SANTINI_Le intermittenze del tempo della memoria in

CARLO SANTINI
LE INTERMITTENZE DEL TEMPO DELLA MEMORIA
IN PROPERZIO
0. Nel 1999 Jesper Svenbro pubblica presso Albert Bonniers Förlag
un “Propertius felöversatt” 1 poi tradotto in inglese 2 come “Propertius
mistranslated”. La traduzione ‘errata’ (che si colloca sulla scia della polemica insorta intorno allo Homage di Pound) si determina nel momento
in cui l’autore sovrappone al ricordo di un celebre testo poetico, quale è
quello della gita a Lanuvio e dell’imprevisto ritorno di Cinzia, il testo
del traduttore, che pare rivivere l’esperienza attraverso i frammenti di
un suo ricordo, prima confuso (“At first I was totally convinced it wasn’t
her. / Coolly telling myself as much, / I dismissed the very notion from
my mind / as if I wanted nothing so much as to forget about it. /), e poi
sempre più chiaro fino a evocare l’epifania della Protagonista (“But now
I could see clearly that it was Cynthia and / no one else / who was
sitting there on the driver’s right / in the shiny red Ferrari./”) e contestualmente gli anni ’60 del suo soggiorno a Roma (“I search for a while
in my memory - / Was it a year toward the end of the sixties? / maybe
the last of April?”), mentre insorgono altri gustosi fraintendimenti miranti a sovrapporre le cronologie, come l’apparizione dell’occasionale
partner di Cinzia in veste di ricercatore carrierista e di incondizionato
ammiratore del metodo filologico tedesco, “the expert on Propertius ...
dressed in a summer suit, driving-gloves and a tie”, oppure la divergente sensibilità tra uno Svedese e una Latina in fatto di gelosia.
C’è da chiedersi perché un eminente classicista come Svenbro abbia
scelto proprio un testo di Properzio per collaudare il suo discorso meta-
1
Compreso nella raccolta Installation med miniatyrflagga: dikter, Stockholm 1999,
63-66.
2
Tradotto dallo svedese da John Matthias e Lars-Håkon Svensson sulla rivista “boundary 2” 29:1, 2002, 25-26.
230
CARLO SANTINI
poetico; credo che alla scelta del paradigma del fraintendimento abbia
dato il suo contributo quel particolare ritmo della memoria di Properzio, un ritmo intermittente, da vero allievo delle figlie di Mnëmosynë, le
Muse che sanno esporre molte menzogne simili al vero, ma quando
vogliono sanno proferire parole veraci 3, e tale da rasentare l’infedeltà
(“Oh no! She never was unfaithful, she assures me, /pointing to a line
in a poem / there in the book on my desk. / ‘Traduttore, traditore!’ she
adds. As if l... /”).
1. L’alternativa tra verità e finzione propone già nel pensiero greco 4, in Platone in particolare, il problema dell’immagine (eikön) che si
associa ad ogni programma memoriale come paradosso della presenza
di un assente, che pertanto ora può esserci ed ora non più, oppure può
riprodurre in modo più o meno esatto l’impronta (typos) di quella massa
di cera che tutti abbiamo nella nostra anima « in uno più grande, in un
altro più piccola, e in uno più pura, in un altro più sudicia e più dura,
in alcuni, invece, più umida, ed in altri, infine, di giusta consistenza »
come dono della dea, secondo la celebre metafora di Taetet. 191c. Affiancandosi al concetto platonico di copia, Aristotele percepisce nella
memoria la nozione di tempo nella misura in cui ha per oggetto un
passato più o meno lontano, e distingue opportunamente tra la condizione di inconsapevolezza che produce la memoria (mnëmë) e la volontarietà 5 del richiamo (anamnësis), termini che ricorrono appunto nel titolo del trattatello dei Parva Naturalia. L’eredità platonica che colloca il
processo di memorizzazione nella dialettica tra conoscenza ed esperienza trascorre fino al dibattito delle scuole, con i Neo-accademici disponibili ad ammettere quella memoria falsorum, contro la quale ironizza il
Lucullo ciceroniano 6.
2. Questo orizzonte ideologico, già abbastanza sofisticato, consente
un primo approccio al discorso sul rapporto tra memoria e immaginazione nel poeta latino in quanto evidenzia i due nuclei dialettici ai quali
il pensiero antico si era approssimato, vale a dire la maggiore o minore
fedeltà del ricordo nel riprodurre l’evento e la intenzionalità (o meno)
del richiamo memoriale; in entrambi i casi la presa d’atto non può
3
HES. Theog. vv. 27-28.
Rinvio per un’indagine specifica alle implicazioni del capitolo ‘Memoria e Immaginazione’ del saggio di P. RICOEUR 2003, 18 sgg.
5
Sull’intenzionalità del processo di memorizzazione in Platone cfr. CAMBIANO 2007, 11.
6
Cfr. CIC. Acad. Priora II, 22 e la confutazione ibid. 106.
4
LE INTERMITTENZE DEL TEMPO DELLA MEMORIA IN PROPERZIO
231
comunque prescindere dalla scala delle distanze più o meno ampie
che in termini di valori temporali si frappongono tra i due momenti.
Potenzialmente i primi tre libri delle elegie di Properzio rappresentano il resoconto in forma di ricordo della storia del suo amore per
Cinzia, dall’inizio alla fine, resoconto tanto unilaterale che, nonostante
ogni dichiarazione in proposito di servitium amoris, la figura femminile
è rievocata come « as a narrative materia » alla quale è sottratta ogni
specifica autenticità per divenire primariamente « a woman in a text » 7.
Evidentemente le sollecitazioni dell’analisi di ‘gender’ per cogliere la
manipolazione dell’identità femminile contraffatta dal « male desire »
dovranno però tener conto di quanto ci è stato ricordato sull’impossibilità statutaria del discorso amoroso di presentare fino in fondo le
ragioni della sua identità, giustificando quindi la messa a punto del
letterato, nella fattispecie Julien Benda, di prestare argutamente una
vox clamans a quella Cinzia che l’unilateralità dell’immaginazione di
Properzio ha privato delle sue motivazioni 8. Diversamente da Ovidio
che riesce a scherzare con ‘naturale’ leggerezza sui suoi ruoli alternativi di praeceptor amoris e di cantore di festività religiose (Fast. 2, 7-8
idem sacra cano signataque tempora fastis, / ecquis ad haec illinc crederet esse
viam?), Properzio ha scelto una strategia un po’ diversa di sorprese
susseguenti per sottolineare l’identità autoriale della fonte dalla quale
promana il flusso dei ricordi, impiantando la discussione sull’alternativa (in realtà apparente) tra memorie individuali e collettive. Il cambiamento di rotta è motivato dal gesto iniziale che invita uno straniero a
contemplare quella vasta e ininterrotta dimensione di spazi che è la
maxima Roma, come preludio ad « an instructive poem about a city » 9,
dove al ricordo personale viene a sostituirsi una selezione di memorie
dell’intera comunità romana, resa infine esplicita dalla conclusione che
taglia quasi a metà l’elegia con la dichiarazione di un progetto sacra
diesque canam et cognomina prisca locorum: / has meus ad metas sudet oportet equus (4,1,69-70). Eppure la messa in luce di quei temi eziologici e
etimologici, che solo chi si è presentato come il Romanus Callimachus
può presumere di richiamare alla memoria della generazione augustea,
sembra destinata, con passaggio tanto brusco, quanto vivacemente inaspettato, alla controversa realizzazione predetta da una figura come
l’astrologo, che doveva ormai essere divenuta abituale nella società ro-
7
8
9
GREENE 1998, 37.
