notiziario - Anpi Reggio Emilia

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notiziario
PERIODICO del Comitato Provinciale Associazione Nazionale Partigiani d'Italia di Reggio Emilia
Poste Italiane s.p.a. - Spediz. in abb. post. - d.l. 353/2003/ (conv. in L. 27-02-2004 n. 46) art. 1 - comma 1- DCB - Filiale R.E. - Tassa pagata taxe perçue - Anno XLVI - N. 07-08 di
settembre-ottobre 2014 - In caso di mancato recapito rinviare all’Ufficio P.T. di Reggio Emilia detentore del conto per restituzione al mittente che si impegna a pagare la relativa tariffa.
07-08
2014
settembreottobre
03 l© editoriale
Quale riforma
del lavoro
Fiorella Ferrarini
05 l© politica
Intervista a
Luca Vecchi
Claudio Ghiretti
09 l© società
Intervista a un agente
di PS reggiano
Francesca Correggi
11 l© 70esimi
70 anni fa la
“settimana” del
partigiano
Antonio Zambonelli
sommario
Editoriale
03 Quale riforma del lavoro?, di F. Ferrarini
Politica
04 Reggio e la cultura della memoria, intervista Luca
Vecchi, sindaco di Reggio Emilia, di C. Ghiretti
07 L’ANPI contro le mafie, comunicato stampa
08 Brescello, Poviglio e Boretto, intervista ai rispettivi
sindaci, di A. Fava
11 L’Anpi e la Costituzione, il resoconto dell’incontro
pubblico del luglio scorso, di R. Zardetto
Intermezzo
10 A Case Vecchie lungo il Modolena nel ricordo del
partigiano poeta Vampa
Il lavoro di Giulia e Alessia
della 4B della Scuola primaria
di San Polo per il progetto
promosso dal Comune di San
Polo in collaborazione con la
Scuola dell’infanzia
“Papa Giovanni XIII”,
Scuola paritaria dell’infanzia
“Mamma Mara”,
Scuola elementare “Renzo
Pezzani”, Scuola media
“Francesco Petrarca”
Progetto 25 aprile
(1945...2013)
Liberi di sognare,
Liberi di parlare,
liberi di lavorare...
in Pace
Festa della Liberazione
Estero
12 L’inevitabile e costante fallimento dei negoziati
israelo-palestinesi, di B. Bertolaso
14 “Ai compagni del Curdistan iracheno”,
di G. Notari
14 Le guerre nel mondo
Società
15 “Sono sempre stato orgoglioso di mio nonno
partigiano”, intervista a un agente di PS reggiano,
di F. Correggi
17 Lavoratori e aziende a Correggio, intervista a
Renzo Giannoccolo, CGIL, di F. Tavernelli
Interventi
19 Con quieto pacifismo, di F. Tavernelli
20 Un 25 aprile dimenticabile, di R. Montanari
Cultura
21 Non un maggio qualsiasi per Maria,
racconto di E. Carlotti
- “l’Unità” è morta rimane la speranza della sua
resurrezione, di G. Notari
22 Antonio Soda, politica e cultura, un ricordo
23 A. Soliani,“Tutto si muove, tutto si tiene”,
recensione di A. Fava
70esimi
25 70 anni fa iniziava la lunga settimana del
partigiano, di A. Zambonelli
26 L’esperienza degli sfollati a Codesino, di R. Martinelli
Memoria
28 Sentieri partigiani 2014, di Chiara Guarnieri e
Annalisa Govi
31 E’ passata anche per i luoghi della Resistenza la
Route del coraggio degli scout cattolici, di a.z.
32 Quando il tenente della Wehrmacht Mueller
divenne partigiano, di A. Zambonelli
33 Vanni Luciano, vita di un uomo di montagna,
un’autobiografia
- CAI “Cani sciolti” e ISTORECO sul sentiero
partigiano n. 5
Ricorrenze
34 Festeggiato a Montalto Giannetto Magnanini
l’Opinione
24 La riforma del Senato è davvero un attentato alla
Costituzione?, di G. Bertani
35 Lettere
38 Lutti
39 Anniversari
43 I sostenitori
Le rubriche
13 Segnali di pace, Saverio Morselli
37 Primavera silenziosa, Massimo Becchi
In quarta di copertina: “Giornata d’aprile” è il titolo di questo bassorilievo su tavola di legno
(cm. 75 x 105) con cui Armando Giuffredi (Montecchio, 1909-1986) vinse il primo premio per la
scultura al concorso Arte e Resistenza indetto dall’ANPI reggiana all’indomani della Liberazione.
L’iniziativa registrò la partecipazione di 30 artisti (pittori e scultori).
Tra di loro gli allora giovanissimi Vittorio Cavicchioni, Nello Leonardi e Remo Tamagnini.
notiziario
07-08
2014
sett-ott
Spedizione in abbonamento postale - Gruppo III - 70%
Periodico del Comitato Provinciale Associazione Nazionale Partigiani d'Italia di Reggio Emilia
Via Farini, 1 - Reggio Emilia - Tel. 0522 432991
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e-mail: [email protected];
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Proprietario: Giacomo Notari
Direttore: Antonio Zambonelli
Caporedattore: Glauco Bertani
Comitato di redazione: Eletta Bertani, Ireo Lusuardi
Collaboratori: Paolo Attolini (fotografo), Angelo Bariani
(fotografo), Massimo Becchi, dott. Giuliano Bedogni, dott.
Carlo Menozzi, Bruno Bertolaso, Sandra Campanini,
Anna Fava, Nicoletta Gemmi, Claudio Ghiretti, Saverio
Morselli, Fabrizio Tavernelli
Registrazione Tribunale di Reggio Emilia n. 276 del 2-03-1970
Settembre-ottobre 2014
chiuso il 15 settembre 2014
Impaginazione e grafica Glauco Bertani
Per sostenere il “Notiziario”:
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Associazione Nazionale Partigiani d'Italia - Comitato
Provinciale ANPI
editoriale
Quale
riforma del lavoro?
di Fiorella Ferrarini
Il tema del lavoro “è uno degli impegni principali per l’AN-
PI, tenuta alla salvaguardia delle disposizioni della Carta Costituzionale, tra le quali emergono quelle relative al lavoro, a
partire dall’art. 1”, afferma il presidente Smuraglia nell’ultima
newsletter. Nel secondo trimestre 2014 il tasso di disoccupazione in Italia è arrivato al 12,3 percento, in crescita di 0,2
punti percentuali su base annua; per gli uomini l’indicatore
rimane stabile all’11,5 percento; per le donne sale dal 12,8
percento di un anno prima all’attuale 13,4 percento! Aumentano i divari territoriali, con l’indicatore pari all’8,4 percento nel
Nord (+0,3 punti percentuali) e al 20,3 percento nel Mezzogiorno (+0,5 punti), mentre rimane stabile al 10,8 percento nel
Centro (dati ISTAT). La situazione è gravissima, specialmente
per i giovani, il cui tasso di disoccupazione tra i 14 e i 25 anni
ha superato il 40 percento. Scende ancora la produzione industriale a luglio, rispetto all’aumento nell’Eurozona.
E’ stato firmato a metà settembre dal presidente Napolitano il decreto Sblocca Italia, contenente “misure urgenti per
l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche,
la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica,
l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle
attività produttive”: il decreto che prevede dieci miliardi per
grandi opere. Questo è sicuramente un provvedimento necessario e urgente. Ma il vero elemento di discussione è il Jobs
Act, il pacchetto delle proposte sul lavoro di Matteo Renzi. In
Commissione sono state approvate alcune norme importanti,
come la stretta sulla pratica illegale delle dimissioni in bianco
per le donne, il potenziamento e la semplificazione dei contratti di solidarietà, il contratto di ricollocamento, di cui dovrebbe
beneficiare ogni disoccupato, la possibilità di cedere le ferie ai
colleghi con figli ammalati. Rinviata alla seconda metà di settembre, invece, la discussione sull’articolo 4, quello sul riordino delle forme contrattuali, che riguarda il “contratto a tutele
crescenti” e quindi il tema caldissimo dell’eventuale revisione
dell’articolo 18, con l’ipotesi di escludere il potenziale reintegro dei lavoratori dopo un licenziamento per ingiusta causa
(l’art. 18 era comunque già stato in parte “superato” dalla riforma Fornero senza per altro aver risolto nulla, visto che non
sono affatto stati creati nuovi posti di lavoro!) La Camusso ha
in proposito osservato che: “si è scivolati su una discussione
secondo la quale bisogna ridurre i diritti per estenderli ad altri”! Nel Jobs Act, ha sottolineato la segretaria della CGIL,
“molti titoli sono assolutamente condivisibili. Ma noi dopo i
titoli vogliamo conoscere come si intendono applicare quelle
norme. Per noi il grande tema è l’inclusione dei giovani non
garantiti nel mondo del lavoro”. La CGIL e la FIOM hanno
programmato mobilitazioni dei lavoratori a ottobre.
Sostiene Smuraglia che il dibattito sembra essersi subito
orientato “nella direzione della eccessiva rigidità del sistema
giuridico del lavoro” e delle difficoltà che si frappongono ai
licenziamenti, e quello del “superamento” – ormai considerato
certo e irreversibile – dello Statuto dei diritti dei lavoratori.
Insomma, si parla soprattutto di regole, considerandole ingiustamente come elemento fondamentale per il rilancio delle attività produttive e dello sviluppo, come ha sottolineato sabato
13 settembre anche l’on. Bersani a Festareggio.
Non si vuole sostenere che lo Statuto “non si tocca”, continua il presidente ANPI, “perché è ovvio che le trasformazioni
economico-sociali suggeriscono qualche modifica, qualche
aggiustamento e qualche integrazione (è vero, infatti, che lo
Statuto fu redatto pensando soprattutto al lavoro dipendente
e stabile e dunque occorre inserire garanzie e tutele anche per
le altre tipologie di lavori). La verità è che si parte dall’idea
di un mutamento radicale della stessa filosofia dello Statuto.
Mettere mano al quale, nella sostanza, è quasi come mettere
mano, con disinvoltura, alla Costituzione”.
Ci preoccupano le affermazioni di Mario Draghi secondo cui è
giunto il momento in cui gli stati membri della UE, dopo aver
rinunciato alla sovranità sui bilanci debbano “almeno in parte
rinunciare anche a quella sulle politiche economiche”. Questo
convincimento, neanche a dirlo, sembra abbia il pieno consenso della Germania ma anche quello più o meno esplicito, più
o meno forzato, degli altri Stati , tra cui l’Italia. L’autunno,
dunque, come da diversi anni, si preannuncia caldo e non in
senso meteorologico.
Condividiamo pienamente le parole del presidente Smuraglia
che conclude: “Dobbiamo insistere perché si torni alla ragione e soprattutto ai princìpi-guida della Costituzione; puntando
sullo sviluppo, sulla crescita, sulla innovazione e sulla ricerca;
combattendo le distorsioni dell’economia, della concorrenza
e del mercato, prodotte da cause esterne e illegali (corruzione
e mafie)”.
Dopo di che, nonostante il disfavore che si continua ad ostentare nei confronti dei sindacati, varrebbe la pena di aprire con
loro un confronto e col mondo giuridico una discussione, su
un vero e proprio “piano” suscettibile di conciliare le esigenze
dello sviluppo con le garanzie di sicurezza e di dignità che
spettano, e devono spettare, alle persone che lavorano”.
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notiziario anpi
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politica
Reggio e la Cultura della Memoria
Intervista a Luca Vecchi, Sindaco di Reggio Emilia
di Claudio Ghiretti
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Reggio Emilia, Sentieri Partigiani 2014. Cortile delle ex Officine Reggiane: il partigiano Ferdianando Cavazzini
intervistato da Matthias Durchfeld; alla sua destra la partigiana Giacomina Castagnetti (foto Chiara Guarnieri)
ignor Sindaco, prima di entrare nel merito della nostra
intervista, se l’aspettava una vittoria tanto netta alle elezioni
del 25 Maggio scorso? E, secondo Lei, quanto hanno influito
le ragioni locali e quanto le ragioni nazionali?
Ogni candidatura elettorale e in particolare la candidatura a
sindaco di una città, in una democrazia è sempre un ‘fatto collettivo’, è frutto di una scelta e di un lavoro collettivi. Mi è
stato proposto di candidarmi, dalla mia parte politica certo,
ma anche da tanti amici, simpatizzanti, da persone che non
conoscevo e mi hanno espresso la loro fiducia. Un grande sostegno, anche umano e affettivo, è venuto dai volontari del
mio partito, che voglio ringraziare nuovamente anche attraverso questo giornale. Posso dire che mi aspettavo di vincere
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notiziario anpi
le elezioni e di vincerle al primo turno, come è avvenuto. Il
notevole consenso nazionale raccolto dal Pd alle Europee è
stato importante, ma ritengo che qui a Reggio abbiano voluto
premiare i contenuti e il metodo della nostra campagna elettorale. Abbiamo spiegato onestamente che non tutto si può fare,
che serve fare scelte nell’interesse della collettività. Gli elettori, non solo quelli tradizionalmente di centrosinistra, hanno
capito. I reggiani sono gente tosta, per dirla con Francesco
Guccini, sanno qual è ‘il sugo del sale’, cioè la sostanza della
sostanza. Anche questo è ‘lavoro collettivo’.
All’inizio del suo impegno come Sindaco di Reggio Emilia, ci
dica qual è la cosa più importante che vorrebbe realizzare?
Le cose importanti da realizzare sono certo più di una e sa-
società
rebbe riduttivo parlare di una soltanto. A Reggio Emilia c’è
un tema culturale, da portare avanti. Penso agli aspetti della
Contemporaneità, della cultura e dell’espressione creativa a
noi coeva, così ricca di fermenti e di desiderio di futuro, di
speranza, di cambiamento. Penso alla valorizzazione della risorsa intellettuale, artistica, creativa, nei campi dell’educazione, della fotografia e delle diverse arti figurative, del teatro.
La musica, per esempio è un campo vivace in città. Credo si
debba fare uno sforzo ulteriore, che ritengo molto importante,
sul tema della Memoria. Penso a un progetto di Cultura della
Memoria che sia diffusivo, coinvolgente, agile, abbordabile
anche dalle generazioni più giovani. La Memoria - sia essa
storica in senso ‘classico’, ma anche dei luoghi, degli oggetti,
delle storie di vita, dei significati – è un’aspirazione, anzi un
bisogno impellente del nostro tempo. Abbiamo bisogno di vedere, toccare, riflettere, per poter capire e vedere il futuro, per
poter comprendere il nostro status di cittadini; abbiamo bisogno di identità, purché sia un’identità aperta, non esclusiva o
escludente ma partecipata e quindi sempre più condivisa. Credo che questo possa valere senz’altro anche per la Memoria
della Resistenza, che è una Memoria di libertà e democrazia,
quindi molto connaturata alla nostra contemporaneità. Certo
vi è anche altro di importante da realizzare, nel ‘mare grande
e complesso’ di una città come la nostra. Serve lavorare sui
Luoghi della Comunità, luoghi non solo fisici, ma di relazione
e di crescita: i quartieri e fra questi il centro storico che è più
di ogni altro il quartiere di tutti, il simbolo appunto di una memoria identitaria; la scuola; la socialità e lo sport.
Nella sua campagna elettorale, Lei ha molto insistito sulla
necessità di impegnare il Comune per fronteggiare la crisi economica e il dramma della mancanza di lavoro, ma, in
concreto, cosa può fare veramente un Sindaco e con quali
risorse?
Il lavoro è e deve essere il nostro assillo. E’ nell’articolo 1
della Costituzione, perché è la linfa della democrazia e della
dignità della persona. Dopo la crisi innescatasi nel 2008, nulla
potrà essere come prima. Siamo di fronte ad un cambiamento strutturale. A questo mutamento epocale si può rispondere
soltanto cambiando. Reggio Emilia ha dimostrato di essere un
esempio in questo, dalla nascita del Primo Tricolore e della
Repubblica Cispadana alla nascita del movimento cooperativo
e riformista a inizio Novecento, dalla Resistenza alla rinascita
della democrazia e dell’economia nel dopoguerra. Alla fine
degli anni Quaranta eravamo fra le città più povere d’Italia.
Ma le persone hanno dato una risposta di comunità ed hanno
saputo superare le difficoltà e produrre nuove visioni e risposte. E anche questa volta sarà la risposta di comunità che ci
farà uscire dalla crisi. Il Comune non è un ente di promozione
economica, ma credo che possa dare un contributo importante
anche nella costruzione di nuovo lavoro e nuova economia.
Percorrere, come stiamo facendo, la strada della sinergia tra
investimenti pubblici e privati con strumenti di collaborazione
che si stanno rivelando efficaci, è una risposta. Una risposta di
comunità, perché chiama in causa attori e risorse importanti,
e li orienta verso un obiettivo di interesse collettivo. Avviene
per il centro storico, avviene per la ricerca e l’innovazione industriale, avviene per la rigenerazione di diversi ambiti urbani,
per la cura della comunità, per la scuola. E si traduce anche in
un aiuto a chi è in difficoltà, aiuto che non è mera assistenza,
ma accompagnamento a uscire dalla difficoltà, aiuto rivolto
a ogni persona o famiglia a ritrovare la propria autonomia e
dignità. In questo senso, il Bilancio del Comune è costruito in
ogni sua parte come strumento anti-crisi, cioè strumento che
vuole contribuire a favorire e governare il cambiamento.
Luca Vecchi
Non c’è dubbio che la Stazione Mediopadana del treno ad Alta
Velocità rappresenti una grande opportunità per l’intero territorio reggiano, ma anche parmense, modenese e mantovano.
Uno degli assi della sua politica, lo dico in sintesi, è quello di
fare di Reggio Emilia un nodo della rete delle città europee.
Che cosa dobbiamo aspettarci entro i prossimi 5 anni?
Sì, la stazione Mediopadana è un’opportunità per tutti. La leggiamo come un elemento a servizio di Reggio e delle città
vicine che costituiscono quella che chiamiamo “Area vasta”,
in grado di superare gli asfittici confini provinciali per creare
un dialogo e una cooperazione fra territori e comunità affini.
La nuova stazione, avrà, per il territorio reggiano, numerose ricadute positive. Per esempio, nel favorire il decollo degli
interventi nell’area Reggiane. Consentirà alle imprese di cogliere al meglio l’opportunità di Expo Milano 2015. La nuova
stazione porterà risorse in termini di investimenti e quindi di
lavoro, ma anche in termini di capitale sociale, di cultura, di
promozione della comunità. Si tratta di processi complessi e
non immediati (siamo stati troppo abituati e illusi al ‘tutto e
subito’), ma credo che alcuni di questi risultati si potranno
vedere già nei prossimi anni.
Dopo la vittoria elettorale, Lei ha proposto ai reggiani una
Giunta molto rinnovata. Quattro donne e quattro uomini con
poca esperienza politica alle spalle. Perché questa scelta?
Qualcuno l’ha interpretata come una netta presa di distanza
dalle amministrazione guidate dal suo predecessore, Delrio.
E’ così?
Le assessore e gli assessori sono stati scelti in base alle loro
competenze ed esperienze professionali e questo è un fatto nuovo, che segna la volontà di aprire l’Amministrazione
a nuove, benefiche contaminazioni. L’esperienza politica
non è assente, diciamo piuttosto che non vi sono esperienze
politiche pluridecennali, come è giusto che sia. Inoltre, due
assessori su otto hanno già avuto ottime esperienze politicoamministrative nella giunta precedente e quindi credo che vi
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politica
sia anche un’attenzione alla continuità.
Io stesso, sebbene giovane, non credo
certo di essere alle prime armi della politica. Non capisco quale necessità di ‘netta presa di distanza’ vi sia rispetto alle
Amministrazioni guidate da Graziano
Delrio. Mi pare un’interpretazione non
fondata e alquanto forzata. Dietrologie
a parte, il vero tema di un’Amministrazione è il programma e il suo portarlo
avanti, nell’interesse collettivo, sia pure
nelle pesantissime ristrettezze economiche in cui ogni Comune oggi si trova. Ed
è quello che stiamo facendo.
Lei punta molto sull’innovazione. Ha messo addirittura un assessore all’agenda
digitale, ma in pratica di cosa si tratta?
I contenuti dell’Agenda digitale sono
scelte volte ad esempio alla digitalizzazione, quindi alla semplificazione, di
procedure burocratiche in tema di appalti oppure di documenti anagrafici, così
come alla partecipazione nei quartieri
che può riguardare la segnalazione di bisogni o criticità così come la proposta di
soluzioni e progetti da parte dei cittadini:
da Internet alla strada, per dirla con uno
slogan. Le potenzialità del digitale sono
vastissime. Vogliamo continuare a lavorare con maggiore energia ed efficacia
su questi progetti, fra l’altro strettamente legati alla vita nei quartieri, dopo la
cancellazione, per legge, di quel punto di
contatto e dialogo fra Comune e comunità che erano le Circoscrizioni.
Veniamo ad alcuni problemi molto sentiti. Il trasporto pubblico a Reggio costa
molto, non riesce a competere con l’automobile e trasporta molti “portoghesi”.
A ciò si aggiunga la divergenza fra Comune e Seta. L’azienda dei trasporti chiede
di aumentare il prezzo dei biglietti per
non fare un buco di bilancio, il Comune
dice: prima migliorate il servizio. Cosa
sta succedendo?
Succede che le risorse nazionali per il
Trasporto pubblico locale sono state dimezzate e Comuni ed aziende di gestione
del trasporto si sono trovati ancora una
volta con il cerino in mano. La solita
guerra tra poveri. Nonostante queste difficoltà, SETA e ACT hanno chiuso i bilanci in pareggio e questo è un risultato
rilevante, perché anche le passività sono
un costo – seppure non immediatamente
percepibile – per l’intera collettività. E’
un dato che SETA abbia investito 1,5 milioni di euro quest’anno per il potenziamento e miglioramento del proprio parco
mezzi, che sono dieci in più, ma solo sul
trasporto extraurbano, e che Comune e
Agenzia della Mobilità stiano investendo
risorse per centinaia di migliaia di euro
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notiziario anpi
Un “tram” di SETA
per la riqualificazione e il miglioramento
della sicurezza delle fermate dei bus. Sul
tema dei biglietti, con la consulta degli
studenti, le scuole e altri attori pubblici
stiamo svolgendo un programma di educazione al rispetto delle regole, sia sulla
sicurezza, sia sul rispetto e decoro dei
mezzi, sia sul pagamento delle corse: lavorare insieme è l’unico modo per risolvere i problemi, spingendo lo sguardo al
di là delle polemiche.
Centro Storico. E’ un tema di grande complessità e sempre d’attualità. Vi sono iniziative in corso, come quella del nuovo
centro commerciale e residenziale di
“Palazzo Busetti ed ex Poste” che daranno nuovo slancio al commercio, ma
come si pone la sua amministrazione
di fronte al fatto che di reggiani in centro ne sono rimasti pochi e gli stranieri
sono ormai il 40 percento della popolazione?
Posto che essere stranieri – ma è meglio
dire cittadini migranti o di origine non
italiana, perché per noi è straniero solo
chi non rispetta le regole – non è certamente un reato, né un disonore, esiste un
tema di residenzialità del centro storico.
Serve, ed è nostro obiettivo, costruire
un dialogo con i proprietari immobiliari
per costruire strategie a promozione di
una nuova e più densa residenzialità nella città storica. Serve il coinvolgimento
di attori privati in politiche e progetti di
interesse pubblico, sul modello di quanto avvenuto, su ampia scala, per palazzo Busetti ed ex Poste o sta avvenendo
per palazzo del Carbone: interventi che
introducono qualità urbana, aprono al
pubblico luoghi che erano divenuti marginali, offrono spazi per una residenza diversificata e appetibile. Le nuove offerte
commerciali, che fungono da attrattori a
vantaggio anche del commercio al detta-
glio tradizionale, sono indubbiamente un
elemento di incentivazione anche della
residenzialità in centro storico. L’Amministrazione comunale anche in questo
caso ha un ruolo di facilitazione, di promozione, oltre che di attivazione di progetti di intervento. Serve ora una presa
di coscienza, un atto di responsabilità e
anche, me lo lasci dire, uno scatto di orgoglio da parte di attori non pubblici ma
con un ruolo determinante nel centro storico, affinché il contributo alla soluzione
di criticità sia veramente efficace.
