collana del centro interuniversitario per le ricerche

COLLANA DEL CENTRO INTERUNIVERSITARIO
PER LE RICERCHE SULLA SOCIOLOGIA DEL DIRITTO,
DELL’INFORMAZIONE
E DELLE ISTITUZIONI GIURIDICHE
(CIRSDIG)
11
Comitato scientifico
PROF. LARRY BARNETT, Widener University (USA)
PROF. ROQUE CARRIÒN–WAM, Università di Carabobo (Venezuela)
PROF. DOMENICO CARZO, Università di Messina
PROF. ALBERTO FEBBRAJO, Università di Macerata
PROF. MAURICIO GARCIA–VILLEGAS, Università Nazionale di
Bogotà (Colombia)
PROF. MARIO MORCELLINI, Università di Roma “Sapienza”
PROF. EDGAR MORIN, École des Hautes Études en Sciences Sociale
(France)
PROF. VALERIO POCAR, Università di Milano “Bicocca”
PROF. MARCELLO STRAZZERI, Università di Lecce
Tutti i volumi pubblicati nella Collana del CIRSDIG vengono sottoposti a un
processo di peer–reviewing.
CIRSDIG – COLLANA DEL CENTRO INTERUNIVERSITARIO PER
LE RICERCHE SULLA SOCIOLOGIA DEL DIRITTO,
DELL’INFORMAZIONE E DELLE ISTITUZIONI GIURIDICHE
La collana ospita interventi, teorici o empirici, che trattino i processi normativi e/o comunicativi riguardanti le trasformazioni in atto
nel mondo contemporaneo e, in generale, gli aspetti di potere connessi a genere, razza e disuguaglianze presenti in tali processi. Più
specificamente i testi pubblicati riguardano ad esempio: dinamiche e
mutamenti sociali e giuridici; la cultura, gli immaginari collettivi e le
trasformazioni sociali; i nuovi diritti civili, politici e sociali; la comunicazione e le Nuove Tecnologie.
Sebastiano Nucera
Corpi in-tessuti
Evoluzioni e mutamenti delle pratiche vestimentarie
Prefazione di
Domenico Filippo Carzo
Copyright © MMXIV
ARACNE editrice S.r.l.
www.aracneeditrice.it
[email protected]
via Raffaele Garofalo, 133/A–B
00173 Roma
(06) 93781065
ISBN
978–88–548–7065–9
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,
di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
Non sono assolutamente consentite le fotocopie
senza il permesso scritto dell’Editore.
I edizione: marzo 2014
Ai miei genitori
Indice
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Prefazione
17
Introduzione
23
Capitolo I
Sarti per necessità
1.1. Le intuizioni di Mark Stoneking e David L. Reed, 28 – 1.2. Designer di
170.000 anni fa, 32 – 1.3. I primi attrezzi del mestiere: selci, aghi e denti, 41
– 1.4. Tecnologie semplici e tecnologie complesse, 47 – 1.5. Tracce vestimentarie visuografiche: la Rock Art, 50 – 1.6. Dalle “veneri” alla “rivoluzione della lana”, 54 – 1.7. La prima ri-funzionalizzazione: l’abito è adattativo, 59
65
Capitolo II
Un po’ di storia, ancora. La nascita della moda
2.1. L’alba della moda: il Medioevo, 66 – 2.2. La Rivoluzione industriale e
la Rivoluzione dei consumi, 72 – 2.3. Tra parvenu e galateo: noiose rivoluzioni?, 78 – 2.4. La moda diventa industria, 81 – 2.5. Dal “Paradiso delle
Signore” alla Street Fashion, 85
93
Capitolo III
Modelli teorici dell’abbigliamento e della moda
3.1. Moda come imitazione, 94 – 3.2. Moda come distinzione, 96 – 3.3. Moda come
linguaggio, 102 – 3.4. Moda come performance, 107 – 3.5. Cosa è la “moda”?, 110
9
10
115
Capitolo IV
Corpo, moda, comunicazione
4.1. The body project: questioni pratiche, 120 – 4.2. The body project: tecnologie, etica e privacy, 128 – 4.3. Strumenti di conoscenza: abiti e accessori, 136 – 4.4. Smart Clothing ovvero “abbigliamento intelligente”, 140
147
Conclusioni
151
Bibliografia
Prefazione
(di Domenico Carzo)
Il volume di Sebastiano Nucera – dedicato all’evoluzione ed ai
mutamenti delle pratiche vestimentarie – si colloca tra quelle indagini
della sociologia dei processi culturali che, privilegiando un’analisi
diacronica dei fatti socio-culturali, tenta di spiegare trasformazioni e
livelli di significazione a partire dagli aspetti strutturali e storico-evolutivi dei fenomeni analizzati.
