2006 numero 8 Dicembre

2014 numero 4 aprile
Email: [email protected]
Picciotti carissimi,vasamu li mani.
Giammai non mi conforto
nè mi voglio allegrare.
Le navi sono al porto
e vogliono collare.
Vassene la più gente
in terre d'oltremare.
Ed io, oimè lassa dolente!
Storia della letteratura Italiana di Francesco
De Sanctis 1870: 1° Capitolo I SICILIANI
Sotto Federico secondo l'Italia colta avea la sua
capitale in Palermo.
Tutti gli scrittori si chiamavano “siciliani”.
Cronache, trattati scrivevano in un latino già meno
rozzo, anzi ricercato e pretensioso, come si vede nel
Falcando.
I sentimenti e le idee nuove avevano la loro
espressione in quel romano rustico, fondo comune
di tutt'i dialetti e divenuto il parlare della gente
colta, il “volgare”, di tutt'i volgari moderni il più
simile al latino.
La lingua di Ciullo non è dialetto siciliano, ma già il
volgare, com'era usato in tutt'i trovatori italiani,
ancora barbaro, incerto e mescolato di elementi
locali, materia ancora greggia.
Vi si trova una forma poetica molto artificiosa e
musicale, con un gioco assai bene inteso di rime, e
grande ricchezza e spontaneità di forme e di
concetti.
Per giungere fin qui è stato necessario un lungo
periodo di elaborazione.
Ciullo è l'eco ancora plebea di quella vita nuova
svegliatasi in Europa al tempo delle Crociate, e che
avea avuta la sua espressione anche in Italia, e
massime nella normanna Sicilia.
Di quella vita un'espressione ancor semplice e
immediata, ma più nobile, più diretta e meno locale,
è nella romanza attribuita al re di Gerusalemme e
nel Lamento dell'amante del crociato, di Rinaldo
d'Aquino.
Sentimenti gentili e affettuosi sono qui espressi in
lingua schietta e di un pretto stampo italiano, con
semplicità e verità di stile, con melodia soave.
Cantato e accompagnato da istrumenti musicali,
questo “sonetto”, come lo chiama l'innamorata,
dovea fare la più grande impressione.
Come degg'io fare?
Vassene in altra contrata,
e nol mi manda a dire:
ed io rimango ingannata.
Tanti son li sospire
che mi fanno gran guerra
la notte con la dia;
nè in cielo nè in terra
non mi pare ch'io sia.
Il seguito della canzone è una tenera e naturale
mescolanza di preghiere e di lamenti, ora
raccomandando a Dio l'amato, ora dolendosi con la
croce:
La croce mi fa dolente,
e non mi val Deo pregare.
Oimè, croce pellegrina,
perchè m'hai così distrutta?
Oinzè lassa tapina!
ch'io ardo e incendo tutta.
Finisce così
Però ti prego, Dolcetto,
che sai la pena mia,
che me ne facci un sonetto
e mandilo in Soria:
ch'io non posso abentare
notte, nè dia:
in terra d'oltremare
ita è la vita mia.
La lezione è scorretta; pure, questa è già lingua
italiana, e molto sviluppata ne' suoi elementi
musicali e ne' suoi lineamenti essenziali.
Comincia così:
1
L'amante che prega e chiede amore, l'innamorata
che lamenta la lontananza dell'amato, o che teme di
essere abbandonata, le punture e le gioie dell'amore,
sono i temi semplici de' canti popolari, la prima
effusione del cuore messo in agitazione dall'amore.
E queste poesie, come le più semplici e spontanee,
sono anche le più affettuose e le più sincere.
Sono le prime impressioni, sentimenti giovani e
nuovi, poetici per sè stessi, non ancora analizzati e
raffinati.
Di tal natura è il Lamento dell'innamorato per la
partenza in Storia della sua amata, di Ruggerone da
Palermo, e il canto di Odo delle Colonne, da
Messina, dove l'innamorata con dolci lamenti
effonde la sua pena e la sua gelosia.
Eccone il principio:
Non ci è poeta di quel tempo, anche tra i meno
naturali, dove non trovi qualche esempio di questa
forma primitiva, elementare, a suon di natura, come
dice un poeta popolare, e com'è una prima e subita
impressione colta nella sua sincerità.
Ed è allora che la lingua esce così viva e propria e
musicale che serba una immortale freschezza, e la
diresti “pur mo' nata”, e fa contrasto con altre parti
ispide dello stesso canto.
Rozza assai è una canzone di Enzo re; ma chi ha
pazienza di leggerla, vi trova questa gemma:
Giorno non ho di posa,
come nel mare l'onda:
core, chè non ti smembri?
Esci di pene e dal corpo ti parte:
ch'assai val meglio un'ora
morir, che ognor penare.
Oi lassa innamorata,
contar vo' la mia vita,
e dire ogni fiata,
come l'amor m'invita,
ch'io son, senza peccata,
d 'assai pene guernita
per uno che amo e voglio,
e non aggio in mia baglia,
siccome avere io soglio;
però pato travaglia.
Ed or mi mena orgoglio,
lo cor mi fende e taglia.
Rozzissima è una canzone di Folco di Calabria,
poeta assai antico; ma nella fine trovi lo stesso
sentimento in una forma certo lontana da questa
perfezione, pur semplice e sincera:
Perzò meglio varria
morir in tutto in tutto,
ch'usar la vita mia
in pena ed in corrutto,
come uomo languente.
Oi lassa tapinella,
come l'amor m'ha prisa!
Come lo cor m'infella
quello che m'ha conquisa!
La sua persona bella
tolto m'ha gioco e risa,
ed hammi messa in pene
ed in tormento forte:
mai non credo aver bene,
se non m'accorre morte,
e spero, là che vene,
traggami d'esta sorte.
Nella canzone a stampa di Folcacchiero da Siena,
fredda e stentata, è pure qua e colà una certa grazia
nella nuda ingenuità di sentimenti che vengon fuori
nella loro crudità elementare. Udite questi versi:
E par ch'eo viva in noia della gente:
ogni uono m' è selvaggio:
non paiono li fiori
per me, com' già soleano,
e gli augei per amori
dolci versi faceano — agli albori.
Questi fenomeni amorosi sono a lui cosa nuova, che
lo empiono di maraviglia e lo commuovono e lo
interessano, senza ch'ei senta bisogno di svilupparli
o di abbellirli.
Narra, non rappresenta, e non descrive.
Non è ancora la storia, è la cronaca del suo cuore.
Però niente è in questi che per ingenuità e
spontaneità di forma e di sentimento uguagli il canto
di Rinaldo di Aquino o di Odo delle Colonne. Sono
due esempli notevoli di schietta e naturale poesia
popolare.
Lassa che mi dicia,
quando m'avìa in celato:
- Di te, o vita mia,
mi tegno più pagato,
che s'io avessi in balìa
lo mondo a signorato.
Sono sentimenti elementari e irriflessi, che sbuccian
fuori nella loro natia integrità senza immagini e
senza concetti.
2
Su segnalazione e collaborazione del nostro amico
e corrispondente Siculo-Torinese Renato Cesarò
Il
4 marzo scorso
abbiamo presentato il
libro di Enzo Barnabà
“Il Partigiano di Piazza
dei Martiri”
Quando,
nel 1988, Palermo onorò la memoria
dell’insigne messinese Giovanni Alfredo Cesareo,
con un interessantissimo convegno, ci fu qualcuno
che parafrasando una ben nota frase manzoniana,
sbottò dicendo: Ma chi era costui?
