Andrea Riccardi, La Chiesa del Concilio e la politica italiana

Andrea Riccardi, La Chiesa del Concilio e la politica italiana
«Gaudium et Spes»
Il Concilio ecumenico Vaticano II rappresenta un evento che riguarda l'intera Chiesa cattolica,
quindi con effetti ben al di là delle frontiere italiane. Il Vaticano II infatti opera una profonda
revisione dei rapporti tra Chiesa e mondo contemporaneo: lo si vede emblematicamente nel
discorso di Paolo VI all'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, quando presenta la
Chiesa del Concilio come «esperta di umanità» e non tanto come «maestra di civiltà». La Chiesa
non intende appiattirsi su di un regime politico o su di una forza politica, ma continuare il suo
impegno di evangelizzazione e di dialogo anche con quelli che non condividono le sue posizioni. La
Gaudium et Spes, la costituzione conciliare sulla Chiesa e il mondo, proclama stima per «quelle
nazioni nelle quali la maggioranza dei cittadini è fatta partecipe della gestione della cosa pubblica in
un clima di libertà».
La Chiesa del Concilio affermava il rispetto per la libertà di coscienza e proclamava il valore
della libertà religiosa per tutti. Ogni nostalgia per la restaurazione dello Stato cattolico veniva
abbandonata. Del resto in Italia, dal secondo dopoguerra, la Chiesa aveva dato il suo appoggio alla
rinascita del sistema democratico convogliando l'elettorato cattolico nella Democrazia cristiana,
come partito unico di tutti i cattolici. Questa operazione, che tagliava ogni pluralismo partitico,
evitava la creazione di schieramenti politici cattolici di destra. L'operazione era stata sostenuta dal
prosegretario di Stato di Pio XII, mons. Montini, in stretta collaborazione con De Gasperi.
Negli anni di Pio XII, com'è noto, la Chiesa italiana ed il papa si erano fortemente impegnati per
la DC, soprattutto come argine all'affermazione del Partito comunista. Nonostante alcuni dissapori
tra i vertici vaticani o ecclesiastici e quelli del partito, il rapporto tra Chiesa e DC era rimasto molto
stretto.
Negli anni di Giovanni XXIII, il papa aveva cominciato a segnare un maggiore distacco dalle
vicende politiche italiane e dal partito cattolico. La Conferenza episcopale italiana, guidata dal card.
Siri, aveva ricevuta da papa Roncalli l'incarico di seguire da vicino le questioni politiche italiane,
distinguendo in tal modo la «località» italiana dalla «globalità» dell'universo umano. Il pontificato
giovanneo, durante il quale si svolge una prima sessione del Concilio Vaticano II, aveva tracciato
una visione di rapporti più aperti ad altre forze non cattoliche. La Pacem in terris oltre a ribadire la
distinzione tra «errore» ed «errante», affermava la liceità della collaborazione tra cattolici e non
cattolici per la realizzazione della pace, della giustizia, del bene comune.
La CEI, la Santa Sede e l'apertura a sinistra
Nella DC maturava, almeno dal consiglio nazionale di Vallombrosa del 1957, con un particolare
impegno di Fanfani, la tendenza a stabilire un rapporto di collaborazione con il PSI. Il processo si
era mosso tra molte resistenze interne al partito e al mondo ecclesiastico. Complessivamente
l'episcopato italiano era contrario ad una collaborazione governativa tra cattolici e socialisti. Per il
card. Siri essa rappresentava un pericoloso cedimento ad una forza politica legata ad una visione
ideologica marxista, che avrebbe costituito l'inizio di una crisi d'identità del mondo cattolico. La
lettera pastorale dell'episcopato italiano nel 1960, Il laicismo, sottolinea il rischio che una mentalità
laicista si insinui tra i cattolici, non più capaci di far fronte ad «una concezione della vita che è agli
antipodi di quella cristiana». Bisogna difendere l'identità del blocco cattolico che si contrappone ad
altri blocchi.
Già nel 1959 il S. Offizio del card. Ottaviani, che condivideva questa visione, proprio all'inizio
del pontificato di Giovanni XXIII, aveva ribadito la scomunica del 1949, comminata ai comunisti
ed a tutti coloro che collaboravano con loro. Nel 1960 «L'Osservatore Romano» pubblicava un
articolo dal titolo Punti fermi in cui si affermava che la Chiesa cattolica non può essere agnostica
sul terreno socio-politico, e che spetta all'autorità ecclesiastica giudicare l'opportunità e la liceità di
ogni collaborazione tra cattolici e non cattolici. Queste posizioni esprimevano l'orientamento
prevalente dell'episcopato italiano, ostile ad ogni apertura a sinistra, deciso a tener ferma la strategia
politico-religiosa degli anni precedenti.