Parliamo di degrado e sicurezza in città.
Fino ad ora questi problemi sono stati
affrontati con provvedimenti d’emergenza come le ordinanze antialcol o con
controlli straordinari da parte di Polizia
e Carabinieri. Ma la delinquenza in città
aumenta e contro i comportamenti incivili la Polizia Municipale sembra non sapere come affrontarli. Ha in mente azioni
più efficaci e strutturali?
La sicurezza è un tema centrale del programma di mandato. E’ vero che le ordinanze servono a fronteggiare emergenze,
ma è anche vero che questi provvedimenti hanno indotto, con la loro sistematicità,
una maggiore consapevolezza delle regole e hanno dato alle forze di polizia la
possibilità di compiere centinaia di interventi mirati. L’Amministrazione ha approvato di recente il nuovo Regolamento di Polizia locale, che aggiorna, rende
permanenti e mette a sistema una serie
di norme di convivenza civile e decoro
urbano, che incidono positivamente sulla
qualità della vita e la sicurezza. Polizia di
Stato, Carabinieri e Polizia municipale,
coordinati nel Comitato per l’ordine e la
sicurezza pubblica, svolgono ogni giorno
un lavoro importantissimo in tema di presidio del territorio e di servizio di prossimità. Vale la pena ricordare, solo in tema
politica
di Polizia municipale, che nel 2013 gli interventi svolti sono
stati in totale 27.322. Di questi, per restare in tema di sicurezza
e convivenza civile, 502 interventi sono stati svolti per disturbo
della quiete pubblica, 560 per violazioni in materia di commercio, 40 in materia di prostituzione, 321 per accattonaggio, 82
per bivacchi, 52 per danneggiamenti a beni pubblici e privati,
2.712 per problematiche di relative a condizioni manutentive
di parchi e arredi pubblici, 30 per spaccio di stupefacenti, 489
per furti e altri reati contro il patrimonio, 1.706 azioni di ausilio
alle forze di polizia e vigili del fuoco. La Polizia municipale di
Reggio Emilia è l’unica, insieme a quella di Bologna (che però
è una città metropolitana a cui Reggio non può essere paragonata) in tutta la regione Emilia-Romagna a garantire l’operatività su tutte le 24 ore della giornata, per tutto l’anno. Interventi
di riqualificazione quali quello del piazzale parcheggio Aci e
quello del Palazzo dei Musei in centro storico sono a beneficio
anche della sicurezza e della convivenza civile ad esempio nella vicina via Secchi. La collaborazione fra Comune e comitati
civici, come quello di porta Castello, ha portato, insieme con
interventi come la riqualificazione e il presidio sociale del parco
Cervi, esiti positivi sul piano della convivenza e della vivibilità
dei luoghi pubblici della zona. Come si vede, dove c’è volontà
di lavorare insieme, i nodi si sciolgono. Ancora una volta, un
lavoro collettivo.
Grazie Signor Sindaco e buon lavoro.
Grazie
Reggio Emilia, agosto 2014. L’abbattimento del palazzo delle Poste
L’ANPI contro le mafie
Il comunicato stampa dell’associazione partigiani reggiani sulle vicende delle penetrazioni mafiose,
oggetto di forte dibattito nella nostra provincia e non solo
L’
ANPI della provincia di Reggio Emilia considera non da oggi
l’impegno contro le mafie, così come contro ogni forma di illegalità e di sopraffazione, un modo attuale di fare Resistenza, proprio
in nome dei valori scaturiti dalla vicenda storica della lotta contro
il fascismo e per l’affermazione dei principi codificati nella Costituzione repubblicana. Proprio per questo – come segnalammo
al Presidente del Tribunale dott. Caruso in due incontri nel 2012
– siamo da anni vicini ai gruppi locali come Libera con la quale
da anni collaboriamo nell’ambito di progetti rivolti dalle scuole e
Goel; e in varie occasioni, come ad una Festa resistente di Felina,
abbiamo voluto con noi Enrico Bini, la personalità da anni tra le
più impegnate nel segnalare il rischio e l’attualità delle infiltrazioni
mafiose nel Reggiano. Ma ha qualche buona ragione, lo stesso dott.
Caruso, quando afferma “Non mi sarei mai aspettato una situazione
simile nel Reggiano. Siamo in Emilia, terra di valori civili, di partigiani, di Resistenza, con istituzioni ben radicate “, aggiungendo
poi una considerazione che merita tutta la nostra attenzione e che
dovrà essere oggetto di serie riflessioni: ”A questo punto mi è venuto di pensare che rispetto al tema del contrasto alle mafie vi sia
maggior impegno in una certa parte della società civile in Sicilia
che da queste parti”. Curiosamente si tratta di una considerazione
emersa anche nell’incontro di mercoledì 24 u.s., nella nostra sede,
tra alcuni dirigenti ANPI e Vincenzo Linarello, il Presidente del
Gruppo cooperativo Goel, che da anni si batte con coraggio, in Calabria, nella sua Lòcride, contro la ‘ndrangheta, con successi che
meriterebbero di essere meglio conosciuti , valorizzati e sostenuti.
Ciò detto crediamo di poter aggiungere che il richiamo del dott. Caruso alle radici resistenziali dell’identità emiliana ci conferma nella
necessità di un ridefinizione del nostro legame con tali radici. Una
“ridefinizione” che sia, come cerchiamo di fare anche noi come
ANPI, superamento di una retorica celebrativa fine a se stessa, per
una più puntuale e seria riflessione sul passato (Memoria e Storia)
che ci metta in grado di far fronte, ogni giorno, alle sfide del presente: quelle legate ai fenomeni mafiosi, ma anche quelle derivanti
dagli sconvolgimenti che già mettono a repentaglio la convivenza
tra i popoli e la pace nel mondo.Vogliamo infine esprimere il nostro
vivo apprezzamento per i ragazzi di Cortocircuito per le inchieste
sulla mafia a Reggio, ricordando che avemmo il piacere di ospitarli
nella nostra sede quando erano all’interno del Movimento Studenti
“Locomotiva”.
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notiziario anpi
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politica
Brescello, Poviglio e Boretto
Intervista ai sindaci Marcello Coffrini, Gianmaria Manghi e Massimo Gazza
di Anna Fava
Anche nella nostra provincia, lo scorso 24-25 maggio, si sono svolte le elezioni amministrative. Molti i sindaci riconfermati, alcuni
nuovi con qualche comune che ha avuto una inversione di tendenza: Guastalla, per esempio, che dopo l’amministrazione degli
ultimi 5 anni da parte del Centro Destra, ha vinto un Sindaco di Centro Sinistra.
Anche a Poviglio, Boretto e Brescello il Centro Sinistra si è riaffermato alla guida di queste amministrazioni. Poviglio riconfermando Sindaco Giammaria Manghi con un Consiglio molto nuovo e molto giovane e Brescello, dove il Sindaco precedente, Vezzani,
che non poteva esser ricandidato perché già al secondo mandato, ha lasciato il posto a Marcello Coffrini, avvocato ed ex assessore
nella Giunta precedente. Caso particolare, (ma non unico nemmeno nella nostra provincia) è stato Boretto dove la sfida non era
battere gli avversari politici, ma portare a votare il 50+1degli aventi diritto: pena il commissariamento, in quanto nessun altro
schieramento aveva presentato una lista da contrapporre a quella del Sindaco Massimo Gazza.
Sindaci eletti con percentuali “bulgare” ai quali vanno le congratulazioni e gli auguri sinceri di un buon lavoro. A loro spetterà
amministrare per i prossimi cinque anni queste comunità, in un momento non felice per gli Enti locali e con una crisi economica
che non accenna a passare.
A loro, l’ANPI, ha voluto rivolgere due domande che vogliono essere una fotografia del territorio delle sfide che li attendono ed un
programma legato al 70°anniversario della fine della seconda guerra mondiale.
1) Un primo breve bilancio di questi 3 mesi di mandato e quali sono le emergenze principali del territorio da Lei governato?
2) Il 25 aprile 2015 sarà il 70°anniversario della fine della II GM. Anniversario significativo che vedrà molti soggetti impegnati nel
ricordarlo con diversi progetti e/o manifestazioni. Quali iniziative pensate di mettere in campo per ricordare tale avvenimento?
Marcello Coffrini
1)
In questi tre mesi mi sono reso conto
di quelle che possono essere intese come
esigenze principali, spesso identificabili
anche come emergenze, del nostro comune.
In particolare credo che le istanze di aiuto, di tipo economico, logistico e lavorativo, rivolte dai cittadini al comune siano
il tema più delicato da trattare, sia per il
loro livello quantitativo, sia per la necessità di capire come rispondere e quali criteri applicare per operare in modo equilibrato e, soprattutto, non fine a se stesso.
In pratica ritengo sia sempre più importante coordinare le associazioni presenti
sul territorio per dirottare parte dei servizi (in particolare gestione del verde, della
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notiziario anpi
pulizia e del decoro urbano) verso gestioni in economia, utilizzando cittadini
senza impiego ed in attesa di nuovo impiego, in modo da non erogare aiuti senza
un contributo da parte dei soggetti aiutati.
Il tutto porterebbe risparmi alle casse comunali, ma permetterebbe anche di motivare i soggetti interessati con effetti positivi anche sul loro futuro reinserimento
lavorativo.Su tale punto stiamo lavorando da inizio mandato e contiamo di avere
i primi riscontri entro fine anno 2014.
Abbiamo dedicato parte del nostro tempo alla cura del territorio, a 360 gradi,
ritenendo fondamentale fornire una immagine dello stesso ordinata, pulita ed
efficiente, sia per i cittadini che per i
numerosi turisti che fortunatamente ci
visitano regolarmente.L’idea è quella per
cui la crisi economica che ci affligge non
debba essere un elemento demotivante,
né un alibi per non fare, per cui con tale
spirito stiamo affrontando la gestione del
territorio e dell’ambiente che ci circonda.
Successivamente all’approvazione del
bilancio, a fine settembre, inizieremo a
progettare la ristrutturazione interne del
Comune con rimozione delle barriere architettoniche esistenti.
2)
Per celebrare il prossimo 25 aprile
la mia idea sarebbe quella di continuare
il lavoro fatto con le scuole presenti nel
nostro comune, incentivando lo sviluppo
di progetti educativi e conoscitivi, per
non qualificare la ricorrenza come qualcosa di scontato e di superato; l’impegno
sarà quello di iniziare da subito a valuta-
re come e cosa fare in tale ottica. Siamo
disponibili a collaborare con ANPI ed a
ricevere ogni suggerimento al riguardo.
Gianmaria Manghi
1)
Direi che l’avvio di legislatura è
statocaratterizzato da scelte immediate e
concrete, in fluida continuità con il mandato precedente. Subito l’attivazione del
wi fi nelle aree pubbliche, poi, nel mese
di luglio, la costruzione e l’approvazione del bilancio di previsione 2014, in cui
l’ennesimo taglio dei trasferimenti statali
è stato affrontato attraverso un’ulteriore
riduzione della spesa ed una politica tributaria all’insegna della progressività,
politica
contraddistinta dal principio in virtù del
quale “chi più ha, più paga”. Con il mese
di agosto, infine, si sono definite le condizioni economiche per operare, da qui a
fine anno, un rilevante intervento di edilizia scolastica, dell’importo pari a 330
000 euro, che consentirà di agire sugli
edifici di Scuola Primaria e Secondaria
di primo grado, effettuando la sostituzione di tutti i rispettivi serramenti. Ciò
garantirà un apporto assai significativo
alla sicurezza di alunni ed insegnanti ed
al contempo arrecherà un contributo al
risparmio energetico. La scuola, dunque,
al centro dell’azione amministrativa di
questo avvio di legislatura, dato confermato anche dall’assenza di liste d’attesa
al Nido ed alla Scuola d’Infanzia. Quanto
alle emergenze del territorio, la principale resta quella generata dagli effetti della perdurante crisi economica e sociale
che attanaglia l’Italia da qualche anno.
La contrazione dell’offerta di lavoro,
infatti, approfondisce la soglia dell’impoverimento della popolazione, che si
manifesta nel progressivo aumento degli
sfratti abitativi e nella difficoltà per tante
famiglie di affrontare in modo dignitoso la quotidianità e le sue incombenze.
Ritengo piuttosto preoccupante questa
situazione, poiché rischia di minare, nel
tempo, la coesione che ha sempre contraddistinto la nostra comunità.
2)
Il 70° anniversario della fine della
Seconda guerra mondiale rappresenta
senza dubbio un appuntamento importante, che va approcciato con grande serietà. Ne consegue la necessità, da parte
dell’Amministrazione Comunale, di procedere relativamente ad esso non in modo
autarchico, bensì condividendo con l’Anpi locale e l’Istituto Comprensivo proposte e progetti. Anche l’Istituto Cervi,
espressione diretta della nostra area geografica di appartenenza e del quale il Comune di Poviglio è socio da lungo tempo,
è un riferimento con cui interagire.
Ci adopereremo, quindi, per promuovere
un gruppo di lavoro partecipato con i soggetti citati, in modo tale da programmare
iniziative all’altezza della ricorrenza in
oggetto, in grado di spaziare dall’orizzonte locale ad altri di più ampio respiro.
1)
Fare un bilancio dell’amministrazione a tre mesi dal suo insediamento mi appare
prematuro, tuttavia non posso non sottolineare l’alacrità con cui il gruppo si sia messo
a lavorare sul settore sportivo, un punto debole del nostro comune.
Altro punto su cui stiamo investendo energie e risorse è il completamento dei Magazzini del Genio, il nuovo centro aggregazionale e sociale che presto vedrà l’inaugurazione e l’apertura alla cittadinanza. Le emergenze principali del territorio che
amministro sono legate alla crisi del mondo del lavoro, che se è vero che nel nostro
comune rimangono buoni i livelli occupazionali, non vanno dimenticate le enormi difficoltà che incontrano i giovani nell’intraprendere una carriera lavorativa. Qui concentriamo il massimo dello sforzo.
2) Le iniziative in programma per il 70° anniversario della fine della seconda guerra
Massimo Gazza
mondiale sono volte alla sensibilizzazione delle giovani generazioni ai valori della
democrazia e della libertà. Prioritaria è la collaborazione con l’Istituto Comprensivo al
fine di raggiungere il coinvolgimento dei nostri ragazzi e renderli i protagonisti delle
celebrazioni. Verrà proposto uno spettacolo prodotto e interpretato dagli stessi ragazzi
sulla figura del partigiano Felice Montanari, verranno calendarizzate uscite nei luoghi
della memoria e in coincidenza con il 25 aprile verrà proposto uno spettacolo teatrale
sulla figura del Presidente Pertini. Il programma verrà integrato su approfondimenti
sulla questione mediorientali.
Interrogativo Brescello...
Le interviste qui pubblicate, domande e risposte scritte, sono state raccolte prima che scoppiasse la polemica
sulle affermazioni del sindaco di Brescello Coffrini a proposito del suo concittadino Francesco Grande Aracri,
inquisito e condannato per attività mafiosa. Non la ripercorreremo. Ci limitiamo solo a ricordare il nostro stupore nel leggere la risposta del Sindaco alla nostra prima domanda: dei problemi di infiltrazione mafiosa nel suo
territorio neppure un accenno.
Eppure, a esempio, un’inchiesta in “Narcomafie” del marzo 2011 di Giovanni Tizian Da don Camillo ai Grande
Aracri - La ’ndrangheta spadroneggia nella pianura padana facendo di Brescello, il paese di don Camillo, la
silenziosa capitale di un impero criminale, quello dei Grande Aracri, ’ndrina con le radici a Cutro - avrebbe potuto mettergli una pulce nell’orecchio... invece neppure la condanna di un uomo “gentilissimo, uno tranquillo”
(Coffrini) lo ha allertato.
Dopo l’intervista ai giovani di Cortocircuito, da cui è scoppiato “l’ambaradan”, Coffrini prova a metterci una pezza: “Non sarei più così ingenuo nel trattare certi temi in maniera così colloquiale”. Ipse dixit. (g.b.)
(Il fascicolo in PDF è scaricabile da <http://notiziario.ossigeno.info/wpcontent/uploads/2012/01/Narcomafie_InchiestaReggioEmilia.pdf le mani nel
cemento>).
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notiziario anpi
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intermezzo
Case Vecchie lungo il Modolena nel ricordo
del partigiano poeta VAMPA
Domenica 21 settembre è stato inaugurato il percorso ciclopedonale ed escursionistico che congiunge via Fratelli Cervi
al vecchio borgo proletario di Case Vecchie, di Pieve Modolena. Il capogruppo PD in consiglio comunale Andrea Capelli,
presente assieme all’Assessore Mirko Tutino, ne ha fatto un sintetico resoconto su Facebook. Ne stralciamo alcune righe
Il pubblico, in bici e a piedi, all’inaugurazione; Giovanni Piccinini e, sotto, l’assessore Tutino taglia il nastro
“C
on più di cento persone da Buda fino
alle Case Vecchie di Pieve Modolena per
l’inaugurazione della Green Way nel Parco
Modolena si riuniscono vecchi abitanti della zona, come lo storico (ANPI-Istoreco)
Antonio Zambonelli nato al Guazzatoio,
sua nonna materna stava in Buda, dove
abita Giovanni Piccinini che ha letto ‘La
Modleina’, poesia di Osvaldo Ferrari detto
Vampa”.
Il quale “Vampa” - aggiungiamo noi – partigiano della 144a Brigata Garibaldi, operaio e poi artigiano, è stato anche, assieme al
suo quasi omonimo ed amico Luigi Ferrari,
uno dei maggiori poeti dialettali reggiani della seconda metà del Novecento. Su
queste pagine abbiamo in più occasioni
pubblicato sue poesie. Ebbene Vampa, che
ci ha lasciato nel 2012, era nato nel 1921
ed aveva abitato per oltre trent’anni, proprio alle Case Vecchie, il borgo proletario
avvolto come in un abbraccio da un’ ansa
del torrente Modolena. E non è un caso che
Osvaldo abbia dedicato proprio a quel corso d’acqua una delle sue più belle poesie,
composta in dialetto e magistralmente tradotta (anzi ricreata) in italiano, come faceva
abitualmente. Al termine della camminata
Buda-Case Vecchie, abbiamo colto l’occasione per chiedere al consigliere comunale Andrea Capelli di condividere questa
proposta: nella piazzetta del borgo venga
apposta una targa in memoria di Osvaldo
Ferrari “Vampa” / partigiano e poeta / cantore di questo borgo/ e dei personaggi che
l’abitarono.
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notiziario anpi
Suggerimenti di lettura
In questo piccolo spazio abbiamo pensato di proporvi alcune recenti letture che ci hanno colpito.
Nel centenario della Grande Guerra un libro da leggere che nelle sue quasi 600 pagine non ha
mai un momento di “stanchezza” è “I Sonnambuli” di Christopher Clark (Laterza). Alla fine uno
capisce che individuare chi ha scatenato l’inutile strage è più difficile di quel che ci hanno raccontato. Invece con il testo di Ivonne
Sherratt “I filosofi di Hitler” (Bollati
Boringhieri) il lettore è introdotto nel
mondo della cultura tedesca di Otto/
Novecento (e anche precedente) che
ha aperto la strada al nazismo e trova i
nomi di quei filosofi che sono passati
armi e bagnagli al servizio di Hitler.
Uno per tutti: il filloso Heidegger. Ma
l’autrice ci fa anche conoscere gli
“SFORTUNATI” oppositori. Il tutto documentato con approfondite
schede biografiche. Per chi invece
volesse fare i conti con la violenza
che ha caratterizzato il secolo scorso un libro da leggere è quello di
Niall Ferguson “XX secolo, l’età della violenza. Una nuova interpretazione del Novecento”. Se amate anche la letteratura, come intermezzo
di allegerimento, vi proponiamo Murakami “1q84” (Einaudi), per sognatori inesausti. (g.b.)
L’ANPI e la Costituzione
politica
Pubblichiamo il resoconto dellla conferenza “RIFORMA DEL SENATO, LEGGE ELETTORALE, SOVRANITÀ POPOLARE” – organizzata da ANPI, Associazione reggiana per la Costituzione e CGIL, svoltasi il 14 luglio al Centro insieme-Circolo ARCI
Bismantova Catellani – che ha visto la partecipazione di Rina Zardetto (Presidente dell’Associazione Reggiana per la
Costituzione) del giornalista Stefano Morselli, del sen. Vannino Chiti e del prof. Massimo Villone (ordinario di Diritto
costituzionale presso l’università “Federico II” di Napoli).
Lunedì sera, 14 luglio 2014, all’incontro
con Vannino Chiti ed il prof. Villone Massimo presso il circolo Arci, c’è stata una
buona partecipazone. La sala grande conteneva quasi 150 persone ed era piena; presenti c’erano esponenti dell’Anpi, Camera
del Lavoro, partito democratico, SEL, Rifondazione comunista, Lista Tsipras, associazionismo diffuso, qualche esponente di
spicco della vecchia democrazia cristiana.
Non vi faccio un resoconto dettagliato della
serata, però alcuni passaggi mi preme sottolinearli.
Il professore Villone dice: capisco il calcolo politico di Renzi, in quanto Berlusconi è
in un momento di forte debolezza, perciò è
più facile manovrarlo, però non si pò assolutamente dargli la qualifica di Padre Costituente. La Costituzione serve per limitare il
potere che non deve essere sbilanciato. Con
queste riforme non ci sono equilibri adeguati. Il problema del bicameralismo da affrontare e che è ragione di ritardo è le colpa
è tutta della Politica non certo della Carta.
C’è il governo che mette continuamente la
tagliola sulla discussione Parlamentare. Ha
poi spiegato che è falsa la possibilità di riduzione vera dei costi con la proposta del
Senato della riforma Boschi. L’obbiettivo è
quello di mettere un uomo solo al comando
e così come sono state pensate le riforme
favoriscono il potere alla maggioranza di
governo, con bassa rappresentatività Parlamentare. Ovviamente la colpa oltre alle
riforme costituzionali è da attribuirsi anche alla legge elettorale “Italicum” definito
peggio del Porcellum, perciò in base all’ultima sentenza della Corte, ci sono tutte le
premesse di incostituzionalità anche in
questa proposta. Ha condannato l’art. 81
messo in Costituzione ancora dal governo
Monti, scrivendo così l’obbligo di una forte auserità per il nostro Paese. Queste cose
accadono dice perchè i Parlamenti sono deboli; un Parlamento forte è un Parlamento
rappresentativo e questa è una fase debole.
Il senatore Chiti è entrato più nel merito delle riforme portando dati, esempi e comparazioni. Ha sottolineato il fatto che oramai
i decreti legge sono stati negli ultimi anni
abusati, riducendo al minimo le prerogative Parlamentari. Ha proposto di dimezzare
le indennità, che non ha senso che siano
più onerose dello stipendio del sindaco di
Roma, (tra l’altro ha ricordato che era una
proposta della campagna elettorale del PD).
Da sinistra: Massimo Villone, Stefano Morselli, Vannino Chiti e Rina Zardetto
Ha parlato anche lui degli squilibri che questa legge elettorale (ricordiamolo già votata
e passata alla Camera dei Deputati) è estremamente squlibrata, non solo per il Parlamento ma avrebbe ricadute forti anche sulle
regioni che porterebbe ogni regione a trattare per la composizione del proprio consiglio con leggi regionali diverse.