FEDELI 1994, 37-39.
HUTCHINSON 2006, 59.
232
CARLO SANTINI
mana: Quo ruis imprudens, vage, dicere fata, Properti? / non sunt a dextro
condita fila colo (vv. 71-72).
Quale possa risultare il punto di convergenza tra le ponderate discontinuità del libro quarto è difficile a determinarsi se si resta ancorati
ai temi posti in gioco, che prefigurano innegabilmente due diverse tipologie della poesia elegiaca 10. Un momento di coesione 11 potrebbe recuperarsi sul piano formale, che esalta in certa misura il presentatore delle elegie stesse, con le sue ‘Anreden’ che rivelano tutte, o almeno in
buona parte, le movenze del poeta lirico 12, che mira a rendere il lettore
edotto della propria ‘sapienza’, distillata in un processo memoriale durato un’intera esistenza. I segni del testo parlano abbastanza chiaro,
come rivelano alcuni incipit delle elegie, ora connessi a movenze fàtiche, che sono la spia di un procedere didascalico (4,4,1-2 Tarpeium nemus et Tarpeiae turpe sepulcrum / fabor et antiqui limina capta Iovis; 4,10,1
Nunc Iovis incipiam causas aperire Feretri), ora addirittura didattiche, come
l’atteggiarsi di Properzio nei confronti dello hospes nell’elegia dell’esordio, ovvero l’invito a non meravigliarsi rivolto da Vertumno nella seconda, la sententia sulla vita dopo la morte della settima, l’esplicito Disce
informativo della ottava. Il poeta, mediatore di saggezza, non sarà mai
tanto convincente quanto nell’elegia finale, dove il grado di incontestabilità pressoché assoluto, garantito come è dal consenso collettivo di
un’intera comunità, che rappresenta il mos maiorum, può fare a meno
della sua presenza fisica, tanto forte è l’autorità morale che promana
dal testo. Ma se il ruolo di Properzio come ‘voce’ esplicita è assente in
questa elegia 13, dove a parlare è una nobile matrona romana ora defunta, mai come ora la saldatura con la memoria collettiva rende autorevole il controllo dell’autore su un testo che raggiunge « a special power in
ending », concludendo con la contegnosa solennità del discorso di Cornelia l’intero corpus poetico 14.
Qui il tempo del ricordo è quello dell’iter di una vita, della sua vita,
che Cornelia rievoca come epigrafe sepolcrale parlante (pertinente è il
confronto con il testo di CIL VI 12652, che sembra abbozzare un profi-
10
HUTCHINSON 2006, 16.
La capacità di fondere e amalgamare esigenze diverse è stata ben posta in evidenza da H.-CH. GÜNTHER 2006, 356.
12
HEINZE 1923, 153.
13
HUTCHINSON 2006, 230 osserva che, proprio perché in questa ultima elegia nulla è
rimasto del poeta-narratore, tale sorprendente soluzione mette in evidenza il controllo
dell’autore.
14
HUTCHINSON 2006, 232.
11
LE INTERMITTENZE DEL TEMPO DELLA MEMORIA IN PROPERZIO
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lo dialogico), e che si conclude con l’eco del rito gentilizio della oratio
funebris; al posto di un autorevole esponente della gens, è Cornelia stessa a parlare in suo favore (ipsa loquor pro me) come si trattasse di una
vera causa giudiziaria (causa perorata est) dinnanzi al tribunale dell’Ade.
In questa dimensione assai formale i ricordi dei comportamenti tenuti
dalla donna nel corso della sua esistenza suonano come altrettanti argomenti di lode alla luce del codice dei valori della società romana (univira, parsimoniosa, innocente, casta, prolifica, illuminata dalla fama); il
tono della dichiarazione si fa appena più commosso nel momento in
cui si passa dalla sfera sociale a quella affettiva, che elabora il ricordo di
sé lasciato al marito, che rende faticose le sue notti (noctes quas de me
fatiges) e che potrebbe essere tanto intenso da contemplare la rinuncia a
nuove nozze (seu memor ille mea contentus manserit umbra). Nessun dubbio
si presenta sulla sincerità delle parole di Cornelia e meno ancora sui
valori generali da lei richiamati; la collocazione finale nel liber e nell’opera rappresenta un punto fermo e incontestabile dell’ethos collettivo.
Allo stesso modo nessun lettore avrebbe avuto motivo di dubitare
della verità delle affermazioni enunciate da Properzio, quando, nei ruoli
di personaggio, esercita coscienziosamente il compito di guida dell’hospes in visita alla città nella prima elegia del quarto libro: hoc quodcumque vides, hospes, qua maxima Roma est, ante Phrygem Aenean collis et herba
fuit. La disponibilità a pensare che l’aspetto dei luoghi fosse stato ben
diverso da quello odierno non è solo conseguita facendo scorrere dinnanzi allo sguardo dell’osservatore del monumentale tempio del Palatino l’immagine di un passato di spazi erbosi e di animali al pascolo, ma
suggerendo anche qualche constatazione razionale sulla maggiore distanza che, per suggestione ottica, avrebbe allora separato Bovillae, Gabii e
Fidenae, così come lo stesso corso del Tevere, da quel nucleo di capanne
che era stata la Roma romulea. Nella ricostruzione dell’atmosfera del
passato si succede rapidamente una sequenza di flashes visivi e acustici
che intendono farla rivivere, sfruttando la retorica del contrasto: al posto degli attuali aurea templa nella parva urbs fanno mostra di sé statue
in terracotta di divinità, si sente il suono del corno (bucina) per convocare collettivamente e senza troppi riguardi 15 i senatori, che, coperti di
pelli, portano nel consesso le decisioni dei loro rustica corda. E tuttavia
ecco emergere dalla rievocazione del passato (discontinuo) un segnale di
15
Utile risulta confrontare l’idea di presentare l’‘adunata’ dei senatori della Roma
romulea quasi si trattasse di milites con il passo di DION. HAL. 2, 8, 4, dove interviene
una valutazione di gerarchia sociale, che era presumibilmente nota a Properzio.
234
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continuità che scavalca il tempo trascorso per congiungersi con il presente; con chiara intenzionalità Properzio impiega a breve distanza lo
stesso segno perché pelliti non sono soltanto i patres del senato primigenio, ora scintillanti nelle loro toghe con la banda di porpora (vv. 1112), ma anche l’aratore in atto di celebrare il Lupercale (v. 25 verbera
pellitus saetosa movebat arator), secondo un rituale che si perpetuava ancora, anche perché fatto rivivere da Augusto 16.
