Horn e Lertor

Erika Reitano
De immortali morte
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-Buon compleanno, Leah!- Leah si trovava sola nel suo
piccolo appartamento di New York, -che vita da cani. Vero
Ryder?- la ragazza parlava con una fotografia di un ragazzo
posta sul mobiletto d’entrata, poi prese la sua felpa, diede un
ultimo saluto alla foto e uscì da casa.
Durante il tragitto che porta all’accademia, a Leah si
unì Paris, una ragazza simpatica, presa poco sul serio da
molti per via del suo aspetto: alta, snella, lunghi capelli
biondi e due occhi grandi azzurri come il mare.
-Buongiorno! Tanti auguri tesoro!-Grazie Paris.- rispose Leah, che fu molto sorpresa.
-Allora?- domandò Paris sempre più eccitata.
-Allora … cosa?-Niente. Oggi a che ora terminano le tue lezioni?-.
-Mm… il professor Thompson oggi non c’è, quindi per
le 16:30 dovrei essere a casa. Perché?-Curiosità. Toh guarda, c’è Danny, vado da lui,
abbiamo le stesse lezioni oggi- Paris diede un bacio a Leah e
corse via, lasciando quest’ultima con un enorme punto
interrogativo sulla faccia.
Le lezioni trascorsero lente, Leah non andò nemmeno
a mensa, rimase per tutta la pausa pranzo in biblioteca a
studiare.
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Mentre ritornava nel suo appartamento non faceva
che pensare allo strano comportamento di Paris.
Arrivata a casa, vide la porta aperta, entrò con cautela
…
-SORPRESAAA!- gridò un gruppo di ragazzi, tra i
quali c’era anche Paris che, vedendo la sua espressione di
vera sorpresa, corse ad abbracciarla.
-Non dovevi Paris. Grazie!- sussurrò Leah all’orecchio
dell’amica.
-Forza si festeggia, non fate le belle statuine!intervenne Danny porgendo dei bicchieri alle ragazze e
trascinandole a ballare; ci fu anche il taglio della torta con
tanto di soffio delle candeline.Alla fine dei festeggiamenti
rimasero in casa solamente Danny, Paris, Jade, Rod, Brad e,
ovviamente, Leah. Quest’ultima non si sarebbe mai aspettata
una cosa del genere, non era nello spirito adatto, ma i suoi
amici le fecero un’altra sorpresa.
-Leah, prima di andare via abbiamo un piccolo regalo.
-Ragazzi non era necessario-.
-Invece sì. Beh, diciamo che è un regalo per tutti noi….
-Quello che Barbie-girl vuole dire è: abbiamo
approfittato del tuo compleanno per farci un viaggio tutti
noi!- intervenne Jade con un tono acido.
-Un viaggio? Davvero? Voi siete matti!-L’avevo detto io: meglio una pizza al pub di Joel-.
-Sta’ zitta Jade! Ecco Leah …- intervenne Brad
estraendo dalla tasca dei jeans una busta, che consegnò alla
ragazza. Aprendo la busta Leah estrasse un biglietto per la
riapertura del “Museum Of Plaster Statues”.
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-La riapertura è tra due settimane, giusto il tempo di
finire gli studi e “ricevere” le nostre desiderate vacanze
estive- precisò Danny con lo sguardo di chi vede le spiagge
dei Caraibi per la prima volta.
-E come ci andiamo? Cioè, Grayville è distante da qui-.
-Ci andiamo in auto. Abbiamo già prenotato in una
pensione. Ci impiegheremo circa una giornata per
raggiugere Grayville. Ora leviamo il disturbo. Notte, Leah e
ancora tanti auguri!-.
-Grazie Rod a domani. Notte a tutti, ragazzi-.
Leah passò le prime due ore a pulire e mettere in
ordine, poi, finalmente, dopo una doccia calda e rilassante
andò a letto.
Quella notte sognò Ryder, i loro momenti felici, la
prima volta che lei si confidò con lui durante la loro
adolescenza. Sognò tutte quelle parole e quei gesti che
avrebbe tanto voluto dire e fare, quegli abbracci dolci e pieni
di protezione, ma ormai nulla di tutto questo sarebbe potuto
mai più accadere.
Da quando Ryder era scomparso, Leah si sentiva
vuota, percepiva la sensazione che una parte di lei era
sprofondata negli abissi e non poteva, o meglio non voleva
salvarsi e riemergere; si sentiva in colpa, avrebbe preferito
farla lei quella brutta fine; ormai per lei la vita non aveva
alcun senso. La sua mente viveva in uno stato vegetativo:
quando usciva, indossava una maschera, un falso sorriso che,
quando rientrava a casa, si sgretolava sotto i suoi stessi occhi.
Non se la sentiva di dire a Paris e agli altri che non avrebbe
voluto partecipare al viaggio e tanto meno alla riapertura del
museo. Loro avevano fatto tanto per lei e non voleva né
deluderli né ferirli. Erano stati gli unici a starle accanto
quando quella fredda mattina di dicembre il direttore del
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carcere dove era rinchiuso suo fratello bussò alla sua porta
per dirle che suo fratello era stato barbaramente ucciso da
altri detenuti. Gli amici di Leah avevano sacrificato il loro
Natale per starle vicino. Questo piccolo “favore” glielo
doveva, in fondo quei ragazzi cercavano in tutti i modi di
tenerle la mente impegnata per non farle pensare a quella
tragedia. Allora decise che avrebbe fatto quel piccolo viaggio,
senza fare alcuna opposizione.
L’ultima settimana di lezione trascorse velocemente e
con monotonia, era arrivato il momento di partire per
Grayville.
Paris stava aiutando Leah a fare le valigie, quando il
suo telefono di Paris squillò. Era un messaggio di Rod: “VI
STIAMO ASPETTANDO GIU’”. Letto il messaggio, le
ragazze chiusero il piccolo appartamento di Leah e corsero
giù dai loro amici. Appena uscirono dal portone della
palazzina, si ritrovarono davanti a due enormi jeep, sui cui
sportelli c’era una scritta che non passava inosservata
“PROPRIETA’ AZIENDALE DI G. R. SMITH”.
-Come mai le jeep dell’azienda di tuo padre Rod?chiese Paris.
-Voleva sbatterci in faccia la nostra lurida povertàrispose Jade con molto sarcasmo.
-Non è vero! E’, che, guardando sulle mappe ho visto
che il paesino di Grayville è situato in strade di montagna,
non adatte ad auto “normali”- si giustificò Rod come un
bambino impaurito.
-Tranquillo Rod, come ci sistemiamo?- chiese Brad
dando una pacca sulla spalla del ragazzo e cercando di
toglierlo dall’imbarazzo.
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-Allora… mm … Io, Paris, Leah e tu, Danny e Jade;
ovviamente io starò davanti poiché ho studiato la strada
sulla mappa- spiegò Rod aprendo il bagagliaio e
sistemandoci le valigie.
Il viaggio iniziò.
“No matter how far we go, I want the whole world to know
I want you bad and I won’t have it any other way. No matter what
the people say, I know that we’ll never break ‘cause our love was
made in the USA made in the USA yeah…”. Alla radio c’era
Demi con “Made in USA”.
Leah si era distesa sul sedile posteriore e guardava
fuori dal finestrino; il paesaggio di città era diventato un
panorama ricco di verde. La ragazza non vedeva la
vegetazione da mesi, lei, che aveva sempre amato stare in
mezzo alla natura; un cartello di legno la distrasse dai suoi
pensieri “GRAYVILLE 5 KM”.
Ebbe come un sussulto e cambiò espressione.
“DIMMI CHE COS’HAI E NON MENTIRMI” Paris
inviò il messaggio a Leah.
“NULLA. MI SI E’ ADDORMENTATO IL SEDERE”.
“HO DETTO NIENTE BUGIE. HO NOTATO LA TIA
ESPRESSIONE”.
“HO UNA STRANA SENSAZIONE CHE MI
INGARBUGLIA LE BUDELLA. CONTENTA?”.
“SI’. COME ARRIVIAMO A DESTINAZIONE
PARLIAMO”.
“OKAY MAMMINA CARA”.
Ormai mancava poco e alla radio, dopo quindici
minuti buoni di cronaca, ecco arrivare una canzone. “From
Yesterday” dei 30 Seconds To Mars. I ragazzi quasi agli
ultimi versi iniziarono a cantare a squarciagola.
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“… From Yesterday, from yesterday but he doesn’t want to
read the message, but he doesn’t want to read the message but he
doesn’t want to read the message here…. Turuturuturuturupà!Le ragazze si guardarono in faccia e scoppiarono a
ridere.
-Rod, quel “Turuturuturuturupà” potevi evitarlo!disse Paris continuando a ridere.
-Volevo riprendere il suono della batteria di Shannon-.
-Non direi Rod, il suono della batteria di Shannon è
notevolmente migliore del verso che hai emesso poco faintervenne Leah ridendo, ma con lo sguardo rivolto verso la
vegetazione, che si vedeva fuori dal finestrino. Poi, una
grande insegna attirò l’attenzione di tutti.
“BENVENUTI A GRAYVILLE”.
-Finalmente, non ne potevo più- sospirò Paris.
-C’è una pompa di benzina, guardate!- osservò Rod
indicando con il mento davanti a loro.
-Ci fermiamo- domandò Paris.
-Sì, dobbiamo fare benzina, e poi possiamo sgranchirci
le gambe-.
Rod si fermò, seguito da Brad che guidava l’altra jeep.
Le vetture si svuotarono.
Jade si avvicinò alle ragazze e iniziò a lamentarsi di
quanto fosse stato faticoso il viaggio.
-Beh… cavalcare è sempre faticoso, mia cara- Brad
interruppe le lamentele per dar spazio agli sguardi increduli
e provocatori delle ragazze e ai commenti di Rod.
-La tua è tutta invidia mio caro- si difese Jade.
-Chiamala come ti pare- ribatté Brad accendendosi
una sigaretta.
Mentre si sgranchivano le gambe, cercavano con lo
sguardo il proprietario del distributore; non dovettero
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aspettare a lungo, dalla piccola casetta, se si può definire così
un ambiente sorretto da quattro tavole di legno, uscirono
due ragazzi in tuta.
-Salve. Desiderate?- chiese uno di loro strofinandosi il
naso.
-Salve, vorremmo fare rifornimento. Siete i
proprietari?-.
-No, siamo i dipendenti-.
-Ah ehm… beh, il pieno grazie- disse Rod.
I due ragazzi si avvicinarono alle vetture e inserirono
le pompe. Avevano l’aria molto strana. Danny lanciò qualche
commento sul fatto che forse avevano sniffato qualcosa.
Rod pagò e chiese se Grayville fosse ancora lontano.
-Ci sei a Grayville, beota- rispose il ragazzo che fino a
quel momento non aveva spiccicato una parola.
-Sta’ zitto e sii più educato, coglione! Scusatelo,
comunque, no, siete già a Grayville, dopo la curva a sinistra
vedrete il paese… solo 50 metri-.
-Grazie, molto gentile!- rispose Jade civettuola.
I due garzoni si lanciarono delle occhiate e le sorrisero.
I ragazzi arrivarono alla pensione “SILENCE”. Era una
pensione vecchia, a giudicare dall’aspetto. Era fatta di legno
d’acero ed aveva una piccola veranda con alcune sedie a
dondolo.
