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COMUNIONE E ANNUNCIO NELLA CORRESPONSABILITÀ
Un esercizio di comunione ecclesiale
nell’itinerario per il riordino delle foranie
e unità pastorali nella diocesi di Concordia-Pordenone
Lectio inauguralis tenuta l’8 ottobre 2014 da S.E. Mons. Giuseppe PELLEGRINI
Vescovo di Concordia - Pordenone e Segretario della Conferenza Episcopale Triveneta
per l’apertura dell’anno accademico 2014-2015
della Facoltà di Diritto Canonico San Pio X di Venezia
Ecc.mo Grancancelliere, Patriarca Francesco,
Rev.mo Preside, Autorità e Docenti,
Personale tecnico e amministrativo,
Studenti ed ex-Studenti carissimi,
Signore e Signori,
un saluto deferente e cordiale a tutti voi qui intervenuti alla cerimonia di apertura
dell’anno accademico 2014- 2015 in questa Facoltà di diritto canonico San Pio X di Venezia e al
contempo il ringraziamento per l’invito a tenere la lezione inaugurale, invito che mi onora.
Il dies che celebriamo mi offre anzitutto l’occasione di richiamare il ruolo insostituibile che
le Facoltà ecclesiastiche - pur tra non poche difficoltà di ordine soprattutto economico - svolgono a
servizio della Chiesa e della società.
In un suo discorso ai docenti dei Pontifici Atenei Romani Papa Benedetto XVI ricordava che
tale ruolo “il Concilio Vaticano II lo aveva già ben sottolineato nella Dichiarazione Gravissimum
educationis, quando esortava le Facoltà ecclesiastiche ad approfondire i vari settori delle scienze
sacre, per avere una conoscenza sempre più profonda della Rivelazione, per esplorare il tesoro della
sapienza cristiana, favorire il dialogo ecumenico e interreligioso, e per rispondere ai problemi
emergenti in ambito culturale (cfr n. 11)”1.
Anche questa Facoltà di Diritto canonico – leggo nel suo profilo – si propone di dare risposte
alle attuali e complesse urgenze pastorali, intendendo promuovere le discipline canonistiche
mediante la ricerca scientifica, l’insegnamento e le pubblicazioni, con particolare attenzione alla
fondazione del diritto in prospettiva teologica.
A partire da questa vocazione della Facoltà ad essere attenta nei confronti delle attuali
impellenze di carattere pastorale, desidero presentare il cammino che è stato vissuto nella Diocesi di
Concordia-Pordenone nell’anno 2013-2014 e che ha portato al riassetto dei vicariati foraniali e delle
unità pastorali.
I. L’attuale congiuntura
Tale percorso di riorganizzazione prende le mosse senz’altro da una situazione comune a
molte zone di antica cristianità, da cui non è esente neanche il nostro nordest d’Italia, per quanto
con toni meno forti.
1
Discorso di Benedetto XVI ai Docenti dei Pontifici Atenei Romani e ai partecipanti all’Assemblea generale della
Federazione Internazionale delle Università Cattoliche, Città del Vaticano, 19 novembre 2009.
1
Con uno sguardo rivolto alle Chiese del vecchio continente alcuni autori concordano nel
dichiarare che “è in atto una «rottura di rappresentazione» dell’immagine storicamente
sedimentata dell’istituzione ecclesiale, con la conseguente necessità di ridefinire che cosa si
intende per «Chiesa in un luogo» e di declinare in modo nuovo l’essere della Chiesa nel «qui» e
«ora» segnato dalla fine di un cristianesimo maggioritario2.
Esistono, dunque, alla base di questo progetto anche delle ragioni congiunturali, legate alla
diminuzione del clero e all’aumento della sua età media. Tale ridimensionamento numerico si
accompagna per di più ad una moltiplicazione di richieste, ad una articolazione dei contesti socioculturali e quindi anche pastorali.
Di fronte a tutto questo ci ha, però, accompagnato la convinzione che un passaggio così
rilevante, quale ridisegnare le strutture pastorali di una Chiesa particolare, richieda sempre pazienza
e vigilanza.
Nell’accostarci a tale problematica pastorale è stata pure molto avvertita la consapevolezza
che in questi processi si corre sempre il rischio che «la pratica si imponga prima della
riflessione, cadendo in una sorta di “ingegneria pastorale”», sulla spinta delle urgenze, senza
sviluppare riflessione e dibattito (Cfr. L. Bressan)3.
Al tempo stesso abbiamo anche sentito il bisogno di un certa determinazione e coesione
per muoverci e orientarci verso l’obiettivo che ci si era prefissati «senza aspettare troppo», anche
per ovviare al pericolo di perdere la spinta propulsiva che generalmente si innesca di fronte ad una
novità di tale portata.