Dar ragione di tal modo di procedere da parte del poeta latino
presuppone risposte di ordine differenziato; da un punto di vista psichico, Properzio conserva il ricordo dei luperci mentre, camuffati da lupi,
schioccano la frusta, ed è questa l’immagine che trasferisce nel tempo
remoto dell’Urbs in virtù di visione unitaria che da quell’epoca scende
fino alla sua. Immagine protratta nel tempo, ma non integrale, che
sembra fatta apposta per entrare in un trattato di psicologia, e vi è
effettivamente entrata laddove Freud, teorizzando « nella traccia mnestica »
un fattore indelebile perché « nella vita psichica nulla può perire una
volta formatosi », si sofferma come termine di paragone sulla composita
stratificazione urbana del sito di Roma, domandandosi « che cosa possa
ancora trovare nella Roma odierna, di tali stadi precedenti, un visitatore
che supponiamo dotato di vastissime conoscenze storiche e topografiche » 17. Dal punto di vista letterario, invece, altro è l’effetto conseguito
dal raddoppio dello stesso segno, pellitus, nella misura in cui la disposizione a pochi versi di distanza, se congiunge il passato del ricordo immaginario e il presente che intende riprodurlo, è anche emblema di
una riproducibilità che « undermines the viability of all attempts to impose a monolithic version of the Roman experience » 18.
3. La sovrapposizione qui evidenziata è un esempio, seppure minore, che sta a dimostrare come i tempi della memoria di Properzio muovano tra cronologie diverse, dal reale all’immaginato, in base alla logica
dello scarto, che torna a operare maggiorata là dove il coinvolgimento
di Properzio nelle passate stagioni della sua esistenza risulta più diretto
e personale.
Rimaniamo sempre nell’ambito di 4,1. Qui il ricordo delle memorie
ancestrali è infatti divenuto pretesto per convalidare quel nuovo tipo di
16
SUET. Aug. 31,4.
FREUD 1929 (1978), 562. In realtà Freud si sofferma sulle estreme conseguenze
della sua fantasia, che condurrebbe all’assurdo della sovrapposizione di edifici diversi nel
medesimo spazio, mentre per la nostra mente solo la giustapposizione è possibile. (563).
18
SPENCER 2001, 260.
17
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poesia antiquaria e eziologica al quale Properzio intende dedicarsi; il
successo del poeta, che sta correndo sulla bocca di tutti in forma di
slogan orecchiabile, che l’Umbria è divenuta la patria del Callimaco romano (Vmbria Romani patria Callimachi), ben ponderato nella struttura e
nel riscontro delle clausulae, determina il ricordo delle mura della città
natale che salgono dalla vallata come emblema e metafora dell’ingenium
del poeta
scandentis quisquis cernit de vallibus arces,
ingenio muros aestimet ille meo! (vv. 65-66).
Ma la struttura a dittico dell’elegia fa sì che questo ricordo personale si rifletta, in termini dettagliati, nelle parole di un estraneo, l’astrologo Horos, che si esibisce nella sua arte dimostrando di ben conoscere
la vita del poeta (mentior? an patriae tangitur ora tuae?) in modo da
garantire l’esattezza del presagio. Se dunque il complesso dei vv. 121134 non sono per statuto formale esposizione autobiografica, il distico
dei vv. 125-126
scandentisque Asis consurgit vertice murus,
murus ab ingenio notior ille tuo
ripropone l’immagine della città natale in forma sostanzialmente identica a quella dei citati vv. 65-66, con il profilo delle mura che si arrampicano sulla collina, che l’epanalessi enfatizza nel loro ruolo simbolico.
Con uno scarto, che dobbiamo rilevare, perché, se Properzio istruisce il
confronto tra altezza delle mura e il suo ingenium, Horos deduce dalla
notorietà del poeta la maggior fama del luogo 19.
Potremmo a questo punto dire di aver attinto, grazie alle voci concordi di Properzio e di Horos, ad un primo frammento di autenticità
memoriale, rappresentato in formato visuale dalle mura che accompagnano il profilo ascendente delle colline; tale immagine parrebbe risultare convalidata da un testo lontano un decennio, se non più nel tempo, come quella che chiude il monobiblos: qui la fertile pianura umbra,
19
HUTCHINSON 2006, 82 atetizza i vv. 125-126 sulla scorta dell’edizione di Richmond
(1928); pure il tono « too lavishly deferential » di Horos potrebbe essere intenzionale per
la definizione della etopea del personaggio orientale, oppure una sottile forma di autoironia con cui Properzio induce un altro a parlare della sua fama. Appare in ogni modo
oscuro il motivo di una interpolazione ‘patriotic’ addotto dal commentatore dopo quanto
dichiarato dalla voce stessa di Properzio ai vv. 65-66.
236
CARLO SANTINI
prossima al confine etrusco, è detta sottostare (supposito campo), evidentemente ad un’altura che la domini, che possiamo ricuperare senza troppa difficoltà nel vertex di 4,1,125.
Tuttavia qualcosa manca alla completezza del ricordo di Properzio;
le parole singolarmente dettagliate di Horos aggiungono quanto, nel
contesto di 4,1, Properzio non ha avuto la forza di rievocare in prima
persona: il fantasma inquietante degli ossa patris raccolti (v. 127 legisti ...
legenda, dove il poliptoto enfatizza nell’iterazione del gesto la fine precoce) per un funerale immaturo, e quello minaccioso della pertica dell’agrimensore, personificata nel suo ruolo di strumento di computo dei
rura da confiscare; ultima scena del racconto di Horos è quella che
rievoca un altro rito inconsueto, quello che vede Properzio assumere la
toga libera davanti alla madre (v. 131). Nella memoria di Properzio, per
altro, la terra umbra non compare quindi solo come spazio verticale
delle mura assurte a simbolo di gloria poetica, ma anche come dimensione orizzontale, archetipo della terra su cui giace il defunto, così come
dei possessi fondiari che sono stati espropriati alla sua famiglia. Queste
immagini di sconfitta rappresentano altresì il lato oscuro dell’esistenza
di Properzio, quale affiora per via di scorcio dalla sfragivò che conclude
il primo libro. Properzio ha dovuto fare precocemente i conti con l’accumularsi sul capo di vicende troppo drammatiche per potere o volere
andare oltre quello che tutti ricordavano come il tempo della Romana
Discordia, una prosopopea 20 che dà corporeità al prevalere delle forze
distruttive, lasciando intendere, con una mediata eppure intensa allusione, che il bellum Perusinum è stato il dramma che ha coinvolto la sua
stirpe. Il tono si innalza emotivamente per l’intervento di una parentesi
di tre versi, che rompe il discorso di presentazione per rinnovare il
ricordo del dolore personale del poeta per la sorte del parente insepolto (1,22,6 sic mihi precipue ..., dolor), con l’apostrofe di vibrante rimprovero (ibid. 7-8 tu ... tu, in posizione marcata all’inizio di verso) alla pulvis
Etrusca che è sola a ricoprirlo 21.
Se nei due componimenti finali del primo libro vediamo prender
forma il ricordo di questo complesso di circostanze luttuose che Properzio focalizza nei proiecta membra di Gallo, le cui vicende sono richiamate
nel precedente epitaffio, sempre in dimensione orizzontale, dall’immagine degli ossa dispersi sui montibus Etruscis (1,21,9-10), il tempo del
20
HERTZBERG 1843, 79.
In merito alla pertinenza della chiamata in causa della pulvis al posto del solum
Etruscum, cfr. FEDELI 1980, 503.