All’interno riecheggiava il suono di una melodia
delicata: era musica classica che si univa all’odore di legno e
lavanda della pensione. L’arredamento era molto retrò: nel
grande salone, che doveva essere la hall, troneggiava un
bancone di legno e dietro di esso uno scaffale con un enorme
libro dalla copertina scarlatta. I ragazzi si avvicinarono e
suonarono il campanello argentato che c’era sul bancone; il
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suono stridulo ruppe la quiete e la magia che aleggiava in
quel luogo e da una porticina quasi invisibile, che si trovava
vicino allo scaffale, uscì un uomo anziano con un grande
pancione e una barba riccia e bianca come il latte che
incorniciava un viso paffuto e simpatico. ‘Sembra Babbo
Natale’, pensarono i ragazzi guardandosi negli occhi.
-Salve giovanotti- disse l’uomo con una voce profonda
e calma -In cosa posso esservi utile?- sorrise.
-Buona sera, abbiamo una prenotazione sotto il nome
di Ronald Junior Smith. Abbiamo parlato al telefono-.
-Oh sì, ricordo!- disse l’anziano aprendo un cassetto
che si trovava dietro il bancone, -Ecco, queste sono le chiavi
della camera signor Smith- e porse le chiavi a Rod che lo
ringraziò e guidò i suoi amici al piano superiore, come se
fosse stato in quel luogo già altre volte.
-Bene, questa è la vostra camera ragazze, mentre le
altre due… non so, vediamo noi tre cosa farci-.
-Perché hai prenotato tre stanze?- chiese Danny.
-Doveva venire anche Matthew ma non è potuto
veni…- Rod non fece in tempo a finire la frase che Jade gli
prese le chiavi e si rivolse ai ragazzi e soprattutto a Danny.
-Beh, allora, tu e Brad state lì, Danny ed io in questa
camera e Leah e Paris in quell’altra, tutti contenti?- Jade
sculettò fino la camera e si chiuse dentro.
-L’unico che avrà da fare sarà Danny… non so come
riesci a sopportarla- disse Brad.
-Beh mio caro, io vivo per lei. È sempre disponibile e
non devo mai chiederle nulla. Non so perché voi non la
sopportiate… è la donna perfetta-.
-Il suo è un amore cieco, ragazzi miei- commentò
sarcasticamente Paris.
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I ragazzi scoppiarono a ridere e si ritirarono nelle loro
camere.
Le stanze erano strane, non avevano un arredamento
classico come il salone, ma uno molto più moderno. C’erano
una televisione e un computer.
-Davvero migliore di quanto mi aspettassi!- esclamò
Paris accendendo il televisore.
-Hai visto il bagno? C’è la vasca con l’idromassaggio!
Chi l’avrebbe mai detto!- aggiunse Leah stupita.
Le due ragazze sistemarono i propri vestiti e le
proprie valigie nell’enorme armadio con le ante scorrevoli.
Erano le 19:30 e qualcuno bussò alla porta. Paris andò ad
aprire avvolta dal suo enorme accappatoio rosa antico.
-Buona sera. Il signor Brow mi ha chiesto di riferirvi
che la cena è servita alle 20:30-.
-Grazie, saremo puntuali- rispose Paris chiudendo la
porta in faccia a quell’uomo dallo sguardo strano e che
pareva volerle saltare addosso.
Si prepararono in silenzio, o meglio, Leah si preparò
in silenzio, tra un sospiro e l’altro.
Scesero al piano di sotto e ad attenderli trovarono una
donna rotondetta con degli occhi che non trasmettevano
nessun’emozione. I suoi capelli erano colore della cenere,
raccolti in una grande treccia.
La donna fece cenno ai ragazzi di seguirla. La
pensione non era poi così piccola. Li portò nella sala da
pranzo: era una grande stanza con tavoli e panche al posto
delle sedie, tutti in legno di ciliegio. Rassomigliava molto alla
mensa della scuola, solo che era più accogliente, calda e il
profumo di lavanda si fondeva dolcemente con quello della
cannella proveniente dalla cucina, aleggiando dolcemente
nella grande stanza. L’anziana fece accomodare i ragazzi ad
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un tavolo che dava su una grande finestra dalla quale si
poteva ammirare una bellissima foresta piena di verde. Ogni
tanto una piccola lepre scappava velocemente qua e là per
non farsi vedere dalle persone.
-Sono Mrs. Brow, la moglie del proprietario. Vi è stato
riferito che siamo puntuali vero? Colazione dalle 07:30 alle
08:00, pranzo alle 12:30 e cena, beh lo sapete già. Chi non sarà
puntuale, salterà il pasto o sarà servito con quello che rimane
in cucina- dopo aver informato i ragazzi di queste regole,
usando un tono quasi ironico, girò i tacchi e andò via.
Erano gli unici a cenare, o forse i soli in tutta la
pensione.
-Avete visto che baffi?- chiese Jade ridendo come una
stupida e rompendo il silenzio rilassante della sala. Non
fecero in tempo a replicare che arrivò la padrona di casa con
lo sguardo di chi aveva sentito tutto; dietro di lei c’erano un
uomo di mezz’età, alto e tozzo, portava dei baffi alla
francese; alla sua destra un altro uomo di cui non si capiva
bene l’età e nemmeno l’aspetto fisico. Sembrava un morto
vivente.
-Loro lavorano qui, lui è il cuoco e quest’altro bel
ragazzo è il suo aiutante!- disse Mrs. Brow dando una pacca
sulla spalla del morto vivente. I ragazzi annuirono e sorrisero
cortesemente, la signora prese le ordinazioni, “un favore
speciale”, aveva detto, solo perché era la prima volta che
alloggiavano a Grayville.
Dopo la cena Jade e Danny si ritirarono subito nella
loro stanza, mentre gli altri uscirono per una passeggiata.
Brad e Rod da gentiluomini si allontanarono di qualche
passo per fumare e le ragazze continuarono a chiacchierare.
-Allora… quale sarebbe questa sensazione?-.
-Non so Paris… non so spiegare…-.
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-E' “brutta” o “bella”?- mimò le virgolette con le dita.
-È un miscuglio… cioè sento che accadrà qualcosa di
piacevole ma allo stesso tempo una… disgrazia- disse Leah
scuotendo la testa.
-... Però?- chiese Leah con un tono grave.
-Non so… sento Ryder vicino-.
-Tesoro, finché non lo dimenticherai, lui sarà sempre
con te. Anche se dovessi dimenticarlo, lui non ti lascerà mai-.
-Lo so ma… non riesco a spiegarmi, è come se…- non
finì la frase che arrivarono i ragazzi e Leah lasciò cadere il
discorso come se nulla fosse.
-Ehi, andiamo a vedere il museo?- propose Rod.
-Non è chiuso? Non possiamo entrare! Ci saranno…
non so… telecamere di sorveglianza… delle guardie- Brad,
da bravo ragazzo tentava di sviare la proposta.
-No, ho visto delle luci prima. Andiamo dai, non
facciamo niente di male-.
-Domani sera c’è la riapertura, che ti costa aspettare
un altro paio d’ore?-.
-Dai Leah, anche tu? Che vi costa? L’unica cosa che ci
potranno dire sarà: “ci dispiace ma siamo chiusi, tornate
domani”-.
Dopo i “lamenti” e le preghiere di Rod i ragazzi
decisero di recarsi al museo.
Erano le 23:30 circa e, come aveva giurato Rod, alcune
luci del museo erano accese e il grande portone principale
era aperto.
I ragazzi si guardarono in faccia e, persino Rod perse
tutta quella sicurezza che aveva avuto poco prima.
-Entriamo dal retro. Magari stanno facendo delle
pulizie o sistemando per domani-.
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-O forse è meglio andare via e tornare domani all’ora
che è indicata sul biglietto!- propose Leah stringendosi nelle
spalle.
-Non fare la fifona Leah!- disse Paris, prendendo in
giro l’amica.
-Non è vero! E’ che…-È che, cara la nostra Leah, sei una fifona! Vieni dai!Paris la tirò per un braccio e la trascinò dentro, seguita da
Brad e Rod.
L’unica luce del museo accesa era quella della sala
centrale. I ragazzi rimasero stupiti dalla bellezza delle statue
e iniziarono a girovagare per tutta la sala, aprendo e
chiudendo le porte che si trovavano di fronte, come se
fossero Hansel e Gretel nella casa di marzapane della strega.
Leah rimase immobile a fissare una statua e non si
accorse che i suoi amici erano spariti finché non si spensero
tutte le luci.
La ragazza si voltò di scatto e si diresse verso la porta,
ma era stata chiusa. Gradualmente, i suoi occhi si abituarono
all’oscurità e così poté evitare di scontrarsi con le statue.
-Ragazzi? Paris?... Rod?... Brad?...- sussurrava e
chiamava invano i suoi amici.
Si diresse verso una porta apparentemente chiusa, si
avvicinò e l’aprì. Innanzi a lei si presentò un lungo corridoio,
a pochi metri alla sua destra c’erano con un cartello che
riportava la scritta “WC DONNA” e “WC UOMO”. Le aprì
piano e chiamò i suoi amici ma nulla. Proseguì lungo il
corridoio e vi trovò altre porte, alcune chiuse a chiave, altre
che conducevano semplicemente a degli sgabuzzini.
Quel corridoio sembrava un labirinto e per di più era
buio e lei non si orientava bene, soprattutto se aveva paura;
si era quasi data per vinta, quando si trovò di fronte una
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grande porta metallica. Un cartello sopra di essa diceva
“KEEP OUT”.
La ragazza non sapeva cosa fare, se entrare o no, ma si
accorse che era l’unica stanza che dalle fessure emanava una
luce e dalla quale provenivano dei rumori.
Stava per aprire la porta quando una mano si posò
sulla sua spalla.
-Ehi! Tu chi sei? Il museo è chiuso. Chi ti ha dato il
permesso di entrare?- quella voce così autoritaria ma allo
stesso tempo calma e suadente fece spaventare Leah che
subito, balbettando, si giustificò raccontando l’accaduto: -…
lo so che abbiamo sbagliato e mi dispiace, quindi se lei vuole
denunciarci alla polizia lo faccia pure. La capisco!-.
L’uomo misterioso iniziò a ridere e prese Leah per
mano.
-Non ho intenzione di denunciarvi, ma non ti
nascondo che sono u po’ infastidito e in più una brutta
notizia te la do: i tuoi amici non ci sono, ti hanno lasciato sola
soletta qui-.
Il volto di Leah cambiò colorito: era rossa come un
papavero e piena di vergogna. L’uomo se ne accorse e per
non farla sentire ancor più a disagio l’aiutò a uscire dal
museo, in silenzio.
-Bene, sei fuori dal labirinto. Posso accompagnarti a
casa? Così, eviti di perderti di nuovo-.
-Beh… casa è un parolone… se non le è di troppo
impiccio può accompagnarmi alla pensione dove alloggio-.
La ragazza, ancora rossa dalla vergogna, non riusciva a
distogliere il suo sguardo da terra.
A pochi passi dalla pensione, la ragazza riuscì a
parlare.
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-Non credo che la padrona di casa sarà lieta di questa
“visita”-. Leah mimò le virgolette sull’ultima parola.
-Perché no?- chiese l’uomo, ancora sconosciuto, con un
tono divertito.
-Ha degli orari precisi e dal suo aspetto non sembra
una che ammette repliche… ma credo che lei la conosca
meglio di me-.
-Mm credo che tu abbia ragione ragazzina. Quella
signora è mia zia, ma credo che farà una piccola eccezione
per suo nipote-. L’uomo rise e Leah arrossì nuovamente per
l’imbarazzo.
Giunti alla locanda, le luci erano ancora accese.
Entrarono senza far rumore e si diressero silenziosamente
nella cucina; qui furono quasi assaliti da un forte ma
piacevole odore di cannella e lavanda.