Orbene, tale eclettico personaggio, cui a Palermo è
stata intitolata una strada, fra Via Leopardi e Via
Nunzio Morello, emerito cattedratico, in qualità di
sommo docente di letteratura italiana, presidente
della Accademia Reale di scienze e lettere, nonché
membro del Consiglio Superiore della Pubblica
Istruzione, fu anche impegnato in politica da
senatore.
Molto ricca e variegata la sua produzione letteraria,
sia come autore di poesie, sia da finissimo critico
con interessanti e preziosi saggi sulla Scuola
Poetica Siciliana sotto gli Svevi, sulle origini del
genere poetico lirico in Italia e, ancora con i suoi
studi sull’Italia attraverso i Canti di Giacomo
Leopardi. E non finisce qui, perché è giusto
ricordare ulteriori titoli di opere importanti fra le
quali : “Critica militante”, “Saggio sull’arte
creativa” e “Colloqui con Dio”.
Fu anche autore di opere teatrali di vario genere,
infatti si va da “Francesca da Rimini” a “luisa
Sanfelice”, da “La Marta” a “La morta” e c’è pure
quella titolata “Mafia”. E come se non bastasse, tale
vulcanico letterato si dedicò anche alla traduzione
di classici dell’antichità greca e romana, per il
Teatro Greco di Siracusa, dove- alternando una
rappresentazione greca ad una latina- vennero
presentate varie opere, fra le quali “ Ifigenia in
Tauride”, “Satyricon” “Ippolito”.
Visse 76 anni essendo nato nel 1860, in coincidenza
con l’unità nazionale e asceso alla patria Celeste,
nel 1937. E’ un sempre vivo con l’enorme suo
bagaglio di immensa cultura, trasmessa a noi posteri
e merita un posto d’onore fra i letterati.
(Ediz.Infinito 2013)
ovvero Salvatore
Cacciatore nome di
battaglia “Ciro”
barbaramente impiccato
dai nazisti il 17 marzo
1945 nella Piazza di
Belluno.
L’amichevole partecipazione di Matteo Collura che
già ne aveva parlato nel suo “L’isola senza ponte”
(Longanesi 2007) e alcune testimonianze dei presenti,
(molte le assenze e purtroppo nessuno degli amici in
rappresentanza dell’ANPI e dell‘ISREC) hanno reso
l’atmosfera carica di forte impegno storico, civile e
libertario.
Molto Pirandelliana l’esistenza di Cacciatore e la
lettura e rilettura del libro (mi è tanto piaciuto che
ho voluto cercare di capire bene il perché) ci
conferma le qualità dello scrittore Barnabà, ma
anche la sua convinta partecipazione al recupero
della verità, che conduce alla libertà responsabile.
Una particolare considerazione emersa nell’ambito
dell’incontro ha riguardato il concetto di confine, di
come cioè pochi metri possano far variare i giudizi
storici affrettati e le definizioni antitetiche di
Partigiani e Terroristi.
E di come, in quei pochi metri, si possa combattere
con ideali simili ma storicamente divergenti.
Il viaggio, all’apparenza sentimentale, di cui narra il
libro va invece, in modo non retorico, alla ricerca
delle vere basi della nostra democrazia e dello
spirito con cui alcuni eroi come Ciro sono caduti per
la realizzazione della libertà del nostro paese, unito
da tanti, fra cui questo immaginario ponte, fra la
Sicilia e il Veneto
Un
grazie
pertanto
particolare a Enzo Barnabà
e a Matteo Collura, con la
speranza che questo libro
venga presentato ancora e più
volte a molti dei nostri
giovani.
3
Corvo contatta l’avvocato Vincent J Scamporino e si
mette al lavoro.
Una delle prime persone che i due incontrano, il 22
settembre 1942, è proprio Girolamo Valenti, noto
giornalista
ed
importante
esponente
dell’antifascismo italoamericano. L’incontro avviene
a New York, a casa del dott. Matthew Siragusa, che
condivide le idee del valguarnerese. Ecco alcuni
stralci del libro che riprende il verbale della
riunione, che Corvo e Scamporino consegneranno ai
servizi segreti.
«Sembra molto probabile che si stabilisca a breve
una relazione con il movimento degli esiliati italiani,
che è diretto da un gruppo di siciliani di New York.
Le loro direttive sono regolarmente inviate agli
esponenti socialisti nella Svizzera italiana. Siragusa
ci ha assicurato l’appoggio incondizionato delle
organizzazioni socialiste italiane in America,
Svizzera e Italia. Si è personalmente impegnato a
entrare in contatto con uno dei gruppi presenti nella
Confederazione elvetica, per convincerlo a
intensificare le attività clandestine in Sicilia e a
collegarle con quelle dell'Oss. Per le azioni
successive, Siragusa attende il nostro beneplacito. Il
gruppo socialista italiano di New York ha preso
l'impegno di fornirci venti studenti, da utilizzare a
nostra discrezione. I socialisti italiani hanno inoltre
promesso di mettere a nostra disposizione i contatti
con gli antifascisti nella Sicilia occidentale. Il
gruppo tornerà a riunirsi domani (23 settembre),
sempre a casa di Siragusa. All'incontro
parteciperanno Siragusa, Valenti, Sala e il
professore Nicotri. Discuteranno come rendersi utili
all'Oss”.
Corvo e Scamporino tornano a riunirsi con gli
esiliati socialisti il 2 ottobre. C'è anche il professore
Gaspare Nicotri. Le cose procedono per il verso
giusto: “Il Comitato è entusiasta e ci fornirà gli
agenti per le note operazioni. Si è quindi deciso di
inviare loro i formulari dell'Oss per gli agenti
candidati, il prima possibile. Il Comitato ha inoltre
stabilito di trasmetterci i suoi contatti in ogni città e
paese della Sicilia”.
Il primo dicembre 1942 i due agenti inviano un
rapporto segreto. Sono reduci da una serie di
importanti riunioni a Boston e a Lawrence, nel
Massachusetts. «L'obiettivo primario del nostro
viaggio a Boston», scrivono, «consisteva
nell'arruolare uomini e stabilire contatti».
Raccolgono preziose informazioni e a Boston
incontrano Joseph Salerno, un personaggio chiave
nella rete dei contatti in vista dello sbarco, capo del
sindacato unitario Congress of Industrial
Organizations (Cio), nonché collaboratore del
Il Valguarnerese Girolamo Valenti collaborò
con i servizi segreti americani per
l’operazione Husky in Sicilia
Girolamo Valenti, a sinistra, con
un funzionario dei servizi segreti americani
L’operazione Husky consistette nel preparare e
realizzare lo sbarco in Sicilia che fu effettuato nel
luglio del 1943, assestando un colpo decisivo alle
forze nazifasciste e favorendo la destituzione di
Benito Mussolini.
In occasione del 70° anniversario, com’è noto, si è
svolta a Valguarnera un’opportuna e bella
commemorazione. .
Grazie all’omonimo volume pubblicato nel 2013
dall’editore Castelvecchi e dovuto alle penne di
Casarrubea e Cereghino che hanno potuto accedere
agli archivi dei servizi segreti americani ed inglesi,
conosciamo finalmente non pochi dettagli che erano
stati per decenni oggetto di ipotesi più o meno
attendibili.
In questa sede vogliamo limitarci a riferire quanto
abbiamo appreso sul nostro compaesano Girolamo
Valenti.
La biografia dedicatagli da R J Vecoli su “Il
movimento operaio italiano. Dizionario biografico”
degli Editori Riuniti che Valguarnera.com ha voluto
ripubblicare, parla della collaborazione del
valguarnerese (che era emigrato negli USA nel
1911) con l’ Office of Strategic Services (Oss).