II. Dimensione comunionale e missionaria
È da dire, però, che, al di là della congiuntura segnata dalla necessità, è stata molto di più la
dimensione comunionale e missionaria il riferimento essenziale per focalizzare gli obiettivi del
percorso e per tutte le decisioni prese poi in ordine al riordino delle strutture pastorali.
La Chiesa ha ricevuto il mandato da Gesù Cristo e di lui deve dare testimonianza al mondo
nelle concrete possibilità e condizioni del presente. La Chiesa non è per se stessa, ma è sacramento
in ordine al mondo e tale missione è compito di ogni battezzato.
Da questo punto di vista è dunque evidente che prioritari non sono i territori e le strutture
ereditate dalla tradizione, ma “la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo”
(CIC, can. 204, §1) mediante l’esercizio delle funzioni sacerdotale, profetica e regale partecipate da
Cristo a tutti fedeli, “secondo la condizione propria di ciascuno” (CIC, can. 204, §1). Questo
mandato implica l’utilizzo dei mezzi istituzionali più adatti ai battezzati per riunirsi, praticare la
loro fede e onorare il loro posto nella società.
Per di più «la Chiesa non può puramente e semplicemente essere un ricalco sulle strutture
della società civile. Ha la libertà di mettere in opera i propri principi costitutivi: e anzitutto il
principio essenziale della fede da comunicare, della carità da praticare nelle situazioni nell’attuale
nostra società» (C. Dagens)4.
2
L. Prezzi, Unità pastorali è già futuro, Settimana n. 4, 27 gennaio 2013.
Ibid.
4
Ibid.
3
2
Di qui dunque l’obiettivo di fondo dell’intero progetto di riordino, ovvero il desiderio di un
profondo rinnovamento delle comunità cristiane, perché diventino sempre più missionarie, capaci
cioè di portare alle donne e agli uomini del nostro tempo l’annuncio del Vangelo.
Papa Francesco nella sua prima esortazione apostolica post sinodale, riprendendo le parole di
Paolo VI dell’Evangelii nuntiandi, ci ha fortemente invitato a testimoniare “la dolce e confortante
gioia di evangelizzare” (Evangelii Gaudium, II), che richiede un’autentica conversione pastorale e
una rinnovata vita di comunione, che la Chiesa attinge dalla Comunione Trinitaria, nell’ascolto
della Parola di Dio e nella celebrazione dei Sacramenti.
Nella misura in cui la Chiesa aderisce pienamente a Cristo e si lascia plasmare dalla forza
rinnovatrice dello Spirito Santo, diventa il luogo concreto della manifestazione dell’amore di Dio
per tutta l’umanità.
E questo è un appello per tutti i battezzati, senza distinzioni di condizione o di ruolo,
perché portino agli altri l'amore di Gesù in uno "stato permanente di missione" (Evangelii Gaudium,
25), vincendo "il grande rischio del mondo attuale": quello di cadere in "una tristezza
individualista" (Evangelii Gaudium 2).
Il Papa invita a "recuperare la freschezza originale del Vangelo" (Evangelii Gaudium, 11)
per la quale occorre "una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come
stanno" (Evangelii Gaudium, 25), non senza una riforma delle strutture ecclesiali perché
"diventino tutte più missionarie" (Evangelii Gaudium, 27).
Di qui, innanzitutto dunque, la sfida che ci siamo sentiti rivolgere dall’attuale contesto
nell’elaborare il progetto di revisione e riordino: dare visibilità alla comunione anche attraverso
alcune strutture concrete di organizzazione della pastorale, per un rinnovato slancio missionario
nel nostro agire ecclesiale.
III. La visione ecclesiologica soggiacente
Il progetto, così come è stato immaginato ed elaborato, affonda le sue radici nella visione
ecclesiologica del Concilio Vaticano II, ovvero nella visione della Chiesa letta secondo le categorie
di Popolo di Dio e sacramento universale di salvezza. Così leggiamo infatti nella Costituzione
dogmatica Lumen Gentium:
“Come già l'Israele secondo la carne peregrinante nel deserto viene chiamato
Chiesa di Dio (Dt 23,1 ss.), così il nuovo Israele dell'era presente, che cammina
alla ricerca della città futura e permanente (cfr. Eb 13,14), si chiama pure
Chiesa di Cristo (cfr. Mt 16,18)… Dio ha convocato tutti coloro che guardano
con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha
costituito la Chiesa, perché sia agli occhi di tutti e di ciascuno, il sacramento
visibile di questa unità salvifica” (Lumen gentium, 9).
