NEWSLETTER 06-2015 CONTRO TTIP E CETA FIRMA

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NOTIZIE DALL’EUROPA E DAL MONDO
Amici!
Avete gia firmato l'iniziativa europea contro il TTIP??
L'Italia non ha ancora raggiunto il quorum: mancano ancora 44.000 firme
circa... da trovare entro ottobre 2015.
CONTRO TTIP E CETA FIRMA
QUI L'INIZIATIVA
Invitiamo le istituzioni dell’Unione Europea e dei suoi stati membri ad
interrompere le negoziazioni con gli Stati Uniti sul Trattato transatlantico sul
commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment
Partnership - TTIP) e a non stipulare l’accordo economico e commerciale globale
(Comprehensive Economic and Trade Agreement - CETA) con il Canada.
Obiettivi principali:
Desideriamo non vengano stipulati il TTIP e il CETA perché comportano diversi problemi
fondamentali, quali la composizione delle controversie tra stato e investitori privati nonché
le regole inerenti la cooperazione in campo normativo, che costituiscono una minaccia per
la democrazia e lo stato di diritto.
Vogliamo evitare una riduzione degli standard sociali, ambientali e inerenti il lavoro, la
protezione dei dati personali e dei diritti dei consumatori, e una deregolamentazione delle
risorse culturali e dei servizi pubblici (come l’acqua) in trattative non trasparenti.
L’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei) promuove una politica alternativa di commercio e
investimento nell’UE. L'UE si appresta a firmare due accordi commerciali di vasta portata:
una con Canada (accordo CETA = globale economico e commerciale) e uno con gli Stati
Uniti (TTIP = Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti). La linea ufficiale è
che questo creerà posti di lavoro e aumenterà la crescita economica.
Tuttavia, i beneficiari di questi accordi saranno le grandi aziende, non i cittadini: il
regolamento che disciplina i rapporti tra stato e investitori (ISDS) delle aziende canadesi e
statunitensi darebbe loro il diritto di citare in giudizio le aziende europee per danni, se
ritengono di avere perdite subite a causa di decisioni governative (ad esempio, nuove leggi
per la tutela dell'ambiente o dei diritti dei consumatori). Migliorare o anche mantenere i
nostri standard per i prodotti alimentari, i diritti dei lavoratori, la tutela dell'ambiente e dei
diritti dei consumatori diventerà molto più difficile.
La liberalizzazione e la privatizzazione diventerebbero di fatto irreversibili. L'UE ei suoi
Stati membri subirebbero pressioni per consentire tecnologie a rischio, come l’uso della
fratturazione idraulica per le attività estrattive nel sottosuolo o l’uso degli organismi
geneticamente modificati.
Il CETA e il TTIP aumenterebbero il potere delle multinazionali a scapito della democrazia e
di tutte le persone. Non dobbiamo permettere che questo accada!
Sottoscrivi la nostra “Iniziativa dei Cittadini Europei”!
(segnalato da GAS Il Ciclo Corto/Altragricoltura Nord Est – febbraio 2015)
INTOLLERANZA
Povero Islam! Dai vertici della civiltà in arte, scienza, medicina, filosofia, ordine sociale ed
economia, in circa mille anni, è arretrato alla condizione tribale antica, molto simile ad una
struttura mafiosa. Per noi occidentali, l’intricata confusione, tra ordine sociale laico e credo
religioso non è difficile da comprendere oggi. Noi ne siamo emersi dopo un lungo percorso
che ha coinvolto tutti per centinaia di anni di storia, travolgendo religione, nobiltà, ricchi e
poveri, ideologia e scienza.
Se ci fosse una parte di mondo che considera il comportamento di una famiglia mafiosa
come un comportamento tipico di cristiani cattolici, credo susciterebbe scandalo e offesa
da riparare in tribunale. Dobbiamo però dimenticare che tre o quattro secoli fa così era
regolato il governo della Chiesa Cattolica, nonostante i fasti della ricchezza e
dell’abbondanza che identificavano il potere della nobiltà tradizionale con la nobiltà
religiosa, in un rimando generazionale per cui la dote di nascita superava il merito
personale, e tale potere era aggressivo e violento.
Se ora noi occidentali possiamo fingere di essere orgogliosi di questa superiorità, che ci
permette d’essere tolleranti e distinguere le cose, contemporaneamente dobbiamo negare
e perseguire l’anima nera della violenza ideologica e dell’odio razziale che comunque
persistono, più o meno coperti, dall’ordine sociale.
I recenti avvenimenti francesi mostrano, oltre ogni ragionevole dubbio, come la violenta
intolleranza assassina nuoccia alla causa islamica più di mille o diecimila giornalini come
Charlie Hebdo, tra l’altro bruttino e volgare, trasformato improvvisamente in baluardo e
simbolo mondiale di tolleranza e libertà.
