Walter Nulli a Sasso di Maremma La morte, soprattutto quando arriva improvvisa, è davvero una rapina, violenta e lacerante. Quando poi arriva di notte, carica di solitudine, rivela la sua ipocrisia e la sua meschinità. Quando poi distrugge e svuota speranze serene e buone è davvero assurda, irrazionale. Ho sentito forte quanto il Qoelet dice: "Vanità delle vanità". Soprattutto questo dolore senza respiro entra in tutti noi che abbiamo conosciuto un amico buono e giusto come è Walter, che davvero testimonia veramente quanto la Bibbia dice nel Siracide: "una bocca amabile attira gli amici, un linguaggio gentile attira i saluti". Sì, Walter era ed è amato per la sua bontà, per il suo vivere tutto nel segno dell'amicizia, come aveva imparato negli anni della gioventù, con il suo prete don Franco, con le avventure oratoriane che ricordava sempre, con il suo giocare a carte fino a notte tarda con il suo gruppetto di amici, con Angiolina che, da donna burbera e servizievole, aveva con lui un legame profondo che è continuato nel tempo, fino ad oggi, fino a questo suo desiderio di stare in Toscana, di sentirsi parte di questo progetto di ospitalità, di fattoria sociale, di buona cucina, di ricerca e di silenzio spirituale. Ma perché questo andar via, questo lasciare nel vuoto chi gli ha voluto e vuole tanto bene, in primis dalla moglie, con cui si sentiva sicuro e sereno anche nelle sue fragilità (come di tutti) e a cui consegnava le proprie speranze e paure? Ma perché la morte è così violenta, improvvisa? Ho ricercato percorsi di consolazione, parole di conforto, ma tutto mi rimane confuso, un po' come Walter stesso avvertiva in lui, nel suo porsi da dubbioso, ma rispettoso e per questo anche credente, che portava dentro di sé la sua sofferta ed inquieta incredulità, piena però di pace e poesia, quella poesia che incontrava nella natura, nel silenzio della Maremma, come prima era per la montagna, per quella neve che l'ha accompagnato anche nell'ultimo viaggio. Ma ancora ho ricercato in me come colmare il vuoto: e ho continuato a scorrere la Parola di Dio, quella sapienziale, che è piena di una saggezza umana che non sconfina mai nello scontato. "Principio di ogni opera è la ragione, prima di ogni azione è bene riflettere. Radice dei pensieri è il cuore". Così dice il Siracide. Sì, il cuore di Walter, quello puro che non l'ha tradito, è stato sempre colmo di pensieri, anche di ansie. Io l'ho conosciuto e amato così: una vera amicizia, come quando ha deciso di avventurarsi nella Cooperativa Lavoriamo affidandosi, inventandosi anche nel mestiere, per stare con quelle persone che hanno capito la generosità del suo cuore. E sono qui in tanti: l'altra mattina, quando è giunta la notizia della morte, chi stava facendo le pulizie ha lanciato un grido acuto di dolore, di pianto, come lo hanno avvertito in tanti che sono in Casa della Carità, nostri ospiti, alcuni di loro anzi attendono ancora di andare nel vigneto, in quell'oasi, come l'ha chiamata Walter. Aveva chiesto e condiviso con Maria Grazia sei mesi di aspettativa alla Cooperativa per stare in Maremma, nella Fondazione con Davide e Francesca lì, in quel Poggio del Sasso, a Casa le Pille dove ci ha lasciato, ma dove rimane con il suo cuore, la sua poesia, il suo leggere, il suo desiderio forte di riposo operoso. E non lo lasceremo solo lì, continueremo ad esserci, anzi quella casa sarà casa di Walter. E così ripensando mi sono ritrovato nel cuore il volto di Walter che, con la sua silenziosa generosità, ha conquistato molti, soprattutto quanti sono poveri e semplici: quando lunedì abbiamo celebrato in Casa della Carità una messa in suo suffragio, la cappella era colma di presenze, credenti, non credenti, uomini e donne di diverse religioni, tutti insieme, commossi e convinti che è l'amore che vince la morte, come dice il Cantico dei Cantici, poesia e