico fin dall'inizio che
vorrei essere l'ultimo Presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest'Aula. Sono
consapevole della portata di questa espressione, e anche del rischio di farla di fronte a
senatrici e senatori che certo non meritano per qualità personale il ruolo di ultimi senatori a
dare la fiducia a un Governo, ma è così. Non lo sta chiedendo un Governo: lo sta chiedendo un
Paese, l'Italia.
Noi oggi non immaginiamo di essere gli ultimi a chiedervi la fiducia perché abbiamo un
pregiudizio su di voi, ma perché abbiamo un giudizio organico sull'Italia per il quale o siamo
nelle condizioni.... Apprezzo che questa dichiarazione abbia suscitato l'entusiasmo del senatore
Calderoli, ma alla perentorietà di questa affermazione corrisponde la consapevolezza che
quello che stiamo vivendo è un momento in cui o si ha il coraggio di operare delle scelte
radicali e decisive, oppure non perderemo soltanto la relazione tra di noi, ma anche il rapporto
con chi da casa continua a pensare che la politica sia una cosa seria, che la politica sia ciò che
di più grande ha un Paese, che la politica sia il valore per il quale vale la pena confrontarsi,
discutere, litigare, ma anche per il quale alla fine valga la pena vivere un'esperienza di rispetto
degli altri; quella straordinaria esperienza per la quale siamo, a differenza di qualche leader,
orgogliosi di essere democratici, siamo orgogliosi di apprezzare le regole del gioco della
democrazia.
Certo, più voi sarete capaci di stimolarci, più voi sarete capaci di incalzarci, più voi sarete
capaci di raccontarci nel dettaglio come noi possiamo cambiare, più incisiva sarà l'azione di
questo Governo.
Tuttavia, non possiamo non partire da un giudizio reale su ciò che sta fuori da queste Aule. Se
in questi anni avessimo prestato ai mercati rionali lo stesso ascolto che abbiamo prestato ai
mercati finanziari, ci saremmo accorti che la prima richiesta è la richiesta di semplicità, di
pace, di chiarezza; è la richiesta di una tregua della politica rispetto ai cittadini.
L'impressione che invece abbiamo dato è quella di un'angoscia nel rapporto tra politici e
cittadini, per i quali l'idea che oggi è forte nel Paese è che l'Italia abbia già finito tutto il futuro
che aveva, che l'Italia abbia esaurito le sue carte e che sia un Paese finito, più che un Paese
infinito.
Bene, noi abbiamo accelerato e deciso di cambiare l'impostazione del Governo nelle forze
politiche che lo sostengono perché pensiamo che fuori di qui ci sia un'Italia viva, brillante e
curiosa; un'Italia che, nell'aspettarci fuori da questi Palazzi, si vuole bene e che ci tiene a
presentarsi bene. Un'Italia che non ci segue per un motivo: perché è avanti a noi. È avanti a
noi: siamo noi a doverla rincorrere e doverla recuperare. È l'Italia che forse si sta stancando di
aspettarci, e vi propongo, vi proponiamo, come Governo, di fare di tutto per raggiungerla
attraverso un pacchetto di riforme che parta e consideri il semestre europeo come la principale
opportunità, che affronti prima del semestre europeo le scelte legate alle politiche sul lavoro,
sul fisco, sulla pubblica amministrazione, sulla giustizia, che metta al centro il valore della
scuola, ma che parta naturalmente dalle riforme costituzionali, istituzionali ed elettorali, sulle
quali si è registrato un accordo che va oltre la maggioranza che sostiene questo Governo, e per
il quale noi non possiamo che dire che gli accordi li rispetteremo nei tempi e nelle modalità
prestabilite.
Pensiamo però che si debba partire da un presupposto. Il presupposto è che eravamo ad un
bivio: o si andava alle elezioni, più o meno….Noi non abbiamo paura di andare alle elezioni.
Siamo abituati, come partito... Dico ai senatori del Movimento 5 Stelle, che imparo ad
apprezzare in quest'Aula, che sono il segretario di un partito politico che non ha mai paura di
candidarsi alle elezioni: anche dove i sondaggi dicono il contrario, come in Sardegna , anche
dove c'è difficoltà, noi non abbiamo paura di andare alle elezioni, e in questo primo anno di
vita parlamentare, in cui abbiamo ricevuto da voi presunte lezioni di democrazia, vi segnalo,
gentili senatrici ed egregi senatori, che nelle quattro elezioni regionali che si sono svolte quelle della Sardegna, della Basilicata e delle Province di Trento e Bolzano - il Partito
Democratico si è sempre presentato e ha sempre vinto. Non posso dire la stessa cosa per voi.
Non abbiamo paura di andare alle elezioni. Noi abbiamo nel nostro DNA la volontà e il desiderio
di confrontarci, ma il passaggio elettorale che ci avrebbe atteso in queste ore era un passaggio
elettorale nel quale, stante la legge elettorale uscita dalla sentenza della Corte costituzionale,
si sarebbe riprodotto uno schema che è quello che avrebbe portato ad un sostanziale Governo
di larghe intese.
Non vi è chi non veda che non sarebbe stato possibile per alcuno ottenere la maggioranza
necessaria a governare nei due rami del Parlamento senza una modifica delle regole del gioco,
e noi abbiamo proposto, dal primo giorno, che le regole del gioco fossero scritte da tutti, anche
da chi prima ha alzato la voce. Pensiamo infatti, pensavamo e penseremo che sia un valore
condiviso che dopo vent'anni in cui, prima la sinistra, poi la destra, prima il centrosinistra e poi
il centrodestra, quando si è trattato di scrivere le regole costituzionali hanno proceduto a
maggioranza - il centrosinistra nel 2001, il centrodestra nel 2006 - con la legge elettorale
connessa, che scrivere le regole del gioco insieme sia il valore fondamentale e costitutivo del
rispetto delle istituzioni.
Proveremo a farlo, ma in una legislatura alla quale abbiamo allungato l'orizzonte politico.
Certo, non quello costituzionale e istituzionale, che è fissato, come è naturale, nel 2018.
Arrivare però al 2018 ha un senso soltanto se avvertiamo l'urgenza da cui sono partito nel mio
intervento, che è l'urgenza di un cambiamento radicale per cui, mentre i tempi della politica
sembrano dilatati, le persone che la mattina accompagnano i figli a scuola non possono
permettersi rinvii.