Quelli che possiamo definire “utili idioti” ci sono un po’ ovunque, non solo nell’ambito del
variegato mondo islamico, e in genere sono utili a dimostrare le tesi dell’avversario. Chi
nell’ambito dell’Occidente degli affari sporchi di petrolio e armi vuole esaltare un nemico
che giustifichi la propria visione violenta, trova nell’ambito opposto una notevole quantità
di idioti, che gratuitamente dimostrano che hanno ragione.
Così l’accusa che vorrebbe dar credito all’intolleranza razzistica delle popolazioni europee
trova europei organizzati che le danno ragione, manifestando intolleranza e odio razziale
con fastidiosi anacronismi, tipici di chi non riesce a vedere oltre il proprio naso, ma si
esalta ripetendo ossessivamente stilemi e frasi come l’ubriaco in osteria. Dobbiamo
rendere merito all’Islam per la norma che proibisce l’uso di alcolici, ma evidentemente
altre sostanze avvelenano il metabolismo di interi gruppi che si rifanno a Ismaele e quindi
sono funzionali alla potenza economica e militare dell’occidente.
Se come mille anni fa l’Islam tornasse tollerante e integrasse tutte le
componenti che oggi lo rendono disgregato, diverrebbe una potenza
mondiale che da una ispirazione superiore, spirituale, informa una
economia non speculativa, libera i popoli oppressi dall’ingiustizia e dal
malgoverno. Utopia certamente, ma chi muove contro perché una tale
utopia non possa mai realizzarsi?
(Editoriale di Filippo Zaccaria su Biolcalenda di La Biolca – febbraio 2015)
Una terra, la Palestina, bellissima ma tormentata.
L'associazione Agronomi e Forestali senza Frontiere organizza un viaggio
di conoscenza della Palestina Rurale dal 2 al 12 aprile 2015.
Un viaggio per capire una realtà di cui i media parlano molto ma di cui
si sa poco. Un viaggio di incontro con le persone del luogo da cui ci
faremo accompagnare nella conoscenza dei posti e della storia,
soprattutto recente, del paese, focalizzandoci in maniera prevalente,
ma non esclusiva, sul mondo rurale.
Incontreremo i pastori camminando nelle colline a Sud di Hebron, al
limite del deserto, passeggeremo fra gli olivi nella campagna di
Betlemme, dormiremo nel campo profughi di Dehisha ospitati da una
famiglia del posto, visiteremo il centro storico di Hebron assieme all'
Hebron Rehabilitation Committee, l'organizzazione che si sta
occupando di restaurare e ripopolare le antiche case della casbah.
Visiteremo i progetti agricoli di cui ASF é partner, nella valle del
Giordano e nell'area di Jenin; incontreremo le realtà del commercio
equo e solidale palestinese. Avremo occasione di incontrare
rappresentanti del variegato mondo pacifista israeliano, parlare con
soldati ed ex soldati, e con qualche colono. Ascolteremo diversi punti di vista su una stessa
situazione e ci sarà il tempo ed il modo di discuterne assieme.
A Gerusalemme dormiremo in un ostello della Città Vecchia, a Betlemme nel campo
profughi, ed alcune notti le passeremo ospiti delle famiglie palestinesi. Anche per i pasti,
avremo modo di visitare qualche ristorante, di sperimentare l'ospitalità delle famiglie
locali, palestinesi ed israeliane. Ci muoveremo utilizzando taxi e autobus, le modalità
di trasporto pubbliche usuali in Palestina.
Costo stimato del viaggio attorno ai 1000 euro (700 euro più il volo).
(Iscrizioni entro il 1° marzo – scarica QUI il volantino)
Il viaggio si rivolge a tutte le persone interessate a conoscere la realtà palestinese in
Cisgiordania, in particolare quella rurale; non sono necessarie particolari competenze
tecniche, ma spirito di adattamento e la disponibilità ad ascoltare le storie di chi da
decenni vive realtà di oppressione e forte limitazione della libertà e lotta per la propria
dignità e per avere accesso a risorse come la terra, l'acqua e la libertà di muoversi.
(da Agronomi Senza Frontiere – febbraio 2015)
ETICHETTATURA ALIMENTI: A PASSO DI GAMBERO
Che ci piaccia o meno, sarà l’anno del cibo:
l’enormità dell’occasione di Expo 2015 a Milano
renderà difficile non parlare di alimentazione, di cibi
e di gusto anche ai più diffidenti nei confronti della
grande manifestazione fieristica.
Occuparsi di alimenti, infatti, significa occuparsi
anche della tutela del consumatore, di controllo della
filiera produttiva, di buona informazione sulla loro
composizione e caratteristiche. Significa occuparsi
della loro provenienza e, quindi, sostenibilità.
Occorre informarsi, o meglio, essere correttamente informati per nutrirsi tenendo in
considerazione salute, etica e ambiente: non è da sottovalutare perciò il potere di una
buona (o ingannevole) etichetta. Ma cosa sia una “buona etichetta” è il frutto del lavoro
di contrattazione tra consumatori, associazioni di categoria, produttori e istituzioni politiche
e, soprattutto, può variare anche molto nel tempo.
