12 luglio 1968: quando muore una facoltà

Achille Marzo Romani
Il Sessantotto alla Bocconi
Anche la Bocconi visse il suo ’68; un ’68 piuttosto diverso da quello dei altri
atenei; un ’68 che forse molti di voi ricorderanno; allora quando il prof. Guatri
mi ha fatto l’onore di invitarmi a fare la solita chiacchierata in occasione
dell’annuale riunione della fondazione Javotte –Associazione amici della Bocconi mi sono detto perché non ricordare quanto quarant’anni fa accadde proprio in questa università
Il punto di partenza potrebbe essere proprio l’inizio di quell’anno particolare
che spese gli ultimi fuochi della goliardia, fatti di scherzi alle matricole, di
riunioni ludiche e di feste danzanti, di incursioni notturne nel pensionato
femminile e accede i lumi della contestazione facendo cadere l’idea che la
Bocconi fosse un’oasi immune da tentazioni massimaliste.
Il primo segnale lo si ebbe12 gennaio, quando, nell’aula maggiore parata a
festa, un gruppo di studenti di varie università americane venne accolto da
“rudimentali cartelli con la scritta: Non bombardate il Vieth-Nam”.
La manifestazione non destò all’inizio particolari preoccupazioni (anche se
non erano mancati nei mesi precedenti segnali inequivocabili di un cambiamento di temperie) e il clima di via Sarfatti fu ancora per qualche tempo improntato a moderazione: la fermezza del nuovo Rettore Giordano Dell'Amore
e la incrollabile volontà mediatoria dei Presidi sembrarono in grado di assorbire le tensioni in atto e di avviare una nuova stagione di riforme, i cui primi
timidi segni si manifestarono nella decisione di aprire il C.d.F. ai professori
incaricati, agli assistenti ed agli studenti; di istituire il ruolo degli assistenti
ordinari; di concedere una sessione straordinaria d’esame, sino a quel momento riservata ai soli fuori corso; di abolire le tesine di laurea e soprattutto
di mettere in discussione la struttura didattica delle due facoltà di economia
e di lingue e letterature straniere. Su quest'ultimo tema fu formata una
commissione con il compito di predisporre una ipotesi di riforma alla quale
offrirono la loro collaborazione tutte le varie componenti dell’università.
Tale spirito sarebbe però venuto meno all’inizio di maggio quando
un’affollata assemblea studentesca votò l’occupazione dell’università in segno di protesta contro un calendario degli esami giudicato penalizzante, un
progetto di legge che riduceva le possibilità di insegnamento dei laureati in
lingue e contro un C.d.A., accusato di boicottare “la fecondissima collaborazione tra professori e studenti” e di ostacolare così il processo di democratizzazione dell’Ateneo.
Tale azione venne in larga misura legittimata da una parte degli assistenti di
Lingue, che oltre a prender parte all’occupazione, pretesero un confronto
pubblico con gli organi di governo dell’Università per verificare, bilanci alla
mano, “la loro attuale capacità di affrontare in modo organico e con volontà
innovatrice i problemi del diritto allo studio, dell’organico del personale insegnante e delle strutture didattiche e scientifiche”.
L’impegno assunto dal Rettore di discutere in un’assemblea convocata per il
18 maggio i temi in questione sembrò in un primo tempo premessa per il ritorno alla normalità; ma né in quella occasione, né nell’assemblea promossa
la settimana successiva si posero le basi per una ripresa del dialogo.
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Una lettera di Giordano Dell’Amore ai docenti e agli studenti della facoltà di
lingue, dà conto di quanto accadde in quelle giornate e offre elementi per
comprendere quanto sarebbe avvenuto in seguito: “Anche in questa seduta
non fu possibile neppure cominciare la discussione sui temi che interessavano il potenziamento della Facoltà […]. E’ stata invece, votata, una mozione
nella quale gli assistenti propongono la costituzione di una consulta composta da tre professori […], da tre assistenti a da tre studenti. Si pretende inoltre che gli attuali organi di governo dell’Università si impegnino nel loro
complesso e nelle sedi rispettive a ratificare le decisioni assunte dalla consulta. Infine, si chiede che alle riunioni della consulta assista un rappresentante del Consiglio di amministrazione avente voto puramente consultivo e
sia tenuto a fornire tutta la documentazione di cui essa vorrà disporre per le
proprie decisioni”. La risposta alla presa di posizione del Rettore fu la ripresa
l’occupazione della facoltà di lingue.
