LA STORIA DI UN UOMO, IL DECLINO DI UNA NAZIONE

1 APRILE 2014
ORE 18.30
LA STORIA
DI UN UOMO,
IL DECLINO DI
UNA NAZIONE
Testo di
Monica Capuani
LA VERITÀ VI PREGO SUL DENARO
TUTTO QUELLO CHE AVRESTE VOLUTO SAPERE MA CHE NON HANNO MAI VOLUTO SPIEGARVI
John Law
di Monica Capuani
Copyright © Monica Capuani
Nessuna parte del presente testo può essere riprodotta senza previo consenso scritto dell’autore,
tranne nel caso di brevi citazioni contenute in articoli o recensioni.
All’inizio del Settecento, visse un uomo che per un breve giro di anni fu considerato un
mago. Per dirla con una formula più laica, la gente lo giudicò – almeno al culmine della
sua parabola – un genio della finanza. L’universo finanziario dovrebbe essere immune
dall’intervento di qualsiasi forma di magia. Eppure, ancora oggi, a più riprese, milioni di
persone continuano a subire il fascino di qualche pifferaio magico che promette di
coprirle d’oro. E le conduce invece alla rovina. Ma l’uomo di cui parleremo questa sera
non era un impostore. Tutt’altro. Era un innovatore, e si sentiva così sicuro delle proprie
idee che riuscì a convincere il reggente di Francia, Filippo d’Orleans, che regnò alla
morte di Luigi XIV in attesa che il futuro re raggiungesse la maggiore età, ad affidargli il
ministero delle Finanze. Nonostante fosse uno straniero. Nonostante fosse di religione
protestante. Il fine di quest’uomo, sempre preceduto dalla propria fama di grande
giocatore d’azzardo, non era l’inganno. Il suo obiettivo – in questo decisamente
moderno, anticipatore e, per certi versi, in piena sintonia con l’epoca dei Lumi in arrivo –
era la razionalizzazione di un sistema economico confuso e insufficiente. Nel Saggio sul
commercio e il lusso, Voltaire scrisse: “Fu destino che uno scozzese dovesse venire in
Francia e cambiare l’intera economia del nostro Governo e istruirci...”. La sua visione
pagò anche la scotto della difficoltà di organizzare il funzionamento di società sempre
più complesse. La sua è una figura paradigmatica, perché tanti dopo di lui hanno
disegnato la sua stessa traiettoria.
Si chiamava John Law, e stasera vi raccontiamo la sua storia.
John Law nacque a Edimburgo nel 1671, mezzo secolo prima di un altro grande
scozzese, Adam Smith, uno dei padri dell’economia moderna. John veniva da una
famiglia di uomini di Chiesa e di orefici. Il nonno era un pastore anglicano, che
trovandosi a vivere per anni in ristrettezze economiche nell’infernale capitale scozzese,
spinse i due figli a un apprendistato nell’oreficeria. Saggia decisione, anche perché
all’epoca, oltre alla propria arte, gli orafi cominciarono a sviluppare un’attività
collaterale: il prestito di denaro. In un momento in cui il problema della scarsità di
moneta si faceva sempre più grave, questa seconda linea d’affari era molto redditizia.
A quell’epoca, cominciava a profilarsi una questione che avrebbe ossessionato John Law
negli anni a venire: i bisogni dell’uomo sono infiniti, le attività economiche
potenzialmente illimitate, ma la quantità di moneta – indispensabile ancella
dell’economia – era disponibile in dimensioni molto ridotte, a quei tempi. L’oro e
l’argento, infatti, non abbondavano di certo. Nell’America coloniale del tardo Seicento,
per esempio, la moneta proveniente dalla madrepatria era così esigua che alcuni stati,
come il Massachusetts, erano dovuti ricorrere al wampum, un vongolone usato dagli
Indiani d’America, che divenne addirittura legale come strumento di scambio.
Il padre di Law fece una folgorante carriera tra gli orafi di Edimburgo, tanto che gli fu
affidato l’incarico pubblico di certificare il valore degli oggetti d’oro e d’argento. Ma il
giovane John era molto più interessato all’attività “bancaria” del genitore, piuttosto che
all’arte dell’oreficeria. Fin da piccolo, aveva assistito alle discussioni e ai negoziati nella
bottega del padre, assimilando – grazie a una mente particolarmente versata nella
matematica – i concetti di capitale e interessi, tempo del prestito e scaglionamenti del
rimborso. Non è difficile immaginare che il vivace rampollo abbia cominciato a porsi
delle domande. Dov’è ancorata la ricchezza? La scarsa quantità di moneta basterà a
garantire gli scambi di tanti beni e servizi, come le risorse naturali e gli infiniti prodotti
del lavoro umano? Oggi, in tempi di moneta fiduciaria1 , c’è il problema inverso: evitare
che l’eccesso di moneta crei inflazione. Ma allora questo scenario non esisteva. Al
giovane John, doveva sembrare che la quantità di moneta fissa (che per di più
scarseggiava) fosse un giogo, una morsa, un guinzaglio al collo dell’economia in una
situazione in cui c’è voglia di crescita...
Quando John aveva dodici anni, il padre William andò a Parigi per farsi asportare dei
calcoli biliari e morì sotto i ferri. Il figlio si ritrovò improvvisamente erede del castello in
cui il padre aveva investito i guadagni provenienti dalle sue attività, Lauriston Castle, e
dei proventi delle terre circostanti. John era un adolescente irrequieto, iperattivo e
svogliato, nonostante un’acuta intelligenza. In collegio, passava tutto il suo tempo a
giocare a carte e a dadi. Si può dire, senza ombra di dubbio, che la sua scuola di vita fu
proprio il gioco d’azzardo. Era anche un bel ragazzo, e cominciò a dilettarsi nella
conquista di fanciulle con cui aveva successo facile. A ventun anni, chiese alla madre di
poter andare a Londra, perché la Scozia gli stava stretta. Ma Londra era un tale carosello
di tentazioni che ben presto il gaudente John si ritrovò indebitato fino al collo. Il gioco
gli aveva preso la mano. Una lezione amara. L’unica soluzione fu chiedere alla madre di
vendere il castello di Lauriston, che acquistò lei stessa perché restasse in famiglia.
Quell’umiliazione, però, insegnò a John una lezione che non avrebbe più dimenticato. Da
quel momento in poi, praticò il gioco d’azzardo con un atteggiamento scientifico. Del
resto, alla fine del Seicento, lo studio del rischio e del calcolo delle probabilità aveva
cominciato a intrigare le migliori menti matematiche dell’epoca: all’università di
Padova, Gerolamo Cardano aveva studiato la “scienza” del giocare a dadi, Blaise Pascal in
una lettera spiegava le probabilità di fare un doppio sei gettando i dadi venticinque
volte, e Jakob Bernoulli nella sua Ars conjectandi affrontava un’analisi delle possibilità di
successo di diversi giochi d’azzardo. Fatto sta che John Law cominciò a vincere. E vinse
così tanto, che molti si persuasero che avesse trovato un modo infallibile per barare.