Il regolamento in vigore da dicembre viene spiegato e commentato sul sito del Ministero
della Salute, ma per i più avventurosi esiste anche l’apposita sezione sul portale della
Commissione Europea – Salute e Consumatori/Alimenti.
Senz’altro sono sempre di più le informazioni sui cibi che consumiamo: dettaglio degli
ingredienti, inclusa, ad esempio, la qualità degli oli vegetali utilizzati; provenienza,
obbligatoria per un numero sempre maggiore di categorie di alimenti; dichiarazioni
nutrizionali che siano realmente informative e non semplici inviti all’acquisto.
Eppure molto è ancora il lavoro che si può fare secondo il parere dell’esperto di diritto
alimentare Dario Dongo che, proprio sul magazine di Expo2015, auspica un’ulteriore
uniformità tra i Paesi dell’UE; una sempre maggiore facilità a raggiungere le informazioni
rilevanti, ad esempio sugli allergeni, anche nella ristorazione; un quadro legislativo
nazionale unificato e coerente.
Ma la questione fondamentale sembra quella dell’indicazione dello stabilimento di
produzione dei prodotti a marchio italiano (ma non necessariamente Made in Italy): “Se
non viene modificato l’attuale regolamento risulta impossibile identificare l’origine
territoriale degli alimenti confezionati dalle catene di supermercati” denuncia Il fatto
alimentare che, insieme a Great Italian Food Trade e Io leggo l’etichetta chiede con
insistenza un intervento del Ministero dello sviluppo economico.
Ma il valore, anche economico, di ciò che viene prodotto in Italia è talmente chiaro anche
ai produttori che le stesse catene di supermercati sembrano inclini a collaborare, al di là
degli obblighi di legge. E’ spontaneo chiedersi cosa possa fare il singolo cittadino per
influire su argomenti di così vasta scala. Coldiretti, ad esempio, ha raccomandato di
prendere parte alla consultazione popolare indetta dal Ministero per le politiche agricole,
alimentari e forestali, nell’ambito del programma Campolibero.
Così il segretario generale Vincenzo Gismundo presenta l’iniziativa: “La normativa
comunitaria offre agli stati membri la possibilità di introdurre disposizioni sull’etichettatura
dell’origine degli alimenti assegnando un ruolo fondamentale alle valutazioni dei
consumatori circa l’importanza di queste informazioni e il valore aggiunto attribuito ai
prodotti in relazione al territorio di provenienza. Il questionario, che è rivolto a
consumatori, produttori e operatori, si compone di 11 domande ed è di agevole
compilazione, con l’indicazione per ogni domanda di un’opzione di risposta tra quelle
individuate”. Ecco qui il link. Sono stati circa 21 mila i questionari compilati, a
testimonianza che questo è un tema molto sentito, e che vale la pena di essere
approfondito.
Annalisa Scarpa – Redazione Ecopolis
(da Ecopolis Newsletter di Legambiente Padova – febbraio 2015)
LA VITA SOCIALE SEGRETA DELLE PIANTE: IL DOCUMENTARIO
DELLA BBC
Le piante comunicano tra loro, inviano segnali sia sopra che sotto il suolo per
avvisarsi a vicenda dei pericoli esterni, come per esempio i pesticidi. Riescono a
mettersi “in rete” fra loro e a rispondere agli stimoli. Un mondo ancora in gran
parte sconosciuto che merita di essere scoperto.
Ormai sono innumerevoli gli studi che attestano la
capacità delle piante di relazionarsi tra loro
attraverso
un
vero
e
proprio
linguaggio
organizzato. A questo proposito, illuminante e
rivelatore è il documentario diffuso qualche giorno
fa dalla BBC dal titolo “Come le piante pensano
e comunicano” (clicca sul titolo per visualizzarlo).
Semplice e immediato è il cortometraggio, animato
da Minute Earth, che spiega come la piante
riescano a comunicare tra loro, inviarsi segnali sia
sotto che sopra il suolo e anche riconoscere fattori esterni pericolosi, come i pesticidi. E’
affascinante pensare che l’odore dell’erba tagliata di fresco ci possa riportare alla nostra
infanzia, ma a una pianta fa un effetto differente.
Di generazione in generazione, le piante hanno imparato a interpretare i composti
complessi nell’aria e a reagire ad essi comunicando specifiche paure e reagendo anche
all’unisono. Come spiega il cortometraggio, alcune piante come il mais o il cotone possono
aiutare gli insetti quando sono in difficoltà. La pianta di pomodoro riesce ad avvertire che
la pianta vicina sta male e inizierà a produrre anticorpi in risposta. Le piante comunicano
da tempo immemorabile tra loro in una fitta e complessa rete.