Grazie ai documenti ritrovati dai due storici
summenzionati al National Archives and Records
Administration, College Park, Maryland oggi ne
sappiamo di più.
Un giovane americano di origine siciliana, Biagio
Massimo Corvo, viene incaricato dai servizi segreti
USA di preparare un progetto in previsione della
“penetrazione della Sicilia per mano di una forza
composta da elementi italoamericani” con
l’obiettivo di spianare la strada all’invasione
dell’isola da parte degli eserciti alleati.
4
leader sindacale italoamericano Luigi Antonini.
[…]”
Assieme a Girolamo Valenti, Corvo visita poi
Chicago, Detroit e molte altre città statunitensi con
l’obiettivo di continuare gli arruolamenti. La
missione dei due va avanti fino all'aprile del 1943.
Contattano anche l’antifascista siciliano Vincenzo
Vacirca (collabora ai piani dell’Oss per la guerra
psicologica nei mesi che precedono lo sbarco),
Giuseppe Lupis (giornalista del mensile «Il
Mondo››), il sindacalista Augusto Bellanca,
Gaetano Salvemini e decine di altre personalità
italiane negli Usa. Tra gli arruolati troviamo
Joseph Bonfiglio, Alexander Cagiati, Emilio Q.
Daddario, Dick Mazzarini, John Ricca, James
Montante, Victor Anfuso, Frank Tarallo, Joe
Caputa, Egidio Clemente, Umberto Galleani,
Joseph Russo, Sebastian Passanisi, Sam Fraulino,
Louis Fiorilla, Sal Principato, Guido Pantaleoni.
Vengono addestrati dall’Oss a Washington.
Salvatore C. Trovato
La fiera del
Viaggio nella
linguistica
Nigrò.
Sicilia
Un viaggio ideale per la
Sicilia
attraverso
la
lingua.
L'attenzione costante per i
fatti di lingua relativi alle
varie parlate della Sicilia,
in correlazione con i fatti
di cultura, ha dato luogo ai cinquanta «racconti» che
costituiscono questo libro. «Racconti», appunto,
perché destinati al lettore colto non specialista, al
lettore curioso della storia linguistica della Sicilia,
sulla quale esiste poco di scientificamente valido
destinato a larga diffusione.
Campo di osservazione il siciliano nelle sue varietà
diatopiche e nella sua stratificazione diacronica.
Il lettore è accompagnato in un viaggio ideale per la
Sicilia.
Viaggio nel tempo e nello spazio: la Sicilia greca e
quella latina, la bizantina e l'araba e la normanna,
fino alla Sicilia contemporanea, in cui il confronto
linguistico avviene tra il siciliano e l'italiano.
Nel parlato, come nella scrittura letteraria.
Attraverso la lingua, si accede alla Sicilia cristiana e
a quella musulmana, alla Sicilia ortodossa e a quella
eretica, alla Sicilia contadina e a quella urbana, alla
Sicilia tradizionale e a quella moderna.
Né manca, in questo viaggio, una sosta tra gli
arcipelaghi delle minoranze: i Galloitalici di
provenienza settentrionale e gli Albanesi, che della
storia linguistica dell'isola a buon diritto fanno parte.
Di questo ideale e particolarissimo viaggio,
testimone privilegiato è il lessico, deposito attivo di
una cultura che a una tradizione sempre aperta al
nuovo affida il futuro.
Salvatore C. Trovato è ordinario di Linguistica
generale nella Facoltà di Lettere e Filosofia
dell'Università di Catania.
Si occupa particolarmente di lessicografia e
lessicologia
dialettali,
toponomastica,
interlinguistica, minoranze linguistiche. La Sicilia è
il suo privilegiato campo di osservazione. Per quel
che riguarda la lessicografia ha portato a
compimento il grande Vocabolario siciliano (5
volumi pubblicati dal Centro di studi filologici e
linguistici siciliani, 1977-2002) fondato da Giorgio
Piccitto e dirige il «Progetto Galloitalici».
Nel campo della toponomastica ha pubblicato
numerosi contributi, alcuni dei quali raccolti in
volume (Saggi di toponomastica nicosiana, Nicosia
1997). Da ricordare anche, tra i suoi saggi, I dialetti
Non è da escludere che il ruolo di Valenti nella
preparazione della spedizione non si fermi lì (con i
familiari ha sempre tenuto il più assoluto riserbo).
Il suo impegno durante la guerra, tuttavia, si somma
ai mille altri suoi meriti (vedi anche la biografia che
Chiara Mazzucchelli gli ha dedicato nel volume
“Valguarnera da leggere” e l’articolo dovuto alla
penna del sottoscritto:
http://www.valguarnera.com/parliamo_di/girolamo_val
enti.htm).
Per queste ragioni ci sembra opportuno che il suo
paese natale lo ricordi dedicandogli una strada come
richiesto dalla seguente petizione:
http://www.change.org/petitions/cittadini-divalguarnera-petizione-al-sindaco-di-valguarneraper-intitolare-una-strada-del-paese-a-girolamovalenti
Enzo Barnabà
5
galloitalici della Sicilia, contenuto nel «Lexicon der
Romanistischen Linguistik», Tübingen 1998 e
Sicilia [linguistica], nel volume «I dialetti italiani.
Storia Struttura Uso», Torino 2002.
Liolà
Liolà è una commedia di Luigi Pirandello scritta nel
1916, momento molto doloroso per la vita dell'
autore. Il figlio detenuto in un campo di prigionieri
di guerra, la moglie malata di mente ha sempre più
frequenti crisi.
Siamo all’ epoca della prima guerra mondiale.
L'opera, nonostante queste angosciose condizioni
che la vita riserva all’ autore, è molto allegra, quasi
spensierata, al punto che lo egli stesso dice:
“ E’ così gioconda che non pare opera mia” .
La commedia va in scena per la prima al teatro
Argentina di Roma il 4 novembre 1916 con la
Compagnia di Angelo Musco.
E’ scritta in stretto dialetto siciliano, e inizialmente
il pubblico, non capendo i dialoghi, fu molto critico.
Questo inconveniente convinse l'autore ad inserire
nel testo una traduzione in italiano della commedia.
La vicenda di Liolà è ispirata ad un episodio del
capitolo IV del romanzo di Pirandello Il fu Mattia
Pascal. Ha per protagonista Neli Schillaci.
PROVERBI E MODI DI DIRE SICILIANI
I proverbi sono la maniera di pensare dello stomaco,
con i proverbi lo stomaco fabbrica delle briglie per
l'anima, per poterla governare più facilmente.
Maksim Gorkij, La madre, 1906
Aprili
ora chianci….ora arridi.
Aprili fa li juri e li biddizzi,
l’amuri l’havi lu misi di maju.
Aranci….aranci….cu avi li guai si li
chianci.
Arbulu siccu e cavulu jurutu…’nzoccu ci fà
fà…tuttu è pirdutu.
Arca di Nuè,cu la vidi bedda è: cu la vidi e nun
lu dici: setti palati di focu e di pici.
Ariu nettu, unn’avi scantu di trona.
Arma e cammisa l’avemu divisa.
Armamuni e jticci.
Armisanti ! n’arricogli unu e magianu tanti.
Arraccumannari la pecura a lu lupu.
Arristari a’ l’asciuttu.
Arrivasti à ura d’astutari li cannili.
Arrivasti à latti munciutu e pani sminuzzatu.
Arripararisi dunni chiovi.
A Santu chi nun suda, nun dumannari grazii.