Solo in quel momento la giovane, alzato lo sguardo,
osservò l’uomo misterioso. Salì piano con lo sguardo, prima
scorgendo il fisico ben piazzato, alto e muscoloso per poi
arrivare al volto, dove scoprì i lineamenti decisi ma delicati
del viso per poi finire ad ammirare i suoi occhi cinerei; quegli
occhi che sembravano pietre preziose incastonate sul volto
dell’uomo, incorniciate dal nero corvino dei suoi capelli.
-Caffè o cioccolata?- quella domanda fece ritornare la
mente di Leah in cucina.
-Cioccolata- rispose la giovane spontaneamente e
arrossendo per la millesima volta in un solo minuto.
-Che sbadato!- esclamò l’uomo picchiandosi la fronte
con la mano destra, -Io sono Wade-.
-Piacere mio, io sono Leah- i due si strinsero la mano e
si sedettero per bere la cioccolata.
-La ringrazio- esordì Leah riferendosi all’accaduto.
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-Non devi ringraziarmi, è normale che tu e i tuoi amici
siate curiosi di vedere le statue. E non darmi del lei, ti prego,
non sono poi così vecchio-.
-Wade, invece devo ringraziarla, chiunque ci avrebbe
denunciato e per quanto riguarda il lei… ci proverò-.
I due sorseggiarono la cioccolata e tra un sorso e
l’altro parlarono del più e del meno, Leah era affascinata da
quell’uomo e dai suoi occhi, non riusciva a spiegarsi come il
loro grigio fosse così luminoso e soprattutto non riusciva a
capire quelle strane sensazioni che stavano nascendo dentro
di lei.
-Scusami, è importante- si giustificò Wade guardando
il display del proprio cellulare e alzandosi dal tavolo.
-Tranquillo, io vado. E’ tardi, grazie ancora e… ciao
allora- Lea si alzò e si diresse verso la porta, lasciando
un’espressione d’incredulità e divertimento sul viso del
ragazzo.
-A domani e buona notte, Leah- la ragazza si voltò,
sorrise e andò via.
Il mattino seguente Leah si svegliò con dieci occhi
puntati su di lei. I suoi amici erano lì ad osservarla, come se
al suo posto ci fosse stato un fantasma.
-Allora? Santerellina, cos’hai fatto ieri notte, eh?-.
-Nulla che vi riguardi! Dopo essere stata abbandonata,
e pongo l’accento su abbandonata, dai miei amici in quel
museo, sono tornata alla pensione tutta sola e senza che
nessuno mi chiamasse o inviasse un messaggio,
semplicemente per sapere se ero viva o no!-. Leah si alzò dal
letto, prese i vestiti e si chiuse in bagno sbattendo
furiosamente la porta.
-È davvero arrabbiata belli miei, l’avete fatta grossa-.
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-Taci Jade!-.
-La verità fa male, Paris-.
I ragazzi aspettarono alcuni minuti nella camera, ma
Leah non usciva dal bagno. Allora decisero di andare.
-Leah, noi usciamo. Abbiamo deciso di fare un pic-nic
nel boschetto dietro la locanda. Se ti va noi saremo lì tutto il
giorno – Paris attese invano una risposta – beh… io vado. Ti
aspetteremo. Ciao…- chiuse la porta e si diresse insieme con
gli altri nel bosco.
Leah era consapevole che la sua reazione era forse un
po’ esagerata: in fondo aveva incontrato Wade; un ragazzo
piacevole. Ma se avesse incontrato qualcun altro? Aveva
proprio bisogno di schiarirsi le idee, organizzare, capire e
attribuire un nome a quelle sensazioni percepite la sera
prima. Per questo aveva deciso di passare buona parte della
giornata in bagno, dentro la vasca, ascoltando la sua musica
e leggendo di tanto in tanto qualche parola del libro che le
aveva regalato Ryder mesi prima e che non aveva mai letto.
Jade si risvegliò intontita e dolorante, con un sapore di
ruggine e polvere che le punzecchiavano la gola; passarono
un paio di minuti prima che i suoi occhi si abituassero al
buio della stanza. La ragazza si trovava in una camera buia e
polverosa, piena di ombre che sembravano sagome di oggetti
molto grandi.
Udì un chiacchiericcio, così provò a urlare e
dimenarsi, ma era legata dal petto in giù ed era imbavagliata;
il fazzoletto era così stretto che non riusciva nemmeno a
emettere un debole mugolio. All’improvviso udì lo
scricchiolio della porta che si apriva.
“Mi hanno sentita, sta arrivando qualcuno a liberarmi”.
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Un’ombra si stagliò sulla parete della stanza
alimentando ancor di più le sue speranze che furono
immediatamente infrante, quando si rese conto che l’ombra
non era altro che un cadavere, che come un fantoccio senza
fili fece un passo indietro e cadde con un tonfo a pochi
centimetri da lei con la testa quasi completamente staccata
del corpo con il sangue che sgorgava inesorabilmente della
gola. Gli occhi di Jade con orrore si soffermarono sul volto
del cadavere, le pupille vitree prive di espressione erano le
stesse di quelle che qualche ora prima la guardavano con
desiderio. Era Danny. Un misto di paura, rabbia e dolore la
pervase. Un brivido freddo le percorse la schiena. che lo
stesso destino, da lì a breve, sarebbe toccato anche a lei.
-Non li ho trovati. Forse sono tornati alla pensioneriferì Rod dopo un giro di perlustrazione del boschetto.
-Vabbè, non importa, lo sanno che tra meno di due ore
dobbiamo andare al museo- disse Brad prendendo la cesta e
incamminandosi seguito da Rod e Paris.
I tre ragazzi arrivarono alla pensione. Paris andò nella
propria camera, dove trovò Leah distesa sul letto, immersa
nella lettura di un enorme libro.
-Ciao- esordì Paris con un tono quasi impaurito.
-Ehi, ciao. Siete tornati!- rispose Leah tranquillamente,
come se si fosse dimenticata della sfuriata fatta quella stessa
mattina.
-Già, ci siamo trattenuti un po’ di più. Vado a lavarmi,
così ci prepariamo per la serata?-.
-Certo! Vai è tardi! E gli altri?-.
-Brad e Rod sono andati a prepararsi. Jade e Danny,
sinceramente, li abbiamo persi di vista ore fa-.
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-Capisco… forse saranno in giro a divertirsi, sai come
sono fatti, e Danny fa qualsiasi cosa Jade ordini- disse Leah
senza staccare gli occhi dal libro.
Paris si chiuse in bagno e ne uscì solo un’ora dopo in
accappatoio.
Silenziosamente osservava la sua amica, che era
ancora immersa nella lettura e, mentre l’osservava, iniziò a
prepararsi. Si domandava il perché Leah fosse così quieta
durante la lettura, “Di solito commenta anche i libri di
astronomia fisica”, pensò.
-Sei ancora infuriata per ieri sera?-.
-No… mi è passata. Un buon bagno caldo e un’ottima
lettura aiutano- rispose tranquillamente la ragazza, alzandosi
dal letto e posando il libro sotto il cuscino.
-Sono felice che tu non ce l’abbia con me – sorrise –
cosa stai leggendo? È un libro bello grosso-.
-Un libro che Ryder mi aveva regalato tempo fa e che
non ho mai letto-.
-È appassionante?-.
-Molto- Leah iniziò a pettinarsi e vestirsi per
l’occasione.
-Titolo?-.
-“De Immortali Morte”- Leah rise dell’enorme punto di
domanda che era comparso sul volto di Paris e le spiegò:-È
latino. Ryder amava questa lingua-.
-Ah… io non ho mai studiato latino… ma dal titolo
riesco a comprendere il significato-.
-Già-.
Un lampo di malinconia attraversò gli occhi verde
prato della ragazza. Paris se ne accorse all’istante perché,
dentro di essi, s’intravidero delle pagliuzze dorate come il
grano: era un difetto, non si sa se genetico o forse era solo
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l’immaginazione di chi la guardava, ma esse comparivano
ogni volta che Leahprovava forti emozioni o era
semplicemente triste. Per sviare quella malinconia Paris
cominciò a parlare della serata che avrebbero passato alla
mostra e dei nuovi incontri che avrebbero potuto fare, ma
senza accennare all’uomo che aveva visto con Leah la notte
prima.
I ragazzi arrivarono al museo. Un grande cartello
esposto proprio accanto alla scalinata d’entrata diceva:
“GRANDE RIAPERTURA DEL Museum of Plaster Statues DEI
FRATELLI WADE E DAVE MYRON”. A decorare il
cartellone c’erano le figure di varie statue. Leah si soffermò a
guardare quel cartello dove vi erano scritte varie opinioni e
piccoli frammenti di interviste dei fratelli.
“Hanno lo stesso nome”, pensò Leah.
L’interno del museo le sembrò più bello e interessante
della sera precedente. Era tutto molto raffinato, persino le
persone presenti esprimevano grazia e raffinatezza.
Dall’alto soffitto calava un enorme lampadario in stile
vittoriano; alle pareti c’erano lumi rivestiti da cristalli. Tutto
era molto antico, sembrava di essere tornati nel 1800. Persino
le statue raccontavano storie antiche. Una in particolare colpì
Leah, ma il suo sguardo fu distratto da un applauso di
massa. Si voltò e vide il signor Brow, il proprietario della
pensione, con il microfono in mano che richiamava
l’attenzione della platea.
-Buona sera, graditi ospiti. Questo è un giorno
importante_ oggi i miei adorati nipoti Wade e Dave – a
quella parola, nipoti, Leah trasalì –hanno riaperto al pubblico
questo antico e meraviglioso museo. Io non vi ruberò molto
tempo, ma vi chiedo di fare un forte applauso ai miei amati
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ragazzi. Venite, dai- il vecchietto uscì di scena e al suo posto
salirono Wade e Dave.
-Buona sera, signore e signori. Come ha anticipato
prima il nostro caro zio, dopo una lunga riflessione abbiamo
deciso di riaprire il museo dei nostri genitori e di continuare
la loro opera. Come potrete notare, gli unici aggeggi
tecnologici del museo sono il sistema di sorveglianza e
l’impianto elettrico, ovviamente. Abbiamo deciso di lasciare
il resto del museo com’era in passato e come nostra madre,
amante del periodo ottocentesco, aveva arredato. Detto ciò, il
nostro artista, mio fratello, vi parlerà delle statue e sarà lieto
di rispondere a qualsiasi vostra domanda-. Wade lasciò il
microfono al fratello e uscì di scena, mescolandosi tra la folla
e i camerieri, che servivano champagne e squisiti stuzzichini.
Il museo era così colmo di persone che non si capiva
quali fossero ad osservare le opere e quali, invece, stessero
ascoltando Dave.
Leah allora tornò alla statua che stava osservando
pochi minuti prima. Rappresentava Lady Marion, una
nobildonna inglese. La statua era ben definita, la donna
aveva la classica acconciatura delle dame dell’Ottocento, il
vestito cadeva perfettamente sul corpo, le pieghe erano così
perfette e ben definite che, come il resto della statua,
sembrava reale e in movimento. I dettagli del volto erano più
che perfetti, si riuscivano a distinguere le ciglia staccate una
dall’altra e le labbra, socchiuse, davano l’impressione che la
donna stesse respirando. Leah continuava a fissare la statua
che, però, le trasmetteva un senso di angoscia.
-Ti piace molto, eh?- disse Wade porgendole un
bicchiere di Champagne.
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-È molto bella… affascinante… colpisce subito chi la
guarda. Grazie- la ragazza prese il bicchiere e ne bevve un
sorso.