Gli scienziati lo confermano: Sulla rivista scientifica Trends in Plant Science è stato
anche spiegato che le piante non solo riescono a rispondere ai suoni, ma producono esse
stesse suoni che i ricercatori dell’università dell’Australia occidentale sono stati in grado di
ascoltare. I ricercatori della Bristol University hanno anche osservato che quando le radici
vengono messe in sospensione nell’acqua e viene prodotto un suono continuo a 220Hz,
frequenza simile a quella delle piante, le piante crescono dirigendosi verso la fonte sonora.
Oltre ovviamente ad utilizzare la luce, le piante utilizzano anche le sostanze volatili per
comunicare tra loro per esempio quando si avvicina un erbivoro, quindi un pericolo.
Addirittura ci sono piante che sprigionano determinati gas quando si trovano in specifiche
situazioni in modo da riuscire ad avvertire i vegetali che sono vicini.
Guarda anche: La vita sociale segreta delle piante e Piante: esseri intelligenti?
Scoprilo su “Di cosa parlano le piante”
(** TUTTI I VIDEO DI QUESTO ARTICOLO SONO IN LINGUA INGLESE**)
(da Il Cambiamento – febbraio 2015)
L'APPELLO: "EXPO, NON SIA BARILLA A DETTARE LE REGOLE"
Lettera aperta a Matteo Renzi da un gruppo di
intellettuali e cittadini milanesi: “Non appoggi un
protocollo del cibo per l’Expo preparato dalla
Barilla”.
A sottoscrivere la lettera aperta al premier Matteo
Renzi sono stati Moni Ovadia, Vittorio Agnoletto,
Mario Agostinelli, Piero Basso, Franco Calamida,
Massimo Gatti, Antonio Lareno, Antonio Lupo, Emilio
Molinari, Silvano Piccardi, Paolo Pinardi, Basilio Rizzo,
Erica Rodari, Anita Sonego e Guglielmo Spettante. Vi
riportiamo il testo integrale, pubblicato anche su Il Manifesto del 22 gennaio.
Signor presidente del Consiglio,
i giornali ci informano che lei sarà a Milano il 7 febbraio per lanciare un Protocollo mondiale
sul Cibo, in occasione dell’avvicinarsi di Expo. Ci risulta che la regia di tale protocollo, al
quale lei ha già aderito, sia stata affidata alla Fondazione Barilla Center for Food &
Nutrition. Una multinazionale molto ben inserita nei mercati e nella finanza globale, ma
che nulla ha da spartire con le politiche di sovranità alimentare essenziali per poter
sfamare con cibo sano tutto il pianeta.
Expo ha siglato una partnership con Nestlé, attraverso la sua controllata S. Pellegrino, per
diffondere 150 milioni di bottiglie di acqua con la sigla Expo in tutto il mondo. Il Presidente
di Nestlé Worldwide già da qualche anno sostiene l’istituzione di una borsa per l’acqua così
come avviene per il petrolio. L’acqua, senza la quale non potrebbe esserci vita nel nostro
pianeta, dovrebbe quindi essere trasformata in una merce sui mercati internazionali a
disposizione solo di chi ha le risorse per acquistarla.
Questi sono solo due esempi di quanto sta avvenendo in preparazione dell’Expo. Scriveva
Vandana Shiva: «Expo avrà un senso solo se parteciperà chi si impegna per la democrazia
del cibo, per la tutela della biodiversità, per la difesa degli interessi degli agricoltori e delle
loro famiglie e di chi il cibo lo mette in tavola. Solo allora Expo avrà un senso che vada
oltre a quello di grande vetrina dello spreco o, peggio ancora, occasione per vicende di
corruzione e di cementificazione del territorio».
«Nutrire il Pianeta, Energia per la vita», recita il logo di Expo. Ma Expo è diventata una
delle tante vetrine per nutrire le multinazionali, non certo il pianeta. Come si può pensare
infatti di garantire cibo e acqua a sette miliardi di persone affidandosi a coloro che del cibo
e dell’acqua hanno fatto la ragione del loro profitto senza prestare la minima attenzione ai
bisogni primari di milioni di persone. Expo si presenta come la passerella delle
multinazionali agroalimentari, proprio quelle che detengono il controllo dell’alimentazione
di tutto il mondo, che producono quel cibo globalizzato o spazzatura, che determina
contemporaneamente un miliardo di affamati e un miliardo di obesi. Due facce dello stesso
problema che abitano questo nostro tempo: la povertà, in aumento non solo nel Sud del
mondo ma anche nelle nostre periferie sempre più degradate.
Expo non parla di tutto ciò. Non parla di diritto all’acqua potabile e di acqua per
l’agricoltura familiare. Non parla di diritto alla terra e all’autodeterminazione a coltivarla.
