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Edizione originale:
After Empire. Melancholia or Convivial Culture?
Copyright © 2004 Paul Gilroy
Prima edizione: 2004, Routledge, Taylor & Francis Group.
Copyright © 2006 Meltemi editore srl, Roma
Traduzione di René Capovin
È vietata la riproduzione, anche parziale,
con qualsiasi mezzo effettuata compresa la fotocopia,
anche a uso interno o didattico, non autorizzata.
Meltemi editore
via Merulana, 38 – 00185 Roma
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PAUL GILROY
DOPO
L’IMPERO
Melanconia
o cultura conviviale?
MELTEMI
A Marcus e Dora
e in memoria di
Rachel Corrie e Thomas Hurndall
Indice
p.
7
Prefazione
15
Ringraziamenti
17
Introduzione
Del vivere con la differenza
Parte prima
Il pianeta
55
Capitolo primo
La razza e il diritto di essere un umano
97
Capitolo secondo
Cosmopolitismi a confronto
Parte seconda
Albione
135
Capitolo terzo
“Has it Come to This?”
185
Capitolo quarto
La dialettica negativa della convivialità
231
Bibliografia
Prefazione
Prefazione
La reazione all’uscita di The future of Multhi-Ethnic Britain:
The Parekh Report, del 2000, è stata deprimente e profondamente sintomatica. L’indignazione del governo Blair si diresse
contro quello che giudicava essere un messaggio inaccettabile, cioè che la lingua e i simboli dell’inglesità e della britannicità avessero una tacita connotazione razziale, tale da renderli escludenti e sinonimi di whiteness. Osservando quell’angusto pseudo-dibattito da una distanza che mi garantiva un relativo disimpegno, rimasi divertito e sorpreso nello scoprire
una cosa di cui non mi ero accorto scorrendo l’indice, e cioè
che la tesi oggetto del contendere era corroborata citando un
mio precedente lavoro. La timida proposta affacciata nell’inchiesta aveva provocato più discussioni di quante gli autori
avessero potuto ragionevolmente prevedere. Perplesso di come delle indicazioni così ovvie avessero sollevato un tale
sconcerto, mi volsi a considerare un problema strettamente
connesso: quella reazione cosa rivelava delle condizioni del
paese, già dimostratosi molto restio a fare i conti con la spiacevole diagnosi di “razzismo istituzionale”, stilata ufficialmente da William MacPherson nel rapporto sull’uccisione di
Stephen Lawrence?
È impossibile sapere se i ministri dell’Interno laburisti Jack
Straw e David Blunkett avessero preso nota della folla fastidiosa che regolarmente intonava, nelle partite di calcio inglesi, il motivo di The Dambusters, un film imperdibile sulla seconda guerra mondiale che, prodotto per tenere alto l’umore
7
I’m waiting for the traffic lights to change.
Waiting not to be asked for change. Waiting for
this country to change.
MC Pitman, Waiting1
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Dopo l’Impero
Paul Gilroy
del popolo nel periodo tra la Corea e Suez, ritornò in auge
alla fine del secolo sotto forma di elogio postmoderno delle
virtù british – coraggio, caparbietà e gusto dell’essere controcorrente. Possiamo solo immaginare cosa devono aver provato, questi leader modernizzatori, quando hanno riconosciuto
quei medesimi tifosi impegnati a mimare i movimenti dei
bombardieri in picchiata sulla Germania durante la seconda
guerra mondiale per sganciare il loro carico di morte. Perché
mai questa generazione postbellica era così attratta dalla figura mitica di Richard Todd nel ruolo del tenente colonnello
Guy Gibson, col suo fedele cane “Negro” alle calcagna, mentre prepara gli eroi dello squadrone 617 ad andare e bombardare i crucchi? Mi chiesi se i tribuni del New Labour avessero
gli stessi miei contorcimenti al sentire quel termine inflazionato, “negro”, come parola in codice dei bombardieri per segnalare quando facevano centro su una postazione dei nazisti – e se avessero considerato che la rinnovata popolarità di
quel film richiamava forse l’attenzione sui problemi insiti nella cultura del nazionalismo britannico della fine del ventesimo secolo. Frustrato dalla loro indifferenza di fronte a tali
questioni, decisi di scrivere un altro libro sull’Inghilterra, nella
speranza che potesse gettare qualche luce su queste controversie e forse dotarli di qualche rudimento di storia cosmopolita, di cui patentemente erano privi. Pensai che questo fosse
un progetto che avrebbe beneficiato di una certa lontananza
dalle frustrazioni del vivere nel mio vecchio paese.