Un’analisi essenzialmente, ma non esclusivamente, macrosociologica che, probabilmente, per il taglio del volume, è l’approccio più
adeguato e proficuo. Lo studio, che si concretizza nei quattro capitoli,
si armonizza attraverso un problematico, ma riuscito, confronto con
linee di analisi che talvolta valicano i confini della sociologia raccogliendo spunti di notevole interesse che consentono all’autore di stabilire letture plurivoche conducendo agevolmente il lettore attraverso
tematizzazioni teoriche ed evidenze empiriche verso la conclusione e
la dimostrazione delle tesi iniziali. Su queste vale la pena concentrarsi
poiché rappresentano la sintesi di una lettura originale circa le evoluzioni dell’abbigliamento e delle pratiche vestimentarie.
La tesi della “rifunzionalizzazione” dell’abbigliamento e dell’accessorio appare chiara sin dall’incipit del primo capitolo all’interno
del quale, l’autore, non senza difficoltà, come ammette lui stesso, riesce a sintetizzare un notevole lavoro di ricerca teorica che analizza e
spiega la storia dell’abbigliamento fin da suoi albori.
Un lavoro che nella parte iniziale è incentrato sulle protoculture e che si
11
12
Prefazione
rivela necessario e, per certi versi, dirimente all’interno di una prospettiva comparativa che sceglie di analizzare la cultura nella sua
evoluzione socio-tecnica. L’autore, attraverso l’analisi di diversi
studi sulle capacità simboliche desumibili dalle prove archeologiche
in nostro possesso, dalle pitture parietali fino all’uso di pigmenti per
la decorazione dei manufatti o del corpo (peraltro, come sottolinea
l’autore, un utilizzo, quello della pigmentazione epidermica, ancora
oggi globalmente diffuso), riesce a proporre una sintesi di notevole
interesse. Si tratta di una prospettiva che retrodata la stessa storia del
costume e individua negli abiti, o nelle pelli assemblate che avrebbero costituito le prime forme di protezione, non solo un manufatto
che incorpora una funzione ma, proprio a partire da quest’ultima, il
riverbero di una struttura socio-culturale.
La prima parte del volume presenta rilievi di concreta originalità
quando l’autore realizza un confronto ed una complementazione teorica all’interno dei due modelli, quello di Stoneking e Reed e quello
di Ian Gilligan, permettendo all’analisi sociologica di confrontarsi,
ad armi pari, con le scienze cosiddette hard. Un confronto più che
riuscito e che, oggi più che mai, risulta essere una linea di indagine
all’interno della quale gli equilibri della sperimentazione sociologica
si fondono e, in un certo senso, diventano prolifici strumenti interpretativi di linguaggi differenti che dilatano e ri-strutturano il concetto stesso di cultura. Su questo punto Sebastiano Nucera dimostra
una buona destrezza argomentativa e teorica. D’altra parte, spesso,
nell’esaminare un processo culturale in termini diacronici, evidenziarne le ricadute socio-culturali, metterne in mostra i livelli di significazione che strutturalmente e funzionalmente cambiano e riaccordando l’incessante, mutevole e diadica relazione dell’individuo con
il suo ambiente culturale e fisico, si nasconde una delle più antiche
(e oggi, ormai, obsolete) opposizioni, ovvero quella tra “natura” e
“cultura”. Lo stesso Lévi-Strauss, come è noto, aveva evidenziato
come tale dicotomia non avesse alcun significato storico e che questa
opposizione fosse, molto semplicemente, la risultanza di una mera
faccenda metodologica (Kilani, 2011; Carzo, 1977).