21
LE INTERMITTENZE DEL TEMPO DELLA MEMORIA IN PROPERZIO
237
ricordo più personale e più diretto (morte del padre, ristrettezze economiche) qui non è ancora giunto a maturazione, e dovremo aspettare
l’ultimo dei libri della sua opera, per descrivere il quale Properzio non
sembra riuscire a parlare in prima persona, ricorrendo ad una figura
contraddittoria, ma complessivamente autorevole ed estremamente razionale 22 come l’astrologo.
4. Il tempo del ricordo di Properzio non sembra quindi procedere
con un flusso regolare e ininterrotto; nel rievocare la sua prima giovinezza una sorta di diaframma viene a interporsi, facendo affiorare in
modo desultorio un passato suscettibile di inficiare la soddisfazione intrinseca ogni qual volta si prenda atto del corso di un’esistenza toccata
dalla gloria. Che il tempo dei ricordi scorra a strappi, costruendosi a
partire da situazioni di presunta inconsapevolezza, se non di forte contraddizione, è un’osservazione che trova conferma nel versante dei simboli dell’elegia 3,23, dove è dato conto della perdita delle vecchie tavolette cerate di Properzio. L’elegia – è stato detto autorevolmente 23 – è
già di per se stessa un retablo di simboli, annuncianti tanto la fine della
relazione con Cinzia, quanto il venir meno dell’abituale stile della elegia
d’amore, in vista dei prossimi approdi eziologici. Properzio dice che le
tavolette sono divenute tanto celebri per la loro appartenenza al poeta
praeceptor amoris, da sortire gli stessi successi anche in sua assenza, come
sta ad indicare l’insistito sine me ripetuto in cesura nel distico (3,23,5-6).
Eppure i testi in esse contenuti, pur alludendo a siffatto ruolo, singolarmente, non riportano le sue parole, ma quelle della partner, che immaginiamo Cinzia, ma una Cinzia alienata e ormai inclusa tra le puellae; lo
scarto dell’« elegante finzione » 24 parrebbe altresì un accenno ai limiti della memoria incapace di tornare a gestire quel tanto di unico e irripetibile che c’è stato nella relazione tra i due amanti, visto che il poeta stesso
sembra ora incapace di ripristinarlo, nonostante la mimesi di una situazione del tutto convenzionale quale può essere l’invio di messaggi d’amore (et quaecumque volens reperit non stulta puella); bisognerà aspettare l’apparizione notturna di Cinzia morta perché i conti alla fine quadrino.
5. Per recuperare le fila di esordio di siffatte presenze e interruzioni memoriali, abbiamo ancora una volta a disposizione la voce ‘esterna’
22
23
24
HUTCHINSON 2006, 60.
FEDELI 1985, 661.
FEDELI 1985, 666.
238
CARLO SANTINI
di Horos che trasforma il ricordo in profezia. Vediamo quindi venirci
incontro il ricordo, già menzionato, della iniziazione di Properzio nella
società romana, associata al passaggio alla toga virilis e contestualmente
quello della iniziazione poetica (4,1, 133-134 tum tibi pauca suo de carmine dictat Apollo / et vetat insano verba tonare Foro). L’intervento del dio,
quale figura maschile, pare appositamente destinato a surrogare, in
qualche misura, la presenza del padre morto in modo tanto più significativo, se si tiene conto dell’eccezionalità della cerimonia che avviene
ante deos matris. Il motivo sottostante alla scena è evidentemente antifrastico, e tale da giustificare le conclusioni di Horos sul ruolo esercitato da una puella nel farsi gioco della libertas raggiunta, sottoponendo il
giovane al « her brutal control » che mai gli riuscirà « to escape or to
reverse » 25, ma la discrepanza trae forza proprio dal parallelismo con la
consuetudine del mos patrius, visto che la concomitante iniziazione militare di ogni giovane romano si realizza invece, nel caso specifico, secondo il topos della militia amoris (4,1, 137-138 haec tua castra ... blandis
sub armis ... utilis hostis).
6. Se ora proviamo a confrontare quelle dichiarazioni di Horos,
che sono ricordi autobiografici degli anni della adulescentia del poeta in
forma mediata, con la gloria letteraria, così come ci viene proposta dalla voce di Properzio stesso in quello squarcio memoriale presente nell’elegia 3,15, che alcuni hanno ritenuto uno dei componimenti del poeta concepiti in una fase antica (e redatto invece più tardi) 26, possiamo
verificare alcune significative coincidenze. Nell’elegia Properzio costeggia
la tematica degli amori ancillari per riaffermare in conclusione il legame indissolubile nei confronti di Cinzia, ma può apparire sconcertante
che per raggiungere tale fine si consenta al lettore di gettare « a halfglimpse of Propertius’ life before he was Cynthia’s lover » 27. Si può accettare l’interpretazione che proprio la rimembranza di un amore della
prima gioventù, colto nel suo sapore di aspra immaturità, rappresenti
strategicamente il pegno per placare la gelosia di Cinzia. Contestuale al
rito di passaggio del cambio della veste, la prima esperienza d’amore è
dovuta all’iniziazione erotica di una donna, Licinna, il cui nome affiorerà solo alla fine di tale rievocazione, per non essere mai più menzionato nel corso dell’opera:
25
26
27
HUTCHINSON 2006, 84.
LA PENNA 1951, 155.
WILLIAMS 1968, 488.
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239
Vt mihi praetexti pudor est sublatus amictus
et data libertas noscere amoris iter,
illa rudis animos per noctes conscia primas
imbuit, heu nullis capta Lycinna datis!
(3,15,3-6).
Questo ritorno agli inizi, rievocato da Properzio stesso, e accompagnato da quello che sarà il connotato del suo stile di vita, improntato
alla libertas delle scelte e dei comportamenti (data libertas corrisponde
alla dizione di 4,1,132 libera sumpta toga), mostra che i ricordi di Properzio hanno dragato qualche cosa di non irrilevante. Tale è infatti,
tanto da essere menzionato a Cinzia e non solo superficialmente, a
conferma della constatazione cuncta tuus sepelivit amor, ma come qualche cosa che dovrebbe aver lasciato il segno, come sta a rivelarci il
lungo apparato mitologico sulle sofferenze di Anfione e la punizione
di Dirce.
In effetti le intermittenze della memoria tornano ad operare in
modo da contrastare, come vedremo, con il modello canonizzato della
domina, lasciando affiorare il profilo di una figuretta, che apparirà dal
contesto essere quello di una semplice ancella. Pur mantenendosi costei
in condizione di subalternità, il suo ricordo sorge a sfidare quello della
Protagonista per eccellenza, come mi sembra dimostri un’articolata e
pressante serie di riscontri con l’attacco di quella che è sicuramente la
più nota di tutte le elegie di Properzio per la sua collocazione incipitaria nel monobiblos, tanto da rappresentare l’archetipo di ogni memoria
d’amore di Properzio.
Vorrei precisare qui, seppure ce ne fosse bisogno, che i ricordi di
Properzio, pur in apparenza autobiografici, sono comunque letterari.