La stampa dal canto suo, come sempre accade in questi casi, soffiò sul fuoco esaltando l’atteggiamento intransigente degli assistenti e degli studenti di
lingue, smascherando le presunte prevaricazioni di un C.d.A. presieduto da
un personaggio “che è sembrato troppo retrivo alla stessa Confindustria”,
denunciando l’arcaicità di programmi d’ economia basati su testi “dove Keynes è citato solo tre volte e di sfuggita, Pareto 47”, disvelando una realtà
plasmata “da un velo di lesina, da un’atmosfera di taccagneria che fa sorridere se si pensa alle pretese del mausoleo di parco Ravizza di essere la punta
del capitalismo italiano” e via discorrendo. Argomentazioni alquanto discutibili che, tuttavia, non mancarono di far presa su una parte della popolazione
studentesca.
I puntuali ‘rapporti di servizio’, redatti dagli impiegati (il dott. Dubini dovrebbe ricordarsene) dell’Università offrono indicazioni molto precise sui
momenti topici dell’occupazione, sottolineando il ruolo delle diverse anime
del movimento, le dialettiche studenti/assistenti/ temi aggreganti, ecc.
Uno di questi rapporti, redatto in occasione di una conferenza stampa organizzata dagli occupanti, dà conto degli umori dell’assemblea.
La vivacità del racconto esime da ogni ulteriore commento: “Capra. Presidente dell’assemblea, studente. Fatta una breve relazione sul movimento studentesco[…] (niente di particolare) ha poi dato la parola al prof. Corona. Corona: tutta la cronistoria delle loro assemblee in una delle quali è intervenuto improvvisamente, senza preavviso alcuno, il Rettore, accompagnato dal
Consigliere delegato, dai presidi di facoltà e dai prof. Gorlier e Rosenfeld[…].
L’altro assistente, prof. Legnani, prendendo la parola, polemizza su tutto il
sistema della Bocconi: bilancio, consulta, consiglio di facoltà non esistente,
politica del silenzio, nonché sulla diversità del numero degli assistenti futuri
in ruolo (sette a lingue straniere e 14 a economia) […]. Secondo Legnani, inoltre, la facoltà di lingue è come un ‘serbatoio finanziario’ della facoltà di
economia, macchina produttrice di cervelli al servizio della Confindustria e
gli assistenti della stessa facoltà di economia non hanno aderito alla loro
manifestazione in quanto sono tutti privilegiati perché, oltre ad avere lo stipendio della Bocconi, esercitano attività di consulenza alla Cassa di Risparmio, riscuotendo notevoli parcelle[…]. Nel successivo intervento fatto dallo
studente Mele, si mette in evidenza[…] l’impossibilità di aprire un dialogo
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con le autorità accademiche, precisando che solo alla fine delle lezioni il ‘fantomatico’ prof. Bo ha risposto con una lettera molto evasiva non concernente
l’oggetto delle richieste avanzate dagli studenti ed assistenti e che nelle successive riunioni, quando c’era da decidere qualcosa di concreto, ‘prendeva la
sua bacchetta e se ne andava’. […]. Vien preso in mano, subito dopo, il microfono da parte di un assessore ‘comunista’ – Bonazzola? (Donna, magra,
capelli rossi, dai cinquanta ai 60 anni) che[…] s’impegna formalmente a presentare una mozione urgente al consiglio comunale per sapere perché il Ferrari, ex sindaco e componente del consiglio di amministrazione della Bocconi, non abbia mai fatto saper nulla del bilancio della Bocconi stessa ed auspica, infine, che fra comune e componenti universitarie occupanti si possa
creare un flusso informativo”.
Mentre la conflittualità all’interno della facoltà di lingue si faceva sempre
più aspra, la commissione incaricata di predisporre la revisione del piano
degli studi di economia, compiva importanti passi in avanti. Un primo documento, messo in discussione il 17 giugno, prevedeva una duplice opzione: la prima, da realizzarsi nell’immediato, teneva conto dei vincoli imposti
dall’ordinamento; la seconda, da tradursi a più lungo respiro, ne prevedeva il
superamento. Nel breve periodo si ipotizzava la divisione della monolitica facoltà di economia e commercio in due indirizzi, innestati su di un biennio
comune e articolati in numerosi insegnamenti specialistici, fra i quali gli
studenti avrebbero goduto di ampia libertà di scelta.