La forte diminuzioni di organismi di garanzia con l’introduzione della legge elettorale
e la cancellazione del senato elettivo.
Problema di autonomia dei magistrati; sul
conflitto di interessi non ha saputo rispondere perchè non aveva ancora avuto tempo
di guardare gli ultimi ritocchi che avevano
fatto alla proposta su questo determinato
punto prima di portarla in Commissione.
Certo in questo modo i cittadini contano
meno. Ha rimarcato il fatto che nel nostro
Paese diversamente dalla Francia, non c’è
una legge sui poveri e che sono diventati,
fra giovani e non solo, il 44 percento nel
Paese con una concentrazione del 60 percento al Sud.Il pubblico al quale abbiamo
deciso volutamente di lascire spazio è intervenuto con domande puntuali, precise, preoccupato ma con forte desiderio di capire.
Anche da parte di alcuni fans del governo
Renzi, che proprio per come è stata impo-
stato il dibattito, hanno ascoltato con forte
interesse senza reazioni, prendendo atto
dello stato dell’arte.
Alla domanda rivolta a Chiti: “Se non cambia la proposta di riforma e rimane sostanzialmente così lei la vota? La risposta è stata: “Non si tratta di andare contro il governo
Renzi, si tratta di rispondere all’art. 67 della
nostra carta, ed in tutta e profonda coscienza non posso votarlo, proprio per le pesanti
ricadute che avrebbe sul nostro sistema democratico”.
Ho informato il pubblico in sala e lo stesso
Chiti della lettera inviata quella mattina a
tutti i senatori (al quale ne ho data una copia) e del presidio che dal 15 ci sarebbe stato a Roma con le associazioni romane e la
Rete per la Costituzione. I due relatori sono
rimasti contenti in particolare il senatore
Chiti che, riaccompagnandolo in albergo
a Bologna, ci ha detto che era contento di
come si era sviluppata la serata ed ha ringraziato molto gli organizzatori anche per
la alta partecipazione. Ovviamente anche
lui in questa fase difficile ha bisogno di sentire un supporto psicologico.
Rina Zardetto
Associazione reggiana per la Costituzione
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notiziario anpi
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estero
L’inevitabile e costante fallimento dei negoziati israelo-palestinesi
di Bruno Bertolaso
Netanyahu, Obama e Abu Mazen
Q
uando il governo israeliano, durante gli ultimi negoziati, condotti con una crescente intransigenza di Netanyahu,
tanto da riconfermare ufficialmente e in presenza di “sbalorditi” emissari statunitensi, l’intenzione del suo governo
di prolungare sine die il controllo della Cisgiordania, ci si
è trovati di fronte all’ennesimo fallimento di ogni accordo.
Il presidente palestinese Mahmoud Abbas si è visto costretto a mettere fine alle divisioni interne, che indebolivano
fortemente la causa palestinese, proponendo di dare vita ad
un governo unico con Hamas.
Il 23 aprile scorso è stato siglato un accordo per la creazione di un governo di tecnici, presieduto da Abbas, per indire,
entro un semestre, elezioni legislative e presidenziali.
La profonda delusione delle autorità israeliane nei riguardi del succitato accordo, accentuata dalle dichiarazioni di
Obama, che attraverso il dipartimento di Stato prometteva
una forte disponibilità, da parte del Governo americano, a
collaborare con il nuovo governo palestinese, ha provocato, in primis, l’ennesima rottura dei negoziati in corso e un
urgente convocazione del Consiglio di sicurezza israeliano.
Uri Ariel, ministro nazionalista di Tel Aviv, trascinato dal
profondo odio nei riguardi dei vicini plestinesi, non si è
trattenuto, emettendo un duro comunicato, nel quale accusava Abu Mazen di avere costituito un governo terroristico,
assieme agli assassini di Hamas.
Secondo attenti analisti politici, si sono originati in quel
momento gli estremi per andare molto al di là dalla rottura
dei negoziati, innescando la ricerca di motivazioni, che potessero “giustificare” lo scatenarsi di un conflitto militare.
Infatti la barbara uccisione dei tre seminaristi ebrei e del
giovane palestinese, sono state le mosse studiate e messe in
atto, da parte di forze ben individuabili, per attivare l’atteso innesco e scatenare l’ennesimo massacro condotto con
aerei, missili, carri armati, quarantamilia riservisti, mandati
ad invadere con la forza più brutale uno Stato indipendente
come Gaza, i cui difensori, pur combattendo per la loro Patria, sono risultati praticamente disarmati di fronte ai missili ed ai possenti carri armati dell’esercito ebraico.
La logica dei comandanti delle forze di terra è stata quella
di fare terra bruciata, eliminare preventivamente chiunque
si muovesse, fossero essi donne o bambini, eliminare prefe12
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notiziario anpi
ribilmente i terroristi di 5/6 anni per non lasciarli crescere,
distruggere ogni struttura per l’infanzia, come l’asilo Um el
Nasser, costruito col contributo della Ong milanese “Vento
di Terra”, ora ridotto a poche misere macerie.
La feroce logica dei nazisti del 10 x 1 è stata qui ribaltata
a 30-40-50 x 1... Gli insegnanti sono stati largamente superati!
Gli estremismi si sono confrontati da ambedue le parti, anche se la feroce risposta ai razzi palestinesi, quasi fuochi
simbolici, hanno dato origine a una risposta così violenta
e cruenta, tanto da scandalizzare anche i cinici alleati americani, i quali, chiudendo gli occhi e la coscienza, hanno
balbettato attraverso John Kerry “... la guerra è difficile.
Difendiamo il diritto di Israele a fare quello che sta facendo!...” .
Il mondo, Italia compresa, ha mantenuto una posizione di
quasi passività, decisamente incomprensibile, mentre Israele radeva a tappeto interi quartieri popolari densamente
popolati come quello di Sajaya, attuando azioni militari,
che non potevano essere considerate un diritto alla difesa,
né giustificate in nome della lotta al terrorismo.
Considerazioni come “crimine di guerra”, “genocidio”,
“delitto contro l’umanità” sono state solamente quelle di
Abbas e di alcuni Stati arabi, con in testa l’Egitto, divenuto
poi l’importante fautore degli accordi di tregua “illimitata”
del 26 agosto, mentre la Merkel si era limitata ad annullare
gli aiuti finanziari promessi ad Israele, per l’acquisto, da
parte dello stesso, di sottomarini nucleari prodotti in Germania.
L’adesione, richiesta da Abu Masen e Hamas alla Corte penale internazionale dell’Aja, col fine di perseguire legalmente Israele per crimini di guerra, non potrà, un lontano
domani, fare giustizia dei massacri umani e delle distruzioni civili di Gaza
Il previsto, come prassi ormai usuale, fallimento dei negoziati per una vera e duratura Pace è indubbiamente dovuto,
oltre al potere acquisito dalle forze più estreme dei due Stati, anche al non rispetto delle risoluzioni dell’ONU n° 242
e n° 338 che, non si comprende come, Israele stia tranquillamente ignorando da anni, non mettendo fine al ritiro delle
truppe occupanti e non restituendo l’integrità territoriale ai
Territori palestinesi illegittimamente occupati.
Bisogna riportare le parti al tavolo del negoziato di Pace,
con il convincimento che non esistono alternative alla stessa, anche per i più inguaribili estremisti.
Non si può auspicare e nemmeno pensare, di poter cancellare un intero popolo e annientare con la forza i legittimi
diritti alla sua autodeterminazione.
Scorcio del muro in costruzione nel villaggio di Sawahreh
www.segnalidipace.wordpress.com
Segnali di pace/ estero
“FERMARE, NON BOMBARDARE”
di Saverio Morselli
- Temo che non ci siano alternative in questo momento a un’azione militare, la situazione è ormai fuori controllo e da parte della comunità internazionale
c’è la responsabilità di non aver fatto nulla per prevenire o fermare tutto questo -
L
e parole di Bashar Matti Warda, arcivescovo di Erbil (Kurdistan iracheno) descrivono a perfezione i tempi che stiamo vivendo: da un lato l’assenza di una fruttuosa della mediazione
diplomatica, dall’altro la guerra come estrema ma inevitabile
soluzione. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire.
Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi non era mai
accaduto che si sviluppassero tanti conflitti di così grande gravità. O, quanto meno, non contemporaneamente e non così mediaticamente mostrati. Il nuovo ordine mondiale, spesso propagandato dall’Occidente come nobile obiettivo delle “guerre giuste”,
ha mostrato tutto il suo vero volto, fatto di aree di influenza e
alleanze strategiche, di profitti e interessi economici, di sfruttamento delle risorse e conseguente mantenimento delle povertà.
Un ordine cinicamente basato su ciò che conviene fare in un
particolare momento storico ed economico. Per il dopo si vedrà,
forse. E nell’attesa di questo “dopo”, le crisi si incancreniscono,
si accentuano, evolvono, addirittura mutano fisionomia, creano
mostri, si diffondono ed esplodono lasciando sul terreno morte e
sofferenza. Mettendo in moto esodi e migrazioni di dimensioni
epocali, o alimentando fughe di massa dalla disperazione come
quelle a cui abbiamo assistito di recente nel Mediterraneo.
Criticità e conflittualità irrisolte continuano ad essere affrontate
con una sorta di esibizione di “buona volontà”, un invito alle
parti alla moderazione, attraverso la amplificata “missione” diplomatica del mediatore di turno. Nessuna autocritica, nessun
cambio di rotta nelle politiche internazionali, nessuna messa
in discussione delle politiche di riarmo che, guarda un po’, lo
stesso Occidente “serio e responsabile” di frequente favorisce e
finanzia. Fino alla conclusione scontata, quella che l’arcivescovo di Erbil enuncia in preda allo sconforto: che guerra sia. Ovviamente, umanitaria. Che altro si vuole? Che le “anime belle”,
i pacifisti se ne facciano una ragione, in mancanza di soluzioni
politiche e negoziate la parola va data alle armi. Non è stato
forse fatto tutto il possibile per scongiurare la guerra? Ebbene
no, non è stato fatto tutto il possibile.
Ciò che è accaduto recentemente a Gaza è insieme terribile e
vergognoso: occorreva forse il brutale omicidio dei tre giovani
israeliani per accorgersi che la Striscia è dal 2005 una polveriera alimentata dal blocco militare delle frontiere terrestri aeree
e marittime operato da Israele? Una prigione a cielo aperto in
cui convivono centinaia di migliaia di persone che costringe
la popolazione a vivere come topi in gabbia che è diventata lo
spaventoso brodo di coltura del delirio di Hamas? Occorrevano
altre migliaia di morti per ricordarci che la questione israelo/
palestinese è irrisolta dal 1948? Può forse sorprendere che in
Libia, eliminato Gheddafi e ridistribuite tra gli stati della coalizione dei “volenterosi” le risorse petrolifere, domini il caos causato dalle milizie delle più diverse provenienze che si affrontano
per il controllo del potere? Dopo aver contribuito attivamente
alla distruzione del Paese cosa ha fatto la cosiddetta Comunità internazionale per pacificarlo? E ancora in Siria, dove una
guerra civile di tre anni e centinaia di migliaia di vittime non ha
concesso neppure una pausa umanitaria, può meravigliare che
la feroce rivincita sunnita abbia abbracciato la causa prima di
Al Qaeda e ora dell’ISIS? Quell’ISIS che occupa ormai gran
parte dell’Iraq e che rispolvera termini come Califfato, Sharia,
“infedele”, che uccide deporta converte taglia teste e che ora
tutti guardano con incredulità, paura ed orrore, come se venisse
da un altro pianeta e non fosse, viceversa, il frutto avvelenato
di una politica di emarginazione e di umiliazione riservata ai
Sunniti nel dopo Saddam, che il governo iracheno ha messo in
atto con la pressione e la complicità di chi di fatto ha occupato
il Paese sino al 2012. E che dire, infine, della crisi in Ucraina
dove, la dissoluzione del Paese si è trasformata in una guerra
civile tra separatisti e lealisti che in realtà copre la contrapposizione di interessi strategici ed economici di Russia e NATO?
Quale azione diplomatica è possibile nel momento in cui coloro
che rivendicano il compito di comporre il conflitto dichiarano
apertamente da che parte stanno? “Siamo entrati nella terza
guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli”.
Ci voleva l’intervento di Papa Francesco per riportare una svogliata opinione pubblica a fare i conti con la guerra diffusa. E ci
volevano le sue parole per riaffermare il principio che la guerra
non si risolve con la guerra: “Dove c’è un aggressione ingiusta
è lecito fermare l’aggressore. Fermare, non bombardare. E una
sola nazione non può giudicare come si ferma l’aggressione”.
Pur senza pronunciarne il nome, il riferimento è preciso e si
chiama ONU. Quell’ONU che ha da tempo abdicato al suo ruolo originario di intermediazione diplomatica a favore del sempre
più di frequente disinvolto protagonismo dei singoli Stati e della
UE.
“Fermare, non bombardare”, ha detto Papa Francesco. E in queste parole ci sta tutto il senso di una proposta pacifista che non
si limiti ad illustrare le responsabilità delle politiche di guerra,
le cause della povertà e delle disuguaglianze, la vergogna del
commercio di armamenti per poi raccogliere i cocci dei conflitti nella pur sacrosanta solidarietà alle popolazioni martoriate e
nella meritoria raccolta di aiuti economici e di medicinali. Una
proposta che si sporchi le mani con la guerra quando questa è
iniziata e si impegni a fermarla con azioni che è giusto definire di “polizia internazionale”, sia essa, come è auspicabile, di
interposizione disarmata e nonviolenta o, ove non sia possibile,
anche armata, ma mai con l’obiettivo di prendere parte al conflitto. Che ci piaccia o no, solo una ONU riformata in senso democratico e svincolata dall’antistorico diritto di veto può farlo.
Chi altro?
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notiziario anpi
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estero
Giacomo Notari: “Ai compagni del Curdistan iracheno”
- Pubblichiamo la lettera dell’ANPI di Reggio Emilia, del 18 luglio scorso, a firma del presidente Giacomo Notari indirizzata ai combattenti curdi,
impegnati contro contro gli estremisti sciiti dell’Isis. In queste ore sono partiti i primi raid dei caccia francesi in Iraq, contro le postazioni dell’Isis; nei
prossimi giorni le attenzioni del mondo saranno invece rivolte sull’Assemblea generale delle Nazioni Unite che affronterà il tema del coordinamento
internazionale della battaglia al Califfato. Mentre scriviamo non conosciamo ancora gli sviluppi.
Ai compagni del Curdistan iracheno
Carissimi compagni, lasciate che il presidente e tutti gli iscritti
all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Reggio Emilia possano esprimere innanzi tutto il dispiacere per non essere
riusciti a incontrarvi in Italia, causa assurde norme burocratiche evidenziate a suo tempo al viceministro degli Affari Italiani
Lapo Pistelli con lettera che non ha mai ricevuto risposta alcuna.
Ora ci giungono notizie davvero preoccupanti sulla situazione
interna all’Iraq, e soprattutto degli scontri tra voi partigiani,
l’Isil degli estremisti sunniti e le milizie sciite; apprendiamo
che nel nord l’esercito ha ceduto all’avanzata dei jihadisti e che
continuano le infiltrazioni di al-Qaeda e di altri gruppi radicali
che mirano al petrolio. Leggiamo che l’Iraq non è più una nazione, diviso com’è su tutto e che nel Kurdistan nel corso degli
scontri siete riusciti a impadronirvi di Kirkuk, la storica capitale
abbandonata dall’esercito regolare, la Gerusalemme irachena.
Speriamo che questo non abbia comportato gravi perdite umane. Immaginiamo con dolore la situazione che state vivendo con
le vostre famiglie per mantenere la legittima autonomia mentre
le forze islamiste avanzano verso Baghdad.
Rammentiamo in parallelo la lotta di Liberazione dei nostri partigiani nel corso della seconda guerra mondiale, gli eccidi di
civili innocenti, il dolore e l’impegno di tante donne; proprio nel
2014 e nel 2015 commemoriamo i settantesimi della Resistenza
e della Liberazione.
Vi esprimiamo tutta la nostra vicinanza condividendo il senso
delle vostre lotte.
Vi porgiamo i nostri più sentiti auguri di pace nel vostro martoriato paese sperando nella piena realizzazione dei diritti fondamentali cui legittimamente aspirate e nella piena autonomia
del Kurdistan.
Vi chiediamo inoltre di darci, se potete, notizie che ci rassicurino.
Il Presidente
Giacomo Notari
Le guerre nel mondo, un terzo millennio senza pace
America del Sud
Colombia
Cominciata come rivolta contadina negli anni 60 ha portato alla nascita
delle FARC e a una lotta spietata fra guerriglieri, esercito, popolazione
locale, narcotrafficanti. I morti sono stimati fra i 50 e i 200.000.
Africa
Libia
Il 17 febbraio (2012) insorgeva Bengasi, uno degli episodi della Primavera araba, intesa come rivolta contro i regimi corrotti e assassini. Quello di Gheddafi era forse il peggiore. Oggi, con le immagini
dell’aeroporto di Tripoli distrutto in mano alle milizie islamiste, la Cirenaica proclamata “Emirato di Barqa” e dominata dalla branca locale
di Al Qaeda, la guerra entra nella fase più difficile.
Sud Sudan
Fra il 1983 e il 2003 la guerra civile sudanese ha fatto due milioni di
morti. Da bagno di sangue è nato il Sudan del Sud. Nel dicembre 2013
è però esplosa la lotta interetnica fra l’etnia Dinka del presidente Salva
Kiir e quella Nuer del vicepresidente Riek Machar.
Mali
Stato debole, infiltrato dagli islamisti, precipita nel caos quando colonne di jihadisti si trasferiscono dalla Libia con il loro bottino di armamenti moderni e distruggono le forze armate regolari. Deve intervenire
la Francia, con i 4 mila uomini della missione Serval.
Nigeria
I Boko Haram, fondati nel 2002, hanno trasformato il Nord del paese in
un campo di battaglia: le vittime fra il 2009 e il 2014 sono stimate fra i
5 e 12 mila. Il rapimento di quasi 300 studentesse ad aprile ha sollevato
indignazione mondiale.
Repubblica Centrafricana
La presa della capitale Bangui, nel marzo 2013, da parte dei ribelli Seleka ha risvegliato la comunità internazionale. A settembre partirà una
missione di peace keeping guidata dall’Unione europea.
Somalia
In Somalia si combatte dalla metà degli anni Ottanta. L’ultima fase del
conflitto è caratterizzata dall’ascesa della branca qaedista degli Shabaab, dell’intervento dell’Unione africana e del Kenya.
Europa
Ucraina
La rivoluzione di piazza Maidan l’ha riportata nell’orbita europea ma
Mosca ha aiutato la rivolta dei ribelli filorussi dell’Est e si è annessa
la Crimea. La guerra è nella sua fase più sanguinosa: 1000 morti nelle
ultime tre settimane fra Lugansk e Donetesk.
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Medio Oriente
Striscia di Gaza
L’operazione “Protective Edge”, scattata l’8 luglio, innescata dal rapimento e dall’uccisione da parte di estremisti palestinesi di tre studenti
ebrei in Cisgiordania, è un capitolodelle guerre arabo-palestinesi cominciate nel 1948. Duemila i morti palestinesi (700 miliziani di Hamas) 4 civili e 64 militari quelli israeliani.
Siria
Il conflitto più sanguinoso in corso è la somma di quattro. Nato come
rivolta contro il regime di Bashar al Assad nel marzo 2011, si è trasformato in uno scontro etnico fra sciiti (alawiti) e sunniti. Ha visto
l’intervento degli hezbollah libanesi, jihadisti dai paesi come l’Arabia,
serivizi segreti turchi. E ha segnato l’esplosione del fenomeno Isis.
Iraq
Le deposizione di Saddam Hussein nel 2003 si è trascinata dietro un’insurrezione sunnita contro il nuovo potere sciita appoggiato dall’Occidente (ma anche dall’Iran) con l’infiltrarsi di cellule di al Qaeda. Le
truppe americane hanno tenuto premuto il coperchio sulla pentola. Con
il ritiro l’equilibrio si è rotto rapidamente. Lo Stato islamico dell’Iraq
(e poi della Siria, Isis) fondato da Al Baghdadi nello stesso anno, nasce
qui.
Afghanistan
Quando nell’autunno del 2001 comincia la guerra al terrore con la missione americana Enduring Freedom, il paese arrivava da un quarto di
secolo di guerra civile, invasione sovietica, follia talebana che avevavno fatto a seconda delle stime fra i 2 e i 3 milioni di morti. In 13 anni se
ne sono aggiunti, secondo le stime basse, altri 70 mila, compresi quasi
4 mila soldati occidentali.
Sud est asiatico
Birmania
Fin dall’indipendenza dall’impero britannico la Birmania, oggi Myanmar, ha conosciuto una serie di colpi di stato e repressioni che hanno
causato 200 mila vittime in 66 anni. Oggi le tensioni maggiori sono nei
confronti della minoranza Karen.
Filippine
Nell’insurrezione del Moro national liberation front si è innestata la
branca locale di Al Qaeda guidata da Abu Sayyaf. Il paese è a maggioranza cattolica e dal 1898 nell’orbita degli Stati Uniti.
(Fonte “La Stampa”, 25 agosto 2014)
società
“Sono sempre stato orgoglioso
di mio nonno partigiano”
Intervista a un agente della Polizia di Stato di Reggio Emilia
di Francesca Correggi
“Un pomeriggio afoso di luglio
nella sede dell’ANPI di Reggio
e due chiacchiere con un
poliziotto della nostra città.
Dalla storia della sua
famiglia, al suo lavoro,
alla sua visione
Una parata dei reparti di polizia
I tuoi nonni sono stati entrambi partigiani ed anche dopo la
fine della guerra la tua famiglia ha avuto una coscienza civile
e politica molto forte. Cosa ha lasciato in te e nella tua educazione questa loro esperienza?
Mi hanno raccontato ed insegnato tanto, valori che cerco di portare con me nella vita ed anche nello svolgere il mio lavoro,
dove cerco di essere un uomo prima di tutto. Sono cresciuto con
il mito di mio nonno. “Sii un uomo e non un generale”, mi diceva. Sono sempre stato molto orgoglioso di lui. Nei suoi racconti
di partigiano ometteva molti dettagli, in particolare sulla battaglia della Sparavalle. Quell’episodio deve avergli lasciato molte
ferite, non amava parlarne, ma ogni anno cercava di partecipare
alla commemorazione. Mia nonna raccontava forse un po’ di
più, ma più che della resistenza armata, mi parlava volentieri
di quando lei e il nonno si sono conosciuti, su in montagna. La
loro esperienza mi ha fatto tante volte pensare a come sono cresciuto, al mio essere fortunato, alla gioventù spensierata, al mio
avere tutto. Noi a 18 anni giocavamo a calcio, mentre loro avevano un mitra in mano e si sono innamorati durante una guerra.
Nel tuo lavoro hai molti colleghi che non sono di Reggio e che
vengono da altre parti d’Italia. Ti capita che ti chiedano della
tua famiglia, dei tuoi nonni partigiani e del rapporto che qui in
Emilia abbiamo con la memoria?
A volte, mentre sono di servizio in centro a Reggio, le persone
mi fermano per parlare, perché conoscevano mio nonno e sapevano cosa aveva fatto. Una volta mi è capitato addirittura che
una signora in via Roma si mettesse a piangere parlando di lui e
della guerra ed anche il collega che era con me si è commosso,
rendendosi conto di quello che significava per “noi” aver conosciuto i partigiani. Altri invece tendono ad essere un po’ frenati,
soprattutto forse quelli che vengono dai reparti mobili, probabilmente pensando che se indossi una divisa alcune questioni
legate a una certa cultura politica vadano lasciate a distanza.
Come mai hai deciso di fare il poliziotto? E cosa dicevano i tuoi
nonni del tuo lavoro?