Inoltre, sempre a partire dall’insegnamento conciliare, nell’impostare il progetto si è avuto
chiaro fin da subito che questa visibilità da dare alla comunione non poteva aver luogo senza
l’apporto imprescindibile del laicato. Il Concilio ci ha aiutati a riscoprire l’importanza dei laici
nella Chiesa. Così leggiamo in Lumen gentium:
3
“I laici, radunati nel Popolo di Dio e costituiti nell’unico Corpo di Cristo sotto
un solo capo, sono chiamati chiunque essi siano, a contribuire come membra
vive, con tutte le forze ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del
Redentore, all’incremento della Chiesa e alla sua santificazione permanente”
(Lumen gentium, 33).
Recependo l’insegnamento conciliare, anche il vigente Codice di Diritto Canonico
riconosce i compiti essenziali e insostituibili del laicato. In fatti, il can. 225 così recita:
“I laici, dal momento che, come tutti i fedeli, sono deputati da Dio all’apostolato
mediante il battesimo e la confermazione, sono tenuti all’obbligo generale e
hanno il diritto di impegnarsi, sia come singoli sia riuniti in associazioni, perché
l’annuncio della salvezza venga conosciuto e accolto da ogni uomo in ogni
luogo” (can. 225, § 1, CIC).
Nel contempo, lo stesso canone al paragrafo 2, prevede:
“I laici sono tenuti anche al dovere specifico, ciascuno secondo la propria
condizione, di animare e perfezionare l’ordine delle realtà temporali con lo
spirito evangelico e in tal modo di rendere testimonianza a Cristo,
particolarmente nel trattare tali realtà e nell’esercizio dei compiti secolari” (can.
225, §2 CIC).
I fedeli laici, dunque, con il loro impegno temporale nel mondo, in famiglia e nei vari
ambienti di vita, sono chiamati a testimoniare la bellezza del Vangelo e a mantenere vivi i valori
della fede nella società. Ma la loro opera è fondamentale anche all’interno della comunità cristiana,
che vive e cresce, valorizzando tutti i doni e carismi che lo Spirito suscita in ciascun battezzato.
Da questo punto di vista è stata un’espressione usata da papa Benedetto XVI nell’aprire i
lavori del Convegno ecclesiale della diocesi di Roma del 2009 a dare - per così dire - una direzione
di stile al progetto che intendevamo portare avanti.
Papa Ratzinger, in quel discorso, richiamava i frutti del Concilio, criticando la tendenza a
identificare la Chiesa con la gerarchia e mettendo in guardia contro una visione puramente
sociologica della nozione di Popolo di Dio. In particolare il Pontefice dichiarava nei confronti
dell’odierno contesto la necessità di “un cambiamento di mentalità riguardante particolarmente i
laici, passando dal considerarli ‘collaboratori’ del clero a riconoscerli realmente
‘corresponsabili’ dell’essere e dell'agire della Chiesa, favorendo il consolidarsi di un laicato
maturo ed impegnato”5.
Nel messaggio al Forum dell’Azione Cattolica tenutosi in Romania nel 2012 Papa Benedetto
riprendeva ancora il tema della corresponsabilità laicale con espressioni molto significative,
fondandole sul dettato conciliare del n. 37 di Lumen gentium. Così si esprimeva il papa:
5
BENEDETTO XVI, Discorso per l’apertura del convegno pastorale della diocesi di Roma sul tema: "appartenenza
ecclesiale e corresponsabilità pastorale", San Giovanni in Laterano, 26 maggio 2009.
4
La corresponsabilità esige un cambiamento di mentalità riguardante, in particolare, il
ruolo dei laici nella Chiesa, che vanno considerati non come «collaboratori» del clero,
ma come persone realmente «corresponsabili» dell’essere e dell’agire della Chiesa. E’
importante, pertanto, che si consolidi un laicato maturo ed impegnato, capace di dare il
proprio specifico contributo alla missione ecclesiale, nel rispetto dei ministeri e dei
compiti che ciascuno ha nella vita della Chiesa e sempre in cordiale comunione con i
Vescovi6.
Nella Evangelii Gaudium Papa Francesco ricorda infine - a proposito della figura femminile che è importante "allargare gli spazi… nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni
importanti" (Evangelii Gaudium, 103).
Sulla scorta di questo impianto fondamentale ci siamo convinti che la missionarietà, meta
ultima della nostra riflessione, si riconosca anche nella capacità di aprire spazi della pastorale
alla ministerialità laicale. E questo non solo per quel che riguarda la collaborazione attiva nella
animazione pastorale delle singole parrocchie, bensì anche nell’ambito della progettazione
pastorale e - nel nostro caso specifico - nel progetto di riordino diocesano delle strutture di
pastorale.