Sulla opzione a lunga scadenza, in questa fase, ci si limitò, a proporre una
sorta di ‘trama generale’ che insisteva sul ruolo degli insegnamenti opzionali,
su una maggiore integrazione dei due indirizzi in precedenza immaginati, su
una grande elasticità dei piani di studio e su una didattica innovativa che
prevedeva, accanto alle lezioni cattedratiche, seminari multidisciplinari, testimonianze di managers, di esperti accademici e non, ecc.
Il progetto di ‘riforma immediata’ ottenne la pronta adesione degli incaricati,
ma non quella degli assistenti, che ne subordinarono l’accettazione alla richiesta che la commissione attuativa del piano fosse composta da “un egual
numero di professori ordinari, incaricati, assistenti e studenti”.
La situazione di stallo che ne seguì non impedì che i lavori continuassero e il
progetto fosse ulteriormente perfezionato, grazie anche alle insuperabili doti
di mediatore e di compositore di conflitti di Innocenzo Gasparini.
Nel frattempo l’occupazione della Facoltà di Lingue continuava, tra alterne
vicende, aumentando la preoccupazione di quanti vedevano messa in discussione la sessione estiva d’esami e spingendo alcuni di essi, che pur affermavano di condividere i motivi ideali della sollevazione studentesca, a
proporre la convocazione immediata di un’assemblea che decidesse forme di
lotta alternative a quelle messe in atto sino a quel momento. L’adunanza, tenutasi il 9 giugno nel clima di grande tensione determinato dallo sgombero
della Cattolica operato il giorno precedente dalle forze di polizia, si concluse
con un nulla di fatto. Vale la pena di riportare i principali passaggi del rapporto su quella burrascosa giornata: “Insuccesso degli studenti favorevoli
alla disoccupazione, perché troppo pochi e non tutti d’accordo sul da farsi.
La presenza degli assistenti in aula (dr. Verona, dr.ssa Mocarelli, dr. Bonfatti) è stata respinta all’unanimità[…]. Dopo varie discussioni pro e contro, si è
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iniziato a cercare firme d’adesione, ne sono state raccolte un centinaio circa[…]. Sciolta la riunione quasi tutti i presenti si sono riversati un Aula Maggiore, dov’era in corso una riunione didattica, con la presenza al tavolo della
presidenza dei sigg. dr. Verona e dr.ssa Mocarelli. Il dibattito era molto acceso, a volte violento, gli studenti accusavano gli assistenti per i loro metodi sia
d’insegnamento che d’esami, che questo sciopero non è tanto per la ristrutturazione della scuola, ma più di tutto per loro questioni economiche,
fors’anche politiche. La difesa degli assistenti era dura, spiegando che molti
di essi non riescono a capire, non vogliono [sic]. Perché risolvere il problema
della ristrutturazione didattica vuol dire migliorare l’apprendimento e le attrezzature, il tutto a favore dello studente[…]. Alcune delle frasi pronunciate
dal dr. Verona e dr.ssa Mocarelli: - Verona: Io ho insegnato in licei e Università francesi e a loro confronto l’Università Bocconi è una Università di serie
B. - Moccarelli: Quest’anno ho avuto in dotazione un testo originale in lingua
tedesca che mi impegnava tre ore al giorno di studio per poter parlare
mezz’ora in aula. - Verona: Ragazzi, guardate che gli esami non si faranno
anche se disoccupate. - Verona: Tenete duro che i tempi maturano”.
Nei giorni successivi, dopo il fallimento di altri tentativi volti a riprendere il
dialogo, Dell’Amore ruppe ogni indugio, disponendo che gli esami fossero tenuti, anche a facoltà occupata. A tale decisione l’assemblea degli occupanti
insorse, chiedendo al C.d.A. le immediate dimissioni del Rettore.