Ho deciso di rimanere a fare il poliziotto dopo il servizio mili-
del mondo di oggi”.
tare. Erano passati tanti anni da fatti che hanno ferito il nostro
paese, come il luglio del 1960 per citarne uno particolarmente
forte per Reggio, e per mio nonno il mio lavoro non è mai stato
un problema, sapeva che gli scelbini erano un’altra cosa! Era un
lavoro sicuro, che ti dava una sicurezza economica per lo meno.
Lui mi diceva sempre “comportati da uomo, usa la tua testa e
non farti portare sulla cattiva strada dagli altri”. E su questo aveva ragione, è quello che ho sempre cercato di fare. Mia nonna
invece si preoccupava forse un po’ di più per la mia incolumità,
temeva fosse pericoloso per me.
Da cittadino, e non solo da poliziotto, come vedi il rapporto tra
le persone e la polizia? Non trovi che in Italia, dove ce l’abbiamo un po’ con tutti, con le istituzioni, con i politici… ci sia anche
un po’ di pregiudizio anche nei confronti della polizia e dell’autorità in generale?
Sì, è vero, c’è molto pregiudizio. Spesso il cittadino, preso dal
nervosismo del momento o dalla situazione esasperata e dalla
crisi in cui viviamo, vede in te la figura che difende il sistema,
un sistema di politici corrotti e istituzioni che non funzionano.
Nel mio ruolo, invece, di poliziotto di quartiere vivo quotidianamente in mezzo alla gente e ricevo, insieme ai miei colleghi,
molta stima dagli abitanti di certe zone di Reggio, dai commercianti del centro, dagli anziani che spesso non si sentono sicuri.
Reggio è una città in cui si vive bene, ma anche qui si fa fatica
a debellare la microcriminalità. Malgrado i continui tagli di personale, che ad esempio hanno portato i poliziotti a presidio del
centro storico da otto a quattro unità, noi facciamo del nostro
meglio e le persone questo lo sentono.
A Reggio abbiamo alcune zone “calde”: via Secchi, via Sessi, la
zona del teatro municipale, via Turri. Come vedi queste situazioni?
Secondo me la situazione in via Nacchi, in zona musei civici,
è molto migliorata grazie soprattutto alla nuova illuminazione.
Di certo, passare da soli di notte, magari d’inverno, in quella
zona o tra via Sessi e via Secchi non è il massimo. Via Turri
vive certamente una situazione particolare, la zona abitata dagli
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società
Luglio 2001, La scuola Diaz di Genova dopo l’assalto della polizia
Torino 2013, Durante la manifestazione dei “forconi” alcuni poliziotti
su tologono il casco
immigrati è diventata oggi il vero quartiere popolare di Reggio.
Non ci sono molte città in Italia i cui i quartieri limitrofi alla
stazione sono particolarmente belli o tranquilli! Però non mancano iniziative per renderla vivace, i progetti per l’integrazione,
la presenza degli avvocati di strada. In ogni caso, Reggio non
vive oggi situazioni più pericolose o diverse da altre città, anzi.
modo diverso?
Io sono per indole una persona ottimista e buona, ma in effetti
da quando faccio il poliziotto sono diventato più diffidente. So
bene che la Reggio in cui viviamo oggi non è più quella degli
anni settanta.
Mia mamma lascia sempre la borsetta in macchina, io non lo farei mai. Sono una persona sensibile, ma devo dire che più che i
cadaveri, gli incidenti o i feriti, mi fanno effetto le truffe, soprattutto nei confronti degli anziani, perché non sopporto i soprusi
sui più deboli.
Potresti commentare alcuni fatti che hanno coinvolto la polizia
e sono diventati dei casi a livello nazionale? Dai fatti del G8 a
Genova al caso Aldrovandi, alla solidarietà coi forconi alcuni
mesi fa a Torino.
Per il caso Aldrovandi mi vergogno profondamente. Può capitare che ci siano delle colluttazioni anche violente in caso ti
trovi a dover gestire soggetti particolarmente agitati, ma nulla
può giustificare quanto accaduto a Ferrara e chi ha sbagliato è
giusto che paghi, come pagherebbe un qualsiasi cittadino che
ammazza una persona. Pure a Genova sono state alzate troppo le
mani, senza dubbio, ed è stato fatto mettendo sullo stesso piano
e colpendo con la stessa forza chi aveva distrutto la città, i giornalisti o i manifestanti pacifici che erano semplicemente andati
a dormire in una scuola.
Non va fatta di tutta l’erba un fascio tra i manifestanti, come tra
i poliziotti.
La scena di Torino in cui i poliziotti si tolgono il casco davanti
ai “forconi” invece mi ha fatto commuovere, forse me lo sarei
tolto anch’io per dare un segno di vicinanza a chi manifestava in
modo pacifico e civile per rivendicazioni in cui, alla fine, molti
in Italia si identificano. Credo che durante le manifestazioni sarebbe importante non riconoscersi reciprocamente come nemici
da combattere. Poi in manifestazione bisogna esserci, basta un
niente per far scattare dei meccanismi che nessuna delle parti
vuole.
Ci racconti un episodio che ti ha lasciato qualcosa in particolare, un episodio della tua carriera dopo il quale non ti sei più
sentito lo stesso?
Mi ricordo di una sera del ’96, un inseguimento a una macchina
rubata. Per la prima volta in vita mia, pur non credendo, mi sono
fatto il segno della croce. Da Masone siamo riusciti a prenderli
solo a Calerno, dopo chilometri di sportellate, colpi di pistola e
un ferito tra i carabinieri.
Quei minuti mi hanno fatto seriamente pensare a certe cose e
al valore della mia vita. Se tornassi indietro comunque rifarei
questo lavoro e forse farei anche qualche anno in più di volante,
ma quando ho chiesto di essere spostato era perché mia nonna
non stava bene, l ’ho fatto un po’ anche per lei...”.
E la scena in cui, in Val di Susa, un manifestante insulta un carabiniere dandogli della pecorella? Che effetto ti ha fatto?
Trovo che il collega sia stato molto bravo e molto professionale,
era un ragazzo molto giovane e mi sono meravigliato della sua
capacità di non rispondere alla provocazione.
Cosa pensi della proposta di mettere un codice identificativo
sulle divise?
Temo sia un’arma a doppio taglio. Mi sta bene che venga messo
un codice, magari sui caschi quando si va in manifestazione, ma
non il nome. Mettere il nome sulla divisa credo possa ledere la
privacy, il nostro è un mestiere molto delicato.
Da quando fai il poliziotto hai imparato a conoscere una parte
più “cattiva” della nostra società, da allora guardi il mondo in
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notiziario anpi
Reggio Emilia 2013. Piazza Martiri del 7 luglio vista da via Secchi
società
Lavoratori e aziende a Correggio
Intervista a Renzo Giannoccolo
coordinatore CGIL-Correggio
di Fabrizio Tavernelli
in termini qualitativi, i settori più colpiti,
nel distretto correggese, sono l’edilizia, il
tessile, il settore della plastica e gomma,
la grafica e una parte della metalmeccanica.
Come inserire e dove i lavoratori in cassa integrazione?
Tramite i centri per l’impiego è importante riqualificare chi resta senza lavoro tramite corsi di formazione mirati a coprire
quelle richieste che provengono dalle
aziende che non hanno subito contrazioni
di mercato o sono in fase di espansione.
Renzo Giannoccolo
Quali sono le prospettive per i lavoratori
e le aziende del territorio?
Diminuisce cassa integrazione ordinaria;
aumentano cassa integrazione straordinaria, contratti di solidarietà e mobilità.Da
questi dati, si comprende che le prospettive sono tra le peggiori.
La situazione emiliana è paragonabile
ad altre o ha una sua peculiarità?
In termini quantitativi, dove c’è più industria e sevizi, la situazione è più grave;
Cosa possono fare le amministrazioni
locali?
In questa fase è difficile anche per le amministrazioni locali intervenire a sostegno di chi perde il lavoro. A loro abbiamo
sempre chiesto, in particolare in occasione della definizione dei bilanci preventivi, di istituire un Fondo di sostegno per le
persone in difficoltà, nel senso più ampio
del termine, pertanto anche per coloro
che, perdendo il lavoro, portano tutta la
famiglia in una situazione critica.
Il sindacato è ancora visto come riferimento?
Il sindacato è ancora un punto di riferimento. Purtroppo, però, la contrattazione
collettiva, in questa fase, è sostanzial-
mente impostata a difesa dei posti di
lavoro e le nostre sedi sono sempre più
affollate di persone che chiedono servizi
e assistenza per le varie pratiche (disoccupazione, cassa integrazione, mobilità,
assegni familiari) e procedure tipo fallimenti e concordati.
Servono azioni concrete da parte del Governo a favore di lavoratori dipendenti,
pensionati, precari, esodati e per tutti coloro che hanno bisogno di un sostegno
al reddito (tra le priorità: ammortizzatori
sociali in deroga).
Se non si sblocca il contratto nazionale dei pubblici dipendenti (ma dov’è il
grasso che cola?), se non si investe nella
scuola, se non si eliminano le ingiustizie
introdotte dalla legge Fornero, se non si
salvaguarda il territorio (sempre più devastato,) se non si inizia una vera lotta
all’evasione, dalla quale si possono ricavare le risorse per fare ricerca, innovazione e abbassare le imposte per lavoratori e
pensionati, il Paese non crescerà per anni,
forse, per decenni.
Aggiungerei, per concludere, che dobbiamo avere, tutti, una cura particolare
per la nostra Costituzione, quale bene
comune da difendere ma, soprattutto, da
applicare.
Credo, però, che il Governo abbia imboccato il verso sbagliato.
LA CRISI IN PROVINCIA E NEL DISTRETTO DI CORREGGIO
In Provincia di Reggio Emilia, il numero delle lavoratrici e dei lavoratori interessati agli ammortizzatori sociali resta al di
sopra delle 10.000/12.000 unità da quasi tre anni.
Abbiamo verificato una consistente diminuzione del ricorso alla Cassa integrazione ordinaria, ma con il contestuale ricorso per centinaia di lavoratori alla Cassa integrazione straordinaria e ai contratti di solidarietà.
Ore autorizzate: rispetto al periodo gennaio/giugno 2013 diminuiscono del 63,1% le ore di Cassa integrazione ordinaria
mentre aumentano del 10,9% per le Casse straordinarie e i Contratti di solidarietà.
Settori interessati: delle 3.977.716 di ore autorizzate il 61,6% è stato utilizzato nell’Industria, il 14,1% nel settore dell’edilizia e il 12,8% nel settore del commercio.
Licenziamenti collettivi: a giugno 2014, dall’inizio della crisi (2008), sono 261 le aziende che hanno attivato procedure di
mobilità per 4.605 lavoratori (+ 674 rispetto a dicembre 2013).
Il 17,3% delle aziende ha invece cessato l’attività produttiva collocando i lavoratori in mobilità.
La situazione nel distretto di Correggio è in linea con questa tendenza:
con 117 aziende e 2.722 lavoratrici e lavoratori coinvolti nell’utilizzo dei vari armortizzatori sociali.
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società
10 settembre 2014
Nel dettaglio:
Il comune di Reggio ha incontrato le
Associazioni della Terra dei fuochi
CASSA INTEGRAZIONE ORDINARIA
28 aziende e 761 lavoratori coinvolti
CASSA INTEGRAZIONE
STRAORDINARIA
4 aziende e 814 lavoratori
CONTRATTI DI SOLIDARIETA’
12 aziende e 582 lavoratori
MOBILITA’
8 aziende e 258 lavoratori
CASSA INTEGRAZIONE ORDINARIA
IN DEROGA
46 aziende e 223 lavoratori
CAMPAGNOLA
6 aziende e 29 lavoratori
CORREGGIO
15 aziende e 66 lavoratori
FABBRICO
4 aziende e 20 lavoratori
RIO SALICETO
10 aziende e 43 lavoratori
ROLO
6 aziende e 38 lavoratori
SAN MARTINO
5 aziende e 27 lavoratori
CASSA INTEGRAZIONE
STRAORDINARIA IN DEROGA
19 aziende e 84 lavoratori
CAMPAGNOLA
4 aziende e 14 lavoratori
CORREGGIO
9 aziende e 46 lavoratori
FABBRICO
RIO SALICETO
ROLO
SAN MARTINO
1 azienda e 6 lavoratori
1 azienda e 8 lavoratori
1 azienda e 1 lavoratore
3 aziende e 9 lavoratori
Sala del Tricolore: Anna de Vita, Ciro Scocca, Eletta Bertani, Mirko Tutino, Vera Romiti, Marzia Caccioppoli e Antonella Cecere
L
e rappresentanti delle Associazioni
della Terra dei fuochi sono state ospiti di
Reggio il 10 e l’11 settembre.
Il 10 settembre in Sala del Tricolore erano
presenti: Marzia Caccioppoli e Antonella
Cecere, madri di bambini morti a causa
di tumori provocati dal grave degrado
ambientale provocato dall’interramento
dei rifiuti tossici operato dalla camorra in
un patto scellerato con imprese del Nord
Italia.
Queste donne hanno avuto la forza di trasformare il dolore in impegno per affermare il diritto di tutti i bambini alla vita
e alla salute costituendo l’Associazione:
“Noi genitori di Tutti”.
Erano altresì presenti: Ciro Scocca (presidente) e Anna de Vita (portavoce) per
l’Associazione RES di Castel Volturno.
RES è impegnata con varie iniziative nella promozione della cultura della legalità,
per la tutela e valorizzazione dell’ambiente e per l’educazione alla cittadinanza attiva. La mattina del 10 le citate associazioni hanno avuto anche un intenso
scambio di idee con il “Forum delle don-
ne della Provincia” e con la sua presidente Vera Romiti.
La serata dell’11 settembre sono state
ospiti di FestaReggio in una affollata iniziativa alla Tenda Centrale, sensibilizzando i presenti sulla drammatica situazione
esistente nella zona tra Caserta e Napoli,
presentando video a testimonianza e invitando all’impegno di tutti a sostegno
della loro battaglia.
Rosi Bindi ha concluso l’iniziativa sottolineando il valore nazionale dell’impegno contro le mafie e per la rinascita economica, sociale e civile del Sud, senza la
quale non è pensabile che l’Italia riesca
ad uscire dalla crisi e a realizzare un vero
e autentico rinnovamento.
Con la visita degli amici della associazioni anticamorra nella nostra città lo scambio con la Terra dei fuochi, raccontato
anche sull’ultimo numero del Notiziario
(giugno/luglio 2014) da Eletta Bertani a
seguito di una diretta esperienza in quella
realtà, ha compiuto un primo passo in un
percorso che auspichiamo possa continuare ed evolvere.
L’ANPI Provinciale ringrazia:
L’artista reggiano ATTILIO BRAGLIA per la donazione alla sezione “Cittadina” di n. 1 opera dedicata a Dorina Storchi “Lina” e
la disponibilità di n. 2 opere per la mostra d’arte 70° della Resistenza che si terrà in collaborazione con Istoreco e Art Resistance
Shoah.
Il sig. MARIO PECA per la donazione di n. 20 volumi “ANTIFASCISTI NEL CASELLARIO POLITICO CENTRALE” della
moglie fu Maura Ferrari, figlia secondogenita di DIDIMO FERRARI “Eros”, commissario politico delle formazioni partigiane della
provincia di Reggio Emilia e primo presidente dell’ANPI provinciale del dopoguerra.
Il Sig. MARIO BONILAURI per il deposito a disposizione di studiosi e interessati di n. 5 volumi “IL PIONIERE” anni
1952-1955.
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notiziario anpi
interventi
L’articolo di Glauco Bertani “Reggio Emilia 2014. Un 25 Aprile dimenticabile? aq16 e Lega rovinano la festa”, pubblicato sul numero
scorso del Notiziario, ha suscitato alcune osservazioni da parte di
Fabrizio Tavernelli e Rino Montanari che volentieri pubblichiamo
Con inquieto pacifismo
di Fabrizio Tavernelli
In merito all’articolo apparso sul notiziario di Giugno-Luglio
sul controverso 25 Aprile a Reggio Emilia volevo provare ad
ampliare e guardare sotto un’altra luce le domande e le perplessità espresse da Glauco. Credo che il notiziario possa essere un
luogo in cui si possano mettere a confronto diverse idee, diverse
visioni, diversi approcci in merito al nostro essere dentro a questa composita associazione. Specifico a Glauco (con il quale ho
condiviso esperienze, progetti e naturalmente una amicizia che
giunge sino ad oggi) che questo mio scritto nasce dal continuo
farmi altrettante domande , dal mio assoluto credo nel dubbio in
ogni frangente e in ogni situazione. Non mi sento ne movimentista, ne radicale ma nemmeno riformista, ufficiale-ufficioso,
governativo. Diciamo che frequento tutti questi ambiti, osservo, discuto, mi emoziono o mi rattristo e come prima cosa mi
chiedo quale sia il mio ruolo nell’anpi (aldilà della “ufficiale”
carica di presidente Anpi di Correggio). Soprattutto mi chiedo
cosa sarà e cosa ne sarà dell’anpi una volta che se ne sarà andato anche l’ultimo partigiano. Cosa è meglio, cosa sarà meglio?
L’antifascismo “militante” o l’antifascismo “assopito”? L’antifascismo che scende in piazza o l’antifascismo che accetta tutti
indiscriminatamente sui propri palchi a celebrare la Resistenza
in nome della pacificazione? Naturalmente tutto questo coinvolge temi e storie che attraversano da decenni la sinistra italiana
e che io non sono in grado di affrontare con totale competenza.
Una dialettica accesa che ha come punto focale l’evoluzione dei
partiti, il ruolo delle amministrazioni, la politica parlamentare ed
extraparlamentare, gli scontri fratricidi nella sinistra, la cultura
giovanile. Veniamo quindi all’azione “bellicosa” dei ragazzi di
Aq16 contro la Lega. Devo dire che con sempre più leggerezza
le nostre amministrazioni cedono spazi e occasioni per manifestazioni che nulla hanno a che spartire con gli ideali nati dalla
Resistenza e dalla Costituzione italiana. Cosa ancora più grave
é fare coincidere queste manifestazioni nello stesso giorno o invitare rappresentanti politici di forze razziste e intolleranti alle
celebrazioni partigiane. Non è il caso di Reggio, gli spazi erano
differenti, gli ambiti distanti, le motivazioni diverse. Forse non è
stato un buon servizio fatto alla Resistenza la bagarre di protesta
contro la Lega di Aq16 ma temo che nemmeno la sonnacchiosa
e di nuovo retorica, asettica manifestazione in cui sfilano i politici locali sia un buon servizio alla Resistenza. Devo dire inoltre
che posso capire la presa di distanza di Glauco dai facinorosi da
centro sociale ma non mi ha convinto del tutto lo stile, la forma
con cui è stato scritto l’articolo. Tutti quei virgolettati negativi
adottati nei confronti dei manifestanti mi sono sembrati eccessivi e mi hanno riportato alla mente altri virgolettati adottati spesso sui media ufficiali nei confronti di manifestanti di altre cause
(No-global, No-Tav, Comitati etc). Purtroppo devo constatare
che sempre più, queste prese di distanza sono coincidenti alle
esternazioni e prese di distanza di organi di informazione “riformisti”, del nuovo corso democratico, oppure dall’altro lato (?)
gravitanti nell’area del centro-destra. Il problema è che nell’anpi, volenti o no, sono confluiti tanti giovani non più inquadrabili
soltanto nei partiti tradizionali, anzi in un certo modo, al calo
degli iscritti nei partiti sono coincisi nuovi iscritti antifascisti
nella nostra associazione. Cosa fare con questi iscritti un po’
turbolenti? Metterli da parte? Azzittirli con le buone o le cattive? Vai a spiegare loro che ci vuole disciplina di partito, che
servono strategie politiche, che ogni impeto va smorzato. Non
mi pare proprio che i partigiani abbiano trasmesso tutta questa
organizzazione, quietezza, temperanza di sentimenti. Sembra
a volte e la sensazione si riaffaccia con scadenza (non ultima
la querelle, di cui ahimè a livello locale, sono stato interprete
sulla non adesione nazionale alla manifestazione in difesa della costituzione) che sia in atto un tentativo di “normalizzazione” dell’anpi. Un tentativo di rendere innocua l’associazione
e le diverse visioni. Confrontandomi con altri giovani di anpi
sparse per l’italia ho condiviso questa inquietudine, per molti
iscritti di altre sezioni la presa di posizione dall’alto dell’anpi
sulla manifestazione è apparsa inconcepibile. Il rumore, il clamore, le azioni sconclusionate, le proteste sopra le righe danno
argomentazioni al nemico certo, ma forse sono più letali per il
futuro della nostra associazione il silenzio dell’era degli inciuci,
la normalità delle grandi coalizioni, il contenimento sociale del
dissenso. Non è inquietante per un antifascista l’indifferenza? Il
disinteressarsi ipocrita dei tradimenti della morale, dell’etica resistenziale? Non è un tema del nostro territorio un tempo virtuoso “Il Tradimento” di valori sorti dopo la Liberazione? Nessuno
vuole mettere in discussione la possibilità per tutti di esprimere
le proprie idee, anche quelle più controverse e reazionarie, altra
cosa è pensare che dare spazio a forze di nuovo stampo fascista non provochi reazioni. Perchè, passando al caso specifico, è
inutile negare che la Lega continui a fare del razzismo la propria
bandiera. Certo quei “trecento rivoluzionari” (uso i virgolettati
dell’articolo di Glauco) hanno fatto un bel casino antidecoroso
ma gli altri che hanno permesso nel giorno del 25 aprile una
iniziativa della Lega, come li possiamo virgolettare? E quelli
che si mettono il cuore in pace partecipando alla celebrazione
pacificatoria del 25 aprile e poi si rintanano in un amorfo, indolore, neutrale silenzio? Il 25 Aprile dovrebbe diventare festa
condivisa da tutti gli italiani, spurgata di zone oscure, settarismi
ecc., ma a me continua a fare un certo senso vedere i palchetti
su cui si fa la retorica della Lotta di Liberazione presi d’assalto
da qualsiasi politico in cerca di vetrine o lavacri di identità perse
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interventi
o peggio ancora da esponenti che poi nel resto dei giorni sbeffeggia la costituzione o si pone su posizioni illiberali, razziste.
Capita, sempre più spesso. Come si fa allora a starsene in silenzio, composti, dentro le righe? Vai a spiegare ai giovinastri
turbolenti che i partigiani risposero al fascismo senza rumoreggiare, senza estremismi, senza moto d’animo. Difficile.
Dal mio punto di vista il futuro dell’anpi non sarà mai violento,
soverchiante e credo neppure “militante” ma allo stesso modo
non sarà carico di “empatia”, “condivisione”, “etica” se si trasformerà o tornerà ed essere noiosa, innocua, asettica ufficialità.
Se la nostra paura sarà quella di dare in pasto al “nemico” argomenti per screditare, saremo allora condannati ad un innocuo
immobilismo.
Non oseremo più nulla, nemmeno un tono di voce un po’ più
alto per paura di attacchi strumentali. I partigiani si chiedevano
sempre se ad una loro azione, ci sarebbe stata una controreazione? Sì chiedevano sempre se il loro operato era particolarmente
intelligente, mirato, privo di rischi?
Spesso era l’urgenza dell’azione, l’impeto che a volte non sa-
rebbe stato troppo centrato, lucido, razionale, anzi foriero di errori ma spinto dalla coscienza e perchè no, dalla rabbia e dalla
ribellione. Stiamo dunque avvicinando o piuttosto allontanando
i giovani “ribelli”? Certo sappiamo che le strategie comunicative impongono di non dare in mano ai media il modo di rovinare
i nostri baluardi ma quale direzione stiamo indicando ai giovani
per rispondere ad una passività dilagante?
