Cristianesimo e contemporaneità. Precarietà dei modelli umani

Cristianesimo e contemporaneità.
Precarietà dei modelli umani
contro il pensiero immutabile di Dio
Egli [Dio] ha fatto ogni cosa bella al suo tempo; ha persino messo nei
cuori [degli uomini] il pensiero dell’eternità, quantunque l’uomo non
possa comprendere dal principio alla fine l’opera che Dio ha fatta
(Ecc 3,11).
Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno
(Gesù Cristo in Mt 24, 35).
Ancor prima dei cristiani, gli ebrei, unico popolo monoteista in epoca precristiana, hanno vissuto il
fisiologico conflitto provocato dalla convivenza coi modelli morali, culturali e religiosi dei loro
contemporanei. Quei contrasti hanno evidenziato le seguenti situazioni:
 “naturale” incompatibilità fra la visione onnisciente di Dio, assoluta, immutabile nel tempo e i
modelli attuali degli uomini, soggetti al relativismo storico e ai rapidissimi progressi tecnologici
(a partire dal XIX secolo);
 disagio provato dal credente di allora (e di oggi) nel filtrare le inevitabili influenze ambientali,
cioè la difficoltà di vivere nel mondo pur non essendo del mondo, e di ricercare sempre un
adattamento armonioso e rispettoso con “gli altri”, tentando di essere “sale e luce” in una terra
moralmente insipida e tenebrosa (Mt 5, 13);
 talvolta il “credente” adotta un atteggiamento di compromesso, espressione di un comodo
adattamento all’ambiente, che però il Signore giudica severamente: “Io ti vomiterò dalla mia
bocca” (Ap 3, 16).
Nel corso della storia ebraica, tra i numerosi esempi di imitazione del paganesimo, si ricordi di
quando il popolo di Dio adottò costumi religiosi contemporanei nelle occasioni del vitello d’oro
(dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana) e, caso forse più grave, nella richiesta plebiscitaria di
essere governati da un re esattamente come tutti gli altri popoli (X sec. a. C. circa), rifiutando quindi
Dio quale re (1 Sam 8, 6-8.18-22). Strano ma vero, si sentivano discriminati anziché privilegiati!
In un momento storico successivo la cultura ellenistica permeò almeno in parte il pensiero dei
sadducei, (“figli di Saddoc”, II sec. a. C.). Costoro, nonostante gli insegnamenti del Pentateuco
(Mosè), rinnegarono il concetto di risurrezione. Molti anni dopo, a cavallo tra il II e il I sec. a. C.,
per reazione a questo gruppo elitario, nacque l’opposizione incarnata dai farisei (“santi”), i quali
esasperarono l’osservanza formale e ritualistica delle Sacre Scritture, esaltando l’esteriorità dei
comportamenti religiosi e il nazionalismo.
I sadducei si aprirono dunque alla contemporaneità del pensiero culturale più avanzato dell’epoca,
contaminando l’insegnamento biblico. È nota infatti la risposta del Signore Gesù ai sadducei, i quali
negavano appunto la risurrezione:
Voi errate, perché non comprendete né le Scritture né la potenza di Dio. Nella resurrezione, infatti, né
si sposano né sono date in moglie, ma sono nel cielo come gli angeli di Dio” (Mt 22, 29-30).
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La corrente dei farisei invece si chiuse decisamente alle influenze della contemporaneità,
considerate elementi di impurità e minaccia all’integrità religiosa e culturale. Essi assunsero
un’estrema rigidità nell’interpretare la Bibbia, esaltarono l’osservanza delle Scritture come mezzo
di approvazione sociale, svuotando l’intrinseco significato spirituale e umano della Parola divina.
Gesù li giudica quindi sulla base della parola del profeta Osea:
Poiché io [Dio] desidero la misericordia e non i sacrifici, e la conoscenza di Dio più degli olocausti
(Os 6, 6).
Va aggiunto che nel corso del tempo l’osservanza della legge di Mosè divenne secondaria rispetto
alla pratica di tradizioni e concezioni umane, tanto che Gesù accusò pubblicamente i rappresentanti
religiosi di allora, in particolare i Farisei:
Ben profetizzò Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il
loro cuore è lontano da me. Ma invano mi rendono un culto, insegnando dottrine che sono
comandamenti di uomini”. Avendo tralasciato infatti il comandamento di Dio, vi attenete alla
tradizione degli uomini […] (Mr 7, 6-8).
Vi erano pure altre fazioni come quelle degli zeloti e degli erodiani ed altre ancora; ma il conflitto
tra farisei e sadducei evidenziò il diverso atteggiamento assunto dai due gruppi verso la
contemporaneità. Entrambi, tuttavia, trascurarono la finalità fondamentale della religione, vale a
dire la pratica della parola del Signore secondo lo Spirito e la Verità (Gv 4, 24-25).