La validità dell’esercizio ebbe una conferma quando crollarono le torri di New York, e la Gran Bretagna di Blair, bellicista,
mossa da sacro fuoco e risolutamente churchilliana, si allineò
politicamente ai tratti peggiori e più retrivi dell’ultima avventura imperiale statunitense. Anche dopo questo ulteriore elemento di depressione, comunque, mi sembrò valesse la pena
annotare, soffermarmi e riflettere sul desiderio, nutrito da una
metà della nazione, di essere un paese diverso. Era emerso
un nuovo insieme di questioni che stimolavano una ridefinizione del rapporto della nazione col suo passato imperiale e
che alimentavano la speranza che quella storia coloniale, se-
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Prefazione
polta e rinnegata, potesse alla fine diventare utile come guida per un futuro multiculturale e ancora da scrivere, prefigurato da tutte le esperienze ordinarie di contatto, cooperazione e conflitto che avvengono a cavallo dei confini di razza,
cultura, identità ed etnia – e questo in barba alla loro presunta impermeabilità.
Quando ultimai il progetto, nell’estate del 2003, molti quotidiani britannici si occuparono, inaspettatamente, del tragico
caso di Ingrid Nicholls. Questa mamma inglese nera di 46 anni rischiava di subire l’amputazione della gamba. Fu catapultata tra le news per un secondo incidente, che si aggiunse al
trauma di sentirsi dire che era sul punto di perdere l’arto in
conseguenza di un problema avuto da piccola. La ferita aggiuntiva derivò dalla prospettiva di dover scegliere tra l’adattarsi a una protesi rosa, che non c’entrava niente col resto
del suo corpo, e il trovare 5.000 euro per pagarsi un arto
marrone, alla stregua di un paziente privato che non abbia
diritto alla copertura del Servizio sanitario nazionale. Invece
di una gamba artificiale che andasse bene, la locale Health
Authority le offriva assistenza psicologica.
L’istituzione disse che mancavano le risorse per pagare le
protesi adatte ai pazienti di colore. Ne nacque una controversia che attirò subito l’attenzione della nazione e fornì una misura della temperatura razziale del paese, dieci anni dopo
l’uccisione di Stephen Lawrence. Senza che nulla venisse detto apertamente, l’esperienza della signora Nicholls era diventata un potente simbolo delle difficoltà insite nel coltivare
una società multiculturale e nell’adattare un welfare sempre
più evanescente alle diverse esigenze di pazienti dai corpi
“multirazziali”. Tuttavia, il caso della signora Nicholls ebbe
larga risonanza perché delineò un adattamento più ampio e
doloroso: la graduale trasformazione della politica sanitaria
della Gran Bretagna in risposta alle esigenze di una popolazione residente nera il cui diritto all’inclusione, in un primo
tempo contestato, venne progressivamente concepito come
incontrovertibile. Una misura di questo grande cambiamento
venne fornita dal modo in cui fu descritto quel rifiuto vergo-
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Dopo l’Impero
Paul Gilroy
gnoso di un arto adatto – come un’offesa alla dignità della
persona. La storia di queste ferite sembrò di ordine diverso
rispetto alla solita zuppa melanconica: l’uccisione razzista, la
criminalizzazione della comunità nera, i misfatti di agenti di
polizia amici dei bianchi, saltuariamente ripresi da telecamere
nascoste ma di solito lasciati fuori campo. Questa non era la
solita storia. Non era un altro triste esempio in cui le verità
della divisione e della gerarchia razziale, già note e familiari
ma sempre negate e dimenticate, esplodono per produrre
shock, disgusto e un nuovo motivo per auto-flagellarsi.