Quale che sia l’età di composizione della 3,15, è ben evidente che 1,1
ne è comunque il presupposto, anzi proprio perché l’esperienza di Licinna precorre nel tempo quella di Cinzia, essa ritorna sul piano memoriale costruendosi un proprio spazio in collocazione antifrastica rispetto a quella. L’onomastico, che rivela forse un riflesso etimologico
apollineo per coincidenza fonica con l’epiteto Luvkeioò 28, entra in scena,
come si è detto, in modo circospetto e dimesso, occultato come è, prima, da un generico illa a 3,15,5, per essere poi svelato solo nel secondo
emistichio del pentametro successivo; tutto il contrario di quanto avviene a 1,1,1, dove Cynthia campeggia enfatica come incipit e probabile
titolo del volumen.
28
Epiteto di Apollo sia in quanto lukoktovnoò, sia in quanto dio della Licia.
240
CARLO SANTINI
Vari altri segni di potenziale confronto concorrono a rafforzare l’impressione che entrambe le elegie facciano riferimento a ricordi di una
situazione affine, di iniziazione amorosa, ma filtrati in tempi e condizioni diverse, e soprattutto con attori di differente temperamento; a 3,15,5
per noctes primas mette a fuoco le prime notti d’amore di un ragazzo
inesperto, rispetto al ruolo di protagonista entro il quale Cynthia prima si
muove per esercitare il suo dominio. Il confronto si sgrana pertanto su
motivi comuni, seppure deformati o capovolti, come quello della cattura,
quando al posto di colei che cepit suis ocellis (1,1,1) entra in gioco, quale
elemento destrutturante, la passività di Licinna capta nullis datis (3,15,6),
per non parlare delle tecniche dell’eros, dove la sofisticata operazione di
ammaliamento (1,1,5 docuit castas odisse puellas) verso chi non era stato
mai toccato dall’amore (1,1,2 contactum nullis ante Cupidinibus) si riduce là
a modesto lavoro di ammaestramento (3,15, 5-6 imbuit ... rudis animos).
Resta infine a concludere questo catalogo contrastivo di ricordi di due
facies archetipiche del ‘primo amore’ la definizione dei limiti cronologici
di una relazione, ancora aperta da meno di un anno, quella con Cinzia,
con tutto il suo portato di virulento furor (1,1,7 et mihi iam toto furor hic
non deficit anno), mentre quella con Licinna è definitivamente chiusa da
quasi tre anni, e di essa non resta che il ricordo di qualche parola a
mala pena scambiata successivamente (3,15, 7-8 tertius (haud multo minus
est) cum ducitur annus / vix memini nobis verba coisse decem).
7. Pur dinnanzi a tanta sproporzione, resta del personaggio di Licinna una dote non integrabile nel profilo di Cinzia, anzi tale da suggerire una vibrata esclamazione del v. 6 heu nullis ... datis!, che serve a
mettere in campo un’antitesi più corposa con la Prima Donna. Quanto
invece emerge dal ricordo dei suoi amori dell’adolescenza è lo stile di
sottomissione, di innocenza e di ingenuità tipico della ancella, tutte doti
fatte apposta per collocarla agli antipodi di Cinzia, la domina indiscussa.
E che apre un dossier interminabile di ricordi di situazioni, al centro
del quale stanno le reciproche contestazioni di slealtà e di perfidia.
Nel ricordare a Tullo l’esempio di Milanione, che nessuna fatica si è
risparmiato (nullos fugiendo labores), pur di vincere la resistenza di Atalanta, in quello squarcio mitico che risulta essere il primo, citato in guisa
di far trasparire la condizione del poeta, Properzio sembra in parte aver
contaminato 29 (v. 15 velocem puellam) la redazione arcadica del racconto,
29
92-97.
FEDELI 1980, 71. Sulle due versioni cfr. V. WILAMOWITZ-MOELLENDORFF 1925 (1971),
LE INTERMITTENZE DEL TEMPO DELLA MEMORIA IN PROPERZIO
241
da lui prevalentemente seguita e secondo la quale l’innamorato coopera
con Atalanta nelle operazioni di caccia, con quella beotica, incentrata
sulla gara di corsa e sul lancio dell’aureum malum divenuto celebre per
la chiusa di un carme di Catullo. La passione per l’oggetto d’oro avrebbe significato un riferimento alla venalità della bella etera che sarebbe
apparso sconveniente nella elegia proemiale. Esso fa però già la sua
comparsa nella successiva, dove a 1,2,25 Properzio, nel dichiarare non
ego nunc vereor ne sim tibi vilior istis, ammette di temere il confronto con
i ricchi amanti che coprono Cinzia di gemme 30; il ricordo della pudica
integrità delle eroine del mito si incrina bruscamente nel trapasso dalla
rêverie alla realtà, come si incarica di rivelare il nunc del testo 31.
Abbiamo già segnalato la tendenza di Properzio a evitare l’uniformità continuativa dell’evocazione memoriale; il ricordo procede per brusche inversioni di rotta, collocando i due amanti in situazioni di ambiguità reciproca e talvolta di inconsapevolezza. Alcune elegie, proprio in
conseguenza di tali spezzature, mettono in luce il problema dell’unità
dei singoli componimenti, anche se non è sempre facile determinare da
un gruppo di versi se possiedano una conclusa autosufficienza tematica,
tanto più quando si assiste alle repentine inversioni che valgono a conferire una modellazione mimetica alla messa in scena del racconto 32. Su
due movimenti che vanno in senso opposto è appunto costruita l’elegia
1,8, un vero dittico della cui unità si discute: nella prima parte, avvalendosi delle movenze dello scetliasmovò 33, Properzio compiange Cinzia per
il pericoloso viaggio che ha intenzione di fare in Illiria al seguito di un
amante evidentemente facoltoso, mentre nella seconda parte, che potrebbe essere anche l’inizio di una nuova elegia, la rinuncia a partire
della donna (v. 27 hic erit! hic iurata manet!), che viene rappresentata
come aliena ad ogni pulsione di avidità, si configura inaspettata e repentina
quamvis magna daret, quamvis maiora daturus,
non tamen illa meos fugit avara sinus (vv. 37-38).
Anche in questo frangente ci muoviamo tra due ricordi contrapposti
tra i quali è difficile scegliere. Sarei propenso a credere, per inciso, che
30
31
32
33
sione.
Sull’insofferenza di Properzio nei confronti del pretium cfr. SCIVOLETTO 1981, 34-36.
LEO 1902 (1960), II 32.
BOUCHER 1965, 36-37.
CAIRNS 1972, 127 sgg. sulla tecnica retorica in presenza di procedimenti di inver-
242
CARLO SANTINI
questa ambiguità sia una delle eredità della raffinata etopea di alcuni
personaggi della commedia nuova trasmessa all’elegia romana; la novità
di Properzio, se è tale, consisterebbe nell’aver affiancato all’h\+oò di Cinzia, scisso irrimediabilmente da pulsioni alternative, il suo, fin troppo
affine nel perseguire gli stessi comportamenti.