Non si rivolge e non coinvolge i poveri elle megalopoli di tutto il mondo, non si interroga su
cosa mangiano, non parla ai contadini privati della terra e dell’acqua, scacciati attraverso il
land e water grabbing, (la cessione di grandi estensioni di terreno e di risorse idriche a un
paese straniero o a una multinazionale), espulsi dalle grandi dighe, dallo sviluppo
dell’industria estrattiva ed energetica, dalla perdita di sovranità sui semi per via degli OGM
e costretti quindi a diventare profughi e migranti.
E non cambia certo la situazione qualche invito a singoli personaggi della cultura
provenienti da ogni angolo della terra e impegnati nella lotta per la giustizia sociale. Al
massimo serve per creare qualche diversivo. In Expo a fianco della passerella delle
multinazionali si dispiega la passerella del cibo di «eccellenza». Expo parla solo alle fasce
di popolazione ricca dell’occidente, e questo ne fa oggettivamente la vetrina dell’ingiustizia
alimentare del mondo, nella quale la povertà si misurerà nel cibo: in quello spazzatura per
le grandi masse e in quello delle eccedenze e degli scarti per i poveri.………
(continua QUI la lettura dell’articolo).
(da Terra Nuova – gennaio 2015)
RASSEGNA LA TAVOLA DEL TEMPO
19 FEBBRAIO: LA SAGGEZZA DEL BROCCOLO
Il prossimo appuntamento della rassegna in collaborazione con El Tamiso
sarà giovedì 19 febbraio e sarà dedicata al broccolo.
Alla serata parteciperanno Elisa Nicolè, della Cooperativa Polis Nova, e Franco
Zecchinato, presidente della Cooperativa El Tamiso, che ci spiegheranno come
si
sta
sviluppando
il Progetto
Ecotipi, un
progetto
di studio,
di
recupero, rivalutazione e moltiplicazione di alcune varietà di sementi antiche e
locali.
Ecco il menu della serata:
 antipasto: millefoglie di pane carasau con broccolo padovano, formaggio
fresco e nocciole;
 primo: ribollita toscana con cavolo nero e verza;
 secondo: bis di polpettone di patate con broccolo e scamorza affumicata e
involtino di verza con riso, tempeh e verdure, accompagnato da insalatina
di cappuccio verde e rosso, carote e semini;
 assaggi di dolce (niente broccoli e cavoli nel dolce, garantito!).
Il costo delle serate è di € 25, con acqua e vino della casa inclusi, e la
cena è prevista per le ore 20,00.
Per informazioni e prenotazioni, scriveteci a:
[email protected]
oppure telefonateci allo 049-616899.
(da Osteria di Fuori Porta – febbraio 2015)
STANNO UCCIDENDO IL LAVORO O IL LAVORO STA UCCIDENDO
NOI?
Stanno uccidendo il lavoro o il lavoro sta uccidendo noi? In un momento come
questo di grande difficoltà economica e a fronte di dati significativi sulla
disoccupazione, la riflessione di Alexandra Bradbury può apparire profondamente
provocatoria. Ma ha un senso compiuto, per comprendere il quale occorre
cambiare paradigma.
Alexandra Bradbury è un’attivista per i diritti civili
e ha esperienza nel Servizio per l’Impiego degli
Stati Uniti. Fa parte di Labor Notes, un
movimento che si batte per il lavoro in una
maniera del tutto nuova.
«Per il bene nostro e del pianeta – dice Alexandra
– è tempo di costituire un movimento per il
lavoro per si batta per lavorare meno, non di più.
Dobbiamo smetterla di sostenere o invocare tutto
ciò che porta più lavoro pagato».
Il ragionamento è lineare, sebbene, appunto, provocatorio: liberando milioni di ore di
lavoro con la liberalizzazione selvaggia dello sfruttamento dei lavoratori e con la loro
esasperata precarizzazione, li si rende ancora più dipendenti dal lavoro stesso, che
accetteranno senza riserve, senza obiezioni, a qualsiasi condizione, rinunciando a vivere e
sopravvivendo solo per lavorare.
Quindi “liberare” il lavoro potrebbe voler dire permettergli di ucciderci. Ci sono persone che
non vivono, bensì sopravvivono dilaniate tra un lavoro e l’altro per poter raggranellare
soldi; c’è chi accetta di fare turni su turni fino a quando, spossato, mette magari a rischio
la propria vita. «Ma questo non vuol forse dire che il lavoro non è distribuito equamente
tra tutti coloro che lo vogliono?» è quanto si chiede Alexandra.
Abbiamo dunque un lavoro da sessanta ore a settimana, anziché due da trenta ore
ciascuno, e la disoccupazione è altissima. Inoltre, «lavorare meno non è solo un obiettivo
umano e umanizzante, ma anche una necessità del pianeta». Data dunque una evidente
iniqua distribuzione del lavoro cui andrebbe posto rimedio, possiamo ulteriormente
individuare due strade per lavorare meno: aumentare gli stipendi oppure abbassare il
costo della vita e questo non dovrebbe suonare come una utopia.