Si fa fatica a immaginare un qualsiasi altro posto in cui una
doppia narrazione del genere – di differenza razziale riconosciuta e al contempo di dignità umana negata – avrebbe potuto conquistare una così ampia attenzione popolare. In
Gran Bretagna si è abituati a uscite sensazionalistiche sui
confini naturali della razza. I tabloid danno regolarmente un
ampio risalto agli svarioni nelle cliniche della fertilità e agli
arrivi inattesi, in famiglie urbane miste, di gemelli fenotipicamente differenti. Ma l’immagine della signora Nicholls, “inglese di nascita” e “di razza mista”, come veniva continuamente sottolineato, fu proposta e, se ben intuisco, interpretata, in maniera diversa. La sua storia diventò un commento
obliquo sui modi in cui il razzismo si è istituzionalizzato nella vita sociale britannica e una cifra della possibilità che la
ferita e l’offesa provocate dal razzismo potessero essere riconosciute e combattute. Si avvertì forte l’idea che quell’offesa
gratuita e profonda dei suoi sentimenti potesse essere riconosciuta come tale e vi si potesse quindi porre rimedio.
Certo, come la storia dell’anno precedente della disponibilità, mostrata dalla burocrazia, a ossequiare i desideri razzisti dei donatori di organi, cui era stato permesso di specificare le razze alle quali potevano essere dati i propri organi,
questa offesa era una tragedia che non sarebbe mai dovuta
capitare. Non poteva essere negata e fatta passare come una
cosa giusta. La questione, però, non finì lì. Un piccolo ma significativo atto pubblico di riparazione si tramutò spontaneamente in un atto informale di pedagogia antirazzista. Il
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Prefazione
paese giustamente ne fu imbarazzato, ma stavolta non girò
colpevolmente le spalle alla causa delle sue difficoltà. Al
contrario, parve abbracciare la signora Nicholls, che, come
poi venne fuori, avrebbe anche potuto non dover perdere la
sua gamba, grazie all’attenzione con cui l’aveva sempre curata. Certo, fu d’aiuto il fatto che la signora Nicholls non si
fosse tenuta le sue sventure per sé. Non era una straniera,
una rifugiata, una richiedente asilo. Il trattamento insensibile
che le fu riservato fu subito accolto come un problema di
umanità perché, forse, non sembrava direttamente legato ai
dibattiti politici sul “razzismo istituzionale”. Anche questa fu
una misura del significativo cambiamento sopravvenuto.
Proprio mentre la popolazione carceraria nera cresceva esponenzialmente e il totale delle morti sospette che vi si verificavano era in continuo aumento, questa fu una minuscola
ma autentica misura di una modernizzazione più organica e
opportuna delle cose che i neo laburisti avevano in mente
come parametri del nostro progresso. Nel suo piccolo, confermò la mia sensazione che la Gran Bretagna dovesse cercare di sfruttare meglio le grandi conquiste ottenute a livello di
società civile da una multicultura lontana dai riflettori, non
incardinata e non pianificata.
Se questo libro anticipò l’epifania della signora Nicholls, rappresenta anche la fioritura del mio controverso amore per
l’Inghilterra, qualcosa che accetto come una particolare afflizione generazionale e storica. Tratta i sentimenti contraddittori di attaccamento, pessimismo e speranza condensati nella
rappresentazione delle sue vicende. Le lezioni su cui questo
libro si è basato si svilupparono in un esilio volontario e furono plasmate dai lunghi inverni del New England, nonché da
molti brevi, dolorosi, esilaranti ritorni in quella patria che non
ero mai certo di aver avuto. I ragionamenti che seguono sono
stati sviluppati col sottofondo del ronzio digitale di Radio 4 e
Five Live, ascoltate su internet, col Private Eye e l’Observer
arrivati qualche giorno in ritardo e con gli scombussolamenti
delle news, che assumevano un senso diverso per via della
sfasatura rispetto all’ora locale.
