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ANDREOLA
Racconto di Aldo Marchesini - 2014
Non tutti sanno che l’illustre scrittore Carlo Goldoni, che soggiornò chiamato nel castello di
Sanguinetto in qualità di Cancelliere “per redigere un processo verbale”, rimase affascinato da
delle vicende accadute all’ombra di questo maniero e da cui prese lo spunto per scrivere la
commedia “Il feudatario”.
In effetti, si parla delle vicende successe lì, ad una giovane contadina di Sustinenza, rimasta
incinta dal feudatario del Castello e delle Terre di Sanguenè, di Sanguinetto: il conte
(Giacomo) Jacopo Dal Verme, un Capitano di Ventura, un feudatario ricco e potente, di
un'illustre famiglia di condottieri, originaria di Verona.
La bellezza, la forza e l’intelligenza sono qualità molto richieste alle persone di ogni epoca. Nel
genere maschile, quello che oggi rappresenta una celebrity del mondo dello spettacolo o del
calcio, nel medioevo era rappresentata da un Capitano di Ventura, era sua la prerogativa più
mitica, dell’avvenenza e del fascino.
Era questo il partito inarrivabile per qualsiasi ragazza da marito.
Anche per una giovane contadina del 1400, della bassa plaga di Sustinenza, il sogno non
cambiava, semplicemente le probabilità d’incontrare il proprio “sogno” erano improbabili.
Improbabili, ma non impossibili, per quanto, non sappiamo ancora se augurabili.
Fu proprio passando a controllare le sue proprietà che il Signore di Sanguinetto Jacopo Dal
Vermo (nell’immagine qui unita è ritratto da Leonardo da Vinci), incontrò la nostra
protagonista.
(Monologo)
Sono una persona semplice che si racconta poco.
Mi chiamo Andreola, sono di Sustinenza.
Parlo poco, anche perché nessuno vuole ascoltarmi e perché le cose che ho da raccontare
sono quelle di una ragazza in difetto di cultura, con desideri che stanno tutti nei pochi pensieri
compagni del mio vivere quotidiano, di nessuna novità per quelli che conosco e incontro.
Non mi lamento mai.
Nel mio intimo, vivo ogni giorno come l’ultimo, perché qui sono stata tante volte risparmiata,
prima dalla peste “Veneziana”, che come dice mio padre tanto male ha fatto anche a noi
Veronesi, poi anche scampata alle incursioni dei soldati Viscontei che fanno guerra a Mantova
e anche agli Scaligeri …e a tutti.
Lavoro e fatico tanto, ho quasi vent’anni.
Vi dico che prego spesso il Signore, di aiutarmi, e prego anche San Rocco che mi protegga
dal morbo pestifero;
…che cos’altro vi conto?
Vorrei trovare la conversazione e l’attenzione delle giovani pulzelle di ogni tempo.
A loro mi rivolgo per cercare comprensione.
Non faccio fatica a sognare perché ho provato tanta paura di perdere la vita e a volte temo di
non fare in tempo a conoscere l’amore!
Sono una contadina, sgobbo per mio padre e faccio anche ore e strasore di corvè senza
salario, nei campi del padrone Conte di Sanguenè, Sanguinetto, ma ovunque padrone.
Quando è festa, mi lavo e mi stimo, ma non ho da specchiarmi e non ho ancora nessuno che
mi dica se sono bella.
Un giorno, che con mio padre stavamo lavorando nei campi, non avevo che lui perché mia
madre se l’era portata via il colera, quando ancora io ero bambina, c’è stato l’incontro col signor
padrone. Era venuto a controllare i danni del Menago che aveva ancora rotto l’argine. Proprio i
continui guasti subiti nella Bassa, hanno fatto passare di mani la proprietà di tutto il nostro
territorio, dai Rangoni ai Dal Verme.
Sua eccellenza era alto, tutto agghindato da tessuti raffinati, abbinava la sua figura ben
avvolta dal lusso a quella possente del suo poderoso cavallo frisone. Lo sguardo mio fisso e
curioso su quell’uomo adulto era ricambiato da quello suo, che tornava a guardarmi così
potente e assertivo.