IV. Esercizio di comunione a partire dal metodo
La ricerca sul rinnovamento e la riorganizzazione è stata come una scelta obbligata,
provocata a partire da quanto avevo personalmente raccolto durante il primo anno di ministero
episcopale a Concordia-Pordenone.
Da vescovo diocesano scelsi, infatti, di dedicare quei primissimi tempi alla conoscenza e
all’ascolto del territorio, per me fondamentalmente nuovo, visitando rapidamente tutte le comunità
parrocchiali, le istituzioni e le varie aggregazioni di fedeli della diocesi. Quel veloce percorso fu
utile occasione per raccogliere una forte istanza di rinnovamento da parte della base, nei
confronti dell’impianto riguardante le strutture di pastorale, in particolare le foranie e unità
pastorali, che si percepiva non più adatto al reale stato delle cose.
Riportata questa istanza al centro della diocesi, ovvero negli uffici pastorali e nel Consiglio
episcopale, si decise di avviare innanzitutto un processo di sensibilizzazione e di riflessione, vasto
ed articolato. Fin da subito la scelta fu quella del confronto ecclesiale, il più ampio possibile,
desiderando rendere visibile la comunione anche attraverso i metodi usati.
V. Fase preparatoria: la sensibilizzazione
Fu in primo luogo il Consiglio presbiterale ad essere interpellato e quindi a trovarsi a
raccogliere l’istanza proveniente dalla base. In una sua prima riunione del 15 marzo 2012, nella
carta d’intentità che si era data, si legge:
Il Consiglio presbiterale è chiamato a coinvolgersi in un percorso di notevole
importanza per il presente e il futuro della Diocesi, orientato alla riorganizzazione
6
BENEDETTO XVI, Messaggio in occasione della VI Assemblea ordinaria del Forum internazionale di Azione Cattolica,
10 agosto 2012.
5
complessiva delle strutture e delle attività pastorali. Il Consiglio di presidenza si sente
profondamente interpellato dai cambiamenti in atto nella società e nella Chiesa e
ritiene che il “Senato” del Vescovo debba costituire un riferimento prioritario nella
ricerca di assetti e strumenti all’altezza delle sfide del tempo nel quale la Provvidenza
ci ha donato di vivere il Vangelo e di servire il Regno di Dio… Sicuramente il
presbiterio dovrà sentirsi partecipe, nello spirito di una “corresponsabilità”
organicamente strutturata.
Dopo circa un anno di sensibilizzazione e di confronto in diverse sedi, il 28 febbraio del 2013,
il Consiglio presbiterale si confrontò a partire da una riflessione-quadro proposta dal Vescovo e dal
Vicario per la pastorale. In essa si può leggere, a proposito della proposta di un riordino delle
foranie e delle unità pastorali, che era avvertita come una “scelta più che motivata, anzi
necessaria”. Tra le varie considerazioni, emerse chiaramente che:
Il nostro contesto odierno conosce la contrazione del numero dei presbiteri, i battezzati
lontani e “fai da te”, una presenza considerevole di immigrati, l’esodo del dopoCresima. Tali situazioni motivano seriamente e decisamente l’assunzione di alcune
modifiche nel nostro agire pastorale, in particolare l’adozione di unità pastorali e
foranie come strumenti a servizio delle parrocchie, che restano le protagoniste...
Foranie e unità pastorali sono forme di sinergia pastorale, oltre che strutture
amministrative e organizzative; forme relazionali, strutture di fraternità e comunione.
Ancora, si sottolineava sempre in quella sede:
I cambiamenti debbono nascere in maniera condivisa, non devono avere il sapore di
qualcosa di calato dall’alto. In particolare sono da coinvolgere nei cammini di
corresponsabilità i laici.
Il Consiglio presbiterale si è dunque sempre riconosciuto primario interlocutore sul tema del
riordino delle strutture pastorali, anche in ossequio al prescritto codiciale che richiede al Vescovo
illud audiat in negotiis maioris momenti7.
VI. Prima fase: redazione dell’Instrumentum laboris
A partire dal dibattito emerso in quella seduta fu redatto un testo denominato Bozza
Instrumentum laboris, e quindi inviato ai membri del Consiglio presbiterale.
Attraverso quel testo si svolse una prima consultazione dei vicari foranei, e - attraverso i
vicari foranei - dei presbiteri e diaconi nelle foranie. Nel contempo furono coinvolti i membri del
Consiglio pastorale diocesano, i vice-presidenti dei Consigli pastorali parrocchiali ed altri ancora.
