ORAZIONE DI GOFFREDO BETTINI ALLA

ORAZIONE DI GOFFREDO BETTINI ALLA CERIMONIA COMMEMORATIVA
DI GIANNI BORGNA.
Roma, 21 Febbraio 2014
Se mi chiedessero di dire in poche parole che cosa è stato Gianni Borgna,
direi senza esitazioni: un comunista italiano. Il Pci è stato il solo partito
che abbia veramente amato. Non solo il Pci, ma l’Italia del Pci.
Le sue radici sono lì: nei comizi di Togliatti, che da adolescente andava a
sentire a piazza San Giovanni; nella rivolta dei ragazzi con le magliette a
strisce; nelle intensità dei dibattiti culturali che allora si accendevano;
nella Roma popolare e colta di Moravia, Pasolini, Gadda.Negli scantinati
di Prati dove, davanti a poche persone, cominciava a esibirsi Carmelo
Bene; nelle estati intense, nei mari comodi, che Borgna preferiva, con le
spiagge lunghe e i jukebox; nelle feste dell’unità fatte ancora totalmente
dai volontari; nelle abitudini ingenue, sane, schiette di una generazione
che nei licei romani, come il Mamiani, andava in lambretta, ascoltava
Paoli, Tenco e Bindi. Leggeva Sartre. Scopriva il rock. Andava tutti i giorni
al cinema, amando immensamente Truffaut, Malle, Godard e,
oltreoceano, l’immenso Hitchcock, da Gianni considerato il più grande.
Le sue radici sono nei fidanzamenti di allora tra i banchi di scuola, vissuti
come trasgressioni audaci, ma in realtà timide e prudenti prove di sesso,
piene di tenerezza e di amore giurato come eterno.
E così sarà: infatti, la sua intelligente e densa compagna Anna Maria, di
cui si innamora da ragazzo e che poi perde di vista e con la quale si
rincontra dopo tanto tempo, diventerà la donna della sua vita come in
una di quelle storie che gli piacevano tanto, nelle quali il destino porta a
suggellare nella realtà una fusione idealizzata di anime.
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Borgna, poi, è stato un dirigente del Pci, con incarichi importanti. Lo
scoprì Petroselli. Lo mise, appena fatto funzionario, in uno stanzone con
altri giovanissimi dirigenti di estrazione più popolare. Quando lo andavo a
trovare, ci guardavano con sospetto e ogni tanto intimavano il silenzio.
Allora io facevo abbaiare il mio cane lupo, che allora portavo sempre con
me. E Gianni si divertiva come un pazzo. E alle proteste dei colleghi,
rispondeva che anche il cane era iscritto al PCI.
Nel ’73 fu segretario della FGCI di Roma. Poi nella segreteria nazionale
della FGCI. Nella seconda metà degli anni ’70, consigliere regionale del
Lazio e capogruppo del PCI. Negli anni ’80 dirigente nazionale del
dipartimento culturale. Infine, per un lunghissimo tempo, indimenticabile
assessore alla cultura del Comune di Roma. Infine, presidente
dell’Auditorium che grandemente contribuì a realizzare.
Ma la biografia non rende giustizia della sua influenza e delle sue capacità
che gli derivavano, appunto, da quell’impronta tutta particolare che
mischiava in lui il rigore etico e il lavoro acquisito nel durissimo tirocinio di
funzionario di partito, l’apertura mentale e il bagaglio culturale di un vero
intellettuale e la voracità di vita di un eterno fanciullo ribelle.
Perché Gianni era sì un comunista italiano, ma irregolare, sorprendente,
fantasioso, curioso, sapiente e geniale, paradossale e dialogante persino
con la cultura più apertamente di destra. E così oscillava continuamente
dalle sue attività più propriamente politiche alle sue passioni più
profonde. Irriducibili spazi di libertà nella noia ripetitiva degli impegni
pubblici: lasciò l’incarico di capogruppo per scrivere sui banchi della
Pisana, di nascosto, i suoi imponenti libri sulla canzone italiana.