Aspittari e nun viniri, jiri a tavula e nun
manciari, jiri a lettu e nun durmiri su tri peni
di muriri
Assai vali e pocu costa: a malu parlari ‘nnà
bbona risposta.
Assammara e jetta a lu suli.
Assugliatu di li cani.
Avi ‘nna facci di brunzu.
Avi la testa bbona sulu pì spartiri l’aricchi.
Attacca lu sceccu unni voli lu patruni; vegna
lu lupu e si lo pozza manciari.
A vecchi e vò, scippacci quantu po’.
Aviri lu carbuni vagnatu.
Aviri un vrazzu longu e unu curtu.
A li ricchi, ricchizzi.
Riassunto
Atto I
L'azione è ambientata nella campagna agrigentina, a
settembre. Nella prima scena si vedono delle
contadine intente a schiacciare mandorle nel podere
della zia del protagonista, sorvegliate dal cugino di
quest'ultima, il ricco zio Simone Palumbo.
Quest'ultimo è in pena perché, nonostante quattro
anni di matrimonio in seconde nozze con la giovane
Mita, non ha ancora un figlio a cui lasciare la "roba",
cioè tutti i suoi averi.
Su di lui e su questa sua ossessione convergono le
trame dei giovani Liolà, Tuzza e Mita. Tuzza è la
figlia di zia Croce, la proprietaria del podere, mentre
Liolà è uno spensierato bracciante.
È un grande seduttore, un dongiovanni, tanto che ha
reso madri tre ragazze, tenendosi poi i figli ed
affidandoli alla madre, zia Ninfa.
Mita è un'orfana che zio Simone aveva preso in
moglie sperando così di coronare il sogno di un
erede: la speranza delusa causa ora il disprezzo per
la moglie accusata di una sua presunta sterilità.
Tuzza, per far dispetto a Mita, che prima delle nozze
aveva una tresca con Liolà, si lascia sedurre da
quest'ultimo e ne rimane incinta. Liolà allora si sente
in dovere di riparare al torto fatto e chiede la mano a
Tuzza, la quale tuttavia rifiuta.
Essa, infatti, non vuole un marito che "sarebbe di
tutte". Con la complicità della madre, invece, tenta
di far riconoscere il figlio dallo zio, vecchio ma
ricco.
6
A manu manca, la porta d’ ’u magasè, ’a finestra d’
’u parmentu e n’autra finestra cu ’a grada.
A mmuru, aneddi pi li vèstii.
È di sittèmmiru, e si scaccianu li mènnuli.
Supra du’ banchi a fòrficia stannu assittati Tuzza, la
gnà Gesa, la gnà Càrmina ’a muscardina, Ciuzza,
Luzza e Nedda e scaccianu a petra sutta e petra
supra. ’U zû Simuni Palummu cci fa la guardia; la zâ
Cruci va e veni.
’Nterra, sacchi, gistri, coffi e scorci.
Quannu si jsa ’u sipariu, li fimmini, scacciannu,
cantanu a coru la «Passioni».
Atto II
Nel secondo atto lo zio Simone, ormai raggirato da
Tuzza che lo ha convinto della sua paternità, con
fierezza grida alla moglie che il figlio di Tuzza è
suo e che al suo erede lascerà tutte le sue proprietà.
Per fuggire dalle ire del marito, Mita si rifugia nella
casa di zia Gesa, vicina di casa di Liolà.
Quest'ultimo è legato a Mita dal rancore nei
confronti di Tuzza: lui perché offeso dal rifiuto
delle nozze riparatrici, lei perché con l'inganno
Tuzza le sta portando via il marito e i suoi averi.
Liolà allora offre alla ragazza le sue risorse di
amante prolifico per dare allo zio Simone l'erede
tanto voluto; lei dapprima rifiuta ma la sera, gli apre
la porta di casa.
CORU:
E Maria darrè li porti, chi sintìa li currïati:
«Nun cci dati accussì forti, su’ carnuzzi dilicati!"
ZÂ CRUCI: (vinennu d’ ’a porta d’ ’u magasè cu ’na
coffa di mènnuli):
Va’ va’, picciotti, ca l’urtimi su’! ’Na juntidda l’unu,
e cu la manu di Di’ p’ aguannu ’a scacciatina è
finuta.
CIUZZA, LUZZA, NEDDA: Ccà a mmia, zâ Cruci! dassi
ccà! dassi ccà!
ZÂ CRUCI: Lesti lesti, ca faciti a tempu d’acchianari ô
paisi a jìrivi a sèntiri ’a santa missa!
CIUZZA: Chi missa cchiù, zâ Cruci! Si fici tardu!
LUZZA: Avanti ca nni vistemu!
GNÀ GESA: Già, pirchì v’aviti a vèstiri pi sintìrivi ’a
santa missa!
CIUZZA: Ge’, gna comu, vistuti accussì?
NEDDA: Iu, si pozzu, cci scappo accussì comu sugnu!
ZÂ CRUCI: Jamu, jamu, picciotti,’un pirdemu tempu!
CORU: «O Juanni, purtamicci!» «O Maria, ’un po’
caminari!»
DON SIMUNI: E finitila cu sta Passioni! Mi stati
stunannu di stamatina! Scacciati senza cantari.
LUZZA: Tant’anni, scacciannu, s’ha cantatu! Maria,
ch’è cardaciusu vossia! E chi è?
GNÀ CÀRMINA: ’Ncapu all’arma so’, don Simu’: ’u
vidi? nni sta facennu travagliari puro ’a santa
duminica!
DON SIMUNI: Iu? Ccà, ’a zâ Cruci.
ZÂ CRUCI: Ah pi ccu’, pi mmia? Avi tri jorna ca mi
dati focu, vecchiu rummuluni, c’aviti a vìnniri ’a
’ntrita!
DON SIMUNI: Gnursì, tutta sta bella ’ntrita, cuscina!
Cchiù i vuci ca ’i nuci.
GNÀ CÀRMINA: E chi senti dici, don Simu’, ca nun
nni voli dari mancu a bìviri comu livamu manu?
ZÂ CRUCI: Chi? V’avi a dari a bìviri, ca fu di pattu!
DON SIMUNI: Ma chi pattu e pattu, cuscina! Chi diciti
veru? Pi quattru scorci!
ZÂ CRUCI: Su’ chiddi chi su’, e tantu basta. ’A
prumissa è debitu. E ora vi fazzu a vìdiri iu comu si
fa. Vu’, gnà Gesa, curriti â robba di vostra niputi e vi
Atto III
Nel terzo atto, che si svolge un mese dopo gli
avvenimenti precedenti, nel periodo della
vendemmia, zio Simone annuncia pubblicamente
che la moglie gli ha dato finalmente un figlio
legittimo che si va ad aggiungere a quello
illegittimo di Tuzza: in realtà nessuno dei due gli
appartiene veramente come padre.
A questo punto il vecchio vorrebbe che Liolà
prendesse in moglie Tuzza, ma lui rifiuta, perché
sposandola avrebbe perso tutta la sua spensieratezza
ed affidando quindi anche questo ennesimo figlio
alla madre. Tuzza, furibonda, si scaglia addosso a
Liolà con un coltello, riuscendo però solo a ferirlo
leggermente.
Piccolissimo assaggio del I atto in dialetto
agrigentino, come fu scritta da Pirandello
.
Appinnata tra la robba e lu magasè, la stadda e lu
parmentu d’ ’a zâ Cruci Azzara.
’Nfunnu, campagna cu ficudinnia, mènnuli, olivi.
A manu dritta, sutta l’appinnata, la porta di la
robba, ’na jttèna, ’u furnu.