Furio Cicogna reagì alla pretesa con un secco comunicato stampa: “ Con
riferimento alla notizia pubblicata da alcuni quotidiani circa la richiesta di
dimissioni del Rettore della Università Bocconi, prof. Giordano Dell'Amore,
avanzata da una assemblea di assistenti della facoltà di lingue e letterature
straniere, nella mia qualità di Presidente del Consiglio di amministrazione
dell'Università stessa premetto: 1) che né lo scrivente, né il Consiglio di amministrazione sono disposti ad accogliere imposizioni da parte di chicchessia…; 2) che il Rettore è a capo della intera università … per la parte didattica
e disciplinare e che l'assemblea degli assistenti della facoltà di lingue, autrice
del comunicato pubblicato su alcuni giornali, risulta composta solo dalla
quarta parte dei 37 assistenti e lettori della facoltà stessa”.
Da qui l’ulteriore rincrudimento dello scontro, che fece cadere le residue
possibilità di mediazione, rendendo vana l’apertura di un confronto sul progetto elaborato dalla commissione di riforma di lingue’.
L’arrivo dell’estate fiaccò ogni velleità e fece si che l’occupazione, dopo essersi
stancamente trascinata per alcune settimane, si concludesse il 15 luglio con
lo spontaneo abbandono dei locali della facoltà di lingue di uno sparuto
gruppo di ‘irriducibili’; mentre in un’altra ala dell’Università il C.d.F. di economia, integrato dalle rappresentanze studentesche, varava il ”piano di riforma immediata” e costituiva la commissione paritetica incaricata di mettere a punto la “riforma a lungo termine”.
La minuziosa ricostruzione di quanto accadde in quei mesi si è resa indispensabile per evocare il clima nel quale venne maturando la decisione di
sopprimere la Facoltà di lingue e letterature straniere. Essa fu assunta, con
tutta probabilità, in piena autonomia, dal Rettore e dal Presidente, senza la
preventiva consultazione delle altre componenti accademiche; le quali, pur
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senza essere completamente all’oscuro di quanto stava capitando, furono avvertite solo a cose fatte, e dai giornali, dei provvedimenti presi.
I documenti non portano traccia delle lunghe discussioni fra Furio Cicogna e
di Giordano Dell’Amore che sicuramente precedettero la decisione. Quel che
è certo è che essa giunse a maturazione nel mese di luglio e fu comunicata al
ministro della pubblica istruzione in un lungo ‘Promemoria riservato’, che lo
dell’intenzione della Bocconi di concentrare tutti i suoi sforzi sul settore economico e di “sospendere gradualmente i corsi della Facoltà di lingue e letterature straniere sino al loro esaurimento”.
Alla lettera in questione è allegato uno ‘Schema di deliberazione’, datato 12
luglio 1968, che, di fatto, è la sentenza di morte del corso di lingue e letterature straniere. Esso è così concepito: “1) A decorrere dall’anno accademico
1968/69 il corso di laurea in lingue e letterature straniere è soppresso. Tale
soppressione avverrà gradualmente per salvaguardare i diritti degli studenti
attualmente iscritti e conseguentemente: a) Nell’anno accademico 1968/69
cesserà di funzionare il primo anno di corso e non saranno, pertanto, accolte
domande di immatricolazione; b) a partire dall’anno accademico 1969/70
cesseranno di funzionare rispettivamente, con gradualità annuale, il II, poi il
III e infine il IV anno di corso, cosicché al termine dell’anno accademico
1971/72 il corso di laurea in lingue e letterature straniere risulterà definitivamente soppresso”.
Il provvedimento di soppressione fu presentato al C.d.A. nella seduta del 23
luglio da Giordano Dell’Amore, assieme all'ipotesi di dar vita un Corso di
laurea in economia europea, riconosciuto da tutti i paesi del MEC – che avrebbe dovuto recuperare molte delle competenze maturate a lingue. Il nuovo
corso di laurea e quelli messi in cantiere nel progetto di riforma ‘di lungo periodo’ avrebbero radicalmente trasformato la vecchia facoltà di economia e
commercio imponendo massicci investimenti e scelte dolorose ma necessarie; prima fra tutte la sospensione graduale degli insegnamenti della Facoltà
di lingue e letterature straniere “sino al loro esaurimento”.