In siffatto sistema, il recupero di situazioni, in cui proprio il sonno e
il sogno creano le condizioni per uno scarto con la realtà, merita un’analisi ravvicinata. Mi riferisco al confronto tra 1,3 e 2, 29b, e cioè i vv. 2342 della seconda parte della elegia degli Amorini, che costituiscono presumibilmente un’elegia a parte 34. Motivo comune a entrambi i componimenti è quello del ricordo di Cinzia dormiente; questo ricordo implica
un arco di tempo scandito dall’irruzione sulla scena di un Properzio,
tanto goffo quanto sospettoso, e dal risveglio dell’amante. 1,3 prende
l’abbrivo dal motivo epigrammatico della (tentata) violenza dell’amante
sulla donna dormiente 35 (e questo spiega la raffigurazione di Properzio
che trascina i piedi come un ebbro kwmasthvò nel cuore della notte: 1,3,910 ebria cum multo traherem vestigia Baccho, / et quaterent sera nocte facem
pueri), mentre 2,29b si apre con la luce del mattino (v. 23 mane erat);
non vorrei tuttavia omettere dall’orizzonte del discorso l’esordio di 2,29a
dal quale sortisce l’immagine di Properzio che vive la notte precedente
nella condizione di irrequietezza del bevitore (hesterna ... cum potus nocte
vagarer), e che si concretizza nell’incubo della cattura da parte degli
Amorini come schiavo fuggiasco. Presumibilmente 29a e 29b, pur autonome e distinte, gravitano semanticamente l’una intorno all’altra nel
riproporre, dopo l’incubo dei fugitivarii, la stessa situazione di 1,3 (enfatizzata qui dall’anafora che articola i due secondi emistichi dei vv. 2324: si sola quiesceret illa – Cynthia sola fuit) che rivela l’eco lontano del
motivo omerico della fedeltà di Penelope 36.
La bellissima parte dell’elegia 1,3 riservata al ricordo del sonno di
Cinzia induce Properzio a fermarsi e a desistere dai suoi progetti, per
fissare la donna con occhi assorbiti dalla scena (v. 19 sed sic intentis
haerebam fixus ocellis) quasi non la avesse mai vista sotto tale aspetto. Si
introduce pertanto una realtà ‘altra’, alternativa alla quotidianità, che la
trasfigura, sublimando Cinzia come personaggio mitico, tutto chiuso in
se stesso e tanto impenetrabile, che i doni offertile dal poeta non riescono a coinvolgerla
34
35
FEDELI 2005, 832-833.
Motivo poi sviluppato da Ovidio negli episodi di tentata seduzione notturna dei
Fasti.
36
FEDELI 2005, 833.
LE INTERMITTENZE DEL TEMPO DELLA MEMORIA IN PROPERZIO
243
nunc furtiva cavis poma dabam manibus;
omnia quae ingrato largibar munera somno,
munera de prono saepe voluta sinu (vv. 24-26).
Il pomo, simbolico pegno d’amore della tradizione letteraria, richiamata da Teocrito (3,10: hjnivde toi devka ma=la fevrw) e da Catullo (65,19
sgg. ut missum sponsi furtivo munere malum e.q.s.) fa qui la sua comparsa
solo per essere inconsapevolmente respinto.
In 1,3, dopo i paragoni mitici con Arianna e Andromeda, innocenti
e sventurate, la terza figura della comparazione, quella della Baccante
(Edonis) spossata, sta a rivelarci qualche cosa che non quadra nella mente di Properzio, increspando con la klimax la placidità delle scenografie 37. Di fronte alla perfetta linearità della scena del sonno di Cinzia,
gelosia e fobia ossessiva stanno tutte e due solo dalla parte di Properzio, che immagina dietro quel sonno qualche incubo (v. 29 ne qua tibi
insolitos portarent visa timores), subito precisato dal pensiero della violenza
per mano altrui (v. 30 neve quis invitam cogeret esse suam); si apre lo spiraglio per una fantasia artificiale da amante geloso che sarà proprio il sermoncino di Cinzia, finalmente sveglia, a depotenziare e a irridere 38.
Più tese e taglienti sono invece le parole di Cinzia a 2,29b,31, che
non esita a bollare il partner come speculator amicae, invitandolo ad osservare come la quiete del letto escluda i signa del rapporto erotico
consumato (2,29b,36 volutantis iacuisse duos). Nel verismo di questo e di
altri segni del testo 39, prende di nuovo corpo l’ossessione di Properzio,
ma anche qui il sospetto dell’infedeltà viene a dissolversi nel ricordo
che Cinzia non è mai parsa tanto bella come adesso: obstipui, non illa
mihi formosior umquam visa; la memoria della autoscopia di un momento
di sublimazione di Cinzia si dissocia da quella delle pur tanto sovente
conclamate infedeltà del cahier de doléances di Properzio.
8. Il richiamo alla dimensione onirica come punto di raccolta dei
ricordi delle menzogne dell’amante viene esperito in un’altra elegia,
dove, nonostante tutto, Cinzia risulta ancora vincente. A me sembra che
la scelta 40 di riconsiderare l’unità di 2,26, con la proposta di valutare il
testo dei vv. 1-20 come un’elegia in sé conclusa, abbia molto contribuito
37
38
39
40
DIMUNDO 1994, 133.
JANAN 2001, 107.
FEDELI 2005, 837-839.
FEDELI 2005, 734-736.
244
CARLO SANTINI
non solo a far chiarezza, separando il tema del sogno dalle altre due
sezioni, ad esso irriducibili, ma anche a porre in luce la superba e singolare bellezza di questo componimento, che delinea quella poetologia
onirica che renderà celebre la 4,7. Properzio, senza rinunciare a filtrare
tramite il Vidi incipitario il significato di un’esperienza autoptica vissuta
in somnis, esordisce ex abrupto parlando di un naufragio e allestendo in
modo succinto la scena con il generico accenno alla fracta carina, per
concentrarsi sull’immagine di Cinzia che, pur nuotando sfinita (lassas
manus), e quindi in affanno, anche per l’incapacità di tenere alto il capo
per la chioma imbevuta di acqua (nec iam umore gravis tollere posse comas),
trova, troverebbe, nondimeno, modo di confessare tutte le menzogne
perpetrate nei confronti dell’amante (v. 3 et quaecumque in me fueras mentita fateri). Alla marcata staticità del quadro, dove a scorrere sono solo le
parole della confessione, contribuisce anche l’atteggiamento di passività
di Properzio; non sappiamo dove stia in scena, ma è lì senza altro, e
prossimo, perché riesce a intendere la confessione di Cinzia e l’invocazione del suo nome (v. 12 saepe meum nomen iam peritura vocas); solo al
v. 19 lo vediamo finalmente dentro la scena in atteggiamento partecipato seppure esitante (conabar), mentre si appresta a lanciarsi in acqua
summo ... saxo. Troppo tardi perché « il metus, che sin dall’inizio si è impadronito di Properzio [...] prende definitivamente il sopravvento nel
v. 20, dove non a caso costituisce la parola conclusiva dell’elegia » 41; non
sarà Properzio a salvare Cinzia, ma il mito. Non solo perché dietro la
rituale affabulazione di paradigmi mitologici si nasconde la vittoria sulla
morte e il presupposto per l’immortalità (il nome che passa al luogo; il
soccorso degli dèi marini; la metamorfosi in divinità del mare), ma perché il protagonista della salvezza nel caso specifico è quel mitico delfino
che la memoria comune (puto) ricorda nel suo ruolo di salvatore del
poeta Arione:
Sed tibi subsidio delphinum currere vidi,
qui, puto, Arioniam vexerat ante lyram (2,26,17).