Risulta veramente degna di nota la risposta da parte del laicato. All’incontro che fu organizzato
nell’aprile del 2013 per i vicepresidenti dei Consigli pastorali parrocchiali erano presenti 114
parrocchie su 188; molti furono gli interventi significativi ed in seguito giunsero ben 35
comunicazioni per esporre opinioni e proposte.
I laici interpellati chiesero di attenuare la sottolineatura sulla contrazione numerica del clero, a
favore dell’evidenziazione del loro coinvolgimento in ragione dell’appartenenza battesimale.
Fu utile il confronto con il laicato anche per una purificazione del linguaggio: era infatti percepito
come troppo tecnico e clericale.
7
Can. 500 § 2 CIC.
6
Al Consiglio presbiterale del 2 maggio 2013 si diede il resoconto dell’esito complessivo di
questo primissimo confronto avuto con i destinatari della bozza inviata. La risposta registrata fu
unanime: Sì, è necessario andare avanti, perché una saggia riorganizzazione della pastorale non
può attendere e ha bisogno di un indirizzo unitario. Alla fine della discussione il Consiglio
approvò all’unanimità il testo definitivo dell’Istrumentum Laboris.
Da quel primo confronto si raccolsero immediatamente alcuni suggerimenti, ovvero l’invito a
“coniugare” nella riflessione che si stava avviando alcuni verbi, che rappresentavano, però, anche
delle coordinate per dare una direzione alla riflessione in corso. I verbi suggeriti erano:
- "valorizzare" quanto di buono già si sta realizzando;
- "chiarire" meglio le motivazioni e le finalità;
- "accompagnare" in maniera adeguata il processo di rinnovamento;
- "semplificare" le forme e le esigenze organizzative per non appesantire compiti
e funzionamenti.
Posso dire che fin dalla sua redazione, il testo che ha guidato l’operazione di riordino delle
strutture di pastorale fu il risultato della collaborazione di una molteplicità di soggetti
all’interno dell’orizzonte ecclesiale. Il confronto si estese anche al di fuori delle sedi istituzionali
rappresentate dai vari consigli. Il clero in particolare fu coinvolto durante alcune consuete
esperienze formative annuali, le settimane residenziali, che si tengono due volte all’anno e che
vedono la presenza di una buona parte del presbiterio. In quelle sessioni residenziali ai presbiteri fu
chiesto di immaginare riguardo alla diocesi (nel rapporto clero/comunità) gli scenari di un futuro
che incrociava già il presente.
La scelta di avere come oggetto di confronto la traccia data dall’Instumentum laboris era
motivata dal principio che il rinnovamento ha bisogno di convinzioni condivise e di
collaborazioni fattive, ma anche del rispetto delle pluralità di situazioni e di attenzione alle
persone coinvolte nei cambiamenti provocati dal riordino.
VII. Seconda fase: assimilazione e condivisione
Approvato l’Instrumentum laboris da parte del Consiglio presbiterale, quale vero e proprio
testo di orientamento nel processo del riordino delle strutture di pastorale, prese avvio un periodo
di circa un anno all’insegna della riflessione e del confronto sul documento in tutta la comunità
diocesana, in vista della stesura degli orientamenti definitivi.
Dapprima, nell’arco di tempo compreso tra maggio e dicembre 2013 si chiese alla comunità
diocesana di maturare una condivisione sui principi fondamentali del progetto. Tale fase di
assimilazione e di condivisione prevedeva incontri che coinvolgevano i presbiteri sia fra di loro
(nelle cosiddette congreghe foraniali) che con i laici. In questi incontri ci si confrontò più volte a
partire dai contenuti dell’Instrumentum laboris. Vescovo e vicari episcopali si resero presenti in
diversi momenti di incontro sia con il clero che con i laici.
Significativo l’incontro che il vescovo tenne dal 6 novembre al 5 dicembre 2013 nelle 12
foranie con i vice presidenti dei Consigli Pastorali Parrocchiali accompagnati dai rispettivi parroci.
“A questi incontri erano presenti 174 parrocchie su 188 (le parrocchie assenti erano le più
piccole), con complessivi 398 partecipanti e 121 interventi!” (Rassegna diocesana, 6/2013, pag.
290*).
7
Il confronto – anche in questa seconda fase più impegnativa - risultò fruttuoso e improntato al
dialogo franco e leale. Approfondendo i principi di fondo, che avrebbero poi portato ad elaborare le
singole modifiche, si percepirono anche alcune resistenze, che possono apparire anche
contraddittorie (sic!) con quanto era precedentemente emerso.