Emerge in maniera chiara, in questa sezione del volume, l’intento
dell’autore di sottolineare la consistenza del rapporto tra le pratiche,
Prefazione
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gli artefatti ed un concetto interessante e di grande attualità: la “cultura cumulativa” ovvero l’accumularsi di innovazioni e trasformazioni delle pratiche, da parte degli attori sociali, così da rendere i
nuovi artefatti (ma non solo) più funzionali. Questo aspetto, legato al
mondo della pratica sociale, permette all’autore una critica costruttiva del modello probabilmente troppo onnicomprensivo proposto da
Ian Gilligan, proponendo una complementazione teorica, a partire
dalle considerazioni di Marcel Mauss, relativamente al ruolo che la
cultura avrebbe giocato nell’acquisizione e nel perfezionamento di
competenze tecniche utili al raffinamento procedurale, tecnico e funzionale degli abiti, e di Etienne Wenger declinando, per i suoi scopi,
il concetto di “comunità di pratica” e di forme di “impegno reciproco”. In particolare il concetto di Wenger appare ben collocato
all’interno della cornice teorica proposta dall’autore. L’intento è
quello di ipotizzare un universo simbolico a partire da considerazioni
che, ad un primo sguardo, potrebbero apparire ovvie. Si tratta, infatti,
di immaginare i primi processi creativi come “momenti di interazione” che travalicano lo stesso processo divenendo modelli di apprendimento collaborativo/cooperativo esattamente come teorizzato
da Wenger. Non c’è alcun motivo di immaginare tali dinamiche diversamente, se non correndo il rischio, come specifica l’autore, di
scadere in un inutile “cronocentrismo”.
È interessante notare, infatti, come le conseguenze di questa posizione teorica abbiamo un’importante funzione nel dimostrare le tesi
dell’autore che, nelle conclusioni della prima parte del volume, utilizzando le importanti eredità teoriche di Roland Barthes e Marshall
McLuhan specifica una doppia dimensione dell’abito: da un lato evidenzia come dopo una «blanda evoluzione creativa» acquisisca un
livello di significazione che si compone proprio a partire dalle rappresentazioni degli artefatti stessi e dalle possibilità d’azione che si
realizzano come esito di un’intersoggettività, ovvero «di un agire in
un ambiente comune, che comprende l’incontro, l’osservazione e la
cooperazione in eventi in situazioni concrete»1; dall’altro specifica
la dimensione “estensivo-protesica” dell’abito stesso.
1 T. INGOLD,
Ecologia della cultura, Meltemi, Roma 2004, p. 29.
14
Prefazione
Quest’ultimo punto è, probabilmente, il più interessante non tanto
per la dimensione teorica scaturente, peraltro eviscerata all’interno
di una letteratura scientifica sterminata, quanto per l’utilizzo speculativo che l’autore mette in atto nella parte conclusiva del lavoro
dove realizza, come si vedrà, la dimostrazione della seconda tesi, ovvero quella della “transizione funzionale” dell’abbigliamento attraverso la wearable technology.