L’uomo di Dio, se libero di esercitare la propria confessione di fede, deve essere consapevole che le
leggi dello Stato in cui vive, benché in accordo con lo spirito del tempo e con il livello acquisito dei
diritti umani e civili, possono essere talvolta diverse e/o contrarie all’insegnamento dell’Evangelo.
Solo nel caso in cui la legge umana sia di ostacolo alla pratica cristiana, il fedele è legittimato a
infrangere quella legge. In uno Stato di diritto, la legge non dovrebbe favorire una specifica
confessione religiosa, sebbene nel processo storico di una nazione quella tradizione religiosa
rappresenti un potente effetto coesivo dell’appartenenza culturale. L’Italia si trova proprio nella
situazione in cui i confini religiosi si confondono coi costumi morali correnti, dando luogo a un
effetto “promiscuo”, cioè a una reciproca influenza fra concezioni laiche e tradizione religiosa
egemone; il frutto di tale commistione plasma di fatto l’immaginario collettivo.
Il principio etico del credente è invece quello di non con-formarsi a modelli umani inconciliabili
con l’insegnamento del Cristo, ma di essere “tras-formato mediante il rinnovamento della propria
mente, affinché egli conosca per esperienza quale sia la buona, accettevole e perfetta volontà di
Dio” (Rm 12, 2).
La percezione che il mondo antico, come quello attuale, ha del credente (di allora e di oggi)
dovrebbe essere generalmente di “scandalo”, perché il cristiano non si dovrebbe omologare ai
tempi, cioè alle mode culturali e di pensiero del tempo in cui vive (1 Pt 4, 4). Egli risulta perciò
“antiquato” agli occhi della gente, suscita “sospetti” per la sua diversità di posizione, di
atteggiamento, di comportamento.
Ora, se questa omologazione è comprensibile per gli atei, che negano Dio, o per i tantissimi che
sono dotati di “apertura mentale”, non è ammissibile per i fedeli nutrire lo stesso atteggiamento,
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ritenere cioè che la Parola di Dio possa essere superata e abbia bisogno di progressivi
aggiornamenti per adeguarsi ai tempi. Questo non è possibile perché:
1) l’insegnamento cristiano ha per proprio oggetto di interesse il nucleo spirituale della persona, la
cui natura profonda è invariabile (Ecc 3, 11), tanto che esistono modelli archetipici, universali, cioè
esperienze e rappresentazioni comuni presenti in tutti i popoli di tutti i tempi; per esempio l’idea
della divinità, l’idea della vita ultraterrena, il mito della velocità, del volo (da Icaro ai fratelli
Wright), i miti sull’origine della vita e così via;
2) essendo l’insegnamento di Cristo una rivelazione diretta della visione del Dio onnisciente –
capace di conoscere tutte le possibili combinazioni causa-effetto della realtà umana (Lc 16, 15; At
15, 8) –, non è possibile all’uomo modificare, migliorare l’insegnamento di Gesù, nonostante il
livello di conoscenza che l’uomo possa raggiungere (Gal 6, 1ss);
3) Dio, in assoluto, non può contraddire se stesso. La sua “dimensione temporale” non ha passato né
futuro: Dio è, semplicemente. Dio rispetta regole e princìpi da Lui stesso stabiliti (così, per
esempio, Gesù nasce come tutti gli uomini pur avendo una missione del tutto speciale da compiere,
Fil 2, 6 ss.; Col 1, 15 s.). Recentemente si è tentato di affermare in modo aulico e accattivante che
“Dio non ha paura delle sorprese della vita”, facendo intendere come anche Lui possa mutare
pensiero e giudizio su contenuti e prassi da Lui stesso stabiliti!
Dovrebbe essere l’insegnamento cristiano, mediante la pratica individuale dei credenti, a
influenzare e migliorare il mondo, per “affrettare” la seconda venuta del Signore (2 Pt 3,12 ss.).
La temporaneità e l’invecchiamento rapido che caratterizzano le innovazioni tecnologiche
provocano effetti comportamentali diversi a seconda dell’epoca in cui sono usate. Pensiamo alla
funzione della televisione negli anni cinquanta e sessanta. In quel periodo si rivelò utile strumento
di aggregazione e condivisione sociale; al contrario, in questi ultimi decenni, la presenza diffusa
della TV in ogni ambiente casalingo esercita effetti di “isolamento” familiare e sociale. Ognuno sta
solo sul cuor della terra, scriveva il poeta premio Nobel Salvatore Quasimodo. Si è proprio soli
nella visione del programma preferito!
Analogamente, l’uso diffuso dei più sofisticati mezzi di comunicazione, che dovrebbero facilitare le
relazioni interpersonali tramite l’abbattimento della barriera spazio-temporale, penalizza il rapporto
faccia a faccia, ingenerando effetti opposti, difficoltà interpersonali.