Mentre la politica - lasciatevelo dire da un sindaco - da Roma sembra una politica nella quale la
dilazione è costante; una politica nella quale si può anche rinviare al giorno dopo, si può
allungare il tempo della decisione senza fine, si può rimandare l'urgenza dei provvedimenti;
mentre fuori da qui questo sembra naturale, quando poi si va nella vita di tutti i giorni, quando
si va a parlare con le persone che faticano anche semplicemente a conciliare i propri orari,
anche semplicemente a conciliare la propria quotidianità di vita, il senso dell'urgenza, del
tempo che non può passare invano, diventa un elemento centrale.
Ecco perché noi proponiamo a questo Senato di uscire dal genere letterario che i talk show
hanno sostanzialmente sdoganato, un genere letterario per il quale non vi è trasmissione che
non parta da un giudizio impietoso sulla situazione italiana, e poi con un servizio di una troupe
all'estero che racconta come all'estero invece le cose vanno perfettamente bene e tutto sia
straordinariamente bello e felice. Ormai è diventato un focus letterario; ormai noi abbiamo
come punto di riferimento il fatto che nelle trasmissioni televisive, nei talk show, fuori da qui,
fuori dall'Italia, tutto va bene e da noi tutto va male: non è così.
Usciamo dal coro della lamentazione; proviamo a immaginare un percorso concreto in cui la
differenza tra sogno e obiettivo - ha detto qualcuno - è una data. Diamoci delle scadenze e
proviamo ad allungare il lavoro di questi anni dando concretamente dei passaggi puntuali.
Questo consente di arrivare al 1° luglio - qualcuno dice - avendo fatto i compiti a casa; questo
consente di arrivare, cioè, all'appuntamento con il semestre europeo dando un valore non
meramente formale a quell'appuntamento, ma dandogli un valore sostanziale.
Non tedierò la vostra pazienza con un'analisi, che pure sarebbe doverosa (ma non
mancheranno altre occasioni), sulla situazione di profondo sconvolgimento istituzionale
internazionale.
Su come il mondo fuori dall'Italia stia cambiando e come paradossalmente questo mondo
riduca lo spazio dell'Europa, riduca il margine di potere che l'Europa ha. Non vi tedierò su
questo, ma penso di avere il dovere di dire al Senato della Repubblica che se vogliamo
immaginare che il semestre europeo sia una cosa seria noi dobbiamo raccontare, spiegare,
pensare che tipo di Europa immaginiamo nella cornice internazionale che sta mutando. Non
possiamo immaginare che il semestre europeo sia semplicemente l'occasione per fare le
nomine per le nuove istituzioni.
Questo è il punto centrale del semestre europeo, e non saremo credibili se non riusciremo ad
arrivare al semestre europeo avendo sistemato ciò che dobbiamo sistemare noi.
Capisco che in quest'Aula, come alla Camera, come nell'opinione pubblica, ci sia la facile
tendenza a considerare l'Europa la madre dei nostri problemi. Vorrei dire non soltanto che per
me e per il Governo che ho l'onore di presiedere non è così, ma che nella tradizione europea
europeista sta la parte migliore dell'Italia, che nella tradizione europea-europeista, nei valori di
libertà e democrazia sta la certezza che l'Italia ha un futuro e non soltanto un passato. E
quando penso a quell'uomo che in un'isoletta immaginava gli Stati Uniti d'Europa mentre
infuriava il conflitto, quando penso a quell'uomo che, in un momento di difficoltà per il nostro
Continente e di confronto fratricida, riusciva a intuire, a immaginare, in qualche modo a
profetizzare in modo laico una visione degli Stati Uniti d'Europa, mi sento orgoglioso di essere
appartenete alla storia italiana.
Il punto è che mettere a posto le cose di casa nostra non deriva da un obbligo europeo: non è
la signora Merkel o il governatore Draghi a chiedere di essere seri con il nostro debito pubblico:
è il rispetto che dobbiamo ai nostri figli, alle generazioni che verranno; è il rispetto che
dobbiamo alle persone che verranno dopo di noi che ci impone di guardare ai conti pubblici in
modo diverso da come è stato fatto da chi ha scialacquato nel corso degli ultimi decenni.
Questo è il punto centrale. E se noi siamo in condizione di arrivare al 1° luglio avendo
affrontato i temi costituzionali, istituzionali, elettorali, di lavoro, di fisco, di pubblico impiego, di
giustizia e impostato un diverso atteggiamento verso la scuola, propongo a questo Senato e
alla Camera dei deputati di essere in grado di vivere il semestre europeo come l'occasione in
cui guidare le istituzioni dell'Europa per sei mesi studiando una proposta affinché nei prossimi
20 anni potremo guidare l'Europa politicamente, in un percorso che riguarda i nostri figli e che
è uno dei punti centrali della credibilità delle istituzioni.
Se questo è vero, ho il dovere di entrare nel merito delle modalità con cui questo
atteggiamento deve diventare realtà. Ho anche il dovere di dirvi che la subalternità culturale
con la quale, troppo spesso, si è considerata l'Europa come la nostra matrigna è una
subalternità culturale della quale possiamo liberarci solo noi. Non possiamo immaginare che
qualcun altro risolva i nostri problemi. Noi viviamo in un momento in cui la generazione
«Erasmus», che tra l'altro è rappresentata al Governo, ha conosciuto il sogno degli Stati uniti
d'Europa come concretezza, che ha conosciuto l'euro come unica moneta o quasi. Di fronte a
questa generazione, noi avvertiamo il bisogno di indicare una prospettiva di futuro e non di
vivere di rimpianti e di ricostruzioni fasulle del passato. Propongo a questo Senato di essere la
legislatura della svolta. Avrei preferito che questo passaggio fosse stato preceduto da un chiaro
mandato elettorale.
Ma sappiamo come sono andate le elezioni. Oggi proponiamo di essere nella condizione di
valutare una scelta politica. Non vi sorprenderà il fatto che in questo Governo sono
rappresentati i segretari dei maggiori partiti perché questo è un Governo politico e noi ensiamo
che la parola politica non sia una parolaccia. Noi pensiamo di poter andare nelle iazze a dire
che la politica che noi abbiamo in testa è reale, vera e precisa. Noi pensiamo che non ci sia
politica alcuna che non parta dalla centralità della scuola.