Nella seconda e terza parte del volume l’autore, attraverso un difficile ma ben riuscito shift tematico, propone una riflessione storicoculturale sulla genesi del costume e della moda integrando, molto
opportunamente, punti di vista critici, osservazioni personali e linee
teoriche che riprendono noti modelli socio-antropologici e semiotici
all’interno di una dimensione che oltrepassa un semplice resoconto
evolutivo e realizza un originale cronistoria interpretativa, di natura
transdisciplinare, con continui rimandi sia al contesto storico ed economico di riferimento sia rielaborando concetti e teorie provenienti
da analisi di carattere socio-antropologico, dagli studi culturali,
dalla filosofia del linguaggio. Questo aspetto, come sottolineato
dall’autore stesso, è necessario per due scopi distinti. Da un lato la
doverosa contiguità metodologica/procedurale rispetto alla prima
parte del volume, con lo scopo di evidenziare il processo storico di
“ri-funzionalizzazione” e insieme di “connotazione simbolica” che
trasfigura e traduce nuovi livelli di significazione sociale dell’abito
stesso, che a cavallo tra il Medioevo ed il Rinascimento, segnala, in
maniera inequivocabile, la comparsa delle prime forme di moda;
dall’altro quello di creare il background teorico-argomentativo sia
per un’agile ma attenta analisi critica dei classici della sociologia
come Simmel, König, Spencer, Tarde e Veblen, sia per determinare
le implicazioni socio-culturali che hanno oggi la moda e l’abbigliamento attraverso un’agile rassegna di studi ed analisi aventi per oggetto il tema indagato.
L’ultima parte del volume è, certamente, la più innovativa ed attuale sia per la metodologia utilizzata dall’autore, sia per quanto riguarda gli oggetti d’analisi e per l’impatto che questi ultimi hanno
nello strutturare nuove dinamiche sociali-culturali legate al consumo. Prima di addentrarsi verso l’analisi di un modo nuovo di con-
Prefazione
15
cepire l’abbigliamento l’autore, opportunamente, descrive con attenzione le problematiche connesse all’utilizzo delle tecnologie
nell’industria vestimentaria, e, più in generale, i problemi di carattere etico derivanti dall’implementazione di un “doping tecnologico”. È singolare, infatti, come anche wearable technology e smart
clothing ripropongano l’annoso problema della necessità di strutturare meglio gli impianti legislativi atti a proteggere la sfera privata
degli attori sociali.
L’autore propone, come sintesi del dedalo concettuale presentato
nelle sezioni precedenti del lavoro, una prospettiva metodologicamente sincretica che, in sostanza, identifica il corpo come “luogo
tecnologico”. Riprendendo, nuovamente, le tesi di Marshall McLuhan (1964), l’abito e l’accessorio, anche «non necessariamente alla
moda», diventano una “seconda pelle” o una “protesi tecnologica” in
un senso del tutto nuovo. Questo aspetto, come sottolineato dall’autore, oltre ad avere chiare ripercussioni sul “mercato di moda” suscita una serie di interrogativi relativamente alla necessità di ridisegnare le nozioni di “performance contestuale” e di “tecnologie della
comunicazione”. In tal senso, infatti, la “tecnologia indossabile” o
wearable technology, pur mantenendo una propria ed esclusiva dimensione “vestimentaria” pone la necessità di riformulare il concetto
di second skin di McLuhan (cfr. de Kerckhove, 1998). Sebastiano
Nucera, infatti, procedendo ad una attenta e meticolosa descrizione
delle applicazioni più recenti in fatto di “tecnologia indossabile”,
sottolinea come il nuovo ambiente tecnologico che si viene a creare
costringe a ripensare le relazioni/mediazioni che si instaurano tra gli
attori sociali ed il loro habitat comunicativo.