Ad esempio, da parte di alcuni non era avvertita tutta la portata del cammino che stava
davanti: ritenevano che per far procedere le cose bastasse solo qualche piccolo aggiustamento e non
occorresse, invece, mettere mano ad una riforma strutturale.
In questo senso nel confronto si riscontrò che la prima difficoltà stava nella fatica di
guardare avanti: occorreva rappresentarsi il futuro con un certo realismo e occorreva, inoltre, che
questa visione fosse condivisa da tutto il clero e da tutte le nostre comunità cristiane.
Una seconda resistenza emersa in questa fase risultò la fatica a lavorare insieme tra preti.
Non si trattava della fatica di stare insieme: nell’ambito del Presbiterio si sta insieme e si sta bene,
anzi c’è proprio il gusto del ritrovarsi. Ma quello che risultava essere il passo più difficile era il
progettare insieme.
Da parte di altri ancora c’era invece il desiderio di cominciare, ma secondo lo stile dei piccoli
passi e di avere delle indicazioni proprio per questi piccoli passi. A volte però tale richiesta celava il
desiderio di procrastinare i cambiamenti più significativi.
Circa la corresponsabilità si indicò che il primo passo fosse costituire il consiglio pastorale
parrocchiale: il canone 536, §1 del C.I.C., suggerisce che le parrocchie lo debbono avere realmente,
se ciò è ritenuto opportuno dal vescovo diocesano, come è disposto in diocesi; esso deve essere in
parte elettivo; che funzioni (cioè che si incontri) e che possa essere anche originale (parrocchie
molto piccole possono costituire un consiglio inter parrocchiale).
Sul versante delle unità pastorale si indicò che il primo piccolo passo era costituito dal
pensare: l’unità pastorale non dovrebbe ridursi, infatti, alla sola attività. È bene, invece, partire
dall’avviare una riflessione fatta insieme tra presbiteri e quei laici che sono inseriti in parrocchia:
occorre che pensino insieme un piccolo progetto pastorale. In questo senso si cercò di trovare
l’accordo con lo stile dei piccoli passi, senza cadere in quell’andar piano che si conclude poi nel
restar fermi, perché diventa sinonimo di procrastinare sine die.
Anche il frutto di questi confronti operati in tutte le suddivisioni amministrative della diocesi
fu portato in Consiglio presbiterale, riconosciuto anche nel suo ruolo di collettore di tanti messaggi
da parte del Presbiterio e quindi luogo in cui si riescono a cogliere le varie sensibilità che
contraddistinguono la Chiesa particolare.
In genere si poté notare che l’Instrumentum era stato preso in seria considerazione e
percepito, oltre che come documento giuridico, come luogo di riflessione utile e apprezzato.
È da dire, infatti, che i percorsi graduali accompagnati da dei documenti risultano validi anche
per apprendere una sensibilità pastorale.
Il Consiglio alla fine raccolse l’esigenza del dover procedere per gradi, intesi come piccoli
obiettivi verificabili, ma anche con una certa determinazione. A conclusione di questo cammino,
raccolto l’esito del confronto avvenuto in diocesi, ottenuta l’approvazione dagli organi diocesani di
partecipazione, ognuno secondo la sua competenza, nell’Epifania del 2014 vennero emanati gli
orientamenti di riordino delle Foranie e delle Unità Pastorali per la nuova evangelizzazione
“Comunione e annuncio nella corresponsabilità”.
8
VIII. I Punti fermi individuati nel documento
1. La parrocchia soggetto primo e principale
Un primo dato riguarda il soggetto primo e principale della organizzazione pastorale
individuato dagli orientamenti: nella riflessione maturata tale soggetto primo è, e deve rimanere,
la parrocchia. Anche se si deve riconoscere che è finito, tuttavia, il tempo della parrocchia
autosufficiente e autoreferenziale.
“Il futuro della Chiesa in Italia, e non solo, ha bisogno della parrocchia. È una
certezza basata sulla convinzione che la parrocchia è un bene prezioso per la vitalità
dell’annuncio e della trasmissione del Vangelo, per una Chiesa radicata in un luogo,
diffusa tra la gente e dal carattere popolare… Oggi, però, la parrocchia ha bisogno
di rinnovarsi profondamente, disegnando con cura il suo volto missionario e
trovando nuove vie di pastorale integrata (cfr. Il volto missionario…, 5).
Testimoni di una significativa diminuzione nella partecipazione all’Eucaristia domenicale e
del progressivo abbandono della vita parrocchiale da parte di giovani e adulti, compresa la
componente femminile, in un contesto socio-culturale in cui parte dei battezzati considerano la
parrocchia un “centro di servizi” per l’amministrazione dei sacramenti, siamo chiamati a
ripensare la missione della parrocchia e le modalità della sua presenza sul territorio.