Un bell’uomo maturo, a tutti noto e ammirato per le sue battaglie e vittorie.
Un uomo dominante, combattivo e virile che faceva grande soggezione a mio padre d’animo
mite e sottomesso.
Dopo avermi rivolto un ultimo sguardo più attento, rivolgendosi a mio padre disse che aveva
giusto necessità di una serva al castello e che sua figlia poteva mandarla al suo servizio da
subito.
Mio padre tergiversava, nicchiava, balbettava che era rimasto vedovo e non poteva privarsi di
una donna per i lavori di casa, ma il signor padrone salutò la conversazione e mio padre
concludendo: “Quando voglio si dee obbedire”!
Non toccava a me mostrare cortesia nel colloquio con sua eccellenza e solo assistevo ai
discorsi, ma all’ascolto di quelle ultime parole, dove sentivo di essere stata chiamata al
castello mi è partita l’agitazione con tanta emozione.
Senza ragionarci su, mi compiacevo: io al castello!
Ignoravo ancora quello che preoccupasse realmente mio padre,
pensavo solo a questa avventura che mi si presentava, che del
castello non avevo mai superato il ponte levatoio.
Più riflettevo alla chiamata ad un nuovo lavoro e più mi sentivo
affaticata da questo pensiero, anche più che zappare,
consapevole della mia inadeguatezza.
Obbediente e puntuale, mio padre, muto sul carretto, mi ha
accompagnata il mattino dopo, fin dentro al castello, lì mi
aspettava una fantesca che con maniere sbrigative mi ha dato
appena il tempo di abbracciarlo allontanandomi da lui.
Facendomi strada nei corselli scuri e tortuosi mi ha portata nella
caneva, magazzino della casa dove si tengono le cose da
mangiare e ogni bendidio, qui mi ha fornita di un grembiule
Il ritratto di Jacopo Dal Verme di
Leonardo da Vinci
grande e di un nuovo abito, poi con passo rapido mi mostrava le
grandi stanze e io addietro, come un pupazzo di pezza, ammutolita dallo stupore.
Scalino su scalino ci siamo inerpicate fino al sottotetto dove i panni di sua eccellenza erano
messi ad asciugare, lei parlava e io quasi non ascoltavo, mi mostrava questo e quello, ma già
non avevo più posto per altri pensieri.
Avevo sempre visto il mondo con i piedi saldi a terra perché la pianura più bassa era quanto
mi era concesso, mentre, adesso volavo con lo sguardo sopra un orizzonte mai ammirato così
profondo. Ero rapita dalla veduta che si poteva ammirare dal torrione di Sanguinetto. Le
montagne, che conoscevo profilarsi all’orizzonte solo in qualche giornata ventosa, adesso
sembravano sotto il mastio, con il bosco e la campagna, in una distanza grandiosa anche
senza l’aria tersa; non mi sentivo più una contadina e mi esaltava la novità di tutto quanto mi
stava succedendo, al punto di trascurare anche lo sbocciare della primavera nei campi.
Io, che la ricchezza non l’avevo nemmeno immaginata, lì, ne ero incantata. Avvicinata dal
lusso e dal potere ne ero soggiogata. Continuavo a pensare alla condizione dei miei natali,
adesso in qualche modo speravo di vendicarli, ma intanto sentivo che le donzelle delle saghe
medioevali, come me, non erano segregate, chiuse nella torre del mastio dai catenacci, ma
subornate dalla lusinga, non credo nemmeno più che i leggendari racconti cavallereschi
comprendano le ragazze di nessun lignaggio, della servitù.
Non vedevo l’insidia che mi era stata tesa, fin che non entrai di nuovo in contatto con sua
eccellenza.
Il suo saluto era un compiacersi: “Chi conosce la bellezza la riconosce anche sotto un po’ di
fango sulle guance”, e prendendomi il viso controllava le guance di qua e di là, se ve ne fosse
ancora traccia.