D’altra parte, una porzione delle tecnologie indossabili comporta
il ripensamento dello spazio info-comunicativo all’interno del quale
gli individui interagiscono tra di loro ed esperiscono nuove modalità
di fruizione dei flussi informazionali. Si tratta, infatti, di un passo
ulteriore verso una capillarizzata “cittadinanza digitale” che, se da
un lato concorre a reificare un nuovo “oggetto culturale”, il soggetto,
appunto, dall’altro definisce dimensioni d’uso dei devices che si collocano all’interno di una classifica ideale in relazione alle loro capacità di compenetrazione sociale, velocità di esecuzione e processa-
16
Prefazione
mento delle informazioni, ergonomie d’uso. In tal senso, appare dirimente la proposta dell’autore circa l’idea di considerare i processi
di desomatizzazione e risomatizzazione indotti e mediati dalla wearable technology, come una capacità nuova e altra di autopoiesi. Si
tratta, in fondo, di un’ulteriore funzionalizzazione, questa volta indotta dall’abito sul “suo disegnatore”. Questa transizione, secondo
l’autore, non solo rappresenta un “naturale” progresso nell’acquisizione di nuove modalità di inter-azione ma è certamente diversa rispetto a tutte le altre: riprendendo un concetto di de Kerckhove, l’abbigliamento e l’accessorio diventano delle “psicotecnologie” in
senso molto largo poiché il loro uso e le loro applicazioni, producono
delle profonde trasformazioni nella psicologia individuale, nei rapporti tra gli agenti sociali e nell’affermarsi di nuove strategie “linguistiche”. Il corpo, quindi, mediato da una tecnologia indossabile
acquista un nuovo livello di significazione attraverso, ancora una
volta, una ultra-evoluta produzione vestimentaria, che costruisce
narrazioni della quotidianità utilizzando “strumenti” che da 170.000
anni rendiamo sempre più ergonomici e funzionali.
Messina,
Università, 19 Gennaio, 2014
Domenico Carzo
B ARTHES R., System de la Mode, Seuil, Parigi 1967 [trad. it. Sistema della Moda,
Einaudi, Torino 1970]
CARZO D., La società codificata. Simboli normativi e comunicazione sociale, Cacucci, Bari 1977
DE KERCKHOVE D., The Skin of Culture, Kogan Page Ltd, Londra 1998
K ILANI M., Antropologia. Dal locale al globale, Dedalo, Bari 2011
MCLUHAN M., Understanding Media: The extensions of Man, Ginko Press, Berkley, 1964 [trad. it Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano 2008]
Introduzione
L’abbigliamento è essenziale per la nostra esistenza, ma chiaramente non è “naturale”: nasconde quella che dovremmo vedere come “la
verità” […]. Veniamo al mondo nudi ma ne
usciamo vestiti. L’abito è cultura.
(Jack Goody)
Gli studi sull’abbigliamento non passano di moda. Almeno non ancora. Si tratta di un fenomeno che, come vedremo, ha interessato
l’uomo ben prima rispetto alle date formali che è possibile rintracciare
nei manuali di storia del costume. Non si tratta, chiaramente, di retrodatare l’inizio delle analisi che hanno per oggetto l’abbigliamento. Sarebbe troppo semplice e non servirebbe scrivere un libro per palesare
questo intento. Il volume nasce da tre anni di riflessioni e ricerche in
un ambito, quello delle pratiche vestimentarie e della moda che, per
definizione, è polimorfico, fugace, effimero e probabilmente ciò costituisce la solida base di un fascino esclusivo.
Proprio per questo motivo, avvicinarsi allo studio dell’abbigliamento, comunque lo si consideri, nasconde sotto le sue spoglie, una
serie di insidie metodologiche ed argomentative che, nella migliore
delle ipotesi, finirebbero per concretizzare un resoconto parziale o riproporre idee abbondantemente analizzate all’interno di una copiosa
letteratura. Scorrendo le pagine di un qualsiasi libro di storia del costume, ciò che appare immediatamente evidente, nella pienezza e
nell’abbondanza di fogge, stili, colori e tessuti, è un cambiamento lento
e impercettibile per lunghi periodi di tempo che a fronte di una cristallizzazione temporale presenta, però, una notevole e cangiante distribuzione geografica.
