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In edicola Fr. 2.– / € 1,35
Le prove
Le partite
VINCE MAJKA,
MA COMANDA
ANCORA NIBALI
PER ROSBERG
IL GP DI CASA
PARTE IN POLE
UN PUNTICINO
ALL’ESORDIO
PER LE TICINESI
SCHIRA A PAGINA 14
Reuters
La corsa
Reuters
Losport
9
771660 968900
GAA 6600 LOCARNO –– N. 28
28
Copia in omaggio (in edicola Fr. 2.– / € 1,35)
MORO A PAGINA 15
A PAGINA 15
Il revival
Domenica
20 luglio 2014
Settimanale di attualità, politica, sport e cultura
Anno XVI • Numero 28
Le bibite vintage
riconquistano
mercati e palati
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A PAGINA 23
TORREFAZIONE
DI CAFFÈ
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L’analisi/1
Dall’Ucraina a Gaza
troppe crisi aperte
dall’ignavia politica
LUIGI BONANATE
D
el Boeing malese, caduto
nei pressi di Donetsk
(Ukraina dell’est), causando la morte di 298 persone,
non sappiamo, con certezza, nulla di più. Così come stanno le cose, in questa nostra comprensibile ansia di capire, non abbiamo
che una strada: quella classica e
storica del cosiddetto “cui prodest?”. Ma diciamoci prima di
tutto, ancora una volta, che uccidere o far morire non è mai giovato a nessuno, perché si sono
sempre attirate altre morti.
segue a pagina 5
L’analisi/2
Pensione a 67 anni
una scelta solidale
CHANTAL TAUXE
D
Il pizzino
i che cosa vivremo
quando saremo vecchi?
Di Avs? Di secondo pilastro? Molti esperti temono
che questo non basterà. Paradossalmente, la speranza di
vita non fa che aumentare,
ma questa performance legata all’elevata qualità del nostro sistema sanitario ci sta
spingendo oltre i nostri mezzi. Il “Think tank” Avenir
Suisse ha riproposto l’idea
di creare un’assicurazione
per finanziare la presa a carico in un istituto medicosociale: a partire da 55 anni,
285 franchi al mese per costituire un capitale capace
di coprire i costi dei nostri ultimi
anni d’esistenza, la sistemazione
in un istituto e le cure mediche.
segue a pagina 11
L’analisi/3
L’allarme
Paura sulla Piazza dopo la trasmissione dei dati agli Usa
La strategia cinese
per il business estero
Ti-Press
L’
economia cinese è ormai
seconda solo a quella statunitense e cresce più rapidamente di qualsiasi altra all’interno del G20. I fondi sovrani del
primo esportatore al mondo sono
i più ricchi del pianeta e dispongono di oltre un milione di miliardi di dollari. Ciò significa che la
Cina ha a disposizione ingenti
somme di denaro per investire
all’estero. Ed infatti dal 2005,
quando è stata lanciata la politica
di incoraggiamento delle imprese
statali cinesi per gli investimenti
all’estero questi sono passati da
17 miliardi di dollari a 130 miliardi nel 2013. In percentuale, rispetto al Pil, l’investimento estero
cinese però rimane basso rispetto
a quello degli Stati Uniti e di molti
altri altri Paesi occidentali.
segue a pagina 13
La cronaca
“Ho amato
un sacerdote
e da lui ho avuto
due bambini”
LORETTA NAPOLEONI
Perche la Lega
entra nella
Massoneria?
Troppi,
“muratori”,
evidentemente
frontalieri.
La storia
“Io, bancario, rischio il posto
per aver aperto conti americani”
L’erba in valle
ora la tagliano
i profughi eritrei
GUENZI A PAGINA 8
SPIGNESI A PAGINA 6
RAVANI A PAGINA 9
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
3
LA SALA RIUNIONE
L’interno della Loggia Il Dovere
con al centro il logo della
massoneria. Nell’elaborazione
del Caffè, le cinque Logge ticinesi
Le analisi
Politica&segreti
“La segretezza della congiura
sostituita da interessi di lobby”
La svolta di un movimento
che insegue gli altri partiti
pure tra i “ Fratelli muratori”
Uno storico e un politologo tracciano l’evoluzione delle Logge
MASSIMO SCHIRA
Q
Alla nuova Lega
piace corteggiare
la Massoneria
Dopo plr, ppd e ps anche Monte Boglia
punta ad avere “Squadra e Compasso”
LIBERO D’AGOSTINO
LA RICHIESTA
DEL MINISTRO
Era l’agosto del 2011
quando il Caffè rivelò
che il neo ministro delle
Istituzioni, Norman Gobbi,
aveva presentato mesi
prima la sua candidatura
alla Massoneria
C
i aveva già provato
Norman Gobbi qualche anno fa, ma la
domanda di adesione del ministro delle
Istituzioni era andata a buca.
Ora ci provano leghisti di calibro
minore ad entrare nella Massoneria, con tre candidature, tra
cui due deputati, che certamente faranno discutere i “Fratelli
muratori”. Molti di essi sono, infatti, convinti che gli ideali
dell’Ordine mal si conciliano
con le posizioni politiche della
Lega. “Fratellanza, tolleranza,
uguaglianza e libertà”, sostengono, non hanno niente a che vedere con il leghismo. Ma da via
Monte Boglia, in cerca di nuova
“Luce”, si punta sulle Logge, come del resto hanno fatto in passato Plrt, Ppd e Ps.
A presentare la loro candidatura
in due Logge diverse del Ticino,
sono stati due gran consiglieri,
uno dei quali molto noto, e un
terzo leghista, figura meno conosciuta ma in
cerca di visibilità nel movimento.
I loro nomi sono noti alla redazione,
ma
trattandosi di
candidature, e
non occupando
i tre, a differenza di
Gobbi,
alti incarichi istituzionali, giusto
riconoscere loro la tutela della riservatezza privata.
Ma la vera novità è che “Squadra
e Compasso”, i simboli di un potere contro cui si scagliava in
passato il presidente a vita Giuliano Bignasca, oggi piacciono
anche alla Lega. Piacciono né
più e né meno degli altri partiti,
come il Plrt, in particolare, Ppd e
Ps che da anni hanno loro uomini ben piazzati nelle cinque Logge ticinesi. Per la famigerata legge del contrapasso tutti e tre i
candidati al “grembiulino bianco” fanno parte della pattuglia
acrobatica di via Monte Boglia,
l’ala del movimento più spericolata, quella “pura e dura” che si
richiama al “ Nano” e che oggi
gioca la carta dell’operazione
Massoneria.
Dei due deputati, uno da
qualche anno sta emergendo
sulla scena politica e, sebbene
non faccia ancora parte del cerchio magico dei colonnelli leghisti, sono in molti a quotarlo
tra i futuri leader di un movimento che sta cercando di darsi
un nuovo assetto dopo la morte
del presidente. Ma a che pro,
viene da chiedersi, questo interesse della Lega per la Massone-
La curiosità
Il caso di Mauro Antonini, capo delle Guardie di confine, in corsa per il governo
Prima il no a Norman
Gobbi, ora altre tre
candidature, tra cui
due deputati, chiedono
l’ingresso nel Tempio
ria? Si sa l’Ordine, pur non essendo più una potente associazione segreta, resta un formidabile e ramificato centro di relazioni personali, conoscenze,
scambi di favore e di sodale “fratellanza”, che si possono tradurre in affari, carriere professionali
e per i politici anche in appoggi
elettorali. Tant’è che qualcuno
equipara la Massoneria di oggi
ad una moderna, per quanto
anomala, lobby d’interessi (vedi
articolo nella pagina accanto).
Dunque, mettendo un primo
piede nelle Logge, anche la Lega
avrebbe un suo tornaconto. Tuttavia, il “massoleghismo” rap-
presenta una svolta radicale per
un movimento che era nato per
combattere ogni forma di Potere, pubblico o occulto, che fosse.
Un salto carpiato con un arrischiato avvitamento in una storia ventennale di trasgressione e
opposizione anche fuori le righe, che sicuramente non mancherà di far discutere, e magari
storcere il naso, il popolo leghista. Ma siamo già in campagna
elettorale e con l’aiuto della
Massoneria i risultati delle urne
potrebbero acquistare una
“nuova luce”.
Sul fatto che sarebbe molto
meglio se la politica, nel nome
Il comandante neo candidato
l’Ordine se l’è legato al... dito
N
L’ANELLO
Mauro Antonini, comandante
delle Guardie di confine,
sfoggia sull’anulare della mano
destra, l’anello con “Squadra
e Compasso”, il simbolo
dell’Ordine massonico
on passa inosservato, neanche ad un occhio poco attento. A prima vista sembrerebbe un semplice anello di famiglia, di
quelli che di generazione in generazione si tramandano di padre in figlio. Invece, è un anello con
i simboli dell’Ordine massonico: “Squadra e compasso”. A sfoggiarlo con disinvoltura è il comandante delle Guardie di confine Mauro Antonini che
è anche uno dei candidati di punta del Plrt per il
Consiglio di Stato alle prossime elezioni cantonali.
A conferma che la politica in Ticino non si fa nessun problema per l’adesione alla Massoneria.
Tutt’altro.
Del resto da un secolo e mezzo la storia del
cantone è anche legata a quella dell’Ordine che ha
avuto tra le sue file politici di primo piano. E di ogni
partito. Se tra i “Fratelli massoni” si sono contati, e
si contano, soprattutto liberali radicali, anche per
la forte assonanza dell’ideologia originaria del partito, con i principi laici e universalistici della Massoneria, non mancano di certo aderenti o simpatizzanti tra i popolari democratici e i socialisti.
C’è chi questa adesione ha cercato di tenerla
segreta - per quanto la Massoneria non sia più
un’associazione segreta - o quantomeno riservata,
e chi, invece, non l’ha mai nascosta. Anzi. Un
esempio su tutti, quello dell’ex sindaco di Lugano,
Giorgio Giudici, che non ha fatto mai mistero della
sua appartenenza alla Loggia “Il Dovere” la più importante e la più antica del Ticino. L’altra Loggia luganese, porta addirittura il nome di Brenno Bertoni, magistrato, docente universitario ma soprattutto uno dei padri politici del Ticino contemporaneo.
Insomma, il comandante Antonini è perfettamente in linea con le tradizioni liberali radicali. E
di quell’anello al dito non si dà pensiero. Semmai
oggi i problemi sono altri. In tempi in cui alla politica si chiede sempre più trasparenza, soprattutto
per un candidato al governo s’invoca la più totale
indipendenza da ogni possibile vincolo associativo che ne potrebbe condizionare l’autonomia. Ma
c’è pure un altro problema per Antonini. Molti altri
“fratelli” ritengono non di buon gusto sfoggiare
l’anello con i simboli della Massoneria. Per loro
l’appartenza all’Ordine non andrebbe così ostentata, ma vissuta con più discrezione. Soprattutto in
tempi di campagna elettorale.
l.d.a.
della trasparenza e dell’indipendenza, si tenesse alla larga da
vincoli associativi che possono
sfociare anche in conflitti d’interesse, in Ticino si discute da anni. Senza però cavare un ragno
dal buco. Per cui la presenza di
politici anche nella Massoneria
pare del tutto normale. Anormale e fuori luogo appare invece a
una buona fetta dei “fratelli” ticinesi, la possibile adesione
all’Ordine massonico dei leghisti. Le “Tavole del Tempio” che
impongono tra i valori cardine,
oltre la libertà, anche la fratellanza, la tolleranza e l’uguaglianza, non sarebbero difatti in
sintonia con la prassi politica leghista, intrisa di xenofobia, se
non di vero e proprio razzismo,
di graffiante intolleranza verso
gli oppositori e da una chiusura
identitaria distante anni luce
dall’universalismo massonico.
Si tratta di quei principi cui
ci si è appellati nella Loggia luganese “ Il dovere” per sbarrare
la strada, nel 2011, alla candidatura di Gobbi, anche se poi il ministro delle Istituzioni, da poco
in carica, si era affrettato a precisare che era stato lui stesso, una
volta eletto in governo, a ritirare
la sua domanda di adesione. Ma
tra i “liberi muratori” c’è pure un
altro e più insidioso timore. Per
un’ associazione che ha fatto
della riservatezza e del silenzio
una regola di comportamento,
la Lega resta, sempre e comunque, un movimento incontrollabile, tanto più oggi priva com’è
di una leadership sicura e sempre in preda ad imprevedibili giravolte. Si teme, quindi, che quel
capitale di relazioni e conoscenze che fa da trama all’esistenza
stessa dell’Ordine finisca nelle
mani sbagliate, e che si usi come
un’arma impropria l’appartenenza alla Massoneria. Magari,
finendo sulle pagine del Mattino
on line.
[email protected]
Q@LiberoDAgostino
Il reportage
Un viaggio virtuale
nelle stanze segrete
de “ Il Dovere”
I
l reportage virtuale “Il palazzo massonico nel cuore di Lugano” porta
all’interno dei segreti del Tempio luganese della Loggia “Il Dovere”, la più
importante delle cinque presenti sul
suolo ticinese. Grazie ad un link, cui rimanda il sito del Caffè, ecco un viaggio alla scoperta su come si struttura
una Loggia, attraverso una visita “guidata” ai locali che accolgono gli adepti. Fino ad entrare
nel Tempio, vero e
proprio, il centro
nevralgico dei riti
massonici, un
luogo spesso vietato ai non aderenti all’Ordine.
Un interessante
spaccato di questa sorta di società parallela che storicamente accompagna l’attività politica e
sociale del cantone. Un reportage con
immagini esclusive e una ricostruzione
minuziosa degli spazi occupati dalla
Loggia “Il Dovere”.
CAFFE.CH
Guarda il viaggio
virtuale nella Loggia
uello tra politica e Massoneria è un rapporto
che nasce già con le prime riunioni segrete dei congiurati nel Settecento
inglese.
Una
relazione
che si è evoluta
con il passare degli anni, con il
mutare delle esigenze sociopolitiche dell’Europa e,
di conseguenza,
della
Svizzera,
Paese che vide
eletto a primo
presidente della
Confederazione,
nel 1848, proprio
un massone: Jonas Furrer.
Una relazione
che affonda quindi saldamente le
radici nel passato
continentale, nazionale e anche
cantonale per il Ticino. “La nascita
della Massoneria europea risale agli anni a cavallo tra Seicento e Settecento in Inghilterra - spiega lo storico Emilio Papa, autore di un libro ormai famoso sulla storia della Svizzera -, mentre la contaminazione
nella Confederazione è degli
anni Trenta del Settecento, dopo che le Logge si erano già
formate in Germania e in
Francia. Il grande sviluppo in
Ticino risale invece agli anni
Ottanta dell’Ottocento. Passata l’epoca d’oro del liberalismo
di Franscini, al governo c’erano i conservatori e i liberali si
schierarono contro il regime
vigente costituendo quella che
sarebbe poi diventata la Loggia
‘Il Dovere’. Che richiama già
nel nome chiari accenti mazziniani. La
Massoneria in molti
Paesi è stata spesso
una forma d’opposizione al regime dominante”.
In una società
che pretende però
dalla politica sempre maggiore trasparenza, sapere di
rappresentanti
eletti dal popolo
che aderiscono ad una
Loggia massonica solleva legittimi interrogativi. “C’è, difatti,
una pressione crescente per
maggiore trasparenza e chiarezza per quanto riguarda gli
interessi extra politici, ad
esempio, dei parlamentari osserva il politologo Oscar
Mazzoleni -. D’altro canto non
va nascosto il fatto che la trasparenza porta con sé anche più vulnerabilità. Il
politico cerca quindi una
sorta di riparo esterno in
questo delicato equilibrio
tra pesi e contrappesi. Un
appoggio necessario
per
svolgere la propria attività, che
può andare dal sostegno del
sindacato, fino a quello della
Massoneria”.
Il parallelo tra le moderne
associazioni di categoria, le
lobby, che fanno pressione, ad
esempio, sul parlamento federale durante votazioni, referendum o il varo di nuove leg-
LE SEDI SVIZZERE
Nel tempio di ZurigoLindenhof si svolgono le
cerimonie di una delle più
importanti Logge svizzere.
In basso, Jonas Furrer
gi, e la massoneria è particolarmente interessante. “È forse
eccessivo definire la lobby moderna come la dimensione di
‘mercato’ della Massoneria nota Papa -, ma il sistema è
piuttosto simile. Ed è legato
agli interessi specifici di una
categoria. Senza però nulla voler togliere alle motivazioni
anche altruistiche che spingono a far parte di una Loggia
La storia
Dal Settecento ginevrino
alla presidenza del Paese
L
a Massoneria in Ticino ha trovato
terreno piuttosto fertile fin dalle
sue origini tardo ottocentesche. La
prima Loggia in Svizzera è stata fondata
nel 1736 a Ginevra e anche se ci sono voluti oltre cent’anni per veder nascere la
“Loggia Ticinese” (nel 1877), lo sviluppo
del numero degli aderenti è stato continuo. Oggi, le cinque Logge del cantone,
contano 300-400 membri, e fanno del Ticino il terzo cantone per ordine di importanza massonica nella Confederazione dopo Ginevra e Zurigo. In totale, in
Svizzera sono presenti una settantina di
Logge, che raggruppano oltre 4mila
membri, tutti sotto il mantello della
La prima presenza in Svizzera è del 1736,
mentre in Ticino risale al 1877 e in mezzo
Jonas Furrer, primo “Bundespräsident”
Grande Loggia Svizzera Alpina, fondata
nel 1844, proprio agli albori del moderno
Stato federale. Non è un caso se il primo
Presidente della Confederazione (nel
1848) fu Jonas Furrer, uno dei massimi
esponenti nazionali della Massoneria.
Le più importanti Logge cantonali si
trovano a Lugano, con “Il Dovere” - che
ha preso il posto della Loggia Ticinese - e
la “Brenno Bertoni”. Vere e proprie istituzioni, che hanno accolto anche personalità di spicco della politica cantonale, su
tutti Giorgio Giudici, per anni sindaco di
Lugano.
Le Logge, per quanto discrete e riservate come da tradizione, hanno anche
nell’attività filantropica uno dei loro settori prediletti. Ad esempio, attraverso il
sostegno ad enti di pubblica utilità come
quelli dedicati ai non vedenti, oppure
con l’istituzione di borse di studio per
giovani con difficoltà economiche per
potersi pagare gli studi.
m.s.
A LUGANO
La Loggia più
importante in
Ticino è “Il
Dovere”, che ha
la sua sede a
Lugano
massonica”. Un concetto di
“lobby moderna” che trova
conferma anche nell’analisi
del politologo. “I partiti sono
stati il riferimento politico durante il Novecento,
attraverso le ideologie come quella
cristiano democratica, socialista
o liberale - spiega
Mazzoleni -. Si è
però poi assistito
ad una riduzione
della capacità di
canalizzazione
degli interessi da
parte dei partiti
stessi, il che ha
aperto spazi occupati dai gruppi
di interessi. Non
necessariamente
società segrete.
Che mettono al
riparo il politico
dall'aleatorietà
degli effetti dell'essere sempre
presente nella
sfera pubblica”.
Un’evoluzione
della politica che
trova riscontri anche nel susseguirsi degli eventi storici che hanno
contribuito
alla
formazione
dell’Europa di oggi. E
che la Massoneria
non ha certo ignorato. “In realtà il concetto politico, con
forti accenti ideologici, è piuttosto lontano nel tempo - sottolinea Papa -. Oggi la Massoneria è più
che altro un’associazione, più
o meno segreta, che si basa sui
forti legami reciproci tra i suoi
membri, che spesso hanno interessi comuni. Di categoria.
La segretezza aveva un senso
nel 1700 o nel 1800, quando le
riunioni erano rivolte a contrastare i tiranni. Oggi lo sono certamente molto meno. L’aspetto
della cospirazione, salvo in rari
casi come la P2 di Gelli in Italia, non è certamente più d’attualità per la Massoneria”.
C’è, insomma, una ricerca
diversa del proprio gruppo
d’interesse. Ciò che un tempo
si trovava nel partito, ora si
cerca soprattutto altrove: “Il
partito è frammentato, diviso e
il collante ideologico di certo
non riesce più da solo a mantenere unito il gruppo - precisa
Mazzoleni -. L’appoggio e il sostegno necessari all’azione politica sono dunque ricercati altrove. Anche nella Massoneria
sebbene il suo ruolo sia parecchio cambiato nel corso del
Novecento”.
Cambiamento sottoscritto
dallo storico: “La decadenza
della missione strettamente
politica ed ideologica della
Massoneria subentra tra fine
Ottocento ed inizio Novecento
- aggiunge Papa, che nella sua
storia della Svizzera dedica interessanti passaggi ai ‘Fratelli
muratori’ -. Il motivo è semplice, in Europa è difatti il periodo della nascita degli Stati nazionali. Le costituzioni basate
sui principi laici e liberali hanno portato il continente in un
certo senso oltre la Massoneria. Che è diventata un’associazione d’interesse. Una lobby se si vuole, anche se con
aspetti diversi dalla lobby tradizionale”.
[email protected]
Q@MassimoSchira
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IL CAFFÈ
20 luglio 2014
5
mondo
Dietro i conflitti
nelle aree calde
del pianeta c’è
una ragnatela di
Stati in concorrenza
tra loro per vendere
armamenti.
Deflagrano così
tragedie come
quella del Boeing
abbattutto
e il dramma
del Medio Oriente
DA DOVE VENGONO I RAZZI DI HAMAS
LE
MAPPE
Qassam 1
QASSAM 1, 2 E 3
(gittata max. 40 km)
Palestina
Qassam 2
LUIGI
BONANATE
Qassam 3
J-80
(rielaborazione dei Fajr 5)
Palestina
Troppe crisi
alimentate
dall’ignavia
della politica
5m
M-302 KHAIBAR
(gittata 160 km)
Siria
(via Sudan ed Egitto)
FAJR 8 E FAJR 3 (gittata 80 km)
Iran
7m
DA DOVE ARRIVANO I SOLDI DI HAMAS
In parte Hamas si finanzia tramite organizzazioni di
beneficenza in tutto il mondo (tra cui Usa, Regno Unito,
Giordania, Australia, Sudafrica).
Ripresi dopo un anno i flussi di denaro dall’Iran
(circa 50 milioni di dollari al mese)
Regno
Unito
Turchia
Iran
Egitto
Usa
Qatar
Siria
Giordania
Australia
Reuters
Sudafrica
Fonte: La Repubblica
Usa e Russia alla guerra delle armi
La sfida sul mercato militare semina la morte dall’Ucraina a Gaza
Un missile terra-aria che colpisce e
abbatte, al confine tra Ucraina e Russia,
un Boeing 777 della Malaysia Airline in
volo da Amsterdam a Kuala Lumpur; altri
missili lanciati da due navi da guerra che
colpiscono e uccidono quattro bambini
palestinesi sulla spiaggia del porto di Gaza; un colono israeliano centrato da un
razzo in un insediamento di Neghev. Tre
immagini, tre simboli di una settimana ad
altissima tensione, dove le armi pesanti
hanno incendiato la notte tra il Medio
Oriente e l’Ucraina. Il bilancio dell’aereo
abbattuto è di 298 morti, mentre quello
della guerra nella Striscia di Gaza ha ormai superato complessivamente le 320
vittime, alle quali bisogna aggiungere oltre 2.500 feriti e 55 mila sfollati dai centri
vicino al confine con Israele.
E se la corsa alle armi e ai rifornimenti
militari procede spedita, in queste due
“zone calde” del mondo la situazione si fa
ogni giorno più drammatica. In Ucraina,
la tensione non si allenta e continua il balletto di responsabilità tra indipendentisti
e truppe di Kiev per l’abbattimento del
Boeing . Secondo la Bbc, poi, i ribelli separatisti starebbero impedendo agli ispettori dell’Ocse di lavorare nella zona in cui
si è schiantato l’aereo. Fonti del governo
ucraino sostengono che i filorussi starebbero portando via i corpi delle vittime. Un
modo per nascondere le prove, è stato fatto notare. La situazione è tesa per la presenza di uomini armati ostili agli esperti
internazionali, ha spiegato Michael Bociurkiw, portavoce del gruppo di ispettori
dell’Osce alla Cnn. Bociurkiw e il suo team sono rimasti solo
circa 70 minuti
vicino ai resti
dell’aereo
prima di essere costretti a lasciare la zona.
Ma il leader dei ribelli, Aleksander Borodai, da Donetsk, ha ribattuto sostenendo
che l’unica preoccupazione è che i cadaveri si decompon“I corpi di
LA gano.
innocenti sono diSETTIM stesi a terra, al calCi riserviamo
ANA do.
il diritto, se i ritardi continuano, di
portarli via”. Nel
frattempo la cancelliera tedesca
Angela Merkel e il leader russo Vladimir
Putin si sono detti d’accordo per una “inchiesta internazionale”.
Intanto sull’altro versante caldo, il Medio Oriente, la fragile tregua non ha retto.
E ieri, sabato, si registravano sconfinamenti sia da parte di truppe israeliane che
di quelle di Hamas. Turchia ed Egitto
stanno cercando inutilmente di mediare.
Ma i razzi continuano ad attraversare il
cielo della Striscia di Gaza.
Non si ferma neanche la guerriglia in
un’altra “zona calda”, la Siria. Nelle ultime
24 ore, 270 persone - secondo fonti di una
organizzazione non governativa con base
a Londra - sono state uccise durante un
attacco a un giacimento di gas di Al Shaer
ad Homs. A sparare e uccidere gruppi jihadisti dello Stato Islamico. In Siria, nel
frattempo, prosegue la fuga della popolazione. E l’effetto immediato è l’arrivo di
nuovi profughi nel canale di Sicilia. Almeno 400 sono stati soccorsi nelle ultime 48
ore. Dietro questi conflitti, dietro tanti
morti c’è un unico e oscuro fondale di scena: il grande affare del commercio internazionale di armi che dall’Ucraina al Medio Oriente alimenta nuove tragedie.
LORETTA NAPOLEONI
Il Medio Oriente è in fiamme
non solo per motivi politici, ma
anche grazie ad un’offerta pressoché illimitata di armi che guarda
caso provengono principalmente
dalla Russia e dagli Stati Uniti, le
due superpotenze militari, e che
vengono acquistate dagli sponsor.
Armi russe finiscono in mano
a ribelli e jihadisti siriani attraverso la Libia. Gli sponsor, il Qatar e
l’Arabia Saudita, non solo le acquistano ma si occupano anche
della spedizione, che spesso transita per la Turchia o la Giordania
prima di approdare in Siria. Armi
americane, humvees e persino un
elicottero, abbandonati dall’esercito iracheno in fuga davanti all’avanzata di quello del Califfato
dello Stato Islamico finiscono anch’esse in Siria, da dove vengono
smerciate nel resto del Medio
Oriente. E questo succede mentre
la Russia arma il regime di Damasco e gli Stati Uniti inviano ‘consulenti militari’ ed armi a quello di
Baghdad.
Dalla Libia e dall’Iraq, i due
principali mercati di esportazione, le armi arrivano in Siria, dunque, e si tratta di grossi quantitativi. Il colonnello Gheddafi aveva
ammassato un arsenale reputato
grande quasi tanto quanto quello
di Saddam Hussein. Paradossalmente quando questo deposito fu
saccheggiato, subito dopo la caduta di Saddam, le armi irachene
arrivarono in mano ai ribelli libici
grazie all’intervento degli stessi
Reuters
sponsor arabi che oggi armano
quelli siriani.
Da qualsiasi angolo si studia
la situazione si finisce prigionieri
di una ragnatela di sponsor coinvolti in guerre per procura per rovesciare regimi loro ostili. Sponsor il cui compito principale è finanziare gruppi armati o eserciti
da loro manipolati. Impossibile
trovare una demarcazione ideologica tra chi finanzia una fazione
o un’altra, come succedeva ai
tempi della guerra fredda, persino
la distinzione tra sciiti e sunniti
non funziona più perché gli Hezbollah libanesi, a loro volta una filiale del terrore di Teheran, procurano le armi ad Hamas ed ai pale-
stinesi che sono principalmente
sunniti. I droni usati da Hamas
negli ultimi giorni contro Israele,
infatti, assomigliano molto a
quelli prodotti in Iran ed è assai
improbabile che sia vero quello
che afferma Hamas, e cioè che sono stati costruiti a Gaza.
I paradossi non mancano. Il
più grosso sponsor palestinese è
da sempre l’Arabia Saudita che
oggi sostiene, insieme al Qatar ed
al Kuwait, la caduta del regime di
Assad fondamentalmente perche
è filo iraniano. Questa guerra per
procura, dunque, si combatte tra
il regime di Teheran e quello Saudita, fiancheggiato dal Qatar e dal
Kuwait. Ma in Palestina queste
due nazioni sono schierate dalla
stessa parte, con i palestinesi e
contro Israele.
Il conflitto siriano vede coinvolte due altre potenze, anch’esse
ingaggiate in una loro guerra per
procura: da una parte la Russia
che arma Assad perché gli offre
un importantissimo sbocco sul
Mediterraneo attraverso la base
di Tarsus, dove la marina Russia
può ancorare a suo piacimento, e
dall’altra gli Stati Uniti che di nascosto armano i ribelli perche’ vogliono esportare la democrazia
anche in Siria.
Forse l’unico filo conduttore
per capire il fiorente commercio
delle armi in medio oriente è il
denaro. Che certo agli sponsor
non manca. Le tribù libiche vendono le armi non ai ribelli ma agli
sponsor. Il Califfato dello Stato
Islamico si comporta in modo
identico, ha già venduto in Siria il
bottino di Mosul, l’attrezzatura
made in Usa di un esercito di 200
mila soldati ed ha intascato un
lauto profitto.
Tutto il traffico di armi ormai
ruota intorno al mercato siriano e
questo rende il lavoro degli sponsor più facile. Da lì provengono i
missili a lungo raggio che Hamas
lancia contro Israele. Una sorpresa inaspettata per l’esercito israeliano. I missili hanno una gettata
di 160 chilometri che permette loro di raggiungere la cittadina di
Haifa. Chi li ha pagati? L’Iran o
l’Arabia Saudita? Impossibile trovare una risposta.
Naturalmente come in tutte le
guerre per procura i risultati sono
imprevedibili e spesso paradossali. Il Qatar, il Kuwait e l’Arabia Saudita hanno anche finanziato l’Isis,
oggi ribattezzato il Califfato dello
Stato Islamico, quando faceva
parte dei gruppi di ribelli in Siria.
L’Isis, invece di combattere una
guerra per procura, ha usato i finanziamenti per armare un esercito formidabile che ha conquistato grosse fette di territorio fino
a fondare il Califfato, uno Stato
che minaccia la legittimità dei
vecchi sponsor che adesso gli sono nemici. Sarebbe stato saggio
far tesoro dell’antico detto: chi
gioca con il fuoco prima o poi finisce per bruciarsi.
Del Boeing malese, caduto nei pressi di Donetsk
(Ukraina dell’est), causando
la morte di 298 persone, non
sappiamo, con certezza, nulla di più. Così come stanno
le cose, in questa nostra
comprensibile ansia di capire, non abbiamo che una
strada: quella classica e storica del cosiddetto “cui prodest?”. Ma diciamoci prima
di tutto, ancora una volta,
che uccidere o far morire
non è mai giovato a nessuno,
perché si sono sempre attirate altre morti. Ma in questo nuovo caso è difficile
persino attribuirne la responsabilità a chicchessia:
alla nuova Ucraina, che ha
perso qualche pezzo del suo
territorio, ma stava riaggiustando i cocci? Ai secessionisti di Crimea e Ucraina dell’est, che già disponevano
della benevolenza di Putin,
che potrebbero perdere se lo
coinvolgessero nella loro follia? A un gruppo dissidente
dell’una o dell’altra parte
che, vedendo declinare la
centralità del conflitto, lo vuole rinfocolare, per non
perdere peso
politico?
Ma perché prendersela
con un
aereo di
linea malese, uno dei tanti che volano lungo un corridoio giudicato sicuro dalle organizazioni internazionali di volo?
Perché non mirare su uno
degli Stati della zona? Potrebbe persino essersi trattato di un incidente: in volo, il
missile è attirato dalle fonti
di calore, e se ne fosse partito uno inavvertitamente, intercettando la rotta dell’aereo malese potrebbe averlo
colpito. Chissa? Nel mondo
dell’informazione totale,
delle intercettazioni e dello
spionaggio planetario, verremo mai a sapere la verità?
Ma una verità l’abbiamo sotto mano, ed è tutt’altro che
piacevole. Nello stesso istante in cui il Boeing esplodeva,
Israele entrava a Gaza, e non
siamo ancora in grado di
contabilizzare le vittime che
farà. Ma tre giorni fa, in un
solo attentato a Orgun, nell’Afghanistan del nord, sono
morte 89 persone! Intanto,
paradossalmente (e vergognosamente), Assad si è
nuovamente insediato (per
la terza volta) come presidente eletto in Siria: quanto
democratiche saranno state
quelle elezioni svolte tra le
macerie?
Non è un bel momento
per la salute della politica
mondiale, che si è risvegliata
dai Mondiali di calcio piena
di acciacchi e di preoccupazioni. L’Ucraina sembrava
assopita, credevamo che il
Papa avesse ben ispirato palestinesi e israeliani e che
avevamo nascosto sotto il
tappeto la tragedia siriana...
Ma la politica internazionale
è troppo importante per occuparsene solo ogni tanto,
quando scoppia una crisi,
che non è mai spontanea o
casuale. Si dovrebbe fare il
contrario: occuparsene per
evitare che le crisi scoppino.
6
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
L’AVVISO
Sempre più
difficile il lavoro in
banca; sotto, la
lettera ricevuta
da un bancario
dopo l’accordo
con gli Usa
attualità
La denuncia
S
ì, confesso che ho paura”.
Il funzionario di un’importante banca della
piazza finanziaria luganese si aggiusta il nodo
della cravatta seduto su una poltrona dello studio del suo avvocato e mostra la lettera che ha ricevuto dall’ufficio legale del suo istituto: “Da quando mi è arrivata dice - ho capito che era finita. Ora
mi attendo solo un’altra lettera,
quella di licenziamento”. M. B. ha
52 anni, e il suo è un caso simbolo,
uguale a quello che stanno vivendo in questo momento tanti quadri intermedi: “Sono centinaia
nelle banche ticinesi quelli che
sono stati “avvisati”. La direzione li ha informati che il loro
nominativo sta per essere
trasmesso al Dipartimento
di giustizia Usa perché hanno avuto a che fare con
clienti statunitensi, sospettati di aver evaso il fisco. E ha
concesso 30 giorni, che scadono a fine a luglio, per inoltrare eventuali contestazioni.
“Io e tanti altri colleghi spiega il funzionario - abbiamo detto no. Anzi, io mi sono
rivolto al mio avvocato e ho
fatto inviare alla banca una
formale diffida. Sono cresciuto sulla piazza luganese, qui i
problemi sono stati risolti sempre internamente. Se qualcuno
sbagliava un investimento e il
cliente si lamentava, si veniva
chiamati in direzione per chia-
“Per un conto Usa
rischio di perdere
il posto in banca”
Paura tra i funzionari per una lettera sull’intesa con Washington
L’accordo
LA FIRMA
Nell’agosto
2013 l’ambasciatore svizzero a Washington Manuel
Sager ha firmato l’accordo
con gli Usa su
banche e fisco
rire. Tutto alla fine si aggiustava, e
nessuno mai ci aveva chiamato a
rispondere di una responsabilità
individuale”. Invece oggi con l’accordo tra Confederazione e Dipartimento di giustizia americano la situazione è cambiata. Oltre
cento banche elvetiche si sono
autodenunciate per evitare guai
più grossi e stanno aderendo al
LA BOCCIATURA
Mesi prima un
altro accordo,
la Lex Usa, era
stato bocciato
dal Nazionale
poiché ritenuto
troppo rigido e
penalizzante
per le banche
L’ADESIONE
Il nuovo
accordo
prevede
l’adesione
volontaria degli
istituti, eccetto
quelli che sono
già finiti sotto
inchiesta
“joint statement” inviando i dati
richiesti. Cioè tutte le informazioni sui clienti americani, compresi
quelli “schermati” nei paradisi fiscali. Gli Usa hanno imposto di
spiegare anche come gli istituti
sono entrati in contatto con i
clienti americani e di fornire i nomi dei dipendenti, compresi
quelli ora in pensione, e degli
operatori finanziari indipendenti
che hanno “procacciato” i depositi. Teoricamente le autorità americane hanno spiegato durante le
trattative con Berna che ai nomi e
cognomi non seguirà automaticamente un’accusa penale. Ma
questo particolare non è scritto
nelle lettere inviate dagli uffici legali. “Dal 2008 - riprende M. B. -
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I DATI
Nel protocollo
le banche
svizzere si
impegnano a
fornire agli Usa
i dati dei conti
di clienti
americani e dei
funzionari
tanti di noi evitano di andare in
vacanza negli Usa. Si rischia, come è già successo, l’arresto. Ma,
ed è questo il timore più grande,
se questa linea dovesse passare
anche con i clienti europei, per
noi sarebbe la fine. Non si potrebbe più uscire dalla Svizzera”.
Dopo aver ricevuto la lettera,
buona parte dei funzionari ticinesi non ha risposto. E vale il silenzio-assenso. “Tutti hanno paura
di perdere il posto di lavoro - aggiunge - in un momento difficile
per la piazza. Io ho detto no per
una questione di principio, nel
mio caso si trattava di un vecchio
conto di una società americana
con una sede in Svizzera. Prima di
cominciare il rapporto con questa
società ho raccolto le informazioni e le ho trasmesse ai miei superiori, che le hanno passate all’ufficio di valutazione rischio e a quello legale (compliance), poi mi
hanno dato il via libera controfirmando il contratto. Solo allora ho
aperto il conto. Oggi invece mi ritrovo ad essere io l’unico responsabile”. E, poi, si chiedono oggi in
tanti nelle banche, come si faceva
a sapere se quel cliente con cui
avevi rapporti aveva frodato il fisco o nascosto qualcosa? “Nessuno, onestamente, lo può sapere.
Soltanto da poco - ricorda il funzionario - alcune banche, compresa la mia, pretendono certe
garanzie sui pagamenti delle imposte”.
m.sp.
