Magda Minotti Il purcit di Sant Antoni di Zenâr tra storia e tradizione Immaginetta sacra della tradizione popolare La ruota del tempo gira con il suo moto infinito snocciolando, inesorabilmente, uno dopo l’altro i giorni, gli anni con i ritmi della natura… Un ennesimo nuovo anno in cui si ripongono sempre tante speranze, è appena iniziato, ma già il Prindalan e la Pifanie sembrano lontani. Con l’allungarsi delle giornate: Nadâl un pît di giâl Prindalan un pît di cjan, Pifanie un pît di strie, Sant Antoni une ore, Sant Valantin un dôs. il mondo contadino, nella crescita della luce solare, vedeva anche il segno della purificazione. Così il diciassette gennaio, festa di Sant’Antonio Abate o di Zenâr che, con san Valentino, è ricordato come Sant dal soreli , i nostri nonni lo onoravano devotamente e lo chiamavano a purificare o a proteggere tutti gli animali domestici. Accompagnato dal zagut che teneva in mano il secchiello di acqua santa, il plevan di ogni borgo e di ogni paese, affondava con maestria l’aspersorio con cui, solennemente, avrebbe benedetto i nemai portati lungo le vie, nei vicoli o messi dietro i cancelli o le androne. Anche i bambini in questo giorno si sentivano importanti protagonisti tal puartâ a benedî il lôr nemâl: il lujar, il canarin , il gjat o il Bobi e metterli sotto la protezione di questo santo, detto Sant Antoni dal purcit. I fabbricieri parrocchiali, per arrotondare il magro quartese (quarantesima parte dei cereali che veniva data alla chiesa per la cura delle anime e per mantenere il plevan e il capelan), facevano allevare a spese della comunità del paese o del borgo, un maiale (1) “dedicato” al Santo. Il purcit che non aveva alcun padrone, girava libero per le strade, entrava nei cortili e nelle androne dove, in posti fissi, trovava il laip in cui c’erano lis lavaduris (acqua non saponata, usata per lavare la massarie e che conteneva anche i poco probabili rimasugli di cibo), qualche patata, foglie di verza e un puin di semule. Qualche mese prima di purcitâlu, al maiale veniva affiancato un lattonzolo. Questo purcitut, imparando “usi e costumi”, sarebbe divenuto il futuro purcit di Sant Antoni che, in un rituale proprio del diciassette gennaio, era benedetto sul sagrato della chiesa, dopo che una ragazza gli aveva rasato o dipinto una croce sul dorso. Non si è mai sentito che avessero rubato, anche se la grande miseria avrebbe giustificato tale atto, quel maiale che instancabile, girovagava cercando il cibo di casa in casa… Da qui il modo di dire: ”Chel frut al è ator dut il dì”, oppure, “al è torseon come il purcit di Sant Antoni”. La tradizione legata a questo purcit, si è mantenuta da noi sino agli anni attorno al 1960. Pare che la tradizione di far allevare questi maiali dalla popolazione, derivi da un’usanza radicata in Francia fin dal XIV secolo. I frati Antoniani, infatti, potevano far fronte alle spese sostenute per l’assistenza erogata negli ospedali che gestivano e nei quali si curava soprattutto l’herpes, per mezzo dei proventi derivati dai loro maiali lasciati liberi e nutriti da quanto veniva dato dalla gente Anche il Friuli fece propria questa usanza. Si sa che a Udine nella seconda metà del 1300 circa, ci furono alcuni problemi anche per l’ospedale di Sant’Antonio Abate (sorgeva dov’è attualmente l’omonima chiesa (2) in piazza Patriarcato) al quale la popolazione non voleva restituire i maiali ormai pronti per… l’uso. Altro problema era quello legato al fatto che la gente liberava arbitrariamente i maiali, facendoli vivere mescolati a quelli “dedicati” al santo. Possiamo immaginare i motivi e le conseguenze … E dal XIV secolo, facciamo un salto in avanti per vedere che il problema