Kwok-Strada desideri

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JEAN KWOK
LA STRADA
DEI DESIDERI
SEGRETI
Traduzione di
ISABELLA VAJ
PIEMME
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Titolo originale: Girl in Translation
© 2010 by Jean Kwok
All rights reserved
Questo romanzo è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore o hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione e sono quindi utilizzati in modo fittizio. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive
o scomparse, è puramente casuale.
I Edizione 2010
© 2010 - EDIZIONI PIEMME Spa
20145 Milano - Via Tiziano, 32
[email protected] - www.edizpiemme.it
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Prologo
Sono nata con un talento. Non per la danza, non per
l’umorismo o per qualcosa di altrettanto divertente. Sono
portata per la scuola, da sempre. Ogni cosa che veniva
insegnata io l’imparavo in fretta e senza grande sforzo. La
scuola era come un grande meccanismo di cui io ero un
ingranaggio che vi si adattava alla perfezione. Questo non
significa che la mia istruzione sia stata sempre cosa facile
per me. Quando con Ma’ mi trasferii negli Stati Uniti, parlavo solo poche parole d’inglese e per moltissimo tempo
ho dovuto arrabattarmi.
C’è un detto cinese secondo il quale il destino è come
un vento che soffia sulla vita degli uomini, spingendoli lungo i sentieri del tempo. I più forti lottano contro la bufera
e a volte riescono a decidere quale sarà la loro strada. I più
deboli vanno dove li porta la corrente. Io non sono stata
tanto spinta dai venti, quanto trascinata in avanti dalla fermezza delle mie decisioni. E per tutto il tempo ho sempre
desiderato quanto non potevo avere. Nel momento in cui
sembrava che tutto ciò che volevo fosse finalmente a portata di mano, presi una decisione che cambiò la rotta della
mia vita.
Ora, fuori dalla vetrina del negozio di abiti da sposa,
vedo la bambina seduta in silenzio ai piedi del manichino, a occhi chiusi, avvolta in pesanti pieghe di tessuto, e
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penso: Non è questa la vita che avrei voluto per la mia bambina. So come finirà: ormai passa nel negozio tutto il suo
tempo dopo la scuola, dando una mano con incombenze
semplici, come il riordino delle perline; in seguito imparerà a cucire a mano e poi a macchina, finché alla fine le
verranno affidati lavori di ricamo e di finitura e poi anche
lei passerà i giorni e i fine settimana china su innumerevoli metri di stoffa. Per lei non ci saranno giochi a casa
degli amici, lezioni di nuoto, estati sulla spiaggia, nulla se
non l’inesorabile ritmo dell’ago da cucito.
Ma poi tutte e due alziamo la testa all’arrivo di suo padre e dopo tutti questi anni e tutto quello che è passato,
sento il cuore agitarsi in petto come un animale ferito.
Sono mai stata bella come lei? Ci sono pochissime fotografie di me bambina. Non potevamo permetterci una macchina fotografica. La mia prima immagine negli Stati Uniti
era una foto scolastica che risaliva all’anno in cui emigrai in
America. Avevo undici anni. Quando arrivò il momento in
cui volli cambiare la mia vita, strappai quella foto. Ma, invece di gettar via i pezzi, li riposi in una busta.
Recentemente ho ritrovato quella busta e l’ho spolverata.
L’ho dissigillata e ho tastato i pezzetti di carta all’interno:
ecco la punta di un orecchio, un frammento di viso. La
mamma mi aveva tagliato i capelli in modo irregolare, troppo corti, con la riga troppo a destra e mi ricadevano sulla
fronte come fossi un ragazzo. La parola PROVINO mi copre
gran parte del viso e della camicetta azzurra in materiale
sintetico. Non avevamo potuto pagare la foto, così ci eravamo accontentate di tenere il provino che ci avevano spedito a casa.