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
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Dopo aver sollevato qualche
perplessità iniziale tra la
popolazione, la disponibilità del
Comune di Maggia ad ospitare i
richiedenti l’asilo si è rivelata un
esempio di ottima gestione e di
civiltà. Merito anche del sindaco.
Sul suo caso il municipio di
Lugano ha aperto un’inchiesta
amministrativa per i toni offensivi
sui social network verso alcuni
leghisti. Decisione sacrosanta.
Non si attacca la Lega usando lo
stesso squadrismo verbale.
7
Se la Giustizia
non funziona
paga il conto
L’analisi
Un colpevole
ideale,
senza prove
MICHEL VENTURELLI
criminologo
U
MAURO SPIGNESI
Chissà cosa è successo davvero
quella mattina del 27 maggio di undici
anni fa, quando Marisa Donati fu colpita più volte alla testa con un sasso lungo l’argine della Melezza e ritrovata poi
agonizzante. Il “giallo” di Tegna è rimasto sempre aperto ed ritornato sulle pagine della cronaca con la recente scomparsa di Riccardo Donati, medico, figlio
della donna aggredita, unico accusato,
ma poi scagionato. Il caso Donati è
emblematico, perché è la sintesi di due
fenomeni che a volte viaggiano paralleli: i casi irrisolti e gli errori giudiziari.
Vicende che si ripetono negli anni con
penosi strascichi di rabbia e delusione.
Sentimenti che aveva provato Riccardo
Donati dopo cinque mesi di carcere
con l’accusa di mancato omicidio della
madre. Accusa che sfumò otto mesi dopo, quando la procuratrice Fiorenza
Bergomi firmò un decreto d’abbandono per insufficienza di prove. Il medico,
morto la settimana scorsa a 49 anni, ottenne 800 mila franchi di risarcimento
dal Cantone.
E un indennizzo, come ha stabilito
il Tribunale federale senza tuttavia indicare l’ammontare esatto, dovrà essere versato anche all’avvocato Aldo Ferrini, coinvolto nell’inchiesta su una
truffa milionaria legata alla Stm di Ginevra con sede a Manno. Ferrini aveva
passato 52 giorni in carcere preventivo,
per essere poi assolto in secondo grado, ma era uscito “devastato” da quella
vicenda giudiziaria e aveva chiesto 10
milioni di risarcimento. Un milione e
UNA VICENDA
CLAMOROSA
Esiti clamorosi
anche nel
procedimento
contro
l’avvocato
Aldo Ferrini,
poi assolto
René Bossi © ilcaffè
Gli errori giudiziari e i gialli irrisolti
da Donati al negoziante di Taverne
mezzo, invece, era stata la richiesta di
un imprenditore ticinese avanzata anni fa, dopo cinque mesi di ingiusta detenzione, ma ha ricevuto 125 mila
franchi, 50mila per danno morale e
75mila per le spese legali. Una vicenda
tuttavia significativa, visto che l’ iter
giudiziario durò quasi dieci anni. Tanti. Meno comunque di quelli che hanno portato a scrivere la parola fine nel
caso del medico Sandro Pelloni: oltre
15 anni. Un tormentato percorso giudiziario cominciato nel 1995 con le accuse di violenza da parte di due pazienti, due processi e una assoluzione,
e terminato nel marzo scorso, dopo
I “calvari” legali in cerca
di autore si arenano
tra indennizzi e ritardi
che la Camera dei ricorsi penali aveva
riconosciuto a Pelloni poco più di un
milione di franchi, interessi compresi:
il risarcimento, per ora, più alto mai
pagato in Ticino. Ci si avvicina, però,
all’indennizzo saldato anni fa a un dirigente bancario prosciolto dallo scandalo Russiagate: circa 700 mila franchi.
Ma accanto ai casi clamorosi ci sono anche quelli meno impegnativi per
le casse dello Stato (che comunque ha
una sua assicurazione). Come l’indennizzo ottenuto recentemente da un tifoso di hockey, inizialmente accusato
di sommossa dopo un derby ticinese e
poi prosciolto. Al giudice della pretura
penale di Bellinzona il giovane aveva
chiesto 10 mila franchi di danni, ne ha
ottenuti 3.700.
Ma se la morte di Riccardo Donati
fa affiorare alla memoria la lista degli
errori giudiziari, resta tuttavia, a oltre
10 anni di distanza, un caso ancora
aperto. Che si aggiunge a quattro storici “misteri” ticinesi. Il primo, quello di
Natale Marùca, ritrovato legato e con il
cranio fracassato, risale addirittura al
1969. Il secondo alla notte fra il 16 e il
17 ottobre del 1990 e ha come scenario
il parcheggio di un hotel: qui venne
ucciso un pregiudicato siciliano, Alessandro Troja. Un “cold case”, un caso
freddo, come quello di Irene Schlums,
insegnante in pensione uccisa nel 2002
nella sua casa di Orselina. Simile invece al “giallo” Donati è quello di Max
Benz, 53 anni, ammazzato con un colpo alla nuca nel retrobottega del suo
negozio di Taverne. Sette anni fa il ministero pubblico aveva firmato un decreto di abbandono per un ex dipendente, che aveva passato anche qualche mese in carcere. Anche lui ha poi
annunciato di voler chiedere un risarcimento allo Stato.
Non è più un caso irrisolto, grazie
ai tabulati telefonici e al Dna rilevato
sul luogo del delitto, invece, il “giallo”
di Vernate. Quattro anni fa in un attico,
venne ritrovato ucciso un informatico
di 43 anni, Mauro Giuseppe Vitale.
L’omicida, un rumeno di 38 anni, è già
in carcere e reo confesso. Era stato
identificato in Italia durante un controllo dopo un incidente stradale
[email protected]
Q@maurospignesi
LA SCENA
DEL DELITTO
I reperti sulla
scena del
delitto sono
fondamentali
per avviare
bene una
indagine;
nell’immagine
sotto, il dottor
Riccardo
Donati
recentemente
scomparso
I misteri
1
NATALE MARÙCA
Un calabrese
gettato nel Ticino
con la testa
fracassata e
legato. Allora,
era il 1969, si parlò
di un delitto
passionale.
2
L’inchiesta
ALESSANDRO TROJA
Un pregiudicato
siciliano ucciso nella
sua auto nel
parcheggio di un
hotel. Siamo nel
1990. Si parlò
di un regolamento
di conti.
3
IRENE SCHLUMS
Una insegnante
tedesca in
pensione trovata
uccisa nella sua
abitazione di
Orselina. Era il
gennaio 2002. È
uno dei casi irrisolti.
4
MAX BENZ
Un colpo, un solo
colpo in testa nel
suo negozio di
Taverne. Un ex
dipendente
accusato del
delitto è stato poi
scagionato.
n sostanzioso risarcimento
per errore giudiziario e una
caso irrisolto per la Procura. La vicenda del dottor Riccardo
Donati, scomparso pochi giorni
fa, racchiude i due estremi che a
volte inceppano la giustizia. Donati l’ho conosciuto in carcere,
detenuto alla Stampa, con l’accusa di aver tentato di uccidere sua
madre, vittima il 27 maggio 2003
di una selvaggia aggressione a
Verscio, tra le 7 e le 8 del mattino,
sull’argine del fiume Melezza. La
stampa si occupò a lungo del caso
sino a che il ministero pubblico
decretò l’abbandono del procedimento contro il dottore Donati
per insufficienza di prove. “Insufficienza di prove”, espressione che
per alcuni (media in particolare)
sembra significare che non ce
n’erano abbastanza di prove. Conosco bene questa terribile vicenda perché all’epoca ho collaborato con la difesa coordinata
dall’avvocato Marco Broggini.
La qualità della prova, ci spiegava nelle sue lezioni il professor
Margot, allora direttore dell’Istituto di polizia scientifica e criminologia dell’Università di
Losanna, non è a geometria variabile. Se non
c’è certezza non è una
prova. Potrebbe essere
un indizio. Ce ne vogliono parecchi di indizi per fare una prova.
Nel caso Donati - uno
dei troppi Vietnam della giustizia ticinese - le
prove erano le grandi
assenti dell’impianto
accusatorio. E l’unico indizio, per
di più indiretto, si frantumava di
fronte alle prove, quelle sì, che dimostravano la totale estraneità di
Riccardo Donati.
Partendo da quell’unico indizio il Ministero pubblico aveva
trovato in Donati il colpevole
ideale. Inoltre Donati era o non
era affetto da una sindrome bipolare che faceva di lui il matto ideale? Pardon!, il colpevole ideale. Innamoratisi della propria tesi, gli
inquirenti non hanno mai preso
seriamente in considerazione
l’ipotesi che il vero colpevole fosse qualcun altro; di conseguenza
il caso è tutt’oggi irrisolto. Ed è
probabile che lo resterà. Come si
dice nei film: “Se non sei capace
di trovare il colpevole nelle prime
24 ore, le possibilità di trovarlo poi
diminuiscono drasticamente”; in
questo caso sono passati oltre 11
anni… e ingiustizia è stata fatta.
Le complicità ticinesi di Davide Enderlin
Il fiduciario (non fiduciario) del caso Carige ora è agli arresti domiciliari
stro di commercio come “consulenza”. Ad ampio
spettro. Enderlin non è avvocato, difatti non ha
conseguito il relativo brevetto, per cui non è soggetto alle relative norme federali sul riciclaggio; e
non è nemmeno un fiduciario, categoria a cui la
legge impone precisi obblighi d’informazione (del
suo nome non c’è traccia nell’Ordine professionale), però agiva di fatto come un fiduciario, gestendo un centinaio di società. Tant’è che è stato coin-
Un’indagine che ha messo in luce
dei vuoti nei controlli istituzionali
sulle attività finanziarie
volto nel crac dell’impresa edile Edim Suisse e in
quello più clamoroso della Pramac di Riazzino, per
il quale è accusato di amministrazione infedele,
bancarotta fraudolenta e altri reati. Per il caso Carige, ha sostenuto che lui era solo “un intermediario”. Un intermediario che in questo come in altri
Ti-Press
Scarcerato Davide Enderlin. La Procura di Genova ha concesso gli arresti domiciliari al consulente luganese, in carcere dal 22 maggio scorso,
con l’accusa di complicità nella truffa di 22 milioni
di euro ai danni della banca Carige. Arresti domiciliari sì, ma in Italia, per Enderlin, che nell’ interrogatorio di giovedì scorso ha dovuto ancora rispondere agli inquirenti sulla gestione dei flussi di denaro per l’acquisto dell’hotel Holiday Inn di Lugano da parte di Giovanni Berneschi, ex presidente
della Carige. Scarcerato Enderlin, che è anche consigliere comunale del Plrt a Lugano, sulla piazza
restano gli interrogativi sul suo ruolo in un’operazione illegale che ancora una volta ha avuto come
terminale il Ticino, ma soprattutto per l’efficacia
della vigilanza sulle attività finanziarie.
Enderlin si è sempre difeso sostenendo che
non sapeva della provenienza illecita dei soldi per
l’aquisto dell’Holiday Inn. E, forse, non sapeva
perchè non ha mai domandato da dove arrivasse
quel denaro. E qui entra in gioco la sua attività professionale che ufficialmente è qualificata sul Regi-
DAVIDE
ENDERLIN
Il consulente
e consigliere
comunale plr
a Lugano,
si trova agli
arresti
domiciliari
in Italia
casi gestiva paccate di milioni. “Senza sentirsi in
dovere di chiedere chiarimenti sulla provenienza
dei soldi. Senza che nessuno sapesse o controllasse la sua attività”, chiosa ironico un fiduciario luganese. Ma, soprattutto, senza che nessuna autorità
istituzionale vigilasse, come ha sottolineato con
un’interrogazione la deputata Verde Michela Delcò Petralli. Né la Finma, organo di controllo sui
mercati finanziari, né il Consiglio di vigilanza del
Cantone sulla professione di fiduciario, che è presieduto dall’avvocato Luca Marcellini che, peraltro, è anche legale di Enderlin in Ticino per l’inchiesta Carige.
Sino ad oggi né la Finma né il Consiglio sono
intervenuti sul suo caso. “Insomma, il vuoto. Una
mancanza di controlli in cui lievita quel sottobosco
finanziario che continua ad attirare sulla piazza luganese capitali sporchi, malaffare ed evasori - afferma un avvocato ticinese che sta seguendo da vicino la vicenda -. Vanificando di fatto quella strategia del denaro pulito che dovrebbe rilanciare l’immagine della piazza finanziaria”. L’inchiesta Carige
in Italia continua e non è detto non porti a qualche
altro anello ticinese della catena di intermediazione finanziaria. Intanto, Enderlin resta ancora consigliere comunale di Lugano, per quanto impedito
nelle sue funzioni “da forza maggiore”.
l.d.a.
I FIGLI PRIMA DI TUTTO
Akwassi ha chiesto di non
essere riconoscibile nelle
foto per tutelare i suoi figli;
vive nel Jura bernese,
lavora come ausiliaria di
cura in un ospedale e nel
tempo libero si impegna
per la parrocchia locale
8
La
storia
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
attualità
Era fuggita dalla Costa d’Avorio.
Akwassi, oggi 34enne, a Ginevra
incontra padre Gilles. I due
si innamorano. Lui promette
di sposarla. Nascono due bambini.
Oggi non si frequentano più. Ma
Akwassi si è rivolta alla giustizia
per il riconoscimento di paternità:
“Lo faccio anche per il mio onore”
“Ho amato un prete,
abbiamo convissuto
e ho avuto due figli”
È
Jean-Guy Python
La fede l’aiuta
ad andare avanti
Akwassi entra spesso nella
parrocchia del villaggio dove
oggi vive, nel Jura bernese. È
sempre stata molto religiosa,
la fede la sostiene nei momenti
dolorosi e le dà la forza per
andare avanti. E durante la
settimana insegna catechismo
ai ragazzi
Jean-Guy Python
PATRIZIA GUENZI
una storia sofferta. Dolorosa. E le
ferite si vedono ancora tutte. “Ho
amato un prete, abbiamo convissuto a Ginevra e ho avuto due figli”. Così riassume la sua devastante esperienza Akwassi, ivoriana, oggi 34enne; il suo è stato
il calvario di un amore impossibile. Proibito. Tuttora ne sta pagando le conseguenze. S’è raccontata al Caffè e a Le Matin
(chiedendo l’anonimato), nella
speranza di mettere in guardia
altre donne, per evitare loro lo
stesso dolore. Akwassi, il nome è
di fantasia, non rimpiange nulla,
se non fosse per la sofferenza dei figli di non
poter crescere con il
padre e, soprattutto,
di non portare il suo
cognome. Ecco perché ha avviato la procedura legale per il riconoscimento di paternità. Il test del dna
è già stato fatto. La
compatibilità è risultata del 99%. “Ma lui si
ostina a dire che sono
i figli di suo fratello”,
dice con le lacrime
agli occhi. In tono fermo aggiunge: “ Nella
mia cultura il padre
deve riconoscere i figli, anche se poi non li
alleva. Ma lo faccio
pure per il mio onore,
per la mia dignità”.
Quelli vissuti da
Akwassi sono stati
quattro anni che credeva di vero amore,
ma anche di tante
promesse, illusioni,
lacrime e frustrazioni.
Una vicenda simile a
quella di tante altre
donne. Solo in Svizzera se ne contano circa
mezzo migliaio, stando alle cifre fornite da
ZöFra, l’ associazione
diretta da Gabriella
Loser, che offre consulenza e aiuto alle donne che vivono un legame sentimentale
con un prete. Ogni mese sono almeno un paio le richieste di assistenza. In Italia, 26 donne protagoniste di analoghe situazioni
hanno scritto recentemente una
lettera a Papa Francesco, affinché rimetta si arrivi ad abolire il
celibato dei preti.
Per Akwassi tutto inizia nel
Le tappe
La fuga
L’incontro
La coppia
La delusione
LA SVIZZERA
L’AMORE
LE PROMESSE
LA SEPARAZIONE
IL TRIBUNALE
Akwassi è nata
in Costa d’Avorio.
Fugge per la guerra
civile che le
stermina la famiglia,
arriva a Ginevra nel
gennaio 2005.
Ad sostenere la
donna nella sua
domanda d’asilo
c’è padre Gilles,
bello e affascinante.
Presto i due
diventano amanti.
All’inizio padre
Gilles promette
ad Akwassi di
lasciare la tonaca e
di sposarla. Intanto
la donna dà alla
luce il primo figlio.
Nel 2009, il
secondo figlio di
Akwassi ha 2 anni.
Improvvisamente il
padre non va più a
trovarla e diventa
irreperibile.
I figli devono avere
il cognome del
padre. Il tribunale
ha già ordinato il
test del dna:
compatibilità al 99
per cento.
2005. La giovane, appena 25enne, scappa dalla Costa d’Avorio.
Tutta la sua famiglia è stata sterminata dalla guerra civile e lei si
ritrova sola e senza più nulla. Arriva a Ginevra nel mese di gennaio. Non conosce nessuno, non sa
cosa fare, dove andare. Incontra
padre Gilles (nome di fantasia),
di otto anni più grande, che immediatamente si offre di aiutarla
per presentare la domanda d’asilo. È alto, bello, gentile e affascinante. In poco tempo i due si innamorano, diventano amanti.
“Non provavo sensi di colpa ricorda Akwassi -, solo tanta paura che qualcuno potesse scoprirci. In Gilles io non vedevo né il
prete, né l’uomo proibito, ma solo e semplicemente l’uomo”. Ini-
zialmente la coppia convive in
una parrocchia ginevrina. Lui,
sin da subito, la rassicura che
avrebbe fatto il possibile per lasciare al più presto l’abito talare
e sposarla. Diceva che gli servi-
“Quando gli ho detto
della seconda
gravidanza mi aveva
imposto di abortire.
Ma io non l’ho fatto”
va però un po’ di tempo.
Una speranza, quella di poter finalmente vivere alla luce
del sole la loro storia d’amore,
che accomuna tutte le donne
che hanno chiesto aiuto a Zö-
La battaglia
Fra. Akwassi ben presto si rende
conto che alle parole non seguono i fatti. L’uomo, di origini modeste, grazie alla Chiesa ha raggiunto uno status sociale che gli
permette di aiutare la sua famiglia. Difficile, quindi, per lui,
trovare la forza di rinunciare a
tutto.
Nel settembre del 2005 Akwassi dà alla luce il primo figlio.
Vive sola, padre Gilles nel frattempo è stato trasferito a Friborgo, anche se ancora si frequentano. “Veniva da me di tanto in
tanto, per avere dell’affetto e fare
sesso”, racconta. Quando si rende conto di aspettare un altro figlio e glielo dice, lui la spinge ad
abortire: “Ancora oggi ricordo la
scena e mi fa male. È stata una
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341/BIS
Anonymous
IL RACCONTO
DELLA
REALTÀ
Anonymous
COME FU CHE UN
TUNISINO SPOSÒ
UNA TICINESE
Andrea Vitali
LE PAROLE
DEL 2013
Autori
vari
SAPORI
E MITI
Cenni
Moro
ferita profonda che continua a
sanguinare”.
Nel 2009, il secondo figlio
che Akwassi ha voluto a tutti i
costi tenere, ha ormai due anni.
Improvvisamente Gilles non si fa
più vivo con lei, non va più a trovarla, è irreperibile. “Ha tagliato i
ponti di colpo, senza darmi alcuna spiegazione”, si rammarica
Akwassi, che ricorda ancora le
tante sere trascorse in solitudine
a piangere, disperarsi e pregare.
Tutto inutile. Di padre Gilles non
avrà mai più notizie: “Sino ad oggi non l’ho più visto, né ha mai
cercato di contattarmi”, dice.
Eppure, malgrado la delusione, la sofferenza e le tante promesse a cui, in fondo, non aveva
mai smesso di aggrapparsi, Akwassi è convinta che se padre Gilles non avesse avuto paura di perdere tutto si sarebbe seriamente
impegnato con lei, che l’avrebbe
sposata. “Se non esistesse l’obbligo del celibato- sostiene convinta-, donne come me avrebbero
una possibilità di poter vivere la
propria relazione d’amore alla luce del sole, senza doversi nascondere o vergognare”. Purtroppo,
sarà difficile spiegare ai due ragazzi perché un padre in casa non
c’è: “Sino a pochi mesi fa i bambini mi continuavano a chiedere chi
è e dove abita il loro papà”.
Oggi Akwassi vive sola con i
suoi due figli. Ha trovato aiuto e
conforto in ZöFra. Si è trasferita in
un villaggio del Jura bernese, dove lavora come ausiliaria di cura
in un ospedale e insegna ai corsi
di catechismo della parrocchia
locale. “Penso solo ai miei figli sospira -. Faccio fatica a fidarmi di
un altro uomo, la mia esperienza
è stata tremenda. Ma ho una fede
infinita, molto più forte di prima e
so che questo mi aiuterà ad affrontare il futuro e a crescere i
miei ragazzi”.
Una fede, Akwassi ne è certa,
che in qualche modo le darà
l’energia necessaria per combattere la sua battaglia più importante: “I miei bambini hanno tutto il diritto di portare il cognome
del loro padre - afferma -. Sono
frutto di un rapporto d’amore, io
non faccio figli con chiunque, sia
chiaro. Voglio che sui loro documenti, dove oggi al posto del padre non c’è scritto nulla, ci sia
l’identità di chi li ha procreati. Sono sicura che il tribunale deciderà
la cosa giusta”.
[email protected]
Q@PatriziaGuenzi
A GRUPPI SUI PRATI
Uno dei gruppi di rifugiati
all’opera in un campo di Lodano;
sotto, a sinistra, Iseyas Yemane
con la salopette da giardiniere
davanti al campetto che ha
appena falciato; in basso,
Abraham Yacob e Habthu Araya,
durante una pausa
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
attualità
I precedenti
L’accoglienza
1 2
3 4
Quaranta asilanti
arrivati dall’Africa
in Valle Maggia.
Lavorano e convivono
senza problemi
con gli abitanti
OMAR RAVANI
F
alciano l’erba, ripuliscono sentieri, tengono
pulite le strade. Sono
una quarantina di richiedenti d’asilo che da
una settimana alloggiano nel rifugio della protezione civile. Si
sono lasciati alle spalle storie
drammatiche. A cominciare dalla fuga disperata dal loro Paese,
l’Eritrea. Per il viaggio della speranza hanno attraversato Sudan
e Libia, prima di affrontare il Mediterraneo, sino alle coste dell’Italia e, infine, l’arrivo alla frontiera svizzere. Capolinea Lodano, Valle Maggia, qui fanno lavori
di pubblica utilità .
“Dopo mesi passati nei centri di
raccolta libici in condizioni bestiali - racconta al Caffè Abraham
Yacob, giunto in Ticino qualche
giorno fa - siamo stati spinti a
bordo dei barconi che partono in
direzione del Canale di Sicilia”.
Un viaggio lungo e rischioso, assieme ad altre centinaia di persone, tutte stipate sui barconi scos-
9
CHIASSO
KREUZLINGEN
Più di 12.600 ore di lavoro
di pubblica utilità dall’inizio
del 2012 ad oggi.
Muntenzione delle aree
verdi, pulizia di strade,
posa di strutture e
sgombero di neve. Ecco i
compiti dei rifugiati.
Due volte alla settimana
alcuni ospiti della struttura
del canton Turgovia sono
impiegati come spazzini.
Nella cittadina sul Lago
Bodanico sono alloggiati
poco meno di 300
richiedenti l’asilo.
AMBRÌ
TENERO CONTRA
Nell’estate del 2013 un
gruppo di rifugiati ha
lavorato alla Valascia, alla
pista di hockey,
ridipingendo balaustre e
ringhiere e ripulendo le
lastre di plexiglas che
circondano il ghiaccio.
Nel novembre del 2012
cinque richiedenti l’asilo di
Ciad, Afghanistan ed
Eritrea danno vita al primo
gruppo di lavoro
autonomo, pulendo un
sentiero sull’argine
del fiume Verzasca.
Lavoro, sorrisi e voglia di fare
così i profughi si sono integrati
si dalle onde. “È stato tremendo ricorda Habthu Araya, arrivato
anche lui da pochi giorni in valle
-. Abbiamo fatto un viaggio lungo e terribile, molti stavano male. Siamo stati fortunati, la polizia
marittima non ci ha trovati e se
Dio vuole oggi abbiamo trovato
la pace”.
Dall’Eritrea la fuga continua
da quasi 10 anni, in seguito alla
guerra con l’Etiopia e al terrore
imposto dal regime militare
dell’ex leader indipendentista
Isaias Afewerki. “È diventato impossibile vivere nel nostro Paese-
continua triste Abraham -. Non
c’è più nulla, lo Stato è assente e
non c’è da mangiare. Nelle strade
c’è una totale anarchia. Io sono
dovuto scappare per non essere
sopraffatto”.
La stessa scelta fatta da due
amici che hanno deciso di partire assieme. “Ho 18 anni e stavo
cercando di finire le scuole dell’obbligo - dice Iseyas Yemane -,
ma non è stato possibile perché
l’istituto dove studiavo è stato
chiuso”. Allora la decisione di
fuggire verso il nord. “All’inizio
senza una meta precisa - raccon-
ta Kidane Chebroyanns, militare
di professione, che aveva una vaga idea di rimanere in Africa-.
Poi, visto che la situazione in Libia era pessima, siamo saltati su
uno di quei barconi diretti in Sicilia”.
Quindi, eccoli a Lodano dove, dicono, di trovarsi molto bene. “Siamo contentissimi - aggiunge Iseyas -. Qui ci trattano
tutti bene e possiamo lavorare,
da noi era impossibile. Vorremmo restare se fosse possibile, la
Svizzera è davvero bella”.
La voglia di darsi da fare, di
lavorare di questi rifugiati è confermata da chi sta con loro tutto il
giorno. “Sono grandi lavoratori dice Matteo Falcioni, operaio
comunale che si occupa di coordinare il lavoro di uno dei gruppi
di profughi -. Anzi, spesso devo
fermarli, invitarli a fare una pausa, altrimenti loro andrebbero
avanti per ore. Sono anche molto
attenti. Malgrado la barriera linguistica hanno subito capito come usare gli attrezzi. Il decespugliatore, ad esempio, che non
avevano mai usato, per loro non
ha già più segreti”.
C’è anche chi ha un contatto
privilegiato con i ragazzi eritrei
nei momenti di relax. “Preparo
due piatti al giorno, più la colazione - dice Wiliam Cortenova
cuoco nel rifugio della protezione civile -. Non lasciano una sola
briciola sul tavolo e mangiano di
tutto, compatibilmente alle loro
credenze religiose. Una volta finito sparecchiano e mi aiutano a
pulire i pentoloni. E sono sempre
col sorriso sulle labbra”.
Un bel calcio ai pregiudizi. A
quei timori iniziali che stanno
via via scomparendo. “Sono
molto gentili ed educati - osserva
contenta una donna -. E, poi, sono favolosi con i bambini, si fermano a giocare. Ci hanno anche
invitato alle feste di compleanno.
È vero che molti qui non li vedevano di buon occhio, ma grazie a
loro la situazione sta cambiando.
Tutto questo è molto bello, sembra quasi uno spot contro il razzismo”.
[email protected]
Q@OmarRavani
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IL CAFFÈ
20 luglio 2014
10
politica
Le strategie
A fine luglio sarà
definita la lista
ppd per i candidati
al Consiglio di Stato
Ultimi colloqui per la scelta dei candidati al
governo nel Ppd, che deve sfoltire una rosa di 12
nomi ancora disponibili per le elezioni dell’aprile
2015. Unica certezza la riproposizione del consigliere di Stato uscente, Paolo Beltraminelli, che
una volta eletto si riapproprierà del dipartimento
del Territorio, abbandonato nel 1995 da Alex Pedrazzini. La lista, che non vorrebbe essere solo di
“accompagnamento”, sarà definita entro fine luglio. L’obiettivo del presidente Giovanni Jelmini è
“di giocarsi alla pari la partita con Plrt e Lega, non
di assistere dalla tribuna al match per il rinnovo
del governo e del Gran consiglio”. Questo per evitare di essere oscurato della contrapposizione fra
Lega e liberali-radicali che a Lugano ha stritolato
il Ppd cittadino.
Uno degli ultimi ad essere sentito sarà Marco
Romano, consigliere nazionale, che però dichiara al Caffè di trovarsi benissimo a Berna, dove intende ricandidarsi nell’autunno del prossimo anno: “Sarò disponibile, se sarà necessario, per il
L’imbarazzo dei “pipidini”,
troppi nomi per soli 4 posti
Consiglio comunale di Mendrisio”. Salvo ripensamenti, non ci sarà lui, né il consigliere agli Stati Filippo Lombardi che ha smentito subito le voci circolate su una sua presenza in lista, né tanto meno il
presidente Jelmini. Sorpresi dalla discesa in campo
anticipata del Plrt, i popolari democratici stanno
preparando la lista per il governo con tutta calma. Il
gruppo di lavoro, presieduto da Jelmini, con Filippo
Gabaglio, Emilio Taiana, Giovanni Albertini, Simonetta Biaggio Simona, Consuelo Allidi, Stefano
Imelli, era partito lo scorso mese di aprile ragionan-
do su una rosa di 35 nomi. Con l’obiettivo di rispettare i vari distretti regionali, le diverse anime del
Ppd, la componente di genere, ha via via sfoltito i
nomi. Che restano ancora troppi, visti che i posti disponibili sono soltanto quattro. Fra questi dovrebbe esserci sicuramente una donna, per la quale si è
fatto il nome dell’avvocato Luisa Vassalli Zorzi, municipale di Riva San Vitale e presidente del Cda del
settimanale Popolo e Libertà, già candidata al Gran
Consiglio nel 2007. Ma anche dell’avvocato Lorenza Pedrazzini, di Locarno, figlia dell’ex consigliere
di Stato, Luigi. Fra i possibili candidati si è menzionato l’avvocato Maurizio Agustoni di Vacallo,
deputato, ex presidente di Generazioni Giovani.
Ma anche Giorgio Fonio, giovane sindacalista
Ocst di Chiasso. Per la Valle Maggia si parla di
Fiorenzo Dadò, capogruppo parlamentare. Per il
Locarnese del deputato Claudio Franscella e
dell’avvocato Giuseppe Cotti. Dadò è in pole position, guadagnata anche a furia di polemiche a
muso duro con la Lega, e potrebbe rappresentare
la Valle Maggia e il Locarnese.
Per il Sottoceneri “in conto Ocst” si è ventilata pure la candidatura di Lorenzo Jelmini, capogruppo consigliare a Lugano. Nel Bellinzonese il
più accreditato è invece il medico Paolo Peduzzi.
La lista dopo un ultimo giro di consultazioni sarà
definita entro la fine del mese. Non ci saranno
strascichi né primarie: solo 4 candidati più Beltraminelli, che saranno presentati a ottobre. Ma
qualcosa in più si saprà il 24 agosto durante la festa del Ppd all’alpe Feudo sopra Airolo.
c.m.
5
Fabio
Confidenze
estive
tra politica
e attualità
Merlini
“La volgarità
di certi linguaggi
è insopportabile”
FILOSODO
E DIRETTORE
Il filosofo Fabio Merlini
è direttore della sede della
Svizzera italiana dell’Istituto
universitario federale per la
formazione (Iuffp).
L’elaborazione fotografica
è di Marco Scuto
Il rimpianto per dei politici autentici
capaci di coerenza, visioni e serietà
La sovranità
Riferirsi in modo
ottuso al concetto
di sovranità
nazionale è
semplicemente
una sciocchezza
Non si fa certo pregare il filosofo Fabio Merlini, direttore della sede della Svizzera italiana
dell'Istituto universitario federale per la formazione professionale, a confidare le sue impressioni su politica e attualità. A cominciare da ciò
che nella politica ticinese lo scandalizza o in
qualche modo l’ha infastidito. “Diciamo che
più che scandalizzarmi, quello che davvero mi
ha indignato, e continua a indignarmi, è l’irresponsabile volgarità di un certo linguaggio che
non chiamerei neppure ‘politico’ - premette
senza esitazioni -. Intendo il linguaggio con cui
si esprime domenica dopo domenica l’organo
del partito di maggioranza relativa (Il Mattino,
settimanale della Lega ndr.). Gli attacchi violenti, infamanti e per lo più mendaci con i quali
viene colpito chi non è gradito, senza mai entrare sul terreno dell’argomentazione. Quel che
più è sconcertante, però, è l’accondiscendenza
con cui il mondo politico ha accolto il fenomeno sin dalla sua nascita”.
Ma c’è un politico svizzero che, negli ultimi anni, in qualche modo le è piaciuto?
“Se posso andare oltre ‘gli ultimi anni’ vorrei ricordare tre figure in particolare: Hans Peter Tschudi, con la sua battaglia per l’introduzione dell’Avs; Kurt Furgler per il suo stile politico al contempo coerente, rigoroso e determinato, e Jean Pascal Delamuraz, per la sua immensa cultura e simpatia, un ottimo esempio
di come sia possibile essere intelligentemente
comunicativi, vicino ai cittadini, senza cedere
ai trucchetti demagogici”.
Politici esemplari?
“Tre esempi di che cosa significhi una politica capace di sognare e combattere per una società più equa, di impegnarsi con serietà per il
proprio Paese, tirando dritto senza troppi opportunismi, senza preoccuparsi di compiacere
tutti. Infine una politica capace di alimentare la
visione del presente e del futuro con una conoscenza solida e, soprattutto, di saperla trasmettere con uno stile che, se confrontato con le pagliacciate moleste di cui siamo testimoni oggi,
non possiamo non chiederci che cosa abbiamo fatto per meritarci tanta ignoranza”.
Come giudica le posizioni della Confederazione e degli svizzeri verso l’Europa
e, più in generale, verso gli stranieri?
“Se per Svizzera intendiamo le istituzioni
che ci rappresentano, direi che si tratta di una
posizione improntata al pragmatismo e alla responsabilità. È facile fare gli spacconi quando
si vive in una reggia, ma se devi cercare di mediare tra interessi per nulla convergenti è importante negoziare soluzioni ragionevoli, coscienti che per ottenere qualcosa occorre essere disposti a dare qualcosa”.
Salvaguardando, però, la sovranità nazionale...
“Riferirsi in modo ottuso al concetto di sovranità nazionale è semplicemente una fesseria. In questo senso, l’atteggiamento delle nostre istituzioni mi sembra ragguardevole nel
suo tentativo di non isolare il Paese, nonostante i venti contrari. Non siamo indipendenti
dall’Europa, non siamo autosufficienti, anzi la
nostra ricchezza dipende in gran parte dal credito di cui godiamo presso gli altri Paesi. O lo
capiamo o ne pagheremo le conseguenze. Credere di potercela fare da soli chiudendosi all’Europa e agli stranieri è un atto di arroganza e
di smemoratezza che ci costerà caro. Intendiamoci, l’Unione europea per come si è configurata ha deluso tutti e lo scetticismo è giustificato”.
Lei ha scritto e pubblicato in francese,
Schizotopies”, un saggio sullo spazio della mobilità totale e sull’esposizione totale. Ammesso che usi i social network, può
dire come li usa e cosa ne pensa?
“Non ne faccio uso, per varie ragioni fra cui
anche il fatto di stare già tutto il giorno dinanzi
a uno schermo. Osservo con interesse come attraverso i social si trasformi il nostro rapporto e
la percezione con lo spazio, come si ridefiniscano le forme di comunicazione e come una
feroce solitudine cerchi di socializzarsi tramite
la rete”.
Si ricorda per quale motivo ha pianto
l’ultima volta ?
“Per la scomparsa di Flavio Cassinari, un filosofo strepitoso, geniale, al quale mi legava
una amicizia profonda: se ne è andato in un
modo terribile, forse il più terribile, scivolando
da una scarpata sotto gli occhi atterriti del figlioletto, durante una passeggiata in montagna”.
e.r.b.
(5 - continua)
L’Europa
L’Ue ha deluso tutti
e lo scetticismo è
giustificato, ma
credere di potercela
fare da soli è un atto
di smemoratezza
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
11
politica
IL
PUNTO
CHANTAL
TAUXE
4
La pensione
a 67 anni
è una scelta
più solidale
Ripensiamo
il Paese
Anche gli eventi e i musei sono
una risorsa preziosa
per rilanciare il Ticino del 2020
“Il prodotto cultura si vende bene”
Managerialità, offerta e nuove strategie segnano l’ora della svolta
Sanità, formazione, turismo,
ambiente. Tra le tante opzioni, le
tante sfide, pubbliche e private,
per ripensare il Ticino del 2020, è
rimasta sotto traccia la cultura, e
più in generale l’offerta di manifestazioni ed eventi. Un’offerta
già tradizionalmente ricca, ma
che per essere competitiva, ovvero un “prodotto da esportazione”,
richiede un nuovo concetto di
managerialità, nuovi indirizzi e
strategie. Obiettivi che, in questa
quarta puntata dell’inchiesta del
Caffè sul futuro del cantone, risultano non solo raggiungibili,
ma già pianificati nel “business
plan” della cultura.
Uno scenario che, come ricordano il sindaco di Locarno
Carla Speziali e il vicesindaco luganese Giovanna Masoni, potrà
avvalersi di due poli principali, il
Festival del film e il Lac, per fare
sistema, network. Ma in un cantone che ha deciso di virare in
modo significativo verso la cultura e il turismo culturale, servono non solo idee originali, ma
anche nuovi profili professionali.
“È così, la complessità e la rapidità dei cambiamenti in atto nel
mondo culturale richiedono capacità crescenti di interpretazione del contesto - sottolinea Roberto Valtàncoli, responsabile
del Master in Cultural Management alla Supsi -. Un manager
culturale deve avere padronanza
di metodi e strumenti per attivare strategie di gestione che garantiscano la sostenibilità dei
Le proposte
1 2 3
45 6
CATTANEO: PIÙ FORMAZIONE
JELMINI: METTIAMOCI IN RETE CAVERZASIO: UN OSPEDALE
Rocco Cattaneo, Plrt: “Occorre
puntare sulla formazione, dalla
scuola media alla professionale,
fino al master di medicina
agganciato all’Istituto di ricerca
biomedica (Irb) di Bellinzona”.
Giovanni Jelmini, Ppd:
“Occorre mettere in rete le
migliori risorse con un nuovo
concetto di promovimento
economico dove lo Stato è
coordinatore”.