E’ difficile pensare a “ortodossie”, linee programmatiche condivise, moderatismo quando poi la costituzione viene stravolta
insieme al rappresentante supremo del fascismo culturale italiano, per lo più pregiudicato o ancora peggio con una forza,
la Lega, che ha come obiettivo il disgregamento egoistico del
paese.
Detto questo, non mi vedrete coinvolto in tafferugli con le forze
dell’ordine o a rovesciare i banchetti di forze politiche avversarie (episodi da cui prendere le distanze, a Correggio in occasione
di ERA lo abbiamo fatto) ma allo stesso tempo ho un po’ paura
di una amorfa e rassicurante accettazione di spazi e convivenze
politiche un po’ troppo disinvolte. Con Inquieto Pacifismo...
Un 25 Aprile dimenticabile?
di Rino Montanari
Quando, sull’ultimo numero del Notiziario, ho visto un arti-
colo sulla manifestazione del 25 Aprile 2014 a Reggio Emilia,
sono andato subito a leggerlo nella speranza di trovare riscontro
ai sentimenti e alle sensazioni vissute ed elaborate dentro di me
in quella travagliata e triste giornata. Sono rimasto molto deluso dalle argomentazioni e da ciò che ha catturato l’attenzione
dell’autore (aq16, Lega, euro, rivoluzionari) e che riempie il 99
percento del suo articolo. Solo nelle ultime tre righe Bertani si
fa la domanda chiave: “perché autorizzare due manifestazioni
di quel tipo?”. Per andare all’origine del problema occorrerebbe
porsi una domanda diversa: “chi e perchè ha autorizzato una
manifestazione della Lega il 25 Aprile nel pieno centro di Reggio Emilia in concomitanza con la festa della Liberazione?”.
L’evento scatenante è questo! Reggio è una città che si è meritata e che continua a meritarsi una giornata di festa completamente dedicata ai valori della Resistenza. Ogni angolo della città ha
una lapide, una pietra di inciampo, un monumento, un cippo che
ricorda quella lotta, quei valori, quei caduti. E’ una giornata in
cui la nostra città non può essere divisa con null’altro, lo dobbiamo a chi ci ha regalato queste Istituzioni e questa democrazia.
La Lega è libera di poter fare le manifestazioni che crede, ma si
deve mettere in fila... e, certamente, il 25 aprile Reggio Emilia
è già occupata (da almeno 68 anni ed io spero che continui).
Le Istituzioni preposte che hanno permesso questa “fortuita sovrapposizione” credo debbano riflettere sulla decisione presa, le
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notiziario anpi
Istituzioni democratiche (Comune, Provincia, ecc...) dovevano
far valere con maggior forza la loro opposizione.
L’ANPI stessa doveva mobilitarsi molto di più di quanto non
ha fatto. Stupisce il silenzio di tanti che dovrebbero rappresentare le Istituzioni nate dalla Resistenza. Stupisce la velocità di
svolgimento della manifestazione ufficiale. Stupisce che nessuno dal palco abbia criticato l’evento organizzato dalla Lega.
Stupisce che la stampa e le televisioni locali abbiano trattato
questa questione in modo estremamente superficiale (una cosa
assolutamente normale). Spiace che gli unici ad alzare la voce
e a denunciare questa “concomitanza” sia stato un gruppo di
un centinaio di giovani subito bollati come autonomi, i “soliti
casinisti”, “fascisti rossi” (Salvini)...
Un centinaio di giovani contro cui erano schierati centinaia di
forze dell’ordine (Polizia Municipale compresa) organizzate e
ben equipaggiate che hanno isolato Piazza del Monte e le vie
limitrofe, il cuore di Reggio: una vera sconfitta per la città nel
giorno della Liberazione. Poi ognuno può mantenere la propria
idea sui “rivoluzionari” di aq16. Ma ciò che maggiormente mi
spaventa è una città silente, che lascia passare inosservato anche
questo affronto e che si sta avviando ad una sempre crescente
indifferenza.
In alto: un momento della manifestazione organizzata da aq16 e, sotto,
un particolare di quella delle istiztuzioni (foto Angelo Bariani)
Io ti racconto... vite partigiane. Giovani che raccontano giovani - un’anticipazione?
di Elia Carlotti
Non un maggio
qualsiasi per Maria
cultura
Mi chiamo Elia Carlotti, studente universitario di 21 anni, vivo a Bibbiano. Sono il nipote di Remo Bonazzi (partigiano “Andrea”) e di Enore Melioli, sorella di Ave Melioli, Medaglia d’argento per la Resistenza. I racconti e le
vicende che mi sono venuti incontro in tutti questi anni attraverso testimonianze dirette o indirette, hanno dato
energia sufficiente alla scrittura di questo testo, frutto, in larga misura, della mia fantasia.
Guardo le nuvole riflesse nella bacinella d’acqua che ho riem-
pito per lavarmi i capelli. Per un attimo mi incanto ad osservare
dentro questo cerchio poco profondo di ferro, nel mentre cadono le gocce dalle punte, che fanno ondeggiare questa specie di
dipinto liquido.
Poi le nuvole le scruto davvero, spalancando gli occhi al cielo.
E’ una mattina di primavera. Oggi il cielo sembra ancor più immenso. Poche nuvole color latte fresco spezzano in modo irregolare l’azzurro. I miei ricci, ancora bagnati, hanno reso umida
la parte del vestito che copre la schiena. Li tengo raccolti per
un po’, chinandomi, e li strizzo per far uscire le ultime gocce
d’acqua.
Il sole scalda parecchio, pochi minuti e la testa torna asciutta. Il
campo che scende sotto casa possiede verde e fiori in abbondanza, è vestito dai modi della natura e da migliaia di insetti.
Il posto in cui stiamo sostando è delizioso, pare estraneo alle
vicende degli ultimi mesi eppure ne è stato colpito duramente: i
proprietari della casa sono stati portati via, uccisi forse, il bestiame pure è stato sottratto ai suoi padroni. Doveva trattarsi di una
famiglia numerosa, il casolare è grande, seppur comprende la
stalla e il fienile che presi insieme occupano due terzi dell’intera
struttura; c’era anche un’orto, ma al suo interno non è rimasta
che terra ed erbacce.
“Che fai, ti abbronzi?”, mi dice Sergio affacciato ad una finestra
dell’abitazione.
“Mi sono lavata i capelli, aspettavo al sole che si asciugassero.
Questo posto è splendido, non trovi?”, gli rispondo.
“Sì, è molto bello, è un peccato rimanerci così poco”.
Sergio è un ragazzo poco più grande di me, i suoi atteggiamenti
sono sicuri e impostati, ma il suo viso rivela ancora una certa tenerezza da fanciullo. Sta ancora lì affacciato, mi guarda e
sorride. Io fingo di non considerarlo, mi metto a posto la camicietta, la gonna. Mi sento osservata. Raggiungo Aldo e Cesare
che stanno seduti sull’erba riparati dall’ombra di due querce
enormi. Aldo pochi giorni fa durante uno scontro con un gruppo
di tedeschi ha subito un colpo al braccio, per fortuna solamente
sfiorato.
“Come va il braccio?”, gli domando.
“Sento dolore ma il bruciore è passato. Domani mattina ripartiamo, questa zona è da troppo tempo lasciata a se stessa, questa
quiete non mi da tranquillità. I fascisti possono capitare in ogni
momento”.
Nel dire ciò Aldo si sistema la fasciatura e scruta l’orizzonte
come un cane da guardia che allunga il muso verso possibili pericoli. Lui è un uomo dall’apparenza severa, è esigente e rispettoso. Inizialmente fu molto diffidente e contario riguardo alla
mia presenza nella formazione; per lui questa è una questione
maschile, strettamente legata ai muscoli e al coraggio, ma un
muscolo lui a momenti lo perdeva senza il mio intervento al suo
braccio ferito.
Poi devo dire che non disprezza affatto ciò che preparo loro da
mangiare, quando si hanno gli ingredienti per cucinare qualcosa
o quando la situazione lo permette.
Quando spiega ai compagni le future mosse, i prossimi movimenti, sembra che non mi prenda nemmeno in considerazione,
come se preferisse lasciarmi sul posto, in mano ai fascisti. Non
me la prendo più di tanto, non c’è tempo per attaccarsi a queste
leggerezze, intorno a noi c’è allerta, occorre utilizzare le energie
mentali e fisiche per salvarsi la pelle.
E’ sera. Abbiamo mangiato poco, le scorte scarseggiano e le razioni di cibo assomigliano a quelle di certe bestie selvatiche, in
mano al destino. Può capitare di trovare gente generosa, e da
queste parti è frequente, come accade di incontrare gente spaventata, e di questi tempi il perché lo si intuisce facilmente. Ci
sono giunte voci di interi paesi bruciati, persone sterminate per
presunti aiuti a noi partigiani.
“l’UNITA” E’ MORTA
RIMANE LA SPERANZA DELLA SUA RESURREZIONE
di Giacomo Notari
Novant’anni giusti dopo la sua fondazione ad opera di Anto-
nio Gramsci, “l’Unità” ha cessato di esistere, ma occorre sperare nella sua resurrezione. Anche perché quel giornale rimase
in vita, e clandestinamente diffuso, perfino durante il ventennio
fascista.
“ Noi veniamo da lontano – diceva Togliatti – e andremo lontano”. La vita di quelli della mia generazione, dall’immediato post liberazione, è stata costantemente accompagnata da un
giornale che aveva quel nome : “l’Unità”.
“Stiamo uniti perché il cammino è difficile”, ci dicevamo. E dif-
ficile il cammino lo fu anche nell’Italia nata da quella Resistenza alla quale molti di noi avevamo partecipato.
Ai tempi di Scelba il mio paese, Marmoreto, sull’Appennino,
contava circa trecento anime. Una sessantina erano giovani e
donne aderenti al Partito comunista. A quel partito io mi ero
iscritto già durante il partigianato.
Da Milano ogni giorno arrivava il pacco del quotidiano di
Gramsci e a turni, alcuni di noi, lo portavamo alle famiglie.
Ecco perché oggi ci sentiamo orfani, pensando a quei primi anni
del dopoguerra che non furono una passeggiata, anche se uffisett/ott 2014
notiziario anpi
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cultura
cialmente eravamo nel Paese delle libertà costituzionali, compresa la libertà di pensiero a mezzo stampa… Basti un episodio
per avere idea delle difficoltà che incontrammo.Capitò che uno
dei nostri attivisti, nell’era scelbiana, scrisse a mano un manifestino annunciando che avevamo raccolto una certa cifra a sostegno appunto de “l’Unità”.
Capitò anche che un benpensante avvertì i Carabinieri di Collagna di questo infame reato.
Nel giro di poche ore una camionetta dell’Arma era a Marmoreto, davanti a casa del colpevole, Corrado Coli, classe 1928. Gli
legarono le mani e lo portarono nel carcere di San Tommaso, a
Reggio.
Noi, in paese, pensavamo di vederlo tornare nel giro di pochi
giorni. Invece non fu così. Sicché, dopo una settimana dall’arresto di Corrado mi attivai, andai a Reggio con la corriera e mi
presentai alla portineria del carcere.
Il funzionario incaricato mi spiegò che Coli non poteva uscire
perché doveva pagare vitto e alloggio per il suo “soggiorno” in
San Tommaso.Tornai a casa con la solita corriera. Come cellula
del Pci (intitolata a mio fratello Giuseppe, caduto partigiano)
organizzammo una sottoscrizione tra la borgata di Marmoreto e
il paese di Busana, raccogliendo la cifra necessaria.
Di quei tempi i soldi non abbondavano. Molti paesani erano andati nelle miniere del Belgio e vigeva ancora un’agricoltura di
sopravvivenza.
Per finire tornai alla portineria del carcere, pagai il conto, e assieme al prigioniero liberato comprammo due biglietti per tornare a casa.
Questo ex prigioniero vive tuttora, a pochi passi da casa mia.
Fin che “l’Unità” è uscita è andato ogni giorno all’edicola, a
Busana, acquistando il nostro giornale anche per me.
Compreso l’ultimo numero, che conservo, nella speranza della
resurrezione. Perché crediamo che di quel giornale ce ne sia ancora bisogno.
Antonio Soda:
Con la scomparsa di Antonio Soda noi dell’ANPI perdiamo un amico che abbiamo avuto spesso al nostro fianco, con la sua grande competenza di
giurista e lo spirito di sincero democratico, nell’azione a difesa dei valori della Resistenza su cui si fonda la Costituzione Repubblicana. E’ in corso una
riforma della Costituzione piuttosto radicale: trasformare il Senato, disegnato dai costituenti nel secondo dopoguerra, in Senato delle autonomie”. Così
scrivevamo il giorno in cui apprendemmo della morte dell’onorevole Soda. Noi lo vorremmo ricordare proponendo le domande che gli avevamo sottoposto alcuni mesi fa per il Notiziario di luglio: “se la malattia me lo consente rispondo volentieri”, ci disse. Purtroppo le cose sono andate tragicamente.
“Nel testo base del governo l’obiettivo è abolire il bicamera-
lismo perfetto, le indennità, il voto di fiducia, il voto sul bilancio. Inoltre, usiamo il condizionale, prevederebbe l’elezione
dei senatori sia tra i consiglieri regionali sia in un listino a
parte in cui sarebbero indicati i nuovi senatori che i cittadini
devo eleggere.
– Andrea Pertici, ordinario di Diritto costituizionale all’Università di Pisa, firmatario insieme a Civati di un progetto di
riforma costituzionale profondamente diverso da quello presentato dal governo, sostiene che cosi il Senato diverrebbe
non una seconda Camera ma una Camera secondaria. Anche il
senatore Chiti è firmatario di un progetto di revisione costituzionale lontano da quello del governo e più prossimo a quello
di Civati.
In questi ultimi due progetti il Senato perderebbe il suo attuale
ruolo ma non la funzione di seconda Camera. Che ne pensa?
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notiziario anpi
– In questo stagione di riforme anche il Titolo V della Costituzione, già riformato in fretta e furia nel 2001, è di nuovo oggetto
di attenzione riformatrice. Infatti – oltre ai numerosi contenziosi
apertisi fra Stato e regioni su materie in cui non si capisce bene
di chi sia la competenza – con la riforma del 2001, le regioni
“hanno visto crescere in tutti i campi la loro autonomia organizzativa e di spesa senza che di pari passo crescesse la loro
autonomia fiscale, ma contemporaneamente non era impegnate
a recuperare quel denaro che non era loro”. Quindi…
– Secondo lei il progetto di riforma della legge elettorale, il
cosiddetto Italicum, è costituzionale? In merito ci sono pareri
contrastanti...”.
Questa la scheda di presentazione che avevamo preparato:
Antonio Soda è nato a Melfi il 28 gennaio 1943. Coniugato con la reggiana Carla Ferrari, risiedeva a Reggio Emilia da oltre trent’anni. Ha
cultura
il nuovo libro di Albertina Soliani
Prodi: “Tutto si muove, tutto si tiene”
è un misto di spiritualità e laicità...
di Anna Fava
Il profumo di biancheria pulita. Di quella
asciugata al sole in estate. Ecco. È la prima
sensazione che ho avuto leggendo “Tutto si
muove, tutto si tiene” di Albertina Soliani
(ed. Diabasis). E già questo potrebbe bastare
per dire che il libro è piacevole. Poi, leggendolo, la ensazione seconda è stata quella di
intraprendere un viaggio. Nel tempo e nello
spazio. Che ha avuto inizio nella campagna
di Boretto, via Goleto, zanzare in estate e
nebbia in inverno che l’ha vista bambina.
Poi Parma, la musica di Verdi come colonna
sonora, gli studi superiori e l’insegnamento;
Roma, la città eterna ed il Parlamento, l’impegno politico e la Costituzione. Infine Rangoon, Birmania, terra bellissima e coraggiosa, affamata di libertà e diritti civili, come
Aung Sun Shu Khi, che attendeva Albertina
nella sua casa e con la quale ha stretto una
bella amicizia. Amiche. E tra amiche ci si va
a trovare a vicenda. Quindi Parma. Nella sua
Emilia. Nella terra di Verdi. Perché tutto si muove, tutto si tiene.
Romano Prodi, nella prefazione al libro, scrive che “gli ideali
che Albertina ha perseguito e gli obiettivi che ha raggiunto sono
il risultato di fatica, di semplicità, e di assoluta coerenza rispetto
ai propri principi”. “Tutto si muove, tutto si tiene” è un misto
di spiritualità e laicità. Vangelo e Costituzione. Il tutto condito
dall’intelligenza e dalla tenacia di una donna. Che non ha avuto
paura delle difficoltà. Che ha creduto fortemente in quello che
faceva. Che ha ascoltato la sua vita e quella
degli altri e che agli altri ha dedicato il suo
impegno. Perché questo libro, che vuole essere “quasi un bilancio per la generazione
che viene” diventa un atto d’amore verso
le nuove generazioni. Quelle che oggi sono
così bistrattate, con poche speranze e tante
difficoltà. Nell’aprile scorso ho avuto il piacere di ascoltarla nella sala civica di Poviglio. Ero di ritorno da un viaggio a Napoli.
Lì, casualmente avevo incontrato i ragazzi
che si occupano di ridar dignità e splendore
al Rione Sanità. Giovani coraggiosi, intraprendenti, che hanno ridato vita alle bellezze artistiche in questo quartiere, con la voglia di strapparlo, faticosamente, pezzo per
pezzo, alla malavita. Confesso l’emozione e
la mia commozione nell’ascoltare la guida
che mi aveva accompagnato alla scoperta di
questa realtà. E confesso la stessa emozione
un paio di sere dopo, nelle parole di Albertina Soliani. Perché il confronto, per me, è stato inevitabile. Due
generazioni, lo stesso impegno. La stessa voglia di lottare. La
medesima voglia di cambiare. Cambiare per migliorare. Per se
stessi, per la comunità locale, per gli altri. In nome di quei valori, così belli e non scontati che stanno sia nel Vangelo che nella
nostra Costituzione. E in quel profumo di biancheria pulita, così
intenso e così buono, che accompagna la vita e la politica più
bella.
politica e cultura
due figlie.Entrato giovanissimo in Magistratura nel 1968, ha svolto a
Reggio Emilia funzioni di giudice istruttore, di giudice di sorveglianza,
di giudice del lavoro e di giudice del dibattimento.
E’ stato quindi consigliere presso la Corte di Appello di Bologna. Nominato magistrato di cassazione, con la candidatura, nel 1994, nella
lista dei Progressisti, ha preferito dare le dimissioni dall’ordine giudiziario per dedicarsi in piena libertà allo svolgimento dell’attività politico-parlamentare. E’ stato membro della Commissione Affari Costituzionali e del Comitato dei Servizi di Sicurezza nella XII Legislatura.
Si è quindi iscritto nell’albo degli avvocati patrocinanti in Cassazione.
Eletto deputato nelle liste dell’Ulivo, nel 1996, ha ricoperto la carica di
responsabile del gruppo dei Democratici di Sinistra-Ulivo nella Commissione Affari Costituzionali e Interni della Camera. Componente
della Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali, ha partecipato attivamente ai lavori per il progetto di superamento della crisi
istituzionale italiana.
Antonio Soda ha contribuito alla formulazione di numerose proposte
di legge diventate leggi dello Stato: fra queste, la legge costituzionale
sull’autonomia statutaria delle regioni e sull’elezione diretta del Presidente della Regione, la legge costituzionale sul giusto processo, la
legge costituzionale sull’ordinamento federale della Repubblica, la
legge sul cosiddetto pacchetto sicurezza, la legge sulle associazioni di
promozione sociale, la legge sulla cremazione.
E’ strato presidente dell’istituto musicale “A. Peri” di Reggio Emilia.
Sulle questioni della democrazia ha scritto “Ripensiamo la Costituzione”, Editori
Riuniti, è anche autore di
saggi giuridici fra i quali, da
ultimo,
Le riforme istituzionali:
la transizione incompiuta
(1993-2000) Ordinamento comunitario e diritto
nazionale.
E’ stato eletto deputato nella nelle legislature XII, XIII
XIV Legislatura, quest’ultima dal 4 giugno 2001 al 27
aprile 2006.
Nel note iniziali abbiamo
scritto di averlo avuto spesso
al nostro fianco.
Vogliamo solo ricordare due
articoli/intervista pubblicati sui nn. del Notiziario di set/ott e dic/1994
il primo La lotta politica passa fra opulenza e miseria e Come rivivitalizzare il centro storico di Reggio?.
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l’opinione
La riforma del Senato è davvero
un attentato alla democrazia?
di Glauco Bertani
“[Onorevole Umberto Terracini], che cosa si potrebbe escogitare
per rendere più snello e rapido il lavoro del parlamento?
Abolire una delle due Camere.
Faccio finta di non aver sentito e torno a chiederti: per snellire l’iter
parlamentare delle leggi non si potrebbe, per esempio, aumentare i
casi per i quali sono previste sedute in comune di Camera e Senato?
I costituenti esclusero espressamente la possibilità di istituzionalizzare un’assemblea nazionale che fosse la somma delle due assemblee già esistenti […] Solo in casi particolari i due rami del
parlamento possono essere convocati in seduta comune.
Non si potrebbe aggiungere a questi casi quelli delle dichiarazioni
programmatiche del presidente del consiglio e della votazione su
mozioni di fiducia o di sfiducia al governo?
[…] Ma il problema non è quello di risparmiare tempo solo in occasioni eccezionali […] No, il problema è molto più vasto e investe la funzionalità del parlamento in ogni suo atto quotidiano […]
L’unico modo per riuscire nello scopo è sopprimere una delle due
Camere.
Bene: e quale delle due Camere sopprimeresti?
Ma il Senato naturalmente. Per tradizione è stata sempre la meno
rappresentativa. E oggi, nonostante che anch’essa venga eletta direttamente dal popolo, scaturisce da una base elettorale più limitata
di quella della Camera.
Per via della differenza d’età degli elettori e degli eleggibili?
Appunto”.
Le motivazioni, come si vede, alla base dell’eliminazione del
bicameralismo perfetto sono diverse da quelle che oggi spingono
per la differenziazione dei compiti di Camera e Senato. Uguali
invece le ragioni funzionali: rendere più snello e rapido il lavoro
del Parlamento, per evitare, come ricorda Danilo Morini, la decretazione d’urgenza, vera metastasi di un sistema democratico.
Non è, però, la fregola delle citazioni che mi ha suggerito di
riportare questo passo della lunga intervista su “Come nacque la
Costituzione” che il partigiano Pasquale Balsamo fece, nel lontano 1977, a Terracini comunista, antifascista lungamente incarcerato, partigiano, membro della Commissione dei 18 e presidente
dell’Assemblea costituente, ma è la laicità con cui affronta un
problema complesso come la possibile revisione costituzionale.
Recentemente Mauro Bortolani, dell’Associazione per la difesa
della Costituzione, ha scritto, in risposta a Danilo Morini, sostenitore della riforma in corso, che il pericolo sia l’eccessivo peso
che – congiuntamente a una legge elettorale che premierebbe i
maggior partiti – verrebbe ad assumere l’esecutivo, con il conseguente sbilanciamento degli equilibri dei poteri dello Stato,
già descritti da Montesquieu. “Ci rendiamo tutti conto – scrive
Bortolani – che un tale rischio può essere ‘mortale’ per la democrazia, se un populista-demagogo ben più pericoloso di Renzi,
riuscisse a conquistare il favore popolare”.
