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ATTUALITÀ + CULTURA
GAY IN DIVISA
Poliziotti, carabinieri, vigili urbani, agenti della Guardia di Finanza: donne e uomini in divisa
che marciano al pride e rivendicano di essere persone omosessuali impegnate nelle forze
dell’ordine. Li abbiamo incontrati.
TESTO — ALESSANDRO CONDINA · [email protected]
ANCHE IN ITALIA, da qualche anno a questa parte si vedono, qui e là
lungo i cortei per i diritti lgbt, gli striscioni di Polis Aperta (www.polisaperta.org) l’associazione che riunisce gay, lesbiche, bisex e trans in
divisa. Per la prima volta dal 2005 – quando nacque – a capo c’è una
donna, Simonetta Moro, agente della polizia municipale di Bologna: “I
nostri scopi sono principalmente due: aiutare con esempi di coming
out positivo le persone lgbt nelle forze armate a vivere serenamente
la loro condizione, e mettere la nostra professionalità al servizio della
società contro i crimini d’odio”.
A questo proposito Polis Aperta collabora con l’Oscad, l’Osservatorio
per la sicurezza contro gli atti discriminatori istituito nel 2010 presso
il Ministero dell’Interno, per la prevenzione e il contrasto ai crimini
contro le persone lgbt. Quest’anno è stato attivato, grazie, anche
all’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), un programma
di formazione rivolto alle figure apicali della polizia e dei carabinieri,
per spiegare la diversità, sensibilizzare le forze dell’ordine rispetto
ai crimini d’odio e al rispetto della privacy, un aspetto fondamentale
per incentivare gay e lesbiche vittime di discriminazioni e violenze a
rivolgersi alle autorità.
“In altri paesi come la Gran Bretagna – dice Moro – all’interno delle
forze di polizia vengono individuati proprio agenti gay, lesbiche e
transgender che si relazionano con la comunità lgbt e favoriscono una
migliore comunicazione e collaborazione. Sarebbe un punto di forza se
anche in Italia si attivassero politiche di questo tipo”.
Nel frattempo comunque è già operativo l’Oscad, che può essere
contattato all’email [email protected] o al fax 06 46542406: “La
segnalazione non sostituisce la denuncia da fare in caserma o in questura, ma serve a monitorare gli atti discriminatori.
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L’Oscad si interessa e segue l’evoluzione del caso e può individuare,
all’interno della polizia e dei carabinieri, le figure che se ne possono
occupare in maniera più sensibile”.
Fino al 10 dicembre 2013 le segnalazioni relative a violenze o discriminazioni gay erano 83. Purtroppo, come si legge su un documento
ufficiale del ministero dell’Interno “il fenomeno dell’omofobia e della
transfobia non è misurabile”, perché manca una legge specifica. Così
quando le forze di polizia ricevono una denuncia non la possono classificare nel sistema SDI come reato omofobico, ma la inseriscono “quale
reato generico (es. ingiuria, minaccia)”. Le segnalazioni andrebbero
sempre inviate all’Oscad, quindi, per dare un quadro più realistico del
fenomeno.
A questo proposito “la proposta Scalfarotto sull’omofobia – dice
Simonetta Moro – potrebbe essere un inizio per aprire una breccia.
Sappiamo che è stata contestata e che può essere migliorata, ma dal
nostro punto di vista ben venga, perché un approccio graduale non è
da respingere”.
Ma dal punto di vista di gay e lesbiche, com’è la vita in divisa?
“Da parte dei colleghi ho ricevuto reazioni positive al mio coming out”,
racconta Fabio Scaravonati, romano, 40 anni di cui 20 passati nelle
forze dell’ordine.
“Prima mi sono fatto conoscere sul lavoro per quello che sono, poi
quando ho capito che non avevo nulla da temere sono venuto fuori. Io
ero tranquillo e ho tranquillizzato le persone che mi stavano accanto.
Con la pacatezza, il dialogo si possono aiutare anche i colleghi a capire
un mondo che magari non conoscono. Mi fa piacere quando mi dicono
che con il mio comportamento non vedono differenze tra eterosessuali e omosessuali”.
Fabio, che aveva già fatto coming out in famiglia e con gli amici, si
è avvicinato a Polis Aperta qualche anno fa e negli ultimi tempi ha
deciso di impegnarsi in prima persona, anche partecipando ai convegni
della European gay police association, come l’ultimo che si è svolto a
Berlino, con una decina di agenti e militari italiani, autorizzati dai loro
comandi a partecipare in veste ufficiale.
“Da parte dei superiori ho trovato molta delicatezza sull’argomento,
né astio né chiusura”, racconta. “Ho incontrato persone molto intelligenti che non si sono lasciate guidare dalla paura”.
L’ambiente delle forze dell’ordine in realtà non rispecchia gli stereotipi
che si potrebbero immaginare: “Non c’è tutto questo maschilismo ed
esaltazione del ‘maschio alfa’: c’è il rispetto delle gerarchie, ma non c’è
autoritarismo, bensì autorevolezza”.
La presenza e la visibilità di gay e lesbiche in divisa può aiutare, quindi,
sia chi fa parte delle forze dell’ordine sia l’intera società: “È un investimento a lungo termine – dice Fabio – per cui c’è bisogno di tempo.
Mostrarsi senza vergogna e senza paura può aiutare tutti a capire che
non c’è niente di sbagliato nell’omosessualità”.
settembre 2014 · PRIDE