Daniele Caverzasio, Lega: “Sì
a un progetto organico per un
ospedale di valenza nazionale;
dove inserire il master di
medicina dell’Università della
Svizzera” italiana”.
KANDEMIR: UN TICINO SOCIALE
DELCÒ-PETRALLI: PIÙ ISTRUZIONE
CHIESA: UN POLO SANITARIO
Pelin Kandemir, Ps: “Occorre
preservare il territorio e
l’ambiente; puntare su una
sanità attenta alle regioni
periferiche e facendo crescere
centri legati a specializzazioni”.
Michela Delcò-Petralli, Verdi:
“Il Ticino deve puntare
sull’istruzione, sulla formazione
a tutti i livelli, iniziando dalla
scuola elementare e arrivando
all’università”.
Marco Chiesa, Udc.
“Partendo dall’ottimo
sistema sanitario abbinandolo
alla ricerca e all’università si
può realizzare un centro
d’eccellenza”.
progetti. Alle nuove sfide si risponde con passione sì, ma senza dilettantismo o incarichi burocratici. Per questo formiamo
dei manager capaci di coniugare
le conoscenze artistico-culturali
con capacità e know-how che
permettano loro di progettare,
gestire e promuovere tutta la filiera culturale”.
Una filiera consapevole dei
vantaggi economici, dell’indotto
turistico e del ritorno d’immagine offerti dagli eventi culturali,
ma che nello stesso tempo non
dimentica l’esiguità della massa
critica locale. Un’offerta profes-
tà del ‘prodotto’, e così valorizzare pure un’offerta culturale di
qualità ma di nicchia - dice lo
storico Andrea a Marca del Centro di dialettologia e di etnografia
-. Un buon modello, vincente, lo
hanno offerto i dieci musei etnografici della regione che, costituendo un network, hanno puntato su un target e una proposta
più mirata, evidenziando il loro
piccolo patrimonio culturale,
evitando sprechi di risorse e focalizzando gli sforzi su una sorta
di ‘specializzazione’. Non dico
che il modello possa essere applicato a tutti i musei del canto-
sionalmente mirata, ovviamente
non limitata al “consumo interno”, ma indirizzata a stimolare
una domanda esterna, dagli altri
cantoni al nord Italia.
Come hanno constatato,
guardando sia a nord che a sud
con una proprosta di qualità i
musei luganesi che, secondo gli
ultimi rilevamenti, accolgono il
40% dei visitatori dall’Italia. “È
importante avere progetti finalizzati, funzionali con l’omogeni-
Qui Locarno
Qui Lugano
“Il Lac saprà produrre
spettacoli, arte, musica”
Ti-Press
“Un polo d’eccellenza
che vada oltre l’estate”
I POLI CULTURALI
Carla Speziali, sindaco
di Locarno; sotto,
Giovanna Masoni,
vicesindaco di Lugano
Ti-Press
“Io già la immagino questa mia città nel 2020. E
spero che davvero sia viva, colorata, con la sua Casa
del cinema e con una proposta di eventi sempre più
ricca e articolata”, afferma convinta Carla Speziali, sindaco di Locarno.
Quanto conterà in futuro la Casa del cinema?
“Direi che, mattone dopo mattone, è già il nostro
futuro. In questa struttura vogliamo raggruppare tutte
le esperienze maturate con il Festival, realizzare un
centro di eccellenza per l’audiovisivo e un istituto universitario formativo”.
Locarno si rilancia come vero polo culturale?
“Già oggi abbiamo il Festival che è qualcosa di unico. E poi gli eventi musicali. Ora è arrivato il momento
di capitalizzare queste esperienze con un salto di qualità, con strutture permamenti e attività che durano
tutto l’anno e non soltanto un’estate”.
La cultura può diventare una forza attrattiva?
“È la nostra scommessa. Articolare l’offerta per
avere una città poliedrica, capace di far incontrare le
intelligenze, dunque le persone, in spazi sempre più
qualificati, non solo di rilevanza cantonale ma federale, è importante per il nostro futuro. Che spero sia incentrato sempre più sul turismo culturale”.
m.sp.
ne, ma è evidente che quando si
lavora, con professionalità, a
progetti mirati e coordinati si evita di banalizzare l’offerta e si
pongono le basi per un vero e
proprio circuito culturale”.
Tutti gli operatori culturali
del cantone sembrano finalmente convinti del fatto che la cultura
sia una risorsa economica. Un
atout che il Ticino del 2020 potrebbe giocare. “Che deve giocare, confidando sul sostegno della
politica, ma anche sulle risorse
economiche pubbliche e private
- aggiunge Dino Balestra, che per
vent’anni è stato al timone dell’
“industria” culturale più importante del cantone, la Rsi -. Ci sono voluti anni, ma adesso ho la
sensazione che la svolta ci sia
stata, che si siano abbandonati
quei ‘bunker’ dove ognuno coltivava il suo orticello, faceva i suoi
programmi anche se si accavallavano con gli altri. Si è assistito a
una specie di ricambio generazionale, si è capito che è giusto
parlare di ‘prodotto’ da gestire
professionalmente anche quando si tratta di cultura”.
La svolta c’è stata soprattutto
nella mentalità, nell’esigenza di
managerialità, sottolinea Balestra: “Con la nuova legge sulla
cultura, il Lac e la Casa del cinema in cantiere sembra che il famoso network, il ‘sistema Ticino’
rivolto a nord e a sud si trasformerà in realtà”.
e.r.b.
4-continua
“Nel 2020 il Lac sarà già a regime. E ospiterà le produzioni di spettacoli e le mostre d’arte”. Giovanna Masoni, vice sindaco e municipale responsabile dell’Area
cultura e istruzione di Lugano, crede in un futuro legato al nuovo Centro culturale.
Il vostro sarà un polo legato al territorio o guarderà anche oltre?
“Intanto spero diventi una realtà nazionale, capace di dialogare anche con le altre componenti presenti
in Ticino. Ad esempio, Locarno e la sua Casa del cinema e le attività legate all’audiovisivo”.
Da tempo state andando oltre la “stagionalità”;
la nuova struttura sarà uno strumento in più?
“Sicuramente. Il Lac diventerà un luogo di produzione e di creatività per declinare la cultura a 360 gradi. La nostra stagione musicale come quella teatrale
non saranno più una parentesi, ma si potranno anche
allestire produzioni. Poi, ed è giusto cogliere questa
possibilità, troverà casa la Compagnia Finzi Pasca”.
Dal profilo dell’arte cosa offrirà il Lac?
“Punteremo sul ‘900 e l’arte contemporanea. Poi
apriremo ai privati, ma saranno importanti anche il
lavoro sulla mediazione culturale, la trasmissione e
divulgazione dell’arte, la rete sul territorio”.
m.sp.
Di che cosa vivremo quando
saremo vecchi? Di Avs? Di secondo pilastro? Molti esperti temono
che questo non basterà. Paradossalmente, la speranza di vita non
fa che aumentare, ma questa performance legata all’elevata qualità del nostro sistema sanitario ci
sta spingendo oltre i nostri mezzi. Il “Think tank” Avenir Suisse
ha riproposto l’idea di creare
un’assicurazione per finanziare
la presa a carico in un istituto
medico-sociale: a partire da 55
anni, 285 franchi al mese per costituire un capitale capace di coprire i costi dei nostri ultimi anni
d’esistenza, la sistemazione in un
istituto e le cure mediche...
Di principio, l’idea di un secondo pilastro “bis” raccoglie il
58% dei consensi secondo un
sondaggio Sophia, pubblicato lo
scorso mese di maggio dall’istituto Mis-Trend. E la soluzione è più
popolare tra i latini rispetto agli
svizzero tedeschi.
A raffreddare un po’ gli ardori, il montante totale dell’eventuale assicurazione proposta da
Avenir Suisse: 285 franchi al mese, per avere a disposizione un
capitale di 134mila franchi all’età
di 80 anni, quando già i premi di
cassa malati galoppano verso
una media di
400 franchi al
mese. Sembra
un peso eccessivo, un lusso un
po’ troppo
teorico per
molti cittadini.
Al momento, o in seguito, alla
votazione del 9 febbraio sull’immigrazione di massa, si proclama
urbi et orbi che il mercato del lavoro dovrà sollecitare maggiormente cinquantenni e sessantenni per dover fare meno ricorso alla manodopera straniera, presto
contingentata. In quest’ottica un
fardello finanziario supplementare non pare opportuno, perché
spingerebbe gli impiegati a rivendicare salari più alti per far fronte
a questa ulteriore spesa.
L’introduzione di questa misura, poi, toccherebbe in primo
luogo la generazione che ha contribuito a piene mani al secondo
pilastro da quando è stato reso
obbligatorio nel 1985. Più o meno al momento stesso in cui
quella generazione è approdata
sul mercato del lavoro. È un po’
tardi per dire a questi lavoratori
che il sistema costruito allora
non manterrà le sue promesse,
dopo oltre tre decenni di leale
pagamento. Altra ingiustizia, la
generazione che arriverà alla
pensione nell’orizzonte 20252030 è anche quella in cui le donne sono state molto più attive
professionalmente rispetto a
quelle precedenti, sempre senza
dimenticare gli obblighi familiari.
Allora, cosa fare? La sinistra si
barrica sull’età pensionabile a 65
anni. E ha torto. Bisogna tornare
alla proposta di Pascal Couchepin che tanto scandalo aveva fatto nel 2003: portare l’età pensionabile a 67 anni. È una questione
di buon senso. La formazione è
più lunga rispetto al passato, la
speranza di vita si è allungata e
quindi si può lavorare un po’ più
a lungo per alleviare il compito
degli istituti di previdenza vecchiaia. Innalzare l’età della pensione è anche una soluzione più
solidale rispetto all’imporre costi
supplementari alle classi medie,
senza che queste abbiano veramente i mezzi per coprirli.
LA MAPPA DELLE FERROVIE AD ALTA VELOCITÀ
12
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
Alta velocità operativa
Alta velocità in costruzione
Conversione in alta velocità
Altre linee
economia
5.000 km
di alta velocità
verranno creati
in Europa prima
del 2020
Oulo
Seinajoki
OSLO
Glasgow
Edinburgh
STOCCOLMA
Gothenburg
Amburgo
BERLINO
BRUXELLES Hannover
Colonia
LUXEMBOURG Francoforte
PRAGA
PARIGI
I trasporti
Corunna
Le tappe
1
I COSTI
Alptransit, come annunciato
dall’Ufficio federale dei trasporti,
alla fine costerà circa 18,5 miliardi.
Nel tempo sono stati fatti “tagli”
per 185 milioni in meno rispetto al
preventivo originario.
2
I LAVORI
La galleria di base del San
Gottardo, dove sono state già
fatte alcune prove, entrerà in
servizio come previsto nel
dicembre 2016, mentre quella del
Ceneri nel dicembre 2019.
Ti-Press
3
LA LUNGHEZZA
La galleria di base del San
Gottardo ha due canne a binario
unico lunghe 57 km. Contando
cunicoli di collegamento e pozzi,
la lunghezza complessiva del
sistema di gallerie è di 152 km
4
LA CONCORRENZA
Nel dicembre 2013 su un totale di
230 chilometri su cui intervenire
per il tracciato del Brennero ne
erano stati realizzati 28, altri 43
chilometri sono stati già dati in
appalto
“I
l tunnel del Brennero sarà ultimato
nel 2025, nel pieno
rispetto dei tempi’’.
Matteo Renzi, presidente del Consiglio italiano, lo
ha assicurato, il 4 luglio scorso
con la visita al cantiere della
nuova galleria ferroviaria. “Il governo intende garantire il proprio impegno per il futuro - aveva ribadito Renzi -. Si tratta di
un’opera fondamentale. Da parte nostra c’è la garanzia di finanziare l’opera, perché l’Italia e
l’Europa hanno bisogno di infrastrutture all’avanguardia”. All’incontro era presente anche il ministro dei Trasporti, il lombardo
Lupi, che non ha fatto cenno al
complesso delle opere di collegamento col Nord Europa, a cominciare da Alptransit.
Nel 2006, Angela Merkel, durante una vacanza sulle Dolomiti, confidò all’amico Reinhold
Messner, il celebre alpinista, il
suo favore per il
nuovo traforo: “Sì,
abbiamo parlato
anche del traforo disse Messner ad
un giornalista - Ha
riconosciuto che si
tratta di un’arteria
necessaria,
per
tutta Europa”. E
qui si ritorna all’entusiasmo di
Renzi verso il tunnel, che pare dettato da interessi
geopolitici più vasti: con il semestre
europeo a presidenza italiana, il giovane leader
ha interesse a stringere un patto
di ferro con Merkel.
Ma Brennero e Alptransit sono in competizione? Il 4 maggio
scorso in un convegno a Milano,
Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, ha affermato quanto molti anche in Italia sospettano: “I governi italiani
hanno assicurato miliardi di euro di finanziamenti, in parte europei, per lo sviluppo del Brennero e della Torino-Lione, la cui
utilità viene messa sempre più in
discussione. Per la linea del Gottardo silenzio, tanto che si teme
un tacito abbandono del progetto, almeno per i prossimi anni.
Nonostante il 26% del commercio estero italiano, pari a 186 miliardi riguardi scambi con quat-
tro Paesi lungo quest’asse, Belgio, Germania, Olanda e Svizzera”. La contesa dei tracciati alpini, insomma, può riservare sorprese. “Indubbiamente la Svizzera si trova in un gioco europeo
e d’intese politiche ed economiche che la isola - spiega l’economista Remigio Ratti (vedi intervista a fianco) - a meno che, come dalle ultime decisioni ‘sblocca Italia’ del governo Renzi, si ricuperino i criteri di efficienza, di
selezione delle opere prioritarie,
- e non sarebbe il caso per la Lione-Torino - e di trasparenza e rispetto dei tempi di realizzazione”. Alptransit insomma potrebbe pagare sul lungo periodo un
caro prezzo alle logiche d’interesse eurocentriche.
La valutazione sui volumi di
traffico merci-persone sulle direttive Svizzera-Italia e Germania-Austria-Italia porterebbe a
dire che non vi sarebbe concorrenza, essendo diverse le due direttrici di traffico, i cosiddetti
Corridoi europei. Altri esperti
sostengono che la direttrice del
Brennero, invece, potrebbe rivelarsi in futuro più conveniente di
Alptransit. Eppoi: la Lombardia
crede veramente ad Alptransit?
Il 7 marzo scorso a Luino si è
parlato dei lavori per la trasversale alpina in territorio italiano,
lavori in forte ritardo. I sindaci
della sponda orientale del Verbano, hanno manifestato le loro
preoccupazioni: molti stranieri,
proprietari di seconde case, sono intenzionati a vendere le loro
abitazioni di vacanza a causa
delle poche risorse che offre il
territorio, ma anche per il rischio
di cantieri invasivi, destinati all’allargamento della sede ferroviaria, che freneranno il turismo.
L’assessore alle Infrastrutture
della Regione Lombardia, Maurizio Del Tenno, rassicura: “Gli
aspetti positivi di questo progetto non sono attribuibili solo al
miglioramento del trasporto
merci, ma anche alla garanzia di
maggiore sicurezza, sia per la
viabilità che per la diminuzione
dell’inquinamento”.
Intanto a gennaio il ministro
Doris Leuthard ha staccato a beneficio dell’Italia un assegno da
120 milioni di euro per la riqualifica della ferrovia Luino-Gallarate. I Comuni italiani però non
trovano un accordo e ostacolano
un tracciato definito da tempo. Il
Brennero, invece, viaggia spedito.
[email protected]
Monaco
ZURIGO
Lione
VIENNA
LJUBLJANA
VARSAVIA
Krakow
KIEW
BRATISLAVA
BUDAPEST
Marrakech
Fonte: International Union of Railways (2013), Amadeus
Quella grande “ragnatela” che avvolgerà l’intera Europa
Lo scenario del prossimo futuro dei
trasporti è una grande ragnatela che
avvolgerà l’Europa. Piccoli e grandi
tracciati capaci di far viaggiare merci e persone con tempi sino a oggi
impossibili. In questo scenario giocano un importante ruolo Alptransit
e Brennero, in una corsa per chiudere il più in fretta possibile i lavori e
diventare dunque operativi per poter
È già “gara” fra Alptransit e Brennero
GIORGIO CARRION
Strasburgo
MINSK
Milano
Torino
Venezia ZAGABRIA
Porto
BUCAREST
Toulouse
BELGRADO
Genova Bologna
Marsiglia Nizza
MADRID Saragossa
Firenze
LISBON
SOFIA
Barcellona
SKOPJE
ROMA
Istanbul
Sivas
Valencia
ANKARA
Seville
Napoli
Bari
Alicante
Bursa
TIRANA
Salerno
Thessaloniki
Kayseri
Malaga
Tangier
Konya
RABAT
Taza
Izmir
Casablanca
ATENE
Oujda
Meknes
Vigo
La sfida europea
delle linee alpine
va ad alta velocità
Bordeaux
Vitoria
MOSCA
VILNIUS
AMSTERDAM
LONDRA
Nantes
Saint Petersburg
RIGA
COPENHAGEN
DUBLINO
Bristol
HELSINKI
TALLIN
raccogliere il maggior numero di
clienti. Nel 2020, tra appena sei anni, in Europa ci saranno oltre 5000
tracciati ad alta velocità. Attualmente è la Spagna, con 2.665 chilometri, ad avere a disposizione la rete
più diffusa. Pure la Francia in questi
ultimi anni ha puntato molto sull’alta
velocità e sugli accordi con la Gran
Bretagna. Ma anche la Svizzera sta
andando avanti a grandi passi in attesa che diventi operativo l’intero
tracciato dell’Alptransit, che avrà
importanti ricadute pure in Ticino.
L’Italia, infine, si è giocata le sue prime carte sulla direttrice che da Napoli arriva sino a Milano, dopo aver
collaudato quella di oltre 200 chilometri con i treni Eurostar sulla tratta
Firenze-Roma.
L’intervista/1
L’intervista/2
L’analisi dell’economista Remigio Ratti
Il futuro secondo Riccardo De Gottardi
“La concorrenza “Rischio limitato
sarà sulla qualità” per il San Gottardo”
“G
REMIGIO
RATTI
Economista
ed esperto
di politica
dei trasporti
ottardo e LoetschbergSempione,
occupano
una forte posizione centrale nei traffici dell’arco alpino. Il
Brennero esercita la sua attrazione
sulla regione di Monaco di Baviera e
beneficerà sempre più dell’espansione verso Berlino e l’Est”, spiega
l’economista Remigio Ratti.
Ci sarà la guerra dei trafori?
“Se i bacini rimarranno stabili, i
mercati saranno caratterizzati da
tendenze oligopolistiche, che tuttavia non escludono una concorrenza
giocata sulla qualità delle prestazioni e sui prezzi”.
Alcuni sostengono che la direttrice del Brennero potrebbe rivelarsi più conveniente di Alp
Transit. È così?
“La solidità storica degli itinerari
svizzeri, rilanciata con Alptransit, e
la loro penetrazione in un mercato
lombardo che pesa nella misura del
40% nell’export terrestre italiano, sono un dato di fatto. È evidente anche
la priorità – malgrado i ritardi – data
al grande asse verticale del Brennero, tutto all’interno dell’Ue: da Berlino giù fino a percorrere tutto lo stivale. Già oggi la vecchia linea del
Brennero permette ai traffici intermodali un profilo di 4 metri, mentre
noi lo avremo fra 6-8 anni”.
Berna ha finanziato l’Italia per
ben 280 milioni di franchi, ma
Roma ha assicurato miliardi di
euro per lo sviluppo del Brennero e della Torino-Lione. Che
ne pensa?
“Il finanziamento svizzero serve
a dare ossigeno fino all’orizzonte del
2025. Ma, come da decenni annunciato, occorrono i quattro binari dalla galleria di Monte Olimpino II a
Monza e l’aggiramento ad est (Seregno-Bergamo) della metropoli milanese. Senza un segnale decisivo della Svizzera per la linea a sud di Lugano anche gli investimenti italiani si
faranno ulteriormente attendere”.
Come finirà?
“Lo scenario futuro, quello del
famoso corridoio Rotterdam-Anversa- Genova, vedrà un’inversione di
rotta: meno traffici transalpini da
nord, e nuove correnti da sud, verso
la Svizzera e la Germania”.
“I
n linea di massima le aree di
mercato del San Gottardo e
del Brennero sono complementari, e quindi non concorrenziali - afferma Riccardo De Gottardi, capo della divisione cantonale dello
Sviluppo territoriale- . L’una copre il
corridoio Scandinavia-Europa centrale-Italia, l’altra il corridoio Europa
centro-orientale-Italia. Il rischio per
il San Gottardo di avere un concorrente è quindi limitato”.
L’Italia è in ritardo sulle opere
di supporto alla nuova direttrice alpina…
“La Confederazione ha approvato il principio del finanziamento per
l’adattamento del profilo delle gallerie per consentire il transito dei semirimorchi con altezza laterale fino
a 4 metri sulla linea di Luino. L’Italia
si è impegnata a realizzare questo tipo di lavori sulla tratta Chiasso-Milano. La decisione del parlamento
federale risale a fine 2013. Nel gennaio 2014 il Consiglio federale ha poi
sottoscritto con il governo italiano
l’accordo per lo sviluppo delle infrastrutture della rete ferroviaria di collegamento tra la Svizzera e l’Italia”.
A che punto sono i lavori?
“A nostra conoscenza, sono in
RICCARDO
DE GOTTARDI corso al momento lavori di progettazione per concretizzare questo indiCapo
rizzo con l’obiettivo di realizzare gli
Divisione
interventi per l’orizzonte 2020”.
sviluppo
Il “collo di bottiglia” Milanoterritoriale
Varese-Como creerà difficoltà
agli impianti ferroviari e d’interscambio sul territorio ticinese?
“Eventuali carenze sulle tratte
italiane possono impedire di sfruttare al meglio le potenzialità delle
nuove infrastrutture costruite in
Svizzera. La Confederazione ha ipotizzato, come ultima ratio, l’idea di
realizzare in Ticino un impianto per
il trasbordo strada-ferrovia se non
fossero disponibili adeguate capacità per i terminali in Lombardia.
Questa ipotesi è per il Cantone insostenibile sia nel principio – il traffico
di transito va trattato vicino ai luoghi
di origine e destinazione – sia dal
profilo realizzativo a causa dell’impatto sul traffico stradale e sul territorio”.
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
13
economia
Gli affari
I
NUMERI
LORETTA
NAPOLEONI
La concorrenza
arriverà dal Sud
senza più l’Iva
La strategia
di Pechino
è investire
in altri Paesi
GIORGIO CARRION
l’economia ticinese potrebbero essere molto serie. L’annullamento dell’Iva potrebbe agevolare gli acquisti in Italia: i
consumatori ticinesi potrebbero trovare più conveniente
comprare prodotti detassati di
una quota dell’Iva. La pratica,
insomma, del Tax Free e della
richiesta di rimborso Iva potrebbe diminuire drasticamente. Ma l’operazione Zona
franca a Milano non vede però
tutti d’accordo. C’è chi fa notare che il disavanzo fiscale per
le casse pubbliche sarebbe di
ben 1,2 miliardi di euro, che
Maroni non ha spiegato come
“Mi auguro che il Parlamento dia il suo via libera all'istituzione della Zona franca
ad economia speciale- ha ribadito Roberto Maroni, presidente della Regione Lombardia -. Una misura che favorisce
le imprese che si trovano vicino alle aree di confine e che
sono penalizzate dal fatto che
oltre la dogana ci sono condizioni più favorevoli al tessuto
produttivo”. In Ticino, appunto. Benzina sul fuoco per i rapporti già non idilliaci tra i due
Stati? L’8 luglio scorso l’Ente
regionale lombardo ha dato il
via libera alla costituzione di
una Zona ad economia speciale (Zes), che tradotto vuol dire
agevolazioni fiscali a partire
dall’esenzione dell’Iva.
I prodotti acquistati nella
fascia ‘protetta’ sotto confine
potrebbero, quindi, essere di
fatto scontati dal 10% (alimentari) al 22%, aliquota massima
dell’Iva in Italia su beni come
Carlo Pozzoni
Una “Zona franca” in Lombardia
preoccupa il commercio ticinese
intende ripianare. L’intento di
far ripartire consumi e produzioni in Lombardia è, infatti,
difficilmente misurabile in ter-
della Camera di Commercio,
Luca Albertoni, che si è mostrato scettico sulla praticabilità e sui tempi dell’operazione. Da notare il risvolto politico dell’iniziativa, promossa
principalmente da quella Lega
Nord che ha sempre manifestato amicizia per la Lega dei
Ticinesi, sin dai patti ‘storici’
tra Bossi e Bignasca. Ora la parola passa al governo del presidente Matteo Renzi: il suo
Partito Democratico in Lombardia ha votato contro la proposta leghista giudicandola
inattuabile.
[email protected]
I prodotti acquistati
nella fascia ‘protetta’
sotto il confine
potrebbero essere
scontati dal 10 al 22%
mini di ripianamento fiscale
potenziale. Sulla proposta di
Zona franca si nota un rumoroso silenzio. Sul tema in Ticino è intervenuto il direttore
L’impiego
Carlo Pozzoni
Ti-Press
Scenari di sviluppo
per il trading
di acciaio, metalli
e gas sulla piazza
luganese. Ma manca
il personale
elettrodomestici, arredamento, abbigliamento e per altri
articoli. Il provvedimento riguarderà il 65% dei Comuni
delle province di Varese, Como e Sondrio, con un’incidenza del 10% sulla stima delle
entrate tributarie.
Le imprese operanti nella
Zes godranno di incentivi alla
realizzazione degli investimenti iniziali, di agevolazioni
fiscali sulle imposte dei redditi
(esenzione/riduzione di imposte) o sulle tasse locali sulla
proprietà, per le imposte doganali sulle attività import/export e della riduzione degli
oneri sociali sulle retribuzioni,
oltre allo sgravio dell’Iva.
“Da tempo stiamo assistendo al fenomeno della delocalizzazione delle imprese,
che colpisce soprattutto i territori di confine e in generale
la Lombardia. La fuga delle
imprese impoverisce il territorio e aumenta il numero dei
frontalieri che, per trovare lavoro, devono varcare il confine”, ha aggiunto, in conferenza
stampa, la consigliera leghista
Francesca Brianza. Le conseguenze per il commercio e
Le materie prime
per un posto di lavoro
ad elevata qualità
Dall’acciaio e dal gas potrebbe venire un
impulso importante per l’economia ticinese.
Già oggi nel cantone sono una novantina le società che si occupano del commercio internazionale di materie prime, con circa 1.500 posti
di lavoro in totale per un settore in cui gli impieghi richiedono competenze molto specifiche.
Ma sulla piazza mancano oggi adeguati profili
professionali. Proprio per questo motivo è stato
creato un corso accademico di formazione
all’Università di Lucerna promosso tra gli altri
da “Lugano Commodity Trading Association”
(Lcta).
“A conferma dell’interesse attorno alle professioni di questo settore, abbiamo avuto circa
150 richieste d’iscrizione al programma formativo promosso con i colleghi di Zugo, piazza
molto importante per le materie prime in Svizzera - spiega Marco Passalia, vice direttore della Camera di commercio e segretario di Lcta -.
Alla fine abbiamo potuto accettare soli 26 partecipanti, che arrivano un po’ da tutto il mondo.
Ai cinque ticinesi si aggiungono 9 svizzeri, 3 o 4
italiani, 4 o 5 tedeschi, un indiano, un canadese, un arabo. Insomma, la nostra formazione
accademica ha acquisito subito una dimensione internazionale, che del resto è propria del
settore”. Quello del “trader” di materie prime,
infatti, è una professione che richiede competenze particolari e che si basa sulla collaborazione di altre società, come banche, fiduciarie o
assicurazioni. Quindi “muove” parecchi attori
economici. “Bisogna però sottolineare che non
MARCO
PASSALIA
Vice direttore
della Camera
di commercio
stiamo parlando di speculazione finanziaria osserva Passalia -. Perché in questa attività le
merci vengono acquistate, smistate e vendute
fisicamente. Intendo dire che, ad esempio, è acciaio reale quello che si commercia, si fa viaggiare in nave e si fornisce al cliente. È chiaro che
i profili professionali che si occupano di materie prime devono necessariamente essere di alto livello”.
Un settore che potrebbe avere interessanti
sviluppi in un periodo in cui la piazza bancaria
non sta certo attraversando un buon momento.
Basti pensare che Ginevra e l’arco lemanico
hanno visto nascere negli ultimi anni oltre 400
aziende di “trading”, per circa 6.000 posti di lavoro e un fatturato totale attorno agli 800 milioni di franchi. “I presupposti per il Ticino sono
certamente positivi - nota Passalia -. C’è già una
presenza importante di società per l’acciaio, i
metalli di base, il gas e l’energia in generale. Per
questo nel 2010 è nata l’associazione Lcta, perché è importante garantire sostegno e servizi a
queste società”. Non da ultimo promuovendo la
formazione del personale, perché ci sono difficoltà nel reperire i profili giusti proprio a causa
delle competenze molto specifiche della professione. “Competenze che vanno dalla conoscenza dei noli marittimi per le spedizioni alla
logistica dei trasporti - precisa il vice direttore
della Camera di commercio-. E, naturalmente,
serve una solida preparazione economica per
gestire acquisti, vendite e stock”.
m.s.
L’intervista
Enzo Lucibello, presidente
della “Grande distribuzione”
“Saremmo
danneggiati
così come
con gli orari”
“Ci sarà una diminuzione
degli affari e non è certo un atto di amicizia verso il Ticino”.
Enzo Lucibello, direttore di
Media Markt e presidente della
Disti,
l’associazione della
grande distribuzione commerciale, è preoccupato dalle notizie che arrivano da Milano.
Timori per la Zona franca
annunciata dalla Lombardia?
“Il cliente svizzero già si fa
rimborsare l’Iva, ma è evidente
che una zona commerciale ed
economica protetta in Lombardia finirà col danneggiare il
commercio e le attività economiche in Ticino”.
L’ipotesi è che le misure di
sgravio fiscale siano applicate nel perimetro attuale degli
sconti sulla benzina…
“Più ampia o uguale, la Zona franca avrebbe comunque
effetti deleteri. Viene meno la
pratica del tax-free anche perchè vengono meno i problemi
burocratici”.
Come deve reagire il cantone a questa minaccia?
“Il vero problema non è e
non sarà solo la Zona franca,
che dobbiamo vedere se poi si
realizzerà davvero, ma la paralisi in cui versa il commercio
ticinese, stretto tra orari di
apertura, ormai improponibili
e fuori dal tempo, e ipotesi restrittive e suicide, come la tassa sui parcheggi”.
Quali sono le scelte più
urgenti per difendere il settore?
“Anzitutto un piano quadro
di ammodernamento burocratico delle norme. Ho già detto
degli orari. La Lombardia, per
capirci, è una delle regioni europee a più alto tasso di liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi. Come possiamo competere così? Il Cantone
deve darsi un progetto, una
politica economica e commerciale incisiva, con scelte strategiche di lungo periodo. Allo
stato, non c’è un progetto politico in questo senso”.
Cosa pensa degli attuali
rapporti tra Svizzera e Italia?
“La Zona franca non è certo
un atto distensivo. Le tensioni
si acuirebbero. Una cosa è istituire un enclave tax free come
Livigno, a tremila metri. Altra
cosa è il nord della Lombardia”.
L’economia cinese è ormai seconda solo a quella
statunitense e cresce più rapidamente di qualsiasi altra
all’interno del G20. I fondi
sovrani del primo esportatore al mondo sono i più ricchi
del pianeta e dispongono di
oltre un milione di miliardi
di dollari. Ciò significa che la
Cina ha a disposizione ingenti somme di denaro per
investire all’estero. Ed infatti
dal 2005, quando è stata lanciata la politica di incoraggiamento delle imprese statali
cinesi per gli investimenti
all’estero, questi sono passati
da 17 miliardi di dollari ai
130 miliardi del 2013. In percentuale, rispetto al
Pil, l’investimento estero cinese però rimane basso rispetto a quello degli Stati
Uniti e di molte altre altre nazioni occidentali. Ad esempio nel Regno Unito, la nazione europea dove è più alta
la presenza di capitali cinesi,
negli ultimi nove anni questi
hanno ammontato ad appena lo 0,7 per cento
del Pil. È però interessante notare che
dietro questa politica cinese c’è una
strategia di lungo
periodo. Gli investimento nel
Regno Unito,
ad esempio,
non sono limitati ad imprese britanniche ma includono attività di società straniere. Così lo scorso anno
China Investment Corporation ha pagato a Ferrovial 700
milioni di dollari per acquistare il 10 per cento dell’aeroporto di Heathrow e a Deutsche Bank 400 milioni di dollari per un pacchetto di partecipazione delle sedi della
banca a Londra. Ciò significa
che il Regno Unito è considerato un Paese strategico dove
investire, e questo spiega
perché negli ultimi nove anni
ha attirato il doppio degli investimenti delle altre nazioni
europee, come la Francia 9,2
miliardi e la Svizzera 8,2 miliardi di dollari.
L’Australia è il Paese occidentale dove è massima la
presenza di investimenti cinesi, nel 2013 questi ammontavano al 58,2 miliardi,
seguono gli Stati Uniti con
57,6 miliardi di dollari. Anche qui le motivazioni sono
strategiche. La politica di investimenti all’estero è, infatti,
subordinata alle esigenze
dell’economia cinese. Non si
tratta quindi di decisioni prese dal settore privato ma di
politiche specifiche legate ai
piani prodotti dal governo di
Pechino. Il settore più importante rimane quello energetico, che ha attirato gran parte
degli investimenti negli ultimi nove anni ed infatti è passato da 5 mila a 316 mila miliardi. Gran parte degli investimenti negli Stati Uniti e in
Australia rientrano in questo
settore.
L’importanza del settore
energetico per una nazione
come la Cina, con 1 miliardo
e 300 milioni di abitanti, non
sorprende, visto che la sua
domanda di energia entro il
2030 si triplicherà. Come
sempre i cinesi si preparano
per tempo al futuro.
Con una vittoria basilese
si apre la Super League
Tutti in campo anche nel massimo
campionato, dove il Basilea campione
ha aperto la stagione imponendosi per
2-1 in casa dell’Aarau, grazie ai punti
dei giovani Embolo ed Aliji e al punto
argoviese di Schultz nella ripresa.
IN
TELE
VISIONE
domenica 20 luglio
13.50 LA2
F1: Gp di Germania
da martedì a venerdì
17.30 LA2
Tennis: SwissOpen.
Tre su tre della Svizzera
contro i tedeschi U20
Vittoria a Silverstone
per Joel Camathias
Andrea Dovizioso rinnova
il contratto con la Ducati
Tre vincitori a parimerito
in una gara di lotta svizzera
domenica e venerdì
15.40 LA2
Ciclismo:Tour de France
sabato 26 luglio
11.30 / 15.05 LA2
Tennis: SwissOpen. semifinali
da martedì a giovedì
14.05 LA2
Ciclismo:Tour de France
sabato 26 luglio
15.40 LA1
Ciclismo:Tour de France
Nella terza partita in tre giorni contro
la Germania ad Arosa, la Svizzera Under 20 ha colto il terzo successo. Gli
svizzeri si sono imposti per 3-1, con
gol di Harlacher, di Marc Aeschlimann,
figlio di Jean-Jacques, e Hischier.
In gara-1 della tappa del GtOpen sul
tracciato di Silverstone, grande vittoria
per il ticinese Joel Camathias, che con
il compagno Matteo Beretta e la Porsche della Autorlando ha conquistato
la classe Gts e il terzo posto assoluto!
Il pilota di MotoGp Andrea Dovizioso
ha rinnovato per altre due stagioni il
contratto che lo lega alla Ducati. Il
28enne forlivese è attualmente quarto
della classifica del Mondiale comandata dall’inarrivabile Marc Marquez.
Curioso risultato nella riunione di lotta
svizzera svoltasi a Weissenstein, dove a
vincere sono stati tre atleti a parimerito
dopo che lo “schlussgang”, la finale, si è
chiusa in parità. Si tratta di Kilian Wenger,
Matthias Sempach e Christoph Bieri.
losport
15
L’automobilismo
Domenica
20 luglio 2014
Hamilton è tradito dai freni
e Rosberg non si fa pregare
Il ciclismo
Ad Hockenheim il tedesco fa sua la “pole” di casa
Uno squalo
azzanna
della Williams, che ad Hockenheim ha dimostrato di essere una
scuderia che sta lavorando in modo efficace per ridurre il gap dalla
Mercedes. Ne è la dimostrazione
il tempo ottenuto nelle qualifiche
da Valtteri Bottas e Felipe Massa,
MASSIMO MORO
Il polacco Majka vince a Risoul,
ma è Nibali il padrone della corsa
Reuters
SCAMBIO DI RUOLI
IN DUE GIORNI
Nella tappa di
venerdì, Nibali nella foto grande
- ha preceduto
Majka, qui
accanto. Il giorno
dopo i due
corridori si sono
invertiti i ruoli
Lealtreclassi
Alex Fontana
e Marciello
“intruppati”
Reuters
Tour
il
Le sorprese non sono certamente mancate nelle qualifiche
del Gran Premio di Germania. Ad
essere protagonisti ieri, sabato, ad
Hockenheim sono stati i dominatori della stagione della Mercedes, Nico Rosberg e Lewis Hamilton. Tutti già pregustavano la lotta
tra i due, che è però svanita subito
nella prima parte delle prove con
l’inglese che per un problema al
disco dei freni anteriore destro è
uscito di pista andando violentemente a sbattere contro le protezioni. Qualifiche finite per Hamilton con Rosberg che non si è fatto
pregare, facendo sua la pole position di casa. “Per adesso sta andando tutto davvero alla grande ha sottolineato Rosberg - ed essere in pole nella gara di casa è fantastico. Avrei preferito una battaglia aperta con Lewis, per cui sono un po’ meno contento, ma resta una giornata eccezionale anche se oggi non ci sono punti in
palio, c’è ancora una lunga strada
da percorrere in gara”.