Amsterdam fu un osservatorio privilegiato per John Law. Vi trascorse lunghi periodi, e
non solo perché – come scrisse – le donne lì badavano all’igiene personale molto più
accuratamente delle inglesi. Amsterdam era la capitale commerciale d’Europa, e questo
grazie a una banca fondata nel 1609. Nel panorama caotico dell’economia dell’epoca, in
Europa si cominciavano a tentare i primi esperimenti bancari. E di tutti quelli intrapresi
fino a quel momento, la Banca di Amsterdam era quello che aveva riscosso più
successo. Il segreto era la sua “affidabilità”. I capitali che affluivano in Olanda erano
capitali sottratti all’utilizzo in altri paesi, aggravando sempre di più la penuria di
moneta. In Europa, circolava – anche all’interno dello stesso paese – una varietà di
monete di diverso peso e reputazione, a seconda del loro contenuto in metallo prezioso.
Ovviamente, il valore reale in esse contenuto scatenava ogni genere di truffa. Come la
“sbarbatura”, che consisteva nel limare il bordo della moneta e fondere i trucioli d’oro
per fabbricare altro denaro. I sovrani non erano da meno: con la pratica – questa, sì,
legale – dello “svilimento”, mettevano in circolazione monete con lo stesso valore
facciale di prima ma con meno contenuto di metallo prezioso. La gente reagiva
nascondendo le vecchie monete o non accettando le nuove. La zecca rispondeva con
1
Ossia accettata come mezzo di pagamento in virtù di una convenzione e di un rapporto di fiducia
nell’emittente e non del suo valore intrinseco.
altre emissioni, più vicine al valore reale e con i bordi zigrinati per ostacolare la
sbarbatura. Insomma, a un osservatore attento come John Law non può essere sfuggito
che una moneta stabile e affidabile sarebbe stata il presupposto necessario e
indispensabile per lo sviluppo di un’economia sana. La grande circolazione di moneta
cui aveva assistito in Olanda lo portò però a equivocare sul fatto che lo sviluppo
economico è una conseguenza diretta di una grande quantità di moneta circolante. Sta
di fatto, comunque, che la Banca di Amsterdam si era costruita una reputazione di
integrità. Accettava depositi in tutte le monete, le saggiava e le pesava, ed emetteva
“note di credito” fondate sul valore intrinseco del metallo prezioso. Queste spesso
venivano accettate più volentieri delle monete stesse. Alla fine del Seicento nacque
anche la Bank of England, per finanziare re Guglielmo III nella guerra contro la Francia.
Un gruppo di investitori privati versò un capitale complessivo di 1.200.000 sterline che
il sovrano avrebbe restituito in undici anni con un interesse dell’8 per cento.
Un’operazione oggi proibita dagli statuti delle banche centrali moderne, che hanno
giustamente sancito il divorzio tra emissione di moneta e governi, ai quali la banca
centrale non può prestare soldi.
Con il patrimonio accumulato grazie al gioco d’azzardo, John Law avrebbe anche potuto
partecipare a quella sottoscrizione. Ma in quel momento, aveva problemi più impellenti.
Era in carcere, con una condanna a morte che gli gravava sulla testa. A Londra, aveva
ucciso un uomo in duello a causa di una donna.
Dopo mesi di prigionia, nel 1695 John Law attraversò la Manica da latitante. Sembra che
una cordata di amici lo abbia aiutato a fuggire, mettendo in atto mille accortezze perché
non venisse scoperto: sulla sua testa pendeva una taglia, ma venne diffuso un suo
identikit assolutamente fuorviante in modo che nessuno potesse riconoscerlo. Law la
fece franca e si gettò a capofitto in una nuova vita di peregrinazioni in tutta Europa:
Amsterdam, Vienna, Torino, Genova, Venezia... E finalmente la Parigi di Luigi XIV, dove
approdò per la prima volta nel 1697. Furono proprio gli eccessi del re Sole a creare la
congiuntura che quasi vent’anni dopo gli avrebbe consentito di diventare l’uomo della
Speranza, il mago della rinascita economica miracolosa di un paese prostrato e
gravemente impoverito dalle guerre. Negli anni parigini, Law continuò ad arricchirsi
grazie al gioco e incontrò la sua compagna di vita, Katherine, un’inglese espatriata
discendente di Anna Bolena, che lasciò il marito e lo seguì a Venezia, “bordello
d’Europa”, dove casinò e casini coabitavano negli stessi locali. Lì, John poteva “lavorare”
libero dai sospetti francesi che fosse una spia inglese e un truffatore. Ma a Venezia poté
anche osservare i cambiavalute sul ponte di Rialto, le “botteghe bancarie” che
scontavano cambiali e rilasciavano lettere di credito, i passaggi tra metallo e carta e la
possibilità di scambiare l’uno con l’altra, insomma quella “rivoluzione della carta” che
sarebbe diventata il suo pallino.
Alla fine delle sue peripezie, Jonh Law aveva accumulato una fortuna notevole: 20.000
sterline, l’equivalente, oggi, di 2 milioni di euro. Nel 1704 si imbarcò con Katherine per la
Scozia. Era stufo di fuggire, e chiese il perdono della regina Anna d’Inghilterra (che
regnava anche sulla Scozia), dopo aver comprato l’assenso al perdono reale della
famiglia dell’uomo che aveva ucciso. Per due volte il perdono gli fu rifiutato. Nel
frattempo, John Law aveva cominciato a pensare in grande. I giochi d’azzardo non
avevano più segreti per lui. Adesso aveva un progetto più ambizioso: voleva risolvere il
problema della scarsità della moneta che affliggeva, in maniera più o meno grave, tutte
le corti d'Europa. Era possibile creare una moneta svincolata dall’oro? si chiedeva John
Law. Su cosa avrebbe potuto basarsi, quella moneta, perché la gente potesse farvi
affidamento? Settant’anni dopo, Adam Smith avrebbe spiegato che la ricchezza delle
nazioni è un concetto molto più ampio dell’accumulo mercantile di oro e argento.