In un recente numero della rivista Jacobin, Daniel Aldana Cohen raccontava la storia della
Francia del 1936, quando i lavoratori si batterono e ottennero due settimana di vacanza
per ciascuno. Quell’estate il governo decise di scontare del 40% il costo dei viaggi in treno
e centinaia di migliaia di persone ne usufruirono. Molti visitarono le spiagge per la prima
volta, altri si recarono a far visita a parenti o si impegnarono in campi e attività in giro per
il paese. «Provate a immaginare cosa significherebbe – spiega Alexandra – per la nostra
salute e per il pianeta, è tempo di muoversi in questa direzione».
(da Il Cambiamento – febbraio 2015)
NELLE SCUOLE EUROPEE I BAMBINI NON RESPIRANO ARIA BUONA
In Italia poca ventilazione e pulizia. Serve l'infermiere scolastico.
Nelle scuole italiane ed europee non si respira
una buona aria:
Complici i doppi vetri, uniti all'assenza di
ventilazione, aule densamente popolate, la vicinanza
a strade trafficate e problemi di pulizia, i bimbi di
asili e elementari sono a contatto con micropolveri
sottili (Pm 2.5), radon, ma anche benzene, anidride
carbonica e formaldeide.
A scattare la fotografia della qualità dell'aria in 114 scuole frequentate da 5.175 bambini
(264 dell'asilo) e 1.223 insegnanti in 54 città di 23 Paesi europei sono i risultati di
Sinphonie, una ricerca finanziata dall'Ue. In Italia lo studio ha interessato sei istituti: due
in Sicilia (Palermo), due in Toscana (Pisa) e due in Lombardia (Milano). Lo studio ha
rilevato che l'85% degli scolari europei è esposto a micropolveri sottili in concentrazioni
superiori a 10 microgrammi per metro cubo, valore guida medio annuo raccomandato
dall'Oms, la metà è esposto a quantità eccessive di radon e un quarto a troppo benzene,
sempre facendo riferimento ai parametri Ue e Oms.
A questo va aggiunto che oltre il 60% dei bambini è esposto a valori elevati di
formaldeide, senza contare una presenza significativa di anidride carbonica. Respirare
troppi inquinanti significa un maggiore rischio di soffrire di sintomi legati a malattie
respiratorie e di certo non aiuta chi un problema lo ha già: l'8% degli scolari soffre di
asma, il 9% di allergie nasali e il 17% di eczema. E il 3,6% dei bambini, poi, ha avuto un
attacco di asma a scuola.
Secondo Piersante Sestini, docente di malattie respiratorie all'Università di Siena e fra gli
autori della ricerca "i problemi sono diversi a seconda dei Paesi, dell'età e tipologia degli
edifici, della posizione della scuola e anche delle abitudini, ad esempio se i bimbi
rimangono tutto il giorno nella stessa classe o se si spostano". "Da noi, come in Francia racconta l'esperto - il problema principale è quello della ventilazione: abbiamo privilegiato
il risparmio energetico creando degli ambienti stagni", dove quindi gli inquinanti si
accumulano, che sia il benzene che arriva dalla strada o la semplice anidride carbonica, la
polvere o il gesso. "La scuola è uno degli ambienti a maggiore densità di persone, va
considerato a metà fra un carcere e un aereo di linea" spiega Sestini, che avverte: "Il
punto non è che la scuola provochi l'asma, quanto il fatto che debba essere attrezzata a
ricevere un bimbo asmatico, e le scuole italiane non lo sono".
A fare la differenza, oltre all'introduzione di un sistema di ventilazione, sarebbe la
presenza di un infermiere scolastico (una figura presente nel Nord Europa), per
l'assistenza sanitaria quotidiana, ma anche il controllo del servizio pulizie, "che buona
parte delle scuole in Italia non hanno, perché è gestito dal proprietario dell'edificio, in
genere comune o provincia" conclude Sestini.
(da Ansa.it–Ambiente&Energia – febbraio 2015)
LA REGIONE DIMENTICA TRENI E AUTOBUS: COSÌ SOFFOCHIAMO
NEL PM10
Dal 2010 a oggi in Italia ci sono stati
complessivamente tagli pari al 6,5% nel servizio
ferroviario regionale con punte di 1 treno ogni 5. E’
la fotografia fatta da Legambiente in occasione della
campagna “Pendolaria” che censisce le peggiori linee
ferroviarie d’Italia, selezionate sulla base di dati
oggettivi e proteste da parte dei pendolari.
Lo abbiamo pubblicato 2 mesi fa: fra le 10
peggiori d’Italia anche una linea veneta, la
Portogruaro-Venezia di 62 km, segnalata da
tantissimi pendolari poiché ha visto un continuo e
notevole calo dell’offerta, in particolare negli orari
serali.