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Dopo l’Impero
Paul Gilroy
Dopo l’Impero è stato costruito attraverso un denso dialogo
con il lavoro di Nitin Sawhney, Mike Skinner, Rico, M. J. Cole,
Pitman, Dynamite, Fallacy, Dennis Bovell, Norman Jay M.B.E.,
Rebel M.C., Eliza Carthy, Martin Carthy, e molto, molti altri attori outernational di quel multiculturalismo ordinario che ci
caratterizza e orienta le nostre speranze verso un paese migliore. Il libro prende in esame le condizioni di una multicultura ormai sotto assedio e la difende da chi la accusa di fallimento. Il discorso dei diritti umani è poi esaminato dal
punto di vista privilegiato della politica razziale. Il ragionamento scivola quindi verso le questioni della solidarietà cosmopolita e della responsabilità morale, che sono ora condannate da un antiumanismo a buon mercato e da fumose
politiche identitarie. L’ultima parte del libro cambia ancora
direzione per esplorare aspetti della cultura conviviale e
spontanea della Gran Bretagna, attribuendo un valore inedito alla sua abilità di convivere con la differenza senza diventare ansiosi, fobici o violenti.
Devo ora introdurre alcuni concetti fondamentali nell’economia del lavoro. Il primo è l’idea di “convivialità”. Uso questo
termine per riferirmi ai processi di coabitazione e interazione
che hanno fatto della multicultura un tratto ordinario della vita sociale nelle aree urbane inglesi così come nelle città postcoloniali del resto del pianeta. Nutro la speranza che l’interesse per gli effetti della convivialità decolli, in un momento
in cui il “multiculturalismo” precipita. Ciò non significa descrivere un azzeramento del razzismo o il trionfo della tolleranza.
Piuttosto, la convivialità propone un diverso contesto per i
vuoti rituali interpersonali del multiculturalismo, che, suggerisco, hanno cominciato ad assumere significati diversi con il
venir meno di investimenti forti in razze assolute o pure. La
convivialità ha un’altra virtù che la rende per me interessante
e utile per il progetto: introduce una certa distanza rispetto
alla categoria, davvero decisiva, di “identità”, dimostratasi
una risorsa piuttosto ambigua nelle analisi di razza, etnia e
politica. L’apertura radicale che tiene viva la convivialità fa
delle identità chiuse, fisse e reificate un non-sense, e sposta
1 “Sto aspettando che il semaforo cambi colore/che non mi sia chiesto di cambiare/che sia questo paese a cambiare” (N.d.T.).
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Prefazione
l’attenzione verso la sistematica imprevedibilità dei meccanismi di identificazione. Il libro si divide in due parti, pensate
come rappresentazioni della tensione tra cosmos e polis, angoli visuali globali e locali, mondiali e periferici. Se la convivialità aiuta a fissare il polo locale di questa esercitazione interpretativa, possiamo approcciare l’altro estremo attraverso
l’idea di “planetarietà”. Ho optato per questo concetto invece
che per il più familiare “globalizzazione” perché questi termini solitamente sovrapposti, “planetario” e “globale” – riferiti
più o meno ai medesimi tipi di fenomeni sociali – suonano in
modo piuttosto diverso. Planetario suggerisce contingenza e
movimento. Si attesta su una scala più piccola del globale,
che invece trasmette tutto il trionfalismo e l’auto-compiacimento degli universi imperiali in continua espansione.
Spero che queste scelte concettuali non appaiano eccentriche. Sono importanti per il tono complessivo e la direzione
del ragionamento che segue perché contribuiscono a condensare un senso differente dell’umano. L’indefettibile umanismo
che informa il mio ragionamento è autorizzato, contro le tendenze invalse, dalla critica della gerarchia razziale e delle forme di vita infraumane che essa crea. Uso un senso dell’umano derivato da un’esplicita opposizione morale e politica al
razzismo, volta a delineare un’umanità che sia in grado di far
saltare l’umanismo ancora influenzato dalla guerra fredda, liberale ed escludente che caratterizza gran parte del gergo dei
diritti umani. Infine, credo di dover dire che il movimento che
punta a un’estensione e a un consolidamento dei diritti umani sarebbe più forte e molto più credibile se potesse mostrare che il razzismo è qualcosa che va trattato come un problema storico e come un tratto dirompente della democrazia
contemporanea.