-Ho notato subito che ti ha… mm… rapita-.
-Ah… e da cosa?- Leah distolse lo sguardo dalla statua
e lo rivolse a Wade, che quella sera aveva un aspetto molto
elegante rispetto la notte precedente.
-Beh, sono all’incirca – l’uomo guardò l’orologio che
aveva il polso – 20 minuti che fissi questa statua-.
-Tu… cioè… sono 20 minuti che fissi me?- l’ultima
frase la pronunciò senza pensarci e alla fine si accorse di
essere arrossita dalla vergogna.
-Già, ben 20 minuti, ma non riesco a capire se la tua
espressione è: “La statua è bellissima” oppure “che roba è
questa?”- risero entrambi.
-Perché? Ho un espressione così terribile?-.
-No, ma non riesco a decifrare ciò che pensi… ti faccio
un esempio. Vedi quella laggiù, quella vestita di rosso? –
Leah annuì – Quella donna laggiù sta pensando: “Che
diamine ci faccio qui, non capisco nulla di questa roba”.
Oppure, quell’uomo con la camicia color crema, lui pensa:
“Questa creazione è stupenda, chissà se è in vendita”, o
ancora quell’uomo lì, quello con la cravatta a fiori, sta
pensando “chissà se quella ragazza è impegnata”- i due si
misero a ridere, continuando a chiacchierare, sorseggiando lo
champagne e spostandosi da un’opera all’altra, finché non si
ritrovarono fuori, sotto la luna, che quella sera splendeva in
tutta la sua bellezza argentata.
-Ora, seriamente, Leah, perché hai quell’espressione?-.
-Spiegati, che espressione ho?- Leah iniziava a irritarsi.
Non lo conosceva neanche da un giorno e già si comportava
come Ryder.
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-Non saprei, sorridi ma sei triste, t’interessi a qualcosa
ma la tua mente lavora tutt’altro pensiero e i tuoi occhi si
guardano intorno, come se stessero cercando un fantasma e
tutto senza rendertene conto. Forse sono io che
t’infastidisco?A quella domanda Leah si sentì una totale idiota, però
pensò che Wade fosse un buon osservatore.
-No! Tu non c’entri nulla, anzi, è un onore avere
quest’amicizia con te, Wade – si fermò per bere l’ultimo sorso
di champagne. –Forse ti sarò sembrata triste o pensierosa
perché sto pensando ai miei amici. È da questa mattina che
non si fanno vivi-.
-Mi dispiace, non sapevo… credevo foste solo tu e gli
altri tre ragazzi con cui sei venuta qua stasera- Wade prese il
bicchiere vuoto dalle mani della ragazza e lo poggiò su un
gradino.
-No. Ci sono altri due ragazzi: Danny e Jade-.
Wade, che sapeva bene chi fossero, la strinse a sé con
un braccio per rassicurarla e poi la condusse sul retro del
museo, dove era appena iniziato un immenso banchetto.
La serata continuò tra risa, chiacchiere e tanto
champagne.
Le persone iniziarono a diminuire e a fare gli ultimi
complimenti ai gemelli: anche Leah, che pure con il suo
sguardo stanco cercava Paris.
-Scusami, ma questo è il “problema” di essere
popolari…-.
-Capisco, dev’essere stressante, ma al tempo stesso ti
senti realizzato-.
-Sì, è una bella sensazione, ma un buon 80% del
merito è di mio fratello. Vorrei che lo conoscessi prima che i
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tuoi amici ti portino via- indicò con un gesto Paris e gli altri
due che li stavano fissando.
-Sarà tardi, per questo mi cercano. Comunque mi
farebbe un immenso piacere conoscere l’artista che ha creato
questi capolavori-.
-Aspetta solo un altro secondo, torno con lui-.
Dopo qualche minuto Leah vide avvicinarsi Wade con
Dave. Quest’ultimo era uguale a Wade – infatti, erano
gemelli. L’unica differenza stava nei capelli, che Dave
portava un po’ più lunghi. Wade li presentò.
Leah si complimentò molto con l’artista e costui
apparve molto gentile e garbato.
-Scusatemi, ma ora devo proprio andare. Ci vedremo
domani per la tua nuova opera, sono davvero curiosa. Buona
notte e ancora complimenti. Notte Wade-.
-Buona notte e a domani, Leah. Sarò curioso di udire i
tuoi commenti sulla mia nuova opera- Dave, da gentiluomo
le fece il baciamano. Wade invece, dopo averle augurato la
buona notte, le diede un bacio sulla guancia.
Durante il piccolo tragitto che portava alla pensione, i
ragazzi fecero commenti sulla mostra e sul buffet, ma
soprattutto non mancarono i commenti sull’accompagnatore
di Leah.
Il mattino seguente Leah si svegliò con un lieve mal di
testa, forse per lo champagne. Rimase distesa sul letto a
fissare il soffitto; pensava agli occhi di Dave, erano cinerei
come quelli di Wade, ma non trasmettevano nulla. Erano
spenti, non trasudavano alcuna emozione, erano privi di
espressione e questo la inquietava.
Si alzò e andò quasi barcollando a lavarsi. Paris era già in
bagno.
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-Buongiorno, dormigliona-.
-Dormigliona? A me? Ma se sono appena le nove- rise
Leah afferrando lo spazzolino da denti.
-Veramente sono le 12:30 passate… come si vede che
quel ragazzo ti ha intontita- iniziò a ridere e a farle il
solletico, fu così che ebbe inizio la loro lotta con gli
spazzolini.
Dopo molti minuti di lotta si calmarono e iniziarono a
prepararsi. Scesero nella hall, dove ad aspettarle c’erano Brad
e Rod. Si recarono nella sala da pranzo, dove con grande
sorpresa trovarono altre persone. Si accomodarono e
continuarono a chiacchierare.
-Ehi guarda Leah! C’è il tuo cavaliere-. Brad indicò
dietro le spalle della ragazza. Leah si voltò e vide Wade
seduto da solo che pranzava.
-Non è il mio cavaliere. È solo un… conoscente-.
-Dicono tutte così- i ragazzi si misero a ridere e
lanciarono qualche battuta sul cavaliere di Leah.
Wade si avvicinò al loro tavolo e salutò, rivolgendosi
poi a Leah.
-Allora, ti aspetto questa sera per la nuova creazione!-.
La ragazza annuì sorridendo; i suoi amici attesero che Wade
fosse abbastanza lontano da continuare con i commenti sulla
“coppia”.
Jade era ancora sconvolta per ciò che aveva visto, ma
in realtà non aveva ancora visto nulla.
Alzò lo sguardo innanzi a sé e vide un uomo
rassomigliante allo stesso che aveva accompagnato Leah due
sere prima. Costui stava lavorando su un corpo. “È Danny,
non c’è dubbio”, pensò.
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L’uomo, sconosciuto a Jade, stava staccando quel
lembo di collo che era ancora rimasto attaccato al corpo di
Danny, per poi riporre la testa in un contenitore d’acqua
cristallina con riflessi verdognoli. Appena la testa venne a
contatto con essa divenne secca come l’erba di un estate
afosa. All’improvviso l’uomo si voltò e notò che Jade lo stava
osservando. Iniziò allora a compiere i suoi gesti con molta
lentezza: svestì il corpo e lo tinse con una sostanza incolore.
Dopo aver cosparso tutto il corpo di questa sostanza, portò ai
quattro lati del tavolo degli aggeggi e delle sacche contenenti
lo stesso composto in cui era immersa la testa. Alle sacche
erano collegati dei tubicini che finivano con enormi aghi, che
infilò dentro varie parti del cadavere. In pochi minuti il
cadavere era completamente prosciugato. L’uomo, di cui
Jade non avrebbe mai scoperto l’identità, portò al centro
della stanza un grande carrello sul quale era un letto coperto
da un lenzuolo purpureo e vi depose dei cuscini dello stesso
colore. Dopodiché prese il corpo secco di quello che un
tempo era stato l’amante di Jade, e lo pose in uno stampo che
era già ripieno di una sostanza bianca; la ragazza ignorava
cosa fosse. Completò l’opera gettando un altro preparato – in
realtà era del gesso, modificato chimicamente per divenire
più resistente – e lo chiuse ermeticamente. Trascinò il corpo
in un’altra stanza, quindi tornò per fare lo stesso lavoro con
la testa e sparire di nuovo.
L’uomo ritornò nella stanza in cui si trovava Jade,
rivolgendo la sua completa attenzione alla ragazza.
Sollevò di peso Jade, che non riusciva a dimenarsi per
il terrore, e la portò sul letto; prese una siringa e iniettò tutto
il suo contenuto in Jade. In pochi secondi la ragazza perse il
totale controllo dei suoi muscoli. In questo modo sembrava
un vero e proprio burattino nelle sue mani. Non passò molto
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tempo che l’uomo trovò la posizione giusta per Jade: iniziò a
iniettarle quella strana sostanza che poco prima aveva
prosciugato Danny. All’improvviso si fermò. L’espressione
dell’uomo misterioso sembrava disorientata. Aveva
dimenticato qualcosa.“Ricordati di rendere irriconoscibili i
volti”, si ricordò di ciò che gli era stato detto poco prima. Si
allontanò per poi tornare con una maschera bianca, che pose
sul volto di Jade. Solo allora portò a termine la sua opera.
La giornata trascorse veloce, tra una passeggiata e una
risata. I quattro ragazzi rientrarono alla pensione per
cambiarsi d’abito e recarsi al museo quando Paris si accorse
di un biglietto attaccato sulla porta della camera di Jade e
Danny: “Ci annoiamo, torniamo a divertirci in città. Ci rivediamo
al vostro ritorno. Scusateci. Baci. Danny & Jade”.
-Mistero risolto!- brontolò Brad, -Ci hanno lasciato
così! Con un biglietto. Bah!-.
-Che strano…- sussurrò Leah.
-Cosa?- Brad era seccato.
-Ma niente… si sapeva che andava a finire così,
conoscendoli-.
-Hai ragione. Meglio andare che è tardi-.
Il museo era affollato come la sera precedente. Tutti
erano molto eleganti e l’atmosfera richiamava, ancora una
volta, lo stile ottocentesco.
I ragazzi riconobbero alcuni volti ormai familiari. Tra
di essi, i proprietari della pensione.
I gemelli erano lì, accanto alla nuova opera coperta da
un telo.
-Hai fatto ciò che ti ho detto?- chiese ansioso Wade.
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-Sì. Tranquillo, non si accorgeranno di nulla-. Dave
sembrava, diversamente del fratello, molto calmo e sicuro di
sé.
I gemelli e gli ospiti furono interrotti dal discorso di
presentazione del vecchio Mr. Brow, che lasciò la parola a
Dave.
-Buona sera gentilissimi signori e signore. Grazie per
essere qui, di nuovo. Come vi ho anticipato ieri sera e come
potete notare da quest’ingombrante telone, questa sera vi
presenterò la mia nuova opera. Ho preso ispirazione da un
famoso artista italiano, Sandro Botticelli, e ho rivoluzionato
due delle sue opere. Le ho… come dire… mescolate tra di
loro e ho creato questo…- con un gesto veloce tolse il telo e
scoprì l’opera.
-Botticelli era un pittore ed io sono uno scultore… non
è stato facile riprodurre con il gesso quest’opera, ma alla fine,
ci sono riuscito. Ecco a voi “La Nuova Vendetta Di Giuditta”-.
Dopo essersi goduto l’applauso, rimase lì, con qualche
persona che gli poneva alcune domande. Mentre le altre
persone ammiravano le altre opere presenti.