Che proprio un protagonista del mito compaia in questa circostanza
dinnanzi agli occhi di Properzio (il vidi che chiude il v. 17 riassume la
trama onirica del precedente, omologo segno incipitario) attesterebbe
qui che il tempo della memoria è scaduto. Salvare Cinzia, salvare la
memoria del loro amore (e delle reciproche infedeltà) non è infatti più
41
FEDELI 2005, 745.
LE INTERMITTENZE DEL TEMPO DELLA MEMORIA IN PROPERZIO
245
opera di Properzio, che può svegliarsi improvvisamente dal sogno, perché sarà ormai un altro, nella sua possente e canonizzata valenza simbolica, a farsene carico 42; il tempo della memoria di Cinzia non è più
affare suo, divenuta come è un’altra, e davvero immortale in virtù della
poesia che la celebra.
Nella scena più drammatica del tentativo di recuperare il tempo
trascorso, quale possiamo considerare la 4,7, nel confronto di Properzio
con Cinzia morta, al poeta non spetta, come per altro in genere nelle
elegie che prefigurano un contrasto, la parte dell’amante galante e leale: o utinam talis producas, improbe, noctes si lamenta Cinzia a 1,3,39; me
similem vestris moribus esse putas? inveisce a 2,29b, 32; perfide, nec cuiquam
melior sperande puellae risuona, più violento, l’insulto nel linguaggio degli
amanti a 4,7,13.
Infedele, passivo, tanto pronto a dimenticare la relazione, ora che
Cinzia è morta, così ci appare Properzio. L’eidölon della defunta, prima
di comunicargli imperiosamente i mandata da eseguire, non sa trattenersi:
Iamne tibi exciderant ...
rievocando i loro acrobatici furta notturni, nella convinta determinazione che il lungo regno esercitato sui suoi libri (4,7,50 longa mea in libris
regna fuere tuis) la autorizzino ora a chiedere che vadano bruciati
et quoscumque meo fecisti nomine versus,
ure mihi, laudes desine habere meas! (vv. 77-78).
Cinzia rivendica il possesso dei propri ricordi che solo a lei sembrano competere, come ben evidenzia il triplice poliptoto meo – mihi –
meas. In cambio dell’intera opera poetica, Properzio dovrà accontentarsi
di scrivere quello che Cinzia considera un carmen dignum me, quel tradizionale epigramma funebre, il cui testo è per altro lei stessa a dettargli.
Properzio non ha motivo di uscire soddisfatto di sé da questo teatro
della memoria che lui stesso ha contribuito ad allestire; il tempo ritrovato, che dovrebbe diffondere consolazione su di lui nella misura in cui
ne riflette l’immagine nella sua integrità è invece irrimediabilmente scisso in momenti contraddittori, tanto più dopo la 4.7, dove la parola di
42
Non condivisibili alcuni passaggi della pur accorta esegesi di HOLLEMAN 1970,
179-180, che valuta il motivo del sogno come una sorta di diaframma (« from a poetical
distance ») che separa il poeta dalla sua esperienza.
246
CARLO SANTINI
Cinzia morta « ambushes the elegy-reading audience by revealing that
‘everything you know is wrong’ » 43. Alla luce di tutto ciò, ben più profondo appare il significato della dichiarazione di Horos sui successi letterari 44 ancora una volta 45 resi vani dall’opera di un’unica donna:
Nam tibi victrices quascumque labore parasti,
eludit palmas una puella tuas (4,1, 139-140).
9. Se i tempi del ricordo di Properzio propongono il corso di
un’esistenza sub duro sidere, come si apre l’invocazione a Tullo, invitato,
secondo il topos del sis memor 46, a ricordare l’amico (1,6,35 tum tibi si
qua mei veniet non immemor hora), per procedere fino alla prefigurazione
di Horos 47, che richiama la relazione tra i due amanti, identificandola
con la scena del condannato trascinato al supplizio con la furca (4,1,141142 et bene cum fixum mento discusseris uncum, / nil erit hoc: rostro te premet
ansa tuo), siamo ormai giunti al momento giusto per chiederci se esista
per Properzio un tempo della memoria che sia per lui sinonimo di
gratificazione.
A me pare si possa rispondere affermativamente, a patto di seguire
la parola di Properzio stesso oltre le ossessioni costanti della gelosia e
della infedeltà, quando, nell’intento di anticipare il futuro, si espande
con l’immaginazione al di là della sua esperienza esistenziale, prefigurandosi reificato nella breve epigrafe che corrisponderà al ricordo di se
stesso
quandocumque igitur vitam mea fata reposcent
et breve in exiguo marmore nomen ero (2,1,71-72).
In particolare, tra le varie occorrenze di questo motivo, varrà la pena
soffermarsi su 2,13b, con l’elenco delle disposizioni funebri che Proper-
43
JANAN 2001, 107.
Sul concetto di elegia come « poème trompeur » che emerge dalle ambiguità di
4.1, cfr. DEREMETZ 1995, 317-328.
45
Sulla oscillazione tra presente (eludit) e futuro (eludet) nella tradizione manoscritta,
cfr. l’apparato critico di FEDELI 19942 ad l.
46
CAIRNS 1972, 15.
47
Mentre qui Properzio / Horos esprime in forma di un simbolo espressivamente
romano la sofferenza protratta del ricordo d’amore, Teocrito si avvale a 23,60 di un
altro simbolo del ricordo, la statua di marmo che, crollando addosso all’indifferente, lo
uccide.
44
LE INTERMITTENZE DEL TEMPO DELLA MEMORIA IN PROPERZIO
247
zio affida a Cinzia, elenco che sotto più di un aspetto rappresenta
un’alternativa a quella che sarà la 4,7. La Priamel dei vv. 18-26 sceglie
come strategia enumerativa il modulo minimalista della tapeivnwsiò, attraverso il quale si realizza lo shock di inversione rispetto al mos patrius,
che trova il suo culmine nella pompa dei tres libelli
sat mea, sat magna est, si tres sint pompa libelli
quos ego Persephonae maxima dona feram (vv. 25-26),
Di questi tre libretti, invece, il poeta rivendica orgogliosamente l’appartenenza alla sfera dell’ego, come evidenzia la costruita sequenza di
pronomi e aggettivi possessivi mea ... mihi ... mihi ... mea ... ego.
Tanto 2,13b quanto 4,7 rappresentano pertanto due modi alternativi
e speculari per delineare nell’immaginato futuro o nel reale presente il
ricordo del/della partner. In entrambe le circostanze Properzio sembra
perfettamente consapevole del fatto che ogni tentativo di procedere oltre il livello mentale del ricordo si rivelerà infruttuoso, perché né le
ossa ridotte in polvere del poeta potranno rispondere al richiamo di
Cinzia (2,13b,58 nam mea qui poterunt ossa minuta loqui?), né il tentativo
di abbracciare l’ombra della donna morta sortisce l’effetto ricercato
(4,7,96 inter complexus excidit umbra meos).