I problemi della Mercedes
sembrano fatti “apposta” per tenere aperta la lotta nel Mondiale
con Rosberg che rompe il cambio
in Austria e Hamilton che viene
abbandonato dai freni in Germania. L’inglese si trova, infatti, a sole quattro lunghezze in classifica
dal compagno di squadra, ma
partendo dalle retrovie dello
schieramento di partenza il compito di rimontare tutte le altre monoposto e limitare così i danninon si presenta certamente facile.
“Sto bene, è solo una botta, ma in
vista della gara andrà sicuramente bene - ha dichiarato Hamilton . Credo che partirò dalla pit lane,
quindi non posso davvero immaginare cosa accadrà, sarà dura
raggiungere le prime posizioni
ma farò del mio meglio".
Continua il buon momento
settimo e dodicesimo posto.
Sauber sempre in caduta libera, con la sedicesima posizione di
Adrian Sutil e la diciassettesima
di Esteban Gutierrez che ne sono
la palese dimostrazione.
[email protected]
che si sono piazzati in seconda e
terza posizione con solo due decimi di ritardo da Rosberg.
Se la Williams migliora, la Ferrari sembra marciare sul posto,
con Fernando Alonso e Kimi
Raikkonen che hanno chiuso al
NICO ROSBERG PADRONE DI CASA
Quinta pole position stagionale ad
Hockenheim per il padrone di casa al
volante della sua Mercedes
Alex Fontana in Gp3 e Raffaele
Marciello in Gp2 sono impegnati a
Silverstone a margine della Formula1. In gara-1 ieri, sabato, entrambi
sono rimasti un po’ “intruppati”.
Fontana ha conquistato l’undicesima piazza in qualifica, posizione che è poi riuscito anche a portare al traguardo, mostrando comunque confortanti segnali di crescita rispetto alle ultime uscite. Per
il pilota della Art Grand Prix e della
scuderia Lotus si tratta ora di concretizzare i miglioramenti sulla vettura per puntare almeno alla Top10 in gara-2 per conquistare punti
importanti.
Inizio di finesettimana di gara
difficile anche per Raffaele Marciello, impegnato nella prestigiosa
classe Gp2. Il pilota di Caslano
aveva colto un discreto ottavo posto in qualifica, ma non è riuscito
né a confermare la piazza, né a migliorarsi in gara-1. Anzi, l’alfiere
della Racing Engeneering e della
Ferrari Driver Academy, alle prese
con vari problemi, è scivolato fino
alla diciassettesima piazza conclusiva nella prova vinta da Evans. La
possibilità di riscossa è però imminente, con la gara sprint mattutina
sullo storico tracciato inglese.
I protagonisti
migliore di giornata è stato Jean
Christophe Péraud, che ha tenuto la ruota di Nibali, mentre alle
loro spalle hanno tagliato il traguardo anche Jérôme Pinot e
Romain Bardet. Corridori che,
con Teejay Vangarderen, sembrano i più indicati per festeggiare a Parigi accanto a Nibali.
Cedimento, invece, per Alejandro Valverde.
Dopo la tappa quasi tutta in
discesa di quest’oggi, domenica,
verso Nîmes, dove le ruote veloci
rimaste in gruppo dovrebbero
avere buon gioco, il plotone si
La Grande Boucle ora
si avvia verso le salite
dei Pirenei, ma la
lotta appare aperta
solo per il secondo
concede il secondo giorno di riposo quale introduzione alla terza e decisiva settimana di corsa.
Una settimana caratterizzata da
due punti forti: i Pirenei e la lunga cronometro (54 km tra Bergerac e Périgueux) del penultimo
giorno. Anche se gli stravolgi-
Sugli spalti
MASSIMO SCHIRA
NIBALI
Lo squalo dello
stretto controlla a
piacimento gli
avversari e si
prepara con calma
ai Pirenei.
PINOT
Con Bardet si
gioca anche la
maglia di miglior
giovane per un
ciclismo francese
che sta crescendo.
MAJKA
Prima vittoria in
carriera per il
24enne polacco,
un nome destinato
a fare strada nei
prossimi anni.
BARDET
È forse il più
talentuoso tra i tre
francesi di
classifica, che
possa inseguire il
mito Hinault?
PÉRAUD
Guida il terzetto
di francesi a caccia
del podio,
sperando
in un cedimento
del leader.
RODRIGUEZ
Quando c’è da
attaccare, Purito
c’è. Anche se è
reduce da un
incidente e senza
vera preparazione.
UNA CORSA CONTRO I PERICOLI
L
e due settimane di Tour de France hanno detto cose molto interessanti sotto diversi aspetti. La prima, beninteso, riguarda un
Vincenzo Nibali in versione extra lusso, capace di gestire la corsa, di vincere tappe e di togliere le castagne dal fuoco in prima persona in alcuni momenti delicati e quando la sua squadra riesce a far
meno di quanto ci si attenderebbe. Sulla performance di Nibali pesa
però un po’ - almeno sul piano del confronto agonistico - l’assenza di
Chris Froome e Alberto Contador, entrambi “autoeliminati” dopo rovinose cadute. E questo è un secondo aspetto che merita qualche riga
di analisi. Perché così tante cadute (sovente gravi) al Tour come era
già stato il caso al Giro? Ci sono due elementi da tenere in considerazione. Il primo è legato alla pulizia del ciclismo. Gli sforzi intrapresi
negli ultimi anni dall’antidoping hanno di certo portato ad un numero minore di corridori dopati. Il che può anche stare a significare che,
oggi, i ciclisti sono meno “forti” in senso lato. E, quindi, anche meno
lucidi in determinate circostanze di gara. D’altra parte, il grande nervosismo in corsa si spiega anche con il fatto che l’esigenza di emergere è enorme in plotone. Ci sono corridori che guadagnano pochi Euro
e temono la disoccupazione per mancanza di punti Uci. E sono disposti ad assumersi rischi troppo elevati.
menti veri in vetta alla generale
paiono poco probabili per quanto visto finora, i contrafforti dello
spartiacque tra Francia e Spagna
sono destinati a farsi sentire nella rincorsa al podio sugli
Champs Elysées. Martedì l’arrivo a Bagnères-de-Luchon, sede
storica delle tappe pirenaiche
del Tour è preceduto da tre gran
premi della montagna, su cui
spiccano Portet d’Aspet e Port de
Balès. L’arrivo è però in discesa.
Il che si traduce in tappa favorevole alla maglia gialla, viste le
capacità di Nibali quando la
strada scende. È però probabile
che parta una fuga da lontano
con il benestare degli uomini di
classifica.
Portillon, Peyresourde, Val
Luron Azet e l’arrivo a Pla d’Adet
sono invece gli attesi protagonisti della seconda delle tre giornate sui Pirenei. Una tappa dura,
anche se piuttosto breve con i
suoi 124 chilometri, che potrebbe chiamare allo scoperto qualche pretendente alle zone nobili
della classifica.
L’ultima frazione pirenaica è
invece quella di sua maestà il
Tourmalet, potenziale trampolino di lancio per i coraggiosi rimasti in gruppo. Dopo l’interminabile discesa verso Luz Saint
Saveur, infatti, l’arrivo è posto ai
1.520 metri di Hautacam. Dove
sapremo se qualcuno potrà impedire a Nibali di vincere il Tour.
Ed è poco probabile.
[email protected]
Q@MassimoSchira
Il calcio
Il tennis
Un punto a testa al via in Challenge L’assenza di Wawrinka
A Gstaad il russo cerca di confermare il titolo del 2013
Il Lugano pareggia a Losanna, il Chiasso in casa con il LeMont dà via libera a Youzhny
Neanche il tempo di digerire
l’abbuffata dei Mondiali e già il
calcio svizzero torna in campo
per la stagione 2014-2015. Con le
ticinesi di Challenge League
subito in campo e con ambizioni diverse: il Lugano con
la speranza di rimanere il
più a lungo possibile agganciato al treno promozione e
il Chiasso, invece, concentrato nella ricerca di una salvezza più serena rispetto a quella
della passata stagione. E se le cose sono inziate discretamente per
i bianconeri con il pareggio sul
campo dell’ambizioso Losanna
(1-1), i rossoblù sono da subito
chiamati a rimboccarsi le maniche dopo il mezzo passo falso interno contro la neopromossa LeMont (1-1).
Come previsto, il Chiasso ha
mostrato qualche lacuna di troppo sul piano offensivo, settore dove la società sta in effetti ancora
lavorando per ovviare alle partenze pesanti sul fronte offensivo.
Anche contro la neopromossa,
infatti, è parso chiaro che i rossoblù necessitano di almeno un elemento capace di
dare una mano a Magnetti in
“zona calda”, in modo da poter
sfruttare al meglio il lavoro della
squadra e dell’uomo in più del
Chiasso, Alberto Regazzoni, che
rimane giocatore di categoria superiore. Problemi un po’ ingigan-
UN ESORDIO NON ESALTANTE
Entrambe le ticinesi impegnate nel torneo cadetto
hanno ancora parecchio da fare sul mercato e
nella preparazione della squadra per il campionato, come dimostra l’avvio non certo esaltante
Ti-Press
Lo squalo dello stretto azzanna sempre più il Tour de
France. Nell’ultima tappa alpina
della Grande Boucle, con arrivo
a Risoul dopo aver superato i mitici Lautaret e Izoard, a vincere è
stato il polacco Rafal Majka, ma
Vincenzo Nibali ha dimostrato
una volta in più di essere il padrone della corsa. Giungendo
secondo incrementando il margine su quel che resta dei potenziali rivali per la classifica generale.
La tappa è stata caratterizzata da una fuga a 17, tra cui il
24enne Majka - già secondo alla
vigilia proprio dietro Nibali e alla prima vittoria in carriera -, che
si è poi avvantaggiato in compagnia di De Marchi e di Joaquin
Rodriguez sulle prime rampe
dell’inedita ascesa finale. Una
frazione gestita al meglio dalla
Saxo Tinkoff del polacco, visto
che un grande lavoro in giornata
è stato garantito dall’esperto Nicolas Roche. Premio meritato
per la squadra dopo la sfortunata caduta e il ritiro del capitano,
Alberto Contador.
Dietro i fuggitivi, la corsa si è
invece sviluppata su binari abbastanza tranquilli per l’Astana
della maglia gialla. Fino all’attacco proprio di Nibali nei chilometri conclusivi che ha permesso al
messinese di conquistare ulteriori secondi sui rivali e il secondo posto di tappa. Dietro, invece, è ormai corsa al secondo posto, con un terzetto di francesi
scatenato a caccia del podio. Il
Reuters
MASSIMO SCHIRA
titi dal fatto che il LeMont trova il
vantaggio in apertura di confronto, mentre i ticinesi faticano fino
al rigore per fallo su Djuric trasformato nei recuperi proprio da
Regazzoni, per regalare una gioia
ai 1.047 accorsi al Riva IV per il
“vernissage”.
Problemi di “gioventù” - relativi alla stagione appena iniziata anche per il Lugano, che si è presentato sul campo del Losanna
addirittura con le riserve contate
a causa di un paio di assenze
dell’ultima ora e di un mercato
che deve ancora scrivere alcune
pagine. Problemi del resto chiari
anche per la formazione vodese,
che l’anno scorso ancora giocava
in Super League. L’equazione ha
quindi portato la gara della Pontaise su binari certamente non
spettacolari, con un gioco spesso
interrotto dai falli e con parecchia
imprecisione sui due fronti. Al gol
di Basic per i bianconeri in chiusura di primo tempo, ha risposto
Christian Ianu ad una ventina di
minuti dal termine.
m.s.
L’assenza di Stan Wawrinka
al torneo di Gstaad da via libera
a Mikhail Youzhny. Senza il vodese, che ha deciso di prendersi
una pausa in vista della tournée
americana, la terra rossa della
località bernese
si presenta priva
di grossi interessi per quanto riguarda i colori
rossocrociati.
Una situazione
ideale
quella
che si presenta
da domani, lunedì, invece, per
il detentore del
titolo Youzhny,
che ha la grande
possibilità
di
confermare il
Reuters
successo ottenuto nella passata stagione.
Il cammino del russo non si
presenta certamente facile, dal
momento che a cercare di contrastarlo sarà soprattutto la nutrita pattuglia spagnola che su
questa superficie si trova perfettamente a suo agio. A capeggiare
gli iberici sarà il vincitore del
2011, Marcel Granollers, che sarà accompagnato dal giustiziere
di Wawrinka al Roland Garros,
Guillermo Garcia-Lopez
e
dall’esperto Fernando Verdasco. Non saranno però solo gli
spagnoli a cercare di mettere i
bastoni tra le
ruote a Youzhny, ma anche
i giocatori provenienti dal sudamerica. Da tener senza dubbio d’occhio sarà il vincitore del
2009 e del 2012, ossia il brasiliano Thomas Bellucci - che a Gstaad sembra trasformarsi rispetto
agli altri tornei - ma anche gli argentini Juan Monaco e Federico
Delbonis.
m.m.
;\ T½Œö½ TŽÿ HŒî`˝˛¬ 3šjÕ˛~Å
UN PARCHEGGIO.
TRE AUTO.
Auto 'Œ'ttrica ©ura, 'ffici'nt' t'cnoŒogia ibrida o ©ot'nt' s©ort wagon a trazion' int'graŒ'.
ConsumO
1,8 l / 100 km
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VOLVOCARS.CH
Consumo normaŒizzato di carburant' cicŒo combinato (s'condo Œa dir'ttiva 1999/100/UE): 1,8 Œ/100 km. Emissioni di CO 2: 48 g/km (148 g/km: m'dia di tutt' Œ' v'ttur' nuov' comm'rciaŒizzat'). Cat'goria d’'ffici'nza 'n'rg'tica:
A. VoŒvo Swiss Pr'miumŠ S'rvizio di assist'nza gratuito fino a 10 anni/150 000 km, garanzia di fabbrica fino a 5 anni/150 000 km ' ri©arazioni Œ'gat' aŒŒ’usura fino a 3 anni/150 000 km (vaŒ' iŒ Œimit' raggiunto ©rima).
L’energia
L’iniziativa
Il sesso
QUELLE LUCINE
CONSUMANO
DAVVERO TANTO
COL NUOVO INNO
LA SVIZZERA
CAMBIERÀ RITMO
ALCUNI UOMINI
TRA LE LENZUOLA
SONO UNA FRANA
A PAGINA 25
A PAGINA 27
ROSSI A PAGINA 26
traparentesi
ilcaffè
PAUSA CAFFÈ
Animali
20 luglio 2014
Se il cervello
di Fido
va in tilt...
PASSIONI | BENESSERE | SPORT
BOLTRI A PAGINA 20
Gli alimenti
geneticamente
modificati sono
utili per produrre
farmaci
e combattono
alcune malattie.
Ma in Ticino
non piacciono
I
ANTONINO MICHIENZI
Le verità
sugli
Ogm
Per cominciare
Q
ROBERTA VILLA
PATRIZIA GUENZI
IL SUPEREROE IN TUTÙ ROSA
Q
uesta è una bella storia d’amore. Bob Carey, fotografo professionista, quando alla moglie Linda diagnosticano un tumore al
seno si mette a pensare un modo per farla sorridere. Armato di
una reflex e di un tutù rosa, viaggia per il mondo scattandosi foto che
Linda guarda sul cellulare mentre fa la chemioterapia. Le infondono
speranza e affetto. Inoltre, questi scatti aiutano anche altri malati di
cancro, grazie alla condivisione sul web. Su Youtube è possibile vedere
i video shooting, le interviste e sul sito di Bob e acquistare il book “Ballerina”, 50 dollari destinati alla fondazione creata da Carey per sostenere le donne malate come Linda. Carey percorre il mondo su e giù scattandosi foto. Per la strada, sulle panchine, in cima alle rocce, in un
centro commerciale, appeso a un albero… Da Berlino alle cascate del
Niagara, da Washington all’Arizona. “È esilarante vedere mio marito
che va in giro danzando con un tutu rosa”, commenta Linda in una
delle clip. Le performances non nascondono alcun tipo di follia, sono
un gesto tenerissimo nei confronti dell’amata, il manifesto di una personale battaglia contro il cancro. Diventato pure un progetto, “The tutu project”, condiviso e sostenuto. Su facebook raccoglie migliaia di
“mi piace”. L’iniziativa “per celebrare la vita” cerca sostenitori. Basta
vestirsi di un tutù rosa, fotografarsi e inviare lo scatto al sito.
l 20 settembre 2012 il giornale
francese Le Nouvel Observateur
uscì con uno scoop mondiale. Anticipava i risultati di uno studio
che sarebbe stato pubblicato sulla
rivista scientifica Food and Chemical Toxicology: Dimostrava che
una particolare qualità di mais
ogm aveva la capacità di provocare il cancro.
segue a pagina 18
La comedy noir del Caffè
Malafinanza, malapolitica
e torbide passioni
in un racconto
di ventitré puntate
di Anonymous
Con una graphic novel
di Marco Scuto
A PAGINA 40
uando i ricercatori progettano
organismi geneticamente modificati in un certo senso non fanno
altro che ripetere, in maniera più
sofisticata, quel che per millenni
è stata un’attività normale per
agricoltori e allevatori: incrociare
diverse varietà di piante e animali per selezionare varianti più utili all’uomo. L’unica differenza è
che non si affidano al caso, ma
possono decidere a priori.
segue a pagina 19
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
19
tra
parentesi
Da sapere
COSA SONO GLI OGM
Organismi in cui parte del genoma
è stata modificata tramite le
moderne tecniche di ingegneria
genetica e non a seguito di
processi spontanei
LA CONFUSIONE
IL PASSATO
LE CONSEGUENZE
UNA REALTÀ
IL DIBATTITO
Gli Ogm spesso
sono indicati come
organismi
transgenici: i due
termini non sono
sinonimi in quanto il
termine transgenesi
si riferisce solo a
quegli organismi
modificati tramite
inserimento, nel
genoma, di geni
provenienti da un
organismo di
specie diversa
La modifica del
genoma degli esseri
viventi da parte
dell'uomo è pratica
antichissima. Può
risalire a circa 14.000
anni fa con
l'addomesticamento
del cane, anche se
fatta in modo
inconsapevole; è
solo dalla prima
metà del Novecento
che l'uomo ne ha
preso coscienza
In seguito al primo
Ogm, la comunità
scientifica,
spaventata, si
autoimpose, nel
1974, una
moratoria
internazionale
sull'uso della
tecnica del Dna
ricombinante per
valutare la nuova
tecnologia
ed i suoi
possibili rischi
Dal 1976 ad oggi
gli Ogm sono
passati dallo stato
di mera possibilità
tecnologica ad una
realtà. Nasce il
primo prodotto ad
uso commerciale
derivato da un
Ogm, tramite la
Genentech,
fondata da Herbert
Boyer, uno dei
ricercatori “padre”
degli Ogm
Poco dopo lo
sviluppo
dell'insulina
ricombinante, nel
1983 negli Usa ci
fu la prima battaglia
sul rilascio
nell'ambiente di
organismi
geneticamente
modificati. Al
centro del dibattito
la sperimentazione
dei cosiddetti
batteri ice-minus
LE TECNICHE
Sono tre: ricombinazione del
materiale genetico; introduzione
diretta in un organismo di
materiale ereditabile preparato al
suo esterno; fusione cellulare
GLI APRIPISTA
Il primo Ogm moderno fu ottenuto
nel 1973 da Stanley Norman
Cohen e Herbert Boyer, grazie
all'uso combinato delle nuove
tecniche di biologia molecolare
La scienza
IL PRIMO FARMACO
Proprio la Genentech riuscì a
produrre importanti proteine umane
ricombinanti: la somatostatina
(1977) e l'insulina (1978), il farmaco
biotecnologico più noto
Organismi utili
per combattere
alcune malattie
1
2
IN DIFESA
DELL’AMBIENTE
Per tutelare i
consumatori e
l’ambiente e per
superare l’attuale crisi
degli impollinatori, in
Europa sono già diffuse
pratiche di “Agricoltura
Ecologica”
UN DIRITTO
NAZIONALE
Ogm
Gli alimenti geneticamente modificati
non devono far paura. Anche se Berna...
I
l 20 settembre 2012 il giornale francese Le Nouvel Observateur uscì con uno scoop mondiale. Anticipava i
risultati di uno studio che
sarebbe stato pubblicato sulla rivista scientifica Food and Chemical Toxicology e che aveva la pretesa di dimostrare che una particolare qualità di mais Ogm aveva
la capacità di provocare il cancro.
La preoccupazione dilagò in tutto
il mondo. Sembrava essere la prova che gli Ogm, gli alimenti geneticamente modificati in laboratorio, fossero nocivi. Bastarono però poche settimane per scoprire che lo studio era pieno di errori più
o meno voluti.
Una “bufala”, come in
passato lo erano stati gli
studi che mettevano in
relazione i vaccini con
l’autismo e quelli che avevano ipotizzato “la memoria dell’acqua”, teoria
che dava un fondamento
scientifico all’omeopatia.
Un falso scientifico, insomma,
che arrivava in un momento in
cui la preoccupazione degli effetti
degli Ogm sulla salute era massima. Gli alimenti geneticamente
modificati, infatti, fanno paura.
Friborgo li vuole
proibire. Col Ticino
è il secondo
cantone a dare un
segnale energico
La ragione risiede in quello che
essi sono e ancor di più in quel
che evocano per l’immaginario.
Tuttavia, i Paesi prendono
tempo prima di dare il via libera
agli Ogm. Anche la Svizzera, con
una moratoria che scadrà nel
2017, entro il prossimo anno dovrà però decidere se prorogare il
divieto o consentire le colture
ogm. Il Ticino è stato il primo cantone ad aver espresso la sua opposizione ad un’eventuale loro
introduzione. Si è accodato Friborgo, lo scorso giugno i deputati
hanno chiesto al Consiglio di Sta-
to di proibirli per legge, senza attendere la decisione di Berna. Ma
l’Ufficio federale dell’ambiente e
dell’agricoltura ha già fatto sapere
che un divieto tout court degli
Ogm si scontrerebbe con la libertà di commercio.
Come tutti gli organismi viventi, le piante, gli ortaggi, la frutta che mangiamo sono composte
da cellule. Al loro interno è presente un “libretto di istruzioni” (il
Dna) con le indicazioni su tutto
quel che c’è da fare nel ciclo di vita: quale forma assumere, quale
cellule devono trasformarsi in
Il ricercatore
Il parere di un medico e agronomo, analizza i pro e i contro di una coltivazione troppo spinta
buccia e quali in semini, quali sostanze assorbire dal terreno e via dicendo. Sono le differenze in questo
manuale che rendono un cetriolo
diverso da un pomodoro. Da
qualche decennio l’uomo è in
grado di intervenire direttamente
con sofisticate tecniche di ingegneria genetica, aggiungendo indicazioni che possono dare alla
pianta vantaggi in termini di resa,
di resistenza ai parassiti e al clima
o di caratteristiche nutrizionali.
Questo sono gli alimenti
Ogm: esseri viventi in cui è stata
inserita o modificata una parte di informazione genetica allo scopo di
sviluppare specifiche caratteristiche. Un’attività non molto diversa
da quella che i contadini svolgono da millenni sulle piante attraverso gli incroci finalizzati a selezionare specie sempre migliori.
Ma intervenire direttamente
è stata sostituita da timori più sofisticati. Per
esempio che gli Ogm possano causare allergie per via dell’inserimento in quel manuale di
cui abbiamo parlato di istruzioni
per produrre particolari proteine
(sono queste a scatenare le reazioni allergiche). In realtà, gli
Ogm vengono testati fin dai primi
momenti di sviluppo e se il nuovo
alimento è potenzialmente allergenico non viene sviluppato. Altra preoccupazione è quella della
loro possibile tossicità. I prodotti
vengono sottoposti a specifici test
che ne certificano la totale sicurezza. E non vengono immessi sul
mercato se è presente il minimo
sospetto.
Cosa che non avviene con i cibi “convenzionali”. Che in teoria,
dunque, sono addirittura meno
sicuri degli Ogm. I pericoli che arrivano dal cibo, infatti, provengono più che dall’interno degli alimenti, dal loro esterno. E cioè da
virus, batteri e sostanze chimiche
che possono infestarli.
Nessun rischio, dunque, a
consumare Ogm, come dimostrano i Paesi in cui sono ormai diventati di uso comune (per esempio gli Usa, dove si stima che il
70% dei cibi venduti nei supermercati li contenga). Vedremo
cosa Berna deciderà.
sul
cervello delle
piante è cosa ben diversa:
perciò la prima preoccupazione
che, nell’immaginario popolare,
ha accompagnato l’arrivo degli
Ogm è stata che quelle modifiche
si potessero trasferire all’uomo
una volta ingerito il cibo. Fantascienza, che non ha alcun fondamento scientifico e che nel tempo
“L’agricoltura può innovarsi,
ma non a costo della sicurezza”
MATTEO
GIANNATTASIO
Medico e
agronomo,
già professore
ordinario di
Biochimica
vegetale
all'Università
di Napoli
“Q
3
4
5
6
Q
uando i ricercatori progettano organismi geneticamente modificati in un certo senso non fanno altro che ripetere, in maniera
più sofisticata, quel che per millenni è stata un’attività normale
per agricoltori e allevatori: incrociare diverse varietà di piante e animali
per selezionare varianti più utili all’uomo. L’unica differenza è che non
si affidano al caso, ma possono decidere a priori l’obiettivo da raggiungere inserendo l’uno o l’altro gene, per ottenere per esempio piante resistenti a condizioni climatiche sfavorevoli o all’attacco dei parassiti, in modo da aumentarne la produzione per sfamare le popolazioni delle zone più aride del
pianeta o ridurre l’uso di pesticidi pericolosi per la salute.
Microrganismi geneticamente modificati sono già
entrati da decenni in medicina come fabbriche di farmaci di cui si fa largo uso. Sono infatti prodotti con le
biotecnologie, cioè da batteri o lieviti il cui patrimonio
genetico è stato modificato appositamente, l’ormone
della crescita e l’insulina, che in questo modo sono
molto più sicuri rispetto a quando si estraevano dagli
animali, o alcuni fattori della coagulazione per gli
emofilici, che così non rischiano più di contrarre malattie infettive trasmesse con il sangue, come l’Aids o
l’epatite C. Allo stesso modo si sintetizzano anticorpi
usati nelle terapie mirate contro il cancro. Su questi
medicinali in genere nessuno ha obiezioni da fare.
La percezione del pubblico cambia però quando
si tratta di intervenire su piante o animali. Così non è
ancora stato autorizzato l’uso del cosiddetto “golden
rice”, il riso arricchito di vitamina A per supplire alla
carenza tipica dei Paesi asiatici, che nel 2002 era già
stato ampiamente testato e in questi anni avrebbe potuto salvare migliaia di vite e di bambini dalla cecità.
“Nel nostro laboratorio abbiamo messo a punto una
proteina, chiamata zeolina, che unisce le proprietà
nutrizionali di altre due proteine che si trovano rispettivamente nel mais e nei fagioli - spiega Emanuela Pedrazzini, ricercatrice dell’Istituto di biologia e biotecnologia agraria del Cnr di Milano . Inserendo il suo gene in altre piante che sono alla base dell’alimentazione di certe popolazioni, per esempio la tapioca, se ne può migliorare
la nutrizione fin dai primi mesi di vita”.
Negli Stati Uniti è stato prodotto un pomodoro viola, non per decorare meglio i piatti elaborati dagli chef, ma perché modificato in modo
da produrre in quantità maggiori del normale preziose sostanze antiossidanti e anti cancro come le antocianine. Ma a parte questi esempi che
rientrano nel campo della nutriceutica, le piante possono diventare
delle vere e proprie fabbriche di medicinali, chiuse in serra, in questo
caso, per evitare che si diffondano: “Rispetto ai metodi più tradizionali
che sfruttano microrganismi o cellule animali, le piante presentano diversi vantaggi - spiega la ricercatrice -. Da un lato producono proteine
più elaborate, e quindi più simili a quelle originali, rispetto a quelle sintetizzate da lieviti e batteri; dall’altro evitano i rischi di contaminazione
da parte di agenti infettivi che è sempre in agguato lavorando con le cellule di mammifero”. Facendo esprimere il farmaco nei semi, inoltre, è
possibile immagazzinarne grandi quantità.
r.v.
LA BATTAGLIA
DI GREENPEACE
uanta confusione! Dichiarazioni contrastanti, giudizi entusiastici o fortemente critici, professioni di ottimismo
o di pessimismo. Le cose stanno così”. È la premessa di Matteo Giannattasio, medico e agronomo, già
professore ordinario di Biochimica vegetale all'Università di Napoli, nonché autore di numerose
pubblicazioni scientifiche, da sempre critico verso
gli Ogm. E al telefono col Caffè chiarisce: “Non sono contrario alla ricerca sulle piante agrarie transgeniche a condizione però che sia garantita l’assoluta sicurezza del consumatore, che sia utile per
l’avanzamento delle nostre conoscenze e non per
servire interessi di bottega”.
Spesso il furore per la modernità dell’ingegneria genetica ci fa dimenticare che esistono altri
campi di ricerca, come la fisiologia vegetale, la genetica classica, l’agronomia e l’ecologia agraria.
“Altrettanto utili per fare un’agricoltura che produca in maniera soddisfacente e dia prodotti di qualità”, sottolinea il professore. Anche il National Research Council degli Stati Uniti, pur favorevole agli
Ogm, sostiene che i benefici derivanti dalle colture
geneticamente modificate non si sono rivelati universali. Inoltre, la ricerca ha dimostrato che alcune
pratiche, come la monocoltura e la concimazione
con i nitrati di sintesi, pur aumentando la produttività, rendono le piante meno resistenti alle malattie. “Chiediamo di coniugare produzione di alta
qualità e benessere degli animali - ribadisce -.
Senza questa ricerca il bestiame continuerà ad
ammalarsi e ad andare al macello prematuramente e saremo sempre più schiavi della soia transgenica d’importazione”. Insomma, produrre alimenti
di qualità nel rispetto dell’ambiente e degli animali
è nell’interesse di tutti noi consumatori.
p.g.
Ti-Press
ANTONINO MICHIENZI
La funzione della biotecnologia
I ministri dell’ambiente
dell'Ue hanno votato
l’accordo politico che
darà ai Paesi membri il
diritto di vietare gli Ogm
sui territori nazionali. Ma
ancora troppe, secondo
alcuni, le lacune
sugli
Entro il prossimo
anno il Consiglio
Federale dovrà
decidere se
prorogare il divieto
Greenpeace si batte da
anni contro il rilascio in
ambiente degli Ogm,
che ritiene portatori di
troppi pericoli per
permetterne la diffusione:
per l’ambiente
e per la nostra salute
LA RICERCA
MEDICA
Greenpeace non si
oppone invece alla
ricerca in laboratorio, in
particolare nel campo
medico, e sostiene una
scienza che sia a
vantaggio di tutti e che
rispetti l'ambiente
I produttori
LE AUTORITÀ
PER LA SICUREZZA
L’attività principale del
gruppo di esperti scientifici
sugli Ogm consiste
nell’elaborare e pubblicare
documenti. L’Efsa (autorità
Ue per la sicurezza
alimentare) divulga
pubblicazioni di supporto
nel campo degli Ogm
AUTORIZZAZIONI
E COMMERCIO
Prima di poter essere
immessi nel mercato
Ue, tutti gli Ogm e i
prodotti da essi derivati
devono essere esaminati
dall’Efsa. Il produttore è
tenuto a presentare
una richiesta di
autorizzazione
Non solo la produzione di nuovi
farmaci, ma anche enzimi per ridurre
l'impatto ambientale dell'industria,
piante e animali con caratteristiche
migliorative in termini di resistenza
La salute
I fatti
Tutta la verità
L’EVOLUZIONE
I
La presidente di Bio Ticino mette in guardia i consumatori
“Un patrimonio genetico
da difendere e tutelare”
l bio non ha niente a che vedere con gli Ogm.
Sia chiaro. Le colture geneticamente modificate non finiranno mai nelle serre di un contadino bio, che farà di tutto per mantenere la propria
autonomia: “Altrimenti che ci stiamo a fare? - osserva Milada Quarella Forni, presidente di Bio Ticino -. Abbiamo a cuore il nostro patrimonio genetico locale, la nostra indipendenza. Non vogliamo omologarci ai diktat delle aziende che producono semi modificati uguali per tutti, dietro a cui
c’è il forte sospetto di enormi interessi economici
da parte di alcune multinazionali”.
Da un punto di vista agricolo, sostengono i
contadini bio, l’immissione di Ogm porterebbe
con sè un elevato rischio di contaminazione genetica di altre colture. “Un rischio incontrollabile rincara Quarella Forni -. Che difficilmente si potrà
escludere al cento per cento. Attualmente l’agri-
coltura non ha bisogno di sfruttare queste tecnologie, anche perché i pericoli connessi non sono
assolutamente conosciuti. Per ora c’è una situazione di enorme incertezza e ignoranza, ma per
noi il principio della prevenzione e della precauzione restano fondamentali”.
Intanto, per spingere i Paesi a favorire le colture geneticamente modificate c’è chi sostiene che
queste potrebbero risolvere il problema della fame nel mondo. “Alcune teorie sostengono questo,
però fino ad oggi di concreto hanno dimostrato
ben poco. Secondo noi solo un’agricoltura maggiormente diversificata si rivela più produttiva rispetto alle monoculture. Ecco, questa ci sembra
una soluzione migliore da percorrere”, conclude
Quarella Forni, invitando i consumatori a prestare
grande attenzione a ciò che si acquista e a privilegiare i prodotti biologici locali.
p.g.
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
21
tra
parentesi
La tradizione
La saggezza popolare
sotto analisi sul lettino
del sociologo e del dietista
Proverbi
tra salute
e consuetudini
L
a saggezza popolare, si sa, ha
sempre un fondo di verità. Soprattuto se si riferisce alla salute, alle abitudini alimentari che
influenzano pure il nostro approccio al cibo. Tutti conosciamo il famoso proverbio: “Una mela al giorno…”,
quanti di noi l’avranno più volte ripetuto
per convincere i propri figli a mangiare
frutta. È solo un esempio. In realtà, la lingua italiana è zeppa di adagi che ruotano
attorno agli alimenti e che spesso ci aiutano a conoscerne meglio pregi e difetti.
Anche se, ovviamente, non vanno presi
come oro colato.
Per valutare verità e falsità dei proverbi, meglio sapere se, quando, come e perché vanno seguiti, come spiegano una
dietista, Eva Catone (vedi sotto) e un sociologo, Vanni Codeluppi. “Non credo
che l’influenza della saggezza popolare
sia così forte da determinare le nostre vite – premette Codeluppi -, ma certamente hanno un ruolo nelle nostre abitudini”.
Il succedersi delle generazioni ha reso meno importante le conoscenze dei
nostri avi, e probabilmente di mezzo c’è
anche la multimedialità, che ha messo in
ombra vecchi saperi e... antichi sapori.
Ad esempio, i nonni, i depositari della
saggezza popolare, oggi faticano molto a
farsi ascoltare. “Già, fra loro e i nipotini si
sono frapposti una marea di mezzi elettronici moderni – nota il sociologo -. Gli
anziani non sanno più come rivolgersi ai
giovani, come trasmettere la loro espe-
rienza”. Inoltre, la tecnologia ha soppiantato in casa la sana abitudine del conversare e del condividere. Non c’è più il contatto, la discussione, solo schermi, tv, tablet, computer e display. “Mai come in
questi anni si è creato un varco così am-
“Credo possano avere
un peso importante
sulle nostre abitudini”
pio tra generazioni, soprattutto tra nonni
e nipoti. La tradizione ha avuto il primo
contraccolpo quando la civiltà urbana si
è sovrapposta a quella contadina, dove le
conoscenze, legate ad una vita sempre a
contatto con la natura, venivano seguite
attentamente”.
Anche per un genitore è sempre più complicato riuscire a comunicare coi propri bambini.
Soprattutto se mamma e papà sono completamente a digiuno di quel mondo virtuale che, invece, appassiona e assorbe le
nuove generazioni cresciute con lo smartphone in mano. Ma per fortuna non è
tutto perduto, assicura Codeluppi: “Anche in questo marasma di collegamenti
virtuali non si è perso il gusto di ‘ascoltare’ la saggezza popolare, preferendola, a
volte, alla scienza”.
Insomma, sappiamo bene tutti che
talune convinzioni dei nostri avi non erano solo il frutto della loro fantasia, che
c’era anche una base reale frutto della loro epserienza diretta. Se alcuni proverbi
1
2
3
4
5
6
Una mela al giorno...
“La frutta è importante
e contiene molte fibre”
N
essuno lo ha mai smentito: mangiare frutta
fa indubbiamente bene. Intramontabile
l’adagio“Una mela al giorno toglie il medico
di torno”, ricordate? Non per nulla la mela è tra i
frutti più amati e consumati in Svizzera, tanto che
da essere onnipresente in molti programmi di alimentazione .
Provvista di molte fibre, la mela riduce il rischio di malattie circolatorie ed è un ottimo aiuto
per prevenire i tumori al colon e ai polmoni. “La
frutta è un elemento importante, contiene molti
antiossidanti e vitamine fondamentali - sottolinea
la dietista Eva Catone -. Se alla classica mela aggiungiamo altri frutti, variando ogni giorno colore e tipologia, la nostra salute ne beneficerà”.
Grazie anche alla presenza di flavonoidi, che
bloccano le infiammazioni dell’organismo e
rendono il nostro sangue più liquido. E si sa,
mangiare pere, albicocche, angurie e via elencando, equivale all’assunzione regolare di farmaci per ridurre il colesterolo. E niente effetti collaterali. E allora, mangiamo almeno un frutto al dì.
Chi va a letto senza cena...
“Un leggero pasto serale
fa bene all’organismo”
C’
è chi fa l’elogio del digiuno, soprattutto
serale, ma il detto “Chi va a letto senza
cena, tutta notte si dimena” la pensa diversamente. “Saltare un pasto non è una buona
idea - avverte Eva Catone -. Durante la notte il
nostro corpo lavora, mica si ferma. Mentre siamo
in ‘standby’, il nostro organismo ha comunque bisogno di una certa quantità di energia per assicurare un minimo di attività. Perciò, anche se frugale, la cena rimane un pasto fondamentale in una
dieta equilibrata. Certo mai rimpinzarsi, perché solitamente nessuno dopo cena si mette
a fare jogging o va in palestra. E, soprattutto,
variare sempre ciò che mettiamo nel piatto”.