Leah si avvicinò alla statua: un’opera davvero
strabiliante, si riuscivano a distinguere persino i pori della
pelle. Il letto su cui giacevano i protagonisti era vero, non di
gesso come il resto della statua. Il corpo senza testa
dell’uomo era disteso con una mano che dava la sensazione
penzolasse realmente dal giaciglio; la donna indossava una
maschera ed era seduta ai piedi del letto: nella mano destra
teneva la testa dal volto sfregiato e nell’altra, un pugnale, sul
quale si riusciva a distinguere, perfettamente, il sangue sulla
lama.
-Bella vero?- Wade, spuntò all’improvviso e fece
sobbalzare Leah.
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-Sì. È bellissima, anche se è completamente bianca, si
percepisce la drammaticità della scena e sembra persino di
riuscire a catturare l’atmosfera del momento- Leah tese una
mano per toccare la statua, ma le retrasse subito.
-Se vuoi, puoi toccarla- Wade era affascinato dal modo
di fare di quella ragazza ed era altrettanto affascinato dal
modo in cui riusciva a dare un significato proprio alle statue.
-Posso sul serio?-.
-In realtà no. Però, dato il tuo entusiasmo, farò
un’eccezione-.
Leah tese una mano verso la statua ma,
inaspettatamente, non toccò né il volto né il corpo delle due
statue. Toccò il pugnale. Le sue dita percorsero tutto il
profilo della lama e risalirono fino a toccare le dita della
“Giuditta”. Solo dopo toccò la testa, che lei teneva in mano.
Riuscì a sentire le differenze dei lineamenti e degli sfregi di
quel volto. Si meravigliò di come una statua potesse essere
così reale.
Leah si voltò a guardare Wade. Negli occhi della
ragazza si poteva vedere la magia dell’entusiasmo e
dell’ammirazione.
-È stupenda. Sono senza parole. Quando l’ho toccata,
sono riuscita persino a distinguere quel piccolissimo e
impercettibile dislivello tra la lama e il sangue-.
Wade la guardava incredulo, sorridendo alle parole
dette dalla ragazza.
-Ho detto qualcosa che non va?- chiese imbarazzata.
-No, scusami. È che non ho mai visto una ragazza
interessata in questo modo all’arte-.
-Ah… mi ha sempre affascinato l’arte-.
I due ragazzi parlarono d’arte per tutta la sera e
commentarono la nuova opera di Dave. Leah parlava
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dell’abilità di Dave come un dono, inconsapevole che sotto lo
strato di gesso che ricopriva le statue c’erano i corpi dei suoi
amici…
-Quindi... oggi vai via?-.
-Già. Anche se l’estate non è ancora finita, dobbiamo
tornare a New York City-.
-Ma perché Leah? Fermatevi ancora un po’. Fermati
tu!-.
-Vorrei Wade, ma ho gli esami da superare-.
-Esami?-.
-Eh, sì. Gli esami della "New York Cinema Academy".
Sono quelli decisivi-.
-Che strano! In tutti questi giorni non abbiamo mai
parlato della nostra vita privata- Wade accarezzò i lunghi
capelli di Leah. Tra i due si era instaurato un legame molto
forte. Avevano trascorso molti giorni insieme dopo il loro
primo, bizzarro incontro.
Erano le 18:00 passate e il sole splendeva ancora alto
nel cielo. I ragazzi caricarono le ultime cose sulle jeep e
partirono. Il viaggio fu lungo, ma rilassante. Durante il
viaggio le due ragazze parlarono del più e del meno.
Discussero del comportamento di Jade e Danny, e
commentarono le opere che avevano ammirato al museo.
Ore dopo arrivarono in città. Paris rimase a dormire
da Leah.
Squillò un cellulare, era quello di Leah. Dopo parecchi
minuti la ragazza uscì dal bagno con un grosso sorriso
stampato sulle labbra.
-Chi era?- chiese Paris, ma già conosceva la risposta.
-Wade. È stato carino a chiamare-.
-Che dolce. Si preoccupa per te-.
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-Eh, sì, è davvero affettuoso-.
-Leah… sono felice per te se hai trovato il ragazzo
giusto, ma… non credi di correre troppo? In fondo è solo un
mese che vi conoscete… non sai nemmeno quanti anni ha!-.
-Paris, una telefonata non vuol dire “matrimonio”. Per
quanto riguarda l’età esiste internet. È un personaggio
“pubblico”. E poi… ci stiamo conoscendo con i nostri tempi-.
-Lo so, scusami… è che non voglio tu soffra ancora.
Hai già sofferto abbastanza- si alzò dalla poltrona e si diresse
verso Leah, la abbracciò.
-Grazie- sussurrò lievemente Leah all’orecchio
dell’amica.
Le giornate trascorsero lente e cariche di stress. Era già
trascorso un anno e i ragazzi si stavano preparando per dare
l’esame finale della N.Y.C.A.
Quella mattina i ragazzi erano molto agitati ed
emozionati. Si raccoglievano in piccoli gruppi, nel cortile
della scuola, dove discutevano del proprio futuro.
L’unica che si teneva in disparte era Leah; tra le mani
teneva quell’enorme libro che Ryder le aveva regalato. Quel
libro che, volontariamente, non aveva ancora finito di
leggere. La ragazza desiderava con tutta l’anima che il
fratello fosse lì con lei, a confortarla e tenerla per mano.
-Ehi, cosa fai qui tutta sola? Forza, vieni, stiamo per
iniziare-. Paris spuntò dal nulla con un enorme sorriso
dipinto sul viso.
-È già ora?- Leah sembrò cadere dalle nuvole.
-Quasi. Dobbiamo iniziare a occupare i posti – il suo
sguardo cadde tra le mani di Leah – tesoro, ancora quel
libro?-.
-Sì. Non l’ho ancora finito- fece spallucce.
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-E perché? Solitamente li divori in pochi giorni i libri-.
-Forse non l’ho ancora finito perché mi sembra di
averlo sempre accanto e leggendolo tutto ho come la
sensazione di perderlo e dimenticarlo. Capisci?-.
-Oh piccola! Ryder sarà sempre con te, leggendo o no
questo libro-.
Le ragazze andarono sotto il piccolo palco e si
accomodarono accanto a Brad e Rod.
-Jade e Danny sarebbero stati felici- sussurrò Brad.
-Già… quel brutto incidente non sarebbe mai accaduto
se si fossero fermati o se noi li avessimo trattenuti-.
-Sì, ma ormai è troppo tardi. Ora fate silenzio. Stiamo
iniziando- Rod si compose e assunse un’espressione
professionale e distaccata.
La cerimonia iniziò. Uno ad uno gli studenti salirono
su quel piccolo palco per ottenere il diploma.
-Lynwood Leah-. La ragazza salì sul palco alla
chiamata del preside; gli strinse la mano ed ottenne il suo
diploma.
Mentre scendeva i gradini per tornare al suo posto si
bloccò. Gli occhi verde smeraldo di Leah si riempirono di
tante e minuscole pagliuzze dorate. La ragazza
s’immobilizzò, un misto di felicità e malinconia l’avvolse. Di
fronte a sé, appoggiato ad un grande salice vide Ryder, che le
sorrise e la salutò con la mano.
Si stropicciò gli occhi. Quello che aveva visto era stata
tutta un’illusione. Il ragazzo accanto all’albero non era
Ryder, ma Wade. Leah fu assalita da una nuova sensazione.
Ricambiò il sorriso e ritornò al suo posto.
Conclusa la cerimonia, si svolse un aperitivo nella palestra
dell’accademia. Tra le risate e i pianti di gioia degli altri
studenti, Leah cercava Wade.
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Lo ritrovò ancora lì, appoggiato al salice, che fumava
una sigaretta.
-Ehi. Che bella sorpresa! Non mi aspettavo di vederti
qui-. Gridò la ragazza camminando verso di lui. Wade si
voltò e la vide arrivare avvolta da un vestito azzurro cielo.
-Volevo farti una sorpresa… sei bellissima- gettò la
sigaretta e l’abbracciò. -Mi sei mancata, sai?-.
-Anche tu…- Wade non le fece finire la frase che la
baciò.
I due ragazzi passeggiarono per il campus, quando Leah si
ricordò del libro.
-Dannazione! Il libro!-.
-Cosa?-.
-Ho scordato il libro di Ryder! Devo andare a
riprenderlo!-.
Leah cominciò a correre dirigendosi verso la folla che si era
creata si era creata sotto il palco. Scrutò tutte le sedie e gli
angoli circostanti, per poi ritrovare il libro sui gradini del
palco. Gli occhi della ragazza si riempirono di lacrime, prese
il manoscritto e lo strinse a sé.
Wade non riusciva a capire lo strano comportamento
della ragazza, ma non le chiese spiegazioni.
-Eri in pensiero per quel libro e non per questo
documento?- disse Wade ridendo e mostrandole il diploma.
La ragazza alzò lo sguardo verso di lui, rise e annuì, mentre
lacrime cristalline le rigavano il volto.
-Dài, non piangere piccola- Wade le asciugò le lacrime
con il dorso della mano e l’abbracciò.
-Ah… hai perso anche queste mentre correvi- il
ragazzo le mostrò le scarpe. Leah scoppiò a ridere e dopo
essersi rimessa le scarpe andarono insieme da Paris, Rod e
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Brad. Questi ultimi rimasero alquanto sorpresi nel vedere
Wade lì.
Leah.
Andarono a festeggiare il diploma a casa di Leah.
-Pizza! Pizza!- urlò Brad.
-Il telefono è lì. Chiama tu la pizzeria e ordina- disse
I festeggiamenti si prolungarono fino a tarda notte. I
ragazzi, tra un morso di pizza e un sorso di birra, conobbero
meglio Wade. L’unico che diffidava di lui era Rod.
-Beh, per me è ora di andare- esordì Wade alzandosi
dal divano.
-Dove vai?- chiese Paris.
-A casa, ovviamente. Sono venuto qua solo per vedere
la consegna del diploma-.
-È tardi! Fermati qui e domani potrai partire con più
calma!-.
-Sìììì… così domani partiremo tutti insieme per
Grayville-.
-Brad! Sei sotto l’effetto dell’alcool, non dire
stupidaggini!- Rod rimproverò Brad con un tono molto
scortese e duro, lo prese dal braccio lo condusse via.
-Sicura?- chiese Wade non badando ai toni scortesi di
Rod e alla sua uscita di scena improvvisa.
-Certo! Altrimenti non te l’avrei mai proposto- la
ragazza si sedette accanto a lui sul divano.
-Non sarebbe una cattiva idea ritornare a Grayville–
aggiunse Paris interrompendo il silenzio imbarazzante che si
era creato – più tardi chiamo Rod e lo convinco. Ora vado
anch’io, è tardi. Buona notte ragazzi- Paris si alzò e andò via.
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Leah e Wade rimasero in silenzio, accoccolati sul
divano. Tutto era immobile nella stanza. Si riusciva a udire
persino il rumore del battito del cuore e il respiro dei ragazzi.
Fu Wade ad interrompere quell’atmosfera; si alzò per
prendere il libro che Leah amava così tanto, per poi tornare
al suo posto. Lo aprì. Era una pagina a caso: 666. Iniziarono a
leggerlo entrambi in silenzio:
LA MUMMIFICAZIONE.
La mummificazione o imbalsamazione è il metodo con cui
gli antichi Egizi conservavano i corpi dei loro defunti,
preservandoli dalla decomposizione. Questo risultato era
particolarmente importante perché la conservazione del corpo
avrebbe garantito al defunto una vita ETERNA.