Nel testo della carta nata dalla Resistenza, Terracini, invece,
avrebbe fatto radicalmente a meno del Senato e siamo nel 1977,
gli anni Settanta furono, come tanti ricorderanno, anni piuttosto
turbolenti. Ma il problema della snellezza dell’iter legislativo è
un problema che l’ormai vecchio esponente del PCI pone con
decisione. E oggi, credo, che il maggior pericolo per la democrazia non stia tanto nella preoccupazione sollevata da Bortolani, e
da altri esponenti politici compresi diversi “compagni” di partito
di Renzi, ma piuttosto nell’immagine di immobilità privilegia24
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Terracini mentre firma la Costituzione
ta che la classe politica da di sé a un’opinione pubblica che si
reputa migliore, cosa di cui dubito leggermente. Nella riforma
presentata dal governo Renzi il Senato assume funzioni diverse
dalla Camera e sarà formato da rappresentati eletti dalle Regioni,
da alcuni sindaci e da personalità nominate dal Presidente della
repubblica per un totale di cento membri. Dall’8 agosto scorso,
giorno in cui è stata approvata a Palazzo Madama al giorno in
cui sarà effettivamente operante, di tempo ne passerà di sicuro
parecchio, tuttavia anche se per qualcuno i problemi sono sempre altri, la ricaduta di fiducia su una nuova classe politica che
appare decisa a rompere una certa prassi consolidata non può
che far bene alla democrazia (che non mi pare in pericolo). Se è
demagogia lo dirà un tempo non troppo lungo, ma ora a me pare
prevalente in questa giovane compagine governativa lo sforzo
di sanare il gap fra governati e governanti. L’opposizione alla
riforma ha gridato alla dittatura, chiaramente un’iperbole linguistica, senza valutare il fatto che la democrazia è, sì, rispetto delle
minoranze ma non è la “prevaricazione della minoranze sulla
maggioranza. No, questa è dittatura”, Terracini docet.
70 ANNI FA INIZIAVA
70esimi
LA LUNGA SETTIMANA DEL PARTIGIANO
Col contributo decisivo e mai abbastanza valorizzato di centinaia di donne
di Antonio Zambonelli
Volantino di lancio della “settimana”
U
no degli aspetti di straordinario valore della lotta di liberazione nel Reggiano
fu la cosiddetta “Settimana del Partigiano” che, in teoria, avrebbe dovuto durare
dall’11 al 18 ottobre 1944, ma che in realtà si protrasse fino a tutto dicembre ed oltre, coinvolgendo in particolare centinaia
di donne di tutta la provincia. Lo scopo
era quello di sovvenire alle esigenze di
vestiario e di alimentazione dei partigiani in montagna, alleviando anche così il
peso sopportato dalla popolazione montanara. Alla realizzazione dell’iniziativa,
oltre ai Gruppi di difesa della Donna, parteciparono anche i sappisti della pianura
e il Fronte della gioventù. Prima si trattò
di far conoscere alla popolazione l’iniziativa, mediante la ripetuta affissione
notturna di appositi volantini in tutta la
pianura, poi di raccogliere presso le famiglie alimenti, vestiario e quanto serviva al
sostentamento delle formazioni.
Nonostante le condizioni economiche
difficili per tutta la popolazione, determinata dalle ristrettezze connesse alla situazione bellica, i risultati furono di eccezionale importanza.
Il peso maggiore della raccolta, casa per
casa, toccò ai Gruppi di difesa della donna. Centinaia di organizzate, nei dintorni
di Reggio e in tutto il resto della pianura e della pedecollina, si mobilitarono
allo scopo.Merita di ricordare l’esempio
di Zelina Rossi, Anna, mezzadra di Bagnolo, che fu una protagonista della or-
ganizzazione dei GdD tra Bagnolo, Correggio, San Martino in Rio e Rubiera. Ci
ha lasciato un importante fondo cartaceo
relativo alla sua attività. In un rapporto
del 12.12.44 leggiamo “Settore Budrio.
Le organizzate hanno ultimato i guanti e
stanno preparando i pacchi natalizi […]
S. Martino. Ho riunito le responsabili del
settore […] hanno ultimato quel po’ di
guanti che hanno potuto fare dato che in
generale sono tutte operaie e molto povere”. In un rapporto che Anna riceve da
Greta leggiamo che anche a Bagnolo “si
sta ultimando la confezione dei guanti e
anche dei pacchi per i nostri garibaldini, i
nostri fratelli che sono in montagna sotto
i rigori del freddo”.
Come avvenissero i trasporti verso la
montagna ce lo racconta per esempio Cesare Soragni, all’epoca abitante a Marmirolo: ”I compagni partigiani di sotto della
Via Emilia, cioè di Castellazzo, Gazzata,
San Faustino, avevano il compito di realizzare la raccolta di viveri, indumenti,
guanti. Io e il mio amico Pippo Bertani e
la staffetta Nanda Lasagni, da Marmirolo, che sta a sud della Via Emilia, portavamo la roba al primo posto di blocco, a
Viano, passando da Gavasseto, Sabbione
e Pratissolo. Il materiale era trasportato,
nottetempo, da un birocciaio con una
biga. La staffetta stava davanti in bicicletta. Noi due seguivamo il carro pronti
a intervenire in caso di necessità: io avevo soltanto una rivoltella a tamburo. Una
volta, qualche giorno prima del Natale
‘44 avvertiti dalla staffetta che stavamo
per imbatterci in una colonna tedesca in
transito sulla strada per Scandiano – erano circa le 4 del mattino – facemmo marcia indietro e ricoverammo la biga sotto
il portico di contadini amici. La notte
successiva ritornammo sul posto e ripartimmo col prezioso carico verso Viano”.
Carmen Altare, impegnata come la sorella Cosetta nei GdD di Castelnovo Sotto,
sottolinea, in una sua testimonianza, che
non vanno dimenticate “per tutto il loro
contributo, anche le modestissime donne
casalinghe [...] fecero tutto il possibile
per trovare indumenti, viveri. Il risultato
fu molto buono . Ricordo che le donne
avevano tirato fuori la lana dai loro materassi, filato, fatto guanti […] Furono
raccolti anche molti medicinali . Andavamo da medici e farmacisti della zona che
collaboravano con noi. Ne mettemmo insieme scatoloni: bende, cotone, bottiglie
di alcool. Consegnavamo il tutto ad Olga
Lini impiegata alla Cantina sociale, che
era di Correggio….lei provvedeva all’invio del materiale a destinazione”.
A metà dicembre venne lanciata, in continuità con la “settimana”, la campagna per
il Natale del Partigiano e furono ancora i
GdD a mobilitare centinaia di donne per
confezionare i pacchi dono contenenti
vestiario, viveri, dolci e un biglietto di
auguri. E fu ancora mediante l’Intendenza delle SAP che i pacchi vennero fatti
arrivare in montagna. Per esempio verso
il 20 l’intendente Athos, del sotto settore Fellegara-Arceto, provvide con alcuni
uomini a trasportare i pacchi “che per la
maggior parte erano provenienti dalla
Bassa reggiana e dal settore di Rubiera”
(Istoreco, busta 16/A).
Dai primi di gennaio del ‘45, con la ristrutturazione delle SAP provinciali in
due brigate (76.a e 77.a), la 5.a zona
(Scandiano e comuni limitrofi) diventò
1. battaglione della 76.a con una regolare
Intendenza che provvedeva all’approvvigionamento della montagna essendo
rimasta libera la via che da Scandiano
portava a Baiso e oltre.
Quasi ogni giorno – scrive Laerte Ragni –
squadre di SAP scortavano ogni genere di
vettovagliamento dalla zona di Rubiera a
quella di Viano sfidando mille pericoli ed
eludendo la vigilanza tedesca. Quintali
di merci passarono per quel corridoio a
mezzo di colonne di carri con la collabosett/ott 2014
notiziario anpi
25
70esimi
razione dei contadini locali nonostante il
disturbo continuo degli aerei e delle pattuglie nemiche.
Il partigiano rubierese Dante Ognibene
ricordava che molta roba veniva immagazzinata a casa sua e che il burro veniva
fuso e trasportato dentro a damigiane. Lo
stesso Ognibene ed altri, aggiungono che
talvolta la merce veniva trasportata verso
la montagna con un camioncino condotto
dal cosiddetto “bandito Valenti”, singolare personaggio che nel febbraio ‘45, con
eccezionale sangue freddo, riuscì anche
a portare in salvo Otello Montanari ferito in combattimento a San Maurizio, da
Villa Bagno fino in montagna, di giorno, passando indenne anche in mezzo
ai tedeschi. La vicenda della settimana
del partigiano, iniziata 70 anni or sono
e continuata fino a dicembre ’44, ebbe
un’importanza decisiva per far sì che i
distaccamenti partigiani della montagna
potessero continuare la lotta nonostante il proclama Alexander con cui, 13
novembre ’44, erano stati invitati a tornarsene a casa in attesa della primavera
e della ripresa dell’avanzata alleata dal
Sud. Dalla Bassa, per esempio da Campagnola, Fabbrico, ecc. il materiale raccolto
veniva trasportato, naturalmente sempre
di notte, lungo la via Beviera, all’epoca
strada bianca immersa nella campagna,
fino a Bagnolo e poi Pratofontana, dove
c’era un posto tappa diretto da Giovanni
Ferretti, Corradi. Lì avveniva in genere il
cambio delle staffette e si provvedeva a
far proseguire il materiale.
Continuando con un altro esempio: anche
in tutto il comune “rivierasco” di Gualtieri venne organizzata una raccolta straordinaria per la “settimana”. “A Pieve Saliceto, ricordava Anna Tirelli, siamo andati
con un carretto trainato da un cavallo. Lo
abbiamo riempito di salumi, formaggio e
farina donati dai contadini. Il 29 novembre l’Intendenza del IV distaccamento
SAP manda in montagna il seguente
materiale: tute 520, camicie 350, paia di
scarpe 150, giubbe 80, coperte 650, burro
kg. 50, formaggio kg. 150, pasta kg. 40,
sale kg. 200, carne kg. 30. Parte dei generi indicati erano stati sottratti, con un
colpo di mano, al maggiore tedesco che
comandava la Organizzazione Todt di
Guastalla”.
Restando alla zona Ovest del Reggiano,
apprendiamo che a Cavriago, dove operava una forte ed estesa organizzazione
dei GdD “l’attività più impegnativa era
costituita, oltre che da riunioni politiche
con rappresentanti del Pci e del FdG, “dal
lavoro di raccolta, confezione e spedizione di pacchi (medicinali, sigarette, viveri,
indumenti, generi di comfort) alle formazioni di montagna”. In particolare, nel
paese rosso ma anche dossettiano, anche
70° anniversario dell’incendio di Toano
L’esperienza degli sfollati a Codesino
di Renzo Martinelli
Settanta anni fa Codesino era un ca-
solare isolato a valle di Toano, quasi a
picco sul torrente Dolo, raggiungibile
solo attraverso sentieri e carraie.
All’inizio di agosto del 1944 era diventato rifugio di gente fuggita in
tutta fretta dal paese con poche cose
essenziali: coperte, masserizie e ...
mucche, prezioso capitale per i contadini di allora.
Quasi tutti i toanesi erano sfollati al
diffondersi della voce che stavano sopraggiungendo i tedeschi in azione di
rappresaglia antipartigiana.
Molti cercarono scampo proprio a
Codesino.
Gli sfollati pensavano agli eccidi ed
alle devastazioni compiute nel mese di
marzo in località poco distanti: Monchio, Susano, Costrignano, Savoniero,
Cervarolo. Erano sgomenti. L’unica
loro speranza era che i tedeschi non si
sarebbero spinti fino a quello sperduto
casolare. Erano tanti, troppi per essere
ospitati tutti in casa. Eppure sperimentarono un’accoglienza straordinaria da
parte delle famiglie Cappucci che vi
abitavano. I vecchi, le donne ed i bam26
sett/ott 2014
notiziario anpi
bini trovarono alloggio nelle camere, nei
corridoi, nelle cantine, negli sgabuzzini;
gli uomini nelle stalle e nei fienili, ma
molti di questi ultimi preferirono trascorrere le notti nei fossi, nelle boscaglie della Mattina o – come scrisse padre Mario
Cappucci del luogo, recentemente scomparso – nelle tane del Mandariaccio, le
quali “abituale dimora delle volpi, sono
divenute casa per gli sfollati”. Il cibo non
fu fatto mancare. Era costituito dal pane
che i Cappucci sfornavano ogni giorno,
dal latte di cui vi era abbondanza e dal
formaggio fatto in casa.
Ricordava padre Mario: “Nel corridoio
del piano terreno della casa le pentole
sono piene di latte a disposizione di tutti
e le donne sono indaffarate a fare il formaggio. Pane e formaggio saranno l’alimento di tutti”. Da quella sperduta località il 5 agosto gli sfollati videro nubi di
fumo levarsi dal paese in fiamme e dalla
cima del Castello: delle loro case, delle
chiese, del municipio non sarebbero rimasti che cumuli di macerie.
A distanza di settanta anni, sabato 2 agosto gli “Amici dei borghi toanesi” ed i
Cappucci del luogo (figli e nipoti di coloro che concessero generosa ospitalità ai
“alcune donne cattoliche (Silvia Rigattieri, Anna Magnani e altre) partecipavano
al lavoro dei GdD, e raccoglievano esse
stesse sia le quote sociali sia i generi da
inviare ai partigiani. I gruppi dei vari rioni [Pratonera, Cristo, San Nicolò, Castellina, Borghetto] erano incaricati di raccogliere [...] i singoli generi, che venivano
ammassati nel fienile di Armando Ferrari Bedini. Qui si riunivano le donne per
confezionare i pacchi, che poi venivano
portati a casa della Burani, dove passavano a ritirarli gli incaricati dell’intendenza
partigiana” (CAVANDOLI, Cavriago antifascista, p.198) .
Fu un vera e propria gara di solidarietà
che riguardò non solo il Reggiano ma
anche varie zone dell’Italia settentrionale e che si avvalse del contributo decisivo e mai abbastanza valorizzato, di
tante donne.
Sul n.10 di “Noi Donne”, periodico
clandestino dei GdD (e nel dopoguerra
dell’UDI), pubblicato e diffuso nel Nord
Italia, si traccia un bilancio di quella
“lunga settimana”, dove si legge che “chi
batte il record di questa gara di solidarietà patriottica e di affetto è Reggio Emilia e provincia, dove la somma raccolta
raggiunge il milione, senza contare una
quantità imponente di materiale vario che
si può valutare per una somma due volte
superiore”.
fuggiaschi) hanno organizzato, con il patrocinio del comune di Toano e della pro
loco, un incontro rievocativo, seguito da
merenda sul prato, “per riassaporare quei
sentimenti di amicizia e di solidarietà
che resero eccezionale l’esperienza degli
sfollati a Codesino”, con accompagnamento di canti della tradizione popolare.
La cerimonia, guidata con elegante brio
da Mario Ferrari (Presidente della CRI di
Toano), si è articolata in una serie di brevi ma significativi interventi da parte del
Sindaco prof. Vincenzo Volpi, del Presidente dei Borghi Toanesi arch. Elisabetta
Vendramin, dei cugini Alessandro e Camillo Cappucci, nonché della dottoressa
Mirta Grossi titolare di un B&B nelle vicinanze, grande estimatrice della vallata.
E’ proseguita con la benedizione del cippo da parte del parroco don Graziano Gigli e gli onori resi dalle insegne di CRI,
ANPI, ANA, REDUCI. Trombettiere
Damiano Ceresoli. La ricorrenza dell’incendio di Toano è stata poi ufficialmente
commemorata il giorno successivo, domenica 3 agosto, con una santa Messa
celebrata nell’antica Pieve di Santa Maria
in Castello da don Graziano Gigli, accompagnata dai canti della corale S. Rocco di Gusciola diretta dal maestro Pier
Alberto Bernabei. Ai lati del presbiterio
rendevano onore i labari dei Comuni di
Toano, Montefiorino e Prignano oltre alle
insegne dell’ANPI (presente Giacomo
Notari), dell’ANA e della CRI di Toano.
70esimi
Gavasseto 6 settembre
Anpi e Spi-Cgil nel settantesimo
del sacrificio dei fratelli Vecchi
di Anna Ferrari
A sinistra il corteo; a destra Antonio Zambonelli durante la commemorazione;
alle sue spalle il Sindaco, di fronte Luciano Cattini e sullo sfondo Anna Ferrari
Sabato 6 settembre si è svolta la com-
memorazione della fucilazione avvenuta
a Gavasseto il 3 settembre 1944 di Giuseppe e Gino Vecchi.
Nell’occasione si sono ricordati insieme, anche se morirono in circostanze diverse perchè vittime della stessa mano:
il nazifascismo, e anche perchè amarono e servirono la libertà con la stessa
convinzione.
Giovanni, partigiano nella 144a Brigata
Garibaldi, caduto in combattimento il 24
novembre 1944 e Onesto che fu richiamato allo scoppio della seconda guerra
mondiale e che risultò disperso sul fronte
russo nel 1943. Dissero no alla dittatura,
alla privazione di libertà e dignità umana,
all’odio, che li colpì tremendamente, ma
non li sconfisse.
La sezione cittadina Dorina Storchi
“Lina”, in collaborazione con CGIL SPI e
il contributo di UNIPOL ha effettuato la
ristampa del libretto “I F.LLI VECCHI:
una famiglia contadina nella resistenza”.
Si è ritenuto doveroso continuare sulla
strada delle pubblicazioni dedicate a figure eroiche della nostra terra, occasione importante per riflettere sulla pagina
più buia della nostra storia e sugli eventi
che hanno segnato la fine del fascismo e
dell’occupazione nazista.
Una pagina di storia che nelle nostre
scuole viene studiata in modo superficiale e in tarda età, mentre dovrebbe essere
proprio la Scuola il luogo dell’apprendimento, dell’inclusività, del rispetto,
dell’apertura, della pluralità delle idee
politiche e delle culture.
La scuola è il luogo che dovrebbe garantire l’uguaglianza e la libertà di pensiero;
la scuola è l’antitesi del fascismo. Per
questo l’insegnamento degli avvenimenti
della nostra storia è indispensabile affinché non sembri una pagina lontana dai
nostri giorni.
Alle 10 presso la chiesa di Gavasseto si è
svolta la funzione religiosa. Un corteo si
è poi formato con le bandiere dell’ANPI
provinciale, della sezione Cittadina “Dorina Storchi Lina”, della sezione di Villa
Ospizio, dello SPI-CGIL, fino al cippo
davanti al quale si è svolta la cerimonia
con l’intervento del sindaco di Reggio
Emilia Luca Vecchi e dello storico e segretario dell’ANPI Antonio Zambonelli.
Luca Vecchi, per la prima volta nella terra dei suoi antenati in veste di Sindaco,
ha affermato che il ricordo della morte
dei quattro fratelli Vecchi fa parte della
sua memoria familiare e della sua formazione umana, cominciando dai racconti
della nonna paterna, oggi 95enne, vedova
di Onesto, disperso sul fronte russo dal
1943 (quando il papà di Luca aveva due
anni).
Ha poi sottolineato come il ricordo della
Resistenza,della solidarietà popolare attorno ai partigiani, frutto di una radicata
tradizione di solidarismo, debba oggi e in
futuro costituire un valore fondante e da
mantenere vivo di fronte alle nuove difficili sfide che ci attendono.
Concludeva infine ponendosi la domanda
di come mantener viva in futuro le memorie delle lotte dei sacrifici che fondano
la nostra identità di Paese democratico .
Zambonelli, collegandosi alle parole di
Vecchi, richiamava i vari interventi che
da anni vanno svolgendo, nelle scuole e
altrove, l’ANPI e lo SPI-CGIL in collaborazione con ISTORECO, proprio sui
temi della Memoria e del suo impatto col
presente. Rivolgendosi al Sindaco, segnalava come sia necessario che nella città e
nel territorio venga reso anche “leggibile” (con targhe e “pietre d’inciampo”) lo
spessore della storia del Novecento, dalle
radici di un solidarismo che fu soprattutto
socialista e che passò come fiume carsico
sotto la scure del fascismo, remergendo
in una intesa col cattolicesimo sociale, e
non solo, nella lotta di Liberazione.
In sostanza dalla commemorazione del
6 settembre è emerso, ancora una volta,
che queste celebrazioni debbono aiutarci
a saper cogliere la grande eredità che la
resistenza ci ha lasciato.
Significa ribadire i valori della Costituzione repubblicana nel contesto di
un’Europa che sia operatrice di pace e
impegnata affinché i deboli e gli “ultimi”
abbiano una vita degna di essere vissuta.
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memoria
- Sentieri Partig
Un venerdì mattina Matthias mi ha chiesto di partecipare ai
“Sentieri Partigiani”, documentando il viaggio organizzato da
Istoreco con foto e resoconti giornalieri. Da subito mi ha incuriosito e mi ha fatto molto piacere ricevere questa proposta,
forse perché mio nonno, nato nel 1931, durante la seconda guerra mondiale è stato staffetta partigiana e mi ha raccontato della
guerra tante volte.
Così giovedì 11 settembre 2014 siamo partiti in pullman da
Reggio Emilia. Il nostro albergo a Busana era una ex colonia
fascista e poi sede del Comando tedesco in montagna.
Mentre marciavo su quei sentieri in salita e in discesa pensavo a
quanto sarebbe stato faticoso e doloroso percorrerli con le armi
in spalla, la neve, la disperazione di aver perso amici fratelli e
parenti, la fame, l’incertezza di riuscire ad arrivare alla meta
sani e salvi. E la consapevolezza di vivere la propria giovinezza
durante una guerra cercando, con tutte le forze, di “debellarla”.
Alla fine di ogni camminata ci aspettava sempre il racconto di
un partigiano, e questo era il principale motivo per cui durante la camminata cercavo di “non mollare” nonostante la fatica.
Giacomo Notari “Willi” il primo giorno ci ha accolti, insieme
alla moglie, nel cortile di casa sua a Marmoreto di Busana. Lì
ha raccontato alcuni episodi della guerra e di come non ci si
potesse fermare davanti a nulla, pochi giorni dopo la morte del
fratello, infatti, dovette distribuire volantini in paese. Alla fine
dopo averci offerto da bere e i suoi deliziosi lamponi molto orgoglioso ci ha mostrato il suo orto.
Il giorno seguente, venerdì 12 settembre, Giacomo ci aspettava
al faro di Ligonchio, monumento eretto in ricordo dei caduti della prima guerra mondiale. Willi ha ricordato di come durante la
Resistenza gli consegnarono un mitra, che gli fece «compagnia
fino alla fine della guerra», e della sua vita politica prima come
consigliere comunale di minoranza del PCI, poi di maggioranza
ed infine della sua carriera da sindaco di Ligonchio. Nella discesa dal monte Giacomo ci ha illustrato alcune caratteristiche
dei funghi che “incontravamo” durante il percorso; infatti lui,
nonostante i suoi 86 anni va ancora a raccogliere i funghi sulla
sua montagna.
In seguito, raggiunto il Passo Pradarena, abbiamo camminato
fino a Presa Alta attraverso il crinale arrivando alla centrale
elettrica di Ligonchio. Lì ci aspettavano Giacomo e l’attuale
sindaco di Ligonchio Giorgio Pregheffi,figlio della staffetta partigiana “Bianca”. Giacomo ha spiegato come durante la guerra,
sulle montagne di Reggio e Modena fosse nata la Repubblica di
Montefiorino, in cui, alle votazioni, avevano partecipato anche
le donne. Un episodio che mi ha fatto sorridere e riflettere molto
è stato quando Giacomo ha detto di avere ricevuto, una sera,
quattro pezzi di cioccolato da un soldato americano. I suoi piani
erano di mangiare un quadretto ogni sera, così da avere energie
per la notte ma «… poi la notte l’ho finito perché c’era bisogno
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di zuccheri, son cose da ridere ma son vere».
Il 13 settembre arrivati a Poiano di Villa Minozzo, alla casa di
“don Carlo” accolti da Giovanna Quadreri, “Libertà”, e dalla
figlia di Laura Quadreri ,“Foresta”, due sorelle che hanno militato nella Resistenza, come staffette e infermiere. Con loro,
Enrico Bini e Sara Manfredini, sindaco e assessore di Castelnovo Monti.