Tuttavia la collaborazione tra DC e PSI, tra molte difficoltà, giungeva ad un suo primo
esperimento con il governo monocolore Fanfani e l'astensione dei socialisti. Era l'inizio della
stagione del centro-sinistra. Nel complesso gioco di opposizioni da parte della Chiesa italiana, i
dirigenti della DC potevano trovare un appoggio in Giovanni XXIII. Il papa infatti, pur non volendo
interferire nelle vicende politiche italiane, avrebbe consentito lo sviluppo autonomo del disegno
politico dei dirigenti della DC raccolti intorno a Moro. Le posizioni di Siri e di una parte cospicua
dell'episcopato italiano sarebbero risultate sconfitte in questa occasione, ma certamente rimanevano
una realtà con cui la DC doveva fare i conti.
Giovanni XXIII, ricevendo in Vaticano il presidente della Repubblica, Segni, dichiarava: «Altra
cosa è il papa in Vaticano e in Laterano; ed altra cosa è al Quirinale il presidente della Repubblica
italiana». All'indomani, lo stesso papa, quasi alla fine della sua vita, ricambiò la visita a Segni al
Quirinale. La S. Sede si pronunciava per una separazione netta delle responsabilità religiose da
quelle politiche. All'inizio del Vaticano II, il card Montini aveva pronunciato un importante
discorso in Campidoglio in cui riconosceva come «provvidenziale» la fine del potere temporale dei
papi; egli considerava una situazione ottimale per la Chiesa la distinzione tra le due Roma, quella
religiosa e quella politico-civile. Era questo un tema caro anche a papa Giovanni, su cui aveva
impostato il suo atteggiamento verso la politica italiana.
Nel 1963 saliva sul soglio pontificio proprio Montini, l'antico prosegretario di Stato. Paolo VI
avrebbe guidato il Concilio fino alla sua conclusione nonché, per lunghi anni, la sua recezione nella
Chiesa cattolica. Il nuovo papa aveva anche un'esperienza unica della vita politica italiana. Infatti
Montini aveva seguito, dal suo nascere, il partito cattolico di De Gasperi e lo aveva appoggiato con
la sua autorità, convogliandovi tutte le energie cattoliche. Tuttavia Paolo VI si rendeva ben conto
del cambiamento dei tempi: la Chiesa e la DC dovevano ormai percorrere due itinerari diversificati
nella società italiana. Il cattolicesimo, sulla linea del Vaticano II, era impegnato a rivedere la sua
liturgia, il suo modo di porgere l'annuncio cristiano, di rapportarsi all'uomo contemporaneo. Il
processo di rinnovamento della Chiesa non sarebbe stato facile, perché avrebbe generato una serie
di resistenze e conflitti interni al mondo cattolico.
Agli inizi del pontificato di Paolo VI, nell'ottobre 1963, i vescovi italiani avevano rivolto un
messaggio alla nazione, condannando severamente il comunismo e chiedendo ai cattolici
compattezza e coerenza al momento delle scelte politiche. Del resto, anche negli anni successivi, sia
per il papa che per i vertici della Chiesa italiana, 1'affermazione del Partito comunista rappresentò
sempre un pericolo grave per la situazione italiana. Il cambiamento degli atteggiamenti dall'opposizione frontale al distacco - non comporta un mutamento del giudizio politico di fondo
sull'esigenza di mantenere il PCI ai margini dell'area di governo almeno fino agli anni Settanta.
La politica della S. Sede verso i Paesi dell'Est, il dialogo con i non credenti condotto da un
apposito organismo vaticano, non mutarono la convinzione del papa che un'affermazione comunista
sarebbe un evento negativo per la Chiesa ed il Paese.
Il centro-sinistra riceve l'avallo da parte del papa: la dirigenza democristiana può gestire
autonomamente la sua responsabilità politica mentre l'unità del partito cattolico rappresenta per
Paolo VI uno strumento ancora utile al presente. La Conferenza dei vescovi italiani si deve
adeguare a questa linea del pontefice. Nell'estate 1964 papa Montini nomina il card. Traglia
propresidente dell'organismo episcopale; un anno dopo segue una presidenza collegiale provvisoria
con il card. Colombo di Milano, il card. Urbani di Venezia, entrambi personalmente legati al
pontefice, e il card. Florit di Firenze. È finita la guida del card. Siri che, dal vertice della CEI, aveva
osteggiato la politica di centrosinistra.
Ma i motivi del cambiamento non sono solo politici.
Infatti il nuovo papa è convinto che il compito principale della Chiesa italiana non sia quello di
intervenire sul piano politico o partitico, bensì su quello religioso, consapevole come 1'Italia sia un
Paese in cui la Chiesa deve riaffermare la sua presenza sul terreno religioso e pastorale.
La Chiesa di Paolo VI lascia alla dirigenza democristiana una sostanziale autonomia nelle sue
scelte politiche anche con l'affievolimento d'un legame stretto. Questo non significa un'interruzione
di contatti fra vertici ecclesiastici e dirigenza democristiana, ma la fine di un blocco cattolico
compatto ed operativo.
Queste scelte hanno un'immediata ricaduta sull'Azione Cattolica, che dagli anni Cinquanta era
stata diretta prima da Gedda e poi da Maltarello, in una sostanziale linea di continuità:
l'associazione era arrivata alla fine del 1962 a 3.600.000 iscritti con un forte apparato dirigenziale.