descritto, si trascinò nel tempo nella nostra Patria del Friuli. A Udine, infatti, in un Proclama emanato il 6 agosto 1799 e firmato da Antonio Beretta, Deputato delle Città e Colleghi, ricordando i precedenti datati 1574 e 21 gennaio 1790, diceva che: “…Incomoda, indecente, e spesso pericolosa fu sempre riconosciuta la libertà di lasciar vagare gli Animali Suini non solo nelle Strade, e sotto i Portici delle Situazioni più cospicue, e frequentate di questa Città, ma fino nelle Piazze con danno, e disturbo dei Traficanti. …..gl’Ill.mi Sigg. DEPUTATI della Città rinnovando le provvidenze contro il disordine….fanno intendere e sapere: Che d’ora innanzi ogni Persona, e famiglia debba custodire i propri Animali Suini in modo, che non compariscano sulle strade, e sotto i portici di qualunque pubblica contrada, e molto meno nelle Piazze di Mercato nuovo, di Mercato vecchio, e di qualunque altro Luogo entro i Portoni della Città; in pena di Lire 8. per la prima volta, ed in seguito anche delle perdita degli Animali…… …Ed il presente sarà stampato, pubblicato ed affisso ai Luoghi soliti, onde tolto ogni pretesto d’ignoranza, ottenga la sua esecuzione e così ...” Sant’Antonio è invocato anche dagli ammalati di herpes zoster (fûc di Sant Antoni) perché la tradizione considera l’Abate, il Prometeo cristiano. Egli, a differenza di quanto avvenuto nel mito pagano, non ruba il fuoco agli dei, ma lo chiede al Padreterno per rendere più facile la dura vita cui era costretto il contadino. Dio lo accontenta ma si tiene, però, il fulmine (fuoco che punisce) e, nello stesso tempo, punisce Antonio che aveva osato chiedergli il fuoco, dandogli quello che il santo purtroppo, trasmise agli uomini: il doloroso “fuoco di sant’Antonio”. Per poter guarire da questo male, si credeva fosse sufficiente ungersi con il grasso del maiale e, anche per questo motivo, la tradizione vuole che il maialino sia sempre raffigurato ai piedi del Santo (3). Secondo altri, invece, il maiale rappresenta le tentazioni diaboliche che il santo ebbe nella sua lunghissima vita da eremita nel deserto del Sinai, dove visse per più di ottant’anni e dove morì, più che centenario, nel 336 d.C. , proprio il 17 gennaio. La volontà popolare avrebbe, via via nel tempo, trasformato quell’animale diabolico in quello domestico, fonte di tanta ricchezza per il contadino, come lo erano del resto, gli altri animali che vivevano accanto all’uomo ed erano protetti da questo Santo così venerato dai nostri nonni, i quali appendevano in tutte le stalle una sua immagine. Note: (1) = Probabilmente il nome di quello che fino a pochi decenni fa era il più comune animale domestico, è legato alla dea romana Maia alla quale nel mese di maggio era d’uso sacrificare un porcellino castrato detto “sus maialis”, ossia, porco di Maia. (2) = La prima pietra della chiesa a struttura gotica di Sant’Antonio Abate, fu posata il 22 dicembre 1354 dal patriarca Nicolò di Lussemburgo. Sul retro della chiesa era annesso un ospedale e sul sagrato c’era un cimitero. La chiesa venne assunta al grado di chiesa patriarcale nel secolo XVI, quando i patriarchi dovettero abbandonare il castello al luogotenente veneto e recarsi ad abitare nell’Ospizio degli ospedalieri di Sant’Antonio di Vienna, che era unito a questa chiesa. Ridotta nella forma attuale dal patriarca Barbaro, la facciata che oggi si ammira, venne fatta costruire dal Patriarca Daniele Delfino. In questa chiesa vi tennero il sinodo diocesano i patriarchi: Antonio Grimani nel 1627, Giovanni Delfino nel 1703 e Daniele Delfino nel 1740”. Attualmente questa chiesa, ristrutturata di recente, funge da aula di didattica dell’attiguo Museo Diocesano e sede di mostre e manifestazioni