E per chi è in sovrappeso? “Deve evitare
i carboidrati, che non riuscirà certo a smaltire sul divano del salotto o davanti al pc. Meglio rinunciare, quindi, a pasta, pizza o pane.
E un occhio di riguardo anche con la carne rossa,
poco assimilabile e digeribile”.
Un bicchiere la mattina è...
“Almeno 2 litri d’acqua
depurano e disintossicano”
D
epura dalle tossine, sgonfia, fa ritrovare
energia. Insomma fa sentire più leggeri. Infatti: “Bere acqua la mattina è già mezza
medicina”. Non solo dà benefici a livello circolatorio, ma aiuta a migliorare il nostro aspetto fisico. La
pelle e i capelli diventano più luminosi, i cuscinetti
dovuti alla ritenzione idrica si attenuano. “Una persona sana dovrebbe bere dal litro e mezzo ai due litri di acqua al giorno, che è il fabbisogno minimo ricorda Eva Catone -. Appena alzati sorseggiare
qualcosa è utilissimo una mano santa al nostro organismo. Inoltre, aiuta a far lavorare l’intestino. Ricordiamo però di distribuire i bicchieri sull’arco
di tutta la giornata. Quindi va bene iniziare la
mattina, ma è altrettanto importante assumere liquidi con regolarità, durante tutto il giorno”.
Bere tutto d’un fiato infatti, non serve ad
idratare il corpo visto che la maggior parte
dell’acqua arriva direttamente alla vescica, senza darci alcun beneficio. Inoltre, il senso di sete
non se ne va.
In ogni cucina la patata...
“Fonte di tante vitamine
combatte ulcere e stipsi”
A
rrivata sulle nostre tavole grazie a Cristoforo
Colombo, la patata è presto diventata uno
fra gli alimenti più consumati. Così, “In ogni
cucina la patata è regina”.
Grazie alla sua facilità di coltura e alla sua duttilità, è infatti onnipresente in diverse forme nei
nostri piatti. “Questo tubero è veramente la regina
di ogni pietanza - conferma la dietista -. Grazie alla
massiccia presenza di potassio, fosforo e calcio ha
proprietà ipertensive, è utile per le ulcere, le gastriti e elimina la stitichezza”.
Inoltre, cruda, applicata sulla pelle può aiutare a guarire irritazioni, prurito e arrossamenti. Non di rado viene anche messa sulle
palpebre, perché ha un ottimo effetto contro
le borse, le occhiaie e le irritazioni.
È, inoltre, ricchissima di vitamine. La C,
quella più presente, ma anche la A e la B con i
sottogruppi B1, B2 e B3. Nelle diete ipocaloriche è
pure un perfetto sostituto dei cereali.
hanno
un
fondo di verità va
da sè che non possono aver
perso credibilità.
“Molti adagi popolari sono tratti direttamente dall’esperienza dei nostri
vecchi - spiega il sociologo -, questo fa sì
che, essendo stati provati sulla loro pelle,
anche se in epoche remote, mantengano
in qualche modo freschezza e attendibilità. Moltissimi suggerimenti e idee trasmessi dalle tradizioni di un tempo sono
tuttora applicabili ai giorni nostri, anche
se sono trascorsi un sacco di anni dalla
loro nascita. Mantengono, quindi, tutto il
loro potere e, a volte, riescono pure ad attrarre e a convincere i più restii, come i
giovani”.
r.c.
Chi beve del vino campa...
“Contiene antiossidanti,
ma è proibito esagerare”
L
o sappiamo tutti, bere troppo alcol fa male,
anzi malissimo. Il vino, però, già elevato nell’antichità a nettare degli Dei, ha una marcia
in più. Non per niente i nostri avi dicevano: “Chi
beve vino campa cent’anni”.
Se consumato nelle giuste dosi stimola il nostro
cuore a trovare il suo ritmo di crociera. Grazie alla
presenza di polifenoli, il rosso fa ancora meglio. E
sembra che aiuti pure ad invecchiare più lentamente. “Quando si parla di alcol dobbiamo però essere cauti - avverte Eva Catone -. È vero che il vino
contiene degli antiossidanti, ma gli studi al riguardo sono discordanti. A suo favore c’è però una
tradizione che in centinaia di anni gli ha ormai
fatto assumere un ruolo sociale importante”.
Prudenza, quindi, e anche misura. Quella
che ci consente non solo di gustarcene un bel
bicchiere, ma anche di far sì che le sostanze
benefiche siano utili alla nostra salute. Berne
piccoli sorsi, lentamente e con calma, permette
alle mucose della bocca di assorbirne tutti i benefici.
Tavola grassa, magro...
“No a maiale e insaccati,
sì a olio di lino e girasole”
A
l di là del testo, che fa chiaro riferimento a chi
spende esageratamente per mangiare, nutrirsi di troppi grassi nuoce a tutto l’organismo: “Grassa cucina porta a magro testamento”. Si
sa, il sovrappeso è uno dei grandi mali della nostra
epoca. “Quando si mangiano troppi grassi ‘cattivi’ si
sottopone il nostro corpo ad un pericoloso stress
che può anche avere gravi conseguenze, come diabete e ipertensione - avverte la dietologa -. Dei
grassi positivi, invece, contenuti, ad esempio, in
certi oli o nei frutti a guscio come noci, nocciole
o mandorle, ci possiamo fidare”.
In poche parole sono da mettere al bando
le saporose carni di maiale, gli insaccati e i formaggi più grassi, perché intasano di scorie
l’organismo e rallentano la digestione. Stessa
ragione per cui andrebbero ridotti al minimo il
burro, la margarina e il lardo “Per cucinare e condire scegliete l’olio di lino, di girasole, di sesamo o di
canapa”, consiglia la dietologa Catone.
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
22
tra
parentesi
leauto
Novità anche nel design
e nell’appplicazione
di alcune tecnologie
per la versione
C4 di Citroën.
Una vettura
davvero singolare
Un “Cactus” irto di idee
dallo stile unico e originale
STEFANO PESCIA
U
n po’ crossover e un po’
familiare, tanta tecnologia e design creativo. In casa Citroën le nuove
idee risvegliano l’animato
segmento C proponendo
una nuova quattro porte. È
lunga 4,16 m, con un passo di
2,60 m e un generoso bagagliaio, offre un volume di carico di
358 litri. Un veicolo che finalmente
riesce ad attirare l’attenzione per la
sua l’originalità e, nel contempo,
garantire un valore aggiunto a tutta
la gamma della casa francese.
La Cactus è simpatica e diversa, ad iniziare da alcuni elementi
che distinguono il suo aspetto estetico. Una primizia è rappresentata
dagli Airbump, integrati nelle fiancate e nei paraurti. Si tratta di un
morbido rivestimento realizzato
in poliuretano termoplastico, integra delle piccole capsule d’aria in
Ampi sono sedili
anteriori e
posteriori, tutti
ispirati al mondo
dei sofà per
garantire un
confort ed una
sensazione di
benessere
apprezzabili.
Curioso
anche
l’abitacolo, ad
iniziare dal
quadro
strumenti
tradizionale
sostituito da
un display
digitale.
Interessante la
capacità di carico,
che rende la Cactus
un veicolo adatto
ai viaggi e alle
famiglie. Il volume
disponibile è di 358
litri ed ospita almeno
tre valigie senza
troppi problemi.
Gliinterni
Ildisplay
Lospazio
grado di attutire gli urti. Elementi
che non richiedono manutenzione
particolare e contribuiscono alla riduzione dei costi di riparazione
della vettura. Sono disponibili in
quattro tinte e moltiplicano le possibilità di personalizzazione dell’
auto, grazie anche ai 10 colori di
carrozzeria e ai 3 universi. Un modello a trazione anteriore che si
propone curioso, anche nel suo
abitacolo ad iniziare del quadro
strumenti tradizionale che è stato
sostituito da un display digitale. Innovativo è pure lo schermo tattile
da 7 pollici, di serie, abbinato a 7
pulsanti a sfioramento, che permettono di accedere alle principali
funzioni dell’auto. Ampi sedili anteriori ispirati ai sofà per garantire
un confort ed una sensazione di
benessere apprezzabili.
Un’esclusività mondiale è rappresentata dall’airbag lato passeggero che non si trova nel cruscotto
di fronte al sedile ma integrato nel
padiglione per offrire al passeggero
anteriore maggiore spazio e volume di carico. Per facilitare la guida
la C4 Cactus dispone su richiesta
del sistema Park Assist, che aiuta
nella ricerca del parcheggio ed effettua una manovra automatica
dopo averlo individuato. Pratico
anche il sistema Hill assist che tiene automaticamente il veicolo fermo per 2 secondi, permettendo di
ripartire facilmente su pendenze
superiori al 3%, senza rischio di retrocedere se si rilascia il pedale del
freno. Sempre all’insegna del comfort di guida, il tergicristalli con tecnologia “Smart Wash”, un’innovazione semplice che permette di eli-
Quella “lunga e compatta”
che da trent’anni sida
1984 le automobili tradizionali
LA PRIMA
Nel 1984 dalla
collaborazione
tra Renault
e Matra nasce
Espace 1
IL SUCCESSO
Il grande successo
che con milioni di
vendite, porta
ad Espace2
La mitica Espace alla quinta generazione
I PROTOTIPI
Nel 1994 per celebrare
i 20 anni di Espace,
ecco il prototipo F1
da oltre 800 cavalli.
A sinistra, la concept
presentata al salone
di Parigi 2013
1991
LA CONTINUITÀ
Il boom prosegue negli
anni Novanta, ed ecco
Espace 3
1996
LA CONFERMA
Migliorano qualità
e tecnica per
Espace 4, tuttora
prodotta
nel 2014
2002
I
prodotti che hanno accompagnato la storia di
Renault continuano a vivere attraverso una
collezione di oltre 660 modelli, tutti sottoposti
a una regolare manutenzione e perfettamente
funzionanti. Tra questi un veicolo che ha sfatato
tutte le teorie di marketing legate alle aspettative
delle vendite grazie alla visione di Louis Dreyfus.
L’allora Ceo della casa francese aveva le idee
chiare. La sua richiesta era quella di poter realizzare una vettura che non fosse più legata al concetto dei quattro sedili e un baule, ma a quello del
volume, che permettesse di sfruttare con maggiore facilità e comodità lo spazio disponibile.
L’ispirazione era legata ai monovolumi già
realizzati negli Stati Uniti dopo la seconda guerra
mondiale. Il loro unico difetto era che i van Usa
erano troppo grandi per l’Europa. L’idea di Dreyfus, di un’automobile pratica ma non un camioncino, era nel cassetto del piccolo costruttore di
modelli sportivi Matra che lo aveva già proposto
senza successo a Peugeot e Citroën. Dopo alcuni
anni il destino di realizzare l’auto di domani con
il passaporto francese ha bussato da Renault.
Una proposta stimolante che si è concretizzata
con Renault che ha posto delle chiare linee direttive.
Il modello doveva disporre di un pianale assolutamente piatto, un interno polivalente con
dei sedili adattabili e con un motore due litri per
poter entrare anche nel segmento di alta gamma.
Con questi presupposti inizia la collaborazione
tra Matra e Renault per realizzare il sogno di viaggiare in sette su tre file di sedili, mobili e girevoli,
di poter utilizzare una vettura polivalente in grado di sedurre le famiglie e soddisfare il loro bisogno di potersi muovere 365 giorni all’anno in una
nuova dimensione.
Nel 1984 la polivalente l’Espace 1 sfida l’automobile tradizionale con una lunghezza compatta
di 4,25 metri. Un prodotto che decolla rincorrendo il successo. Solo 9 esemplari nel primo mese
ma poi, la soglia delle 54000 unità pianificate su
un periodo di 5 anni viene superata dopo soli tre
anni! L’Espace, ha affermato lo storico Jean Louis
Loubet, è un’automobile che ha permesso a tutti,
uomini e donne, di apprezzare il piacere di poter
guidare grandi automobili. Una storia iniziata
trent’anni fa e che superato la soglia del milione e
duecentomila unità vendute. Al prossimo Salone
autunnale dell’automobile di Parigi si presenterà
il fascino del monovolume firmato Renault, nella
sua quinta generazione.
s.p.
minare il disturbo visivo nel lavaggio del parabrezza. I diffusori del liquido lavacristalli sono integrati
nelle estremità delle spazzole tergicristallo, in modo da erogare solo
un sottile strato di liquido. I propulsori offrono delle buone prestazioni. Tre le versioni dei motori a tre
cilindri di 1199 cm3, disponibili a
75, 82 e 110 cavalli, un ulteriore
benzina quattro cilindri di 1.560 cc
da 92 cv e un turbodiesel quattro
cilindri di 1560 cm3 da 100 cv.
Per le versioni con cambio pilotato Etg (82 e 92 cv), la leva del
cambio tradizionale è stata sostituita del sistema “easy push”. Permette la gestione del cambio pilotato tramite tre pulsanti “D,N,R”
posti nella parte bassa della plancia, consentendo inoltre di cambiare rapporto manualmente tramite le palette al volante. Citroën
C4 Cactus è in vendita a partire da
18’150 franchi.
[email protected]
In breve
La VW
L’ottava generazione
della Passat sarà pronta
a fine novembre da
33’300 franchi (berlina)
e 35’400 franchi
(Variant). Tutto è nuovo:
design, tecnologie e
motori. Per la prima
volta sarà disponibile
con propulsione ibrida
plug-in.
La Volvo
La nuova XC90 sarà il
Suv più potente e più
ecologico al mondo.
4x4, sette posti,
emissioni ultra-ridotte a
circa 60g/km e motore
a benzina e elettrico,
che insieme arrivano a
sviluppare circa 400 cv.
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
23
tra
parentesi
Il revival
Dalla Romanette
al Tendron. Il gusto
classico dei vecchi
marchi riconquista
mercati e palati
A
e volte ritornano. Anche le
bibite. Più precisamente le
gazose. È il caso della Romanette. Vera e propria istituzione romanda, la limonata,
nata alla vigilia della seconda guerra
mondiale, sembrava destinata a morte
certa. Recentemente Nestlé ne ha riacquistato il marchio e la rilancia sul mercato: stessa bottiglia, stessa ricetta e
persino identica pubblicità. Cavallo
vincente non si cambia!
Stesso discorso per la “famosa” gazosa ticinese, al limone, mandarino,
lampone, che continua a dissetare generazioni di svizzeri. La bevanda dal
gusto inconfondibile e soprattutto rigorosamente confezionata in una bottiglia dal vago sentore “vintage”, quella
col tappo a molla che tanto piace a chi è
affezionato alle tradizioni. Ma le bibite
artigianali non sono solo le gazose, di
ogni tipo e gusto, pure lo sciroppo, tra
novità e tradizione, tiene bene il confronto con la concorrenza. Dal “Tendron” (con gemme di pino) allo sciroppo di sambuco. E poi c’è la birra.
Forse non tutti sanno che il principale birrificio artigianale del cantone
ha aperto a Stabio nel 2009 e lo scorso
anno è balzato agli onori vincendo il
primo premio al concorso di Rimini
“Birra dell'Anno 2013”. Ma per produrre
la “bionda” e avere successo in un mercato dominato dalle multinazionali, bisogna essere innovativi, offrendo al
consumatore quel qualcosa in più rispetto alle grandi industrie. A cominciare dal gusto. Ne sa qualcosa Richy
Bozzini, produttore della Birra Bozz, al
cento per cento artigianale. Ventuno i
gusti a disposizione, dalla castagna al
caffè, dal miele alla... canapa. “Sono il
risultato di esperimenti e prove che ci
hanno impegnato per anni – spiega -.
Abbiamo iniziato con mezzi di fortuna
nel 2011, poi nel 2012 abbiamo potuto
contare su un macchinario un po’ più
moderno”.
Insomma, il settore delle bibite non
è per niente facile per i piccoli produttori artigianali. Quello della birra, poi, è
inflazionato da etichette provenienti da
tutto il mondo. “Il segreto sta nel trovare una clientela di nicchia, che apprezzi
Le nostrane
Riecco le bibite vintage
gazose, birre e sciroppi
la tradizione si rinnova
il prodotto particolare – dice Bozzini-. Il
modello di produzione della nostra birra è molto lontano da quello industriale, sulla quantità privilegiamo la qualità”. Qualità che significa un processo di
produzione particolare. “Per poter avere un prodotto il più naturale possibile,
ad esempio, non facciamo né filtraggio
né pastorizzazione – spiega Bozzini -.
La birra risulta leggermente torbida,
ma decisamente più gustosa e saporita”.
Un po’ un ritorno al passato. Come
è il caso della Romanette, che prende il
nome dal comune di Romanel-surLausanne. Dopo un breve passaggio
sotto l’ala produttrice della Henniez,
infatti, sparisce. Rieccola, grazie alla
Nestlé. E la clientela ha già dimostrato
Benefici elisir dai cassetti dei nostri avi
P
ELIO MORO
Docente, col pallino
delle erbe, Moro è
autore di libri e di
bevande curative
finale - osserva -. Per le preparazioni ci vogliono
dai 15 giorni ai 6 mesi, a dipendenza della ricetta. A volte devo lavorare di fantasia, poiché ci sono degli adattamenti da fare. Oppure, le erbe
non sono sotto mano e allora le vado a cercare,
magari inerpicandomi sulle montagne, ovviamente evitando di raccogliere le specie protette”.
Un lavoro certosino. E Moro, alla costante ricerca di vecchie ricette, lancia un appello.
“Chiunque trovi qualcosa di utile mi può contattare. In questo momento, ad esempio, nel mio
studio di Ascona sto provando a preparare una
bevanda che ho trovato in uno scritto del 1820.
Una meravigliosa scoperta”. Come lo è anche la
ricetta dell’aceto tradizionale alle erbe, sempre
di Moro: “Lavorare con le erbe è una continua
sorpresa, ogni volta il risultato è diverso. Quasi
mai come te l’aspetti, ma sempre unico, questo è
garantito”.
o.r.
DOMENICA D’ESTATE...
Una gita a Carona
Grancia
Ai piedi del San Salvatore
5
Carona è un pittoresco villaggio situato ai piedi del
Monte San Salvatore, su una collina sopra Lugano. Vanta un eccezionale patrimonio storico e artistico: alla ricchezza di edifici religiosi di pregio si
affianca infatti la qualità di molte dimore del passato. Si tratta di testimonianze del lavoro di maestranze locali (architetti, decoratori, pittori e scultori), che tra il XV e il XVIII secolo lavorarono in tutta Europa, lasciando ovunque tracce della loro
abilità, e che una volta tornati in patria abbellirono
il loro villaggio con costruzioni accurate e decori di
prestigio.
Carona ha una storia che affonda le radici in un
passato lontano e già nel Medioevo aveva una
certa importanza, come dimostra l’edificazione
della chiesa di Torello da parte di un vescovo di
Como. Una passeggiata nel villaggio permette di
ammirare parte di questo patrimonio storico. All’entrata nord di Carona si incontra la chiesa parrocchiale dedicata ai SS. Giorgio e Andrea, una
costruzione rinascimentale che custodisce affreschi di pregio. Accanto alla chiesa si trova la bella
loggia comunale cinquecentesca.
Passeggiando per le viuzze si ammirano diversi
edifici e case signorili che conservano graffiti,
stucchi e affreschi. Appena fuori dal nucleo sorge
la chiesa di S. Marta (solitamente chiusa), che apparteneva all’omonima confraternita. Da qui un
sentiero porta al santuario barocco della Madonna d'Ongero, situato in posizione tranquilla tra i
boschi. Ancora oggi meta di pellegrinaggio, la
chiesa è riccamente decorata. Lungo il viale d’accesso una serie di cappelle della Via Crucis accoglie il visitatore.
Seguendo il sentiero segnalato, in una ventina di
minuti si può raggiungere la chiesa romanica di
Santa Maria di Torello, edificata per volere del vescovo di Como Guglielmo della Torre nel 1217, a
cui era annesso un convento. La proprietà, trasformata in masseria, è ora privata e non è visitabile, ma il luogo è di grande bellezza e si possono
comunque ammirare l’imponente costruzione e
qualche pregevole dettaglio, come il portale e resti
di affreschi.
In estate Carona offre anche una piacevole piscina pubblica immersa nei verdi boschi della collina.
Per chi ama camminare si consiglia una gradevole passeggiata che da Carona porta all’Alpe Vicania, passando dal Parco San Grato e offrendo
splendidi panorami sul golfo di Lugano.
Carona
2
LA RIVELLA
La bevanda al siero di latte
nasce nel 1952 da un’idea
di Robert Barth. È venduta
in Svizzera, Francia, Austria,
Germania e Lussemburgo
3
L’ELMER CITRO
È la gazzosa più famosa
della Confederazione.
Prodotta a Elm, nel canton
Glarona, è in vendita
dal 1927
4
LA PASSAIA
La bevanda al gusto del
frutto della passione, è
stata ideata nel 1960 dallo
stesso “papà” della Rivella,
l’argoviese Robert Barth
di apprezzarla. Il revival della Romanette la dice lunga sul potere della tradizione. La stessa cui deve la sua sopravvivenza l’Elmer Citro: strappata a
morte sicura è tornata ad essere un’icona con il rilancio operato dalla casa madre, una ditta che produce tra l’altro anche il succo di mele, altra bibita simbolo della Confederazione.
r.c.
La curiosità
rodurre digestivi ed elisir come si faceva
una volta, andando a cercare nei cassetti
polverosi di nonni e bisnonni. Riscoprire
le proprietà delle erbe e trasmetterle alle nuove
generazioni. C’è chi lo fa. Come Elio Moro, docente e ricercatore col pallino delle erbe. “E mi
diverto pure - dice -. È una passione che mi porto dietro da anni. I miei prodotti sono il risultato
di una ricerca lunga e minuziosa, fatta casa per
casa, cassetto per cassetto”. Con una consapevolezza che è anche un’amara presa di coscienza.
“Purtroppo la saggezza e il saper fare popolare
stanno sparendo - constata Moro -. Se nessuno
si prende la briga di ‘rubare’ i segreti dei nostri
anziani, tante utili nozioni andranno perse, più
nessuno se le ricorderà. Un gran peccato”.
Nel tempo di internet, Moro lavora come si
faceva 200 anni fa, con pazienza e impegno.
“Non utilizzo macchinari, rovinerei il prodotto
1
LA SINALCO
Nasce nel 1902 dalle mani
dello pisicoterapeuta
tedesco Friedrich Eduard
Bilz. Dal 1937 bottiglia e
etichetta sono le stesse
Melide
Torello
ALTRE INFORMAZIONI SU
T I C I N O | T O P | T E N. C H
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fax +41 (0)58 667 69 24
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Barcellona
e Valencia
perle di Spagna
Il programma
Spagna
Data: 6 -14 settembre 2014
Prezzo: CHF 1’880.– per persona in camera doppia
Partenza: 06.00 Biasca Ffs, 06.00 Locarno Ffs, 06.30 Bellinzona Ffs,
07.00 Lugano Ffs (lato buffet), 07.20 Mendrisio Ffs, 07.30 Chiasso Ffs
La Spagna come mai ve la sareste immaginata nel
viaggio di AutoPostale dal 6 al 14 settembre. La magia
dei colori in questo periodo dell’anno si mescola con
un programma che accoppia cultura ed evasione: il
modo migliore per conoscere tutto di una terra che
emoziona. Le tappe servono per spezzare il ritmo. A
Nimes c’è il primo stop che permette di conoscere questa che è stata un’importante città romana, quindi conserva testimonianze straordinarie di quell’epoca. Proseguendo nel tragitto che conduce a Barcellona, ecco
Figueres, la città di quel genio che risponde al nome di
Salvador Dalì. Qui dove nacque e mori l’artista spagnolo, è conservata la più grande collezione delle sue
opere che si potranno ammirare con la visita guidata
dell’omonimo museo il cui cuore è costituito dall’edificio che ha ospitato il teatro cittadino e dove sono state
organizzate già le prime esposizioni del giovane Dalì.
Figueres è in Catalogna, la regione di Barcellona, città
che colpisce per la ricchezza della sua urbanistica e per
il mix tra edifici ultra-moderni e opere antiche. Fra
queste ultime c’è la cattedrale di Sant’Eulalia che si
presenta con il suo volto più suggestivo, tra le guglie e
la facciata in stile neo-gotico. Barcellona abbraccia il
turista con le sue Ramblas, cioè con gli immensi viali
che arrivano fino alla celebre piazza Catalunya. Si possono così ammirare gli esterni delle famose case dell’architetto Antoni Gaudì, La Pedrera e la Casa Battlò,
splendidi esempi del suo modo di concepire l’arte accoppiata all’urbanistica. Non può mancare, poi, la visita alla Sagrada Familia, opera incompiuta ma capace
di trasmette una forza evocativa che non ha eguali, tanto che è diventata il simbolo stesso di Barcellona. Per
comprendere fino in fondo la città bisogna però scoprire gli altri suoi tesori, come i giardini del Mirador
dell’Alcalde o il Montjuic, dominato dall’omonimo
castello. Sulla collina, che è il polmone verde della città, si trovano la Fundaciò Joan Mirò, che conserva alcune delle opere più rappresentative del pittore catala-
no, e il museo Poble Espanyol. Per scendere si usa la
teleferica che permette di godere il panorama su tutta
la città. L’impianto è stato costruito per l’esposizione
universale del 1929 e collega il Mirador de Miramar al
quartiere di Barceloneta.
Il pomeriggio è libero per visite individuali.
È questa l’ultima bellezza da vedere in città perché la
tappa successiva è a Valencia, sul fiume Turia. Spiccano, allora, i monumenti più importanti come la Stazione Nord, le Torri di Sarranos e quelle del Quart (tra le
fortificazioni più conosciute al mondo), il mercato
centrale, la Lonja (borsa della seta), piazza Rotonda e
della Vergine con il palazzo della Generalitat, di origine quattrocentesca, sede del governo valenzano. L’occasione è ghiotta, allora, per una visita guidata e per
gustare in serata la tipica paella valenciana. Da non
perdere poi, nel tempo libero a disposizione, è la Città
delle Arti e delle Scienze creata dall’architetto Santiago Calatrava, una delle firme più famose in tutto il
mondo. Esso ospita uno dei maggiori acquari d’Europa in cui sono rappresentati tutti i diversi habitat marini
attraverso più di 40mila specie diverse.
Da Valencia si rientra facendo tappa a Tarragona, situata su un’altura rocciosa. La città è caratterizzata dalle
sue possenti mura edificate tra il 217 e il 197 a.C., l’anfiteatro eretto in riva al mare e il Circo Romano. Altra
località che merita di essere vista sulla via del ritorno è
Girona, anch’essa di fondazione romanica. Immergersi nell’atmosfera del Barri Vell, il centro storico, è come entrare dentro un libro di storia, in larga parte racchiuso all’interno di una vasta cinta muraria costruita
in epoca romana e ancora oggi percorribile a piedi per
avere un’affascinante panoramica della città. All’interno delle stradine medievali si trova il ghetto Giudeo El
Call, molto interessante da visitare. Girona si trova non
molto distante dal confine della Francia in cui si entra
fermandosi a Montpellier per poi proseguire, il giorno
seguente, fino in Ticino con arrivo in serata.
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
25
ON
Significa che l’apparecchio è
collegato alla rete elettrica ed è
attivo, svolge la sua funzione. La
quantità di energia aumenta con le
funzioni svolte
S
STANDBY
E se spegnessimo
quelle lucine rosse...
che gran risparmio
Lo standby brucia oltre 70 miliardi di franchi
calcoli dell’Iae, in termini energetici, si potrebbero chiudere
133 centrali a carbone da 500
Megawatt cadauna. “La proliferazione dei dispositivi connessi
porta indubbiamente molti vantaggi, ma in questo momento il
costo è di gran lunga superiore a
quello che dovrebbe essere - ri-
bruciato l’equivalente di 616 Terawattora di elettricità. Non solo:
due terzi di questa energia sono
pure imputabili a tecnologie
inefficienti. Uno spreco non da
poco se consideriamo che corrisponde all’elettricità che consumano in un anno Svizzera, Gran
Bretagna e Norvegia messi insie-
me.
Oltre alla bolletta da 80 miliardi di dollari, non si può sorvolare sul contributo all’effetto serra, perchè mantenere accesa
quella lucina e scaricare nell’atmosfera 600 milioni di tonnellate
di anidride carbonica sono la
stessa cosa. Sempre secondo i
I consumatori
I suggerimenti dell’Acsi per un consumo consapevole
“Stacchiamo la spina ogni sera”
L
a migliore energia è quella che non
viene consumata”. Utilizza un motto,
Laura Bottani-Villa, redattrice della
Borsa della spesa, il periodico dell’Associazione dei consumatori della Svizzera Italiana (Acsi), per far capire l’importanza di un
semplice gesto. “Spegnere tutte le sere gli
apparecchi di casa nostra è fondamentale
per risparmiare energia - osserva -. Non ci
vuole molto, basta un
po’ di volontà e di consapevolezza di quanto
sia fondamentale per
il nostro benessere futuro togliere la spina”.
Sull’importanza di
questo gesto ormai
tutti siamo più che informati. Da anni campagne di sensibilizzazione ci bombardano sui pericoli di un esagerato spreco di energia. A latitare è la volontà, l’impegno del singolo. Forse anche
un po’ di pigrizia.
“È probabile - ammette Bottani-Villa -,
io mi ritengo fortunata, mi capita di dimenticare, lo ammetto, ma c’è mio marito
IN SVIZZERA
10%
L’energia elettrica sprecata
in standby in Svizzera
parentesi
OFF
L’energia
e tutti gli svizzeri, andando in vacanza, spegnessero
completamente tutti gli apparecchi elettrici della casa il
risparmio energetico corrisponderebbe al consumo annuale di
ben 15mila famiglie. L’invito parte da EnergieSuisse, che ha calcolato 65 Gigawattora in meno
da produrre se riuscissimo a fare
a meno della lucina rossa o verde
dello standby per almeno quattro settimane all’anno.
E lo spreco d’energia rossocrociato è poca cosa rispetto ai
14 miliardi di dispositivi costantemente attivi nel mondo - proprio mentre state leggendo questo articolo - secondo lo studio
appena pubblicato dalla International Energy Agency (Iea). L’organizzazione autonoma che lavora per assicurare energia affidabile, nata in risposta alla crisi
petrolifera del 1974, è oggi al
centro del dialogo globale in materia energetica. Per quanto singolarmente irrisorio, il consumo
di tutti questi “devices” apparentemente spenti, ma in standby
(ovvero sempre pronti ad entrare
in azione) ci viene a costare,
franco più, franco meno, oltre
settanta miliardi all’anno. Per far
funzionare questi dispositivi,
che restano perennemente accesi anche se per essere utilizzati
pochi minuti al giorno, gli abitanti del pianeta sprecano una
quantità spaventosa di energia
elettrica. Secondo i calcoli della
Iea, nel 2013 la “lucina rossa” ha
tra
che non perde un colpo. Ligio e attento,
stacca ogni cosa dalla corrente”. Sul sito
dell’Acsi sono numerosi i suggerimenti per
un consumo consapevole. Ad esempio, nel
caso in cui un apparecchio non sia dotato
di un vero tasto on-off, meglio allacciarlo
alla rete attraverso una presa munita di interruttore e, la sera, spegnere quello.
“Qualsiasi oggetto elettrico ha un consumo nullo solo se è completamente spento”, insiste Bottani-Villa che, tanto per fare
due conti, riporta l’esempio del videoregistratore. “In un anno il consumo della fase
stand-by può essere anche dieci volte più
grande che durante l’uso. Un paragone che
calza a pennello è quello di un rubinetto
che perde poche gocce al minuto, che però
in un anno spreca centinaia di litri d’acqua”.
Benvenga un’educazione al consumo,
sin da piccoli. Nelle scuole, quindi. “L’Acsi
è già presente, attraverso le associazione
dei genitori, con informazioni anche capillari per quanto riguarda il settore alimentare - sottolinea -. Veniamo invitati a giornate
autogestite, o organizzate in 4a media e
nelle scuole superiori , ma i discorsi da far
passare sono tantissimi. Anche se questo
dell’energia è sicuramente uno dei più importanti. Sarà un nostro impegno per il futuro”.
p.g.
L’apparecchio è collegato alla
rete elettrica ma spento: ma il
nuovo “off” non è più a consumo
zero, ora tutte le apparecchiature
consumano sempre energia
Il termine copre un ventaglio
ampio e tutti i punti necessitano
di energia. Lo standby è passivo
(apparecchio collegato e pronto a
svegliarsi) e attivo (è sveglio ma non
svolge funzioni); nella funzione
Network un appareccchio appare
spento, ma manda e riceve
informazioni o controlla il
collegamento a una rete
NEL MONDO
14 miliardi
corda Maria van der Hoeven, direttore esecutivo dell’Aie -. Tutti i
consumatori stanno perdendo
soldi sotto forma di energia sprecata, che sta portando a centrali
più costose, più infrastrutture di
distribuzione rispetto a quanto
sarebbe necessario. Eppure, se
adottassimo le migliori tecnologie disponibili, potremmo minimizzare il costo e soddisfare comunque la domanda”.
Il guaio, però, è che ogni famiglia svizzera - come ogni altra
del mondo occidentale - dispone
di almeno cinque, sei dispositivi
sempre connessi. Avere sempre
“pronti all’uso” i vari gadget elettronici, dalla tv al modem, dalla
stampante alla console di gioco,
fino ai caricabatterie di smartphone e tablet, si stima che costi
circa 97 franchi per famiglia. E il
numero dei devices elettronici
crescerà esponenzialmente, così
come lo spreco di energia. Di
questo passo, avverte il rapporto
Iae, se non si prenderanno contromisure, nel 2020 la bolletta
dello spreco energetico ammonterà a 120 miliardi di dollari, oltre
cento miliardi di franchi. Eppure
basterebbe migliorare l’efficienza con soluzioni già disponibili
(e senza modificare le prestazioni) per ridurre lo spreco di almeno il 65%. Naturalmente tutto sta
a volerlo fare sul serio. I produttori di tv e decoder, ad esempio,
potrebbero costruirli in “formato
risparmio”. Ma non lo fanno. Perché faticare e spendere di più per
eliminare una lucina di cui nessuno più s’accorge.
e.r.b.
I dispositivi oggi presenti nel mondo
che non si spengono mai
2,73 miliardi
Le persone nel mondo connesse
a Internet nel 2013
(saranno 5 miliardi nel 2020)
50 miliardi
Apparecchi connessi
nel mondo nel 2020
750 milioni
Le case nel mondo
dotate di accesso a Internet
55%
Televisori “smart”
(connessi alla Rete)
nel mondo nel 2015
65%
Energia consumata dagli apparecchi
elettronici che verrà usata solo per
mantenere le connessioni di rete
1’000Chf
La spesa media annuale della
famiglia svizzera in elettricità
IL RISPARMIO
Il grafico indica il consumo mondiale di energia
elettrica per uso domestico o professionale. Il
potenziale di risparmio è calcolato in base alla
differenza tra la migliore tecnologia sul mercato
e la media dei dispositivi disponibili.
59.3
miliardi chilowatt/ora
13
Il consumo medio annuale della
famiglia svizzera in elettricità
%
9
%
Consumi rimanenti
Elettronica di consumo,
Home office
Ventilazione,
climatizzazione
22
1.000
%
17
%
Cottura,
lavastoviglie
Altri
apparecchi
800
TWh (Tera
Watt/ora) 600
ovvero 1
miliardo di
kilowatt/ora 400
GLI APPARECCHI
17
Ogni famiglia possiede dai 50 ai
100 apparecchi elettrici o
elettronici. Adottando dei semplici
accorgimenti, una famiglia tipo
può risparmiare fino al 50 per
cento di energia elettrica senza
dover rinunciare al comfort.
Potenziale risparmio
1.200
%
Frigorifero,
congelatore
200
9
%
Lavatrice,
asciugatrice
13
%
Illuminazione
2017
2018
2019
2020
2021
2022
2023
2024
2025
Fonte: Bio Intelligence Service, 2013
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
26
QUANDO OPERARE
tra
parentesi
Forte dolore e gonfiore
Rigidità articolare e ridotta mobilità del ginocchio
BenEssere
In un terzo dei casi l’operazione
di artroprotesi non risponde a nessuna
indicazione scientifica. È inutile
Qualità della vita compromessa
LA GIUNTURA
Articolazione
deteriorata
del ginocchio;
a destra
un ginocchio
sano
Non sempre il bisturi
salva il ginocchio,
anzi a volte fa danni
ANTONINO MICHIENZI
L
a durata della vita sempre più lunga, gli acciacchi come l’artrosi e l’artrite - che si porta dietro la terza
età, il peso che tende a salire, la sempre maggiore tendenza alla sedentarietà.
Così l’articolazione del ginocchio, la più grande e una
delle più complesse del corpo umano, tende a deteriorarsi:
causa dolore, fa fatica a piegarsi arrivando a compromettere notevolmente la capacità di autonomia. Quando si arriva a un alto livello di gravità poco possono fare i farmaci e
la fisioterapia.
Negli ultimi anni, per fortuna, la chirurgia ha fatto passi
da gigante. Complice anche la disponibilità di protesi strutture meccaniche in grado di sostituire le parti funzionali del ginocchio - sempre più avveniristiche è oggi possibile recuperare quasi del tutto la mobilità.
E l’intervento di artroprotesi è diventato sempre più diffuso in tutto il mondo occidentale. Per esempio, si stima
che negli Stati Uniti un americano ogni 500 ogni anno si sottoponga a un intervento di protesi del ginocchio. Significa
qualcosa come 600 mila interventi l’anno: un’enormità.