Mi piacerebbe che chi ha la presunzione di avere la verità in tasca avesse la possibilità di
confrontarsi con le insegnanti delle scuole e le famiglie nella loro vita di tutti i giorni perché
l'idea che da questa parte ci sia la casta e dall'altra ci siano i cittadini si è un po' rovesciata. Lo
dico a una parte di questo Parlamento. Chi di noi tutti i giorni ha incontrato cittadini,
insegnanti, educatori e mamme sa perfettamente che c'è una bellissima e straordinaria
richiesta che è duplice. Da un lato si chiede di restituire valore sociale all'insegnante e questo
non ha bisogno di alcuna riforma, ma di un cambio di forma mentis.
Non ha bisogno di denaro, riforme, commissioni di studio; c'è bisogno del rispetto che si deve
a chi quotidianamente va nelle nostre classi e assume su di sé il compito struggente e
devastante di essere collaboratore della creazione di una libertà, della famiglia e delle agenzie
educative. Il compito di un insegnante è straordinario. Ci avete mai parlato con gli insegnanti e
ascoltato quello che dicono oggi?
Spero che il Presidente del Senato mi consenta di formulare questo invito ai senatori del mio
partito: ricordiamoci sempre che svolgiamo una funzione sociale, tesa a recuperare le difficoltà
che stanno incontrando in questo momento i senatori e le senatrici del Gruppo del Movimento
5 Stelle nei confronti della propria base e dell'opinione pubblica che li sostiene. Non è facile
stare in un partito in cui c'è un capo che dice: «Io non sono democratico». Quindi, vogliamogli
bene anche se loro non ne vogliono a noi. Io non ho fretta. Per cui posso andare avanti.
Parlavo degli insegnanti. Qual è la priorità che questo Paese ha nei confronti degli insegnanti?
Sicuramente lo sa il Ministro dell'istruzione pubblica e dell'università: coinvolgere dal basso in
ogni processo di riforma gli operatori della scuola. Non c'è dubbio. Ma c'è una priorità a monte:
recuperare quella fiducia, quella credibilità, recuperare quella dimensione per cui se qui si
fanno le cose, allora nelle scuole si può tornare a credere che l'educazione sia davvero il
motore dello sviluppo. Ci sono fior di studi di economisti che dimostrano come un territorio che
investe in capitale umano, in educazione, in istruzione pubblica è un territorio più forte rispetto
agli altri.
Da Presidente del Consiglio io entrerò nelle scuole, una volta ottenuta - se così sarà - la fiducia
dal Senato e dalla Camera. Mercoledì mattina, come faccio tutte le settimane, mi recherò in
una scuola; la prima sarà un istituto di Treviso, perché ho scelto di partire dal Nord-Est,
mentre la settimana prossima andrò in una scuola del Sud. E lo farò perché penso che sia
fondamentale che il Governo non stia soltanto a Roma e, quindi, mi recherò nelle scuole, come
facevo da sindaco, per dare un segnale simbolico, se volete persino banale, per dimostrare che
da lì riparte un Paese. Dalla capacità di educare, di tirare via, di tirare fuori (nel senso latino
del termine) nasce la credibilità di un Paese, ma per farlo c'è bisogno della capacità di
garantire una concretezza amministrativa.
Con quale credibilità possiamo dire questo se continuiamo a tenere gli investimenti nell'edilizia
scolastica bloccati da un Patto di stabilità interno che almeno su questa parte va cambiato
subito? Come si può pensare che il Comune, la Provincia abbiano competenza sull'edilizia
scolastica senza però avere la possibilità di spendere soldi che sono lì bloccati perché esistono
norme che si preoccupano della stabilità burocratica ma non si rendono conto della stabilità
delle aule in cui vanno a studiare i nostri figli! Come è possibile che non ci sia chiarezza su
questo aspetto!
Domani scriverò una lettera ai miei colleghi sindaci, oltre 8.000, per chiedere a tutti loro e ai
Presidenti delle Province sopravvissuti di fare il punto della situazione sull'edilizia scolastica,
seguendo un bellissimo ragionamento del senatore Renzo Piano. Non so chi di voi ha avuto
modo di conoscere le parole, a mio giudizio straordinarie, che Renzo Piano ha pronunciato
pochi giorni fa in un'intervista. Piano ha invitato a rammendare i nostri territori, a rammendare
le periferie. Credo sia un'espressione molto bella che dà il senso di ciò di cui abbiamo bisogno.
Noi abbiamo bisogno di intervenire nell'edilizia scolastica dal 15 giugno al 15 settembre, con
un programma straordinario - nell'ordine di qualche miliardo di euro e non di qualche decina di
milioni - da attuare sui singoli territori, partendo dalle richieste dei sindaci e intervenendo in
modo concreto e puntuale.
Ma come? Di fronte alla crisi economica parti dalle scuole? Sì, di fronte alla crisi economica non
puoi non partire dalle scuole.
Di fronte alla crisi economica partire dalle scuole significa partire, innanzitutto, da una tregua
educativa con le famiglie e da un intervento nell'edilizia e nella infrastrutturazione scolastica su
cui, nelle prossime settimane, vedrete concreti risultati.
È chiaro che il tema della scuola è parziale rispetto al grande tema dell'educazione. Si inizia
con gli asili nido. Gli Obiettivi di Lisbona vedono oggi un Paese drammaticamente diviso in due,
tra una parte dell'Italia che ha già raggiunto quegli obiettivi (con alcune città che stanno sopra
il 40 per cento) e una parte dell'Italia che veleggia su percentuali drammatiche. Alcune non
arrivano neanche a doppia cifra: mi riferisco al numero dei bambini che frequentano gli asili
nido.
Non è un tema da addetti ai lavori. È il tema vero nella vita di tutti i giorni. È il tema che si
collega non necessariamente, ma parzialmente, al fatto che abbiamo la condizione di
disoccupazione femminile più alta d'Europa. Ed è inaccettabile in una cornice come quella in cui
stiamo vivendo.
È un tema che si collega al fatto che un bambino che non frequenta l'asilo nido ha un'occasione
in meno rispetto a un suo coetaneo di un altro Paese.