John Law ebbe una geniale intuizione: la terra. Ma certo. Una nazione è innanzitutto
definita dal suo territorio, che la ancora sulla crosta terrestre. E gran parte delle terre,
all’epoca, apparteneva alla Corona. Allora perché non stabilire che la moneta è garantita
da quella ricchezza che è la terra, che produce le messi, dà riparo a greggi, ospita case,
ponti, tribunali... Nel Saggio su una banca della terra, John Law proponeva di creare una
banca che emettesse banconote che avevano a garanzia le terre della Corona. Nel suo
pamphlet, c’era un’affermazione assolutamente moderna: cioè che quel tipo di “riserva”
era più saldo dell’oro e dell’argento, perché i metalli preziosi hanno un prezzo volatile,
che dipende dalla loro altalenante scarsità, mentre il prezzo della terra è più stabile. Era
una proposta convincente? All’inizio, sembrò proprio di no. John Law fece il giro delle
Corti europee. Ricevette un coro di risposte negative. No dall’Inghilterra, dove la regina
Anna si vide recapitare dallo stesso uomo una richiesta di perdono per omicidio e una
proposta di riorganizzazione economica dello Stato. No dalla Scozia. No dall’Imperatore
d’Austria. No da Vittorio Amedeo, duca di Savoia, che all’inizio aveva espresso un certo
interesse per la sua teoria. Perché una simile novità venisse accolta e realizzata, ci
voleva una crisi, una situazione disperata in cui il ricorso al progetto di Law fosse
l’ultima spiaggia. E una congiuntura simile stava maturando in Francia.
Nel 1707, durante un soggiorno a Parigi, in una casa da gioco, John aveva fatto una
conoscenza che a tempo debito gli sarebbe tornata estremamente utile: Filippo II, duca
d’Orléans. Anche lui era un giocatore, amante dei piaceri, frustrato in quel momento
dallo strapotere dello zio re Sole, che non amava affatto il nipote. John e Filippo, che
all’epoca avevano trentasei e trentatré anni, si piacquero fin dall’inizio, e John non fece
fatica a convincere il duca delle sue rivoluzionarie teorie economiche, che nessuno a
Corte aveva mai voluto ascoltare. Law tornò alla carica nel 1713, dopo la pace di
Utrecht, quando le casse dello Stato erano sempre più prosciugate dalle guerre. Per
finanziare la politica aggressiva di Luigi XIV, erano stati emessi i billets de monnaie, dei
titoli di Stato acquistati degli investitori, che diventavano quindi creditori della corona
in cambio di un interesse, una sorta di BTP insomma. Ma la fiducia in quei titoli era
molto scarsa, e in ogni caso non era la gente normale a buttarsi in quelle operazioni, ma
i finanzieri privati che avevano in mano l’esazione delle imposte. Tra il 1690 e il 1715, lo
Stato aveva svilito la moneta quaranta volte, e nel 1715 il debito pubblico ammontava a
2 milioni di livres.
John Law acquistò una casa in place Louis le Grand (l’odierna place Vendôme), dove
risiedevano i più ricchi finanzieri, e si stabilì a Parigi in grande pompa. Continuava a
scrivere al ministro delle Finanze Nicolas Desmarets perché lo ricevesse: intendeva
proporgli la sua idea di una banca di Stato che emettesse banconote cartacee a fronte
di depositi in moneta metallica. Dopo molte esitazioni, il ministro si convinse a dargli
udienza, ma il 1° settembre 1715, dopo settantadue anni di regno, Luigi XIV morì. Filippo
d’Orléans, amico di John Law, divenne Reggente. La situazione sembrava finalmente
ideale. Ma Filippo mise a capo delle Finanze il duca di Noailles, che si trovò ad
affrontare una situazione economica disperata e reagì con una politica di bilancio
restrittiva. Contrario alle idee di Law, il ministro ridusse gli stipendi pubblici e le
pensioni, aumentò il valore del luigi d’oro da 14 a 20 livres, scatenando l’inflazione e
spingendo la gente a nascondere i vecchi luigi, e introdusse misure autoritarie sul
debito abbassando d’autorità gli interessi. Di conseguenza, i prezzi dei titoli crollarono e
con loro ogni residuo di fiducia. Filippo d’Orléans ne approfittò per riportare sul tavolo il
cosiddetto “sistema” di Law.
Erano due scuole di pensiero a scontrarsi. La scuola bancaria sosteneva la necessità di
un’espansione creditizia per sostenere l’espansione economica. La scuola metallica
sosteneva che quanto più il commercio si sviluppava, tanto più ci sarebbero state
cambiali allo sconto, tanto maggiore sarebbe stata l’inflazione. Il problema della moneta
è che si tratta di una materia volatile, che è difficile inchiodare e fissare a una certa
quantità ideale per l’economia.
Law auspicava la creazione non più di una banca di Stato, ma di una banca privata di
sconto che all’inizio sarebbe stata capitalizzata da un gruppo di investitori, tra i quali lui
stesso. Rischiando in prima persona, sperava di galvanizzare la sensazione di fiducia
intorno al suo progetto. La prima emissione di banconote sarebbe avvenuta sulla base
del capitale proprio della banca. La Banque Générale nacque nel maggio del 1716, con
un capitale di 6 milioni di livres suddiviso in 1.200 azioni da 5.000 livres ciascuna. A John
Law venne richiesto di assumere la nazionalità francese prima di dare corso
all’operazione. All’inizio, la diffidenza ebbe la meglio. Quell’operazione non convinceva.
Solo un quarto delle azioni vennero sottoscritte, e pagate in gran parte con gli screditati
billets d’état (i vecchi billets de monnaie che, nel frattempo, avevano cambiato nome),
ossia le obbligazioni che avevano finanziato le guerre di Luigi XIV e che avevano un
valore di mercato molto più basso. Law cercò di escogitare stratagemmi per far crescere
la fiducia. Con una geniale strategia di marketing, organizzò una visibilissima operazione
che ebbe un’eccezionale ricaduta promozionale: il Reggente, con tanto di carrozze e
forzieri pieni d’oro e d’argento, si recò nella banca di John Law e fece un deposito di un
milione di livres sotto gli occhi di tutti. Segno evidente che la Banque aveva la
benedizione della Corona, in un momento in cui si scommetteva sul suo insuccesso.