Le sue visioni politiche e religiose erano diffuse da «Il Quotidiano». All'inizio del 1964 il
giornale viene chiuso; Paolo VI ha già chiamato come assistente ecclesiastico centrale
dell'associazione mons. Costa, proveniente dalla FUCI ed a lui personalmente legato. Al presidente
Maltarello succede Vittorio Bachelet.
Paolo VI avvia la più grande associazione dei cattolici italiani, che aveva sempre sorretto lo
sforzo elettorale della DC ed in particolare il suo impegno anticomunista, verso obiettivi più di
carattere religioso e pastorale. È la cosiddetta «scelta religiosa» o «pastorale» dell'Azione Cattolica,
tutta incentrata nell'impegno alla formazione dei suoi soci e nel sostegno ad un'approfondita
recezione del Vaticano II dentro la Chiesa italiana.
Naturalmente l'associazione, nel quadro postconciliare, avrebbe visto ridursi il numero dei suoi
soci, fino a 300.000 l'anno. Si trattava di svolgere una funzione diversa nella chiesa e nella società
italiana: la Chiesa del Concilio non si sentiva più impegnata a far da supporto ad un blocco
cattolico.
Così, verso la metà degli anni Sessanta, la Chiesa italiana assume un profilo sempre più
autonomo dalle vicende politiche che si riverbera sulle varie organizzazioni cattoliche: è la fine del
«collateralismo» del mondo cattolico nei confronti della DC e forse soprattutto la consumazione del
«blocco cattolico». Questo processo non si sviluppa senza difficoltà e contraddizioni. Il messaggio
del Concilio Vaticano II sembra insistere sulla separazione tra esperienza religiosa ed esperienza
politica.
Le istituzioni come le ACLI, l'Azione Cattolica ed altre, che avevano fatto parte del blocco
cattolico, si ritrovano a doversi dare una fisionomia rinnovata. Alla «scelta religiosa» dell'Azione
Cattolica corrispondeva in altro senso l'avvio di un processo nelle ACLI che avrebbe portato ad una
maggiore attenzione alla sinistra, fino alla cosiddetta «ipotesi socialista».
In realtà l'impegno al dialogo, voluto dal Concilio e ribadito da Paolo VI nella sua prima
enciclica Ecclesiam suam (1964) , veniva interpretato come un superamento dei confini, fino ad
allora caratteristici, del mondo cattolico. In alcuni settori nasceva una nuova attenzione alla sinistra,
che avrebbe portato all'impegno di singoli e gruppi cattolici con queste forze. La separazione tra
fede e politica, un certo rapporto con le forze non democristiane, ponevano il problema del
pluralismo politico dei cattolici e dell'identità stessa della DC come partito cattolico. Questi
problemi furono ampiamente dibattuti negli anni successivi al Concilio.
In effetti la Chiesa del Concilio andava assumendo un profilo vieppiù distaccato dalla vita
politica, mentre si ribadiva la sua identità ecclesiale attraverso rinnovati itinerari di formazione e in
una stagione d'impegno diretto di gruppi e singoli sui problemi sociali. Una parte cospicua dei
cattolici restavano elettori democristiani, ma non mancavano - il fatto non era del tutto nuovo cattolici elettori e militanti in altre forze. Quel che cambiava era il rapporto diretto e stretto tra DC e
mondo cattolico, quella delega affidata, con la mediazione della Chiesa, alla classe dirigente
democristiana di gestire la presenza politica cattolica.
La Chiesa di Paolo VI intende concentrarsi sul Concilio e sulla sua attuazione nelle diocesi
italiane: il papa sa che il processo richiede un cambiamento di mentalità, non va esente da gravi
conflitti sia per le resistenze tradizionaliste che per le spinte che vengono da ampi settori del
cattolicesimo, stimolati dallo stesso «spirito del '68» oltre che dai dettami conciliari. Per questo il
papa intende slegare la Chiesa italiana da un rapporto stretto con la dirigenza democristiana, anche
se, al fondo, continua a considerare con favore la politica condotta da questo partito negli anni
Sessanta, anzi a giudicarlo una forza necessaria per la democrazia italiana. Dagli uffici vaticani
giungono, innanzi a spinte favorevoli ad una svolta autoritaria nella politica italiana, segnali non
equivoci dell'impegno del papa e della Chiesa a sostenere la democrazia repubblicana.
Indubbiamente la svolta conciliare della Chiesa italiana, anche verso la politica, viene attuata da
Paolo VI con gradualismo. Ma, fin dalla conclusione del Concilio Vaticano II risulta chiaro che il
suo impegno è diretto a creare una fisionomia della Chiesa in Italia, contrassegnata da un approccio
religioso e pastorale con i problemi della società. Vittorio Bachelet, che fu uno dei principali
interpreti del rinnovamento conciliare dei rapporti tra Chiesa e società italiana, così diceva alla fine
degli anni Sessanta con uno sguardo retrospettivo: «C'è nella Chiesa di oggi una difficoltà che non è
tanto nell'uno o nell'altro settore, ma è nella fatica di un rinnovamento globale».