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Gianni è un uomo alle soglie dei sessanta, tranquillo ed appagato nella vita: lavoro stabile, famiglia
composta da moglie e figlia (ormai adulta); salutista (quindi nessun vizio) ma una passione per il trail, ossia
le corse a piedi lontane dalle strade e dall’odiato traffico.
Per questo motivo, quando navigando in Internet apprese che in primavera, a Bagno di Romagna, si
sarebbe tenuta la prima edizione dell’ “Eco-Trail dell’Armina”, non seppe resitere e si iscrisse
immediatamente.
Passati i mesi, venne il giorno della gara ed ecco il nostro Gianni presentarsi con dovuto anticipo, attrezzato
di tutto punto: abbigliamento tecnico, scarpe dalle suole molto scolpite, cintura con borracce (essendo una
“eco” ai ristori non erano disponibili gli inquinanti bicchieri di plastica) e cellulare per ogni evenienza.
Allo sparo lui ed altri 200 scalpitanti atleti iniziarono il percorso: un breve campo poi gli stretti nonchè ripidi
sentieri del Bosco dell’Arminia, sui quali il gruppo si diradò sino al punto di vedere solo per brevi istanti i
concorrenti che precedevano e, terminato un tratto di accidentata mulattiera, transitò in un largo sentiero
in terra battuta, ricoperto di foglie.
Trascorsero i minuti e Gianni pensò “.. fin troppo facile: è come correre in una autostrada!”.
Peccato che, falcata dopo falcata, una catasta di legna segnalò la fine del sentiero.
Gianni si guardò intorno, ma non vide nessuno e nessuna pista: a quel punto fu chiaro che si trattava di una
strada di servizio per i mezzi forestali ed il nostro atleta aveva sbagliato strada.
Senza troppa convinzione provò a ritornare sui suoi passi, per cercare qualche indicazione ma, dopo
parecchi insuccessi, comprese di essersi perso.
Da concreto uomo del ventunesimo secolo cercò conforto nel navigatore del suo smartphone però, a causa
della fitta foresta che lo circondava, il GPS non agganciava il segnale.
Allora, quale ultima possibilità e provando una certa vergogna, attivò l’appicazione telefono per contattare
l’organizzazione (o chiamare i soccorsi): inutile aggiungere che, a causa della scarsa densità abitativa (nulla
in un bosco), non c’era campo.
Passato qualche istante di panico, realizzò che l’unica possibilità era cercare di uscire dal bosco e
raggiungere il primo centro abitato per ottenere aiuto.
Già, ma dove si trovava? A nord? A sud? Ad Est? Ad Ovest?
Tornando con la mente ai suoi studi classici, ricordò che gli antichi erano soliti costruire città nei pressi dei
corsi d’acqua ed in pianura, perciò doveva scendere verso valle.
Quindi si incamminò in un canalone.
Trattandosi di una corsa pomeridiana, dopo oltre un’ora iniziò ad imbrunire; a quel punto, per evitare di
aggravare la situazione, decise di fermarsi sotto una robusta quercia e di attendere le luci dell’alba per
riprendere il cammino.
Ormai era buio, sebbene in alcuni punti il bosco fosse rischiarato dalla fioca luce lunare e Gianni, che si
sentiva troppo vulnerabile ed indifeso, cominciò a focalizzare la mente su alcuni ricordi del suo passato.
Ad un tratto un rumore, simile a quello di un ramo spezzato, lo distolse da quei pensieri ed attirò la sua
attenzione: alla sua sinistra, in un cespuglio, gli parve di scorgere la presenza di due occhi.
Ansia e paura si impossessarono del suo corpo, fisicamente paralizzato, ma, in quello stesso momento, dal
cespuglio udì una voce calma e leggermene imbarazzata dire
“Ciao!”
La sorpresa fu talmente grande che nessun suono uscì dalla sua bocca, allora la voce riprese
“Guardati: sei quasi tre volte più grande di me e sei tu ad aver paura?”
Sempre più stupito, non fu in grado di andare oltre qualche insignificante suono gutturale ed, ancora una
volta, fu la voce a parlare
“Gli umani: tuttora non riescono a superare le ancestrali paure del buio e del bosco.”
Gianni, colpito nell’orgoglio, cercò di controbattere a quell’accusa
“Parli bene tu, che evidentemente hai un udito molto sensibile ed hai la capacità di vedere anche di notte!”
A quel punto dal cespuglio uscì un piccolo, paffuto personaggio con due lunghi baffi bianchi ed un rosso
cappello a punta: uno gnomo.
“Mi spiace contraddirti, ma non ho tali facoltà: semplicemente utilizzo i miei sensi in maniera diversa, per
non dire più completa.”
Stupefatto per tale incontro, nonché incuriosito dal suo ragionamento, il nostro atleta rimase in silenzio e lo
gnomo continuò
“Vedi, voi umani tendete a sbagliare.