Presto la Banque Générale cominciò anche a offrire veri e propri servizi bancari, come la
possibilità di trasferire soldi tra la provincia e Parigi. Qualche mese dopo la nascita della
banca, Filippo d’Orléans decretò che gli esattori dovevano usare le banconote della
banca per versare al Tesoro le imposte raccolte. In seguito, si diede la possibilità agli
stessi contribuenti di pagare in banconote. La fiducia reale accordata alla banca fece
molto scalpore e impressionò anche gli stranieri che cominciarono a usare la banca per
scontare lettere di credito, creando così un afflusso di moneta estera. Ma la cosa più
straordinaria fu la garanzia che i biglietti della nuova banca corrispondevano a scudi del
titolo e del peso del 2 maggio 1716. Una specie di miracolo. Finalmente, la moneta
aveva un valore “certo”. Ottimo motivo per stipulare in biglietti e per andare in banca a
depositare la moneta metallica in cambio di banconote. Gli stranieri che non
commerciavano più con la Francia, perché non si fidavano dei suoi valori, ripresero a fare
affari nel paese proprio grazie ai biglietti bancari. Fu così che le banconote della Banque
Générale cominciarono a circolare e a essere sempre più apprezzate, per vari motivi.
Innanzitutto, perché la banca ne garantiva in qualsiasi momento la conversione in oro e
argento. Inoltre, il loro valore non variava a seconda della quantità che c’era in
circolazione. In più, avevano il vantaggio di essere facilmente trasportabili e accettate
un po’ ovunque. Questo costituiva un “premio” rispetto alla moneta metallica, perché
semplificava enormemente gli scambi e le transazioni. La dimostrazione tangibile
dell’aumento della fiducia nelle banconote fu che cominciarono a essere valutate al di
sopra del loro valore facciale.
Insomma, grazie al successo della Banque, tutto il sistema economico si stava
rimettendo in moto: con un fondo di appena 6 milioni poté emettere fino a 50 o 60
milioni in banconote senza intaccare la fiducia del pubblico. Un complotto ordito da un
gruppo di finanziatori privati, che temevano la fine dei propri privilegi legati all’esazione
dei tributi, finì per trasformarsi in un boomerang facendo aumentare ancora di più la
credibilità della banca: i cospiratori misero insieme 5 milioni di livres in banconote della
Banque Générale e le presentarono tutte insieme perché venissero convertite in moneta
metallica. Un gesto che farebbe saltare qualsiasi banca, anche oggi. Ma lo Stato venne in
soccorso di John Law con una serie di accorgimenti che scongiurarono il fallimento
della banca.
C’è da dire che il “sistema” di John Law era molto più articolato di così. Si componeva di
più pezzi, che alla fine avrebbero contribuito tutti insieme al funzionamento di un unico
grandioso meccanismo. Uno di questi pezzi fu la creazione della Compagnia delle Indie
Occidentali, o Compagnia del Mississippi.
La Francia non aveva mai tratto profitto dall’avventura coloniale, a differenza di altri
paesi. Per lo più appaltava a investitori privati lo sfruttamento episodico delle proprie
terre oltreoceano. La Francia possedeva la Louisiana, un enorme territorio che
comprendeva l’omonimo stato odierno, più il Mississippi, l’Arkansas, il Missouri, l’Illinois,
l’Iowa, il Wisconsin, il Minnesota e parte del Canada. Non si sapeva quali ricchezze
contenesse quell’immane estensione di terra, molto più grande della madrepatria, ed era
facile proiettarvi un favoloso Eldorado. John Law approfittò di un colpo di fortuna. Uno
dei più importanti imprenditori francesi in Louisiana, il finanziere parigino Robert
Crozat, venne scoperto debitore nei confronti della Corona, e decise con riluttanza di
cedere la concessione del Mississippi per pagare una parte del suo debito all’erario. John
Law cominciò la sua opera di persuasione su Filippo d’Orleans. La colonia americana
aveva fruttato così poco fino a quel momento perché nessuno l’aveva inserita in una
grande visione e perché non si erano investiti capitali a sufficienza per trarne il
potenziale profitto.
John Law, come di consueto, pensava in grande. La sua idea – un’altra tessera del
“sistema” che continuava a profilarsi nella sua mente – era fondare una società (la
Compagnia delle Indie Occidentali, appunto) con un grosso capitale iniziale che sarebbe
stato raccolto con un’emissione di azioni. Il Parlamento, ostile a Law, cercò di ostacolare
il progetto in tutti i modi. Finché il Reggente perse la pazienza. Quello che gli piaceva in
questo nuovo sogno dello scozzese era la concessione ai cittadini di poter acquistare le
azioni pagandone un quarto in moneta e tre quarti in billets, al valore facciale. Quei titoli
pubblici erano molto screditati e sul mercato valevano molto meno del valore facciale,
quindi la possibilità di usarli per l’acquisto di azioni era un grosso incentivo alla
sottoscrizione. Un’operazione che oggi equivale a uno scambio tra un titolo di debito
con una quota del capitale della Compagnia. Il vantaggio per la Corona era che su quei
billets la Compagnia si accontentava di un interesse inferiore a quello che la Corona
avrebbe dovuto versare ai singoli proprietari di titoli. In fin dei conti, l’operazione era
semplice: lo Stato conferiva a una parte dei suoi creditori la proprietà e il commercio
della Louisiana e del Canada, a patto che gli facessero credito per la fondazione della
nuova colonia.
All’inizio, non ci fu la corsa all’accaparramento delle azioni che John Law aveva sperato:
nell’ottobre del 1717 erano stati sottoscritti solo 30 dei 100 milioni del capitale. Law
allora pensò di esaltare l’aspetto imprenditoriale della Compagnia per renderla più
attraente agli occhi degli investitori. Si garantì una schiera di concessioni esclusive,
come quelle sul tabacco e sul commercio degli schiavi. In più, propose la fusione della
Compagnia delle Indie Orientali e della Cina con la nuova Compagnia delle Indie
Occidentali, per formare un’unica nuova grande Compagnia delle Indie grazie alla quale
la Francia avrebbe solcato i mari, accaparrandosi le ricchezze intatte dell’Oriente e del
Nuovo Mondo. Il Parlamento, la Compagnia delle Indie Orientali, i finanzieri privati che
temevano di perdere i propri privilegi gridarono allo scandalo. Come osava questo
scozzese dall’oscuro passato cercare di mettere le mani ovunque ci fosse un po’ di
profitto?
Nel dicembre 1718, intanto, la Banque Générale fu trasformata in Banque Royale,
sempre sotto la direzione di John Law. Una mossa azzardata. Le finanze della Francia
poggiavano sempre più pesantemente sulla Banque. E adesso il fatto che fosse di
proprietà della Corona e l’assenza di azionisti che potessero chiedere conto della sua
gestione l’avrebbe resa meno controllabile. L’emissione di banconote, che fino a quel
momento era stata tenuta a freno, rischiava d’ora in poi di superare i livelli di guardia.