L’intervento è tutto sommato semplice: un taglietto di
10 centimetri sul ginocchio attraverso cui non si asporta
l’articolazione, ma si rivestono le superfici articolari com-
Questo
amore
nostro
La lettera
A 50 anni non ho capito perché
alcuni uomini a letto sono un disastro
H
Difficoltà a svolgere le più comuni attività
o superato i cinquant’anni. Ho letto con interesse
l’articolo di domenica scorsa (13 luglio) dove una
lettrice le chiedeva se è solo la donna a dovere imparare le abilità erotiche e sessuali. Nella sua risposta lei ha
spiegato perché è la donna a dover effettuare più apprendimenti rispetto all’uomo e che
spesso le è capitato di favorire Scrivi a LINDA ROSSI
indirettamente progressi per
psicoterapeuta e sessuologa
il partner della paziente senza mai averlo visto. Mi è parso Posta: Linda Rossi – Il Caffè
Via Luini 19 - 6600 Locarno
che nella domanda di chi le
ha scritto ci fosse anche il de- E-mail:
siderio di capire come mai ci
[email protected]
sono uomini più bravi di altri
nell’arte amatoria. Andrei oltre dicendo che ci sono uomini che a letto sono meravigliosi mentre altri sono un disastro o quasi. Sarei molto interessata al suo parere su questo tema perché è una constatazione che ho fatto anch’io nel corso della mia vita relazionale e sessuale e non mi sono mai sentita di esprimere all’uomo in questione quello che non mi andava bene. Anche perché a volte era proprio tutto che non funzionava.
promesse. In pratica, la protesi sostituisce
la cartilagine consumata e favorisce la ripresa dei movimenti e la scomparsa del dolore. Il
paziente rimane in ospedale per non più di quattro-cinque
giorni e già il giorno dell’intervento, con cautela, può cominciare a muovere il ginocchio. Dopo alcuni mesi di riabilitazione recupera quasi del tutto il movimento. Sembra
dunque la soluzione perfetta: poco invasiva, veloce, poco
A volte basta prospettare
ai pazienti altre soluzioni, non
invasive, come perdere peso
rischiosa ed efficace.
Ora, però, c’è qualcuno che comincia a chiedersi se tutti questi benefici dell’intervento non abbiano portato a un
suo abuso e se non si sia ceduto alla tendenza di effettuarlo
anche in quei casi in cui è inefficace o in cui si potrebbe optare per altre strade meno invasive prima di mettere il paziente sotto i ferri.
Per questo, un gruppo di ricercatori della Virginia
Commonwealth University di Richmond (Usa), si è messo
a fare i conti andando a vedere quanti degli interventi di
protesi del ginocchio fossero conformi alle indicazioni
scientifiche. Lo ha fatto analizzando le cartelle cliniche di
175 pazienti, un campione troppo piccolo per trarre conclusioni definitive, ma sufficiente a fotografare una tendenza.
Ebbene, dallo studio, pubblicato sulla rivista Arthritis &
Rheumatology, è emerso che soltanto 34 per cento degli interventi era appropriato (era cioè il trattamento giusto per
quel tipo di paziente), il 22 per cento degli interventi si è dimostrato inefficace (valeva la pena provarci, ma è stato inutile), mentre il 34 per cento era completamente inappropriato: non andava cioè proprio fatto e occorreva prospettare al paziente altre opzioni, per esempio di perdere peso.
Il problema non è da tecnici. Effettuare interventi non
necessari non è di certo un bene per il paziente, che si sottopone ai rischi della chirurgia (bassi in questo caso) senza
però ottenerne in cambio alcun beneficio. Ma non è un bene nemmeno per i servizi sanitari alle prese con popolazioni sempre più anziane e quindi maggiormente soggette ai
problemi articolari e relative spese. Negli Stati Uniti, per
esempio, negli ultimi 15 anni gli interventi di protesi del ginocchio sono cresciuti del 162%. E con essi, i costi che a
lungo andare rischiano di diventare insostenibili.
La risposta di Linda Rossi
Ecco che cosa rende i maschi
degli amanti unici e favolosi
L
a sua richiesta mi permette di
sostenere che anche il maschio deve effettuare le sue acquisizioni in campo sessuale, a livello fisiologico e psicologico. Una
prima importante acquisizione è
quella di riuscire a prolungare la
sua salita eccitatoria per il tempo
desiderato, potendo quindi decidere il momento della sua scarica orgastica. Per il giovane è normale arrivare rapidamente al finale, poiché
l’eccitazione è una tensione (tensione sessuale) che richiede di essere
scaricata. Questo funziona fin
quando vive la sessualità individuale. Ma quando si appresta a vivere la
sessualità relazionale, è bene che
sappia come far durare la sua eccitazione durante la penetrazione (almeno cinque minuti) alfine di permettere alla donna di raggiungere
l’orgasmo.
Un altro apprendimento è quello di riuscire a erotizzare i preliminari dove porta il suo tocco sul corpo della donna per permetterle di
far crescere l’eccitazione facilitando
la penetrazione grazie alla lubrificazione. Molte donne si lamentano
del boicottaggio maschile sui preliminari, quindi mi ritrovo spesso a
sollecitare i signori uomini, giovani
e meno giovani, a non trascurare
questa fase (andando anche oltre la
zona genitale) e a farsela piacere
grazie alla reazione che riscontrano
nella donna, come fosse un applauso al loro gesto.
Certo, la donna deve essere sufficientemente trasparente nella sua
espressione di piacere. Questo permette all’uomo di capire se quella
zona del corpo è più sensibile ed eccitabile di un’altra: come in un dialogo corporeo che comunica all’uno e all’altro quello che provoca
sensazioni e piacere. Ci sono altri
aspetti che l’uomo deve imparare.
Mi riferisco all’arte della seduzione
che alcuni uomini sono incapaci di
usare fin dal momento della conquista della donna che li attira,
mentre altri nella fase iniziale hanno saputo ricorrervi con successo,
ma poi vi hanno rinunciato appena
sicuri che la donna fosse caduta
nella loro rete o l’hanno dimenticata con il passare del tempo.
Ecco di che pasta sono fatti gli
amanti favolosi, mentre gli altri
mancano di uno o più apprendimenti che però possono sempre acquisire: la sessualità è un processo
di sviluppo che può sempre migliorarsi.
X£smz{
Xms{ p»U¡q{
Yuxmz{
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
27
tra
parentesi
L’iniziativa
Il musicista
“Difficile
pensare ora
a un testo
più moderno”
“Orecchiabile,
senza parole,
ma soprattutto
multiculturale”
L’
U
“Una melodia coinvolgente”
perché la Svizzera cambi ritmo
Q
ualche anno fa il complesso italiano “Elio e le Storie Tese” conobbe un grande successo conquistando il secondo posto al
Festival di Sanremo con il brano “La Terra dei Cachi”, del quale è rimasto
celebre il tormentone “Italia sì, Italia no”. Parafrasando si potrebbe dire “Salmo sì, salmo
no”. E, su proposta della della Società svizzera di utilità pubblica (Ssup), si è aperto un
concorso per cambiare l’inno svizzero. “Il
vecchio non fa presa - spiega al Caffè Patrizia Pesenti, membro dell’Ufficio presidenziale Ssup che valuterà tutte le proposte -.
Pochi, purtroppo, ne conoscono il testo. Abbiamo pensato a una melodia più coinvolgente”. Una giuria sceglierà tra 208 proposte,
129 in lingua tedesca, 60 in francese, 7 in italiano e 10 in romancio. Ma l’ultima parola
spetterà a Berna.Intanto, tra i giurati bocche
cucite. Tra loro anche Franco Lurà, direttore
del Centro di dialettologia che si appella al
“silenzio stampa”.
L’attuale salmo è stato introdotto nel 1961
per sostituire il “Ci chiami o Patria”, musicalmente identico all’inglese “Dio salvi la Regina”. “Per innovarlo, abbiamo pensato ad una
Ti-Press
inno è in generale uno degli strumenti fondamentali che lo Stato ha utilizzato
negli ultimi due secoli per la costruzione di un’identità nazionale. Forse non è il momento adatto
per cambiarlo, visto che il periodo storico non lo suggerisce”. È
perplesso lo storico Maurizio Binaghi sull’eventualità di riscrivere
il salmo nazionale. “Quando, ad
esempio, fu adottato il ‘Ci chiami
o Patria’, le esigenze erano quelle
di costruire una nazione, mentre
quando si fu costretti a passare
all’attuale si volle andare sul sicuro, riprendendo un tema tradizionale e conservativo, legando patriottismo e religiosità”.
Il concetto vero di nazione in
Svizzera si afferma solo dopo il
1848, con l’elaborazione della Costituzione federale. “Siamo attorno al 1860-1870, quando il fenomeno ha origine in tutta l’Europa
– riprende Binaghi -, la Svizzera
subisce le influenze dei Paesi vicini, Italia e Germania in particolare, che si trovano, dopo aver creato gli Stati nazionali, a infondere
un forte legame patrio nei loro
cittadini. Più che avere delle belle
parole, un inno è tradizionalmente un mezzo per veicolare simboli
e tradizioni che si vogliono condivisi”.
Se l’inno svizzero non è più
tanto attuale, secondo lo storico
bisogna stare però attenti alle innovazioni: “Cercare un nuovo
brano che unisca tutti gli svizzeri,
magari con una musica e un testo
più moderni, vuol dire proporsi
di costruire e inventare nuovi riti
e tradizioni. Obiettivamente, in
questo momento appare difficile,
vista l’attuale fragilità e insicurezza dell’identità svizzera. Comunque, può essere un’occasione per
porci il problema di un’identità
condivisa”.
o.r.
Keystone
Lo storico
Si selezionerà il nuovo
inno tra 208 idee. Berna
deciderà se adottarlo
formula che potesse essere la più vicina possibile al cittadino - continua Pesenti -. Entro
fine anno la giuria ne sceglierà una decina
che verranno poi pubblicati su internet”. E
da lì, un voto online decreterà quali saranno
i brani finalisti che si scontreranno in occasione della Festa federale di musica popolare che si terrà nel settembre 2015 ad Aarau.
“Così toccherà al pubblico eleggere il vincitore. Si potrà votare tramite internet, telefono o sms” spiega l’ex consigliera di Stato ticinese.
Nell’autunno del 2015 quindi il popolo
svizzero potrebbe avere un nuovo inno nazionale. Il condizionale è d’obbligo, non essendo un’iniziativa politica quella della
Ssup, bensì solo una proposta, a cui il Consiglio federale deciderà se dare seguito o meno. “Non esiste nessun obbligo di accettare
per il governo e ci mancherebbe - precisa
Pesenti -. Noi ci limitiamo a proporre, ma
come sempre toccherà alle autorità politiche disporre”.
In poche parole se a Berna riterranno
non sia giunto il momento di cambiare, non
si farà altro che cestinare la proposta. Precisazione d’obbligo, viste le critiche e le levate
di scudi, soprattutto da parte dei giovani
Udc, che hanno minacciato di lanciare un
referendum qualora il Consiglio federale accettasse la proposta. “L’unica cosa che possono fare è... lanciare delle note - conclude
scherzosamente Pesenti -, in fondo chiunque è libero di proporre qualcosa alle istituzioni”.
o.r.
n nuovo inno, che finalmente rispecchi la multiculturalità di un Paese
mutato, diverso, più aperto. È il
desiderio di Marco Zappa, cantautore ticinese, uno dei più rappresentativi e prolifici della scena musicale svizzera contemporanea. “Soprattutto un inno che
sia fischiettabile da tutti, quindi
facile e orecchiabile”, sottolinea.
E, ovviamente, lui saprebbe bene cosa inventarsi, come ha confidato al Caffè.
“Innanzittutto, dovrebbe essere solo strumentale, senza testo, per ovviare ai problemi di
lingua e non essere legato a particolari concetti, storici o religiosi”. Cantabile da tutti, quindi,
dallo svizzero doc allo straniero
che vive in Svizzera, si riconosce
in questo Paese e ne apprezza
abitudini e storia”.
E allora, facile, orecchiabile,
moderno e senza testo. Magari
suonato da strumenti particolari. Come quelli che maneggiano
i musicisti del gruppo di Zappa,
una ventina, provenienti da ogni
dove, come bouzouki, tsouras,
mountain dulcimer, bercandeon…. “Immagino un inno che, a
dipendenza del contesto, cambi
gli strumenti - spiega -. Se ad
esempio si tratta dell’esercito, allora andrà bene una banda militare, ma se si vuole coinvolgere i
giovani deve poter essere adattato alla strumentazione elettronica di oggi. E, ancora, se l’ambiente è tradizionale andrà bene
un gruppo acustico di strumenti
popolari. Insomma, quando hai
la melodia poi la arrangi alle diverse situazioni. Ecco perché
senza testo un inno diventa molto più duttile, adattabile ad ogni
situazione e sempre moderno.
Ma soprattutto unico e cantabile
da tutti”.
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Uno degli eventi più drammatici della recente storia tedesca, la
caduta del muro di Berlino situato tra i due Stati tedeschi,
quest’anno segna il suo 25° anniversario. Per commemorare
questo anniversario le vogliamo mostrare dei luoghi simbolo
della capitale tedesca collegati alla Ddr, alla divisione della
Germania, alla caduta del muro e alla rivoluzione pacifica. Si
unisca a noi per esplorare una delle città più popolari d’Europa
e scopra con noi sia le sue attrazioni più famose che i luoghi
più sconosciuti e nascosti.
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Il fenomeno
L’incontro
RICOMINCIO
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PILASTRO
L’INDIFFERENZA
NON FERMERÀ
LA MIGRAZIONE
GAMBAROTTA:
“HO ASCOLTATO
IL PAPA DI NASCOSTO”
ALLE PAGINE 30 e 31
ALAJMO A PAGINA 33
COMAZZI A PAGINA 38
travirgolette
ilcaffè
RIFLESSIONI D’AUTORE
Oltre il cibo
20 luglio 2014
Effetti speciali
serviti in tavola
col food design
SOCIETÀ | TENDENZE | PROTAGONISTI
UNA SETTIMANA
UNA PAROLA
MORO A PAGINA 32
Reuters
Merkel
Odiata e amata.
Nessun politico
in Europa incarna
la teoria dei “due
corpi del re”
meglio della
“Kanzlerin”. Ha
festeggiato il 17
luglio i 60 anni
ed è sempre lei
a guidare
la Germania
e la carovana-Ue
STEFANO VASTANO
I
l corpo del sovrano, e la sua Immagine. Ossia il
simbolo, persino l’aura che oggi avvolge Angela
Merkel. E poi il potere, un pò appannato invero,
che oggi la cancelliera detiene in Germania.
Nessun altro politico in Europa incarna la teoria dei “due corpi del re” meglio di Angela Merkel, che
il 17 luglio scorso ha compiuto 60 anni. I primi 34
nell’altra Germania, al di là della politica e a studiare
la fisica dei Quanti. Poi, dall’aprile del 2000, eccola
presidente della Cdu; e, dal novembre 2005, Kanzlerin. Il partito che fu di Kohl l’ha omaggiata, per il suo
compleanno, con una “Fest” alla Konrad-AdenauerHaus, la centrale a Berlino della Cdu. Il discorso d’auguri l’ha tenuto Jürgen Osterhammel, docente di storia.
Per il suo 50° fu un neurologo, Peter Singer, a spiegare agli ospiti le analogie tra le reazioni umane e le
“Siamo riusciti a presentare
il miglior bilancio da decenni”,
ha detto lo scorso fine giugno
lumache. Anni-luce insomma tra le due “Feste” per
la Merkel; né è un caso che sia toccato ora a uno storico cantarne le lodi. Oggi è lei “Frau Europa”, la donna alla guida della carovana-Ue. E la Germania per
crescita (nel primo trimestre il Pil è cresciuto del 2,5
per cento), consumo ed occupazione, è il motore del
Vecchio Continente. “Siamo riusciti a presentare il
miglior bilancio da decenni”, ha detto Merkel a fine
giugno al Bundestag. Wolfgang Schäuble, il ministro
delle Finanze, ha ricordato che dal 1969 un ministro
del Tesoro non presentava un bilancio in pareggio. E
al ministero dell’Economia prevedono quest’anno
una crescita dell’1,8 per cento; del 2 per cento nel
2015.
Occorre tener presente queste prestazioni (la
Germania, tra l’altro, è il Paese con la disoccupazione
giovanile più bassa nell’Ue) quando Merkel esalta il
rigore. “Solo i conti in ordine, ha ribadito lei al Bundestag, sono il presupposto per la crescita”. E la ragione di quei “due volti” - ideale e reale - con cui oggi si
percepisce Angela Merkel: la Grande cancelliera di
un Paese-modello; e l’arcigna Kanzlerin che detta all’
Unione la sua “Spar-politik”, la politica del risparmio.
Dalle piazze di Atene, Roma o Madrid sino alle cordate tra Matteo Renzi, François Hollande ed i sindacati,
è un unico fronte contro l’“Austerity”, la disciplina di
bilancio osannata dalla Merkel. Un incubo questo
profilo rigido della Kanzlerin per l’intera sinistra europea. Che poi, però, stima la stessa cancelliera
quando interviene sulla crisi in Crimea, criticando
senza peli sulla lingua il neoimperialismo di Putin.
“L’annessione della Crimea è una chiara violazione del diritto dei popoli”, ribadisce Merkel dall’inizio
della crisi ucraina. Più che il mix di lodi e critiche con
cui il mondo la giudica, stupisce il linguaggio così
uniforme con cui lei articola la sua politica. La retorica non è tra le sue doti: le frecce a Putin le scaglia con
lo stesso volto, fermo e pacato, con cui al Bundestag
ha presentato il bilancio in pareggio. “Una politica
senza euforie né slanci teorici”, così lo storico Paul
Nolte ha definito lo stile freddo, pragmatico della
Merkel. Un “merkelismo” che non suscita entusiasmi, ma è giunto - dopo 4 anni con i liberali della Fdp
- alla seconda “Grosse Koalition” con la Spd, e non
proprio a vantaggio della Cdu. Peter Tauber, segretario generale del partito (uno dei rari 40enni al servizio della Kanzlerin) è nervoso per l’emorragia di
iscritti. “Abbiamo bisogno di più giovani”, lamenta.
Oltre alle nuove generazioni, la Cdu sta perdendo
il contatto con le realtà metropolitane: Monaco e
Amburgo, Colonia e Berlino, le grandi città sono governate dai socialdemocratici o dai Verdi. Di fatto, solo Dresda è in mano alla Cdu. Sì, sulle copertine c’è
l’Immagine della “First Lady” del Vecchio Continente. Ma in Germania non sono questi titoli ad interessare la Merkel. Quanto una agenda del governo a Berlino dettata per lo più da Sigmar Gabriel e dagli altri
potenti della Spd. La riforma delle energie alternative? È stato Gabriel, presidente della Spd e ministro
dell’Economia, a promuoverla in parlamento. E si deve ad Andrea Nahles, la socialdemocratica ministro
del Lavoro, se il 3 luglio è passata la legge sul “salario
minimo” (di 8,50 euro l’ora). Anche quando si tratta
di andare sulle piazze di Kiew è Frank-Walter Steinmeier, ministro degli Esteri della Spd, a figurare la sera in Tv. I commentatori hanno l’impressione che
“questa Grosse Koalition sia dominata dai matador
della Spd”, dice l’opinionista Hajo Schumacher. E che
la Cdu si limiti a seguire il carro socialdemocratico. O
a infilarsi in progetti più o meno astrusi come “l’Autobahn-Vignette”, il pedaggio autostradale che Alexander Dobrindt, ministro dei Trasporti della Csu, vuole
far pagare agli automobilisti stranieri.
Anche per l’elezione di Jean-Claude Juncker al
Accerchiata da Renzi a Roma,
Hollande a Parigi e dalla Spd sia
a Berlino che a Bruxelles
trono della Commissione europea non è che la
“Queen of Berlin” abbia fatto – con le sue titubanze –
una bella figura. Accerchiata da Renzi a Roma, Hollande a Parigi e dalla Spd sia a Berlino che a Bruxelles,
oggi la Merkel pare “una Regina sulle difensive”, ha titolato il quotidiano Die Welt. Ma l’apparenza inganna. Nel ranking dei politici più seguiti, stilato a fine
giugno da Der Spiegel, la Kanzlerin risulta – con 77
punti - la più stimata dai tedeschi (al 2° posto, con 74
punti, Joachim Gauck, il presidente della Repubblica). E se domenica prossima dovessero votare, la Cdu
raccoglierebbe il 39 o il 40 per cento dei voti. È l’1 per
cento in meno di quanto Angela Merkel ha spuntato
alle ultime politiche. Ma il 15 per cento in più di una
Spd che fa oggi il bello e cattivo tempo a Berlino. Ma
non si stacca dal 25 per cento in cui è crollata da oltre
quattro anni.
Domenica
LIBERO D’AGOSTINO
DA LUGANO
SI GUARDA
ALL’ITALIA
D
a Lugano si guarda a Milano per l’Expo 2015 e a
Torino per una collaborazione tra le due città nel campo
delle attività culturali, per l’università, lo sport e il turismo. Se
n’è discusso nel recente incontro
tra una delegazione del municipio cittadino con il sindaco del
capoluogo piemontese Piero
Fassino e alcuni assessori comunali. Una collaborazione orientata anche alla prossima apertura del Lac. Cultura e turismo
vanno ormai di pari passo su un
mercato dell’offerta sempre più
internazionalizzato, in cui le singole città per contare, e attrarre,
di più uniscono le forze.
Nonostante la crisi che ha investito le finanze comunali, Lugano ha conservato e sta, anzi,
incentivando, la capacità di
guardare oltre i suoi confini e
quelli del cantone. Anche per
questo non ha voluto rinunciare
alla partecipazione all’Expo. Il
municipio, a parte qualche eccezione, sa che non è isolandosi
che si assicura la rinascita economica della Città, ma aprendosi al mondo come in passato.
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
31
virgolette
tra
Lavoro&Terza età
L’assicurazione integrativa della pensione,
da opportunità per finanziare altre scelte
di vita a sogno infranto di una nuova esistenza
L’intervista
“Costruirsi una casa?
È la soluzione migliore”
Il consiglio dell’economista sulla previdenza
I
Domande&risposte
Ricomincio
dal
Michele Blasucci
“C’è un’importante
riduzione delle libertà
personali. Lo Stato
continua a mettere dei
paletti alle iniziative e
alle scelte individuali”
Alberto Montorfani
“Il cittadino è di
sicuro più accorto
nel gestire i propri
soldi dei vari fondi
d’investimento in cui
finiscono i capitali”
“secondo pilastro”
somma sopportabile poteva avviare un’attività. Senza finanziamenti, tra l’altro diventati difficilissimi da ottenere anche dalle
banche, molti dovranno rinunciare”. Più che una proibizione
sui prelievi, si dovrebbero trovare
altre soluzioni, magari legate all’età. “Certo. Succede abbastanza
spesso che ci siano persone vicine alla pensione che vogliono dei
finanziamenti per cominciare
delle nuove attività - nota Blasucci -. Ovvio che ci siano dubbi sulla durata o sull’intensità lavorativa che possono garantire”. Ad essere penalizzati sarebbero però
coloro che hanno ancora una
lunga vita professionale davanti.
“L’età media di chi si mette in
proprio è 39 anni - precisa Blasucci -. E molti hanno successo.
Mi chiedo, perché coloro che gestiscono con attenzione i propri
soldi devono pagare per pochi
che non sanno far di conto? Mi
pare una generalizzazione sbagliata e basata su casi isolati”.
[email protected]
Q@OmarRavani
I timori
I debiti per le ipoteche
toccano cifre da record
Ti-Press
S
iamo davanti ad una
grave limitazione delle
libertà personali – afferma Michele Blasucci,
ceo di Startups.ch, la
piattaforma svizzera di consulenza per la costituzione di nuove
aziende -. Lo Stato deve finirla di
mettere dei paletti alle scelte e
all’iniziativa del singolo. Nessuno
può impedire ad un cittadino con
una situazione finanziaria stabile, anche se non florida, di avviare un’attività in proprio, di creare
una piccola impresa”. Hanno lasciato uno strascico di polemiche
le proposte del ministro dell’Interno Alain Berset, che vorrebbe
impedire il prelievo del secondo
pilastro per avviare un’attività
imprenditoriale o acquistare una
casa, scongiurando così il rischio
che, poi, ritrovandosi con una
pensione insufficiente, si debba
ricorrere all’aiuto dello Stato e alle prestazioni complementari.
Oltre che i neo imprenditori, Berset ha fatto sobbalzare anche il
mercato immobiliare.
“Il ministro va in controtendenza rispetto a quanto di buono
si è fatto in questo campo negli
ultimi decenni - afferma Alberto
Montorfani, presidente della sezione ticinese dell’Associazione
svizzera dell’economia immobiliare -. La politica adottata è stata
lungimirante e ha permesso di far
passare la percentuale di proprietari di abitazioni da poco meno del 30% a quasi il 50%”. Un sostegno al desiderio di tanti di costruire o acquistare casa, ma anche un grande impulso all’edilizia e all’economia nazionale. Un
aiuto che col passare degli anni è
stato corretto a più riprese. “All’inizio si poteva attingere senza
limitazioni al secondo pilastro ricorda Montorfani -, poi si sono
introdotti dei correttivi che non
hanno però intaccato quel principio che vuole che il cittadino
investa nella proprietà
dell’abitazione, perché è
un bene sicuro. Meglio in
ogni caso di qualsiasi investimento fatto
da un partner istituzionale”.
Il pericolo dunque è
che questi risparmi previdenziali vadano a foraggiare, ad
esempio, fondi d’investimento e
casse pensioni che non se la passano benissimo. “Proprio così conferma Montorfani -. Un proprietario accorto, la pensione se
la crea da solo, senza bisogno
d’intermediari. La distribuzione
dei soldi attinti dai secondi pilastri è così capillare che il rischio
di un crollo del mercato immobiliare, con i problemi che ne deriverebbero, è ridotto al minimo. Il
cittadino è sicuramente più at-
tento con i suoi soldi che non un
fondo d’investimento a cui sarebbero altrimenti affidati”. Fin
qui tutto bene. Ma i pensionati
costretti a ricorrere alla pubblica
assistenza perché non hanno più
i soldi per pagare l’ipoteca? “Non
c’è nessun legame provato - risponde Montorfani -. Il Consiglio
federale spinge sul parlamento
perché discuta le misure prima
che lo studio sul collegamento fra
i due fenomeni venga completato. Si vuole agitare questo nesso
causale fasullo come spauracchio per far passare una proposta
sbagliata”.
Alla luce delle critiche, Berset
ha ridimensionato il progetto,
precisando che solo la parte obbligatoria del secondo pilastro
sarebbe toccata dalla restrizione.
Ma si tratterebbe in ogni caso
dell’85-90% delle rendite. Una
correzione che non rassicura
Blasucci: “La situazione può diventare grave per le start up che
non hanno un grande valore aggiunto. Penso, ad esempio, al piccolo imprenditore che con una
2
3
4
5
CI SONO GIÀ DELLE RESTRIZIONI?
Sì. Attualmente ci sono parecchi
limiti al prelievo del secondo
pilastro. Ad esempio, non si può
toccare la parte obbligatoria una
volta compiuti i 50 anni.
CHI RICORRE ALLE PRESTAZIONI COMPLEMENTARI DELL’AVS
ACQUISTO DI UN IMMOBILE DEL VALORE DI 800’000 FRANCHI
Percentuale dei beneficiari per cantone nel 2013
Situazione di partenza: averi propri (esclusi i fondi pensione) 125mila franchi, patrimonio 115mila
franchi dai fondi pensione
7 - 9% (6 cantoni)
9 - 11% (9 cantoni)
11 - 15% (5 cantoni)
15 - 19% (6 cantoni)
Averi "reali" propri (titoli, saldi contabili, 3° pilastro)
Patrimonio del fondo pensione (obbligatorio)
Patrimonio del fondo pensione (facoltativo)
1a ipoteca (fino al 65% del prezzo di acquisto)
2a Ipoteca (max 15% del prezzo di acquisto)
SITUAZIONE ATTUALE
U
no dei timori che spingono la politica verso
norme più restrittive per il ritiro del capitale
depositato nel secondo pilastro è rappresentato dal volume dei crediti ipotecari. Un settore solo
apparentemente slegato da quello pensionistico, ma
che, in realtà, condiziona spesso in modo pesante il
calcolo delle rendite dopo i 65 anni. Basti pensare
che, in Svizzera, il volume di questi crediti supera i
689 miliardi di franchi. È, quindi, superiore al prodotto interno lordo del Paese. Su ogni singolo cittadino, dal bambino all’anziano, gravano oggi in media
86’100 franchi di debiti ipotecari.
Da cosa sono condizionati? Semplice. In primo
luogo dalla scelta di ritirare l’intero capitale pensionistico disponibile, nei limiti della legge, per l’acquisto di un immobile. Sia esso casa, oppure appartamento. E questo anche se in Svizzera il numero degli
affittuari è sempre piuttosto elevato nel raffronto internazionale. Ad allarmare la politica, già negli scorsi
anni, sono diversi aspetti legati al ritiro dei fondi del
secondo pilastro. Il principale è il possibile aumento dei tassi ipotecari, che potrebbe mettere in seria difficoltà una fetta notevole di
quanti si sono “indebitati” per la casa. Certo, il bene immobile è sempre commerciabile e ha un valore
di mercato, ma in alcune situazioni particolari si è
già assistito a pensionati sottoposti a forti pressioni
per il pagamento di interessi ed ammortamenti.
Un aumento rapido dei tassi d’interesse potrebbe insomma portare a situazioni difficilmente gestibili. Con un numero importante di debitori ipotecari
che faticano a pagare. E, nel caso si tratti di pensionati, costretti a vere e proprie acrobazie per far quadrare i conti in assenza della rendita del secondo pilastro. Stessa situazione anche per chi ritira il capitale
per mettersi in proprio. Basta un investimento sbagliato per ritrovarsi poi a carico delle prestazioni
complementari. Situazioni che la politica, ora, vuole
evitare.
m.s.
Solo la parte obbligatoria, ossia
quella fissata dai minimi di legge. Il
resto, quella “offerta” dal datore di
lavoro e in media poco più del
10% non viene toccata dalla
proposta Berset.
Ti-Press
OMAR RAVANI
1
COSA VIENE LIMITATO?
l secondo pilastro ci sfugge dalle mani. O per lo
meno è un po’ meno nostro. È quanto sembra
trasparire dalla proposta fatta dal ministro
Alain Berset. E secondo l’economista Paolo Pamini
(nella foto) ci sarebbero in gioco anche dei diritti
fondamentali.
Ci troviamo davvero davanti ad un’intrusione pericolosa nelle scelte personali?
“Io vedo prima di tutto un problema costituzionale. Ogni cittadino svizzero deve vedersi facilitato
l’accesso alla proprietà dell’alloggio, con le misure
proposte questo principio viene messo in pericolo.
Ed è chiaro che c’è pure un’intromissione nelle libertà personali, anche se si tratta di soldi vincolati”.
Berset cerca, però, di tutelare le casse pensioni.
“Certo. Capisco la preoccupazione del ministro per
quel che riguarda l’avvio di
un’attività in proprio. Ci sono
casi di persone che senza molta logica si lanciano nel commercio, utilizzando i soldi del
secondo pilastro, col rischio di
chiudere dopo poco tempo.
Rispetto a ciò l’idea di Berset
può essere capita, ma non di
certo condivisa”.
senso?
Paolo Pamini In che
“Mi pare si faccia di tutta l’
“La decisione giusta erba un fascio. Non si fa nessuna differenza fra chi preleva il
per evitare che
denaro per mettersi in proprio
il denaro vada
e chi lo fa per costruirsi una caIl mio giudizio negativo sula finire chissà dove” sa.
la proposta deriva in gran parte da questo”.
Ciò non toglie che la situazione nel settore
immobiliare resti molto tesa.
“Se nei prossimi anni ci dovesse essere un aumento di pochi punti percentuali dei tassi d’interesse sulle ipoteche, buona parte delle stesse non
sarebbe più pagabile. D’altronde c’è anche un ventilato rischio di bolla, a cui io però non credo molto”.
Considerando che l’Avs non se la passerà bene visti i trend demografici e che le casse
pensioni non navigano nell’oro, molti oggi si
affidano anche ai terzi pilastri. Una scelta
comprensibile?
“Assolutamente. Già oggi il primo pilastro in ef-
65%
520mila franchi
4%
35mila franchi
11%
85mila franchi
10%
80mila franchi
10%
80mila franchi
Costi di finanziamento
con tassi ipotecari del 5% e 2%
5%
2%
Carico totale*
42’500
24’350
Reddito lordo minimo/anno
127’500
73’050
Reddito lordo minimo/mese
10’630
6’090
SCENARIO 1 Nuovo ammortamento 15 anni invece di 20 anni
65%
520mila franchi
4%
35mila franchi
Percentuale dei beneficiari per età
Donne
Uomini
11%
85mila franchi
10%
80mila franchi
10%
80mila franchi
Totale
Costi di finanziamento
con tassi ipotecari del 5% e 2%
5%
2%
Carico totale*
43’917
25’767
Reddito lordo minimo/anno
131’750
77’300
Reddito lordo minimo/mese
10’980
6’440
40%
* Interessi passivi del mutuo; costi aggiuntivi (1% del valore dell'immobile); ammortamento 2° mutuo
30%
SCENARIO 2 Nuovo ammortamento 15 anni, senza ritiro averi cassa pensione
20%
65%
520mila franchi
10%
4%
35mila franchi
0%
64
66
68
70
72
74
76
78
80
82
84
86
88
90
92
15%
120mila franchi
16%
125mila franchi
94
Fonte: Confederazione svizzera
Fonte: Credit Suisse, Meta-Sys Ag, Eidgenössische Steuerverwaltung, Geostat
Costi di finanziamento
con tassi ipotecari del 5% e 2%
5%
2%
Carico totale*
48’000
28’800
Reddito lordo minimo/anno
144’000
86’400
Reddito lordo minimo/mese
12’000
7’200
A CHI VANNO LE COMPLEMENTARI?
In particolare a tre categorie di
pensionati: i ricoverati nelle case di
riposo, a coloro che erano già in
AI prima e chi ha versato troppo
poco o per un breve periodo.
QUALI SONO LE CONSEGUENZE?
Secondo gli analisti la situazione
delle casse pensioni sta
migliorando, i problemi di gestione
diminuiscono. Preoccupa invece il
pagamento delle complementari.
I CANTONI PIÙ SOLIDI?
I cantoni che hanno meno
pensionati al beneficio delle
complementari sono sei, fra cui
Zugo e Vallese. Il Ticino è in coda
con Ginevra, Giura e Vaud.
fetti è un’imposta che il cittadino paga per mantenere in vita il sistema attuale. L’Avs non sarà più sostenibile a medio-lungo termine e per questo molti
giovani rischiano di non vedersi restituire i soldi
che versano. E lo stesso purtroppo potrebbe accadere anche alle casse pensioni”.
Cioè?
“Prendiamo l’esempio dei dipendenti dello
Stato. Chiunque abbia una certa età ed è vicino alla
pensione, non può non guardare al suo futuro con
molta preoccupazione. Basta infatti vedere le manovre varate di recente per il risanamento del fondo pensionistico. Fossi un dipendente cantonale,
la prima cosa che farei con quei soldi sarebbe quella di costruirmi una casa”.
Non è una scelta un po’ estrema?
“Certo, la mia è anche una battuta. Ma la realtà
è che al giorno d’oggi chi ha un secondo pilastro
potrebbe correre il rischio di vedere usati i suoi soldi per manovre legate al riequilibrio economico
della previdenza sociale. Un pericolo non molto
lontano nella situazione attuale, purtroppo”.
Quindi la soluzione ideale è quella di costruirsi una casa e togliere i soldi dalle casse
pensioni?
“Sì. È una delle soluzioni più pratiche per evitare che i soldi vadano persi in attività che hanno poco a spartire con il rendiconto personale. Perché
anche se le cose dovessero andare male, l’abitazione rimane comunque come garanzia. Con l’incasso di una vendita si riappianerebbe l’ipoteca e il
gioco sarebbe fatto”.
Più in generale qual è il rischio maggiore che
intravede nei prossimi anni?
“Un rischio di tipo regolatorio. I soldi potrebbero essere destinati ad altro uso e recentemente
ne abbiamo avuta la dimostrazione, con la proposta di Berset. E ci potremmo trovare, se la proposta
superasse lo scoglio del parlamento, davanti a delle situazioni paradossali e gravi”.
Quali ad esempio?
“Facciamo il caso che qualcuno abbia deciso di
prelevare i soldi della cassa pensione in questi ultimi mesi per comprare una casa. Se l’idea di Berset
diventasse realtà, prima dei tre anni durante i quali
bisogna attendere per ottenere il denaro, i soldi rimarrebbero di fatto congelati. Una situazione sgradevole, nella quale si troverebbero paradossalmente coloro che hanno agito nel migliore dei modi possibile, visto l’andamento attuale”.
o.r.
Le scelte
La politica teme i possibili effetti “del ritorno” in patria di cittadini in difficoltà dopo qualche anno
Partire all’estero con il capitale
sarà ancora possibile, anche se...
U
na volta in pensione, lascio tutto e
me ne vado all’estero. Magari dove
vivere costa molto meno rispetto
alla Svizzera. Una delle possibilità finora
lasciate aperte dalla legge sul secondo pilastro per il ritiro del capitale previdenziale, è proprio quella del trasferimento definitivo in un Paese straniero. Scelta che rimarrà libera anche nel caso entri in vigore
la riforma-Berset, ma che preoccupa la
politica (in particolare Consiglio nazionale e Consiglio degli Stati), visto che mancano statistiche precise al riguardo, soprattutto sull’impatto che la decisione di
Non ci sono dati certi sui beneficiari
di rendite pensionistiche fuori dai
confini nazionali e l’Avs si inquieta
trasfersi all’estero può avere sulle casse
dell’Avs e delle assicurazioni complementari. Dati che la Camera alta ha espressamente chiesto al governo. Un cittadino
svizzero, infatti, può tornare in patria in
qualsiasi momento. E, nel caso in cui
avesse esaurito i soldi del secondo pilastro, potrebbe richiedere la complementare. Pesando direttamente sulle casse
dello Stato.
Dalle statistiche oggi disponibili emerge qualche dato interessante. Principalmente dalle cifre relative ai 732.153 connazionali domiciliati fuori dai confini na-
zionali ad inizio 2014. Ebbene, la cosiddetta “Quinta Svizzera” – che in patria
avrebbe le dimensioni del Canton Vaud –
è in realtà formata da soli 141.081 “over
65”, mentre ben più elevata è la percentuale di chi ha tra i 18 e i 65 anni, ossia si trova
nella fascia d’età in cui si ancora lavora.