lirica stupenda. E pensando così ho ritrovato e ripreso ad avvertire come accolto il linguaggio delle Beatitudini, quell'amore francescano alla vita che Walter ha profondamente intrecciato con i suoi ideali, con il suo stile di vita, con la sua sobrietà calda e la capacità di custodire ricordi e amicizia. Certo ritorna quella speranza per un mondo migliore, per una giustizia piena di uguaglianza, di dignità, che gli aveva fatto incontrare anche l'amore solido per Maria Grazia con Elena, che don Franco aveva custodito e accompagnato come sacramento nuziale in quel di Buguggiate. Sì, allora anche quella tristezza diffusa per un mondo dove si intravedono solo spiragli di fraternità è stata attraversata da questo grande desiderio di vivere un'esperienza forte, intensa, da protagonista "accanto", come lui amava dire, con la buona cucina. Le ragazze ospiti che lo hanno accompagnato nell'ultimo momento della sua vita testimoniano il valore perenne di questo suo sogno, di questa oasi dove ripensare a come far crescere benessere, ospitalità senza regole, come quando ha accompagnato due ospiti con i loro tre cagnolini, senza scomporsi di fronte ad un'ospitalità che nessuno avrebbe vissuto senza esitazione come lui ha fatto. E' questa la sua vera e profonda religiosità, piena di amore vero, a volte anche sofferente nel trattenere dentro di sé, senza parlare, ma facendo attraversare il suo corpo, il suo occhio da questa tensione. E' il rispetto per l'altro così come è, come il suo amore immenso per la propria mamma che ora ritrova. Sì, pensando così, mi sono ritrovato a vederlo ancora pieno di vita, che corre o cammina passeggiando mano nella mano con chi gli ha voluto bene. Sì la morte non è, non può essere l'ultima parola. "Dov'è o morte il tuo pungiglione? Ormai non pungi più perché Cristo ha vinto la morte", dice Paolo. Ecco sì, dobbiamo aprire fessure di speranza, sguardi liberati dal dolore della morte. Un amico carissimo ha mandato in questi giorni un messaggio a Maria Grazia che diceva così:" Carissima Maria Grazia nell'ora del dolore devi sapere che tuo marito ha dato la vita per te e tua figlia, per il tuo lavoro e per la tua speranza che erano anche le sue. Io sono certo che mia moglie ha pagato per me e per mia figlia il caro prezzo dell'amore e così tuo marito, allo stesso modo di Sara con Abramo e Isacco. Custodisci nel cuore questa grazia e questo dono, ti asciugherà ogni lacrima che feconderanno ancor di più la tua vita". Sì dobbiamo avvertire, con il nostro essere qui, che non è un addio, ma è vivere un dolore che può rigenerare attese di futuro. Il Vangelo delle Beatitudini davvero risuona in noi, così come abbiamo fatto e continueremo a fare anche qui, consapevoli che tu ci accompagni ancora e ancor di più ora possiamo dire: "Ci proteggi". Grazie Walter, per come sei stato e per come sei. "La carità mai tramonterà", abbiamo sentito nell'inno ai Corinzi: è questa verità, questo linguaggio nuovo di fraternità che parte dall'ascolto del dolore di tante vittime, che ci permette di amare senza confini. Ed allora anche il vuoto che sentiamo tutti, il pianto che riempie i nostri occhi può essere non consolato, ma accompagnare anche quella speranza, quel desiderio di camminare ancora insieme, anzi, ancor più legati e convinti e, permettetemelo, anche tutti noi che viviamo in Casa della Carità con la Cooperativa Lavoriamo, con il CeAS, che ha già avuto il dolore immenso della scomparsa di Beppe, che sognava anche lui quell'oasi. Mi immagino che ora insieme riprenderanno a proteggere il nostro cammino, il cammino di tutti, soprattutto di quanti semplici, attraversati anche dalla povertà chiedono una società più giusta e fraterna, ospitale come lui ha imparato a desiderare per tutti gli anni della sua vita. Don Virginio Milano, 11 marzo 2010
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