Ottenuta l’approvazione del Consiglio, Cicogna informò Giovanni Spadolini
delle decisioni assunte. Il direttore del ‘Corriere’, che aveva già avuto la soffiata da qualche consigliere, ne aveva però già dato ampia notizia, accentuando l’innovatività delle scelte operate nel campo dell’istruzione economica
e sorvolando, o quasi, sulla soppressione della facoltà di lingue.
Scarse, se non nulle, furono le reazioni del movimento studentesco in quella
Milano assediata dal solleone. Ma se, in un primo momento, fecero difetto le
proteste degli studenti, non mancarono invece quelle di chi, a ragione, temeva che la tela pazientemente tessuta fosse stata irreparabilmente lacerata
dalle decisioni assunte. Innocenzo Gasparini in primis che, sia pure con il
garbo che gli era congegnale, comunicò al Rettore il disagio che pervadeva
l’intero corpo accademico in seguito a scelte che rischiavano di riaprire conflitti appena sopiti.
Il preside di Economia sarebbe stato buon profeta: di lì a pochi giorni, in una
tumultuosa assemblea, svoltasi davanti ad una Bocconi sbarrata a chiunque, molti studenti, più smarriti che adirati, si interrogavano sul loro futuro,
attaccando i responsabili di quello che definivano ‘un atto terroristico’ e finivano con l’occupare la rettoria di S. Ferdinando; con il pieno accordo dei
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frati minori, che donna Javotte aveva chiamato a reggere l’omonima chiesa.
Anche i docenti mossero dure critiche all’indebita interferenza in decisioni di
esclusiva spettanza del C.d.F. e “in periodo di generale assenza per le vacanze, di organi la cui competenza dovrebbe essere limitata al reperimento di
mezzi finanziari per attuare i programmi stabiliti dai consigli di facoltà”;
mentre da parte di associazioni, istituzioni pubbliche e private e singoli cittadini non mancarono le lamentele contro l’arbitrarietà di una scelta considerata lesiva dei principi elementari della democrazia.
Lo stesso sindaco e il presidente dell’Amministrazione provinciale invocarono
il ripensamento delle misure assunte, offrendo la loro mediazione e la piena
disponibilità alla definizione di soluzioni meno traumatiche. Tutto fu inutile.
A nulla valsero autorevoli interventi, minacciose dichiarazioni, decise prese
di posizione, dure campagne di stampa: la decisione era stata presa e né
Presidente né Rettore avevano intenzione di ritornare sui propri passi.
Della determinazione di chiudere i conti con i ribelli fecero le spese anche i
frati di S. Ferdinando ai quali, su richiesta del Rettore e del Presidente, dal
cardinale Colombo, arcivescovo di Milano, fu sottratta la cura delle anime
della Rettoria. Delle aspre critiche sollevate dalla destituzione dei religiosi è
testimonianza la denunzia del ‘Circolo ACLI Fanin’ resa pubblica in un volantino distribuito davanti alla Bocconi: “DENUNCIAMO ALL’OPINIONE PUBBLICA
L’ENNESIMO SOPRUSO DELLO STRAPOTERE ECONOMICO CHE NON AMMETTE DISTURBI
NEL SUO DOMINIO SULLA SOCIETÀ: I padroni hanno chiuso la ‘loro’ Università e
resi inutili pezzi di carta le 4.500 lauree ancora da conseguire. I padroni disprezzano così i sacrifici degli studenti rendendo più difficile la ricerca del
posto di lavoro. I padroni distruggono un’altra comunità viva e carica di valori cristiani mediante l’equivoco o perlomeno inopportuno trasferimento dei
frati operato dalle autorità competenti in concomitanza di un ricatto culturale. I padroni vogliono disporre saldamente di tutte le componenti dell’uomo
per annullarlo in ogni suo aspetto essenziale: il lavoro, la cultura e la religione devono essere assoggettate alla legge inumana dello sfruttamento totale.
Rinnoviamo la nostra solidarietà agli studenti della Bocconi ed esprimiamo il
nostro sdegno per questi fatti che sono nuovi motivi di vergogna per i padroni e di amarezza per il lavoratori cristiani".