Per chiarire ogni possibile equivoco, Dio “odia il peccato, ma ama il peccatore”, cioè distingue il
comportamento, quale espressione dell’infrazione della sua legge vitale, dalla considerazione
integrale della persona; come dire, non definisce l’intera persona in base a una sua singola condotta,
ma definisce e propone determinate norme di vita, in sé perfette, da osservare a vantaggio della
condizione spirituale umana, fermo restando il rispetto per l’individuo che non si sottopone alla Sua
volontà; c’è rispetto, ma non condivisione.
Tra i credenti, alcuni vogliono adeguarsi a schemi morali già assorbiti dal tessuto socio-culturale;
altri invece s’impegnano a osservare l’insegnamento del Signore con maggiore attenzione e cura.
Gli uni cercano di adattare alcune parti dell’insegnamento ai mutevoli cambiamenti generali, gli
altri reputano fondamentale, per rimanere nella verità di Dio, aderire il più possibile allo spirito
neotestamentario. Il mondo civile ha l’obbligo di aggiornare e assecondare il piano normativo
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giuridico in base alla morale attuale dominante, e forse proprio per questo il Signore distingue i
confini del regno di Cesare (mondo politico-civile) dal regno di Dio (sfera spirituale e morale).
Si ricordi quando oltre mezzo secolo fa esistevano i reati di abbandono del tetto coniugale e di
adulterio; oggi la legge non riconosce più tali costumi comportamentali come atti penali. Per quanto
all’epoca il legislatore abbia voluto perseguire anche uno scopo di deterrenza oltre che repressivo,
oggi quelle condotte non sono solo ordinarie ma hanno generato confusione nell’identità familiare.
Mariti, mogli e/o conviventi con figli, separandosi dal primo coniuge/partner, disgregano la vecchia
famiglia e ne costituiscono una nuova con altri figli. Il paradosso è che non si fa il padre (o la
madre) dei propri figli, ma dei figli di altri! senza considerare le conseguenze sulla psiche dei
bambini, che si trovano a elaborare realtà affettive promiscue. Si ricordi ancora, nelle epoche
passate, ma non troppo lontane, quanto fosse rilevante il valore sociale della verginità, quando oggi
è vissuta come “vergogna” per ragazze di appena vent’anni (senza voler qui sostenere il punto di
vista maschilista); si pensi alla convivenza, inconcepibile decenni fa quale prassi abituale.
Il consolidamento e l’espansione di questi fenomeni di costume sono determinati dall’accettazione
sociale, che a sua volta, “aggiorna” i confini della morale precedente, modificandoli. In sostanza, il
consenso sociale ridefinisce il concetto di “ciò che è male e di ciò che è bene” (Gen 3, 2-12),
assumendo per principio (ingannevole) il male con ciò che è “antico” e il bene con ciò che è
“moderno”.
Pensiamo ancora al cambiamento di atteggiamento rispetto a coppie omosessuali, alle “mamme
surrogato” e al cambiamento d’identità di genere. L’atteggiamento sociale a fronte di tutto ciò è di
adeguamento allo “spirito del tempo”, e non allo Spirito del Signore, per non “esser fuori dal
mondo”.
I giovani, figli del loro tempo, sono per eccellenza portatori di innovazione; sono agenti sociali di
rivoluzionamento, soprattutto per la contrapposizione generazionale e per l’inconscia conflittualità
con i simboli dell’autorità (come i genitori e/o le istituzioni varie, per esempio la chiesa, vissuta
come soggetto “controllante” e “repressivo”, proprio come i genitori). Si spiega allora come alcuni
giovani cristiani, patendo l’osservanza dei princìpi cristiani, possano decidere di “lasciare il
campo”, cioè di abbandonare la chiesa cui appartengono. Ma il cristiano, giovane o adulto che sia,
non può conformarsi al mondo (Rm 12, 2) come fosse uno del mondo, poiché egli eredita
l’insegnamento di Dio, modello di fede trasmesso ai credenti una volta per sempre (Gd 1, 3).
La contrapposizione diventa perciò triplice: antico/moderno, passato/presente e giovane/adulto; il
giovane incarna in particolar modo la mentalità attuale, rappresenta la contemporaneità, invece
l’adulto (e/o il genitore) è identificato col passato, con l’antico, e con le relative concezioni e
pratiche superate.
Il punto però, in assoluto, non è il contrasto fra giovani e adulti, né fra moderno e antico, né fra
passato e contemporaneità, ma fra l’osservanza della parola del Signore – mediante la fede operante
per mezzo dell’amore – e la sua inadempienza, tra l’affidarsi a Dio e l’affidarsi all’uomo. Salomone
ricorda: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto” (Ecc 12, 13).
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Maurizio Santopietro, 2015
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