Però, non vorrei che questo facesse venir meno un giudizio sulle priorità che riguardano la
condizione economica. Metto a verbale che la scuola è il punto di partenza e intervengo sulle
quattro riforme che vi proponiamo, che vi proporremo nelle prossime settimane e nei prossimi
mesi, e la cui urgenza è l'elemento che detta la scansione temporale dei prossimi mesi e dei
prossimi anni, e anche il cambio che noi abbiamo fatto all'interno del Governo.
Cambio che non può in alcun modo oscurare i risultati che ha ottenuto il Governo precedente.
E fatemi rivolgere un pensiero particolare al Presidente del Consiglio uscente, l'onorevole
Enrico Letta. Viviamo una situazione in cui... Dicevano che al Senato non vi divertivate; invece,
vi vedo sereni. Vi garantisco che vi divertirete sempre di più!
Dal 2008 al 2013, mentre qualcuno si divertiva, il PIL di questo Paese ha perso nove punti
percentuali. La disoccupazione giovanile è passata dal 21,3 al 41,6 per cento.
La disoccupazione è passata dal 6,7 per cento al 12,6 per cento, in base all'ultimo dato. Non
sono i numeri di una crisi. Sono i numeri di un tracollo...
Non si tratta di rispondere semplicemente con dei numeri a numeri. La crisi ha il volto di donne
e di uomini, e non di slides.
Chi ha avuto modo di conoscere le dinamiche delle crisi aziendali, chi ha stretto la mano al
cassintegrato, chi è entrato, perché faceva il sindaco, in una fabbrica o chi ha visto, da
parlamentare e da senatore, e ha ricevuto delegazioni di lavoratrici e di lavoratori sa
perfettamente che la crisi non è un numerino.
Però questo numero è impietoso. Però questo numero è devastante. Però questo numero
impone un cambio radicale delle politiche economiche.
Il cambio radicale delle politiche economiche passa innanzitutto da alcuni provvedimenti
concreti che, con il ministro Padoan, abbiamo discusso e che approfondiremo nel corso delle
prossime settimane.
Il primo elemento su cui prendiamo un impegno è lo sblocco totale, non parziale, ma totale dei
debiti della pubblica amministrazione attraverso un diverso utilizzo della Cassa depositi e
prestiti.
Il secondo elemento che mettiamo immediatamente all'ordine del giorno è la costituzione e il
sostegno di fondi di garanzia, anche attraverso un rinnovato utilizzo della Cassa depositi e
prestiti, per risolvere l'unica reale, importante e fondamentale questione che abbiamo sul
tappeto, che è quella delle piccole e medie imprese che non riescono a accedere al credito.
Il terzo punto che poniamo immediatamente alla vostra attenzione - lo faremo nelle prossime
settimane - è una riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale, attraverso misure serie e
irreversibili, legate alla revisione della spesa, che porterà nel corso dei primi mesi del primo
semestre del 2014 a vedere dei risultati immediati e concreti.
Su questi tre impegni siamo nelle condizioni di non offrire parole, ma interventi precisi e
puntuali. Basta? No! Non basta (sono il primo a dirlo) e non perché la parte delle regole e della
normativa non sia una parte importante. Nessun decreto crea, attraverso le regole, posti di
lavoro; al massimo può accadere che faccia allontanare dei posti di lavoro, ma questa è
un'altra storia.
Noi partiremo, entro il mese di marzo, con la discussione parlamentare del cosiddetto Piano
per il lavoro, che, modificando uno strumento universale a sostegno di chi perde il posto di
lavoro, interverrà attraverso nuove regole normative, anche profondamente innovative. Infatti,
se non riusciamo a creare nuove assunzioni, il problema delle garanzie dei nuovi assunti
neanche si pone. Immaginiamo però di intervenire in modo strutturale nella capacità di
attrarre investimenti in questo Paese, investimenti che negli ultimi anni, purtroppo, in virtù
della crisi, sono profondamente diminuiti, arrivando ai 12 miliardi dello scorso anno. C'è un
dibattito surreale intorno a questo tema. Sembra che l'interesse nazionale impedisca
l'attrazione degli investimenti. Sembra che, quando un soggetto vuole investire in Italia,
questo debba essere cacciato al grido di «guai allo straniero!».
Un Paese vivo, ricco, aperto e curioso non ha paura di attrarre investimenti; li va a cercare e fa
di tutto per agevolare l'investimento da parte di soggetti che vengono dall'esterno. Da sindaco
potrei parlarvi della madre di tutte le privatizzazioni: la privatizzazione del Nuovo Pignone, che
negli Novanta ha visto un incredibile aumento delle performance da parte del suo acquirente
(gli americani di GE) e che oggi consente di aver moltiplicato per sette i posti di lavoro.
L'interesse nazionale non è il lancio di agenzia del deputato o senatore in cerca di visibilità;
l'interesse nazionale è il posto di lavoro che si crea; è una famiglia che riesce a uscire dalla
situazione di disoccupazione. L'interesse nazionale, che ha questo Paese, è quello di migliorare
la sua attuale postazione nella classifica internazionale: siamo al penultimo posto nella
classifica OCSE - correggetemi se sbaglio - per la capacità di attrazione, mentre siamo al 126°
posto nel «Doing business index» della World Bank. Questo ci porta ad essere percepiti
all'esterno solo come un Paese meraviglioso in cui andare in vacanza. Ma c'è un Paese
potenzialmente più attrattivo del nostro? C'è un Paese che può coniugare la qualità del vivere
bene con la capacità di tenere in piedi la genialità, l'intuizione, l'innovazione da parte delle
lavoratrici e dei lavoratori?
Vi sembra possibile che, mentre nel mondo le startup e le grandi aziende innovative, dagli
Stati Uniti a Israele, vivono, crescono (in alcuni casi anche muoiono, perché questo è il destino
delle startup), in una dimensione straordinariamente innovativa, noi siamo invece fermi ad un
principio per il quale, tra conferenze dei servizi, sovrintendenze e freni burocratici, prima di
riuscire a portare a casa un risultato concreto, come quello dell'apertura di un capannone,
viviamo dei tempi che sono biblici?
Ma non sentite quanto stride, nella concretezza di tutti i giorni, l'urgenza da cui siamo partiti e
le difficoltà che invece la macchina pubblica mette nei paletti a chi vuole venire a investire?