7
faciti dari ’na lancedda di vinu! Bedda china, ah?
Curriti!
GNÀ GESA: Chi curru! S’ ’un m’ ’u cumanna iddu!
DON SIMUNI: Ah chi supra ’u seriu allura ’un ci
vuliti cridiri, cuscina, ca sugnu cunzumatu iu
aguannu, e chi m’hannu a scippari l’occhi, s’accattu
cchiù fruttu all’arbulu l’annu chi veni?
CIUZZA: E bonu, zû Simu’! N’atr’annu, Diu pruvidi.
LUZZA: C’ ’un si sapi ’i mènnuli comu su’?
NEDDA: Leggi aguannu, càrrichi l’annu chi veni.
ZÂ CRUCI: Si sapi: un annu sì e un annu no.
DON SIMUNI: E l’aulivi? e la vigna? Chi cc’è sulu li
mènnuli? Tutti li cimiddi di l’aulivi mmirmicatizzi
ca fannu piatà! Ccà, basta nèsciri fora e taliari...
GNÀ CÀRMINA: Ma all’urtimata vossia – oh!
Chianci? Chi chianci? Si chianci fa rìdiri vossia!
Avi ccà ’a parintuzza: vìdua cu ’a niputi orfana; s’
’a stima cci vinni sgarrata, tuttu bbonu e binidittu.
CIUZZA: Ccà a ’u sô sangu si nni vennu: restanu
’nfamiglia.
LUZZA: Chi si l’avi a purtari suttaterra?
GNÀ CÀRMINA: Pi tutti sti figli chi avi... – uh! m’ ’u
fici scappari!
Li fimmini, a sta ’mprudenza d’ ’a gnà Càrmina,
restanu cugliuti cugliuti. Lu zû Simuni, cu ll’occhi
ca jèttanu focu, si ’unchia pi scattari; si teni pi
mmiraculu; si la scutta cu ’na gistra ca si trova
davanti li pedi sfirrànnucci un gran càuciu e si nni
trasi nn’ ’u magasè.
ZÂ CRUCI: Santa cristiana, chi facìstivu!
GNÀ CÀRMINA: Gna s’ ’u scippa di ’mmucca a la
genti!
CIUZZA (cu aria di ’nnuccintedda):
E chi è vrigogna p’un omu ’un aviri figli, zâ Cruci?
ZÂ CRUCI: Pipa tu! Ca li picciotti nni sti discursi ’un
si cci hannu a ’mmiscari!
LUZZA: E chi cc’è?
NEDDA: È signu ca Diu nun cci nn’ha vulutu dari!
LUZZA: E pirchì iddu allura s’ ’a piglia cu sô
muglieri?
ZÂ CRUCI: ’Nsumma, ’a vuliti finiri vuàtri? Jti a
scacciari!
CIUZZA: Livamu, zâ Cruci.
ZÂ CRUCI: E facitivi arrassu!
ZÂ CRUCI:
Haju la testa tanta, soru mia!
D’ ’a matina sin ’a sira jttatu ccà, sempri cu stu
catùniu!
GNÀ CÀRMINA: ’Nnomu dò Patri... e c’ ’u voli di
vossia ’u figliu?
GNÀ GESA: Gna comu! Chiancennu, ’u voli.
ZÂ CRUCI: Chianci... semu giusti... chianci p’ ’a
robba... tanta bedda robba, c’â sô’ morti... ’Un si nni
po’ dari paci!
GNÀ CÀRMINA: E ’u lassassi chiànciri vossia, zâ
Cruci! C’ ’un è megliu accussì pi vàutri? Anzi avi a
prigari ô Signuruzzu.. .
ZÂ CRUCI: Uh, gnà Càrmina, semu di parenti cchiù di
quantu capiddi haju ’ntesta.
GNÀ CÀRMINA: E chi cci fa? sempri quarchi cusuzza
cci avi a tràsiri a vossia, picca o assa’, secunnu ’u
gradu d’ ’a parintela. Mi nni doli ’u cori, gnà Gesa,
pi vostra niputi; ma s’ ’un cci su’ figli – taliati – si
po’ asciucari ’u mussu, accussì!
GNÀ GESA: E si lu carricassi ’ncoddu lu grannissimu
diavulu, a iddu e a tutta la sò robba, gnà Càrmina!
Chi cridi? Nun nni po’ cchiù, nun nni po’ cchiù, dda
povira armuzza ’nnuccenti di me’ niputi, sempri
disgraziata di quannu nasci, sangu miu, urfanedda di
patri e di matri, ca mi l’haju crisciutu iu, ’u sapi Diu
comu!
Di chistu iddu s’apprufitta, ch’è sula, ca ’un avi
autru c’a mmia! Vulissi vìdiri s’avissi ’u patri.
Li tri picciotti si tiranu ’nfunnu, attornu a Tuzza, ca
’un ha dittu una parola e si nn ’ha statu tutta
’ngrugnata; cercanu di smòvirla a parlari, ma Tuzza,
cu ’na spinciuta di spaddi l’alluntana; iddi allura,
ora una, ora l’autra, adasciu adasciu, s’avvicinanu
ad ascutari zôccu dicinu ’ntra iddi ’a zâ Cruci, la
gnà Càrmina e la gnà Gesa, e po’ lu vannu a rifiriri
all’autri du’ ca nn’arrìdinu, facennu signi di nun
fàrisi sèntiri.
(traduzione per i non udenti a richiesta)
8
signore con la fisarmonica esegue i brani classici
della tradizione siciliana e italiana. Siamo in Italia,
la musica non può mancare e alle prime note di
“Volare” anche i più composti tra i visitatori
stranieri si lasciano andare a battere le mani al ritmo
della musica. “Volando” accompagnata dalla
musica, arrivo all’inizio del percorso di visita.
Noto, con estrema soddisfazione, che è stato fatto un
ottimo lavoro di sistemazione e di restauro.
Le coperture rispettano l’idea di quelle originali e
riparano dal caldo, che
qui, in estate, potrebbe
essere un problema.
Una
passerella
sopraelevata consente
ai visitatori di godere
appieno la bellezza dei
colori e delle scene
rappresentate
nei
mosaici.
Le prime colonne con
gli straordinari capitelli,
s’intravedono in mezzo
al verde. Poi le terme e
il primo mosaico che
mostra, con dovizia di particolari, quanto i romani
avessero
cura
del
loro
corpo.
E poi, “dentro casa”…
C’è tanta gente. Tutti in fila, affacciati alla ringhiera
della lunghissima passerella, tutti con lo sguardo in
giù, verso quelle figure che sembrano ancora
danzare e combattere e raccontare le storie degli dei
e delle scene di caccia. Tutti in silenzio a seguire i
sussurri delle guide che ne spiegano lo svolgersi.
La bellezza della classica disposizione delle stanze,
degli ambienti termali, della palestra, dell’ingresso
monumentale, degli appartamenti, dell’incredibile
lungo corridoio e della grande basilica ornata di
marmi preziosi è adeguata alla grande bellezza dei
mosaici.
Geometrie preziose e figure di scene quotidiane
raccontano, con immutato splendore, lo svolgersi
della vita in quei tempi lontani, di un signore di
altissimo
rango
e
della
sua
famiglia.
I mosaici sono fotogrammi di un’epoca della storia,
costruiti con piccole tessere colorate. Ho avuto la
sensazione di sfogliare un libro illustrato che
racconta delle preziose vesti, delle collane e dei
bracciali sopra il gomito della ricca signora, delle
passioni e delle attività del proprietario.