Ma quando unisco i frammenti della foto per ricostruire il puzzle, i miei occhi guardano ancora dritto verso
l’obiettivo, pieni di speranza e d’ambizione, come appare
chiaro a chiunque si prenda la briga di osservare. Se solo
avessi saputo.
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Il cemento era coperto da una lastra di ghiaccio che si
stava sciogliendo. Osservai con attenzione i miei stivali di
gomma, il modo in cui le punte scivolavano sul ghiaccio,
il modo in cui i tacchi lo riducevano in schegge. Il ghiaccio era una cosa che avevo conosciuto solo sotto forma di
frammenti nelle granite di azuki. Questo era un ghiaccio
spietato, un ghiaccio che sfidava strade e case.
«Siamo fortunati che si è liberato un posto in un caseggiato di Mr N.» aveva detto zia Paula mentre ci dirigevamo verso il nostro nuovo quartiere. «Dovrete sistemarlo un
po’, naturalmente, ma a New York gli appartamenti sono
carissimi! Questo tutto sommato è a buon mercato.»
Non riuscivo a stare ferma in macchina e continuavo a
torcere il collo alla ricerca dei grattacieli. Non ne vidi nessuno. Morivo dalla voglia di vedere la New York di cui mi
avevano parlato a scuola. Min-hat-ton, grandi magazzini
sfavillanti e soprattutto la Dea della Libertà che si ergeva
in tutta la sua fierezza nel porto di New York. Man mano
che ci avvicinavamo le autostrade si trasformavano in viali
incredibilmente ampi di cui non si scorgeva la fine. Gli
edifici diventavano sempre più miseri, con finestre rotte
e muri coperti di scritte in inglese tracciate con lo spray.
Facemmo ancora qualche svolta e, nonostante fosse ancora molto presto, vedemmo una lunga coda di persone, poi
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zio Bob parcheggiò davanti a un edificio a tre piani con
negozi al pianterreno chiusi da assi. Pensai che si fermasse per ritirare qualcosa, ma poi tutti scesero dalla macchina sul marciapiede ghiacciato.
Le persone nella lunga fila aspettavano di entrare nel
portone alla nostra destra, sovrastato da un’insegna che
diceva UFFICIO SERVIZI SOCIALI. Non sapevo cosa fosse.
Erano quasi tutti neri. Non avevo mai visto neri in vita
mia e una donna che potevo scorgere benissimo, quasi
all’inizio della fila, aveva la carnagione nera come il carbone e perle d’oro nell’aureola dei suoi capelli. Nonostante
indossasse un cappotto liso, era uno schianto. Alcuni portavano abiti normali, altri avevano un’aria distrutta e trasandata, con occhi vitrei e capelli sporchi.
«Non fissarli» mi sibilò zia Paula. «Potresti attirare la
loro attenzione.»
Quando mi voltai gli adulti avevano già scaricato i nostri poveri averi, che ora stavano ammucchiati davanti ai
negozi sbarrati. Avevamo tre valigie di tela, la custodia del
violino di Ma’, alcuni colli voluminosi avvolti in carta da
pacco e una scopa. Davanti alla porta d’ingresso c’era una
grande pozza.
«Cos’è, Ma’?»
Si chinò per osservare da vicino.
«Non toccare» ordinò zio Bob dietro di noi. «È pipì.»
Tutte e due facemmo un salto indietro.
Zia Paula ci posò una mano guantata sulla spalla. «Non
preoccupatevi» disse con un’espressione che non trovavo
rassicurante. Sembrava a disagio e un po’ imbarazzata.
«Le persone che occupavano il vostro appartamento hanno traslocato da poco, per cui non ho avuto ancora modo
di vederlo, ma ricordatevi, se c’è qualche problema, lo
risolveremo. Insieme. Perché siamo una famiglia.»
Ma’ sospirò e posò la mano su quella di zia Paula.
«Bene.»
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«E ho una sorpresa per voi. Ecco.» Zia Paula andò alla
macchina e ne estrasse una scatola di cartone con dentro
alcuni oggetti: una radio-sveglia digitale, alcune lenzuola
e un piccolo televisore in bianco e nero.