Occorre un Paese semplice e coraggioso sul lavoro, un Paese che non abbia paura – lo
sottolineo - ad affrontare in modo diverso il rapporto con la pubblica amministrazione.
Mi permetterete di dire - e so che potrà sembrare persino provocatorio - che vi sono settori
dello Stato che vivono le peripezie della politica con apparente rispetto, ma con un sostanziale
retropensiero: i Governi passano, i dirigenti restano. Talvolta mi è venuto in mente di pensare
che sarebbe meglio il contrario, ma in realtà non è così, sarebbe una forma eccessiva. Credo
però che sia civile un Paese che afferma la contestualità tra l'espressione popolare del Governo
del Paese e la struttura dirigente della macchina pubblica.
In altri termini, credo sia arrivato il momento di dire con forza che una politica forte è quella
che affida a tempi certi anche al ruolo dei dirigenti e che non può esistere, fermi saldi i diritti
acquisiti, la possibilità di un dirigente che rimane a tempo indeterminato, che fa il bello e il
cattivo tempo e che ne è il depositario.
Non siamo per sottrarre responsabilità ai dirigenti, siamo per dargliele tutte; vorremmo che la
parola accountability trovasse una traduzione in italiano, perché vi sono le responsabilità
erariali, quelle penali e quelle civili, però non ve n'è una da mancato raggiungimento degli
obiettivi, se non a livello teorico: questa, però, è una sfida di buon senso, che nell'arco di
quattro anni può essere vinta e affrontata se partiamo subito e se abbiamo anche il coraggio lasciatemelo dire - di far emergere in modo netto, chiaro ed evidente che ogni centesimo speso
dalla pubblica amministrazione debba essere visibile on line da parte di tutti.
Questo significa non semplicemente il Freedom of Information Act, ma un meccanismo di
rivoluzione nel rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione tale per cui il cittadino può
verificare giorno dopo giorno ogni gesto che fa il proprio rappresentante.
Non è soltanto questo, ovviamente, il processo di riforma della pubblica amministrazione che
presenteremo prima delle elezioni, ma vogliamo anche a tutti i costi intervenire sul fisco,
attraverso l'utilizzo della delega fiscale che il Parlamento ha affidato, che riteniamo debba
caratterizzarsi per alcune caratteristiche chiaramente visibili da parte dei cittadini. Riuscire ad
inviare a tutti i dipendenti pubblici ed ai pensionati direttamente a casa, magari attraverso uno
strumento di tecnologia semplice - visto che il Papa ha detto che Internet è un dono di Dio,
possiamo smettere di considerarlo come il nostro ostacolo o come un problema – la
dichiarazione dei redditi precompilata. Si tratta di una proposta concreta e puntuale che nel
corso delle consultazioni abbiamo ricevuto e recepito, che può immediatamente mostrare come
cambia il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione.
Se il fisco smette di essere il nemico e di essere ostile, se smette di essere un fisco che fa
paura e diventa uno spauracchio, ma assume i connotati di una sorta di consulenza che fa al
cittadino - salvo poi quando accade che qualcuno davvero commette reati o comunque è
passibile di sanzioni amministrative, perché allora la repressione dev'essere durissima – esso
assumerà connotati diversi, tali da far uscire i cittadini dal pregiudizio per il quale sembra
sempre che chi è famoso e potente comunque la sfanga, mentre chi ha a che fare con una
cartella esattoriale - un milione di errori formali, tanti ve ne sono! - vive il rapporto con la
pubblica amministrazione come un'angoscia.
E questo non può che condurci naturalmente verso il quarto e ultimo punto che voglio citare:
quello relativo alla giustizia.
Abbiamo vissuto 20 anni di scontro ideologico su questo tema. Può piacere o meno. Non credo
che alcuno, dopo 20 anni, convincerà l'altra parte della bontà delle proprie opinioni. Dopo 20
anni credo che le posizioni siano calcificate, siano intangibili, che nessuno possa convincere
l'altro che si è compiuto un errore, o che si è fatto bene.
Credo sia arrivato il momento di mettere nel mese di giugno (sarà compito del Ministro
competente) all'attenzione di questo Parlamento un pacchetto organico di revisione della
giustizia che non lasci fuori niente.
Parto dalla giustizia amministrativa. Siamo un Paese in cui - lasciatevelo dire da chi
costantemente ci batte la testa - lavorano più, negli appalti pubblici, gli avvocati che i
muratori.
Negli appalti pubblici non c'è alternativa al ricorso sul controricorso con la sospensiva. Siamo al
punto che i tribunali amministrativi regionali discettare di tutto. Siamo al punto che un
provvedimento di un sindaco (in alcuni casi, anche del Parlamento) è comunque costantemente
rimesso in discussione in una corsa ad ostacoli impressionante.
Ma come possiamo dare certezza del diritto se noi per primi abbiamo un sistema (sono partito
da quello amministrativo) che crea inquietudine non già soltanto agli investitori stranieri, ma
agli stessi operatori del diritto, a partire dai giudici amministrativi che in più circostanze hanno
sottolineato la necessità di riforme strutturali?
La giustizia civile. Oggi noi viviamo un tempo nel quale, nella celerità dei processi, la lunghezza
del processo civile, le difficoltà del processo civile sono tali per cui non soltanto se ne vanno gli
investimenti (ed è un problema), ma se ne va anche la possibilità di credere realmente che il
Paese sia redimibile, che il Paese sia recuperabile.
C'è questa stanca rassegnazione per cui si parte dal presupposto che tanto quando si entra in
un'aula di tribunale non si sa come se ne esce. Questo vale anche per la giustizia penale con
ciò che comporta. Non c'è ombra di dubbio che a fronte della straordinaria qualità di tantissime
donne ed uomini che lavorano nel campo della giustizia (a partire dai giudici, per passare agli
avvocati, agli operatori della giustizia e di Polizia giudiziaria), esiste una preoccupazione
costante nell'opinione pubblica (a prescindere dalle discussioni che sono state oggetto per 20
anni di dibattito politico) sul fatto che la giustizia in Italia corra il rischio di arrivare troppo tardi
ed anche - permettetemi - di colpire in modo diverso.
Faccio un esempio. Il più banale, ma volutamente banale, agli occhi dell'opinione pubblica e
volutamente drammatico nel cuore di un amministratore che fa politica.