Per esmpio, avete paura dei versi di certi animali, perché non gli capite.
In verità nenache noi gli comprendiamo, ma essi hanno per noi la stessa funzione che per i naviganti hanno
i fari: segnalano che tutto è tranquillo, va tutto bene.
Quindi il problema non è quando si odono, bensì quando non si odono, perché significa che c’è un pericolo
nei paraggi.
Il buio .. a voi fa paura perché vi sentite vulnerabili; invece esso è una protezione.
Perciò non è un elemento ostile (come vi è stato insegnato), bensì un alleato.
Altro motivo per cui non amate il buio è che vi è stato insegnato a vedere solo con gli occhi: in realtà si può
vedere o, più esattamente, comprendere ciò che accade intorno a noi anche con altri sensi.
L’udito, oltre che i già citati pericoli, consente di capire se c’è movimento (poi, con l’esperienza, si impara a
focalizzare meglio la sorgente ed il motivo dell’eventuale movimento), mentre l’olfatto ci fornisce
informazioni sul territorio.”
Il ragionamento filava, però Gianni volle precisare
“Forse le differenze sono dettate dall’ambiente in cui viviamo: noi, che vivamo nelle città, a causa del
traffico e dei mezzi a motore, consideriamo la maggior parte dei rumori come segnali di potenziali fonti di
pericolo, perciò ci spaventano; in più, se consideriamo la frenesia delle noste vite, siamo portati a
desiderare un po’ di pausa e di silenzio per poterci rilassare.
Inoltre questi rumori sono molto sgradevoli quindi, se non necessario, il nostro cervello tende ad ignorarli.
Per quanto riguarda l’olfatto, hai idea di quali odori vengano prodotti nelle nostre metropoli? Meglio turarsi
il naso!”
Il piccolo amico non ebbe da ridire e la conversazione continuò, su tematiche più leggere.
Passarono le ore ed appena la luce cominciò a filtrare nel bosco, Gianni si svegliò.
Solo. Nessuna traccia dello gnomo.
Ripensando a quanto accaduto, il nostro atletà si incamminò e, seguendo il corso di un possente torrente,
dopo un paio d’ore, raggiunse un piccolo borgo.
Anche qui il cellulare non aveva campo, però i telefoni fissi funzionavano benissimo, quindi potè chiamare i
familiari che, in preda all’angoscia, nel frattempo si erano sistemati in una vicina caserma dei carabinieri.
In meno di mezz’ora una gazzella arrivò sul posto e Gianni potè riabbracciare sua moglie: l’avventura era
finita e poteva tornare a casa.
Ovviamente, per evitare di essere preso per un visionario, non parlò a nessuno della serata con lo gnomo;
però quell’ìncontro lo aveva interiormente cambiato.
L’anno successivo si svolse la seconda edizione del trail e Gianni, avendo mancato la precedente, ci riprovò.
Ancora una volta si presentò con dovuto anticipo ed attrezzato di tutto punto: al via partì come tutti gli altri
concorrenti, ma arrivato al largo sentiero in terra battuta ebbe un momento di esitazione:
un forte desiderio di perdersi nuovamente si insinuò in lui, controbilanciato dal desiderio di portare a
termine quella corsa.
Aveva una gran voglia di rivedere il simpatico gnomo, di chiacchierare lungamente insieme …
Ma se fosse stato tutto un sogno e lo gnomo non esistesse?
Decise di uscire dal sentiero, utilizzando come scusa la necessità di un “pit-stop”; si fermò un attimo tra gli
alberi, si guardò attorno, chiuse gli occhi e respirò a pieni polmoni, così da immagazzinare il maggior
numero di suoni ed odori, poi ritornò sul percorso e riprese la gara.
Continuando a pensare al piccolo amico, roso dal dubbio amletico: fu realtà o fantasia?
In un albero al lato del percorso, su di un ramo nemmeno troppo alto, lo gnomo osservò tutta la scena ed
alla fine, tra sé, borbottò:
“Gli umani non impareranno mai: talvolta hanno la soluzione davanti agli occhi, ma non sanno guardare
nella direzione giusta.”
N.d.R
1) Racconto ispirato da un articolo apparso sul Resto del Carlino, dedicato al Bosco delgi Gnomi
2)Il punto di vista dello gnomo è liberamente ispirato a Piccolo, amica a quattro zampe, con la quale ho
condiviso quasi 17 anni
3) La grammatica ed il lessico mi sono stati insegnati da Luciano Merighi, autentica fonte di cultura ed estro
che, dopo aver percorso 91Km, ha terminato la sua camminata.
Che siano poi contenti dell’uso che faccio di ciò che ho appreso da loro … non è dato a sapersi.
Ma questa è Daniela.