Giovanna ha raccontato come da staffetta teneva i contatti per il
suo distaccamento, facendo moltissimi chilometri in montagna,
andando però ogni sera a mangiare a casa dei genitori rassicurandoli sulle condizioni della sorella Laura. Libertà a sedici anni
dovette andare in bicicletta fino a Cento di Ferrara per portare
vestiti ad alcuni ragazzi, e poi spiegato di aver «riportato a casa»
i suoi fratelli. Giovanna non è in nessuna foto del suo distaccamento perché «non ci sono mai nelle foto io, mi han fatto
sempre correre».
Camminando con sindaco e assessore abbiamo guadato il Secchia, fino ad arrivare a Vologno di Castelnovo Monti. Lì abbiamo reso omaggio alla tomba di Foresta con un racconto da parte
della figlia e un ringraziamento del sindaco. Per concludere abbiamo cantato tutti insieme “Bella Ciao”.
Poco più giù, in un parcheggio, ci aspettava Francesco Bertacchini “Volpe” mentre alle sue spalle svettava la Pietra di Bismantova. Volpe ha raccontato come, insieme all’amico Armando “Pancio”, ha deciso di diventare partigiano. Subito, per un
breve periodo, sono stati partigiani a Corniglio di Parma, abitando a casa di un signore che forniva loro «ogni ben di Dio»
da mangiare. Pancio però decise di trasferirsi sulle montagne
reggiane, in un distaccamento di partigiani comunisti, e Volpe
lo seguì.
Alla sera ci siamo ritrovati tutti a cena al “Catomes Tot” a Reggio Emilia dove, essendo arrivata con un po’ di anticipo, ho avuto il piacere e l’onore di essere invitata da Volpe a sentire alcuni
divertenti aneddoti della vita da partigiano. Ha raccontato che,
a suo dire, «teneva su di morale » del suo distaccamento con
delle «cantate» spesso riguardanti la mamma, che lo «immaginavano» molto perché «a quell’età lì, stare tanto lontano dalla
mamma in guerra non era facile».
La 21esima edizione di “Sentieri Partigiani” si è conclusa domenica 14 settembre, anche giornata europea della Cultura
Ebraica.
Abbiamo visitato la Sinagoga di Reggio Emilia ed in seguito
siamo andati alla ex Prefettura per sentire la testimonianza di
Giacomina Castagnetti. Lì Giacomina ha spiegato che lei non
capiva «da che parte stare», perché a scuola leggeva “il Duce
ha sempre ragione” e a casa sentiva il fratello essere totalmente
contrario alla guerra. Ha deciso di diventare antifascista quando
un suo fratello fu torturato e incarcerato a Castelfranco Emilia,
ed anche perché le sue amiche non la andavano più a trovare
iani 2014 -
memoria
di Chiara Guarnieri e Annalisa Govi
-Ho studiato la storia della Resistenza a scuola e pensavo, ingenuamente,
di conoscerla, invece mi sbagliavo. Poiché anche solo percorrere i Sentieri dei partigiani fa davvero immaginare la forza e il coraggio che serviva in tempo di guerra…essendo la sua famiglia antifascista.
Giacomina ci ha accolti nel cortile della ex Prefettura poiché,
lì, l’8 febbraio del ’45 ci fu una manifestazione di donne, a cui
lei partecipò, per chiedere al Prefetto del grano per i propri figli.
Giacomina ricorda che per la Liberazione, lei andò in casa e
aprì tutte le finestre per poter far entrare la luce e l’aria, poiché
durante la Resistenza bisognava tenere le finestre sempre chiuse
per evitare di essere bombardati e per il coprifuoco.
In seguito ci siamo spostati alle Reggiane, dove abbiamo
ascoltato la testimonianza dell’ex operaio Fernando Cavazzini
“Toni”. Toni, addetto a far saltare i ponti con altri 11 partigiani, ha ricordato di quando, dopo aver assistito all’eccidio
delle Reggiane del 28 luglio 1943, disse: «Basta! Da oggi sono
partigiano!».
Abbiamo concluso la giornata con il Pranzo di Brigata, in compagnia dei partigiani, presso il cortile di Istoreco, cantando canzoni insieme al Coro Selvatico.
Mi ha fatto davvero molto piacere partecipare a questo evento,
poiché, ho imparato dai racconti in prima persona dei partigiani
quanto fosse dura la Resistenza e quanti sacrifici umani ed emotivi abbia comportato.
Ho studiato la storia della Resistenza a scuola e pensavo, ingenuamente, di conoscerla, invece mi sbagliavo. Poiché anche
solo percorrere i Sentieri dei partigiani fa davvero immaginare
la forza e il coraggio che serviva in tempo di guerra.
I partigiani che hanno raccontato le loro vicende, in questi giorni, durante la Resistenza avevano più o meno l’età che ho io
adesso, spesso erano anche più giovani. Così ho cercato di pensare se fosse capitato a me di trovarmi in mezzo ad una guerra,
di dover combattere sulle montagne o in città, di dover abbandonare famiglia e amici senza la certezza di poter tornare a casa e
con la paura di perdere persone care e di rischiare la propria vita.
Questo mi ha fatto davvero comprendere quanto sia grande il
debito che ancora oggi abbiamo nei confronti dei partigiani, della loro lotta di Resistenza.
Questa esperienza mi ha lasciato una traccia forte di riconoscenza come non mi era mai successo con le molte letture fatte sui
libri e sui manuali scolastici.
Infine vorrei presentarmi: sono una studentessa in “Marketing e
organizzazione d’impresa” dell’Università di Modena e Reggio
Emilia, conosco Istoreco da alcuni anni perché nel 2010 ho avuto la grande fortuna di partecipare con il Liceo Moro al “Viaggio
della Memoria” ad Auschwitz-Birkenau e per me effettuare lo
stage qui voleva dire donare qualcosa di mio a questa organizzazione, ma ancora una volta sono io ad aver ricevuto tanto. (c.g)
LE FOTO
Nell’ordine:
- partigiano sentinella, 1945
- alla centrale per la testimonianza di Giacomo “Willi” Notari e con il
sindaco di Ligonchio Giorgio Pregheffi
- sotto la Pietra di Bismantova testimonianza di Francesco “Volpe”
Bertacchini
- alla casa di Don Carlo per la testimonianza di Giovanna “Libertà”
Quadreri, con la figlia di Laura Quadreri e il sindaco di Castelnovo
Monti Enrico Bini
Nell’altra pagina:
- Domenica Secchi: la donna sul muro
(foto di Chiara Guarnieri e Matthias Durchfeld)
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memoria Sentieri Partigiani 2014
La donna sul muro
Una storia di fratellanza tra le macerie delle Officine
E’
domenica 14 settembre. ISTORECO ha deciso di concludere la 21° edizione dei Sentieri Partigiani in città con la testimonianza di Fernando Cavazzini alle Officine Metalmeccaniche Reggiane. Centocinquanta persone si muovono all’interno
di un paesaggio surreale. L’abbandono, le macerie, i vuoti e il
silenzio accompagnano il corteo mentre si avvicina al cancello
dove Cavazzini racconterà gli eventi del 28 luglio1943. Il ricordo della raffiche del mitragliatore sugli operai fa piangere
Cavazzini oggi così come allora. Cavazzini ha cominciato dopo
quegli spari la sua vita di ribelle, il suo Rifiuto. Durante il racconto è come se vedesse, tra i ruderi abbandonati della fabbrica,
le nove persone uccise dai bersaglieri dell’esercito italiano.
Non è facile per noi ora immaginare migliaia di operai sotto il
sole che si avvicinano ai cancelli e chiedono di uscire per manifestare la loro voglia di vivere, insieme al desiderio che la guerra
e la fame finiscano. “Non vogliamo lavorare per la guerra!”,
urlavano durante la manifestazione, opponendosi con coraggio
alla produzione di morte della propria stessa fabbrica. Otto anni
dopo, il trattore R60 darà una risposta a quelle urla, uscendo
trionfante dalle Officine Reggiane.
Mi guardo attorno e provo ad immaginare le “Schiere d’eroi
umili ed offesi” che cantano il più lungo esperimento di autogestione operaia in Italia. Nella canzone di Rivetti (delle Reggiane
“R60” è stata scritta nel 1951. Il testo è di Rivetti e la Musica di
Isernia) il nuovo modello di trattore è una “bandiera di pace e di
libertà”, mentre si celebra la “grande e gloriosa” classe operaia
che “alle Reggiane lotta con valor”.
Nel silenzio di oggi osservo stupita le finestre sfondate, le bocche aperte e affamate degli enormi capannoni e penso alla catena solidale tra i cittadini e gli operai, allo slancio politico e alla
vita culturale nati in quei 18 mesi proprio qui.
Il gigante maestoso delle Officine Reggiane oggi è irriconoscibile: lasciato a marcire nel degrado, mentre nuove forme di
umanità si nascondono tra i capannoni insieme ai fantasmi di
una grande storia. Una fila di panni stesi, una pentola appoggiata
su un cumulo di sassi, qualche faccia che si sporge per un momento a vedere cosa ci fa lì tanta gente “perbene”.
Non è il sole dell’avvenire a dipingere la sua luce qui oggi, ma
le ombre silenziose di un passato dimenticato e di un presente
“indesiderato”.
Ogni 28 luglio fino a qualche anno fa, si veniva proprio dove
siamo ora, vicino al cancello che dà su via Agosti, per ricordare gli operai uccisi dall’esercito nel 1943. Le autorità cittadine
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notiziario anpi
e un prete parlavano a fianco della lapide scritta in memoria
dell’eccidio.
Ora tutto è stato rimosso. Un patrimonio di memorie lentamente distorto, spostato e abbandonato per dare spazio alla civiltà
chiassosa delle notti rosa. Le uniche impronte di vita che infestano ancora il sonno di queste macerie sono i graffiti. Non si
tratta solo di figure irriverenti e colorate appostate tra i muri, ma
di vere e proprie sfide all’oblio, segni di nuove obiezioni.
Un’enorme e dolcissima Domenica Secchi vestita di bianco
guarda dall’alto di un muro un orizzonte lontano, e sorride a un
futuro a cui io do le spalle.
L’ha dipinta uno di questi giovani ribelli urbani, un graffitista
che una volta abbiamo incontrato. Il giovane artista, colpito dalla storia dell’eccidio del 1943, decide mesi fa di ritrarre Domenica Secchi sul muro della costruzione ora abbandonata in cui
la donna aveva tentato di ripararsi per sfuggire agli spari dei
Bersaglieri.
Il ragazzo conosce la storia di questa giovane operaia uccisa
all’ottavo mese di gravidanza. Decide così di rimettere il viso
di questa donna dove il suo ricordo è stato cancellato, cioè nel
luogo autentico della strage.
Al centro del muro c’è una nicchia con una piccola Madonna,
che il ragazzo lascia all’altezza del ventre della figura dipinta,
come per rappresentare il bambino che Domenica Secchi portava in grembo. Mentre il graffitista dipinge il murales, si accorge
che qualcuno lo sta osservando a distanza. Si volta e vede un
uomo dalla pelle e dagli occhi scuri fermo dietro di lui. Il graffitista gli parla, racconta al nuovo venuto la storia di Domenica
Secchi. Gli dice della sua idea che quella donna fosse una specie
di santa.
L’uomo è attento e sembra incuriosito da questa forma di arte
così democratica da essere lì anche per lui. Dice di essere musulmano. Il graffitista gli chiede se nella sua religione esistano
i santi. Gli dice che secondo lui, quando si prega, si dovrebbero
ringraziare persone come Domenica Secchi. Poi i due si salutano e si separano.
Qualche tempo dopo, il graffitista intravede una figura che gli
si avvicina tra le macerie delle Officine. Non ricorda bene…
forse si sono già incontrati? L’uomo ha qualcosa di familiare e
gli rivolge la parola:
“ L’ho fatto, sai?” dice con serietà.
“Come? Scusa?...”
Il graffitista comincia lentamente a mettere a fuoco i ricordi.
“Ho pregato per quella donna che mi hai detto. Venerdì scorso
sono andato alla Moschea e ho detto la preghiera per lei”.
Ora anch’io guardo e ringrazio la donna mora che sorride là in
alto sul muro. Non so come si siano salutati l’uomo e il graffitista. Non so dove siano andati, benché mi piaccia considerarli
come eredi del popolo storico delle Reggiane.
La felicità più grande è tuttavia quella di sapere che si siano
spartiti un piccolo pezzo della nostra flebile memoria e che la
storia di Fernando Cavazzini sia ora in così buone mani. (a.g.)
“Approfitto di questo piccolo spazio per
ringraziare Steffen e Matthias, ma soprattutto Daniela “Dax” Campani che mi ha accompagnato con tanta disponibilità ovunque
dovessi andare, GRAZIE
Francesco “Volpe” Bertacchini”
memoria
E’ passata anche per i luoghi
della Resistenza la Route del coraggio
degli scout cattolici
Ciro Torre, studente di UNIMORE, capo scout del gruppo
Reggio Emilia 4, si è rivolto all’ANPI nel giugno scorso, per essere aiutato a far incontrare con un partigiano o partigiana il suo
gruppo e altri due provenienti da Genova e da Battipaglia. Questo per ascoltare, dalla testimonianza di un resistente, cosa possa
voler dire coraggio, dato che al “coraggio” era appunto dedicata
la marcia attraverso l’Italia di circa 30.000 scout cattolici dell’
AGESCI (età 16-21 anni). Obiettivo finale il Parco nazionale
di San Rossore per la discussione e l’approvazione di un documento guida rivolto alle istituzioni politiche e religiose. Come
ANPI ci siamo attivati e il 5 agosto, dopo una marcia partita da
Puianello, il gruppo di una sessantina di giovani e ragazze ha
raggiunto la Pietra di Bismantova scendendo poi a Castelnovo
Monti dove, nel tardo pomeriggio, ha incontrato, davanti al Monumento alla donna nella Resistenza, la partigiana Giacomina
Castagnetti. Da segnalare che un altro gruppo ha raggiunto la
borgata di Cervarolo, luogo della strage nazifascista del marzo 1944, per capire cosa c’è dietro le lapidi che ricordano sofferenze ed eroismi della lotta di liberazione. A San Rossore le
migliaia di scout, dopo vari dibattiti e incontri, compreso quelli
con autorità come l’ex scout Renzi e Papa Francesco, hanno
approvato la Carta con cui si impegnano “ad essere testimoni di
un amore autentico e universale portando avanti valori di non
discriminazione e di accoglienza...per sconfiggere l’indifferenza, lottare contro l’omertà e per la legalità … farsi portavoce
presso le istituzioni civili ed ecclesiastiche di una generazione
che vuole essere protagonista di un cambiamento della società”.
E citiamo solo pochi brandelli di un testo – La Carta del Coraggio - assai ampio e approfondito e che tocca i temi più vari,
compresi quelli definiti “sensibili”. E lo fanno appunto con
coraggio, chiedendo per esempio, da giovani cattolici, che “la
Chiesa rivaluti omosessualità, convivenza e divorzio”. (a.z.)
LE FOTO
Castelnovo ne’ Monti. Gli scout all’ascolto di Giacomina con il monumento alle donne partigiane sullo sfondo.
Sotto un bella immagine di Giacomina Castagnetti
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memoria
Quando il tenente della Wehrmacht
Werner Mueller divenne partigiano
di Antonio Zambonelli
S
ono passati più di 35 anni da quando scovai, leggendo il Diario del distaccamento SAP “Nino Rinaldi”, la vicenda del tenente della Wehrmacht Werner Mueller diventato partigiano
a San Donnino di Casalgrande. Ne resi conto nel libro “L’ova
lunéina”, pubblicato nel 1980. Vi si legge del quasi incredibile gentlemen’s agreement realizzato, dall’agosto 1944 al
gennaio 1945, tra il comando partigiano di San Donnino ed il
sunnominato tenenete, che comandava il presidio germanico
(una quarantina di soldati) insediatosi il 21 agosto ‘44 nel
Parco Spalletti.
Da quella data, e per alcuni giorni, il locale distaccamento
SAP si trovò nell’impossibilità di operare poiché ogni notte
i soldati pattugliavano le strade.Ma pochi giorni dopo il suo
arrivo, il tenente Mueller venne avvicinato da un sapista locale che, fingendo di volere fornire amichevoli informazioni,
avvertì il tenenete che la zona era pericolosa in quanto intensamente battuta dai partigiani e che dunque non sarebbe stato
prudente esporre a rischi mortali dei soldati durante la notte.
Tornando dal colloquio, che avrebbe potuto essere per lui
molto rischioso, il partigiano riferì di avere avuto l’impres32
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notiziario anpi
sione che il tenenete fosse un antinazista. Comunque la sera
stessa né la pattuglia, né le due sentinelle davanti al Parco entrarono in servizio e la cosa si protrasse per tutto il 1944. Ciò
che favorì molto la possibilità di mantenere aperto ed agibile
il “corridoio” che da Rubiera, Via San Donnino raggiungeva
Scandiano e le colline. Corridoio attraverso il quale transitò
diverse notti molto materiale che nell’autunno-inverno del
’44 raggiunse le formazioni dell’Appennino.
Il 4 novembre si ebbe un imprevisto incidente tra un gruppo
di sapisti e sentinelle tedesche inaspettatamente uscite dal
parco Spalletti: ci fu un berve scambio di colpi d’arma da
fuoco ma senza conseguenze cruente. Il giorno appresso il tenente Mueller spiegò ad emissari partigiani che le sentinelle
erano uscite senza suo ordine e che averebbe fatto rispettare
ai suoi sottoposti, come per il passato, la consegna di starsene
chiusi durante la notte.
Il 3 gennaio ’45, essendo ormai troppo rischiosa la sua posizione, Mueller diserta e si aggrega ai partigiani col nome
di battaglia “Italo”. Qui si fermavano le mie conoscenze al
riguardo, conoscenze basate esclusivamente sul citato Diario del distaccamento “Nino Rinaldi” (in ISTORECO, Busta
76.a SAP, cartella 5a Zona). Ma le cose hanno avuto uno sviluppo ulteriore nell’estate appena trascorsa, quando l’amico
Giglio Mazzi, il partigiano “Alì”, mi ha trasmesso la seguente mail: “ti invio la foto e la scheda personale dell’ufficiale
tedesco Werner Mueller, ricavata dallo schedario ANPI di
Casalgrande […] risulta che la sua attività di collaboratore
coi Sapisti del 1° Btg della 76a Brigata SAP ebbe inizio il
13.01.45 . Cioé poche settimane dopo la nostra azione [forse
l’incidente del 4.11?. N.d.R.] di disarmo del Presidio tedesco
alloggiato nelle scuole elementari di San Donnino. Questo
avvalora quanto da te affermato nella tua Ova lunéina e conferma le supposizioni da me espresse nell’apposito capitolo
della mia autobiografia [inèdita.NdR] circa la sua presunta
avversità ad Hitler ed al suo dannato regime nazista”.
La scheda alla quale “Alì” fa riferimento e che mi ha inviato
in fotocopia, è poi una di quelle (originali in ISTORECO)
degli iscritti all’ANPI di Reggio tra fine 1945 e 1946.
Ne ricaviamo che Werner, figlio di Otto, era nato l’11 luglio
1909 (dunque 105 anni fa...) a Rumsdorf [Sassonia-Anhalt,
ex DDR] che era sposato,che viene riconosciuto partigiano
dal 13.01.45, nome di battaglia Italo e che dopo la Liberazione abitava a San Donnino e lavorava presso Algeri Nino.
Quale sia stato poi il suo destino successivo merita di essere
approfondito. Siccome era sposato è possibile abbia lasciato
dei figli sulle tracce dei quali sarebbe opportuno mettersi.
Così come si potrebbero avere utili notizie dai familiari di
Nino Algeri.
Segnalo che l’instancabile Alì si è già messo in contatto con
Silvana Taglini, Assessore alla cultura di Casalgrande “per
saperne di più e per valutare se ci fosse spazio per una comune iniziartiva nell’ambito del 7O°”.
Rimaniamo in attesa degli sviluppi.
memoria
Vanni Luciano,
vita di un uomo della montagna
un’autobiografia
Vi racconto un po’ della mia vita vissuta.
Sono nato a Ramiseto nel 1926 da Gabrielli
Elena di Canova di Ramiseto, di famiglia
contadina, e da mio padre Vanni Umberto abruzzese commerciante. Era venuto in
Emilia, girava per i paesi a piedi con una
valigia ed un fagotto. A Canova ha conosciuto mia madre e si sono sposati, hanno
avuto due figli: Gina, nata nel 1923, ed io
nel 1926. I miei genitori erano poveri ma
onesti. Ricordo la mia infanzia come un’infanzia piacevole. Ho frequentato la scuola
fino alla quinta elementare. Dall’età di otto
anni, finite le ore di scuola, andavo dai miei
nonni, li aiutavo in campagna e portavo le
mucche al pascolo.
Vanni nel 1945
All’età di 13 anni i miei genitori mi hanno
mandato a imparare da falegname da Cecconi Renato, che ricordo volentieri. Vi sono stato fino alla primavera del 1944.
Nel 1943 cade il fascismo e ci fu la repubblica di Salò. Io avevo
18 anni. Si sentiva parlare di partigiani alla macchia e mi sono
subito arruolato. Ero contrario al nazifascismo. Sono andato alla
Scalucchia di Succiso dove c’era il comandante “Eros” (Didimo
Ferrari, NdR). Ho operato in quella zona fino al rastrellamento
di luglio da parte dei tedeschi.
Poi sono stato assegnato al distaccamento “Don Pasquino”, comandante “William” [Massimiliano Villa, NdR]. Siamo stati un
mese a Legoreccio in comune di Vetto, poi siamo passati nel
parmense nel comune di Neviano e nel comune di Traversetolo
fino a novembre quando ci fu un grosso rastrellamento.
Ci fu una grossa battaglia, abbiamo avuto dei morti, non potevamo competere con l’esercito tedesco. Ci siamo sbadati e poi
ci siamo riorganizzati. lo sono stato assegnato con un gruppo di
otto partigiani al Sole di Vetto. Avevamo un magazzino dove
raccoglievamo viveri, vestiario, medicinali.
Tanta di questa roba, con cui rifornivamo i diversi distaccamenti, veniva dalla pianura. Sono rimasto fino alla Liberazione al
Sole di Vetto.
Finita la guerra sono tornato a lavorare dal mio
vecchio principale fino al 1952, poi io ed un mio
collega Giovanni Dughetti ci siamo messi a lavorare in proprio. Dopo due anni il mio socio si è
fatta la casa e il laboratorio ed io ho continuato da
solo con tre operai.
Lì vicino dove lavoravo abitava una ragazza
quarta di dieci figli. Ci siamo innamorati e ci
siamo sposati. Abbiamo comprato la casa dove
abitavamo, l’abbiamo ristrutturata, abbiamo rinnovato il negozio, che avevamo.
Avevo smesso di fare il falegname per ragioni di
salute.
Il sindaco Bombardi mi disse che cercavano un
sub agente di assicurazione per la compagnia
UNIPOL. Io accettai. L’ho fatto per vent’anni
con profitto per me e per UNIPOL.
Nel 1970 abbiamo avuto una figlia. Era molto bella e brava.
Ci ha dato solo soddisfazioni. Ha frequentato le scuole fino al
diploma magistrale, poi ha preferito lavorare come sub agente
di assicurazione per la compagnia UNIPOL.
Dopo un anno è stata assunta come impiegata dalla stessa Compagnia prima a Scandiano, poi a Cavriago, poi a Castelnovo ne’
Monti.
In quel periodo ha conosciuto Marco del Sole di Vetto bravo e
lavoratore figlio di bravi genitori.
Nel 1995 si sono sposati e ci hanno dato due bei nipoti, che noi
abbiamo aiuato ad allevare. I genitori lavoravano e noicon soddisfazione abbiamo dato loro una mano.