L’imposizione di una serie di provvedimenti forzosi con la complicità della Corona per
incrementare ulteriormente l’uso e la circolazione della carta avrebbe dovuto costituire
un segnale di allarme. Per esempio, venne sancito l’obbligo che le transazioni superiori
alle 600 livres dovessero avvenire in banconote. Nel frattempo, John Law propose di
aumentare il capitale della Compagnia del Mississippi, emettendo altre azioni, che si
sarebbero chiamate le filles, le figlie, per distinguerle dalle azioni-madri dell’emissione
precedente, le mères, appunto. Grazie a un’operazione di marketing ancora inedita, Law
stabilì che all’inizio i sottoscrittori avrebbero dovuto versare solo un decimo del
capitale. Il resto avrebbero potuto pagarlo in nove comode rate mensili. Di nuovo, lo
scozzese ci mise del suo e convinse anche alcuni amici a sottoscrivere un quinto del
capitale, vale a dire l’intera emissione della prima rata. Vedere questi uomini che
rischiavano i propri capitali nell’impresa ebbe, come per la Banque, l’effetto di una
potente iniezione di fiducia. Anche sul Reggente, che il 23 maggio 1719 autorizzò
l’emissione che avrebbe sancito la nascita della grande Compagnia delle Indie. Law era
riuscito a costruire la fiducia, l’ingrediente-chiave di ogni speculazione finanziaria. A
quel punto, i risparmiatori si precipitarono a sottoscrivere le azioni filles, e trascinate da
questo entusiasmo, anche le azioni mères superarono finalmente la pari. La riduzione
dell’offerta scatenò la reazione psicologica elementare di far salire vertiginosamente la
domanda.
In quel momento di euforia, in cui la domanda era diventata improvvisamente
fortissima, non si potevano più pagare le azioni in billets, ma solo in contanti. Ma da
dove provenivano quei contanti? Ecco il primo meccanismo malato che porterà, più
avanti, all’esplosione della bolla del Mississippi. La Banque stampava banconote che
venivano prestate a chi le chiedeva per acquistare azioni. Era il trionfo della carta:
billets, banconote bancarie, azioni che rappresentavano pezzetti di società e che
potevano salire di prezzo. “È la finanza, bellezza!”, deve aver pensato John Law, che
vedeva il suo sogno di carta realizzarsi al di là di ogni sua più rosea previsione. Ma la
carta è una materia infiammabile e non può permettersi di giocare col fuoco. John Law
peccò di scarsa prudenza e vi soffiò sopra a pieni polmoni. Fu questo l’errore fatale dello
scozzese.
Law decretò che per acquistare un’azione fille bisognava essere in possesso di quattro
mères, scatenando una caccia alle vecchie azioni che raddoppiarono di valore proprio
nel momento in cui scadeva la seconda rata della sottoscrizione. Law soffiò ancora sul
fuoco, annunciando un interesse del 12% per l’anno successivo. Alla fine di luglio 1719,
annunciò di voler comprare la zecca reale grazie a una terza emissione di azioni, le
petits filles, le nipoti, per acquistare le quali bisognava già possedere quattro mères e una
fille. La febbre salì ancora. A fine agosto le azioni del Mississippi valevano sette volte il
valore iniziale. La gente voleva sempre più azioni, la banca stampava sempre più
banconote, il prezzo delle azioni continuava a salire, la gente acquistava azioni per poi
rivenderle e realizzare, la banca stampava altri soldi... E la bolla continuava a gonfiarsi
sempre di più.
A quel punto, Law rilanciò ancora. Come quando giocava d’azzardo e aveva capito che il
banco vince sempre. O quasi. Il debito pubblico in quel momento ammontava intorno ai
1.500/1.600 milioni di livres, parte in forma di contratti di rendita perpetua, parte in
billets d’état esigibili a breve termine. L’interesse da pagare equivaleva alla metà delle
entrate dello Stato. Bisognava trovare un sistema per far fronte all’imminente scadenza
dei billets e per diminuire l’onere annuale che il Tesoro non era più in grado di pagare.
John Law fece una mossa spettacolare: decise di assumersi tutto il debito pubblico della
Francia. Come? Semplice, proprio con lo strumento che ormai sembrava infallibile: altre,
enormi, emissioni di azioni. Il 13 settembre vi fu un’altra emissione di azioni, le cinq
cents, sottoscritte interamente in un batter d’occhio. Seguirono altre due emissioni
identiche, e un’ultima più limitata. A differenza delle emissioni precedenti, non
bisognava essere proprietari di altre azioni per accaparrarsi queste. Chiunque, a questo
punto, poteva comprare il sogno del Mississippi. Ma la febbre continuava a impennarsi, e
John Law si offrì di pagare alla Corona 52 milioni di livres per garantirsi il diritto
esclusivo all’esazione di tutte le imposte del regno. Ormai il meccanismo marciava a
tutta forza, sembrava una frenetica corsa all’oro. Fin qui, nessuna frode: il “sistema” di
Law era semplicemente il tentativo di promuovere un’istituzione ambiziosa che
riunendo la banca, il commercio coloniale e l’amministrazione fiscale avrebbe dovuto
dare forma alla potenza finanziaria più colossale che si fosse mai vista fino a quel
momento.
In ottobre, il prezzo delle cinq cents era salito vertiginosamente e la gente era
letteralmente impazzita. Si crearono fortune dal nulla: il termine millionaire fu coniato in
quei giorni. La rue Quincampoix, sede dell’ufficio di John Law, ebbe la ventura di
diventare una Borsa a cielo aperto, e cominciò a pullulare di gente. L’unico strumento
per cercare di prevedere l’andamento del mercato, all’epoca, era il pettegolezzo. Notizie
dalle colonie, voci sulle politiche del governo, soffiate sulle prossime mosse di John Law:
tutto questo determinava le fluttuazioni del costo delle azioni. La gente stazionava in
rue de Quincampoix cercando di informarsi, e le strade circostanti erano intasate da
carrozze e cavalli. Aristocratici, vescovi, cortigiane, attrici, cantanti d’opera, magistrati,
borseggiatori, e ancora italiani, olandesi, inglesi: c’era un po’ di tutto nella strada della
corsa alla ricchezza. L’élite parigina era stupefatta dal numero di nuovi ricchi che
aumentava ogni giorno grazie alla speculazione: prendere in prestito denaro era
facilissimo e, pur di acquistare azioni, tutti vendevano tutto: dai castelli alle greggi di
capre. Si moltiplicavano i racconti di ricchezze nate dall’oggi al domani. Un valletto
guadagnò una fortuna e si comprò una meravigliosa carrozza, ma invece di entrare
nell’abitacolo, salì in piedi nella sua abituale postazione sul retro, tanta era la forza
dell’abitudine. Un fornaio di Tolosa comprò un intero negozio di argenti e li fece inviare
a sua moglie perché imbandisse un sontuoso banchetto. La donna servì la zuppa nelle
scodelline per raccogliere le offerte, il sale prese posto nei calici da Messa e lo zucchero
negli incensieri, data la poca consuetudine della bottegaia con l’arte di imbandire la
tavola. Molti dei servi che si arricchirono trassero profitto dalle incombenze svolte per
conto dei loro padroni. In un diario dell’epoca si racconta di un servo spedito dal
padrone in rue de Quincampoix con la consegna di vendere 250 azioni a 8.000 livres.