Esistevano diversi metodi di imbalsamazione. Il metodo più
tradizionale prevedeva le seguenti operazioni: per prima cosa il
corpo, disteso su un tavolo, era lavato e purificato.
Poi veniva estratto il cervello attraverso il naso, utilizzando
degli uncini di bronzo. Si passava quindi a rimuovere gli organi
interni mediante un’incisione effettuata sul lato sinistro del
ventre.Da questo taglio venivano estratti intestino, stomaco, fegato
e polmoni che, appositamente trattati, erano riporti in quattro vasi
detti “Canopi”. L’unico ad essere lasciato all’interno era il cuore,
che per gli Egizi rappresentava la sede dell’intelletto, delle passioni
e delle facoltà umane.
Dopo essere stato nuovamente lavato, il corpo veniva
immerso in una vasca riempita di “natron”, un sale fortemente
disidratante. Qui veniva lasciato fino al suo completato
disseccamento. A questo punto gli imbalsamatori passavano a
riempire le cavità con paglia, stoffa, imbottiture e tamponi per
ridare al corpo una forma naturale. Alcune parti venivano
rimodellate mentre gli occhi erano rimpiazzati da pietre circolari.
Metri e metri di bende di lino avvolgevano il corpo, tra uno strato
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di bende e l’altro i sacerdoti inserivano gioielli e amuleti, la cui
funzione era quella di proteggere il defunto nella vita eterna.
Tutta l’operazione di mummificazione durava 70 giorni,
passati i quali il defunto era pronto a ricevere sepoltura. Ma prima
di essere chiusa per sempre nella tomba, la mummia era sottoposta
al rito dell’ “apertura della bocca” con il quale i sacerdoti
riattivavano simbolicamente le funzioni vitali del defunto.
Dietro alla grande opera dell’imbalsamazione ci fu un
grande sacerdote, Aton, che modificò la mummificazione.Egli, oltre
agli oli già usati per imbalsamare il corpo, aggiunse altri
ingredienti e altri metodi senza dover estrarre gli organi dal corpo.
Modificò anche la composizione del natron e creò un miscuglio di
oli e veleni che acceleravano il processo di mummificazione
Grazie a questa nuova scoperta si guadagnò la stima
dell’intero Egitto. Però, questa fama e questo potere non erano
dovuti alla sete della conoscenza, ma alla pazzia.
Detto questo, io, Domitianus, modesto studioso latino, mi
sento in dovere di raccontarvi la vera storia di costui.
Un giovane ragazzo, cometanti, era appena entrato nel
periodo della pubertà. Il suo amato nonno, che era un
imbalsamatore, regalò al giovane un libro riguardante il proprio
mestiere.
“L’arte dell’antica mummificazione”.
Dopo aver letto questo libro il giovane si appassionò a
questo mestiere e fu proprio così, leggendo questo manoscritto, che
iniziò la sua grande carriera di imbalsamatore.
Aveva circa trent’anni quando venne chiamato dal grande
Faraone Ramsete II. Alla sua corte per far imbalsamare la propria
sposa. Infatti, Aton, era molto famoso e lo stesso Faraone voleva
vedere con i propri occhi l’abilità dell’uomo e desiderava costatare
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se la sua fama fosse vera e al di sopra di ogni immaginazione come
tutti dicevano.
L’imbalsamazione e la cerimonia furono proprio degne di un
re e Ramsete II rimase davvero meravigliato, così tanto che nominò
Aton Supremo Sacerdote e lo fece vivere a palazzo.
Però, il grande Aton nascondeva un segreto. Ogni notte,
lasciava il palazzo per recarsi nella sua casa, che mai nessuno era
riuscito a vedere, tanto era ben nascosta nel deserto. Lì, in quella
casa, Aton svolgeva il suo lavoro di sempre, però, con un’orribile
differenza: imbalsamare le persone vive. Le sue vittime preferite
erano le prostitute e gli schiavi che venivano scartati al mercato.
“Tanto nessuno noterà mai la loro assenza”, pensava. Col passare
del tempo e frequentando sempre di più il Faraone, Aton si
innamorò follemente della principessa Cleo, che ricambiava il
sentimento. L’amore di Aton nei confronti della giovane divenne
opprimente e possessivo. Non potendo portare alla luce del sole il
loro amore, poiché era impensabile che la figlia di un Faraone
sposasse un imbalsamatore, Aton propose alla principessa di
fuggire. Cleo, che nutriva un forte sentimento nei confronti
dell’uomo, accettò. Quando Ramsete scoprì la loro storia d’amore,
diseredò la figlia e cacciò malamente Aton. Quest’ultimo portò via
Cleo.
Arrivati nella dimora dell’uomo, la prima cosa che la
principessa notò furono le mummie sparse per la casa ma, pur
impaurita, rimase al suo fianco. Aton ogni tanto pronunziava
parole insensate, ma la ragazza continuava ad amarlo. Un giorno,
mentre preparava il pranzo udì pronunciare codeste parole dal suo
amante: “Anche i Faraoni commettono dei crimini. Dentro le
fondamenta per le loro Piramidi gettano uomini vivi, forti e
giovani, per far sì che queste si reggano alte per l’eternità”. Quella
sarebbe stata l’ultima volta che Cleo avrebbe visto la luce del sole.
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Grazie alle sue eccellenti doti di imbalsamatore e alla sua
strabiliante scoperta, mummificò Cleo. “Così la tua bellezza sarà
eterna”, ripeteva alla principessa.
Il suo tempo passò così, ad ammirare giorno dopo giorno le
sue opere, a parlare con la mummia della principessa e con i
fantasmi che possedevano la sua casa e la sua mente folle.
Dopo aver letto quelle pagine, Wade chiuse il libro e
interruppe il silenzio.
-Dev’essere stata dura…-.
-Sì. E lo è ancora…- Leah si voltò verso la fotografia,
posta sul tavolo della cucina, che ritraeva i due fratelli
insieme.
-È lui?-.
-Sì… era il fratello migliore del mondo-.
-Ti capisco… ora però ci sono io a proteggerti, puoi
fidarti!-.
-Lo so… sai, oggi quando ti ho visto… mi è sembrato
di vedere lui- la ragazza si alzò e posò il libro sul tavolo; poi
si diresse in camera da letto seguita Wade. Quella notte la
luna splendeva in tutta la sua bellezza. Sembrava una perla
argentata nel mezzo di un cielo nero come la pece.
I suoi raggi illuminavano la camera da letto. Wade si
avvicinò lentamente a Leah.
-A proposito di Egizi… questo è per te- senza far
voltare la ragazza le mise al collo un ciondolo con la croce
ansata, dopodiché la cinse tra le sue braccia, baciandola
delicatamente. Quella notte si amarono sotto la luce della
luna. Si amarono come se fosse stata l’ultima notte della loro
vita.
La luce del sole penetrava dalla finestra, i caldi raggi
colpirono il volto di Wade che si svegliò e, senza far rumore,
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si alzò. Prima di uscire dalla camera si voltò per guardare
Leah.
“Sembra una Dea”, pensò. Poi si diresse in cucina per
preparare la colazione.
Un dolce profumo di cioccolata invase la casa. Leah si svegliò
e non vedendo Wade pensò che fosse stato tutto un sogno,
poi con la mano si sfiorò il collo e vide che il ciondolo era lì.
Sorrise.
-Buongiorno. Sai, sembri proprio una bambina- Wade
indicò gli indumenti di Leah: aveva indossato la maglia
preferita di Ryder che le stava davvero molto grande.
-Buongiorno – sorrise e si sedette a tavola – è comoda-.
-Ecco a lei signorina! La colazione è servita- Wade
posò un vassoio sul tavolo.
-Mm cioccolata! È la mia preferita! Sei un veggente?-.
-No, ho solo dedotto dal nostro primo incontro che,
anche in una giornata estiva, preferiresti bere cioccolata
calda. E qui, ci sono anche le fragole, le mie preferite- prese
una fragola e la morse.
-Erano anche il frutto preferito di Ryder… scusa- la
ragazza divenne rossa per l’imbarazzo.
Lui rise. Quegli atteggiamenti da bambina impaurita,
che chiedeva sempre scusa, gli piacevano.
Erano stati proprio quelli ad attirare la sua attenzione
verso di lei.
Driiiin.
-Pronto?... sì… no… solo 5 minuti fa… perché?.. no…
okay, riferirò… a dopo-. Leah alzò gli occhi al cielo.
-Addio colazione felice e pacifica- disse bevendo la
cioccolata tutta d’un fiato.
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Mentre Wade puliva la cucina, Leah gli spiegò chi era
al telefono e quello che aveva programmato per i prossimi
giorni. Il ragazzo non disse nulla, rise divertito.
Puntuali come un orologio svizzero Paris, Brad e Rod
erano sotto casa.
-Bene Leah, le tue valigie? Così le sistemo nel
bagagliaio-.
-Io sono con la mia auto, possiamo sistemarle lì, così
avrete più spazio e Leah può venire con me- disse Wade.
-No… - Rod non riuscì a finire, che Paris gli diede un
pizzicotto così forte che il livido non sarebbe tardato a
comparire – okay-. Riuscì a dire infine.
Partirono.
Il viaggio non fu particolarmente entusiasmante: al
contrario, si rivelò più noioso del primo.
Nel tardo pomeriggio arrivarono a Grayville, per
essere precisi, alla pensione “SILENCE”.
Wade aveva proposto a Leah di alloggiare a casa sua,
ma la ragazza aveva rifiutato cortesemente. Wade si sentì in
imbarazzo, le chiese scusa dicendo che non voleva sembrare
“appiccicoso” e per farsi perdonare dopo cena avrebbe
portato Leah al cinema.
Al cinema, gli spettatori non fecero altro che guardare
Wade e Leah anziché seguire il film. Si girarono a guardarli
persino le persone in strada. Non era una cosa “normale”
vedere Wade Myron in compagnia di qualcuno che non fosse
il fratello o i signori Brow: perché, sebbene a Grayville il
segreto che i gemelli custodivano gelosamente fosse visto
come una leggenda metropolitana, aveva scoraggiato
chiunque a stringere rapporti confidenziali con i fratelli.
Rod, che aveva seguito Leah per tutto il tempo, si
accorse delle strane occhiate che le persone lanciavano ai due
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ragazzi. Quindi, dopo che Wade ebbe accompagnato Leah
alla pensione, Rod continuò a seguirlo ma, sfortunatamente
per lui, senza alcun risultato.
-Ci riuscirò! Ci riuscirò!- sussurrava Rod tra sé e sé
entrando in camera.
-Riuscirai a fare cosa? Non dirmi che sei uscito per
spiare Wade sul serio- chiese Brad.
-Ovvio! Quel ragazzo non mi convince! Non è adatto a
Leah!-.
-Per te nessuno è adatto a Leah… ma hai perso!
Dovevi dichiararti prima-. Il tono di Brad era pieno di
sarcasmo. Rod non rispose, ma giurò a se stesso che un
giorno o l’altro sarebbe riuscito a scoprire chi fosse realmente
Wade.
Rod passò un’intera settimana a cercare informazioni
sui gemelli Myron, ma nessuno parlava, finché un giorno,
per caso, incontrò una vecchia che, stranamente, era molto
gentile e propensa a raccontare tutta la verità sulla famiglia
Myron. Invitò il ragazzo nella propria casa, dove, di fronte
un caffè e dei tipici biscotti “della nonna”, iniziò il suo
racconto.
-… quindi ragazzo mio, avvisa la tua amica, mettila in
guardia da quell’uomo-.