La mobilità per lavoro, scuola, tempo libero, la convivenza con altre culture e tradizioni,
diverse dalla nostra cultura cristiana occidentale, richiedono nella Chiesa persone dedicate con
convinzione ad una pastorale vicina alla gente.
2. La Pastorale integrata
Per una pastorale missionaria e di nuova evangelizzazione si rende necessario attuare una
pastorale integrata:
- tra i diversi ministeri all’interno dei contesti parrocchiali;
- tra parrocchia e movimenti, associazioni, realtà ecclesiali;
- tra parrocchie;
- tra parrocchie, unità pastorali e forania;
- tra foranie e diocesi;
- tra comunità parrocchiali e realtà territoriali (cfr. Il volto missionario…, 11).
3. La forania luogo di comunione
Il direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi Apostolorum Successores al n. 218 definisce
la forania come un raggruppamento di parrocchie limitrofe, promosso “per facilitare l’assistenza
pastorale tramite un’attività comune”.
Già il Codice per la verità segna un mutamento nella concezione della forania rispetto al
passato: da istituto giuridico con funzioni prevalentemente amministrativo-burocratiche a istituto
con funzioni prevalentemente pastorali8.
8
CIC cann.374§2 e 555 §1, 1.
9
Da punto un punto di vista più teologico, possiamo dire che la forania si radica nei due
principali modi di essere Chiesa, la parrocchia e la diocesi, per garantire la concreta rispondenza di
queste strutture della Chiesa alla loro funzione9. San Giovanni Paolo II nella Christifideles laici al
n. 26 affermava:
È certamente immane il compito della Chiesa ai nostri giorni e ad assolverlo non può
certo bastare la parrocchia da sola. Per questo il Codice di Diritto Canonico prevede
forme di collaborazione tra parrocchie nell’ambito del territorio... Infatti, molti luoghi
e forme di presenza e di azione sono necessari per recare la parola e la grazia del
Vangelo nelle svariate condizioni di vita degli uomini d’oggi, e molte altre funzioni di
irradiazione religiosa e d'apostolato d'ambiente, nel campo culturale, sociale,
educativo, professionale, ecc., non possono avere come centro o punto di partenza la
parrocchia... Per il rinnovamento delle parrocchie e per meglio assicurare la loro
efficacia operativa si devono favorire forme anche istituzionali di cooperazione tra le
diverse parrocchie di un medesimo territorio (Christifideles laici 26).
Nella riflessione avviata in diocesi la forania è stata riletta in maniera originale, al di là del suo
essere “suddivisione territoriale della diocesi”, con funzioni di vigilanza disciplinare, di
coordinamento dell’attività pastorale e di assistenza e servizio a favore del clero, affidate al vicario
foraneo10.
In questa rilettura la forania è stata riconosciuta in particolare come luogo reale per crescere
nella vita fraterna. In questo senso l’ambito del vicariato foraniale è stato percepito come
occasione di comunione e di spinta alla missione per un gruppo di parrocchie di un territorio
omogeneo. Peraltro, le funzioni prevalentemente pastorali, delineate in essa a partire dal Concilio
Vaticano II, richiamano un ruolo e dei compiti di natura comunionale, soprattutto nel realizzare la
collaborazione tra parrocchie e unità pastorali.
Tra i suoi compiti specifici sono stati individuati pertanto il favorire la comunione e la
collaborazione tra i sacerdoti mediante incontri di preghiera e di formazione, coinvolgendo anche
diaconi, religiosi/e e fedeli laici. Il vicariato si trova impegnato anche a sostenere la formazione
specifica degli operatori di pastorale, programmando in loco le iniziative con l’aiuto e la
collaborazione degli uffici diocesani (ad es. la formazione dei catechisti o di animatori). Ancora la
forania promuove la pastorale integrata e mette in atto alcune attività che si ritengano necessarie,
ad esempio i percorsi di preparazione al matrimonio, la pastorale sociale …
Per l’adempimento di tutto questo è necessario che sia attiva l’assemblea di forania per
coordinare l’attività pastorale. Quest’organismo è formato dai parroci, dai vice-presidenti dei
Consigli pastorali parrocchiali e da alcuni membri del Consiglio di unità pastorale.
L’identificazione di un territorio come forania è avvenuta in base ai criteri indicati dal n.