Quando arrivò lì, le azioni si vendevano a 10.000. Lui intascò la differenza di mezzo
milione di livres, la investì e qualche giorno dopo si ritrovò con un patrimonio di due
milioni. I residenti di rue de Quincampoix affittavano tutti i locali possibili per una
fortuna. Si raccontava che in pochi giorni un gobbo avesse guadagnato un patrimonio
appoggiandosi a un gelso e noleggiando la sua deformità a mo’ di tavolino per le
frenetiche transazioni.
Tutta quella ricchezza poi andava spesa e il mercato del lusso conobbe un’impennata,
dai gioielli alle stoffe ai mobili a tutti gli status symbol immortalati nei dipinti di
Watteau. “Il denaro scorre come le acque della Senna”, scriveva Defoe. “Metà della
nazione ha trovato la pietra filosofale nelle cartiere?”, si domandava Voltaire. E
proseguiva: “Law è un dio, un furfante o un ciarlatano che sta avvelenando se stesso con
la droga che distribuisce a tutti?”. Anche molti stranieri cominciarono ad accorrere a
Parigi, per investire nella città che un giocatore d’azzardo scozzese aveva trasformato
nella capitale finanziaria d’Europa. Sembra che in quel periodo gli stranieri accorsero a
Parigi in un numero che oscillava tra i 200.000 e i 500.000. John Law incoraggiava
questo flusso: sapeva che gli stranieri portavano oro e argento per convertirli in
banconote e rafforzavano quindi la base metallica di un’emissione di banconote che era
dilagata in maniera inarrestabile. A dicembre, le azioni erano alle stelle e salirono
ulteriormente nel gennaio del 1720, data in cui il “mago” John Law – dopo essersi
opportunamente convertito al cattolicesimo – venne nominato ministro delle Finanze.
Le azioni non accennavano a fermarsi: salirono fino a una quotazione 30 volte più alta
del capitale investito. Il commercio di tutte le Indie aveva davvero prodotto tali e tanti
benefici da autorizzare una simile rivalutazione del capitale, fruttando l’interesse a essa
proporzionato? Nessuno si poneva questa domanda. La madre del Reggente scriveva
con una sfumatura di preoccupazione: “È inconcepibile quale immensa ricchezza vi sia
al momento in Francia. Tutti parlano in termini di milioni. Io non ne capisco nulla, ma
vedo chiaramente che a Parigi il dio Mammona regna come un monarca assoluto”.
Nella frenesia della speculazione, tutti avevano dimenticato il presupposto di questa
sempre più gigantesca operazione. Su cosa poggiavano le azioni? La Compagnia del
Mississippi era stata fondata per sfruttare le presunte ricchezze dell’“altra” Francia, la
Francia americana, per dissodare, scavare, coltivare, strappare alle viscere della terra le
ricchezze favolose di cui s’immaginava traboccasse la Louisiana. Era una scommessa in
piena regola, una puntata da giocatore d’azzardo. E le azioni erano solo dei pezzi di carta
sui quali era stipulata questa puntata. John Law ne era perfettamente consapevole. Tra il
1717 e il 1720 si preoccupò di promuovere la colonizzazione del Mississippi con una
grande operazione pubblicitaria, che spinse migliaia di coloni ad attraversare l’oceano,
attratti dalla pubblicità che celebrava le meraviglie della Nouvelle Orléans e la
ricchezza delle miniere d’argento dell’Illinois. Quando questi intrepidi viaggiatori
approdarono nel Nuovo Mondo la delusione fu cocente, e molti persero addirittura la
vita nell’impresa. E pian piano lo Stato si vide costretto a fare degli arruolamenti forzati
per spedire i francesi nel nuovo continente: venne promulgata una legge che consentiva
di deportare in Louisiana qualsiasi criminale, mendicante, vagabondo, orfano, prostituta,
servitore disoccupato da più di quattro giorni. Vennero organizzati matrimoni di massa
tra criminali e donne di malaffare: le cronache dell’epoca ne registrarono uno enorme in
cui le coppie di novelli sposi in catene vennero scortate fino all’imbarco sulle navi a La
Rochelle. Anche l’eroina dell’abate Prévost, nel romanzo autobiografico Manon Lescaut,
pubblicato nel 1731, è una cortigiana che trova la sua triste fine nella tutt’altro che
attraente colonia francese. Gli emissari della Compagnia, i cosiddetti “arcieri”, erano
incaricati di condurre vere e proprie retate per riempire le navi dirette in America. Si
fecero talmente prendere la mano dal loro compito che presto chiunque seppe di poterli
corrompere. Dietro lauta ricompensa, si poteva far imbarcare a forza sulle navi dirette in
Louisiana qualunque nemico o avversario, segnalandolo a un arciere. Un capitolo buio
nella storia di Francia. All’inizio del 1720, John Law cominciò a rivolgersi agli stranieri,
che si facevano convincere a partire più facilmente dei poco avventurosi francesi:
irlandesi, scozzesi, svizzeri, tedeschi andarono a stabilirsi nella disagiata colonia
francese. Il vantaggio almeno temporaneo di John Law fu che, all’epoca, le notizie non
viaggiavano alla velocità di oggi. Ma assistendo alla crudeltà degli arcieri, tutti pian
piano cominciarono a chiedersi come mai bisognava costringere la gente ad andare in
quella terra del latte e del miele. Nel frattempo, i nemici dello scozzese – i finanzieri, gli
ex esattori delle tasse, i membri del Parlamento che la politica del banchiere aveva
danneggiato – si stavano riorganizzando. Ma, cosa più grave, la fiducia degli investitori,
che era il vero pilastro a sostegno del potere acquisito da John Law, cominciò a vacillare.
La quantità di banconote in circolazione ora era completamente fuori controllo. Gli
studiosi stimano che alla fine del 1719 ne circolassero per 1,2 miliardi di livres. La
Francia, grazie al magico “sistema” di John Law, si era arricchita di circa 5,2 miliardi di
livres. Una bolla di dimensioni gigantesche. Ma anche i bambini sanno cosa succede
quando una bolla si gonfia in maniera esagerata.