Anche il teatro è descritto in quel Polifemo con tre
occhi: due dell’attore più l’occhio dipinto sulla
fronte per rendere il personaggio inequivocabile. Poi
le gare sportive con doni di palme e corone di fiori
alle ragazze.
Le ragazze in bikini
Nel cuore della Sicilia c’è un posto che per bellezza
e arte non ha nulla da invidiare ai più importanti
complessi artistici del mondo.
La grande e magnifica Villa Romana del Casale.
Costruita poco prima della fine dell’impero romano,
la grande villa è ritornata a godere del bollente sole
di Sicilia a metà del secolo scorso, quando alcuni
archeologi decisero di saperne di più su dei ruderi di
epoca romana che affioravano dal terreno.
Posso solo immaginare lo stupore e la grande
soddisfazione di chi, chino sulla polvere e sulla
terra che aveva ricoperto la villa forse durante
un’alluvione, con delicatezza restituiva al mondo e
all’arte così tanta bellezza: quei ruderi
nascondevano come una perla preziosa in
un’ostrica, qualcosa di assolutamente straordinario.
Stupendo esempio di architettura romana, la villa ha
la pavimentazione più sorprendente che si possa
immaginare.
Mosaici di raffinata bellezza adornano quasi tutte le
stanze, ciascuna con riferimenti mitologici e di vita
vissuta. E tutto questo per centinaia di metri quadri.
Studiosi di storia e archeologi non hanno ancora
individuato il nome del signore ricchissimo e molto
potente che tra il III e il V secolo d. C. decise di
farsi costruire una sontuosa dimora a pochi
chilometri dall’attuale Piazza Armerina (Enna), ma
la storia esige certezze e il lavoro degli specialisti
procede tra i testi antichi e i tesori del nostro
passato.
Poco tempo fa sono tornata a visitare la villa per
vedere con i miei occhi come i lavori di restauro e
sistemazione delle coperture degli itinerari di visita,
fossero stati completati.
Dopo aver pagato il mio bravo biglietto, mi avvio
seguendo le indicazioni.
Tra la folla di stranieri che si ristorano al bar con un
arancino o una fetta di pizza appena sfornata, un
9
E ancora il bacio sensuale raffigurato in una delle
camere da letto, la stanza dei bambini e tutte le altre
stanze, che lo strano potere della bellezza e dell’arte
rende “parlanti” oggi, a dispetto dei secoli passati,
delle alluvioni e dei terremoti.
Il corridoio, quasi un viale per dimensioni, è
l’apoteosi del mosaico. Animali esotici, navi,
sistemi di cattura delle fiere e tanto altro sono
raccontati in un’esplosione di colori con i milioni di
tessere colorate. Ho pensato che bisognerebbe
inchinarsi davanti a tanta bellezza e lo sporgersi da
quella ringhiera, per ammirare le scene “dipinte”
con la pietra, forse rende naturale il gesto a tutti i
visitatori.
Anche ciò che rimane degli intonaci racconta del
fasto e del colore della ricca dimora.
Ho provato a chiudere gli occhi per immaginarla nel
suo pieno splendore, affollata di ospiti e di servitù,
con i grandi tendoni che fungevano da porte e
custodivano la privacy dei suoi abitanti, con il
suono di tube e cetre e le voci che parlano latino…
fantastico!
Verso la fine del percorso, tra le ultime stanze, ecco
quella che lascia senza fiato.
da nascondere. I fianchi generosi e una piccola
cicatrice non erano un problema. Sicure della loro
bellezza, si potevano concedere il piacere di giocare
a palla, o lanciare il disco, per poi essere cinte dalla
corona di rose, che esalta una femminilità che non
ha bisogno di emanciparsi. I bikini non ostacolano i
movimenti delle ragazze, e loro scoprono il corpo fin
dove si può.
Ma stranamente, una delle due ragazze del lato
sinistro del mosaico è coperta fino ai piedi da un
leggero velo, lasciando intravedere tutto! Sottile
gioco di seduzione?
I secoli e l’alluvione si sono portati via per sempre la
prima delle ragazze. Ne possiamo ammirare soltanto
le gambe. Peccato! Lo voglio interpretare come un
monito. Capolavori del genere e tutto il grande e
splendido patrimonio artistico dell’Italia vanno
custoditi e protetti, per essere consegnati alle
generazioni future nel miglior stato possibile, senza
parti mancanti!
Noto che tutti i visitatori, italiani, stranieri e
naturalmente gli immancabili giapponesi e coreani,
rallentano il passo.
Tutti incantati da
quella scena di sport
e da quei sensuali
bikini che parlano
un linguaggio
universale.
Il linguaggio
misterioso dell’arte
e della bellezza che
sorpassa il tempo e
le mode.
Lascio a malincuore
la stanza e anche gli
altri visitatori non
mancano di girarsi
per dare un ultimo sguardo all’incanto di quelle
ragazze.
La grande basilica, segno dell’enorme ricchezza e
potenza del suo proprietario, con i suoi preziosi
marmi, con le sue colonne e la grandiosità delle sue
proporzioni, mi fa venire voglia di ricominciare il
giro daccapo. Ma… si sa! Il tempo è tiranno.
E quando scorre felicemente, sembra diventare più
breve.Guardo l’orologio.
No, non posso rifare il giro. Ho giusto il tempo di
ripassare da Piazza Armerina, la bianca e nobile
cittadina nel cuore della Sicilia, ricca di storia e di
tradizioni.
Mi avvio verso l’uscita, la musica al bar continua
con “ciuri ciuri” e sembra darmi l’arrivederci.
Brunella Li Rosi
Qui domina il bianco sullo sfondo del mosaico,
forse per non togliere nulla alla bellezza delle dieci
figure femminili rappresentate. Otto di queste sono
raffigurate nei giochi e nello sport e ognuna di loro
indossa un bikini.
In questa stanza, ho la sensazione che l’artista abbia
di proposito voluto evitare l’uso dei colori forti per
non
distrarre
l’occhio
dalla
bellezza
dell’atteggiamento e dalla regalità dei corpi torniti,
che hanno davvero dello straordinario.
Qualsiasi elemento o colore di troppo avrebbe
disturbato la rappresentazione del movimento
sportivo, della grazia e della bellezza di cui quelle
donne sono l’emblema.
Attrezzi ginnici, bikini, sguardo che scruta sicuro e
lontano. Si stavano divertendo e non avevano nulla
Pubblicato su Storie
10
Suoni di luce
Poesie di primavera
Io non ti do il mio amore
Ti scorgo incedere con passo regale
Dalla fessura della porta socchiusa.
E s'inchioda al tuo viso
Lo sguardo mio.
E d'incanto i miei pensieri
S'involano sulla spiaggia d'inverno,
Con la deserta sabbia sferzata
Dal gelido maestrale,
Dolce Pelagia che vieni dal mare.
E gli austeri, mutevoli fronti
Di ostili cumulo-nembi
A presidiare declivi l'orizzonte.
I gabbiani scomparsi
Sul placido pelago
Proiettano i loro contorni spettrali
Sulle schiume maestose
Fruscianti in lontananza
E nelle membra mie
S'avverte il tumulto
D'un'emozione inedita,
Dai contorni indistinti,
Perché si disperde
Nei più remoti anfratti dell'Universo,
E mentre armonici suoni di luce
S'insinuano, flettendosi sinuosi,
Nella mia logora mente,
Tu, mio unico, incomparabile bene,
Novella Aracne dal dolce sorriso,
Cospargi di frammenti di rugiada
La tua geometrica trappola di seta...