Tuttora stiamo dando una mano, perché sia i genitori che i nipoti
meritano e ci vogliono bene. Tornando al 1944, io ero partigiano con il nome di “Lupo”. Mi sono iscritto al PCI e dopo la
Liberazione sono sempre stato attivo e ho fatto sempre parte
della segreteria comunale del partito. Fatto il tesseramento, io
con i miei organizzavamo le feste dell’Unità. Sono volontario
nel servizio di ambulanza. Sono tuttora, che scrivo, segretario
comunale dell’ANPI. (2012)
CAI “Cani sciolti” e ISTORECO
sul sentiero partigiano n. 5, La Bettola/Vezzano s/C
L
a primavera scorsa si è rinnovato l’annuale appuntamento
della sottosezione CAI “Cani Sciolti” di Cavriago con i sentieri
partigiani. I soci CAI frequentano assiduamente e con piacere
l’Appennino di cui conoscono storia, leggende, cronache passate e recenti, ma ripercorrere sentieri e onorare luoghi che sono
stati teatro della nostra Resistenza è un’emozione particolare,
oltre che un dovere civile.
Eravamo in 24 domenica 18 maggio davanti al monumento alle
vittime della rappresaglia nazifascista della Bettola. Ci piace
sottolineare con soddisfazione che, accanto ad alcuni soci che
si accostano per la prima volta a questa esperienza, ci sono altri
che hanno mancato nessun appuntamento. Abbiamo sempre il
contributo prezioso del nostro amico e socio Fabio Dolci che, in
questa occasione ci aiuta a prendere coscienza dell’alto prezzo
pagato dalla popolazione civile alla guerra.
Prima di incamminarci, Fabio racconta quanto è avvenuto nella
notte di San Giovanni 1944 in questo luogo di grande rilevanza
strategica per il controllo della SS63.
All’azione partigiana di sabotaggio del ponte, per altro fallita,
seguì uno scontro con una pattuglia tedesca che lasciò sul terreno tre morti. Anche i partigiani ebbero tre vittime. La reazione
tedesca fu feroce: un reparto scese nella notte, attaccò la locanda
posta in prossimità del ponte e Casa Prati uccidendo 32 civili.
Mentre i piedi si muovono le parole di Fabio risuonano nella
mente di ognuno e intanto gli occhi si riempiono dei bei paesaggi appenninici. Pranziamo al Mulino del Tasso che ci rattrista
per lo stato di abbandono in cui lo troviamo.
Riprendiamo le conversazioni al Monte delle Tane dove una lasett/ott 2014
notiziario anpi
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memoria
pide ricorda vittime partigiane, tra questi il comandante Dino
Meglioli “Giuda”, persona già nota a quelli di noi che hanno
ascoltato la testimonianza della sorella nel corso di una precedente esperienza sul sentiero n.3.
Qui Fabio ci illustra la strategia delle Operazioni Wallenstein
che misero a ferro e fuoco la montagna a ulteriore dimostra-
zione che la popolazione civile, senza l’appoggio della quale
non sarebbe stato possibile condurre la lotta partigiana, va annoverata tra le vittime di guerra. Dopo la camminata alla Casa
Cantoniera di Casina abbiamo consumato insieme una gustosa
merenda dandoci appuntamento per l’anno prossimo su un nuovo sentiero.
Un’agape fraterna di post-comunisti (quasi tutti)
attorno a Giannetto Magnanini
festeggiamento, sia pure tardivo, per i 90 anni di Giannetto,
compiuti nell’ottobre 2013.
Siccome questo Notiziario esce
in ottobre, ne approfittiamo per
un affettuoso augurio nella ricorrenza del 91°:
BUON COMPLEANNO
GIANNETTO!
Nella foto a sinistra: l’intero gruppo dei commensali in una foto mal
riuscita ma unica testimonianza
della comunità raccoltasi attorno a
Giannetto il 18 luglio 2014
Sotto: Magnanini e alcuni commensali in attesa che il piatto si riempia.
Alla sua sinistra: Vincenzo Bertolini, Franco Riccò, Roberto Scardova,
Vanni Orlandini (in piedi)
Organizzata dall’impagabile Vanni Orlandini, persona sensi-
bile quant’altre mai alle relazioni di amicizia e al loro mantenimento nel tempo, si è realizzata una piacevole rimpatriata di
post-comunisti (quasi tutti), il 18 luglio u.s., nella trattoria da
Venturi, a Montalto di Vezzano. Eravamo una trentina di persone attorno al nostro Giannetto Magnanini, l’ex operaio e partigiano sapista della Lombardini Motori che a 90 anni suonati
continua a porre domande su quella storia del movimento operaio e antifascista reggiano al quale ha dedicato varie pubblicazioni dopo decenni di vita politica e amministrativa vissuta a
vari livelli: a fianco del giovane Enrico Berlinguer ai tempi della
F.M.G.D. (Federaz. Mondiale Giov. Democratica), consigliere
della Regione Emilia-Romagna , dirigente ANPI, Presidente
ACT, Presidente di Istoreco. il pranzo voleva essere anche un
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notiziario anpi
Lettere
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
La lettera che segue ci è stata recapitata
dall’Autrice, la signora Natalia Zhylyuk,
che vive in Italia da 15 anni e scrive abbastanza correttamente nella nostra lingua. Dalle sue parole emerge una appassionata quanto parziale perorazione pro
identità nazionale ucraina e una vibrante
accusa contro la Russia.
Un tempo ucraini e russi ci apparivano
come un unico popolo. Ricordate quello
spot TV dell’astronauta sovietico lanciato nello spazio prima dell’89 e atterrato dopo, a URSS implosa? “Sono in
Russia?”, chiede alla contadina. “Niet,
Ucraina” risponde quella. “Beh, sempre
Russia, sempre URSS...”, dice il cosmonauta. “Niet Rossija! Ukraina!!!”, ribatte arrabbiandosi la contadina.
Una rabbia ancora più forte in questa
lettera, dove con la ricapitolazione di secoli di devastazioni subite dall’Ucraina
si salta a pie’ pari l’occupazione nazista,
le stragi che l’accompagnarono, lo sterminio degli ebrei, Babi Yar, il collaborazionismo ucraino proprio nella persecuzione degli ebrei.
La lettera ci è tornata in mano dopo essere rimasta tra altre carte per diverso tempo. Non reca la data in cui è stata scritta
ma un numero di cellulare: abbiamo telefonato alla signora Zhylyuk, realizzando
quanto segue: col suo appassionato testo, scritto nell’aprile scorso, la signora
ha inteso replicare all’articolo di Bruno
Bertolaso apparso sul “Notiziario” n. 4,
2013, Ucraina una rivolta tinta di nero.
Rileggendo il testo del nostro collabora-
tore va rilevato che esso è caratterizzato
da una visione non parziale né manichea
tesa invece a cogliere la complessità del
rapporto russo-ucraino, segnalando che
in “una rivolta popolare... contro il sistema di potere corrotto del presidente V.
Yanukovich” si sono inseriti “movimenti
di estrema destra”, e che la situazione
[già nell’aprile scorso in atto] poteva
determinare “grave rischio per la Pace”.
Come si sta del resto purtroppo puntualmente verificando proprio mentre stendiamo questa nota. (a.z.)
Sul numero precedente del “Notiziario”
compariva la lettera di protesta indirizzata da Fiorella Ferrarini a Concita De
Gregorio per lo spazio dalla stessa De
Gregorio dato a Giampaolo Pansa e alla
sua ennesima “controstoria della resistenza” nella comunque bella trasmissione Pane quotidiano. Uno spazio che
Pansa ha occupato ed usato a piacimento senza che la De Gregorio abbia voluto
adeguatamente interloquire arginando l’
arrogante supponenza dell’ospite. Due
nostri lettori hanno scritto in merito a
Fiorella. Pubblichiamo di seguito la lettera di Gianni Giannocolo e stralci di
quella di Emidia Cappellini, che fu giovanissima staffetta partigiana a Bagnolo,
da anni residente a Modena. Emidia, la
partigana Marusca, non solo è da anni
una nostra fedele e attenta lettrice, ma
ha anche pubblicato, sulle nostre pagine,
qualche sua poesia e una testimonianza
di vita vissuta.
Vengo dalla Resistenza di 70 anni fa. [...]
Il motivo che mi spinge aa scriverti è la
tua contestazione della trasmissione Pane
quotidiano di RAI 3 del primo marzo condotta da Concita De Gregorio. Confesso
che non ho mai visto questa trasmissione,
né conosco la presentatrice. Colgo nel
tuo articolo l’indignazione sull’intervista
al sig. Pansa.
E’ da anni che questo scrittore infama la
resistenza con la sua mania di revisione
che dobbiamo semplicemente chiamare.....Comprendo la tua rabbia, che unisco alla mia. Questa notizia ha rinnovato
la mia indignazione, perché da anni trovo insopportabile la volgare caparbietà
nell’offendere e insultare chi ha fatto la
resistenza.
Le pubblicazioni di Pansa sono un oltraggio verso i valori della Resistenza, una
continua offesa contro i partigiani che
l’hanno vissuta e sofferta, per i pochi ancora rimasti, ed ancor più per coloro che
per la libertà (anche di tipi come Pansa)
hanno dato la vita.
Emidia Cappellini
Gentilissima Fiorella,
mi permetto di darti del tu, certamente sei
molto più giovane. Io vengo da lontano.
Onorevole redazione!
Mi chiamo Natalia Zhylyuk. Sono una
ucraina, lavoro in Italia da circa 15 anni
[...]. Il mio dovere di ucraina difendere la
mia patria in questo articolo per aiutare
a [in]formare l’opinione pubblica italiana
[….]. Le notizie che arrivano dall’Ucraina, purtroppo spesso brutte e tragiche.
Ma il lettore italiano deve sapere la verità
diversa che influenza la propaganda russa
e succhia sangue nel mio popolo piu’ di
300 anni della nostra storia.
Schiaccia con uno stivale militare il nostro Paese perché è unica sfortuna essere
un cancello tra Europa e Russia. Obiettivo della Russia di tutti i secoli distruggere e sterminare la nostra patria.[...]
Se fate caso leggere la nostra storia vera,
non inventata dai russi, troverete stragi
terribili di zar Pietro I e Caterina II che
hanno sterminato tutta la grande regione
Zaporishka Sich tagliando le teste a tutti
i kasaki e poi mettendoli [le teste] sulle
piazze.
Il periodo tragico cominciando da Lenin
e poi Stalin sono anni di violenze, torture
repressioni, morte di fame sintetico [in
sintesi?]: 1932-1933 hanno sterminato 10
milioni di ucraini, interi paesi. Poi morte
di fame 1947.
In tutto lungo periodo storico sovietico
“fratellanza” della Russia ha “regalato”
sulle nostre terre 12 [centrali] nucleari e
hanno nascosto l’esplosione di Chernobil
[per] un periodo lungo, non salvando il
popolo, soprattutto donne e bambini e addirittura ci hanno così costretti a partecipare alla festa del 1° maggio sulle piazze
di Kiev.
[Nel] periodo di 23 anni della nostra indipendenza la Russia ha usato il suo potere
per avere governi con orientamento russo, facendo la sua “politica fraterna” in
tutti questi anni.
In tutti questi secoli la Russia ha proibito
parlare e insegnare nelle scuole come lingua ufficiale la nostra lingua ucraina 11
volte!!! Adesso il mio popolo combatte
contro la dittatura e la criminalità di Yanukovich [fuggito n Russia a fine febbraio 2014. NdR], criminale con precedenti
penali e con aiuto di Putin quattro anni il
suo governo ci anno [ci ha] distrutto quasi
tutto l’esercito ucraino infiltrando agenti
russi del FSB [l’ex KGB sovietico] e ha
messo il popolo in povertà distruggendo
l’economia e mettendo il mio paese sotto
dittatura criminale.
Ucraina combatte per la libertà e democrazia e dopo un parto sanguinoso e doloroso nasce una nuova Ucraina.
Cara Fiorella,
anch’io sono stato alquanto turbato per
il metodo usato dalla De Gregorio nel
condurre il colloquio con Pansa. A queste pinzillacchere (come diceva Totò)
non ci fa caso più nessuno cara Fiorella.
Occorre, su questioni come quella sulla
“guerra civile”, non soltanto una certa
preparazione, ma anche una spiccata sensibilità su un problema che continua a far
discutere molte persone, tra le quali, molte ancora, oggi condividono le posizioni
di Pansa. Bada bene, non mi riferisco ai
fascisti, ai neo fascisti o a personale di
destra che continuano a ritenere la interpretazione di Pansa sulla “guerra civile”
la più corretta, no cara Fiorella, tu avrai
certamente un sussulto quando tenderai
l’orecchio e noterai quanti ancora, anche
tra vecchi partigiani, condividono le idee
di Pansa.
Il quale scrive, straripa su tutte le TV
nazionali e locali riproponendo stancamente, ma metodicamente, quasi scientificamente il suo verbo e nessuno più ci
fa caso.
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notiziario anpi
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Lettere
Se ritieni di inviarmi il tuo indirizzo, ti
farò recapitare il mio ultimo lavoro: “Resistenza: guerra civile o guerra giusta?
Il carattere della Guerra di Liberazione
contro il nazifascismo”. Un libro molto documentato, che mi è costato molto
lavoro per le mie ricerche nell’Archivio
Militare di Friburgo (Germania), in quello dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (Roma), di alcuni Archivi di Stato e Comunali.
È un libro che fa discutere perché riconosco di aver usato toni duri nei confronti
di Pansa e di Pavone. A Pavone, non mi
permetterei mai di disconoscere il grande
valore dello storico che io rispetto, però
il suo lavoro su “Una guerra civile” non
può essere condiviso. Recentemente in
una intervista rilasciata al “Manifesto”
Pavone, consapevole di aver lasciato
con il suo libro molti dubbi tra i lettori,
ha dichiarato che il titolo del libro lo ha
suggerito Foà.
E ancora non possiamo essere d’accordo
con Pavone, perché è il contenuto del libro che non può essere condiviso.
Il problema, Fiorella, non soltanto quello
del coinvolgimento di Smuraglia in un
colloquio con la De Gregorio che è sempre utile, anche se Smuraglia, in più di
una occasione ha contrastato l’dea della
guerra civile. Tutti i Presidenti dell’ANPI
da “Bulow” a Smuraglia l’hanno contrastata.
Il problema di fondo , invece, è coinvolgere le organizzazioni orizzontali
dell’ANPI in questa battaglia, si è proprio una battaglia, per evitare che si continuasse a gettare fango sulla Resistenza.
In questo senso ho una certa esperienza
e posso dirti che quando sono stato invitato dall’ANPI di Pordenone, di Mirano,
di Avellino, di Lecce, oppure da qualche
Istituto di scuola superiore e si é dibattuto il tanto discusso problema della “guerra civile” alla fine sono stati soltanto in
pochi che se ne sono usciti storcendo il
naso.
Il problema fa profondamente affrontato
per evitare, tra l’altro, che con la storia
della “guerra civile”, si continui a equiparare i partigiani ai repubblichini. Noi
abbiamo combattuto nella Resistenza soprattutto contro l’invasore nazista, tanto
il fascismo, contrariamente a quel che
ritengono alcuni benpensanti, non era più
un pericolo per l’Italia.
Saluti cordiali e continui pure la tua
battaglia.
Gianni Giannoccolo
Le ceneri dei partigiani
Capponi e Bentivegna disperse nel Tevere
Alcuni partecipanti aelle celebrazioni del 70° dell’ANPI a Roma, nel giugno scorso, esibiscono un cartello di protesta perché “Carla Capponi e
Rosario Bentivegna possano riposare nel cimitero a-cattolico” alla Piramide. Permesso mai concesso (foto Glauco Bertani)
Carla Capponi e Rosario Bentivegna, eroi della Resistenza romana, combattenti
contro il nazifascismo, hanno attraversato Roma per l’ultima volta, nella giornata di lunedì
22 settembre, trasportati dalle acque del Tevere, la loro ultima dimora. La figlia Elena, infatti,
non avendo ottenuto il permesso di seppellirli in 80 centimetri di terra nel Cimitero Acattolico
come desiderato dai genitori, ha rispettato la loro volontà di avere disperse le ceneri, come
ultima ipotesi, nel fiume sacro ai romani diventato la loro tomba. Chiunque potrà portare dei
fiori di campo, i preferiti da Carla, in ogni parte del fiume.
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notiziario anpi
Primavera silenziosa/
di Massimo Becchi
Le concessione per le acque
minerali in l’Emilia-Romagna
Un’indagine sui canoni di concessione per le acque minerali dimostra
come l’Emilia-Romagna sia molto arretrata, con una legge datata e i canoni calcolati sugli ettari e non sui quantitativi prelevati.
Svendiamo un bene prezioso con uno scarsissimo ritorno economico per la
Regione. Necessaria una diversa fiscalità ambientale per tutelare le risorse e promuovere i comportamenti virtuosi.
E’questa l’impietosa sintesi di un recentissimo rapporto di lu-
glio realizzato da Legambiente e Altreconomia sulla gestione
delle concessioni per le acque minerali, quelle che comunemente ci troviamo sulla nostra tavola.
L’acqua in bottiglia non conosce crisi. Nel 2012 i consumi sono
addirittura cresciuti rispetto all’anno precedente, passando a
192 litri d’acqua minerale per abitante. Più di una bottiglietta da
mezzo litro al giorno a testa – nell’80 percento dei casi di plastica – che conferma il primato europeo del nostro Paese: 12,4
miliardi di litri imbottigliati, per un giro d’affari da 2,3 miliardi
di euro in mano a 156 società e 296 diversi marchi. Un’attività
che ha un grande impatto ambientale.
Per soddisfare l’incomprensibile sete di acqua minerale degli
italiani vengono infatti utilizzate oltre 6 miliardi di bottiglie di
plastica da 1,5 litri, per un totale di più di 450 mila tonnellate di petrolio utilizzate e oltre 1,2 milioni di tonnellate di CO2
emesse. Impatti importanti che garantiscono elevatissimi profitti esclusivamente alle società che gestiscono questo business,
agevolate da canoni a macchia di leopardo e sempre estremamente vantaggiosi.
All’industria delle acque minerali, in quasi tutte le regioni italiane, vengono richiesti importi ridicoli, e spesso senza prendere in
considerazione i volumi emunti o imbottigliati.
Una vera e propria regalia di un bene pubblico che appartiene a
tutti i cittadini.
L’Emilia-Romagna è tra le regioni bocciate: la nostra regione
adotta infatti un criterio di calcolo dei canoni di concessione
basato esclusivamente sugli ettari dati in concessione, e non
prevede un calcolo anche in base alle portate derivate.
Sono 1.083 gli ettari in regione, dati in concessione alle aziende
imbottigliatrici, e solo 21,28 gli euro richiesti dall’amministrazione regionale per ogni ettaro di concessione: un canone leggermente aumentato rispetto ai 18,69 euro per ettaro che venivano richiesti nel 2011, ma ancora troppo basso.
La legge regionale del 1988 che regola i canoni di concessione non è stata mai aggiornata rispetto all’intervento del 2006
della Conferenza Stato-Regioni: cercando di regolamentare il
settore dell’acqua in bottiglia attraverso un documento di indirizzo, otto anni fa si proponeva di uniformare i canoni su tutto
il territorio nazionale, prevedendo l’obbligo di introdurre una
tariffazione sia in base agli ettari dati in concessione che per i
volumi emunti o imbottigliati, indicando come cifre di riferimento almeno 30 euro per ettaro e un importo tra 1 e 2,5 euro
per metro cubo imbottigliato. Indicazione che è stata seguita da
diverse Regioni, ma non dalla nostra.
Situazione peraltro in contrasto anche con la necessità di ridurre i rifiuti o con le azioni virtuose attuate in molti comuni per
promuovere l’acqua di rete, depurata a caro prezzo, tramite le
casette dell’acqua.
In un momento di scarsità di risorse economiche unito alla costante pressione sulle risorse naturali, il teman di avere una più
giusta fiscalità ambientale è una questione di primaria importanza e non più rinviabile. E’ necessario un approccio più coraggioso nell’usare la leva economica per ridurre le pressioni
ambientali sull’acqua, sul suolo, nelle cave.
In questo caso la questione dei canoni è paradigmatica. E’necessario ribadire con forza alcuni principi condivisi: l’acqua è una
risorsa limitata; l’acqua è un bene comune; chi inquina paga.
Tre principi fondamentali che dovrebbero portare la nostra Regione alla revisione dei canoni di concessione, che ancora oggi
risultano invece incredibilmente bassi.
Questi canoni, oltre che avvantaggiare aziende il cui interesse cozza con la tutela della risorsa e dell’ambiente, pongono
l’Emilia Romagna come fanalino di coda a livello nazionale.
Una tariffazione più equa potrebbe infatti contribuire a disincentivare il consumo di acqua in bottiglia (con tutto ciò che
questo comporta in termini di produzione di plastica e di CO2
per il loro trasporto) e a dotare la nostra regione di introiti da
reinvestire sul territorio per la difesa idraulica, la manutenzione
e la riqualificazione fluviale.
L’acqua in bottiglia viene mediamente venduta a un prezzo di
0,26 euro al litro, mentre alle Regioni le aziende imbottigliatrici
pagano in media 1 euro ogni 1000 litri, ovvero un millesimo
di euro per litro imbottigliato, con ampi margini di guadagno.
Quello che gli italiani vanno a pagare, infatti, è rappresentato
per più del 90 percento dai costi della bottiglia, dei trasporti
e della pubblicità, unito ovviamente all’enorme guadagno
dell’azienda in questione, e solo per l’1 percento dall’effettivo
costo dell’acqua.
sett/ott 2014
notiziario anpi
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70° della Liberazione 25 Aprile 2015,
l’ANPI di Reggio Emilia e ISTORECO
organizzano una mostra d’arte
collettiva sul tema della Resistenza
VOGLIAMO IL TUO AIUTO
Contatti:
A.N.P.I. [email protected]
A.R.S. - Art Resistance Shoah [email protected]
In occasione del 7O° della Liberazione, 25 Aprile 2015,
l ’ANPI di R eggio E milia
e ISTORECO
stanno organizzando una mostra d’arte collettiva sul tema della Resistenza.
La mostra sarà curata da Elisabetta Del Monte, da Salvatore Trapani, i due critici d’arte di Istoreco in seno al quale coordinano il progetto ARS (Art Resistance Shoah),
e da una rappresentanza della nostra Associazione.Una delle sezioni in mostra avrà il
fine di raccontare la Resistenza attraverso l’opera dei partigiani stessi. Come hanno
rappresentato il momento della lotta, degli ideali, del coraggio contro l’invasore nazista e i fascisti al loro fianco questi giovani artisti e partigiani? La Resistenza è il
momento di vitale importanza per la Democrazia nel nostro Paese, per la sua Storia, che
se è stato accompagnato da un guizzo artistico, anche documentario di alcuni partigiani,
potrebbe fornire chiavi culturali e di lettura molto interessanti alprogetto che ci apprestiamo a sviluppare con questa mostra del 2015. Siamo dunque in cerca di opere d’arte, che forse puoi avere anche tu a casa o ricordare della loro esistenza presso quella di amici e parenti. Le opere prestate, saranno trattate con estrema cura e rispetto e
restituite ai legittimi proprietari a chiusura d’esposizione.
Ti chiediamo, di aiutarci in questa ricerca di opere, sculture, immagini; di allertare se lo
ritieni la tua rete di conoscenze, per aiutarci a dare luce e onore a opere che altrimenti
continueranno a restare al chiuso di mura domestiche.
Ripopoleremo così quel bacino di memorie che ci apprestiamo a onorare nel 70° giubileo
della Liberazione, con questa mostra destinata a diventare - anche grazie al tuo aiuto un grande momento nel flusso del ricordo.
Ti ringraziamo per l’attenzione, sperando nel tuo aiuto