Non so se chi di voi si è occupato di amministrazione pubblica nelle realtà territoriali sa qual è
il momento più duro per un sindaco. Per me era quando l'SMS del comandante della Polizia
municipale mi informava che c'era stato un incidente stradale. Quando si verifica un incidente
stradale e muore un ragazzo di 17 anni il sindaco non ha semplicemente un compito
amministrativo. Il sindaco si trova faccia a faccia con il dolore di una famiglia che vede
totalmente sconvolta la propria vita. Mi è accaduto, lo sanno le senatrici e i senatori fiorentini,
ed è accaduto a tanti di voi.
Dalla storia di una queste famiglie, da un percorso che abbiamo fatto insieme è emerso con
chiarezza che chi ubriaco e drogato si mette alla guida di un motorino causando il decesso di
un ragazzo di 17 anni (il ragazzo in questione si chiamava Lorenzo) alla fine in tribunale, per i
motivi più vari, gli viene comminata una sanzione inferiore, o sostanzialmente analoga, a
quella comminata per un furto di serie B.
Vi rendete conto cosa possa diventare incontrare nel giorno del 18° compleanno di Lorenzo i
suoi amici che festeggiano il suo compleanno senza di lui ricordandolo? Vi rendete conto di
cosa possa significare andare a dire che io rappresento le istituzioni?
E vi rendete conto che sguardo vi gettano addosso quelle ragazze e quei ragazzi, accusando la
politica di non essere capace di dare delle regole chiare, delle regole che non valgono
semplicemente un dibattito politico, ma che valgono la vita di un ragazzo come loro? Questa è
la vita reale che vorremmo informasse di più la discussione sulla giustizia: non,
semplicemente, i nostri derby ideologici, ma la necessità di fare della giustizia un asset reale
per lo sviluppo del Paese.
Se arrivano queste iniziative e questi provvedimenti, io credo che noi saremo nelle condizioni
di affrontare con maggiore decisione il passaggio del semestre europeo, ovviamente
inserendole nel contesto della riforma costituzionale ed elettorale.
Sono partito dalla provocazione, che provocazione non è: il superamento del Senato. Oggi il
procedimento legislativo è farraginoso: lo sapete meglio voi di me. Oggi il numero dei
parlamentari è eccessivo rispetto ai Paesi europei e al benchmark internazionale di riferimento:
lo sapete meglio voi di me. Oggi c'è la possibilità di superare l'attuale conformazione del
Senato, mantenendo fermi il no al voto di fiducia e il no al voto di bilancio e la possibilità di
svolgere la funzione senatoriale, non come incarico figlio di un'elezione diretta e con
un'indennità, ma, come nel modello tedesco, attraverso l'assunzione di responsabilità dai
territori, impreziosito eventualmente - ci sono proposte in questo senso - da ulteriori figure
espressioni del mondo culturale, accademico ed universitario. Questo tipo di proposta è il
primo passo per recuperare la credibilità da parte dei cittadini nei nostri confronti.
Quello immediatamente successivo è superare il Titolo V della Costituzione per come l'abbiamo
conosciuto fino ad oggi. Il Titolo V oggi ha la necessità di rivedere le competenze esclusive
dello Stato e delle Regioni e di introdurre la possibilità per le Regioni di legiferare in ogni
materia che non sia specificamente assegnata, ma contemporaneamente di introdurre una
clausola di intervento della legge statale anche in materie che siano esclusivamente assegnate
alla competenza regionale quando questo sia richiesto da esigenze di unità economica e
giuridica dell'ordinamento.
Noi prendiamo atto che, in questi anni, il ricorso alla Corte costituzionale, non dico che ha
ingolfato la Corte, perché sarebbe scarsamente rispettoso delle Istituzioni, ma ha comunque
provocato un eccesso di tensione tra le Regioni e lo Stato. Se noi oggi diciamo che non
possiamo sostituire e tornare ad un centralismo della burocrazia statale, come ci siamo detti
anche in occasione di questo intervento, è anche altrettanto vero che abbiamo bisogno di
chiedere alle donne e agli uomini che guidano le Regioni e che ne fanno parte di prendere atto
che è cambiato il clima nei confronti delle Regioni. È cambiato il clima sicuramente per ciò che
è accaduto nel corso di questi anni in ordine ai rimborsi elettorali, ma è accaduto anche che,
troppo spesso, la sovrapposizione di competenze dei Comuni, delle Province, delle Regione e
dello Stato centrale con la linea europea a dare in qualche misura un ulteriore elemento di
complicazione, ha reso sostanzialmente ingovernabile il sistema istituzionale. Noi proponiamo
che, fin dal mese di marzo, la riforma del Senato parta del Senato e che la riforma del Titolo V
parta dalla Camera.
Quanto all'accordo sulla legge elettorale - il cosiddetto Italicum -, comprendiamo l'esigenza di
valorizzare il fatto che una legge elettorale che consenta il ballottaggio sia ovviamente
impostata sulla presenza di una sola Camera.
Contemporaneamente, sappiamo perfettamente che l'Italicum è pronto per essere discusso
alla Camera. E noi, da questo punto di vista, consideriamo l'Italicum non soltanto una priorità,
ma una prima parziale risposta all'esigenza di evitare che la politica perda ulteriormente la
faccia. Mi spiego: con quale credibilità possiamo dire che è urgente intervenire sulla legge
elettorale e poi perdere l'occasione del contingentamento che abbiamo trovato? Certo, noi
affermiamo che politicamente esiste un nesso netto tra l'accordo sulla legge elettorale, la
riforma del Senato e la riforma del Titolo V: sono tre parti della stessa faccia.
Però vorrei dire due cose su questo. Mi rivolgo al gruppo delle opposizioni, e in particolar modo
alle opposizioni che hanno accettato di stare nel dibattito sulle riforme costituzionali e che non
fanno parte però della maggioranza di Governo. Noi abbiamo un tema aperto, e ne abbiamo
parlato durante le consultazioni con il senatore Romani, che è quello del superamento delle
Province. Il disegno di legge Delrio è oggi nelle condizioni di poter impedire che il 25 maggio si
voti per le Province.