Dati che si spiegano innanzitutto con la
netta preponderanza di Paesi come Francia e Germania, dove vive oltre un terzo di
questi svizzeri all’estero. Che diventano
oltre la metà considerando l’insieme
dell’Europa (438mila gli elvetici nei soli
Paesi Ue). Ci sono poi delle eccezioni. In
Stati come São Tomé e Principe, Micronesia o Kiribati c’è, ad esempio, un solo svizzero, ma – come sottolinea anche il dipartimento degli Affari esteri – ormai in quasi
tutti i Paesi abita almeno un cittadino rossocrociato.
Con comunità di un certo peso, ad
esempio, in Paesi come Brasile, Thailandia o Nuova Zelanda, dove il numero dei
“pensionabili” rispetto al totale sale maggiormente. Anche perché, almeno nei primi due casi, vivere con 2'500 franchi al
mese di rendita significa già godersi un
buon tenore di vita. Basti pensare che nel
grande Paese sudamericano che ha appena ospitato i Mondiali, il salario minimo
garantito è di circa 300 franchi svizzeri al
mese, somma che normalmente viene
anche chiesta per l’affitto di una casa nelle
zone non troppo centrali delle città dove il
turismo non la fa da padrone.
m.s.
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
32
tra
virgolette
Effetti speciali
sulla tavola
col food design
L
a pizza è il più grande oggetto di design della
storia, assieme ai jeans. Ma dei jeans si può
fare a meno. Lo ha detto Oliviero Toscani, fotografo geniale e autentico guru pubblicitario. Perfetta nel colore, nella forma e nell’immagine. Ed è
questo che l’ha fatta diventare un’icona planetaria.
In realtà per decretare il successo di un cibo il
disegno è importante quanto il sapore. Non a caso
si dice che anche l’occhio vuole la sua parte. E lo
scrive a chiare lettere la storia della gastronomia.
Prima di tutto la mitica cena di Trimalcione, raccontata nel primo secolo da Petronio nel Satiricon,
dove uno zodiaco di gourmandise fa bella mostra
di sé al centro della tavola imbandita tra cascatelle
di vino. Da un lato viene posizionata una griglia
d’argento ricoperta di salsicce sfrigolanti con sotto
tanti chicchi di melagrane che imitano la brace sfavillante. Dall’altro sta un cinghiale arrostito con
due canestri appesi al dorso ricolmi di datteri freschi e secchi. E quando un servo colpisce il fianco
dell’animale con una lama di coltello dalla ferita
esce volando uno stormo di tordi, catturati e cotti
al momento dagli uccellatori.
Millequattrocento anni dopo un altro geniale
food designer stupisce con effetti speciali. È Giuseppe Arcimboldo, famosissimo per le sue teste
composte, dei trompe-l’oeil di frutta e verdura a
guisa di volti umani. Così il piatto si scompone e diventa personaggio.
Ma è nella Francia del Re Sole che il cibo diventa opera d’arte grazie a un talento straordinario come quello di François Vatel - benemerito per aver
inventato la deliziosa crema chantilly – nonché
creativo imbanditore di banchetti divenuti leggendari. Nominato nel 1663 contrôleur général de la
bouche del Grand Condé, il vincitore della celebre
battaglia di Rocroi.
Oggi il food design non ha più a disposizione le
architetture favolose delle tavolate di corte, ma deve dare il meglio di sé nella monoporzione. Così gli
chef fanno a gara per trasformare il piatto in un microcosmo di meraviglie. Bello da vedere e buono
da mangiare. Per stuzzicare pupille e papille dell’individuo di massa.
di
CAROLINA
Ingredienti per 4 persone
- 300 g di farina per pane
- 5 g di lievito secco
da forno
- 1 cucchiaio di zucchero
- 1 cucchiaino
da tè di sale
- 40 g di burro
a temperatura
ambiente
- 1 uovo
- 175 ml di latte
a temperatura
ambiente
Orsetti di pane
ELISABETTA MORO
LA RI ETTA
oltreilcibo
Per decretare il successo di un piatto
l’immagine conta quanto il sapore.
Fino a diventare un’opera d’arte
Mescolare la farina e il lievito in una grande ciotola.
Aggiungere lo zucchero e il sale e impastare bene.
Aggiungere l'uovo e il latte e mescolare. Prendere
l'impasto dalla ciotola e lavorarlo. Aggiungere il burro
e impastare altri 5-10 minuti, fino ad ottenere un impasto liscio, omogeneo e leggermente lucido. Fare
una palla e metterla a riposare in una terrina leggermente infarinata e coperta con della pellicola alimentare. Dopo 1 ora e mezzo, l'impasto avrà raddoppiato
il suo volume. Preriscaldare il forno a 200° gradi.
Prendere l'impasto e cercando di manipolarlo il meno
possibile, dividerlo in 16 porzioni. Formare una palla
per ogni porzione, ad eccezione di una che verrà usata per le orecchie. Mettere le palline su una teglia foderata con carta da forno e modellare le orecchie facendo delle piccole palline con l'impasto rimanente.
Per far attaccare le orecchie alla testa inumidire appena con un po’ d'acqua. Lasciar riposare 15 minuti.
Cuocere gli orsi circa 10-15 minuti, fino a doratura a
200° gradi. Lasciar raffreddare e con una penna dall’inchiostro commestibile disegnare gli occhi e il naso.
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IL CAFFÈ
20 luglio 2014
ROBERTO
ALAJMO
L’autore di
questo servizio
per il Caffè
è giornalista
e scrittore.
Vive in Sicilia
33
tra
virgolette
L’emergenza
Il Mediterraneo
è diventato il simbolo
di un dramma umano
che l’Occidente
vive con insofferenza
e falsa indignazione
La Grande Migrazione
non verrà fermata
dalla nostra indifferenza
M
editerraneo - ponte fra oriente e occidente”. Mediterraneo - crogiolo di
culture”. Non che in assoluto non siano veri entrambi i concetti. Ma quante volte? Quante volte sono stati adoperati per aprire, chiudere, farcire un articolo di
giornale o il lancio di un servizio televisivo? Ripetute tante e tante volte - “Mediterraneopontefraorienteeoccidente”, “Mediterraneocrogiolodiculture” espressioni del genere sono diventate un ronzio indistinto, di quelli che magari un tempo avranno
avuto un significato, ma di sicuro oggi l’hanno perso. Tu le ascolti, e ai tuoi centri nervosi arriva soltanto un suono familiare e conciliante, “Mediterraneopontefraorienteeoccidente”, che rassicura e provoca sonnolenza. Ancora un paio di volte, “Mediterraneocrogiolodiculture”, e il sonno è assicurato.
Diciamo la verità: a forza di avercelo sempre
nelle orecchie e sotto gli occhi, il Mediterraneo l’abbiamo perso di vista e non siamo più in grado di
ascoltare la sua voce. L’intera Europa è diventata
sorda e cieca. Pur trovandosi per gran parte in riva
al Mediterraneo, ha deciso di voltargli le spalle. Non
ne vogliamo più sapere, di questa massa d’acqua così ingombrante, che unisce e separa le genti - le unisce quando invece secondo noi sarebbe stata fatta
per tenerle separate.
Le notizie che provengono dal fronte Mediterraneo ci raccontano una guerra che non abbiamo voglia di combattere. Di vincerla, certo, sempre: ma di
combatterla no. Almeno non a titolo personale. Per
combatterla abbiamo delegato le apposite autorità,
che hanno pieni poteri, mezzi e competenza per
procedere in autonomia. Abbiamo fatto le leggi, e
sono leggi che hanno consentito di voltare le spalle
al Mediterraneo senza dovercene più preoccupare.
Era nostra intenzione guardare altrove, in direzione
Nord-Ovest, da dove ci aspettiamo provengano ancora e sempre grandi progressi per la civiltà. Da
Sud-Est, invece, solo seccature.
Per questo motivo ogni volta che arrivano notizie dal fronte del Mediterraneo, ci prende un infastidito scoramento che degenera spesso in insofferenza. Ma come? Ancora uno sbarco? Ancora un naufragio? Ancora tutti questi morti? Come è possibile?
Avevamo dato disposizioni perché questi fatti non
succedessero più e invece ecco che continuano a
succedere. Questo interferisce e pesa molto sulla
nostra coscienza. Sia sulla coscienza di chi vorrebbe che le persone sull’altra sponda restassero dove
sono, sia di quelli che hanno il buon cuore di impietosirsene. Entrambe le categorie, per motivi diversi,
sono accomunate da una medesima caratteristica:
non vorrebbero sentire più parlare né di sbarchi, né
di naufragi, né di migrazioni.
Per noi abitanti del nord-occidente del mondo,
in preda alla sonnolenza, ogni notizia in arrivo dal
canale di Sicilia rappresenta uno schiamazzo che ci
fa sussultare, disturba il nostro sonno civile. Le notizie, se sono sempre uguali, smettono presto di essere notizie e diventano prima ronzio e poi silenzio.
Ma certe volte la sonnolenza viene scavalcata, se
qualche evento supera il livello di assuefazione.
Muoiono cinquanta, cento, duecento persone, e per
forza il nostro quotidiano del mattino deve parlarne, venendo a turbare la quietezza del nostro breakfast continentale. Allora possiamo reagire in maniere diverse. Possiamo voltare la pagina del quotidiano che stiamo leggendo, passando ad altre disgrazie
che avvengano magari un po’ oltre l’orizzonte della
nostra finestra di casa. Oppure possiamo indignarci, gridare che è una vergogna, che mai più, mai più
deve succedere una tragedia del genere. Possiamo
scrivere la parola “vergogna” a caratteri cubitali sulla nostra pagina di facebook e metterci dieci punti
esclamativi. Tutta questa indignazione, tutti questi
punti esclamativi magari possono diventare massa
critica e addirittura muovere i governanti a stringere nuovi accordi bilaterali, oppure a introdurre una
nuova legge più restrittiva. Oppure a rafforzare i
pattugliamenti, spostarne più a sud il raggio d’azione, di modo che il problema rimanga lontano dalle
nostre coste. Qualcosa di asettico, insomma, che ci
consenta di concentrarci sulle cose che ci interessano veramente.
Forse, ecco: la miopia del mondo nord-occidentale consiste nel vedere la questione sotto il mero
profilo della cronaca, e non della storia. Quel che
succede fra una sponda e l’altra del Mediterraneo
non è materia da quotidiani o settimanali. È materia da libri di storia. Non è con una semplice legge
nazionale, magari dettata dalla contingente convenienza elettorale, che si può affrontare un problema
di portata storica, anche se si declina con uno stillicidio quotidiano. Una legge nazionale è un cucchiaino adoperato per raccogliere e travasare tutta
l’acqua contenuta nel Mediterraneo. Mentre noi
cerchiamo di liquidarla con insofferenza, cronaca
dopo cronaca, la storia si va sedimentando. Questi
anni, per i nostri posteri, saranno quelli della Grande Migrazione. E noi quasi non ce ne accorgiamo.
Procrastiniamo, facciamo finta di niente. Deleghiamo, pensiamo ad altro. Ma il problema rimane.
Perché le migrazioni periodiche sono sempre esistite nella storia dell’umanità. Bisogna fare i conti
con fattori economici, climatici e sociali che vanno
molto oltre il raggio di competenza di uno Stato nazionale, e che rendono le grandi migrazioni un fenomeno inevitabile. La razza umana è nata in Africa, e dall’Africa è partita per colonizzare il mondo,
nel bene e nel male. Solo che la colonizzazione dei
nostri remoti antenati avveniva in una maniera meno eroica di quanto ci fa comodo immaginare. Non
partivano spinti dalla curiosità di sapere cosa c’era
oltre il confine del loro mondo conosciuto. No, non
era curiosità. Era fame. Anche allora: avvilentissima
fame.
Ci fa comodo pensare che si tratta di eventi avvenuti migliaia di anni fa, ma non è così. La storia
non si è mai fermata. L’Africa è sempre stata una
pentola lasciata sul fuoco, che si surriscalda periodicamente e, come fanno le pentole, se ne frega di
qualsiasi coperchio. Quando gli ingredienti arrivano a ebollizione, il contenuto si rovescia dove capita.
Ora noi questo fenomeno possiamo contenerlo,
rinviarlo, rimuoverlo, persino rifiutarlo a priori. Ma
ciò non toglie che è avvenuto, avviene. E avverrà anche in futuro.
Mare Nostrum
I SOCCORSI
Qualche settimana fa
solo in due giorni
sono stati oltre 2.600
gli immigrati soccorsi
nel mare di Sicilia
LA MISSIONE
La Marina militare
italiana ha dedicato la
missione “Mare
Nostrum” al recupero
degli immigrati
IN GIUGNO
I profughi recuperati
dalla Marina militare
italiana soltanto nel
mese di giugno sono
stati più di 22 mila
LE VITTIME
L’Onu stima che
siano morti circa 500
migranti nel
Mediterraneo
dall’inizio dell’anno
IN SALVO
Un gommone carico
di migranti uguale ai tanti che
in queste settimane approdano
sulle coste siciliane
Corbis
ROBERTO ALAJMO
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
34
tra
Per molti le pellicole
di sole immagini
e didascalie sono il punto
massimo dell’arte
Il film muto
che inebria
lo snobismo
culturale
MARIAROSA MANCUSO
Nel capolavoro di Thomas Bernhard, uno dei grandi
maestri della prosa austriaca, l’intensità drammatica
è condensata in un resoconto quasi cinico del caos
I relitti di angoscia e dolore
segnano il perturbamento
MARCO BAZZI
“R
ecensore del caos”. Così Claudio Magris ha definito Thomas Bernhard,
uno dei grandi maestri della prosa austriaca. “Perturbamento” è il suo capolavoro. Un
libro di un’intensità drammatica straordinaria,
anche se nel racconto non accade nulla di particolare: è semplicemente un resoconto, quasi cinico, protocollare, di relitti del dolore.
Bernhard è uno di quei rari scrittori che hanno rivoluzionato il linguaggio. Il suo
stile è inconfondibile. I periodi sono a volte interminabili,
caratterizzati da lunghi incisi,
da labirintici accavallamenti
del discorso, che spesso è un
monologo, recitato o riportato dal protagonista.
La storia è semplice: un
medico condotto della Stiria
fa un giro di visite, accompagnato dal figlio, il narratore.
“Il ventisei mio padre già
alle due del mattino prese la macchina e andò a
Salla, da un maestro che trovò morente e lasciò
morto, e ripartì subito dopo per Hüllberg, per
curarvi un bambino che in primavera era caduto in un mastello per maiali pieno di acqua bollente”.
La sensazione di “perturbamento”, acuita
dalla descrizione di una natura ostile, aleggia
nel romanzo dall’inizio alla fine, con alcune
punte estreme. Come nella scena degli uccelli
uccisi, decine di uccelli esotici “dal piumaggio
bellissimo”. Muore l’uomo che li allevava e suo
fratello, il mugnaio, autorizza il figlio a sopprimerli: “Da tre settimane era morto, e da quel
momento in poi erano cominciate le terribili
strida degli uccelli”. Bernhard descrive il metodo
R
ecitazione da cinema
muto. Lo diciamo quando un’attrice strabuzza
gli occhi e si aggrappa alle tende, mentre l’attore fa i passi
della pantera rosa sorprendendo la fedifraga con l’amante,
batte i pugni sul petto, si sbraccia minacciando vendetta, tremenda vendetta. Le sfumature
sono arrivate dopo, con l’arrivo
del sonoro e la celebre frase
che apriva “Il cantante di jazz”,
anno 1927: “Aspettate un momento, aspettate un momento,
non avete ancora sentito niente”.
La trama, con gli occhi di
oggi, brilla per scorrettezza politica: Jakie non vuole cantare
in sinagoga, com’è tradizione
per i maschi della famiglia Rabinowitz. Preferisce il jazz,
quindi si dipinge la faccia di
nerofumo nella tradizione dei
“minstrels show”, gli spettacoli
con i bianchi che si travestivano da neri per scimmiottarli.
Ne parla Mark Twain nella sua
autobiografia, e Spike Lee lancia le sue accuse in “Bamboozled”, pregevole soprattutto per
la sua collezione di manifesti e
giocattoli razzisti: inserisci la
IL CANTANTE
DI JAZZ
Il film del 1927,
diretto da Alan
Crosland e
nterpretato da Al
Jolson, segna la
nascita dell'era del
cinema sonoro
dell’esecuzione: “Prima si attorcigliava più volte
con grande rapidità il collo dell’uccello al dito
indice e poi gli si schiacciava la testa”.
La prima parte di Perturbamento sembra costruita per aprire la porta sul castello di Hochgobernitz, dove vive il Principe Saurau. Una sorta
di filosofo pazzo – “Ho sempre la febbre, dottore, ma la mia è una febbre che non si vede sul
termometro” - che vive nella solitudine e nel ricordo dei passati splendori della sua stirpe. “E
io giudico tutto il resto, tutto il
mondo partendo da me, dal
mio cervello, da questa specie di Hochgobernitz spirituale”.
La storia e le riflessioni
del Principe sono un romanzo nel romanzo.
“Penso alla stupidità di
tutti i modi di dire, dottore,
alla stupidità, alla stupidità in
cui l’uomo vive e pensa”. Ma il
Principe è veramente pazzo o
è solo un uomo che giudica il
mondo con la lucidità di chi
se n’è distanziato?
Anche al castello tornano gli animali morti,
questa volta a causa di un’alluvione. “Tutta la
zona era investita da un odore non molto forte
ma ‘perfido’ di cadaveri putrefatti – molti animali annegati erano ancora incastrati sulle due
rive della Ache, bestiame squarciato, gonfio, in
parte ‘tranciato dalla violenza dell’acqua’ (…) poi Saurau aveva continuato a gridare la parola
decomposizione, la parola processo di putrefazione e la parola diluvismo, finché a un certo
punto aveva parlato della devastazione presente
nella sua testa a causa dei rumori dentro il suo
cervello, una devastazione che era molto più
grande di quella che si vedeva laggiù, sulle rive
della Ache”.
(5-continua)
moneta e lo schiavetto mangerà l’anguria.
Nella lista dei dilemmi mai
risolti – fateci caso: celebriamo
un’autobiografia dicendo che
“si legge come un romanzo”, e
poi nelle fascette dei romanzi
scriviamo “tratto da una storia
vera” – la “recitazione da cinema muto” si
scontra con la
teoria dei duri
e puri. I critici e
i cultori della
materia convinti che le pellicole di sole
immagini e didascalie fossero il punto
massimo dell’arte. E che i
dialoghi fossero una volgarità buona per gli spettatori pigri
e privi di fantasia.
Tra gli eroi della resistenza
contro il sonoro spicca Luigi Pirandello, che per il cinematografo scriveva – quando aveva
bisogno di soldi – ma sotto sotto se ne vergognava. Possiamo
leggere la sua profezia di sven-
lacinetecadelmondo
lalibreriadelmondo
virgolette
tura a proposito delle pellicole
parlanti, tra altri giudizi perentori e clamorosamente smentiti
di lì a poco, nel libro di Gian
Piero Brunetta “Spari nel buio”.
Prove alla mano, dimostra la
sua tesi: quando scrivono di cinema, gli intellettuali italiani
sono miopi sempre, e ciechi
nei casi più gravi.
Una volta però si davano almeno la pena di vedere il film
in questione. Oggi va molto la
frase “Io, ovviamente, il film
non l’ho visto”. Seguono articoloni, con richiamo in prima pagina, dove questo o quel titolo
funge da pretesto per discettare sui pericoli di internet, sul
precariato dei giovani, sulla comicità femminile, sulla crisi
della politica, sulle smemoratezze dell’Alzheimer.
“Che barba, che noia, che
noia che barba!”, sbottava Sandra Mondaini in “Casa Vianello”. Quando François Truffaut
diceva “che ognuno di noi ha
due mestieri, il proprio e
quello di critico cinematografico”, almeno i dilettanti capivano qualcosa di inquadrature, di regia, di trama e di recitazione.
(5-continua)
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
35
tra
virgolette
L’intervista
La società
“Certi Paesi
mantengono
delle regole
medievali”
I
René Bossi © ilcaffè
Tra nuclei
domestici
ricomposti,
unioni gay,
figli adottati
e poligamia,
la legge
rincorre
a fatica
la rivoluzione
dei costumi
sociali
La nuova famiglia
ha già anticipato
tutti i suoi “diritti”
C
oppie di fatto, unioni omosessuali, famiglie ricomposte, figli naturali, acquisiti,
adottati... La società non ha aspettato che
la Confederazione adeguasse diritto di
famiglia, si è praticamente “autoregolamentata”. Una realtà sotto gli occhi di tutti, ma che
non ha evitato di arroventare il dibattito quando si è
saputo che in futuro nel nuovo diritto di famiglia, potrebbero rientrare temi scabrosi quale l’incesto e
persino la poligamia. Ipotesi come quelle indicate
nella perizia commissionata da Berna a Ingeborg
Schwenzer, docente di diritto privato all’università di
Basilea. Anche se il Consiglio federale ha promesso il
suo rapporto entro la fine del 2014, la sensazione è
che sarà chiamato a decidere tenendo conto di una
situazione già esistente. Sensazione condivisa sia dai
sociologi che dagli esperti di politiche sociali, concordi anche nel ritenere superate dagli eventi le leggi
in vigore.
“Il dibattito è impegnativo, ma la priorità è tutelare tutte le situazioni famigliari che sono normalissime nella vita di tutti i giorni, ma che non hanno
corrispondenza giuridica - sottolinea il sociologo
Sandro Cattacin, docente all’università di Ginevra -.
In Svizzera c’è, comunque, un’apertura nella relativizzazione dell’istituto famigliare, e non può che essere così, considerato che nel Paese più della metà
delle famiglie è ‘ricomposta’, ricreata dopo separazioni e divorzi con figli di partner diversi”. L’adegua-
mento per un diritto di famiglia più moderno e coerente, corrispondente al contesto sociale attuale e futuro, è dato per inevitabile da Giuliano Bonoli, docente di politiche sociali all’Istituto superiore di studi
in amministrazione pubblica (Idheap) dell’università di Losanna: “La società è abbastanza pronta e tollerante verso le nuove forme di ‘famiglia’ ma le leggi
seguono con una certa inerzia i cambiamenti già in
atto - osserva Bonoli, che è anche membo della
Commissione federale per il coordinamento delle
questioni familiari (Coff) -. Tra l’altro il dibattito in
corso è complicato più da questioni giuridico-amministrative come la valutazione dei costi sociali che
comporterebbero le nuove norme”.
Quando gli esperti discutono, l’ideologia passa
in secondo piano, conferma Cattacin: “Bene ha fatto,
quindi, l’Ufficio federale di giustizia a dare la priorità,
anche nella giornata di studio che s’è tenuta da poco
a Friborgo, alla tutela dei minori che sono la componente più importante della riforma. La parte normativa è sicuramente caotica, ma è anche vero che i modelli di ‘famiglia’, da quella tradizionale alle coppie di
fatto, si sono moltiplicati diventando ormai una costellazione e affinché non si manifestino ingiustizie
sarà inevitabile affrontare questioni giuridiche, non
previste, anche in tribunale”.
Questioni giuridiche e normative che non sarà
comunque facile dirimere se, come sembra, il nuovo
diritto di famiglia equiparerà tutte le convivenze di
coppia, etero o omosessuali che siano, includendo
magari le relazioni “poligame”, quelle con più persone, conviventi o amanti. “C’è già in seno alla Commissione un vivace dibattito sui conviventi che contribuiscono, economicamente, all’economia famigliare - ricorda Bonoli -. Del resto, la società evolve e
i cambiamenti devono essere regolamentati; è raro
che le leggi anticipino i mutamenti sociali e, per
quelle forme d’inerzia che ho già ricordato, cambiare legge è sempre più difficile che non cambiarla.
Fatto sta che, a differenza dell’Avs, molte casse pensioni già prevedono la reversibilità a favore del partner. E basta osservare i formulari degli asili nido per
constatare modelli di famiglia diversificati, con caselle e ruoli impensabili anni fa”.
e.r.b.
LE FAMIGLIE IN SVIZZERA
2012, in migliaia
con una persona
1220.9
con due persone
1136.0
con tre persone
463.9
con quattro persone
449.9
con cinque persone
155.6
con sei o più persone
62.4
LA POPOLAZIONE IN CIFRE
1.5
Il numero di figli, in media,
per donna in Svizzera
2.6
Persone per economia domestica
in Svizzera
2.19
Persone per economia domestica
in Ticino
Fonte: Statpop
l diritto di famiglia è sotto revisione un po’ in tutti i Paesi
del continente, come è in discussione il concetto stesso di
famiglia. La sociologa Chiara Saraceno, esperta italiana nell’Osservatorio della Comunità europea sulle politiche per combattere l’esclusione sociale, è convinta che il dibattito debba comunque concludersi con alcune
certezze. “Soprattutto nella definizione di famiglia, e già non è
facile, con la diversificazione dei
modelli esistenti, stabilire chi ha
accesso a questo riconoscimento - spiega Saraceno -. Da un lato
c’è il riconoscimento della consistenza sociale di queste realtà,
con tutti gli effetti legali che
comporta; dall’altro l’esigenza
dell’estensione all’accesso al
‘matrimonio’ alle coppie cui finora era precluso”.
Quindi un diritto di famiglia coerente e moderno
non è solo un obiettivo della Svizzera?
“Certo che no, tutta l’Europa
è coinvolta in un dibattito con
posizioni difficilmente conciliabili; alcuni Paesi sono fermi ancora al medioevo per quanto riguarda il diritto di famiglia”.
Lo scoglio maggiore è sempre rappresentato dalle
unioni omosessuali?
“No, visto che sono molti i
Paesi che ormai le prevedono;
Francia e Regno Unito sono stati
CHIARA SARACENO
Sociologa,
nell’Osservatorio
Ue sulle politiche
contro l’esclusione
sociale
gli ultimi in ordine di tempo. Il
dibattito semmai si è spostato
sul diritto genitoriale. C’è un
moltiplicarsi di modelli tra l’avere, adottare o comunque ottenere un figlio”.
Tra le novità allo studio ci
sarebbe anche la valutazione della poligamia...
“È un problema aperto, più
per l’aspetto pratico, quello dei
costi sociali, che per quello
ideologico. In realtà la poligamia è molto praticata nei fatti,
ma nessun Paese Ue, che io sappia, si sogna di legalizzarla. Penso che sia una soglia più intangibile dell’omosessualità; persino
in Olanda, che ha praticamente
permesso tutto sul concetto di
famiglia, sulla poligamia non
transige”.
Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di un allentamento del
divieto all’incesto...
“La cosa non mi scandalizza.
È forse utile ricordare che anni fa
era considerato incesto anche il
rapporto tra cugini, zii, mentre
ora è ridotto allo strettissimo rapporto familiare diretto. Ma oltre a
questa asimmetria generazionale bisogna prendere in considerazione e pronunciarsi su altre
forme di ‘incesto’. Come la mettiamo, ad esempio, con i figli
adottivi o quelli di matrimoni
precedenti del partner, riconosciuti come figli ma senza legame di sangue?”.
Qual è il primo passo, il più
importante nel nuovo diritto
di famiglia per tutti i Paesi?
“Se si vuole considerare ‘famiglia’ tutti i tipi d’unione e allargare anche il concetto di genitorialità, occorrerà stabilre un termine, una data, un periodo riconosciuto giuridicamente per
questa comunità. Quindi, a mio
parere, il periodo - che potrà essere di due, tre o più anni - non
può che iniziare con i crismi
dell’ufficialità dell’unione civile.
Unione civile che, come ho detto,
in molti Paesi non è ancora presa in considerazione”.
Pagina a cura di
GastroSuisse
e GastroTicino
Settimana dopo settimana
l’analisi di tutti i temi, gli studi,
gli argomenti, i problemi
e le norme dell’offerta
di ristoranti e alberghi.
Una pagina indispensabile
per gli operatori del settore
LARISTORAZIONE
& L’ALBERGHERIA
&
GastroNews
Caccia al risotto, iscrizioni in chiusura I difetti relativi agli spazi locati
QR-Code
A Locarno per ristoranti, produttori e gruppi di carnevale
Il 13 e 14 settembre avrà luogo a
Locarno il primo “Festival del risotto”, organizzato da GastroLagoMaggiore e Valli e Ticino a Tavola.
Sabato
“Caccia al risotto” con il
lancio dell’omonima rassegna
gastronomica
aperta a tutti i ristoranti del Locarnese che dal
13 al 21 settembre possono partecipare tenendo in carta almeno un
piatto di risotto cucinato a discre-
GastroDiritto
zione dello chef. Per lanciare la
rassegna, il sabato sera davanti ai
ristoranti di Piazza Grande, chef
locali e ospiti cucineranno risotti
che i buongustai potranno assaporare, partecipando all’estrazione
di ricchi premi. Domenica 14, invece, “1° Campionato ticinese
del risotto” destinato a gruppi di
carnevale e gruppi di enti, associazioni e simili. Non mancheranno
mercatini di prodotti locali e animazioni. Ristoranti, gruppi, produttori si iscrivano inviando un
mail a [email protected]
entro il 27 luglio.
L’inquilino deve segnalare il difetto al proprietario. Se il
difetto è grave potrebbe anche recedere dal contratto. Altrimenti egli può pretendere di farlo eliminare a spese del
proprietario dopo avergli fissato un termine ragionevole.
Inoltre, se il difetto pregiudica l’uso dell’ente locato, è
possibile pretendere una riduzione della pigione. Occorre
però prima depositare la pigione (o parte di essa) all’ufficio di conciliazione ed entro 30 giorni dal deposito effettuare una istanza brevemente motivata al predetto ufficio,
allegando pure il contratto di locazione. L’ufficio di conciliazione (che di regola non applica tasse e spese) cercherà di consigliare una soluzione equa: se le parti non si
accordano, si andrà poi dal giudice. Non si può quindi decurtare a libero piacimento il versamento della pigione,
ma va seguito un iter regolato nel Codice delle obbligazioni: altrimenti è l’inquilino a finire nel torto.
m.g.
Senza diploma
esercenti sconfitti
Iva che discrimina la ristorazione,
Expo 2015, importanza della formazione e accoglienza sono stati al
centro della recente consegna dei
diplomi cantonali alla Scuola esercenti di GastroTicino. Dopo essersi complimentato con
gli allievi per il loro impegno e aver
assicurato ai futuri esercenti l’appoggio di GastroTicino, il segretario cantonale Gabriele Beltrami ha
accennato a due importanti dossier,
la votazione sull’Iva e l’Expo 2015
(vedi articolo in taglio basso). È
toccato poi a Ermanno de Marchi,
presidente della Commissione
d’esame, salutare il Cancelliere
dello Stato Giampiero Gianella
che, con la sua presenza, “rafforza
la volontà dell’Esecutivo, avvallata
dal Legislativo, di mantenere la
collaudata verifica delle competenze mirate per gestire un esercizio
pubblico. Vedo male, e ne sento anche i riscontri negativi, la scelta di
alcuni Cantoni di liberalizzare il
settore ossia optando per nessuna
verifica di idoneità e competenza di
chi si accinge ad aprire un locale.
Un vero autogol per non dire sconfitta”. De Marchi ha poi aggiunto
che “la ristorazione è un settore ar-
ticolato in cui il successo è frutto di
passione, professionalità, impegno
ma anche la capacità di sintonizzarsi con la continua evoluzione. L’impegno l’avete dimostrato come allievi e candidati agli esami; avete
acquisito le nozioni fondamentali
per impostare al meglio la vostra attività: mettetele in pratica. Ora il
Michela
Gamboni
(miglior
media)
durante la
consegna
dei diplomi a
GastroTicino
successo è nelle vostre mani”.
Ma in un periodo di difficoltà e di
continui cambiamenti, il mettersi
alla prova è diventato una tappa obbligata. “Lo è ancor più - ha detto
Gianella - se l’attenzione è rivolta a
un’attività, quella esercentesca, che
della società avverte immediatamente gli umori, le sofferenze le
Per dare risalto alle notizie dei soci e a quelle che
possono incuriosire clienti e lettori, ecco un nuovo
sistema di comunicazione. Scaricando con un
qualsiasi smartphone un’applicazione per la lettura dei QR-code e facendo
la scansione del QR-code
che vedete in questo articolo, sarete indirizzati sul
sito di GastroTicino. Troverete il simbolo del QRcode e potrete cliccare sulla notizia per leggere questa settimana:
> Il nuovo libro “In simbiosi con la natura“
> I vincitori de “Il grotto dei misteri 2014“
> “Clean Up Day“ anche a Lugano
GrazieGastro! Un bel concorso
con ricchi premi per i clienti
Liberalizzare
il settore
della ristorazione?
Un autogoal!
Ecco perché
la formazione
è importante La ristorazione è un settore chiave per la Svizzera.
Votare SÌ il 28 settembre sostenendo l’iniziativa popolare “Basta con l’Iva discriminatoria per la ristorazione”, è nell’interesse dell’industria ricettiva e
quindi di tutti noi. La ristorazione svizzera fa molto
per il nostro Paese. Perché? Scopritelo leggendo le
sei motivazioni sul sito www.graziegastro.ch/di-cosa-si-tratta/ partecipando anche a un concorso con
ricchi premi. Gli esercenti sono invitati a utilizzare
tovagliette, volantini, locandine ed espositori da tavolo dove sono descritte le 6 ragioni più importanti
che fanno della ristorazione uno dei settori chiave
per la Svizzera. Chi vuole utilizzare i mezzi a disposizione può ordinarli gratis sul sito www.basta-discriminazione-iva.ch, ma si può anche telefonare a
GastroTicino per verificare se il segretariato ha ancora materiale in deposito. Ecco la quarta ragione
che ci spinge a votare un SÌ convinto.
La ristorazione rappresenta un settore sociale di
spicco poiché, come quasi nessun altro settore
> crea posti di lavoro per gruppi che di norma hanno
più difficoltà sul mercato del lavoro
> rappresenta un punto di incontro sociale
> offre la possibilità di stare in compagnia.
La ristorazione contribuisce quindi in modo determinante all’elevato tasso di attività di tutta la
Svizzera.
speranze, la realtà quotidiana”. Il
fatto di disporre di una formazione
adeguata è, quindi, una condizione
imprescindibile per assolvere con
senso di responsabilità il proprio
compito. Ma c’è di più. “Un paese
a vocazione turistica come il Ticino
deve pretendere da chi intende
svolgere questa attività professionale, che la assolva con il giusto
spirito e dedizione; oso dire che
debba affrontare il proprio compito
quasi come una missione”. Occorre
immedesimarsi con il cliente, assicurando gentilezza, disponibilità e
competenza. Molto è stato fatto e si
sta facendo da parte di GastroTicino per migliorare il servizio ai
clienti. “Ma non basta: chi si mette
a disposizione per questa attività
deve essere consapevole che non lo
fa fine a sé stesso, ma in una realtà
che vuole esprimere qualità ed eccellenza. Solo così il Ticino può
prendere di competere alla pari con
altre realtà in concorrenza con noi”.
Si è quindi svolta la cerimonia di
consegna dei diplomi con il premio
Swica attribuito a Michela Gamboni di Vogorno con la media del 5.9.
Complimenti.
a.p.
Ecco TicinoVino Wine estate,
una rivista per gustare il Ticino
La Federazione esercenti e albergatori è preoccupata per le conseguenze a livello economico e turistico
Votazione Iva ed Expo 2015, dossier importanti
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spiegato che GastroTicino sostiene la
partecipazione ticinese a Expo 2015.
“La vicinanza con Milano ci impone di
fare il possibile per promuovere il nostro Cantone invitando i milioni di turisti che giungeranno da ogni parte del
mondo, a visitare anche il Ticino. In
questo senso GastroTicino ha partecipato alla raccolta fondi da parte dei privati, per sostenere gli sforzi delle autorità cantonali e ha già avviato alcune
iniziative che contribuiranno a farci conoscere oltre confine”. Non sfruttare
tale opportunità sarebbe un errore.
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uno dei più importanti fiori all’occhiello con il quale il nostro Paese si presenta ai turisti svizzeri e stranieri. Questo
10%
20%
settore e i suoi clienti sono tuttavia discriminati poiché per lo stesso prodotto
i nostri clienti pagano l’8% mentre
quelli dei take-away il 2.5%. Lo scopo
è parificare l’Iva applicata alla gastronomia e ai take-away. In questo modo,
ne risulterebbero rafforzati sia il settore
alberghiero e della ristorazione, sia i
posti di lavoro e di formazione”. Occorre quindi mobilitarci subito e sostenere in modo attivo la campagna lanciata da GastroSuisse.
Approfittando della presenza del Cancelliere dello Stato, Beltrami ha poi
40% 15%
Spesso la ristorazione è soggetta a
provvedimenti dalle conseguenze molto negative. Un esempio? Quello fornito dal segretario cantonale di GastroTicino, Gabriele Beltrami, durante la cerimonia di consegna dei diplomi di
esercente. “Il 28 settembre voteremo
sull’iniziativa popolare lanciata da GastroSuisse Basta con l’Iva discriminatoria per la ristorazione. Vincere questa votazione è nell’interesse dell’industria ricettiva e di tutti i clienti! L’industria ricettiva è uno dei settori economici trainanti in Svizzera ed è anche
noranco - Losone
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Fresca di stampa, la rivista trimestrale TicinoVino
Wein (Rezzonico Editore) giunge in questi giorni
nelle case degli abbonati. Il numero estivo apre
con un articolato servizio su un tema scottante, il
rapporto tra paesaggio e viticoltura, e in seguito
propone interviste ai viticoltori Daniel Huber di
Monteggio e Paolo Hefti di Verscio, al presidente
della Federviti Giuliano Maddalena, ai coniugi
Lupi del Grotto Fossati di Meride (una Mecca per
gli amanti del vino). Gustose ricette e abbinamenti
cibo-vino sono suggeriti da chef
e sommelier creativi (Yves
Bussi, Peter Raith, Paolo Gabriele, Emilio Del Fante),
ggio
mentre il viaggio tra i sapori
Paesa oltura
ic
e vit futuro?
fa tappa per degustare la gazquale
zosa, simbolo dell’estate ticinese, un buon gelato artigianale, il formaggio
“bleu” prodotto quest’anno
per la prima volta in Ticino. In
sommario troviamo pure la storia di
un’azienda (Mulino Maroggia), di un vigneto antichissimo (a Bigorio), i ricordi di un alpigiano che
ha trascorso tutta la vita sulle montagne onsernonesi, le proposte stuzzicanti del Centro Pro Natura
Lucomagno (un esempio? dormire in una tenda
mongola con vista sul cielo stellato). Nelle news
alcuni anniversari importanti (Tamborini e Zanini)
e i risultati del Mondial du Merlot 2014. La rivista,
edita da Rezzonico a Locarno, è bilingue (italiano
e tedesco) e ampiamente illustrata. Solo su abbonamento (091 756 24 10).