-Lo
farò,
grazie!
Finalmente
smaschererò
quell’assassino! E lo farò stasera stessa!- disse Rod
avviandosi verso la porta. La vecchia lo fermò.
-Ragazzo, ti dirò un’ultima cosa: è molto strano che
ancora non abbia ucciso la tua amica, ma potrebbe accadere
da un momento all’altro!-.
Per tutto il pomeriggio Rod non fece altro che pensare
a tutto ciò che le aveva raccontato la vecchia signora.
Sembrava una storia assurda quella delle statue; però, grazie
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all’anziana, aveva trovato un collegamento con la scomparsa
dei suoi amici. “Guarda, ragazzo, le loro statue sono perfette,
i visi sembrano reali, ma in quelle ultime due statue i visi
erano nascosti: uno pieno di cicatrici, l’altro coperto da una
maschera. E poco dopo, l’incidente dei tuoi amici, ma senza
il ritrovamento dei corpi! In tutto questo c’è un collegamento.
Sono stati uccisi dai gemelli e sono stati loro a farvi credere
in quell’incidente”.
Questa riflessione fece in modo che la mente di Rod si
convincesse definitivamente della colpevolezza dei fratelli e
fosse sempre più deciso di raccontarlo a Leah.
Quella sera al cinema avrebbero dato un vecchio film
degli anni ’30, e i ragazzi ci sarebbero andato tutti.
Nella camera delle ragazze si trovavano anche Brad e
Rod. Stavano attendendo che Paris finisse di prepararsi.
-Leah verrà anche Wade con noi stasera?- chiese
ingenuamente Brad.
-Sì, c’è qualche problema? Se non volete parlo con lui e
…-.
-Oh no no, la mia era solo curiosità, per noi non c’è
nessun problema-.
-Parla per te! Senti Leah per quanto riguarda Wade
devo dirti una cosa ed è davvero importante!-. Rod non
sapeva come comportarsi, era davvero molto agitato, quindi
confessò tutto ad un fiato.
-Wade è un assassino-.
I ragazzi scoppiarono a ridere.
-Non sapendo come confessarti il suo amore tenta di
distruggere il tuo – sentenziò Brad. E poi, rivolgendosi a
Rod: -Amico mio, il tuo treno è passato!-. Una pacca sulla
spalla e lo trascinò fuori.
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Al cinema, ogni piccolo movimento che Wade faceva,
lo metteva in allarme. E quando Leah si allontanò con il
ragazzo, Rod fu assalito da una grande angoscia.
-Voi due non vi siete mai chiesti come mai un vecchio
sia così interessato a Leah? Eh eh eh?-.
-Rod sei davvero noioso! Numero uno: non è vecchio,
ha solo 29 anni, c’è solo una piccola differenza d’età. Due:
devi rassegnarti all’idea che Leah abbia un ragazzo, e Tre:
per favore, non rovinare tutto. È la prima volta che è davvero
felice dopo che Ryder ci ha lasciati!-.
-Okay. Però, lasciate che vi racconti quello che ho
scoperto e poi sono sicuro che cambierete idea!-.
I ragazzi annuirono e si sedettero su una panchina
poco distante dal boschetto che si estendeva dietro la
pensione.
-Allora, aprite bene le orecchie! I fratelli Wade e Dave
Myron, come avrete notato non escono molto volentieri e
non hanno rapporti confidenziali con nessuno…-.
I ragazzi rimasero a bocca aperta, con un misto di
incredulità e paura.
-Non guardatemi così! È la verità! Ve lo giuro!- Rod
estrasse dalla tasca della camicia un foglio e lo porse ai
ragazzi.
-Ho fatto una piccola ricerca e questo paese è
stracolmo di casi in cui si parla della scomparsa di persone!
Alcune volte, come è accaduto a Jade e Danny, succedevano
degli “strani” incidenti, in cui i corpi delle vittime,
magicamente, non si trovavano-..
-Saranno leggende metropolitane- riuscì a dire Brad
con un filo di voce.
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-Già, leggende! E gli incidenti? E le persone
scomparse?-.
-Coincidenze? Forse-. Brad e Paris non riuscivano a
credere che tutto quello che aveva detto Rod fosse vero, però,
dei piccoli dubbi sorgevano mentre leggevano la ricerca che
aveva fatto l’amico.
-Dove vai?-.
-A fare due passi, Rod, calmati! Ho bisogno di
chiarirmi le idee- Bard si allontanò nel buio del bosco
divenendo un tutt’uno con l’oscurità.
Di notte il bosco appariva tetro: il verde quasi pastello
che emanava durante il giorno spariva per lasciare spazio ad
alberi neri ed a cespugli opachi dai quali spuntavano alcuni
rami simili a dita di una mano rinsecchita. Brad era assorto
dai suoi pensieri, non si era nemmeno accorto di stringere tra
le labbra una sigaretta spenta. Anche se non voleva
ammetterlo, la storia che gli aveva raccontato Rod lo aveva
turbato.
Il suo pensiero riguardava soprattutto la morte di
Danny e Jade, i suoi amici d’infanzia; trovava assurdo che
dei completi sconosciuti volessero ucciderli.
Per il forte rumore dei suoi pensieri non udì alcun
suono. Qualcuno si stava avvicinando a lui, ma quando se ne
accorse era troppo tardi. Un colpo alla nuca lo fece cadere a
terra privo di sensi, facendogli scivolare via dalle labbra la
sigaretta.
L’uomo misterioso stava trascinando Brad fuori dal
bosco, sicuro che nessuno lo avesse visto, ma così non fu.
-Ehi tu! Cosa stai combinando?-. Era Rod. Le sue
paranoie lo avevano portato a seguire persino Brad. L’uomo
si voltò.
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-Io ti conosco! Avevo ragione! Tu dei Dave, il fratello
di quell’individuo che sta con Leah!-. Urlò Rod
avvicinandosi a Dave e continuando ad urlargli contro.
-Siete due assassini! Lascia andare il mio amico!-.
Dave non proferì parola, sorrise solamente. Il suo sorriso
somigliava a quello di Joker, pieno di divertimento nel
vedere la sofferenza e la morte. Lasciò Brad privo di sensi a
terra e si rivolse a Rod.
Quest’ultimo si scagliò addosso a Dave come un’onda
sugli scogli. Lo colpì ripetutamente al volto e al torace. Dave
si accasciò al suolo. Con le mani frugava tra le foglie
ammucchiate per terra, trovò un legno, lo prese. Nonostante
i colpi ricevuti si alzò con il sorriso sul volto, guardò Rod
negli occhi, con un salto gli fu a pochi centimetri di distanza.
La furia di un demonio s’impossessò di Dave, impugnò
saldamente il pezzo di legno che aveva raccolto da terre, e
colpì Rod al volto, poi ancora alla tempia e allo stomaco. I
colpi erano così forti che il povero Rod in meno di un minuto
era ricoperto di sangue e quasi privo di sensi. Barcollando si
appoggiò ad un albero poco distante, ma questo non gli
bastò per salvarsi.
L’uomo avanzò lentamente verso Rod, gettò via il
legno e con la mano sinistra afferrò Rod per il collo, poi con
la destra, stretta in un pugno, lo colpì violentemente sul
volto, vicino l’occhio sinistro. I suoi colpi erano così forti che
gli cavò l’occhio dall’orbita.
L’orbita ormai vuota dell’occhio aveva un aspetto
pauroso, ma sembrava che Rod, ormai privo di sensi, non
sentisse alcun dolore.
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-Che cavolo combini? Dannazione Dave! Ora
dobbiamo ucciderli per forza!- le urla fecero riprendere i
sensi ai due ragazzi.
Rod era ancora intontito e dolorante. Il suo volto era,
letteralmente, coperto di sangue. Aprì gli occhi e un dolore
lancinante lo colpì, avrebbe preferito essere morto. Ora
ricordava: non aveva più l’occhio sinistro, l’orbita era
completamente vuota. Il dolore gli fece emettere un urlo
straziante, che distrasse i due gemelli.
-Si sono svegliati- osservò Dave, avvicinandosi ai
ragazzi.
-Che cazzo hai fatto?- Wade era rimasto inorridito nel
vedere Rod.
-Non dirmi che ti spaventi a vederlo così! E poi, non
era quello che volevi? Ucciderli tutti? Altrimenti perché ti
saresti avvicinato così a quella stupida?-. Dave era
impassibile, ormai, aveva già tessuto i fili dei destini di quei
poveri ragazzi.
-Non ti azzardare a toccare Leah! Io non mi sono
avvicinato a lei per ucciderla!-. Wade era furioso con il
fratello.
-Lo sapevo! Sei un assassino, ma se non tornerò io ad
avvertire Leah e Paris, ci penserà qualcun altro!- trovò la
forza di sibilare Rod.
-Stai zitto tu, che non riesci nemmeno a respirare. Sei
un relitto umano!- rispose Wade senza muoversi o voltarsi di
un millimetro.
-Preparatevi voi due! È giunta la vostra ora!- Dave si
avvicinò ai ragazzi, che si guardarono terrorizzati.
-Avete un ultimo desiderio?- chiese ironicamente
Dave.
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-Sì… io vorrei scusarmi con te Rod! Scusa se non ti ho
creduto!- Brad guardò l’amico e per poco non iniziò a
piangere.
-Tranquillo Brad. Mi dispiace di averti coinvolto – poi
rivolgendosi a Wade – vorrei che tu riferissi questo a Leah:
“Ti ho sempre amata”- il tono con cui lo disse, però, era quasi
di sfida.
Ad udire quella frase un’ondata di rabbia e gelosia
invase Wade, i suoi occhi, grigi e caldi, divennero freddi,
come il grigio piombo che spegne il sole in una giornata
piovosa, e si iniettarono di sangue. Sembravano gli occhi di
un demone appena uscito dalle prigioni di Lucifero.
Wade si catapultò addosso a Rod e iniziò a prenderlo
a calci in faccia. I calci sferrati erano forti e precisi; d’un tratto
si udì un “crac”: il naso di Rod si era rotto. Si vedeva la
cartilagine fuoriuscire dalla pelle, il ragazzo dal forte dolore
non riusciva nemmeno ad urlare.
Ordinò a Dave di rimetterlo in piedi, allora il fratello
lo legò a delle assi. Un pensiero perverso balenò nella mente
di Wade, aveva deciso che lo avrebbe fatto morire di una
morte lenta e dolorosa e che, inoltre, l’avrebbe fatto assistere
alla morte dell’amico.
-Ora tocca a te- disse rivolgendosi a Brad.
-Caro Rod, sì, è colpa tua se il tuo caro amico questa
notte morirà! Sarai l’unico spettatore di questo magnifico
spettacolo… anzi no!– disse mentre prendeva una sedia sulla
quale si sedette e accese una sigaretta –anch’io sarò uno
spettatore, ma non del tuo amico. Di te. Dave, fallo fuori!-.
Ordinò.
Per Dave fu un invito a nozze. Prima di iniziare si
rivolse a Wade.
-Dobbiamo creare delle statue con i loro corpi?-.
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-No-.
Dave diede a Brad un calcio allo stomaco, facendogli
prendere la posizione supina. Prese la balestra che si trovava
sul tavolo e, poi, la sua attenzione ritornò a Brad.
Con un piede teneva la testa di Brad schiacciata al
pavimento; prese la mira con la balestra e lo colpì alla coscia
destra. Un rivolo di sangue iniziò a fuoriuscire dalla ferita.