C'è un'opposizione dura anche in quest'Aula, immagino; c'è stata alla Camera, dove si è
saldata un'opposizione, per certi aspetti persino una forma di ostruzionismo, tra Forza Italia e
il Movimento 5 Stelle. Noi invitiamo a riflettere su una possibile soluzione semplice, evidente,
alla portata di tutti noi. Nel rispetto delle diverse posizioni chiudiamo il disegno di legge Delrio
e impediamo di votare il 25 maggio per le Province, ma nella discussione sul Titolo V riapriamo
fra di noi la discussione su cosa debbono essere le Province. Mi pare un punto equilibrato,
perché dimostra che noi sul tema delle Province non possiamo perdere il passaggio che è
aperto davanti a noi. Volete davvero rivotare il 25 maggio per 46 istituzioni provinciali? Chi si
assume la responsabilità di dire che questo non è un costo e, soprattutto, non è una perdita di
opportunità? Vogliamo tornare all'ennesimo TAR che interviene giudicando illegittima l'una o
l'altra misura? Esiste lo spazio per chiudere questo passaggio in modo rapido.
Il secondo punto sulle riforme è il seguente. Noi vogliamo sfidare il Parlamento; non
consideriamo il Parlamento un inutile orpello. Noi siamo pronti a recuperare, nell'ambito di una
cornice condivisa, tutti i miglioramenti possibili. Noi non abbiamo l'idea di venire a dettare la
linea e di aspettare che rapidamente si esegua nelle Aule parlamentari. Ma stiamo scherzando?
Però, vi chiediamo di farvi carico, insieme a noi, del fatto che i tempi non sono più una
variabile indipendente; e che se non iniziamo dalle riforme istituzionali e costituzionali e poi
interveniamo nel pacchetto di riforme che vi ho esposto nel corso dell'intervento, noi perdiamo
la possibilità di essere considerati credibili non tanto dai nostri partner europei, ma anche e
soprattutto dai nostri concittadini.
Vado alla conclusione. Esistono numerosi provvedimenti, di cui abbiamo discusso in fase di
consultazione, che non sono rientrati nell'ambito di questa relazione programmatica, per
scelta. Mi piacerebbe raccontarvi quanto intendiamo investire sulla cultura come elemento
identitario. So che c'è una parte tra voi, onorevoli senatori e gentili senatrici, che ritiene che la
parola «identità» sia in qualche misura il baluardo contro la parola «integrazione». Non è così.
Io credo che l'identità sia la base per l'integrazione. Il contrario di integrazione non è identità:
è disintegrazione.
Un Paese che non si integra non ha futuro. Ecco perché, a fronte di un dibattito culturale che ha
visto i diritti divenire oggetto di scontro (al punto che ciascuno di noi ha portato la propria
bandierina in tutte le campagne elettorali sul tema dei diritti, a destra come a sinistra, ma poi non
si è mai fatto niente), noi immaginiamo, con questo Governo e con il vostro aiuto, di trovare dei
punti di sintesi reali, che permettano a quella bambina che ha dodici anni, che frequenta la quinta
elementare... e che è nata nella stessa città in cui è nata la sua compagna di banco, di avere la
possibilità, dopo un ciclo scolastico, di essere considerata italiana, esattamente com'è la sua
compagna di banco.
Ciascuno di noi ha una propria valutazione; se qualcuno di noi pensa che sarebbe giusto che quella
bambina fosse considerata italiana al momento della nascita ma altri tra di noi pensano che occorra
almeno un ciclo scolastico, lo sforzo oggi non è affermare le proprie ragioni contro gli altri, ma
trovare il punto di sintesi possibile, così come sui diritti civili. Oggi una mia amica mi ha scritto: «Se
devi approvare una forma di unioni civili che non sia quella che vogliamo noi, allora non
approvarla». No, non è così: sui diritti si fa lo sforzo di ascoltarsi, di trovare un punto di sintesi.
Questo è un cambio di metodo profondo.
Sui diritti si fa lo sforzo di trovare un compromesso anche quando questo compromesso non ci
soddisfa del tutto. Ci ascolteremo reciprocamente, ma la credibilità su questo tema sarà il punto di
caduta di un'intesa possibile, che già è stata costruita nel corso di questi giorni. Lo vedremo.
Sostenere, però, che l'identità è il contrario dell'integrazione significa fare a pugni con la realtà,
significa prendere a botte il niente.
Vorrei che ci mostrassimo reciprocamente le facce dei nostri ragazzi quando vanno in uno degli
eventi che organizzano gli enti territoriali o a visitare un museo di notte, quando si rendono conto,
cioè, che la cultura è qualcosa con cui si mangia, ossia qualcosa di cui si nutre l'anima. Quando dico
che si mangia con la cultura dico che, allora, bisogna anche avere il coraggio di aprirsi agli
investimenti privati nella cultura.
Infatti, se si dice che è sbagliata la frase «con la cultura non si mangia», bisogna anche avere il
coraggio di dire che la cultura deve aprirsi al coinvolgimento degli investimenti privati e creare posti
di lavoro.
Vorrei, però, mostrare a me stesso e a voi le facce e i volti di chi, in questi anni, ha avuto modo, ad
esempio, di vedere un museo di notte, ha avuto modo di farsi interrogare da un'opera d'arte, ha
avuto modo di provare ad ascoltare la bellezza della musica, non soltanto nelle scuole - dove va
portata, o riportata, in modo diverso - ma anche nella quotidianità.
In una qualsiasi realtà del mondo che non sia l'Italia, essere italiani è un dono. In una qualsiasi
realtà del mondo che non siano i nostri Palazzi dei poteri, essere italiani è un elemento di bellezza
che non so quanto salvi il mondo, ma sicuramente salva l'export delle nostre aziende. In un
qualsiasi luogo che non sia l'angusta autoreferenzialità del nostro dibattito, i valori della cultura
fanno di noi una superpotenza mondiale.
Se noi non siamo nelle condizioni di comprendere che il mondo piatto nel quale viviamo è un mondo
che paradossalmente ci offre delle opportunità senza fine, che possono unire i distretti tecnologici
con i beni culturali, che possono unire la capacità di investire sulle nuove generazioni con
l'esperienza, la saggezza e la bellezza dei più grandi, se noi non siamo in grado, su questo tema, di
essere concretamente operativi, perdiamo un pezzo del nostro patrimonio culturale ed economico.
È un pezzo della risposta alla crisi modificare le regole del gioco anche in questi settori.