Oh! Eccellenza …
“Tanta eccellenza mi annoia, trattiamoci con libertà”, rispose il conte.
Paralizzata dalla timidezza, dall’inibizione e dalla mia mitezza perbene, incapace, tra moine e
soggezione, di oppormi, quella persona così ampiamente superiore, mi ha vinta e sopraffatta,
tra la vergogna e l’accondiscendenza rubata, con palpiti e rossore, infine la resa senza
condizioni.
Uno sconvolgimento nel cuore e nell’anima. Avrei voluto che fosse un sogno, ma chi può
fingere così tanto:
Non sono una Dama, ho peccato perché ho provato a crescere anzitempo. Questa non è stata
una piccola licenza ma un peccato mortale che mi costerà tanto. Non troverò giustizia, chi mi
assisterà e chi mi soccorrerà?
La mia libertà l’ho riavuta appena scoprimmo che ero incinta, anche l’inganno e la finzione
terminarono. Restavo io ancora più bisognosa di amore e di aiuto. Subito sono stata rimandata
a casa da mio padre, cioè alla mia famiglia.
Mio padre, mi riabbracciò allungo perché vedeva compiuta la sorte che lui sapeva mi sarebbe
toccata.
Anche lui reo per la stessa mitezza, incapace di opporsi e battersi contro un condottiero,
anche lui arresosi senza condizioni.
Una volta a casa, per la vergogna mi sono tappata in casa, continuavo ad interrogarmi e mi
addossavo la colpa, ma poi ho sentito che non poteva essere stata colpa mia, è che mi era
mancata la forza di reagire.
Ma come, avevo superato la peste e volevo morire di vergogna? Temevo il giudizio della gente
della mia contrada, ma chi mi conosceva da sempre mi sapeva brava figlia!
Quasi insperabilmente il mio paese aveva capito le cause e gli effetti, mi aiutava.
Nel loro tacere, parlavano gli occhi e nei gesti semplici leggevo affetto e la comprensione della
mia gente, come me, cresciuta reverente.
Sono loro che hanno lasciato ai posteri la mia vicenda, un messaggio sopravvissuto a più di
settecento anni e passato a voi che adesso sapete.
Na bona dote non c’è stata, ho guadagnato tanto coraggio quello sì, come chi ha passato
tanta paura.
Ho fatto un bel piccinino, e mi ritrovo a dar consigli di madre. Conserverò la mia umiltà perché
appartiene ad un mondo di grande valore, non rinuncio al senso di pudore perché parte
consistente della grande bellezza, e l’amore mi raggiungerà quando vorrà.
Resto senza mai disperare di essere finalmente amata nel senso più poetico, e se non
accadrà, mi basterà la mia creatura. Fatene tesoro!
A Sanguinetto è presente la “bocca di leone” per le denunce segrete, ma la giurisdizione
criminale era pienamente esercitata nei primi anni del quattrocento dallo stesso Jacopo dal
Verme che si curò di ottenere il giuspatronato delle chiese di Sanguinetto e sue pertinenze.
Nei secoli XII-XIII, il nostro feudo è dei conti Sanbonifacio, poi dei
Rangoni e, nel 1400, addì 19 agosto, Nicola dei Rangoni vende a
Giacomo Dal Verme, l’appezzamento comprende la contrada:
Dalvermo (Pranovi) di Maccacari.
E’ anche noto e confermato che il famoso capitano ebbe un figlio
naturale da una contadina di Sustinenza.
Venceslao imperatore, conferma a Jacopo la concessione di
Sanguinetto con Sustinenza, Casalannone di Campalana,
Castagnana, Villabona, Caprile, Spilemberto, Cogosso e Nitasio
oltre alle concessioni fatte da Gian Galeazzo Visconti.
Nel 1452 la fortificazione venne confiscata ai discendenti Dal
Verme e ceduta al Capitano della Serenissima, Gentile Della
Lionessa.
Verme: ...perché sopra tutto, e ... l'ultimo a morire.
2014 - Aldo Marchesini