Io non ti do il mio amore come fanno
le altre ragazze, in uno scrigno freddo
d'argento e perle, né ricco di gemme
rosse e turchesi, chiuso, senza chiave;
né in un nodo, e nemmeno in un anello
lavorato alla moda, con la scritta
“semper fidelis”, dove si nasconde
un'insidia che ottenebra il cervello.
L'Amore a mano aperta, questo solo,
senza diademi, chiaro, inoffensivo:
come se ti portassi in un cappello
primule smosse, o mele nella gonna,
e ti chiamassi al modo dei bambini:
“Guarda che cos'ho qui! - Tutto per te”.
Edna St. Vincent Millay
(su segnalazione dell’amico Angelo Guarnieri)
Ricardo Reis – Ode
Per essere grande, sii intero: non esagerare
E non escludere niente di te.
Sii tutto in ogni cosa. Metti tanto quanto sei
Nel minimo che fai.
Come la luna in ogni lago tutta
Risplende, perché in alto vive.
Fernando Pessoa
Pierluigi Camboa
Nessun uomo è un'isola, intero per se stesso;
Dall'uovo di Pasqua
Ogni uomo è un pezzo del continente,
parte della Terra intera;
e se una sola zolla vien portata via
dall'onda del mare,
qualcosa all'Europa viene a mancare,
come se un promontorio
fosse stato al suo posto,
o la casa di un uomo, di un amico
o la tua stessa casa.
Ogni morte di uomo mi diminuisce perché
io son parte vivente del genere umano.
E così non mandare
mai a chiedere per chi suona la campana:
essa suona per te.
è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: "Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio".
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
"Viva la pace,
abbasso la guerra".
John Donne
Gianni Rodari
11
che fa da sfondo alla dottrina ed ai rituali di tutte le
religioni del mondo; il credere in una realtà
essenziale nascosta dietro le apparenze, fornisce una
naturale razionalità all'arte astratta di entrambi i due
Artisti.
Nell'anno 2003 a Montecarlo, nella zona del porto
antico, sponsorizzato dai Cantieri Riva,l'artista ha
ricevuto per l'occasione encomio non solo dalla
Stampa ma anche da la critica transalpina.
Dice di sé stesso l'artista:
"La fortuna dell’artista è data non tanto dai critici,
ma dal pubblico, che ha deciso di seguirlo nel suo
cammino. E sempre quello stesso pubblico, che può
fare di lui ciò che vuole, portarlo alla fortuna come
alla disgrazia. L’umiltà sta sempre alla base del
suo successo. Dobbiamo però qui dirci, che prima di
essere fermamente convinti di poter riprodurre
un’opera apparentemente infantile, o qualsivoglia
bècera, o marginale che si provi a farla! Ci si
renderà conto che non è poi così facile.”
DARIO BOSANO
Altre esposizioni importanti sono state a Racconigi
(CN) presso il circolo culturale "IL QUADRATO
MAGICO", a Savona presso Villa Cambiaso.
Degna di nota é stata l'unica collettiva alla quale ha
partecipato; svoltasi a Santa Teresa di Gallura.
Un suo quadro é stato esposto persino nella sede
della Guardia Costiera di Savona. Un omaggio
all'amico Comandante della Marina Militare Felicio
Angrisano.
In occasione della vittoria del campionato mondiale
di calcio nel 2006 ricevette dal Sindaco di Albissola
Marina il prestigioso incarico di eseguire una
scultura che verrà sistemata sul territorio comunale.
Dario Bosano debutta a Savona e in Liguria con le
sue prime espressioni fatte con la creta.
In seguito inizia un lungo percorso con la pittura
prevalentemente
astrattistica
chiamata
CROMATISMO.
A Savona presso Villa Cambiaso durante una
collettiva viene a conoscenza della poetessa e
scrittrice savonese Franca Maria Ferraris , la quale
elogiando il lavoro da lui svolto così lo definisce.
"Dario Bosano si esprime in una duplice produzione
artistica, quella di ceramista e quella di pittore.
Un denominatore comune di entrambe le produzioni
é la visione di una società contemporanea dove
l'uomo é strappato a sé stesso e condotto verso stili
di vita che non gli appartengono e che mai saranno
in grado di appagarlo.
Nella sua pittura abbiamo la visione di questo
intriso di ostacoli e difficoltà, dove l'inquietudine
interiore scuote l'artista per condurlo alla
realizzazione di un'arte ricca di suggestioni in cui
anche e soprattutto il CROMATISMO racconta ciò
che sente e tocca i più diversi timbri del colore, resi
in movimenti precisi.
Le tinte divengono le leve stesse della passione e
danno alle tele slanci ed aperture eccitanti.
Osservando le opere di Bosano, lo spettatore è
particolarmente disorientato dal modo in cui usa la
linea: tanto come elemento indipendente, quanto
come limite per il colore."
Aggiunge ancora Franca Maria Ferraris: un altro
legame che vedo tra lui e Kandinsky è la relazione
con la Teosofia, intesa come la verità fondamentale
Stiamo organizzando la mostra delle opere di Bosano
presso la Sala Mostre della Provincia di Savona;
maggiori informazioni al prossimo numero.
12
21 marzo 2014
PILLOLE DI CINEMA
GIORNATA NAZIONALE ANTIMAFIA
Qualche tempo fa, durante un’intervista concessa a
una rete televisiva francese, Jean-Luc Godard ebbe a
dire che la differenza fra il cinema e la televisione è
semplicissima: al cinema – osservava il maestro
della nouvelle vague – i personaggi proiettati sullo
schermo sono molto più grandi di noi, mentre
quando appaiono su qualunque teleschermo
domestico gli stessi personaggi sono inevitabilmente
più piccoli di noi.
Come dire: sullo schermo del cinema il volto
dell’uomo diventa “più grande della vita”, assume
dimensioni e proporzioni inconsuete, si fa mondo e
paesaggio, mentre sul monitor di qualsiasi Tv –
anche su un flat screen al plasma o ai cristalli liquidi
– quello stesso volto rimpicciolisce e raggrinzisce,
viene in qualche modo addomesticato, perde ogni
possibilità di sorprenderci e si mimetizza tra le tante,
insignificanti apparizioni del quotidiano.
Se il Novecento ha scoperto il volto dell’uomo, se lo
sguardo collettivo è scivolato dolcemente su quello
che Roland Barthes definiva il “viso di neve” di
Greta Garbo o sulla “faccia infarinata” di Charlot, se
si è perso tra le ciglia di Marylin (almeno prima che
Andy Wahrol facesse del suo volto l’analogo di una
lattina di minestra Campbell) o negli occhi liquidi ed
acquosi di James Dean, il merito è tutto del grande
schermo.
E di quel dispositivo della visione che ci ha
consentito di vedere il volto in primo piano come
mai nessuno aveva potuto vederlo prima che il
cinema fosse inventato: non a teatro (dove il volto è
condannato ad essere il supporto di una maschera o
è impedito a farsi elemento di significazione dalla
distanza percettiva che lo separa e lo allontana dal
pubblico), non in un’immagine fotografica o in un
ritratto
pittorico
(dove
il
volto
appare
inevitabilmente paralizzato in un’immobilità
statuaria che gli conferisce la solennità della posa),
ma neppure – e tanto meno – nell’esperienza
percettiva della vita.
E’ bene ribadirlo con forza: il primo piano non fa
parte delle nostre naturali modalità di percezione
visiva del mondo. Prima del cinema il nostro
sguardo era condannato a una visione continua e
senza stacchi e poteva anche provare ad avvicinarsi
a un volto, ma con l’effetto inevitabile di alterare le
proporzioni, di distorcerle, di deformarle.