Non ho parlato, ma non lo posso fare adesso, di
marzo ci sarà una sorta di piano industriale per i
sussidio o l'intervento su ogni singolo settore, ma
di lavoro: sulle energie alternative, sulla chimica
come nel Piano per il lavoro che presenteremo a
singoli settori, inteso non semplicemente come il
come il bisogno di andare a inventarsi nuovi posti
verde, sull'innovazione tecnologica applicata alla
ricerca, sugli investimenti veri e profondi che si possono fare contro il dissesto idrogeologico in un
Paese in cui abbiamo soldi bloccati e fermi - anche per responsabilità delle pubbliche
amministrazioni - che gridano vendetta, non soltanto per ciò che stanno vivendo in queste ore il
modenese o l'area di Olbia, ma anche per come in questi anni abbiamo dovuto vivere con il fiatone
certe emergenze che potevano essere affrontate in modo molto più semplice.
Ma davvero abbiamo ancora soldi fermi sulle casse di laminazione ed espansione, quando il mondo
che sta cambiando rende così semplice intervenire in questa situazione? Ma davvero in alcune
realtà del Paese ancora non sappiamo chi ha il potere di intervento sugli argini, per l'eccesso di
funzioni tra le Regioni, le Province, i Comuni, le autorità d'ambito? Davvero pensiamo che questi
siano temi di serie B, di cui non parlare perché dobbiamo confrontarci soltanto parlando tra di noi
delle nostre realtà quotidiane? Come facciamo a non prendere atto che anche su questo tema c'è
bisogno di una svolta reale?
Potrei continuare a lungo, ma non lo farò. Mi limito a chiudere con l'espressione di un sentimento
personale. Ieri, arrivato a Palazzo Chigi, ho scelto di fare alcune telefonate simboliche, ma non solo
simboliche. Ho chiamato due nostri concittadini italiani che sono da troppo tempo bloccati a Nuova
Delhi per una vicenda assolutamente allucinante, per la quale garantisco l'impegno personale mio e
del Governo.
Ho chiamato una ragazza della mia età: si chiama Lucia, è di Pesaro. In questi giorni sta
combattendo in un processo perché è stata sfregiata in volto dal suo ex fidanzato, ed è una delle
persone a cui ho voluto far sentire la vicinanza di questo Paese.
Ho chiamato - so che non vi interessa, ma a me sì - un mio amico che ha perso il posto di lavoro.
Credo che capire cosa significa incrociare lo sguardo di un papà (per non dire un babbo) che ha
perso il posto di lavoro e rendersi conto che il tuo compito non è quello di star qui ad urlare ma è
cercare di dare delle risposte concrete per cambiare le regole del gioco segni la differenza tra la sua
propaganda, senatore, e la nostra politica.
Tuttavia, ho scelto anche e soprattutto di pensare a cosa significhi per un ragazzo che oggi ha più o
meno la mia età il fatto che il Governo scelga di dire che questo è il momento della svolta radicale.
Mi sono cioè messo in testa di pensare a cosa possa significare per ciascuno di noi il fatto che non
soltanto noi oggi viviamo un momento di cambio del Governo, ma cosa questo cambio del Governo
significhi nella vita delle persone. Una signora, scherzando fino ad un certo punto (forse voleva
farmi un complimento), ieri uscendo dalla messa mi ha detto: «Certo, se fai il Presidente del
Consiglio tu, lo può fare veramente chiunque». Lei probabilmente voleva essere carina: non le è
venuto granché bene, o forse è la verità. Però ho pensato che questo è proprio vero, fino in fondo.
Io arrivo a questa responsabilità provenendo da un'esperienza politica innovativa, forte ed
autorevole quale quella del Partito Democratico, nella quale si è data la possibilità a una
generazione di sfidarsi, si è data la possibilità di provarci. Al mio partito va la mia gratitudine, come
naturalmente agli altri partiti che compongono la coalizione, come è doveroso che sia; tuttavia una
gratitudine particolare va al mio partito, che in un certo momento ha consentito di dire: se avete
idee giocatevela; se avete sogni, provate a mettervi in gioco.
Oggi noi siamo pieni di persone, di momenti, di vita, in cui è esattamente l'opposto, in cui ci
dicono: «No, non si può fare, non si riesce a raggiungere il risultato»; in cui ci dicono praticamente
tutti, sempre e comunque, che c'è un blocco, che l'Italia non esce dalla crisi, che il mutuo in banca
non te lo danno per acquistare casa, che, mentre fai l'apprendista, non hai neanche la possibilità di
avere quei soldi che ti servono per mangiarti una pizza e bere una birra. A questa generazione cosa
diciamo noi oggi qui? Noi oggi qui diciamo che l'Italia vuole diventare il luogo delle opportunità. Non
credo che ci siano pari opportunità nel fatto che ci sia la metà di donne nel Governo: l'opportunità permettetemi la battuta - è dispari, non è pari, ce n'è solo una. Noi abbiamo una sola occasione: è
questa. E noi vi diciamo, guardandovi negli occhi, che se dovessimo perdere, non cercheremmo
alibi: se perderemo questa sfida, la colpa sarà soltanto mia. Deve finire infatti il tempo in cui chi va
nei Palazzi del potere, poi, tutte le volte trova una scusa. Non ci sono più alibi per nessuno, per
primo per me.
In questo scenario però, lasciatemi concludere sul fatto che questa Italia delle possibilità è un'Italia
che oggi vede un Governo chiedervi la fiducia sulla base di un cambiamento radicale, immediato e
puntuale, e che però, contemporaneamente, offre tutto il meglio di quello che ha. L'idea è che il
futuro dell'Italia non sia quello di essere il fanalino di coda dell'Europa, che il futuro dell'Italia non
sia stare a lamentarsi e piangere dalla mattina alla sera, che il futuro dell'Italia non sia
semplicemente raccontarci come le cose vanno male o perché non ci fanno lavorare. Il futuro
dell'Italia sta nelle qualità, nel genio, nell'intelligenza e nella curiosità di ciascuno di noi. Noi siamo
assolutamente certi che, mettendo tutti noi stessi in questa sfida, la possibilità di cambiare è reale,
concreta e immediata, purché ciascuno di noi viva il futuro non come un'incognita e purché
ciascuno di noi sappia che è il tempo del coraggio, e che questo tempo del coraggio non esclude
nessuno e non lascia alibi a nessuno.