Untitled - RCS Libri

Teresa Ciabatti
Il mio paradiso è deserto
Rizzoli
Proprietà letteraria riservata
© 2013 RCS Libri S.p.A., Milano
ISBN 978-88-17-06434-7
Prima edizione: marzo 2013
Questo libro è frutto dell’immaginazione dell’Autore. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono fittizi o usati in modo fittizio.
Il mio paradiso è deserto
A mio padre e mia madre
che tornano ogni notte
“Di tutto il patrimonio che avevano, cosa gli è rimasto?
Quel castelletto col borgo intorno, niente.”
Mia suocera
Parte prima
La figlia Marta Bonifazi
Capitolo 1
Davanti a quelle persone che la guardavano in silenzio coi volti privi di espressione delle immagini tombali,
si domandò come fosse possibile che quella gente stupida e ipocrita, quegli individui superficiali e arroganti
fossero i suoi genitori.
Marta Bonifazi non se ne capacitava.
«Forse non hai capito, rischiamo di rimanere bloccati po–»
«Tu non ti muovi di qui» disse il padre.
«Se chiudono le strade.»
«Le previsioni danno pochi millimetri.»
«Perché non capite?» ripeté lei, con voce flebile.
«C’è in gioco la mia vita.»
Era una battaglia persa: nemmeno per un istante quei
due riuscivano a mettersi nei suoi panni, non a venirle incontro, per carità, non chiedeva tanto, ma almeno a considerare le sue esigenze, a rispettare il momento che lei tanto aveva aspettato, quello che le avrebbe cambiato la vita.
Sconsolata, si girò e senza dire una parola si avviò
alle scale, mentre come un’eco le arrivava la voce della
madre: «Oh, Roxy piccolo mio, porta qui il maialino».
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Vaffanculo a sua madre, a suo padre, vaffanculo alla
casa in campagna in quel paesino nel culo del mondo.
Vaffanculo alla mania di passare la domenica in famiglia, vaffanculo alla neve che ricopriva il giardino, dal
portico coi divani di vimini attraversando il prato fino
alla fila di querce, scendendo le scalette di pietra su cui
Roxy cane inciampava, per arrivare giù, dove un tempo
c’era l’orto dei frati, perché quello era un ex convento
di Cappuccini. Tutto bianco di neve, tranne la piscina
termale, una distesa di acqua da cui si alzavano nuvole
di vapore.
Glielo faceva vedere lei ora, si ripromise Marta inginocchiata a terra ad allungare una mano sotto il letto, la
interrompeva lei tutta quella felicità.
«Buttati» riecheggiò una voce dal giardino.
Dalla finestra, vide suo fratello Pietro prendere la
rincorsa e tuffarsi di testa dal trampolino, e Melania accovacciata sul bordo allungare un piede in acqua, ma
soprattutto vide Lorenzo galleggiare con la testa fuori e
un sorriso ebete. Perché era là sotto con loro? Per quale
motivo stringeva alleanza col nemico?
Eccolo il nemico riemergere tra i vapori. «È fantastico» gridò suo fratello.
La temperatura di trentanove gradi.
«Forza» gridò ancora, «è un brodo.»
E mentre Pietro spariva sott’acqua per rispuntare
poco dopo dall’altro lato, lei si pentiva di aver invitato
Lorenzo.
«Oddio» Melania si portò una mano al cuore trovandosi Pietro davanti, «mi hai fatto prendere un colpo.»
«E dài» la tirò lui per una gamba.
«Smettila, lo sai che ho la pressione bassa.»
In piedi nella parte bassa della piscina, le braccia al12
zate al cielo, Pietro roteò su se stesso. «Ma non vedi che
spettacolo? Non lo vedi che fuori è inverno?»
«Embe’?»
«Per il mondo intero è inverno, tranne che per
noi.»
Quando Marta vide Melania togliersi l’accappatoio,
quando la vide indugiare in bikini, e poi lentamente immergersi in piscina, immaginò quello che stava pensando il padre.
Lo vedeva, spalle dritte, impettito nell’abbigliamento
sportivo, guardare davanti a sé. E davanti a sé c’era solo
quella ragazza magra, i capelli castani a coprirle metà
schiena, il seno strizzato nel costume, il sedere alto e
sodo, quella ragazza bellissima. Marta sapeva cosa stava
pensando lui: che se solo avesse voluto, se solo avesse fatto un piccolo cenno, un’alzata di sopracciglia, un
mezzo sorriso, sarebbe stata sua.
Fu in quel momento che suonò il citofono interno,
Lourdes dalla cucina. Che suonasse pure, che si troncasse il dito, tanto lei non rispondeva.
Aprì la finestra, giusto uno spiraglio: erano tutti così
felici, anche sua madre che comparve in giardino, golf
leggero, e si avvicinò al padre poggiandogli una mano
sulla spalla e lui sorrise continuando a guardare dritto
davanti a sé, ai suoi possedimenti, e Roxy, l’amatissimo
Roxy, che correva sulla neve, e Pietro, in acqua con Melania sulle spalle, e Lorenzo, il suo Lorenzo, che usciva dalla piscina, emergendo tra i vapori. L’inferno. Era
esattamente così che Marta s’immaginava l’inferno: una
cortina di fumo da cui sbucavano le facce della sua famiglia.
Il dito pronto a scattare, l’occhio nel mirino, puntò
alla testa che tanto odiava, ma esitò, e perse l’attimo,
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il bersaglio si mosse, costringendola a spostarsi, ad arretrare di un passo, fin quando fu di nuovo nella sua
traiettoria, e allora sparò.
La carabina ad aria compressa l’aveva trovata due
anni prima nelle cantine di Villa Quintili. Vecchiotta,
ma ancora funzionante. Marta l’aveva sperimentata su
lucertole, piccioni e gabbiani, soprattutto gabbiani perché erano i loro strepiti a svegliarla ogni mattina.
Così, un giorno di maggio, gli alberi in fiore, Marta
era uscita sul terrazzino della casa di Roma, Villa Quintili appunto, in lontananza il Mausoleo di Seneca, più
dietro uno scorcio di Appia Antica, e aveva sparato.
Quando il gabbiano le era precipitato sotto gli occhi,
quando si era schiantato stecchito sul prato, quando insomma lei era stata certa che fosse morto – «Mai visto
un cadavere? Io sì» si sarebbe vantata da allora coi compagni di scuola – in quel momento Marta si era sentita
bene. Per carità, sapeva che si trattava di un semplice
caso. Quella carabina non poteva uccidere nessuno, eppure, ogni volta che la imbracciava, sentiva un brivido,
la speranza che potesse succedere ancora.
Anche quel giorno ci sperò seguendo il proiettile che
puntava dritto al padre. Un sibilo che nessuno parve
sentire, poi un piccolo zampillo d’acqua. A un paio di
metri da lui. L’aveva mancato.
Meglio nascere povera, figlia di un disoccupato, di
un indigente qualsiasi, un muratore, un elettricista, un
professore di scuola media. Sì, Marta avrebbe preferito.
Avrebbe preferito girare coi mezzi pubblici, non avere
centodue paia di scarpe, viaggiare in camper. Potendo
scegliere, avrebbe voluto essere una senzatetto, un’orfana piuttosto che figlia dell’Ottavo re di Roma, così lo
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