culturali. Chiesa di sant’Antonio Abate da: Le cento città d’Italia del 25/05/1892 Fin dal 1433 in Giardin Grande, a pochi metri dalla Chiesa, ogni 17 gennaio, ricorrenza di sant’Antonio Abate, si teneva il mercato dedicato al santo protettore di tutti gli animali domestici ed anche degli uomini dalla malattia detta “fuoco di sant’Antonio”. Questo mercato che durava tre giorni, richiamava molta popolazione soprattutto il giorno dedicato ad Antonio nella cui chiesa, sino a circa la metà del secolo scorso, si celebrava una messa, la Messe dal puar, dedicata ai poveri della città ai quali le Dame di san Vincenzo davano un aiuto e ne sentivano le necessità. Di questo mercato e di questa Messa si parlò anche in uno di quei divertenti racconti, tramandati di bocca in bocca, attribuiti a Giacomo Bonutti, il famoso Jacum dai Zeis. Eccolo: Ogni an, il disesiet di Zenâr, tal Zardin Grant di Udin, si faseve un grant marcjât, chel di Sant Antoni Abât, protetôr dai nemâi dumiestis. Jacum dai Zeis, che cu la sô marcjanzie al faseve ducj i marciâts, in chest al veve la sô baracute li dal tribunâl, propit dongje de glesie avodade a chel sant tant impuartant par dute la int. E cussì al capità che Jacum, chê matine al veve voie di lâ a dîi une preiere e domandâi che il so mus al ves simpri une buine salût… Propit in chel moment a saltavin fûr de glesie lis Damis de associazion di Sant Vicenç. Chês animis caritatevulis, come ogni an, intant de prime messe,a vevin sintût lis dibisugnis dai puars par podê, cussì, dâur un aiût. E cussì, parvie di cheste usance, dute la int e clamave chê messe: la Messe dai puars. Jacum al stave fasint i scjalins che puartavin denant il sagrât de glesie, cuant une siore cu la pelice e cu la muse dute piturade, lu ferme e i domande: "Che la scusi, bon omo, sela finia la messa dei poareti?" Chês peraulis ditis di une femine … cussì, i fasin saltâ su la moscje e, dibot, Jacum i rispuint: "Sì la mê siorute, e je propit finide e cumò e va su chê des …putanis!" Traduzione: Ogni diciassette gennaio, in Piazza I Maggio a Udine, si teneva il mercato di sant’Antonio Abate, protettore degli animali domestici. Jacum dai Zeis, che con la sua mercanzia era presente in tutti i mercati, in questo aveva la sua bancarella proprio vicino alla chiesa dedicata a quel santo, così importante per tutti. Quella mattina Jacum desiderava andare a dirgli una preghiera e chiedergli la salute dell’asino… Proprio in quella, terminata la prima messa, stavano uscendo dalla chiesa le Dame dell’associazione di san Vincenzo. Quelle anime pie, come ogni anno, avevano appena ascoltato dai poveri, per poterli aiutare, le loro necessità. Per questo motivo, quella messa era detta da tutti: messa dei poveri. Una signora impellicciata e truccata ferma Jacum sui gradini, davanti il sagrato della chiesa, e gli domanda: “Che la scusi, bon omo, sela finia la messa dei poareti?” Quelle parole dette da una donna simile, fanno saltare la mosca al naso di Jacum che, di botto, le risponde: “Sì, signora mia, è proprio terminata ed ora sta per iniziare quella delle…puttane!” (3)= Un’ altra vecchissima leggenda, vuole il maialino sempre raffigurato ai piedi del Santo perché una scrofa, che teneva dolcemente tra le fauci un porcellino malato, si presentò davanti ad Antonio abate. Il Santo, impietosito, guarì il piccolo animale che, in segno di riconoscenza, lo seguì fedelmente per tutta la vita… E’ sempre ambigua, però, la figura “simbolica” del maiale posto ai piedi di Sant’Antonio Abate: da rappresentazione del Demonio tentatore, del male combattuto e vinto, che è divenuto, per affetto popolare “il protetto” del santo.
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