La sua produzione è stata grandissima: dvd, film, documentari, articoli,
libri, spettacoli, musical, concerti, mostre e format televisivi. E’ stato un
vulcano d’idee e di realizzazioni. Una tale fioritura non si è mai potuta
contenere in una semplice “carriera”, che di solito si snocciola nella vita di
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tanti politici. Le postazioni ufficiali e i riconoscimenti istituzionali per
Gianni sono stati al di sotto delle sue potenzialità e qualità. Non se ne è
doluto più di tanto. Perché sapeva bene che, in fondo, parte della sua
persona stava “altrove”; nei grandi spazi di una fantasia appagante e
disincantata; al riparo delle bassezze che la rincorsa al potere impone.
Solo in privato, talvolta, si lamentava che il partito, al quale aveva
dedicato una vita, non lo avesse utilizzato al meglio. “Potrei dare di più”
diceva. Come un figlio non completamente accettato dal padre, mi
mostrava i ritagli dei giornali italiani e internazionali nei quali
effettivamente si magnificavano i suoi risultati nel lavoro culturale,
soprattutto a Roma con Rutelli e Veltroni (due sindaci che non si
dimenticheranno, che ho avuto anch’io l’onore di servire), mentre,
magari, i nuovi gruppi dirigenti facevano le pulci alla sua stagione di
governo, con analisi sloganistiche, superficiali e ignoranti. Ma, poi, tutti
questi sentimenti passavano come nuvole veloci.
Lampi di sdegno li aveva solo quando l’intrigo premiava l’incompetenza,
l’approssimazione, la furbizia vuota, la pura chiacchiera e quando ciò
accadeva, anche nel campo della sinistra, lo sdegno si accompagnava alla
rabbia: in lui, così gentile e sereno, di assai breve durata. Dopo l’89, ha
aderito alle varie trasformazioni del PCI più per un senso di ancestrale
appartenenza che per convinzione. Fu fermamente contro la svolta. E il
suo pensiero era che da allora si fossero susseguiti una serie di cedimenti
alle ideologie dominanti e di destra. Ancora non è uscito il suo ultimo
libro “ Senza Sinistra”. Un durissimo esame dei nostri errori. Avevamo in
cantiere un progetto per giugno a quattro mani su Enrico Berlinguer. Che
egli rispettava profondamente, anche se ripeteva che Togliatti era il più
grande. Che, se non fosse morto, avrebbe lui unificato la sinistra. E poi,
come me, venerava Ingrao. Insieme abbiamo passato con Ingrao giornate
bellissime di conversazione gradevole e libera. Una, indimenticabile, sulla
terrazza di Montecitorio, di notte, in una serata calda di agosto romano,
quando Pietro era Presidente della Camera, nella quale Gianni,
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appassionato dei grandi delitti del dopoguerra, ci spiegò che Ghiani era
innocente; che Pasolini era stato assassinato per un intrigo legato all’Eni;
che lui aveva risolto il caso Montesi, quello del biondino con la spider
rossa e così via: con Ingrao che lo guardava perplesso e che naturalmente
concluse: “Caro Gianni, sarei insincero se ti dicessi che mi hai convito del
tutto. Mi rimane un dubbio”.
Infine, Gianni è stato anche un bravissimo amministratore: preciso,
puntuale, maniacale nell’onestà ed espertissimo nelle procedure.
Segnava tutto in un piccolissimo quaderno: il numero delle delibere, gli
articoli del regolamento, i tempi delle decisioni amministrative. Si
vantava, a ragione, di essere molto più preparato degli assessori
cosiddetti tecnici, che magari tendevano a considerarlo solo un poeta.
“Quale poeta!” Diceva “ne so molto più di loro”. Era come un vezzo, che si
fondava, tuttavia, su un’idea precisa del buon amministratore, che per lui
doveva sempre saper combinare specialismo e visione politica. Ricordo, a
questo proposito, quanto fu felice il giorno in cui Rutelli, che aveva capito
benissimo il suo talento, gli chiese di assumere come assessore alla
cultura anche le deleghe al personale.
Tuttavia, Gianni per me è stato soprattutto l’amico di una vita. La persona
con la quale ho avuto la maggiore sintonia umana e intellettuale. Con la
quale ho lavorato tanto, e in particolare ho riso di più.