Sul fronte della contestazione, il silenzio prima e le imbarazzate spiegazioni
offerte in seguito dal Rettore alle ripetute richieste di chiarimenti circa i motivi che avevano spinto il C.d.A. alle decisioni di luglio, indussero gli assistenti di economia a rivedere la loro posizione imponendo come condizione
per la ripresa del dialogo la modifica dell’art. 5 dello statuto, che demandava
al C.d.A. “ogni competenza in materie scientifiche e didattiche”; la partecipazione di tutte le componenti universitarie al governo dell’Ateneo e la revoca
della delibera che toglieva la qualifica di assistente bocconiano a quanti avessero rapporti stabili con altre università”.
La positiva decisione assunta in questo caso dai vertici dell’Università aprì
la strada al ‘progetto di riforma a lungo termine della Facoltà’, ora appoggiato dall’intero corpo accademico.
Il disegno, come emerge da un documento stilato da Innocenzo Gasparini,
proponeva di superare le barriere poste dalla burocrazia ministeriale av6
viando procedure atte ad “accogliere prontamente ed in forme duttili i filoni
nuovi di conoscenza ed istituire una libertà di scelta, la quale entro una cornice predisposta, consenta di rispondere ai talenti”: su un biennio comune,
si sarebbero innestati quattro indirizzi di specializzazione (in economia industriale, in economia delle aziende di credito, in economia della amministrazione pubblica, in economia europea) e ai meglio dotati sarebbe stata offerta
la possibilità di perfezionare gli studi inserendosi su nuovi percorsi di ricerca: il dottorato, le scuole post universitarie o “l’internato presso i singoli istituti”. L’approvazione del complesso disegno avrebbe richiesto un anno di
tempo e l’impegno assiduo di tutte le componenti in numerose sedute del
Consiglio di Facoltà.
Alla fine del lungo tour de force, quando l’azione suadente di Innocenzo Gasparini sembrava aver avuto la meglio su tutte le opposizioni, Giovanni Demaria, nella seduta del C.d.F. del 6 ottobre 1969 (quella in cui il progetto
venne definitivamente accettato), aprì un fuoco di sbarramento praticamente
su ogni punto dello stesso contestandone gli indirizzi, le denominazioni, la
trasformazione dei corsi da annuali in semestrali, il declassamento di alcuni
insegnamenti, l’indebito utilizzo del termine ‘economia di…’ per qualificare le
discipline aziendali', sollevando le perplessità, lo sconcerto, l’irritazione di
quanti, pur abituati alla sua scontrosità, per mesi avevano faticosamente lavorato alla stesura finale dell’innovativo programma.
Alle critiche sui singoli punti il vecchio professore fece seguire una non meno
dura valutazione generale della proposta in discussione: “il progetto è irrazionale, straordinariamente infelice da un punto di vista didattico, in contrasto con quanto discusso in parecchie sedute precedenti del Consiglio di Facoltà….. Se si osservano gli elenchi degli insegnamenti opzionali[…] si rileva
una dovizia di insegnamenti doppioni uno rispetto all’altro[…] ed anche parti
di insegnamenti obbligatori di cui costituiscono un capitolo: il grande pericolo è che la Bocconi insegni ripetutamente le stesse cose e quindi favorisca le
stesse persone…".
Dopo questo coup de theâtre Demaria si alzò e abbandonò il Consiglio (sbattendo la porta, mi piace pensare). Ma questa è un'altra storia.
Morale della favola: a distanza di quattro decenni da quei memorabili anni
'60 (anche questo fa parte della storia di quel mitico ’68, oltre che della storia
di tutti noi), credo che non possiamo non rivolgere un pensiero di ammirato
stupore alla saggezza e alla forza di carattere di Giordano dell’Amore e di Furio Cicogna che seppero assumersi una responsabilità che pochi in quel particolare momento, avrebbero avuto il coraggio di prendersi e mantennero
fermo il loro proposito contro tutti e contro tutto, contro docenti, amministratori pubblici, studenti, sindacalisti, giornalisti e chi più ne ha più ne
metta. Intuendo, credo, che l’unica maniera per far sopravvivere l'istituzione
senza farle perdere la propria identità era ritornare alle origini, ripensare il
futuro avendo presente la lezione dei padri fondatori (di Leopoldo Sabbatini
e di Angelo Sraffa in primis) e innovando profondamente sia pure nel solco
della tradizione. Si tratta, credo, di una straordinaria lezione che forse, ogni
tanto, dovremmo ricordare ai nostri giovani per abituarli a pensare che, forse, la Bocconi è grande non solo grazie a loro.
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