Probabilmente, qualche anno fa, ci saremmo limitati ad un’analisi
diacronica sulla scorta delle competenze pregresse di chi scrive che,
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18
Introduzione
inevitabilmente, ci avrebbero portato a privilegiare alcuni aspetti piuttosto che altri. Ciò, in verità, traspare nella prima parte del volume dove
con vivo e profondo interesse abbiamo provato ad evidenziare come
quando si tratta di spiegare le evoluzioni socio-culturali che hanno interessato il nostro passato, l’interpretazione dei dati provenienti
dall’archeologia o dalla paleoantropologia, si prestano, alla lente della
sociologia, per un’analisi ricca di contenuti, dettagli e sperimentazioni
teoriche tali da concretizzare uno sprint straordinario nell’analizzare
problemi di indiscussa importanza. L’evoluzione delle pratiche vestimentarie è un esempio lampante di come la sociologia, e, in particolare,
la sociologia dei processi culturali, possa servirsi di una sterminata
quantità di dati per elaborare prospettive complementari, per nulla
scontate, all’interno di paradigmi spesso cristallizzati su asettiche interpretazioni che lasciano poco spazio al dibattito. Proprio per questo
motivo si è cercato di stilare un programma d’analisi e di ricerca che
rendesse conto delle molteplici forme sociali dell’abbigliamento e attuando una prospettiva che (di)spiegasse la coesistenza di proprietà
pratiche, edonistiche, cromatiche, materiche, estetiche.
Un programma ambizioso, certamente mancante in certe sue parti
di ulteriori avvicendamenti teorici, ma che ha reso possibile una, ci auguriamo, armonica tessitura di concetti, idee e teorie provenienti da
universi disciplinari diversificati. Ci rendiamo conto, naturalmente,
dell’enorme ventaglio di significati che l’espressione “pratiche vestimentarie” può assumere in relazione alla metodologia d’analisi utilizzata e per questo motivo abbiamo prestato molta attenzione nel contestualizzare correttamente una terminologia appropriata che permettesse di identificare, senza ambiguità, i contorni storici e culturali degli
argomenti oggetto della nostra analisi.
In questo caso presenteremo, nel primo capitolo, utilizzando la letteratura più recente e le prospettive più influenti, una storia dell’abbigliamento che non si ferma alla nascita delle prime civiltà umane ma,
attraverso una bibliografia che sconfina in campi disciplinari diversi
dalla sociologia dei processi culturali e della stessa storia del costume,
cercheremo di produrre una convincente prospettiva che risalti la nascita dell’abbigliamento come pratica culturale a partire dai suoi albori.
Su questo punto ci vorremmo soffermare per fornire ulteriori ancore
Introduzione
19
interpretative. I temi che vengono affrontati nella prima parte del volume sono due. Da una parte, infatti, proporremo, attraverso le intuizioni di Stoneking e Reed di retrodatare la nascita dell’abbigliamento
spesso individuata, fumosamente, nella “preistoria”, nel “lontano passato”, “nell’antichità”, e sulla scorta di queste idee introdurremo un
tema ulteriore e, certamente, più articolato: dopo aver presentato le raffinate intuizioni di Ian Gilligan, suggeriremo una complementazione
di queste ultime riconoscendo al corpo una dimensione “tecnologica”
ed “ecologica” che troppo spesso vengono date per scontate o totalmente ignorate (De Nardis, 1999). Difatti, gli abiti hanno certamente
costituito un nuova interfaccia, sostituendosi alla pelle, nel rapporto tra
individuo e ambiente. Una nuova “soglia” che da un punto di vista funzionale avrebbe addirittura favorito Homo sapiens nella “silenziosa”
competizione con Homo di Neanderthal permettendo la lenta ed inarrestabile colonizzazione, da parte del primo, di molti territori inospitali
e “climaticamente” ostili (Toups, 2011) sebbene, come sottolineeremo,