«Grazie» disse Ma’.
«Niente, niente» rispose zia Paula. «Adesso dobbiamo
andare. Siamo già in ritardo per la fabbrica.»
Sentii la macchina che si allontanava. Ma’ armeggiava
con le chiavi. Finalmente riuscì ad aprire uno spiraglio,
poi il portone, che sembrava troppo pesante per lei, si
spalancò rivelando una lampadina nuda che brillava come un dente in una bocca nera. L’aria polverosa puzzava
d’umidità.
«Ma’,» mormorai «c’è da fidarsi?»
«Zia Paula non ci avrebbe mai mandato in un posto
meno che sicuro» rispose, ma nella sua voce appena udibile s’era insinuato il dubbio. Nonostante il cantonese di
Ma’ fosse di solito molto chiaro, quando era agitata le sue
origini campagnole si facevano sentire con maggiore evidenza. «Dammi la scopa.»
Mentre trascinavo le nostre cose nell’angusto atrio, Ma’
si avventurò per prima su per le scale, brandendo la scopa.
«Rimani qui e tieni aperto il portone» mi disse. Sapevo
che rimanendo lì avrei potuto correre a chiedere aiuto.
Sentivo il cuore battere in gola mentre la guardavo salire la scala di legno. Era consunta da anni d’usura e i gradini erano storti e paurosamente inclinati verso la ringhiera. Temevo che qualcuno potesse cedere facendo
precipitare Ma’. Quando svoltò sul ballatoio la persi di vista. A ogni suo passo sentivo scricchiolare i gradini. Esaminai il nostro bagaglio per vedere se ci fosse qualcosa da
usare come arma. Avrei gridato e poi sarei corsa di sopra
in suo aiuto. Mi attraversarono la mente le immagini dei
duri della mia vecchia scuola di Hong Kong: Wong il Ciccio e Lam lo Spilungone. Perché non ero grande e grossa
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come loro? Sentii uno strusciare di passi, una porta che si
apriva di scatto e il cigolio di tavole di legno.
Era Ma’ o qualcun altro? Aguzzai le orecchie per sentire un grido soffocato o un colpo sordo. Tutto era silenzio.
«Sali» mi ordinò. «Adesso puoi chiudere il portone.»
Sentii le gambe cedere come se si fossero sgonfiate. Corsi sulle scale per vedere il nostro nuovo appartamento.
«Attenta a non strusciare contro qualcosa» disse Ma’.
Era in piedi in cucina. Il vento fischiava attraverso le
due finestre sulla parete alla mia destra e mi chiesi perché
Ma’ le avesse aperte. Poi notai che erano chiuse. I vetri
erano perlopiù rotti o mancavano del tutto e dalle intelaiature spuntavano sudici pezzi di vetro. Il tavolino della
cucina era coperto da uno spesso strato di polvere così
come il grande lavello, bianco e sbeccato. Camminando
cercavo di evitare i corpi rinsecchiti degli scarafaggi morti
disseminati qua e là. Erano enormi, con grosse zampe che
proiettavano ombre scure.
Il bagno era dentro la cucina e la sua porta si apriva
direttamente davanti alla cucina economica, cosa che persino un bambino sa essere contro i princìpi del feng shui.
Vicino al lavello e al frigorifero mancava un grande pezzo
del linoleum giallo scuro che copriva il pavimento, mettendo in vista le assi di legno deformate. Le pareti erano
piene di fenditure e qua e là rigonfie, come se avessero
ingoiato qualcosa. In alcuni tratti la pittura si era del tutto
staccata e mostrava l’intonaco come carne viva sotto la
pelle.