218 del suddetto Direttorio Apostolorum successores: essi riguardano anzitutto l’omogeneità socioculturale, si deve ancora tener conto dei legami storico-geografici esistenti tra le parrocchie, come
pure è opportuno cercare di intercettare la direzione convergente della mobilità delle persone verso
un centro urbano. E infine necessita di numero di presbiteri e comunità sufficiente per una reale
comunione e collaborazione.
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Cfr. G.P. Montini, I vicari foranei, in Quaderni di diritto ecclesiale, 1991 n. 3, p. 377.
Cfr. J.I Arrieta, Diritto dell’organizzazione ecclesiastica, p. 467.
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Tenendo conto di tali criteri, si è ritenuto che in diocesi di Concordia-Pordenone ogni
forania avrebbe dovuto avere un numero di preti (10/15) adeguato per essere un luogo di
formazione e per coordinare i diversi settori della pastorale; tre-quattro unità pastorali, per un
complessivo numero di abitanti intorno alle 35/45 mila unità. I numeri sono indicativi, soggetti a
cambiamento in considerazione della particolare configurazione di alcune zone della diocesi (es. la
zona montana risulta meno popolata, la città invece lo è di più).
IX. Fase applicativa
Fissati criteri e principi nel documento finale, a partire da gennaio nelle singole foranie ci
furono ulteriori incontri tra presbiteri e laici sotto la guida del vicario foraneo per elaborare
un’ipotesi di riassetto della propria forania.
Questa fase ebbe un momento molto alto, nell’assemblea formata dai membri dei due organi
di partecipazione diocesana, ovvero il Consiglio presbiterale e il Consiglio pastorale diocesano il 1
febbraio 2014.
In questa sede furono dunque presentate tre ipotesi per il nuovo assetto delle foranie. Le tre
ipotesi erano state precedentemente elaborate in base alle osservazioni e alle proposte raccolte, dopo
che assimilati e condivisi gli orientamenti, le foranie si erano interrogate su quale poteva essere il
loro nuovo assetto. L’attenzione che guidò quella assemblea non fu tanto quella di prendere delle
soluzioni definitive, attraverso un voto, bensì di individuare le soluzioni più funzionali a vivere
la comunione e la corresponsabilità, nella ricerca del bene comune.
Da quella assemblea uscì un progetto unico di riassetto che fu inviato agli organi di
partecipazione diocesani e alle singole foranie perché potesse trovare piena adesione. Alcuni casi
limite che in quell’assemblea restavano irrisolti, perché si era incerti su dove far confluire singole
comunità parrocchiali, furono ridiscussi con i consigli pastorali parrocchiali delle singole parrocchie
interessate, che aderirono alla proposta che sembrava loro più opportuna.
Il progetto, nato dall’assemblea diocesana e perfezionato nei lati che rimanevano incerti, fu
dunque presentato al Consiglio presbiterale del 15 maggio 2014 e dopo l’approvazione di questo,
promulgato dal Vescovo diocesano con decreto legislativo, ai sensi del can. 29 del CIC.
X. Conclusione
Ci attende in questi mesi la fase della vera e propria messa in opera del progetto,
accompagnata da un gruppo diocesano incaricato che avrà il compito di monitorare il percorso
di ristrutturazione di foranie e unità pastorali, anche seguendo l'itinerario di alcune unità pastorali
disponibili ad avviare, da subito, alcune sperimentazioni.
Il cammino così decritto è stato indubbiamente una scelta impegnativa, ma le opportunità e
i vantaggi per la Chiesa diocesana sono evidenti: è stato un modo concreto per sperimentare la
corresponsabilità e valorizzare tanti laici desiderosi di mettersi a servizio della comunità.
Si è cercato di concretizzare una possibilità per manifestare il modo di procedere della
Chiesa che vive la comunione, che è adesione alla comune verità, collaborazione, sintonia,
pazienza nel cercare l’opinione di tutti, coraggio per ascoltare la voce di tutti.
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Credo che potrà anche essere piccolo segno e salutare provocazione per la società tentata di
chiudersi nell’individualismo ed incapace di dare segnali certi di impegno per il bene comune.
È stato cammino di novità per noi chierici, per sperimentarci nell’affrontare in comunione e
collaborazione le inevitabili sfide che ricadono su chi esercita il ministero di presidenza della
comunità.
La collaborazione attiva e corresponsabile di presbiteri, fedeli di vita consacrata e laici
insieme è stata essenziale: condividendo in maniera puntuale ed articolata i vari passaggi della
riflessione e della conseguente progettazione con il laicato si è inteso offrire così alla comunità
cristiana e alla società un modello di Chiesa-comunione, che non solo a parole, ma concretamente
vive la missione valorizzando i fedeli laici nell’esercizio del loro sacerdozio comune.
Grazie.
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