Brad non riusciva a gridare per la forte pressione che Dave
faceva sulla sua faccia.Questi lo colpì all’altra gamba, ai piedi
e alle spalle. Ridusse il corpo di Brad ad un colabrodo, ma
non colpì le parti vitali del ragazzo.
L’uomo tolse il suo piede dal viso di Brad e girò
intorno al corpo, proprio come fa un lupo prima di finire la
sua preda. Era divertito. Godeva nel vedere il corpo del
ragazzo immerso nel proprio sangue. Voleva farlo morire
lentamente. Il sangue continuava a fuoriuscire lento dalle
ferite; i vestiti imbrattati erano divenuti un tutt’uno con la
pozza che si era creata sul pavimento.
Dave si fermò, lo osservò ancora, prese di nuovo la
mira e scoccò la freccia. Essa colpì il giovane ai genitali. Brad
emise un urlo straziante. Il ghigno di Dave divenne sempre
più forte, tanto da mutarsi in una risata demoniaca e coprire
le urla di Brad.
Dopo qualche istante Dave tornò in un silenzio
tombale. Brad, per quel poco che poteva, si dimenava per il
forte dolore. A quel punto Dave riprese la mira, però, per
l’ultima volta.
Lo colpì alla gola. Non contento del suo lavoro Dave,
s’inginocchiò accanto a Brad e con un colpo secco tirò via la
freccia, creando uno squarcio nella gola. Il sangue cominciò a
fuoriuscire a fiotti e a ingrandire la pozza sul pavimento,
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come se fosse una cascata scarlatta che si riversa nel proprio
lago.
Brad emise un suono incomprensibile all’udito umano
e, pochi istanti dopo, emise il suo ultimo respiro.
Rod assistette alla scena inerme. Non poté fare nulla
per salvare la vita al suo amico.
casa.
Intanto al piano di sopra Leah e Paris entrarono nella
-Wade sei in casa?-.
-C’è nessuno?-. Le ragazze giravano per la casa, ma
senza trovare nessuno.
Stavano per andare via quando udirono un rumore.
Esso proveniva dalla cantina. La porta della cantina era
aperta e c’era la luce accesa. Scesero le scale e lo spettacolo
che si trovarono di fronte non fu dei migliori.
-Bello spettacolo. Eccitante. Vero?-.
-Mi… fai … s… sch… schifo- Rod faceva fatica a
parlare.
-Io? … ma se è stata tutta colpa tua! Tu li hai portati
qui la prima volta! Se tu non li avessi condotti a Grayville i
tuoi amici sarebbero ancore vivi e io non avrei dovuto
affaticarmi nel progettare l’incidente di quei due ragazzi…
però, e già, c’è un però in tutto questo. Se tu non li avessi
portati io non avrei mai conosciuto Leah!- Wade si alzò e si
diresse verso il tavolo degli attrezzi, dove prese un coltello.
-Vuoi… u.. uccidere… a… an… anche… Le…Leah..?-.
Wade si voltò di scatto, sul suo volto comparve un velo di ira
demoniaca.
-Non ti azzardare nemmeno a pensarlo! Non ho mai
pensato di uccidere Leah! Lurido pezzo di carne lercia! Lei
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ha qualcosa che tu e gli altri non possedete!-. Wade concluse
lì il discorso, non voleva dilungarsi in chiacchiere.
Immerse la lama del coltello nell’acido e iniziò a
tagliuzzare le carni di Rod.
-Non permetterti di nominare Leah!-.
La lama squarciava la pelle fino a far intravedere i
muscoli e l’acido di cui era cosparsa corrodeva i tessuti
interni. Rod emetteva lamenti strazianti ma deboli.
Nessuno si accorse che le due ragazze erano lì,
nascoste dietro la porta, finché Paris non svenne e cadendo
per terra provocò un forte rumore. I gemelli si voltarono.
Wade vide Leah, la ragazza era inorridita. Corse via.
-Leah, ferma!-. Urlò Wade con il coltello ancora
conficcato nel petto di Rod.
-Finiscilo!- ordinò al fratello e poi rincorse Leah.
Leah fuggì nel bosco. Inciampò con una radice di una
quercia, che emergeva dal terreno, e si rannicchiò lì.
Calde lacrime le percorrevano il viso come cascate in
piena. Il suo pianto era l’unico rumore che infrangeva il
silenzio del bosco. Quella notte la luna era alta nel cielo,
proprio coma la notte in cui lei e Wade si amarono.
Non voleva credere che lui, come Ryder, alla fine
l’avrebbe abbandonata.
-Leah!- l’urlo di Wade la fece sussultare, ma non
rispose, rimase lì, con il viso tra le mani a piangere.
-Leah… ti ho trovata…- Wade si sedette accanto a lei, Da quanto tempo eravate lì?-.
-"Bello spettacolo. Eccitante. Vero?”- Leah si asciugò
inutilmente le lacrime e ripeté quella frase come un burattino
privo d’espressione.
-Mi dispiace… sono uno stupido…-.
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-Grazie, mi consola. E mi conforta anche sapere che
non mi ucciderai! Se è la verità… Quante verità mi hai
nascosto?- i sentimenti di Leah iniziarono a tramutarsi in ira.
-Ti capisco... ma non ho mai pensato di farti del male e
non avrei mai permesso che nessuno te ne facesse. Sei entrata
nella mia vita come un uragano. In poco tempo mi sono
innamorato di te. Grazie a te ho provato emozioni che non ho
mai e, dico mai, provato con nessun’altra. So che ti potrà
sembrare una frase fatta ma… mi hai cambiato la vita, Leah.
Non potrei vivere senza di te. Però, dopo quello che hai
scoperto, se deciderai di andare via non ti biasimerò… ma
sappi che non avrei mai voluto che tu assistessi a quella
scena. Non avrei mai voluto che tu scoprissi questo mio lato
oscuro, perché con te riesco a tenerlo sotto controllo. Grazie a
te, io riesco a essere una persona nuova-. Anche gli occhi di
Wade si riempirono di lacrime e il silenzio di Leah le
uccideva l’animo.
-Tu per questo mi hai regalato questo ciondolo? Certo,
che stupida, la croce ansate è un simbolo di vita eterna…
dimmi l’avresti messa accanto al mio cadavere?-.
-Leah ti prego! Io ti amo. Tu riesci con un solo sguardo
a calmare la bestia che è in me! Ti supplico! ... non ti ho mai
regalato questo ciondolo per ucciderti! Anzi se potessi,
morirei io per donarti la vita eterna!-.
Leah si voltò a guardarlo. Gli occhi di Wade
imploravano perdono. Anche se era un assassino crudele, lei
lo amava. In fondo chi era lei per giudicare? Anche Ryder era
stato un assassino, però non lo aveva abbandonato mai.
Forse Wade aveva solo bisogno di qualcuno al suo fianco che
lo proteggesse, proprio come lei aveva fatto con Ryder. Wade
le ricordava molto il fratello.
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Con il volto rigato dalle lacrime, si alzò, Wade la
imitò. Leah lo guardò negli occhi, stava piangendo, in quel
momento quell’uomo tanto forte e sicuro di sé somigliava
tanto a un bambino indifeso. Aveva deciso.
Lo abbracciò. Wade rimase spiazzato dalla reazione
della ragazza, che si era già divincolata dall’abbraccio,
mettendosi in cammino. Si voltò.
-Vuoi stare qui tutta la notte?-.
-No!Tornarono in cantina. Paris era rannicchiata in un
angolo tramante che farfugliava parole incomprensibili, ogni
tento gridava e si graffiava la faccia. I corpi di Brad e Rod
erano spariti.Tentarono di calmare Paris e spiegarle tutto, ma
era troppo tardi, allora decisero di portarla alla pensione.
-Mia zia si prenderà cura di lei- Wade cercò di
confortare Leah e convincerla che era la cosa migliore da
fare, mentre attendevano che la vecchia signora Brow uscisse
dalla camera di Paris.
-Sì, noi non possiamo più rimanere qui. Tu non puoi!
Se è vero quello che mi hai detto nel bosco… seguimi.
Andiamo via, lasciamoci tutto alle spalle e iniziamo una
nuova vita-. Wade annuì, ma anche se era davvero propenso
ad accettare la proposta di Leah il suo sguardo era
preoccupato.
Dalla camera di Paris, uscì la signora Brow.
-Sta riposando. Ho dovuto darle dei calmanti.
Almeno, dormirà tranquilla tutta la notte e parte della
giornata di domani-.
Quella notte andarono a dormire a casa di Wade.
Leah pensò che fosse tutto finito, ma aveva dimenticato la
gelosia fraterna.
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Mentre Wade era al piano di sopra a sistemare tutto
per la loro partenza, Leah era seduta sul divano a rilassarsi e
sorseggiare una cioccolata calda.
-E così partite?- Dave era comparso dal nulla.
-Sì. Vogliamo iniziare una nuova vita-.
-Sì, come no. Portandoti via mio fratello! Dovevo
ucciderti quando ne ho avuto l’occasione-. Dave con gesto
veloce fece cadere la tazza della cioccolata, che si frantumò
appena cadde per terra.
-Cosa… cosa fai Dave?- la ragazza iniziò a
spaventarsi.
Le mani di Dave si strinsero attorno al collo della
ragazza, che non riusciva a urlare, ma la presa d’un tratto si
allentò. Una goccia di sangue cadde sul volto di Leah. Wade
aveva ucciso suo fratello colpendolo nel bel mezzo della
fronte con una freccia. Dave si accasciò al suolo privo di vita.
-Te l’avevo detto che non avrei permesso a nessuno di
farti del male. Neanche al mio gemello-.
Wade scese le velocemente le scale e andò ad
abbracciare Leah per tranquillizzarla.
Il mattino seguente Leah era lì quando Paris svegliò.
Era ancora sotto gli effetti dei tranquillanti.
-Buongiorno, tesoro. Io ora devo andare via per un
po’, la signora Brow si prenderà cura di te… io tornerò
presto. Te lo prometto-.
Paris annuiva, ma i suoi occhi erano assenti, forse non
aveva nemmeno capito cosa le avesse detto l’amica. Leah le
diede un bacio sulla fronte e uscì dalla camera.
Wade era lì, nel corridoio che la aspettava con la zia, si
avvicinò a loro e una piccola lacrima uscì involontariamente,
senza riuscire a trattenerla.
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-Tranquilla cara, sarà come una figlia per mel’anziana signora le sorrise.
Wade e Leah salirono in auto, la ragazza si voltò per
l’ultima volta a guardare l’amica che era uscita per salutarla,
tenuta per mano dall’anziana proprietaria della pensione.
“Non è poi così cattiva”, pensò. I due ragazzi partirono.
-Ora è tutto finito sul serio!- disse Wade continuando
a correre sull’autostrada.
-Già…-.
-Guarda laggiù, la vedi? La statua della libertà. Un
giorno anch’io creerò un’opera così grande e importante-.
Leah scoppiò a ridere.
-Cosa c’è? Non mi credi capace forse?-.
-No. Stavo immaginando te su di un elicottero che
gettavi litri e litri di gesso su New York City per farla
diventare la città eterna-.
-E cosa ci trovi di buffo? È un’ottima idea! Sarà la
nuova Pompei! Una vera e propria opera d’arte!-.
I due ragazzi iniziarono a ridere come matti.
La strada davanti a loro era ancora lunga e
sconosciuta. Forse li avrebbe portati sulla via di una nuova
vita, o forse li avrebbe riportati indietro.
Ora, però, il loro destino era ancora sconosciuto.
L’unica certezza che possedevano era il loro sentimento.
E Leah sapeva che non avrebbe mai abbandonato
Wade nonostante tutto e tutti.
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