E tuttavia Properzio è ansioso di ricordare se stesso, sfuggendo all’ineluttabilità dell’oblio; la memoria si concretizza e al tempo stesso si
pietrifica nei lapides memores (2,13b,20) ovvero in quelle epigrafi in forma di epitaffio che, con la autorevolezza e la suntomiva di ogni scrittura
esposta, fanno la loro apparizione in più di una occasione nel corso
dell’opera 48; del resto, come abbiamo già visto, anche Cinzia non manca di chiedere che sia esposto un epitaffio che detta in sogno al poeta
(4,7,85-86). Esigenza pervasiva e compulsiva, la volontà di lasciare un
ricordo di sé corrisponde dunque ad una pulsione di sopravvivere in
qualche modo al nulla, donde l’insistenza nella scrittura di segni rapportabili alle ossa, alle ceneri, al sepolcro. In quella che è stata definita
« una meditazione sulla morte » 49, il cinis di Nestore è la vera immagine
che campeggia in piena visibilità e concretezza sulla scena dell’affabulazione mitica (2,13b,46 Nestoris est visus post tria saecla cinis), nonostante
tutte le considerazioni che si possono fare sull’opportunità di una lunga
esistenza (ibid. 45 nam quo tam dubiae servetur spiritus horae?). Anche nella
48
49
SANTINI 2002, 451 sgg.
LA PENNA 1977, 163.
248
CARLO SANTINI
luttuosa storia di un naufragio raccontata a 3,7, il supremo desiderio di
Paetus coincide con la speranza che il suo corpo d’annegato sia trascinato verso le rive italiche, perché la madre possa riaverlo: hoc de me sat
erit, si modo matris erit (3,7,64), ed è significativa coincidenza di lessico e
di stile che anche questa ignota vittima del mare faccia leva come elemento di consolazione sul sat erit del poeta all’apice della fama.
Properzio, che già nella chiusa di 1,1 introduce la dinamica didascalica del referre verba, da intendersi sostanzialmente come ‘in memoriam
revocare’ 50, vuole essere ricordato sia da vivo da parte dell’amico lontano (1,7,35 tum tibi si qua mei veniet non immemor hora), sia da morto,
come nel richiamo a Cinzia (2,13b,39 memento), quando le ceneri del
rogo raccolte nella parvula testa rappresentano dignitosamente l’esito di
un percorso, quella che Orazio definirà l’ultima linea rerum, ma pur sempre linea che nobilita i ricordi di gesti e comportamenti per quanto
valsero. Proprio le ragioni che hanno indotto Cornelia a chiedere che i
suoi ossa siano portati tra gli avi honorati rappresentano dunque il più
valido dei motivi perché questa elegia concluda l’intera opera di Properzio.
50
FEDELI 1980, 88.
LE INTERMITTENZE DEL TEMPO DELLA MEMORIA IN PROPERZIO
249
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250
CARLO SANTINI
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LE INTERMITTENZE DEL TEMPO DELLA MEMORIA IN PROPERZIO
JESPER SVENBRO
PROPERTIUS
FELÖVERSATT
Det var först helt klart att det inte var hon –
med ett kallt konstaterande
sköt jag tanken ifrån mig
som om jag helst ville glömma den.
Men nu såg jag tydligt att det var Cynthia och ingen annan
som satt til höger om föraren
i den rödlackerade sportbilen ...
I sina solglasögon tycktes hon avsiktligt anonym.
Och det var inte i Piazza Venezias trafikkaos
som jag väntat mig att få se henne.
Jag letar en stund i mitt minne.
Det är ett år i mitten av sextiotalet –
en av de sista dagarna i april.
Också bilens förare har blänkande solglasögon:
jag föreställer mig att det måste vara den “specialist på Propertius”
som hon själv en gång nämmt
och som erbjudit henne att följa med
på en utflykt ner till Lanuvium –
för att titta på landskapet
kring Juno Sospitas tempel, som nämns i en dikt:
intill templet fanns i antiken en nedgång
till ett hål under klippan
där en svällande orm höll till ...
Den falliska symboliken besvärar mig.
Cynthias läppstift tycks mig plötsligt lika knallrött som bilen,
vars förare alltså är specialist på Propertius –
i ljus kostym, bilhandskar, slips.
Själv har jag inte ens körkort!
Han anses oerhört lovande
inom sitt speciella gebit, den romerska elegin.
Men för mig är han bara
ännu en karriärmedveten pedant,
en italienare med reservationslös beundran
för tysk filologisk metod.
Vad kann Cynthia ha sett hos honom?
Hennes sidenscarf fladdrar när de försvinner
på via dei Fori Imperiali ...
Här föreskriver originaldikten att jag ska gripas av svartsjuka
men i stället känner jag bara besvikelse.
Översättaren sitter övergiven,
alldeles ensam med dikten!
251
252
CARLO SANTINI
Här skulle han lika gärna kunna ge upp.
Och eftersom han inte är förblindad av svartsjuka
kan han inte heller mobilisera
den nästan övernaturliga beslutsamhet
som krävs för att bjuda hem
två prostituerade
och tillsammans med dem
“hämnas på Cynthia”. Vilket företag!
Jag tappar andan bara jag tänker på det.
Men här sitter jag ändå i diktens svagt upplysta rum,
det finns palmer och draperier,
det är stökigt som efter en fest,
jag hat troligen druckit mer vin än jag borde,
medan Phyllis och Teia
– det är namnen de har i dikten –
ligger halvnakna strax intill mig på sängen:
Phyllis reser sig, går tvärsöver golvet till grammofonen
för att byta bakgrundsmusik,
Teia klänger sig fast vid mig, välter omkull mig på rygg
och vill att jag ska kyssa henne på brösten ...
Men jag varken hör eller känner.
För min inre blick ser jag Cynthia
i den röda sportbilen på väg ner till Lanuvium.
Hon gestikulerar och skrattar.
“Specialisten” sitter självbelåten vid ratten
och kör i hög hastighet
via Appia nuova rakt söderut.
Parasollpinjer susar förbi ...
Då hör jag med ens en nyckel i ytterdörren.
Jag blir alldeles kall –
ögonblicket efteråt står Cynthia i rummet,
hennes silhuett tycks ofantlig,
bakom henne den starkt upplysta hallen.
Hon är högrest och rasande.
Först går hon till angrepp mot Phyllis och Teia,
sliter dem i håret, river dem blodiga
och låter dem halvklädda fly ...
När porten mot gatan slagit igen
hör man grannarna tala upprört i treppan.
Deras röster tystnar efter ett tag.
Kvarteret kan somna om ...
I lägenheten finns det alltså då bara vi,
Propertius’ svenske översättare och den unga kvinna
som oinskränkt skulle härska i elegin.
Vi står öga mot öga i natten.
LE INTERMITTENZE DEL TEMPO DELLA MEMORIA IN PROPERZIO
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En örfil, så ännu en ... Som svensk
har jag svårt att förstå hennes svartsjuka,
teatralisk, latinskt infantil ... Vad ger henne rätt
att ställa anspråk på mig?
Det är ju jag som är den bedragne!
Men nej! Hon bedrog mig aldrig, försäkrar hon
och visar mig en rad i en dikt
i boken på arbetsbordet.
Jag tror henne på hennes ord.
“Traduttore, traditore”, lägger hon till. Som om jag ...
Avväpnad finner jag mig i mitt straff:
att bädda med nya lakan i elegin.
Skön är hon. Blek. Hennes läppstift är borta.
Så sluter vi äntligen fred.
(riprodotta per cortese concessione dell’autore)
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CARLO SANTINI