Nel dicembre 1719, John Law si era reso conto che bisognava cominciare a frenare la
macchina. Diede istruzioni perché la Banque cessasse di prestare soldi per acquistare le
azioni della Compagnia. Questo provvedimento, com’era prevedibile, fece calare
bruscamente le quotazioni. Law si spaventò, e revocò il divieto, facendo risalire le
azioni. E il 30 dicembre, per restituire fiducia al mercato, annunciò all’assemblea
generale della Compagnia un dividendo pari al 40% del nominale e circa il 2% del
prezzo di mercato.
Ma la parabola aveva imboccato la sua curva discendente. L’aumento sconsiderato del
prezzo delle azioni era stato sostanziato dall’iniezione di ingenti somme di denaro
cartaceo nell’economia. Il velo che gli avidi e incauti investitori avevano davanti agli
occhi prima o poi sarebbe caduto. Law cercò di riattizzare l’entusiasmo del mercato
introducendo quelle che oggi si chiamerebbero opzioni call: con 1.000 livres, un
investitore aveva diritto all’acquisto di un’azione a 10.000 livres entro sei mesi.
Ovviamente, chi comprava doveva essere convinto che le azioni avrebbero superato le
11.000 livres. Ma lo stratagemma si rivelò un boomerang perché molti proprietari di
azioni cominciarono a venderle per acquistare le opzioni, sperando di guadagnare di
più. Nel gennaio 1720, pochi giorni dopo l’introduzione delle opzioni, che vennero
nominate primes, le azioni della Compagnia crollarono. Due tonfi nel giro di due mesi. I
più accorti tra gli investitori cominciarono a pensare che forse era arrivato il tempo di
convertire i guadagni in moneta vera, d’oro e d’argento. E magari di portarli fuori dalla
Francia. Law aveva sempre sostenuto che i mercati dovevano svilupparsi liberamente.
“La costrizione è contraria ai principi sui quali deve essere costruito il credito”, aveva
scritto in uno dei suoi pamphlet. Ma a poche settimane dalla sua nomina a capo delle
Finanze francesi, fu costretto a emettere il primo di una lunga serie di decreti restrittivi:
la proibizione di esportare monete e lingotti. La gente tentò di portare fuori dal paese
diamanti, gioielli e argenteria, e Law proibì anche quel traffico. L’ironia della sorte fu che
molti francesi che riuscirono a portare le proprie fortune all’estero investirono nella
Compagnia dei Mari del Sud inglese, che presto avrebbe fatto la stessa fine di quella del
Mississippi. Nel frattempo il prezzo delle azioni saliva e scendeva come fosse sulle
montagne russe. A fine febbraio, Law decretò che nessuno poteva possedere più di 500
livres in moneta, e che i pagamenti superiori a 100 livres dovevano essere effettuati in
banconote. L’ambasciatore inglese a Parigi, John Dalrymple, osservò con sarcasmo che la
conversione di John Law al cattolicesimo doveva essere stata autentica se il banchiere
aveva introdotto l’Inquisizione, dopo aver creduto nella transustanziazione dell’oro in
carta. Alla fine del 1720, circa 500 milioni di livres in argento e oro erano state portate
fuori dalla Francia.
John Law cominciava a perdere colpi. Filippo d’Orleans cercava un capro espiatorio per
il malcontento generale, e ovviamente se la prese con lo scozzese. Minacciò di gettarlo
nel carcere della Bastille. Nel panico, il banchiere cominciò a fare una serie di gesti
inconsulti: provvedimenti imposti e subito revocati, che confondevano l’opinione
pubblica. Si cominciò a perdere la fiducia e questo si tradusse in un unico risultato: una
corsa a vendere le azioni. A quel punto, la circolazione monetaria era diventata
chiaramente inflazionistica. Una pagnotta che prima del boom costava un soldo, nel
dicembre 1719 ne costava quattro. La gente abbandonava la carta, e correva di nuovo
verso l’oro, che ancora costituiva una certezza. Per reagire a questa tendenza, nel maggio
1720 John Law stabilì l’abolizione delle monete d’oro e d’argento, che non avrebbero più
avuto corso legale. In un paese famoso per il suo conservatorismo finanziario, un
sistema monetario che non fosse basato sull’oro e sull’argento era inconcepibile. Law
venne sospettato di interferire con i fondamenti stessi sui quali poggiava la società, che
poi erano anche le basi della sua stabilità. Ma la manovra più incomprensibile messa in
atto dal Reggente, probabilmente su suggerimento del guardasigilli d’Argenson,
acerrimo nemico di Law, fu quella del 21 maggio 1720: l’editto ferale stabiliva che il
prezzo delle azioni, che fino a quel momento era stato tenuto su artificialmente
scendesse drasticamente, e che via via anche il valore delle banconote venisse ridotto
del 50%. La manovra, che tutti attribuirono a Law, era una svalutazione rispetto all’oro,
molto difficile da capire da parte di chi perdeva metà delle proprie sostanze. Avrebbe
avuto un senso se anche i prezzi fossero scesi di conseguenza, cosa che non accadde. Il
risultato fu che la gente si sentì derubata di metà dei propri beni. A Parigi, scoppiarono
tumulti violentissimi dovuti alla povertà sempre più feroce. I ricchi, ai quali si
continuava a fare credito, si abbandonarono invece a eccessi sempre più folli: nel 1720
spesero all’Opera dieci volte di più che nell’anno precedente, le produzioni teatrali
erano costosissime, la gente si vestiva con ostentazione ancor più stravagante e dava
banchetti con infinite portate di cibi esotici. Ma John Law, che fino a qualche tempo
prima era il beniamino di tutti, l’uomo più desiderato nei salotti della città, era così
odiato che cominciò a temere per la propria incolumità e quella della famiglia. A fine
maggio, quando le azioni precipitarono, fu licenziato dall’incarico alle Finanze e
confinato nella sua casa di place Vendôme con le guardie alla porta, “per la sua
protezione”, almeno così venne dichiarato. La sua paura era che la rabbia generale
chiedesse la sua testa.
A giugno, però, Filippo d’Orléans, che non sapeva più che pesci prendere, e temeva che i
nemici di Law tramassero per diminuire il tempo della sua reggenza, richiamò John Law
con stupore di tutti. Lo scozzese dichiarò di poter gestire la situazione. Applicò uno
stretto razionamento al cambio di banconote in monete. Poi decise addirittura di
distruggere letteralmente quella “carta” che aveva tanto aiutato a diffondersi, che ora era
presente sul mercato in maniera eccessiva. Milioni di livres in azioni della Compagnia e
in biglietti di banca vennero bruciati per le strade in falò che lasciavano la gente
attonita. A Parigi vi fu un’impennata della criminalità – furti, rapimenti, omicidi – che la
gente attribuì all’incertezza economica dovuta ai provvedimenti di Law. Si emanarono
misure di rigore contro i mississipiens arricchiti: si istituì il ruolo degli individui noti per
avere speculato sulle azioni. Ma, a volte, succedeva anche di peggio. Il conte Antoine
Joseph de Horn, che aveva organizzato l’omicidio di un ricco azionista in una taverna,
venne condannato a morte sulla ruota, un supplizio destinato alla gente comune.