La responsabilità? nel mancato finanziamento regionale. In generale, da un anno il servizio
ferroviario va a letto “come le galline”, muoversi in treno dopocena è difficoltoso, ancora di
più se ci si volesse spostare dopo le 22. Eppure, secondo la stima della Fondazione
Pellicani, fatta con i dati di marzo 2012 della Direzione Mobilità della Regione Veneto, sono
9.000 gli utenti in Veneto che da dicembre 2013 si sono trovati senza più treni tra le 22 e
le 06 del mattino (5.000 soltanto tra le provincie di Venezia, Treviso e Padova).
La situazione è ancor più problematica per i residenti dei centri minori (non toccati dalle
corse chiamate “Regionali Veloci”) e per le linee “secondarie” (Treviso-Portogruaro,
Mantova-Monselice, Vicenza-Schio, le linee della Valbelluna e del Cadore, solo per citarne
qualcuna): ci sono realtà pesantemente isolate.
Perché tutto questo?
Perché sono mancati gli investimenti: solo 0.13% del bilancio regionale 2014 del Veneto è
destinato ai trasporti ferroviari. “Occorre urgentemente rilanciare una nuova stagione per il
trasporto pubblico e per i treni dei lavoratori – dichiarava a dicembre Andrea Ragona,
responsabile mobilità di Legambiente Veneto -, ce n’è assoluto bisogno dopo quattordici
anni di dominio di Renato Chisso”. L’attenzione dell’ex assessore, oggi agli arresti per
corruzione, è stata solo a favore di strade e cemento e non del trasporto pubblico.
“La neo assessore Elena Donazzan ha il compito di recuperare i danni perpetrati e ritardi
accumulati”- abbiamo scritto a dicembre. Fin qui parole al vento. Infatti nel bilancio di
previsione 2015 in fase di approvazione per quanto riguarda la spesa corrente (Fondo
Regionale Trasporto Pubblico Locale e Viabilità) la Regione Veneto si limita a iscrivere a
bilancio la quota del Fondo Nazionale Trasporti senza alcuna integrazione di risorse
regionali, come invece fanno altre regioni.
Nell’audizione della Commissione Bilancio del Consiglio del 27 gennaio scorso, la Filt CGIL
Veneto ha argomentato di una situazione drammatica, portando due richieste precise di
finanziamento per la mobilità in Veneto: 268 milioni di € per il TPL pari ai livelli del 2011 e
almeno 165 milioni di € per il ferroviario. “E’ un incremento di 27 milioni di euro rispetto al
FNT – ricorda Ilario Simonaggio Segretario Filt Veneto – ma non vediamo alternative
dignitose considerato le difficoltà di numerose aziende del TPL e l’avvilente situazione del
trasporto ferroviario”.
Per quanto riguarda gli investimenti (conto capitale) la Filt ha chiesto il completamento
della prima fase del SFMR entro il 2015 e il finanziamento della seconda fase entro la
prossima legislatura. Ha chiesto l’ammodernamento di bus e vaporetti come vincolo annuo
e un investimento ventennale, tramite mutuo, almeno triplo della cifra attualmente messa
a bilancio dalla Regione (12.9 milioni di €) per garantire una pianificazione continua di
sostituzione e mantenimento del materiale rotabile che eviti i disservizi dovuti a guasti
tecnici e una migliore qualità dei viaggi in treno per i pendolari.
Siamo nella morsa dell’inquinamento da Pm10 (scarica il Dossier Mal’Aria). Ci si ammala,
si muore e si spendono soldi della Sanità Pubblica: per questo è inaccettabile che per tutto
il TPL la spesa in conto capitale si fermi a nemmeno 1/10 di quanto messo a disposizione
per la viabilità automobilistica! Oggi (6 febbraio) le Organizzazioni Sindacali hanno
incontrato l’assessore Donazzan, portandole questi numeri. Nei prossimi giorni
conosceremo le risposte.
(da Ecopolis Newsletter di Legambiente Padova – febbraio 2015)
STOP TTIP!!
POLLO AL CLORO? NO, GRAZIE!
GRANO E MAIS OGM? NO, GRAZIE!
ACQUA PRIVATIZZATA? NO, GRAZIE!
CARNE AGLI ORMONI? NO, GRAZIE!
SANITÀ SOLO PRIVATA? NO, GRAZIE!
Il TTIP è un processo di privatizzazione di tutto ciò che è pubblico, di
tutto ciò che è bene comune, per questo VA FERMATO!
SABATO 7 FEBBRAIO
alle ore 20,45 presso l'Auditorium dell'Assunta, in Via Palù 2 a Rubano
(PD), con ingresso libero
(evento organizzato dal Gruppo M5S di Rubano: www.rubano5stelle.it)
Relatori:
• Elena Mazzoni Coordinatrice Campagna Nazionale Stop TTIP
• Filippo Zaccaria Educatore Alimentare, Associazione La Biolca
• Silvia Benedetti parlamentare M5S XIII. Commissione Agricoltura
• Franco Zecchinato, Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica
• Silvia Ferro, Tecnico di campo- esperta in agricoltura biodinamica
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Mangeresti un pollo trattato con il cloro?