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L’itinerario
IL CAFFÈ
20 luglio 2014
1° giorno
4° e 5° giorno
9° giorno
Ticino – Windhoek (via Johannesburg con
pernottamento a bordo)
I San, il Namib e le dune di Sossusvlei (320 km)
Damaraland, Twyfelfontein e Etosha (320 km)
6° giorno
10° giorno
Il deserto del Namib e Swakopmund (380 km)
Etosha e il safari (300 km)
2° giorno
Arrivo a Windhoek nel pomeriggio e
tempo libero per scoprire il centro
cittadino o per il relax
3° giorno
Il deserto del Kalahari
7° giorno
11° giorno
Escursione a Walvis Bay e Sandwich
Harbour e rientro a Swakopmund
Etosha, Okahandja (mercato del legno)
e Windhoek (410 km)
8° giorno
12° giorno
Cape Cross e la Costa degli Scheletri (350 km)
Partenza per il Ticino (via Johannesburg)
Le mete
37
tra
virgolette
IL PAESAGGIO
Dead Vlei nel Namib
Naukluft Park
GIÒ REZZONICO
T
ra dune spettacolari, paesaggi lunari e incontaminati, deserti rossi, distese di lava e
canyon maestosi prosegue il nostro itinerario in Namibia (per la puntata precedente
vedi “il Caffè” di settimana scorsa a pagina
41). Dal deserto del Kalahari, che delimita il Paese ad
est, ci spostiamo verso ovest per visitare il deserto del
Namib, che dà il nome allo Stato e si estende per oltre
2000 chilometri lungo la costa oceanica. La strada che
collega i due deserti attraversa un paesaggio lunare: le
montagne hanno riflessi rossi e verdi e la terra del fondo della pista è violacea.
UNA MAGIA FORGIATA DAL VENTO
Le dune di Sussusvlei, le più alte al mondo, nel
Namib Naukluft Park sono uno spettacolo indimenticabile. Si ergono attorno ai letti bianchissimi di antichi laghi prosciugati, che mettono in risalto lo straordinario color albicocca della sabbia del deserto. Le tonalità di colore mutano a seconda della posizione del
sole, ma al tramonto la tavolozza dei rossi è indescrivibile. Anche le forme delle dune, forgiate dal vento,
sono in perenne mutamento. Il luogo più magico del
parco è certamente Dead Vlei, un lago prosciugato
circondato da una corona di dune. Sulla distesa bianca dell’antico bacino si profilano spettrali gli scheletri
di alcune piante morte 500 anni fa. Sculture e colori di
cui è artefice la natura, il più grande artista al mondo!
Gli studiosi ritengono che il deserto del Namib risalga a 80 milioni di anni fa e sia uno dei più antichi
della Terra. Pare sia stato forgiato dalle sabbie del Kalahari, dello stesso colore, trasportate dal fiume Orange fino al mare, da lì spinte a nord dalle fredde correnti artiche del Benguela e infine trasportate lungo la costa dalle onde del mare.
Le dune di Sussusvlei – la più alta raggiunge i 350
metri – si possono scalare con grande fatica, perché i
piedi sprofondano nella sabbia e si avanza molto lentamente, come camminando nella neve fresca.
Un altro luogo magico della regione è il Sesriem
Canyon, profondo 30 metri e lungo 1 chilometro, scavato dal fiume Tsauchab. Lo si può percorrere a piedi
lungo il letto del fiume ormai prosciugato, perché qui
non piove da ben tre anni.
N
AMIBIA
Sulle dune più alte al mondo
LA
Al tramonto lo straordinario color albicocca
della sabbia si colora di rosso. In crociera
sulla costa oceanica in compagnia di foche
che saltano a bordo e delfini che sfrecciano
tra le chiglie dei catamarani. E, per finire,
il fotosafari all’Etosha National Park,
uno dei più grandi e suggestivi dell’Africa
VERSO LA NEBBIOSA COSTA OCEANICA
Il deserto del Namib si addentra per 70-150 chilometri nell’entroterra ed è delimitato a ovest dall’Oceano e ad est da una catena montuosa, che dà accesso
all’altipiano centrale: una sorta di spina dorsale molto
abitata, che ospita anche la capitale della Namibia.
Una strada sterrata corre ai limiti del deserto e lungo
le montagne. Si attraversa dapprima uno scenariospettrale di dune pietrificate, quindi un profondo canyon. A Solitaire, uno dei rari villaggi che si incontrano lungo il tragitto, uno svizzero gestisce una pasticceria nota per produrre il miglior strudel di mele della
Namibia. La tratta più spettacolare la si percorre però,
prima di raggiungere la costa, fiancheggiando la Valle
della Luna: come indica bene il nome, il paesaggio è
davvero lunare e ricorda quello della celebre Dead
Valley nel sud ovest degli Stati Uniti. Avvicinandosi al
mare il clima cambia, diventa inaspettatamente fresco, a causa delle fredde correnti antartiche, e spesso
anche nebbioso, soprattutto in mattinata. È un fenomeno che si verifica lungo tutta la costa oceanica della Namibia e non senza conseguenze per il deserto
del Namib, definito dagli studiosi “un deserto che vive”.
UN DESERTO CHE VIVE
La costante presenza di nebbia, che si inoltra per
una trentina di chilometri nell’entroterra desertico
lungo la fascia costiera, favorisce la presenza di specie
animali e vegetali che hanno saputo adattarsi alle esigenze dell’ambiente, ricavando da questo particolarissimo ecosistema l’acqua necessaria per sopravvivere. L’esempio più eclatante è quello della Weltschia,
una delle piante più antiche al mondo. Nei pressi della Valle della Luna se ne possono ammirare vari
esemplari, ma in particolare una che, secondo gli studiosi, ha addirittura 1600 anni di vita. Questo vegetale, con oltre due metri di diametro, non spicca per bellezza ed è curiosamente imparentato con le conifere.
Trae i liquidi, di cui ha bisogno per sopravvivere, soprattutto dalla condensazione della nebbia e solo in
quantità limitata dal sottosuolo.
TRA OTARIE E PELLICANI
La località più nota della costa è Swakopmund,
una cittadina che ospita ancora diverse famiglie di
origine tedesca, i cui antenati si sono stabiliti in Nami-
LA NATURA
Sopra, animali
al pozzo
nell’Etosha
National Park;
accanto,
Sussusvlei, le
dune più alte
del mondo
bia quando il Paese era una colonia dell’Impero germanico. La presenza di numerosi edifici di fine Ottocento e d’inizio Novecento, risalenti all’epoca coloniale, dà l’impressione al turista di trovarsi in una cittadina tedesca sulle rive del Mare del Nord o del Mar
Baltico.
La costa ed il suo mare ospitano numerosi animali: soprattutto fenicotteri rosa, che si radunano in
grandi stormi attorno alle pozze, otarie (una specie di
foca), presenti con una colonia di 100mila esemplari,
pellicani e delfini. In partenza da Swakopmund o dalla vicina e più moderna Walvis Bay, che come molte
altre cittadine attraversate durante il nostro viaggio ricorda l’edilizia dei villaggi americani, vengono orga-
si insabbiò. Venne allora inviato un aeroplano, che
sprofondò nella sabbia e non riuscì più a decollare.
Infine, per mettere in salvo i naufraghi fu necessario
Etosha
inviare un convoglio di camion via terra.
National Park
La spettacolare terra del Damaraland è famosa
per le incisioni rupestri e per i safari alla ricerca
degli elefanti del deserto (una specie di diN
mensioni ridotte), che è possibile incontraA
re con un po’ di fortuna effettuando
un’escursione in fuoristrada 4x4 attraverM
so un territorio sensazionale.
Damaraland
I
A Twyfelfontein, invece, si possono
ammirare incisioni rupestri realizzate
B
alcuni millenni fa. Si tratta di 2500 imI
magini rilevate su circa 200 lastre di
A
arenaria rossa, che rappresentano leoWindhoek
Swakopmund
ni, elefanti, rinoceronti, zebre, antilopi, giraffe e struzzi presentati in forma
stilizzata, ma con precisione di dettagli.
La datazione di queste opere d’arte, che
Sossusvlei
appartengono al Patrimonio mondiale
Deserto
dell’Unesco, è alquanto incerta, ma gli
del Kalahari
studiosi ritengono si possa collocare tra i 3
e 5mila anni fa.
nizzate delle crociere per un incontro ravvicinato con
questi simpatici animali. Le goffe foche, che raggiungono un peso medio di 200 chilogrammi, salgono a
bordo dei catamarani come animali addomesticati e
si lasciano carezzare mentre il capitano offre loro freschi pesciolini di cui sono golosissime: ne mangiano
in medie 15 chili al giorno. I pellicani atterrano con
eleganza sugli scafi e introducono il loro lungo becco
arancione all’interno dei finestrini per ricevere pure
loro i pesciolini. I delfini giocano con l’imbarcazione
a due chiglie collocandosi nel bel mezzo del catamarano ed esibendosi in tuffi vertiginosi.
Un’altra esperienza indimenticabile è la gita di 60
chilometri in fuoristrada 4x4 lungo un paesaggio incontaminato e incantevole, che si snoda sulla sabbia
in riva al mare da Walvis Bay a Sandwich Harbour per
poi inoltrarsi nelle dune. I piloti delle vetture 4x4 si
sbizzarriscono in acrobazie che lasciano i turisti senza fiato. Ma poi, per farsi perdonare, apparecchiano
una tavola imbandita in riva al mare con ostriche e
champagne.
LE ANTICHE INCISIONI RUPESTRI
Il nostro itinerario prosegue verso il Damaraland,
la terra del popolo damara, una regione arida e ricca
di arenaria che colora le montagne di rosso. Ma prima
di abbandonare la costa incontriamo uno dei tanti relitti di navi vittime dei fondali marini in perenne mutamento di questa insidiosa costa oceanica. A questo
proposito si racconta la drammatica storia di una nave inglese che nel 1942 trasportava militari e passeggeri. Dopo essersi arenata chiamò in soccorso un’altra imbarcazione della flotta britannica, ma pure essa
NELL’ OASI DEGLI ANIMALI SELVATICI
Il nostro viaggio si conclude, prima di tornare
nella capitale per il rientro in aereo, con la visita dell’Etosha National Park, uno dei parchi più grandi e più
famosi di tutta l’Africa. Aree di savana, immense distese di cespugli spinosi, zone di fitta foresta, pianure
sconfinate, un grande lago salato (per il momento
prosciugato perché non piove da tre anni), e numerose pozze, costituiscono l’ambiente ideale per una
moltitudine di animali selvatici. Il metodo più sicuro
per avvistarli e fotografarli consiste nell’appostarsi
nelle vicinanze di una pozza ed osservare il loro avvicendarsi nel rispetto della gerarchia che regola il
mondo animale. In ordine di importanza ogni specie
Per saperne di più
Namibia
Polaris, Firenze 2011
Namibia
Dumont, Milano 2013
Namibia
Lonely Planet, Torino 2010
aspetta pazientemente il suo turno: dapprima gli elefanti, poi i predatori, quindi gli erbivori e infine i volatili. In una sola giornata abbiamo avuto l’opportunità
di vedere diversi gruppi di elefanti giocare con il fango
nell’acqua, un leone che dormiva satollo davanti alla
carcassa di una giraffa che aveva appena assalito e in
parte divorato, una famiglia di leoni che si avventava
sua una sventurata preda. Più da lontano abbiamo avvistato anche due ippopotami. Ma abbiamo avuto
l’opportunità di ammirare anche molti altri animali:
giraffe, zebre, gazzelle di ogni specie, gnu, sciacalli,
una iena e due aquile. Una giornata davvero proficua
se confrontata con quanto avviene in altri parchi, dove è difficile avvistare gli animali.
2-fine
(La puntata precedente è stata pubblicata
domenica 13 luglio)
IL CAFFÈ
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38
tra
l’incontro
virgolette
Chi è
Agenzia Fotogramma
Il 77enne scrittore,
giornalista, attore,
conduttore e produttore
radiotelevisivo
italiano. Ha anche
scritto e recitato
per il teatro cabaret,
in dialetto piemontese
“Ho ascoltato il papa di nascosto”
P
ALESSANDRA COMAZZI
ersonaggio eclettico e colto, Bruno Gambarotta, nato ad Asti nel 1937, scrittore (il suo ultimo giallo, “Ombra di giraffa”, edito da Garzanti), presentatore, attore, ex cameramen, conduttore di quiz “laterali”. Come “Porca miseria”, in onda su Raitre negli anni ‘90, Un quiz “sociale”
con Fabio Fazio, Patrizio Roversi e Gambarotta stesso,
che voleva dimostrare come fosse (o non fosse) possibile
per la cosiddetta famiglia media italiana - quella che
guadagnava allora 2 milioni 560 mila lire il mese (circa
duemila franchi) - sopravvivere, tenendo conto degli
imprevisti e degli sgambetti della vita. Le domande erano di questo tipo: se le scale del vostro palazzo sono state insozzate con scritte antisemite, contribuite con 100
mila lire alla pulitura? Oppure: dovete spendere 200 mila lire per il vostro cane: le spendete o lo abbandonate?
Ancora: avete l'occasione di sottrarre 300 mila lire a una
vostra vicina di casa che non se ne accorgerebbe: le
prendete o no? Fazio conduceva, Roversi controllava,
Gambarotta detto B.G. (“che - chiosava - non vuol dire
‘Big Gim’: Big Gim è un culturista e i culturisti hanno un
grissino bagnato in mezzo alle gambe”) faceva il notaio
all'antica, provvisto di corredo con dodici pezzi di tutto lenzuola, federe, camicie, fazzoletti - e un po’ suonato.
Gambarotta si impegna in molte cose: lavora, scrive,
Bruno
mangia, racconta aneddoti. Uno è quello del papa. Era il
1964, lui faceva il cameraman. Era andato, con tre squadre di ripresa Rai, al seguito di Paolo VI in Israele. La sera
del 5 gennaio si trova nella legazione apostolica di Gerusalemme, dove c’è l’orto del Getsemani, per documentare lo storico incontro tra il papa cattolico e il patriarca ortodosso Atenagora. Non si parlavano da mille anni.
“Io stavo su un trabattello per riprendere l’entrata
della stanza dove si sarebbero incontrati - racconta -.
Dovevano vedersi alle 17, invece tutto slittò alle 21. Noi
avevamo molta fretta perché dovevamo andare a Betlemme, dove l’indomani il pontefice avrebbe celebrato
la messa nella basilica della Natività. Consideriamo che
allora non c’era il satellite, le riprese venivano registrate
su Ampex, portate all’aeroporto, in questo caso di Amman, messe sull'aereo: raggiunto Ciampino, arrivavano
alla Rai scortate dalla polizia. Andavano in onda qualche ora dopo, neanche tanto. Quindi eravamo di corsa,
agitati. Il papa e Atenagora a un certo punto restano soli,
parlano in francese, colloquio segreto. Ma i colleghi avevano dimenticato il microfono acceso. Io in cuffia sento
tutto. Arriva un agitatissimo dirigente Rai che prima
spera che io non capisca il francese; poi mi fa giurare che
non ne parlerò con nessuno: e così è stato, quello che
dissero me lo porterò nella tomba. Poi, mentre smontiamo tutto, resta un obiettivo nella stanza dell'incontro,
dove intanto a Paolo VI le suore servono la cena, non
Gambarotta
c’era più tempo per andare da un’altra parte. Io entro, lui
sta mangiando il risotto alla milanese. Mi vede, smette
di mangiare, spalanca gli occhi, mi guarda stupito, io allargo le braccia e dico: ‘Santità, l’obiettivo’, e me ne vado
arretrando”. Come davanti a Luigi XIV.
Ogni tanto fa la tv personalmente, Gambarotta. Aveva affiancato Adriano Celentano in qualcuno dei suoi
magici show, rari ma metodici, controversi e sempre seguitissimi. Gli fu accanto nel 1987, anche come autore, a
“Fantastico 8”. Alla vigilia di un referendum sulla caccia,
Celentano mostrò un filmato di Greenpeace sul massacro dei cuccioli di foca e invitò a scrivere sulla scheda
elettorale “La caccia è contro l’amore”. Anzi, per l’esattezza scrisse “e” senza accento, e da lì si autodefinì “il re
degli ignoranti”. Gli fu accanto in “Svalutation”, nel 1977,
programma ma pure canzone, riproposta di recente da
Raphael Gualazzi, sembra scritta ieri. Talvolta diventa
poliziotto, come nella serie del “Commissario Manara”,
con Guido Caprino: “Capelli lunghetti, basettoni, occhialoni, arriva col giubbotto di pelle, la moto e l’aria trasandata in questo commissariato di provincia. Io sono
l’agente centralinista, emigrato dal Piemonte. Lo vedo e
gli indico l’ufficio passaporti, penso sia un globetrotter
perduto e sfaccendato. Invece è il nuovo capo”.
Il passato di cameraman è una miniera. “Un doppio
hurrà per Nonna sprint/ la vecchia che è più forte di un
bicchiere di gin/ la sola sua vista fa venire uno shock/ e
tutti i suoi nemici metterà kappaò”: era la sigla di “Giovanna, la nonna del Corsaro Nero”, mitico programma
della tv dei ragazzi Anni ‘60. Il ricordo è inversamente
proporzionale alla reale presenza, perché intorno alla
“Giovanna” c’è mistero. C’è un giallo. È scomparsa, lei e
tutto il girato. “La prima edizione dello sceneggiato per
ragazzi, datata 1961, fu effettivamente trasmessa in tempi in cui non era possibile registrare - ricorda Gambarotta-. Ma poi si andò avanti fino al 1966, e le cose erano
cambiate: con l’arrivo dell’Ampex si registrava su nastri
magnetici. Eppure, di quel mitico sceneggiato non v’è
traccia: essendo diventato intanto un vero oggetto di
culto, la memoria lo mantiene vivo, la negazione di sé lo
perpetua. E dunque, nella mostra al Vittoriano di Roma
per i 60 anni della Rai, Giovanna la Nonna ha avuto una
sezione tutta per sé”.
Una rassegna viaggiante: dopo Roma alla Triennale
di Milano, quindi in concomitanza con i 90 anni della
radio, tappa a Torino. Gambarotta è certo: “Il ruolo
dell’indomita Giovanna ha portato fortuna alla sua interprete, Anna Càmpori, che ha 97 anni, è lucidissima,
solo ci sente poco. Accanto a lei c’erano il maggiordomo
Battista (Giulio Marchetti, che ripeteva sempre ‘mi sia
consentito il dire, signora contessa’) e il nostromo balbuziente Nicolino (Pietro De Vico), che aveva un indice
di gradimento del 100 per cento: loro non ci sono più.
Sono in forma, invece, la regista Alda Grimaldi, la costumista, autrice dei bozzetti regalati alla Rai, Rita Passeri,
la coreografa Susanna Negri e io stesso, l’ex cameraman,
non mi lamento”. Tutti di Torino perché a Torino si girava. Si è recuperato il copione della prima puntata, con la
disposizione delle camere. Gambarotta non dimentica:
“Io ero ancora provvisorio, sostituii un collega che aveva
mollato la posizione, anche se lui ha sempre negato. E
da lì continuai per tutta la durata della trasmissione. Si
faceva una settimana di prove, di sala e in studio, e poi si
girava, in diretta. Una volta che ci fu un errore importante alla fine di una puntata, si rifece tutto. Io ero stato appena assunto, ricordo che un bel giorno giravano sullo
spiedo certi polli così invitanti. La tradizione vuole che,
quando in scena c’è qualcosa di commestibile, una volta
finito di girare, si mangia. E sui polli si avventarono le
ballerine. Io non ebbi il coraggio di competere, ancora
adesso ho dei rimpianti”.
IL CAFFÈ
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39
leopinioni
Un recente viaggio in Namibia mi
ha fatto riflettere sulle difficoltà che le
giovani democrazie africane incontrano
per costruire un futuro e superare le
sgradevoli eredità dell’epoca coloniale.
E questo anche in un Paese come la Namibia, che ha enormi potenzialità economiche e non è dilaniato da lotte religiose (l’80 per cento della popolazione
è cristiana).
Iniziamo dalle potenzialità di questa giovane democrazia, nata nel 1990.
Una prima opportunità è rappresentata
da un territorio splendido e vastissimo
(grande tre volte l’Italia), abitato da poco più di 2 milioni di abitanti, con una
concentrazione media di 2 persone per
chilometro quadrato. Grazie alla bellezza dei suoi paesaggi estremamente variegati la Namibia ha sviluppato un turismo di elevato livello e in continuo sviluppo: oggi rasenta il milione di visitatori all’anno.
APPUNTI
DI
VIAGGIO
GIÒ
REZZONICO
Un’altra ricchezza del Paese è rappresentata dalla presenza di minerali di
ogni genere: oro, argento, stagno, rame,
piombo, zinco, pirite, fluorite, eccetera,
ma soprattutto diamanti e uranio. Dalle
miniere di diamanti namibiane proven-
gono le gemme più pure al mondo. E
per quanto attiene all’uranio la Namibia
ospita la miniera più ampia della terra.
Grazie alle correnti fredde antartiche la costa oceanica della Namibia figura tra le dieci regioni più pescose al
mondo. Molto importante è anche
l’agricoltura, che direttamente o indirettamente offre tuttora da vivere al 70 per
cento della popolazione ed è particolarmente orientata verso l’allevamento del
bestiame (80 per cento del reddito del
settore). Il sottosuolo namibiano sembra essere ricco anche di gas e di giaci-
menti di petrolio: si sta procedendo a
trivellazioni.
Nonostante queste enormi potenzialità e sebbene il reddito medio pro
capite sia il più alto del continente dopo
il Sud Africa, il 50 per cento degli abitanti vive tuttora al di sotto del livello di
povertà. Questo è dovuto al fatto che il 5
per cento della popolazione, in prevalenza bianca, controlla i tre quarti dell’economia. E sono proprio questi i difficili retaggi del periodo coloniale con
cui deve confrontarsi la Namibia indipendente. Ripercorrendo le tappe prin-
RENATO
MARTINONI
LIDO CONTEMORI
Se è alle nostre porte
che bussa la povertà
I discorsi di Francesco
e il potere dei cristiani
CHERUBINO. Anche chi si era allontanato dalla chiesa, a
capo chino, passando dalla finestra, per non dare troppo
nell’occhio, sta rientrando a fronte alta dal portone. Ce n’è
ben donde, del resto. Non ha peli sulla lingua, il Santo Padre!
Mica come certi che, quando aprono la bocca, non si capisce
se parlino arabo o cinese. Francesco dice pane al pane e vino
al vino. Ha spiegato a chiare lettere che i mafiosi sono degli
scomunicati, non gente che vive in comunione con Dio. Anche se tengono la lupara sulle pagine aperte della Bibbia. Anche se chiudono i loro pizzini invocando la Trinità. L’uomo arrivato dalla fine del mondo (come mi dispiace, io tifavo per
l’Argentina e invece hanno vinto quei diavoli di tedeschi) incontra le vittime di coloro che alcuni, giù sulla terra, chiamano preti pedofili e scaglia il suo anatema contro quegli infami
peccatori. Più di recente poi il pontefice ha urlato con un filo
di rabbia, tenendosi la papalina che il vento, il bricconcello!,
voleva portargli via: i religiosi sono religiosi, non uomini di
potere. Pensino a pregare, non ad arraffare le torte o a spartirsi il marzapane. Che cosa avrà mai voluto insinuare? Volo a
domandarlo all’arcangelo Gabriele.
CARONTE. Le parole sono parole e i fatti sono fatti. Come
la mettiamo con le processioni che sostano davanti alle ville
dei mafiosi perché la Madonna si inchini ai mammasantissima? Come spieghi che certi monsignori proteggono i pedofili? È dura la guerra contro i demoni! E come godo quando trasbordo all’inferno le anime dei dannati. Franceschie’ sogna di
mettermi in pensione? Guai a voi, anime prave! Mai sarà vuota la barca del vecchio Caronte! Che dire poi dell’ammonimento del papa: i religiosi sono religiosi, non uomini di potere. Che i credenti lascino dunque la borsa dei pilleri a noialtri
poveri cristi. E che snocciolino invece il rosario. Tu dici che i
religiosi non sono uomini di potere? Ma apri un po’ gli occhi,
Cherubino, e vedi quante battaglie, ogni giorno, dietro le
quinte, combatte chi parla di devozione e predica la spiritualità! Pur di tenere le mani sul lardo si mettono in combutta perfino con i massoni! E quanto sono abili, certe congregazioni
che operano in Dio, e certe comunioni di fedeli, a disseminare
i loro adepti nelle stanze dei bottoni. Per accaparrarsi il potere
e per distribuirselo fra di loro! Rispondi che lo fanno a fin di
bene? Ma dàlla da bere ai mamelucchi! A certe frottole possono credere soltanto i cherubini. Non certo i demoni. Siamo
pratici della vita, e delle sue miserie, noialtri! E, visto come si
comportano certe sue pecorelle, astute più delle volpi, non
sarà certo un papa a farci cambiare idea.
Caro Diario,
è difficile immaginare fino in fondo la realtà e la fatica di
vivere dei poveri. E il girone di chi è lambito da questa piaga,
che allarga i cerchi della depressione, è purtroppo molto affollato, ovunque. Ogni povero è uno sfregio alla dignità della
persona. Si fa alla svelta a liquidare il problema con i numeri.
Le statistiche colpiscono per un attimo, talvolta ci impressionano, ma scivolano via veloci dalla memoria.
PROPRIO in questi giorni sono state diffuse le cifre di
quanti sono in affanno nello sbarcare il lunario in Svizzera:
ben 590 mila persone. Positivo il fatto che la percentuale in
questi ultimi anni sia rimasta stabile, ma crescono le zone a
rischio e i fattori precipitanti. Attorno a noi è generalmente
peggio. In Italia una persona su dieci è diventata povera: il
numero di coloro che vivono al di sotto di standard di vita
decorosi è raddoppiato in 6 anni, salendo da 3 a 6 milioni.
Dati sottostimati parlano di 11 milioni di francesi lambiti dal
tasso di povertà, che preoccupa la stessa florida Germania.
SI FA ALLA SVELTA a scivolare nel baratro. A poco a poco
perdiamo il ritmo o subiamo contraccolpi non previsti o immaginati e ci troviamo indietro, spazzati, in progressiva perdita di tenuta. La povertà è un’oppressione umiliante, è la negazione di ciò che l’uomo dovrebbe avere, casa, lavoro, scuola per i figli, una certa prospettiva di sicurezza e di serenità.
PER FORTUNA ci sono sensibilità diffuse e braccia che si
fanno carico di andare incontro alle fasce deboli, ai “feriti”
dalla quotidianità, agli esclusi, agli ultimi degli ultimi, dentro
le loro angosce, le loro disperate solitudini e le loro rabbie.
Basti pensare nel Ticino all’opera benemerita, sull’arco di tutto il sacrosanto anno, da Fra’ Martino e tutto l’equipaggio dei
250 volontari che lo affiancano con il Tavolino Magico e alla
Mensa della Resega: sono centinaia ogni giorno, da Chiasso a
Biasca, a Grono, le persone aiutate. Poi ci sono le San Vincenzo, la Caritas, Emmaus, molte iniziative e molti gesti che
sfuggono all’evidenza della cronaca: ma sono mani tese verso chi arranca e a volte non trova neppure la forza di bussare,
magari frenato dalla discrezione, dalla compostezza, dalla
vergogna (che dovrebbe essere, invece, di chi causa e di chi fa
sprofondare nell’afflizione).
DICEVA l’Abbé Pierre, che portò la sua rivoluzione dei
cuori anche nel Ticino con una gemmazione di solidarietà:
“Se tu soffri, io sto male. Vi sono momenti in cui tutto questo
grida forte in me, perché il male degli altri diventa veramente
il mio“. La speranza viene anche dall’attenzione agli altri.
Addio alle lettere di una volta,
prima di scriverle ci pensavi
DOMENICA
IN
FAMIGLIA
MONICA
PIFFARETTI
ilcaffè
Settimanale di attualità, politica, sport e cultura
cipali della sua storia si può ben capire
come il processo di mutamento per
giungere a una più equa distribuzione
del reddito sarà lungo e difficile. Ventiquattro anni di indipendenza sono ben
poca cosa di fronte a secoli di dominazioni estere: i boeri, i tedeschi, gli inglesi, i sudafricani. Non si dimentichi inoltre che il Paese deve ancora fare i conti
con la scomoda eredità dell’apartheid,
che di fatto ha diviso la Namibia tra
bianchi e neri. Un’altra insidia è rappresentata dal fatto che la Namibia è uno
stato multietnico, creato senza tener
conto dei territori occupati in passato
da queste differenti popolazioni. Lo
strumento principale per affrontare tutte queste sfide è stato individuato nell’istruzione. Oggi l’84 per cento della
popolazione è alfabetizzato. Sulla formazione si stanno investendo molti soldi e grandi energie, ma mancano gli insegnanti.
FOGLI
IN
LIBERTÀ
COLPI
DI
TESTA
GIUSEPPE
ZOIS
la ribalta in una nuova forma anche
per i bambini. Bambini che, non appena lasciati da parte pannolini e biberon, iniziano i primi contatti ravvicinati e personalizzati con il mondo
delle nuove tecnologie. Non più carta
e penna, colori, pastelli per disegnare
i primi meravigliosi scarabocchi, ma
già uno schermo per toccare, muovere, colorare, disegnare. Un incontro
episodico non è la fine del mondo,
ma, quando e se il digitale precoce
diventa abitudine di gioco e sostituisce i vecchi arnesi, beh, ci si deve interrogare anche sulle conseguenze.
Direttore responsabile Lillo Alaimo
Vicedirettore
virgolette
Passato coloniale e apartheid,
pesante eredità della Namibia
IL
DIARIO
La calligrafia specchio dell’anima.
Alcuni lo credono e alcuni provano
persino a decodificarla. A scorgere
fra le sue lettere e i suoi spazi il carattere, l’umore, l’anima di chi impugna
penne, pennarelli, matite per magari
tracciarne profili psicologici, o a svelarne segreti nascosti. Comunque sia,
finora bastava preoccuparsi che tutti
imparassero a scrivere. A, B, C…e via,
una lettera dopo l’altra come è stato
per ognuno di noi sui primi banchi di
scuola.
Oggi, invece, il problema dell’abilità alla scrittura potrebbe tornare al-
tra
Libero D’Agostino
Caposervizio grafico Ricky Petrozzi
Un foglio e una matita, che davvero li
puoi toccare e giostrare fra le dita,
aprono mondi di fantasia, danno gli
stimoli necessari al cervello, ma per-
Ripuliamo la posta
elettronica come si svuota
il secchio della spazzatura
mettono anche al bambino di apprendere a muovere la mano, ad affinare, giocando, la sua micromotricità. E un giorno, oltrepassata la soglia
Società editrice
2R Media
Presidente consiglio d’amministrazione Marco Blaser
Direttore editoriale
Giò Rezzonico
DIREZIONE, REDAZIONE E IMPAGINAZIONE
Centro Editoriale Rezzonico Editore
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Tel. 091 756 24 12
Fax 091 756 24 19
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della scuola, anche ad avere una personale calligrafia, originale, unica,
prolungamento di sè. Ma anche qui,
una volta conquistata la propria calligrafia, in agguato ci sono alcune minacce. Le tastiere, veloci, standardizzate, sempre più performanti. “Pianoforti” che, se non si spinge all’uso
della penna, soppiantano tutto, fino a
rendere la scrittura su carta una vera
e propria tortura per mani che la praticano rarissimamente, solo quando
proprio non si può fare altrimenti. La
scrittura, come qualcosa di desueto,
che piano piano rischia di venir laRESPONSABILE MARKETING
Maurizio Jolli
Tel. 091 756 24 00 – Fax 091 756 24 97
DISTRIBUZIONE
Maribel Arranz
[email protected]
Tel. 091 756 24 08
Fax 091 756 24 97
sciata in un cassetto, portandoci a dimenticarla. Già a favore delle e-mail
e di una posta elettronica, che ogni
tanto viene ripulita come si svuota il
secchio della spazzatura, abbiamo
pensionato le lettere di una volta:
quelle che prima di scrivere pensavi,
per davvero dire qualcosa. Quelle che
poi risaltavano fuori all’improvviso e
raccontavano tante cose dimenticate.
Sarebbe un enorme peccato. Come
perdere per strada senza accorgersene un pezzo di noi stessi. Per dirla
con Dalla, ‘Caro amico (non) ti scrivo
(più).
STAMPA
Ringier Print - Adligenswil AG - Druckzentrum Adligenswil
6043 Adligenswil - Tel. 041 375 11 11 - Fax 041 375 16 55
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56’545
Lettori (dati Mach ‘12-’13)
106’000
Abbonamento annuo Fr. 59.– (prezzo promozionale)
20 luglio 2014
ilcaffè
La finestra sul cortile
Gli eBook del Caffè
Il Paese tra cronaca e fantasia
Dalla finestra semi aperta che dava verso il lago sentì
arrivare e fermarsi un’auto...
L’Arma’, con tanto di A maiuscola, ‘oggi’. Dopo l’indice,
era la prima sezione della rivista. ‘L’Arma oggi’.
La comedy
noir del Caffè
Tempo un minuto e il Remondini sentì il “carabiniere
piantone”, il tappo all’ingresso cioè, scattare.
341/bis
di ANONYMOUS, Illustrazioni di Marco Scuto per Il Caffè
Una serie di colpi di scena
settimana dopo settimana
La storia
“341bis” è un romanzo
breve cui non è facile
attribuire un genere.
Fosse un film potrebbe
essere definito una
“comedy noir”. Elementi di
giallo che si stemperano
nella commedia, o meglio
ancora, una commedia che
assume involontariamente
i tratti del giallo. Una
serie di fortuite
circostanze, che
compongono un puzzle
dai contorni
inimmaginabili.
Il riassunto
Cittadino esemplare, il
55enne manager bancario
luganese Franco
Remondini si ritrova all’insaputa della moglie
Iris - al Comando
provinciale dei
carabinieri di Intra, dove
è stato convocato per
motivi oscuri. Alla moglie
ha raccontato che, come
spesso avviene, la sua è
una trasferta di lavoro. In
realtà quella strada lungo
il Verbano Remondini la
percorre spesso...
Il maresciallo l’aspetta
caffe.ch/comedy
Tutte le puntate oline
L’
L’e-book
Tutte le puntate di
“341bis”, corredate dalle
illustrazioni di Marco
Scuto, possono essere lette
online sul
sito caffè.ch nelle pagine
web dedicate alla serie.
Come tutti i racconti
pubblicati dal Caffè, anche
“341bis” alla fine della
serie diventerà un e-book
gratuito (il primo
pubblicato in Ticino con
testo scritto e graphic
novel d’autore).
Arma’, con tanto di A maiuscola, ‘oggi’.
Dopo l’indice, era la prima sezione
della rivista. ‘L’Arma oggi’. ‘Paese che
vai, Caserma che trovi’, era invece il titolo dell’articolo principale, quello sulla Compagnia dei carabinieri di Taormina. Iniziò a leggere: “Molto scalpore
ha suscitato la notizia di una rapina ai
danni di due coniugi, avvenuta a Letojanni. Indagini serrate da parte dell’Arma dei Carabinieri hanno portato...”.
Erano trascorsi trenta minuti
e altri quaranta sarebbero
passati prima che...
Questo era quel che passava... il tavolinetto della sala d’attesa. Prendere o
lasciare. Anche perché, sino ad allora,
ed erano trascorsi già trenta minuti,
del maresciallo non s’era vista nemmeno l’ombra. E ne sarebbero passati altri
quaranta prima che dalla finestra semi
aperta che dava verso il lago sentisse
arrivare e fermarsi un’auto. Poi, delle
voci.
“Lo Russo, puzzi di pesce che è una
meraviglia”.
“Maresciallo, lei mi ci portò al ristorante. E non è che lei profumi, eh!”.
“Dai, muoviti che è tardi brigadiere”.
Tempo una minuto e il Remondini
sentì il “carabiniere piantone”, il tappo
all’ingresso cioè, scattare. Sarà stato il
colpo di tacchi per il saluto, pensò.
“Maresciallo buon giorno”.
“Buon giorno buon giorno”.
Poi il rumore di una porta. Si aprì e
si chiuse. Passarono ancora cinque minuti, giusto il tempo perché il Remondini mettesse in ordine nervosamente
sul tavolinetto le vecchie annate del
Carabiniere.
“Giambòòò, vieni”, si sentì quasi urlare dall’interno di una stanza. Era il
maresciallo che chiamava il piantone.
In quel casermone giallo, oltre ai
rumori del lago e della strada di fronte
non si sentiva nulla. Sembrava non esserci anima viva oltre ai tre. Il maresciallo, che certamente doveva essere il
Carletti, Lo Russo che puzzava di pesce, e quell’antipatico di Giambò, pensò il Remondini alzandosi e prendendo
da terra la sua 24ore.
“Remondini Franco?”, domandò
Giambò dritto come un’i, minuscola, e
immobile davanti alla porta della stanzetta dov’era in piedi il Remondini.
Esitò a rispondere, quasi incredulo per
la domanda.
“Remondini Franco, lei è?”.
“Ma se le ho fatto fatto vedere la
convocazione prima quando sono
arr...”.
“Le ho chiesto: Remondini Franco,
In quel casermone giallo,
oltre ai rumori del lago,
non si sentiva nulla
lei è”.
“Sì sì, sono io”, rispose un po’ seccato e un po’ allibito aggirando il tavolinetto e avvicinandosi alla porta.
“Aspetti, stia qui!”.
“Maresciallo, Remondini Franco è
presente. Lo faccio entrare?”.
“Giambò..., non ti rispondo nemmeno!”.
“Remondini, il maresciallo l’aspetta”.
6 - continua