Con il cinema cambia tutto: perché il cinema – come
scrisse già negli anni Quaranta il teorico ungherese
Béla Balàzs – strappa il “velo della consuetudine” e
diventa, grazie al montaggio, lo spartito visivo della
vita.
Savona, ancora una volta, si è mobilitata al fianco di
Libera. La manifestazione cittadina ha preso il via
alle 9 da piazza Eroe dei due Mondi
(Prolungamento), per concludersi, dopo un corteo
per le vie cittadine (Corso Italia, Via Mentana,
Piazza Saffi, Via Boselli, Piazza Mameli, Via
Paleocapa, Corso Italia), in piazza Sisto IV con la
lettura alle 10.30 dei nomi delle 900 e più vittime
delle mafie. Oltre mille gli studenti e i giovani che
hanno attivamente partecipato al tema scelto da
Libera per quest’anno: “Radici di Memoria, frutti
d’impegno”. Arrivati in piazza con veri e propri
frutti, da loro realizzati con materiale a libera
scelta,che rappresentano la memoria per una vittima
o un impegno da prendere. Sui frutti erano scritti un
nome, una frase, per rappresentare ciò che si ritiene
importante. La piazza si è riempita così di frutti
colorati di vita e di impegno con il quale ciascuno
ripartirà per continuare il percorso.
“Savona anche in quest’occasione ha offerto alla
città e al territorio un momento di riflessione su un
tema delicato come quello della lotta alle mafie –
come dichiarato dall’assessore alla Cultura e
Politiche Giovanili Elisa Di Padova – ma anche una
preziosa occasione di condivisione di ideali e valori
come quelli ispirati alla legalità.”
Un corteo colorato, gioioso, composto in gran parte
da giovani è il modo più efficace per dire no alle
mafie e alla criminalità.
I frutti dell’impegno sono le azioni quotidiane, i
piccoli gesti che ciascuno di noi è chiamato a fare.
A noi piace ricordare questo impegno così :
13
L’invenzione del primo piano è insomma, a tutti gli
effetti, un artificio: uno strappo, una rottura,
secondo alcuni addirittura uno stupro alla fisiologia
della visione.
E tuttavia quello “stupro” – così totalmente
macchinico, ma anche così totalmente e
teneramente umano – contiene in nuce l’epifania del
mondo. Per lo meno, del mondo (e dei mondi…)
che si esprimono attraverso il volto.
Ancora Godard: “L’origine del primo piano è nelle
immagini dei re sulle monete”.
In un lapidario passaggio delle sue Histoire(s) du
cinéma, Godard ci ricorda che l’invenzione del
primo piano risale all’economia (e alla
numismatica) prima che all’estetica o alla
fisiognomica. C’è sempre qualcosa di impudico
nell’offrire il proprio volto a un primo piano: c’è la
presunzione che esso abbia in sé qualcosa che
merita di essere guardato, amato, venerato, forse
perfino eletto (si pensi all’uso dei primi piani nella
cartellonistica elettorale…). Eppure.
Eppure, il cinema ci ha fatto scoprire volti di re e di
potenti, ma anche di losers e barboni.
Quello del cinema è un primo piano democratico: è
al servizio di tutti, e disegna una cartografia che non
è quasi mai legata al feticismo del potere.
Fin dalle origini, anzi, lo sguardo del cinema ha
disegnato sullo schermo tavolozze di volti diversi:
volti-ombra, volti-notte, volti-luce.
E poi visi d’acqua, visi di terra, visi di cielo.
Paesaggi, appunto: che contengono al proprio
interno e svelano allo sguardo una vera e propria
mimica dei sentimenti e una fisiognomica delle
passioni. Vedendo un volto isolato, scrive Béla
Balàzs, ci troviamo all’improvviso soli, a
quattr’occhi con quel volto.
E possiamo instaurare con lui una relazione
caratterizzata da un’intimità, una vicinanza e una
complicità in precedenza impensabili…
Gianni Canova
RICETTA PASQUALE
Il "tegame pasquale di
Aragona" è un elaborato
primo piatto pasquale di tale
città isolana compresa nella
provincia di Agrigento.
Gli ingredienti richiesti sono:
800 gr di rigatoni, 16 uova battute, 600 gr di tuma a
fettine, 150 gr di pecorino stagionato grattuggiato,
un pizzico di cannella pestata, brodo di pollo, una
bustina di zafferano sciolto nel brodo, 8 fette di pane
raffermo, prezzemolo abbondante, sugna, sale, pepe.
Sono facoltative le polpettine cotte al ragù.
I rigatoni vanno lessati in acqua salata, scolati al
dente e sistemati in un tegame di terracotta umettato
con lo strutto ed il cui fondo è ricoperto da 4 fette di
pane raffermo.
Su queste ultime vanno alternati strati di rigatoni e
fettine di tuma e l'amalgama ottenuta unendo le uova
battute, il prezzemolo trito, sale, pepe, il formaggio
grattugiato, un pizzico di cannella e la bustina di
zafferano sciolta in una tazza di brodo caldo.
L'ultimo strato della pietanza è costituito dalle
restanti fette di pane.
Il tegame va riempito con il brodo caldo ed il tutto
va cotto al forno.
Il piatto richiede una cottura molto lunga a causa
dell'ingente quantitativo di liquidi e per le
abbondanti uova.
La pietanza può esser arricchita anche dalle
polpettine cotte al ragù e da fettine di uova sode.
Va sfornata quando si presenta asciutta, ma non
secca, e quando è ben compatta.
( per gentile concessione www.giannicanova.it)
Donatella Finocchiaro
Catania
(quindi telefonatemi per tempo)
16-11-1970
14
Cavalleria Rusticana
Cavalleria rusticana è stata pubblicata da Verga in
Vita dei campi del 1880, raccolta di novelle che
descrivono la vita contadina siciliana. La storia in sé
viene raccontata quasi interamente attraverso il
dialogo dei suoi personaggi: Lola, Turiddu (amante
di Lola), Alfio (marito di Lola), Santa (amante
respinta da Turiddu) e Nunzia (la madre di Turiddu).
Sotto la spinta dell'attrice Eleonora Duse, Verga ha
adattato la storia per il teatro, raddoppiando la sua
lunghezza ed elaborando la trama. Santa diventò
Santuzza e le affidò un carattere molto più centrale
di quanto lo era nel racconto.
Scena Settima :Santuzza e Turiddu. Duetto
TURIDDU (irato) Ah! lo vedi, che hai tu detto?...
SANTUZZA L'hai voluto, e ben ti sta.
TURIDDU (le s'avventa) Ah! perdio!
SANTUZZA Squarciami il petto!
TURIDDU (s'avvia) No!
SANTUZZA (trattenendolo) Turiddu, ascolta!
Insieme
TURIDDU Va'
SANTUZZA No, no, Turiddu, rimani ancora.
Abbandonarmi dunque tu vuoi?
TURIDDU Perché seguirmi, perché spiarmi sul
limitare fin della chiesa?
SANTUZZA La tua Santuzza piange e t'implora;
come cacciarla così tu puoi?
TURIDDU Va', ti ripeto va' non tediarmi, pentirsi è
vano dopo l'offesa!
SANTUZZA (minacciosa) Bada!
TURIDDU Dell'ira tua non mi curo!
(la getta a terra e fugge in chiesa)
SANTUZZA (nel colmo dell'ira) A te la mala Pasqua,
spergiuro!
Per tutti noi invece
Buona Pasqua
Santuzzo
15