Quando la famiglia supplicò il Reggente di concedergli una morte più consona, questi fu
irremovibile e rispose loro con i versi di Corneille: “Il crimine è il disonore, non il
patibolo”. Il 26 marzo 1720 de Horn e il suo complice, morirono davanti alla folla dopo
un lungo supplizio: prima vennero loro spezzate le braccia, poi le gambe, poi le ossa del
torace.
Il tasso di cambio della livre contro la sterlina passò dalle 39 livres di maggio alle 92 di
settembre, una svalutazione di quasi il 60%. E come se non bastasse, una nave
proveniente dalla Siria portò a Marsiglia la peste, che in Francia avrebbe mietuto
100.000 vittime. L’epidemia paralizzò completamente il commercio marittimo. Fu la fine
di John Law. La gente identificò il crollo finanziario con la devastazione e la morte
provocata dall’epidemia e identificò un unico colpevole: lo scozzese. Il 15 settembre
1720, un decreto stabilì che tutte le banconote ad alto valore facciale avrebbero perso
corso legale, che per qualsiasi pagamento si esigeva almeno la metà in metallo, che i
depositi custoditi nei conti bancari fossero ridotti d’autorità a un quarto del loro valore,
e che il valore delle azioni della Compagnia fosse fissato a 2.000 livres. Gli storici
dell’economia sono ancora divisi sull’attribuzione di questi provvedimenti a Law, perché
potrebbero essere stati frutto delle consultazioni del Reggente con dei finanzieri privati.
L’opinione pubblica, comunque, li ascrisse a Law e ritenne lui responsabile del
malcontento che scatenarono. Alla fine di novembre, un altro decreto, stavolta emesso
chiaramente dalla Reggenza che aveva voltato le spalle a Law, decretò in pratica la fine
della Compagnia e della Banque: si richiedeva a ogni azionista di prestare
obbligatoriamente alla Compagnia 150 livres per azione. A chi rifiutava, le azioni
sarebbero state annullate.
La vita avventurosa di John Law ebbe un triste epilogo: il 17 dicembre 1720 fu costretto
a fuggire dalla Francia con suo figlio, peregrinò tra le corti d’Europa, separato dal suo
patrimonio e da Katherine, che fu trattenuta in Francia insieme a tutti i loro beni. John
Law ricominciò a giocare. Quando capì che neanche il capitale che aveva portato in
Francia quando vi si era trasferito gli sarebbe stato restituito, come gli aveva promesso
il Reggente, cominciò a pensare a come garantire un’eredità ai suoi figli. I debiti che
aveva a causa dell’esplosione della bolla del Mississippi non gli consentivano di
accumulare denaro. Così, con un altro personale colpo di genio, cominciò a investire il
surplus delle sue vincite in opere d’arte, attività del tutto inedita. Nel giro di due anni
accumulò una collezione di quasi cinquecento opere, firmate da Tiziano, Raffaello,
Tintoretto, Veronese, Holbein, Michelangelo, Poussin e Leonardo. La speranza di tornare
in Francia e ricongiungersi a Katherine si spense il 2 dicembre 1723, quando Filippo
d’Orleans fu stroncato da un infarto a 49 anni tra le braccia di una delle sue amanti,
Marie Thérèse de Falaris. A 54 anni, John Law intraprese la sua ennesima vita come spia
del governo inglese in Europa e morì a 58 in povertà, il 21 marzo 1729, a Venezia, dove
riposa nel cimitero di San Moisé. La nave sulla quale viaggiava la sua collezione d’arte
fu vittima di un naufragio, ma Katherine riuscì a recuperarne una parte. Le bastò vendere
quindici quadri per trasferirsi a vivere in un convento, dove rimase fino alla sua morte
nel 1747.
Il triste epilogo della parabola di John Law non toglie nulla all’acutezza di molte sue
intuizioni: la convinzione che la moneta metallica in quantità esigua ostacoli la crescita
dell’economia; la necessità di creare un’altra forma di moneta sostenuta dalla ricchezza
della nazione; la visione che alcune attività della nazione – nello specifico del momento
in cui operò, il Mississippi, il diritto al commercio oceanico, la potestà sovrana di creare
moneta – potevano essere “cartolarizzate”, cioè attribuite a una società in grado di
vendere titoli, monetizzando l’attività. La crisi del Mississippi ebbe in qualche modo
anche il merito di democratizzare l’economia del paese. Lo stesso Voltaire osservò che la
grande ondata speculativa del Mississippi portò alla ribalta nuove classi sociali e
strappò agli aristocratici, agli esattori e ai ricchi mercanti la prerogativa esclusiva di
operare negli ambienti economici e finanziari. I nouveaux riches – macellai, vinai,
cocchieri, marinai, tessitori e quant’altro, che avevano affollato la rue Quincampoix –
venivano disprezzati e sbeffeggiati nei salotti. Ma forse, chissà, contribuirono in parte
anche loro a far maturare nella società francese quell’idea di égalité che sarebbe
esplosa a fine secolo con la Rivoluzione francese. Ma la moneta e la finanza erano
strumenti potenti, che potevano scoppiare in mano a chi li maneggiava per la prima
volta, e fu questo che accadde a John Law. Law aveva creato un’inflazione sfrenata,
seppure altamente benefica per la Corona che ridusse il suo debito di due terzi, e in quel
modo alleggerì il bisogno di un’alta tassazione. Ma il prezzo di tutta questa operazione
lo pagarono con la loro rovina personale tutti coloro che detenevano il debito
governativo in forma di bond, annualità o azioni del Mississippi. L’operazione finanziaria
di John Law ebbe due significative ulteriori conseguenze: da una parte, una profonda
sfiducia che rese impossibile creare una banca di stato prima della Rivoluzione del
1789; dall’altra parte, una crescente domanda di trasparenza. Le banconote tornarono in
auge in Francia solo ottant’anni dopo, quando all’inizio della Rivoluzione l’Assemblea
Nazionale diffuse una forma di denaro cartaceo – gli assignats – basata sul valore della
terra. Paradossalmente, una delle prime idee di John Law rispetto al denaro cartaceo.
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