Di un riso continuo, contagioso, irrefrenabile che scaturiva dalle più
piccole cose. La verità è che, impegnati spesso in liturgie solenni, non
riuscivamo a prendere troppo sul serio noi stessi. La cifra del nostro
linguaggio era il paradosso, il surreale, il grottesco, il dissacrante. Era il
nostro modo di divorare la vita che abbiamo amato immensamente. Di
renderla un divertente palcoscenico animato da sentimenti radicali e
sinceri, da avventure divertenti e giocose: noi, ambedue, al fondo così
esposti al dolore e alle ferite della vicenda umana. Così consapevoli
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dell’assurdità e del mistero del nostro passaggio terreno. Gianni si
appassionava a tutto; da tutto si faceva coinvolgere e su ogni nuovo
progetto ci metteva l’anima. Ma, al fondo, covava un filosofico distacco.
La dolce consapevolezza che tutto questo trambusto, serviva anche per
non ascoltare troppo forte la voce che ricorda l’inevitabile fine di ogni
cosa che si ama.
Mi ritornano in mente, oggi, le nostre bizzarre avventure: quando lo vidi
la prima volta, arringare i malati del S. Maria della Pietà con un colbacco
di visone in testa; o quando la federazione del PCI nel ’74, durante
l’allarme per un possibile colpo di stato, scelse casa mia come una delle
sedi clandestine per organizzare la resistenza. Borgna ne sarebbe stato il
capo. Arrivò in lambretta. Al telefono mi disse che aveva perso le chiavi di
casa. Con aria misteriosa, appena dentro, mi spiegò il da farsi. Decise che
era meglio armarsi. Avevo in casa una vecchia scimitarra moresca, anche
arrugginita. Disse che andava benissimo. Si accomodò in poltrona, con
l’arma sul grembo, e un’enorme coperta, perché era freddoloso. E si
addormentò, con me vicino, come un sasso. Fece una bella dormita e si
svegliò sereno. Il colpo di stato, per fortuna, non ci fu. Ma fummo fieri di
aver dato il nostro contributo antifascista; o quando m’impose di imitare
Ingrao e telefonare a Gino Paoli per convincerlo a venire a un concerto. O
quando mettemmo la “Nuova Compagnia di Canto Popolare” dentro
un’ambulanza per portarla rapidamente a suonare alla festa della
gioventù di Ravenna; o quando facevamo volare il suo cane nel corridoio
di casa sua dove correva vibrandosi nell’aria tanto lo avevamo eccitato; o
quando scrivevamo insieme i nostri interventi come quello per il funerale
di Pasolini; o quando facemmo da pacieri tra Gino Paoli e Ornella Vanoni,
che avevamo unito in concerto per la prima volta; o quando con due soldi
in tasca partimmo per Venezia per andare a difendere “Novecento” di
Bertolucci.
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Potrei continuare all’infinito. Di Gianni politico si può dire quello che
Pasolini, nel suo ultimo discorso al congresso del partito radicale, che
leggemmo lui e io, dopo la morte del poeta, incita a fare rivolgendosi ai
lavoratori.
“Combattete per i vostri diritti, ma fatelo con grazia”. Ecco, Gianni è un
politico che ha combattuto, e tanto, ma con grazia. Non perdendosi nel
linguaggio dei suoi avversari. Non rinunciando al suo vitale modo di stare
nel mondo.
Eppure, alla fine la cosa più vera che sento di lui non è come ha
attraversato la gioia; ma come ha attraversato il dolore.
Gianni, che era insistente fino alla petulanza sulle piccole cose, si è
dimostrato un gigante per come ha vissuto la malattia. Lunga e senza
lamento. Durante la quale è rimasto produttivo. Più produttivo che mai.
L’ha attraversata con la saggezza di un filosofo e l’occhio innocente di un
bambino che fa finta di credere che la morte non arriverà mai. E invece
sapeva che sarebbe arrivata. Ma è voluto apparire distratto, per
andarsene in punta di piedi, con discrezione e gentilezza. Non
disturbando gli altri.
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