E una bistecca agli ormoni?
E che ne dici del pane o della polenta prodotti con grano o mais
geneticamente modificati?
E se in violazione dell'esito referendario, ti trovassi ad avere l'acqua
privatizzata con un costo differenziato in base al suo utilizzo?
Vorresti un servizio sanitario attivabile solo con carta di credito anzichè con
la tessera sanitaria del cittadino?
Accetteresti che la tutela della tua salute, dei beni comuni e della
Costituzione, venisse posta in secondo piano rispetto agli interessi delle
multinazionali?
Il trattato di libero scambio commerciale tra UE e USA (TTIP) comporterà
tutte queste possibilità.
Il profitto sarà sopra ogni cosa: le Persone, la Natura, la Dignità.
PER LA CAMPAGNA “STOP TTIP ITALIA”: COSA PUOI FARE TU?:
lnformarti sul TTIP ed informare le persone che conosci;
Unirti al Comitato Cittadino Stop TTIP per organizzare eventi nel tuo
quartiere, nel tuo condominio, ecc.;
• Proporre iniziative per fermare questo trattato
PER INFO - ADESIONI e CONTATTI:
Email: [email protected] • Tel. 3281312595
Web: www.stop-ttip-italia.net - (scarica QUI il volantino completo)
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(da Osteria di Fuori Porta – gennaio 2015)
IL MAGICO MONDO DEI LEGUMI
Se si visita il sito della Fondazione Slow Food per la
Biodiversità si può accedere a un ricchissimo catalogo
diviso fra i prodotti dell’Arca del Gusto e quelli dei Presìdi
Slow Food, con le descrizioni, i contatti degli agricoltori, la
stagionalità dei prodotti.
Si tratta di un inventario unico di alimenti strappati
all’estinzione con tenacia, creatività e con la collaborazione
di una rete capillare, in cui i produttori si uniscono
virtualmente ai cittadini in maniera proficua per entrambi.
Nei due elenchi – Arca e Presìdi –, se si fa una ricerca per
categoria merceologica ci si rende immediatamente conto del “peso” numerico che hanno
le varietà di legumi: significa da un lato che la biodiversità di questi prodotti è ancora
molto ricca, dall’altro che è anche tra le più in pericolo.
Riflettete un momento su quali sono i vostri consumi abituali di legumi: è molto probabile
che vi accorgerete di trascurarli nella vostra dieta quotidiana e del resto siete in linea con
una tendenza che li vede storicamente sacrificati in favore della carne. Fagioli di ogni
foggia e colore, ma soprattutto fave, ceci, lenticchie, particolari tipi di piselli, cose curiose
come la cicerchia: le possibilità sono quasi infinite e il fatto che, una volta essiccati, i
legumi sono ideali per lunghe conservazioni li rende nel complesso un vastissimo bagaglio
di gusti e profumi a cui attingere per mangiare bene e convenientemente nei mesi freddi.
Sono nutrienti e la loro produzione è più sostenibile rispetto a tutte le fonti di proteine
animali: sono un modo per far del bene a se stessi, all’ambiente e in molti casi anche al
portafogli. I legumi più rari dei Presìdi Slow Food costano di più della media, nei casi
estremi anche molto di più, ma è un prezzo pienamente giustificato dallo sforzo agricolo e
di risorse umane che si fa per tenerli in vita, nonché dalla loro particolare qualità,
eccellente, viste le loro caratteristiche organolettiche speciali.
Ripensiamo ai legumi e a consumarne di più, soprattutto in questa stagione che ha meno
da offrire rispetto a primavera ed estate in tema di cibo locale. Riscopriamo i legumi
d’Italia partendo da quelli che si coltivano più vicino a casa nostra, senza disdegnare un
vero e proprio tour gastronomico virtuale che possiamo fare ordinando direttamente dai
contadini o dai consorzi che li stanno strappando dall’oblio in quasi ogni Regione.
(da Slow Food – febbraio 2015)
queste le ultime proposte di lettura per la settimana:
• Fare agricoltura
da Biolcalenda di La Biolca –febbraio 2015
• Cerimonia con delinquente - Noi onesti stranieri in patria
da Il Fatto Quotidiano – febbraio 2015
• I cambiamenti climatici e la biodiversità: un futuro in pericolo.
e
• «Sfidiamo la precarietà con il chilometro zero»
e
• Una manciata di gruppi privati possiede la maggior parte della
terra in Europa
da Il Cambiamento – febbraio 2015
• In Sicilia i semi antichi per combattere l’agri-business
da Italia che cambia – febbraio 2015
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....gli ultimi giorni ci hanno portato freddo, vento, neve, pioggia…si sta
bene in casa e c’è bisogno di riscaldarsi….la nostra proposta per cena è
quindi:
Zucca, salsiccia e orzo
(ricetta suggerita da Slow Food)
….e Buon Appetito!!