molti indizi indicherebbero come anche l’Homo di Neanderthal fosse
dotato di un completo e funzionale guardaroba. Questi aspetti sono propedeutici sia rispetto alle tesi della “rifunzionalizzazione”, ovvero
della cooptazione funzionale (ma anche simbolica) dell’abito che si
realizza nel momento in cui la produzione vestimentaria, sebbene ancora presentasse “collezioni” in cui l’aspetto materico imperava rispetto a quello estetico, diventa un processo di cooperazione. L’idea
che vorremmo far risaltare è che, a differenza di Gilligan, non siamo
per niente convinti che i primi vestiti non fossero portatori di un qualche “significato culturale” che trascendesse, appunto, lo stesso piano
materico/funzionale. Saremmo piuttosto inclini a credere, invece, che
individuare materie prime adatte per i processi di produzione di abiti,
procurarsele con una certa continuità temporale, lavorarle ed assemblarle, siano difficilmente l’opera di monadi solitarie che più di
100.000 anni fa si apprestavano a diventare i primi “sarti” della nostra
specie. Le nostre idee non solo sono avvalorate da molti studi che individuano, a partire dai dati archeologici, una evidente e palese “intelligenza sociale” nelle prime comunità umane ma vengono strutturate
anche attraverso il manifesto, sebbene lento e spazialmente eterogeneo,
progresso tecnologico che ha interessato l’industria litica e, indirettamente, quella vestimentaria e che dimostrerebbe come all’interno delle
20
Introduzione
prime comunità di pratica (Wenger, 2006) non vi fosse una semplice
partecipazione nel processo creativo ma una condivisione di esperienze
soggettive ed apprendimenti interattivi che avrebbero assegnato una
forma ed un significato ben preciso alle azioni degli individui coinvolti
nella “pratica”.
Utilizzeremo, inoltre, numerosi indicatori come le “Veneri” o le
tracce visuografiche della Rock Art per definire meglio i contorni della
transizione verso una cultura mitica (Donald, 1991) all’interno della
quale l’abito e l’accessorio si appropriano di nuove e peculiari dimensioni simboliche.
La seconda e la terza parte del volume saranno incentrate, rispettivamente, sull’analisi storica del contesto che vede gli albori di quella
dimensione simbolica dell’abito sempre più socialmente strutturata e
determinata cioè la moda, e l’analisi di alcuni dei modelli teorici della
moda e dell’abbigliamento.
Abbiamo evitato, in entrambe le sezioni, di proporre un resoconto
eminentemente storico o esclusivamente teorico che, paradossalmente, oltre che “fuori tema” sarebbe risultato incompleto e parziale,
preferendo una prospettiva che, con agilità, si muovesse tra aspetti
storici, economici e sociologici e i tratti distintivi di una storia del
costume utile a decifrare i cambiamenti in atto durante la Rivoluzione
francese e quella industriale. Determinanti si sono dimostrati i contributi di Giorgio Riello, Daniela Calanca, Paolo Sorcinelli e Maria Giuseppina Muzzarelli per tracciare un quadro teorico-concettuale esauriente ed armonico a fronte dei notevoli mutamenti sul piano politico,
economico e demografico in atto durante i periodi analizzati. La terza
parte, invece, abbiamo deciso di dedicarla ai “modelli teorici” della
moda e dell’abbigliamento individuando una serie di dimensioni di
“comodo” tipiche, appunto, della moda e dell’abbigliamento. In particolare, questa sezione è stata certamente utile nella complementazione dei modelli teorici che abbiamo presentato in quella precedente
ma ha anche precisato l’interessante e corretta distinzione che Volli
opera tra moda e abbigliamento. La moda, infatti, “non identifica
l’abbigliamento”, essa è piuttosto “un certo regime del gusto”, la
“legge di un flusso” (Volli, 1998).
La parte conclusiva, infine, si occuperà di indagare l’abbigliamento
attraverso una prospettiva nuova. L’idea di identificare negli abiti una