La cucina era attigua al solo locale di cui si componeva l’appartamento, senza una porta che li separasse. Mentre entravo nella stanza, con la coda dell’occhio vidi un
fuggi fuggi di forme marroni che lentamente si ritiravano
nei muri: scarafaggi vivi. Dentro le pareti potevano benissimo nascondersi anche topi e ratti. Presi la scopa che Ma’
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teneva ancora in mano, la capovolsi e battei il manico con
forza contro il pavimento.
«Ah-Kim,» disse Ma’ «disturberai i vicini.»
Smisi di battere, e non dissi niente, anche se sospettavo che fossimo i soli inquilini dell’intero caseggiato.
Le finestre di questa stanza davano sulla strada ed erano intatte. Mi resi conto che zia Paula aveva riparato i
vetri delle finestre che avrebbero potuto essere viste.
Nonostante fosse vuota, la stanza puzzava di sudore stantio. In un angolo del pavimento era steso un materasso
matrimoniale. Era a righe blu e verdi ed era macchiato.
C’era anche un tavolino basso, con una gamba diversa
dalle altre, sul quale in futuro avrei fatto i compiti e una
toeletta da cui si staccava la vernice giallognola come fosse
forfora. Nient’altro.
Quello che ci aveva detto zia Paula non poteva essere vero, pensai, questo appartamento era disabitato da
secoli. Compresi come erano andate le cose. Aveva organizzato tutto con cura: ci aveva fatte entrare nella casa
in un giorno feriale invece che durante il fine settimana,
dandoci i regali all’ultimo momento. Voleva piantarci lì
e avere il pretesto della fabbrica per scappare in fretta,
togliersi di torno mentre ancora la ringraziavamo per la
sua gentilezza. Zia Paula non ci avrebbe aiutato. Eravamo sole.
Mi avvolsi nelle mie stesse braccia. «Ma’, voglio tornare a casa» dissi.
Ma’ si chinò e accostò la sua fronte alla mia. Quasi non
riusciva a sorridere, ma il suo sguardo era determinato.
«Ce la faremo. Tu e io. Madre e cucciola.» Noi due eravamo la nostra famiglia.
Che cosa Ma’ pensasse davvero di tutta quella vicenda
non avevo idea. A Hong Kong, quando andavamo al ristorante, Ma’ passava il tovagliolo sulle tazze e sui bastoncini,
perché pensava che non fossero abbastanza puliti. Persino
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a lei, alla vista di quell’appartamento, qualcosa doveva essersi rivelato del suo rapporto con zia Paula, qualcosa di
squallido e violento sotto l’epidermide della conversazione educata.
Avevamo passato la nostra prima settimana negli Stati
Uniti a Staten Island, nella casa bassa e quadrata di zia
Paula e della sua famiglia. La sera in cui arrivammo da
Hong Kong fuori faceva freddo e in casa il riscaldamento mi seccava la gola. Ma’ non vedeva zia Paula, la sua
sorella maggiore, da tredici anni, da quando la zia aveva
lasciato Hong Kong per sposare zio Bob che si era trasferito in America da bambino. Mi avevano parlato della
grande fabbrica che lo zio Bob dirigeva e mi ero sempre
chiesta perché un uomo così ricco dovesse tornare a Hong
Kong per trovare moglie. Ora, avendo visto che camminava appoggiandosi al bastone, avevo capito che c’era
qualcosa che non andava nella sua gamba.
«Ma’, possiamo mangiare adesso?» Il cinese di mio cugino Nelson era strano, i toni non erano giusti. Forse gli
avevano detto di parlare cinese perché c’eravamo noi.
«Tra un minuto. Prima da’ un bacio a tua cugina. Dalle
il benvenuto in America» disse zia Paula. Prese per mano
Godfrey, che aveva tre anni, spingendo Nelson verso di
me. Nelson aveva undici anni come me e mi avevano detto che sarebbe diventato il mio migliore amico. Lo studiai:
un ragazzino grasso con gambe scheletriche.
Nelson fece roteare gli occhi. «Benvenuta in America»
disse ad alta voce per compiacere agli adulti. Si chinò facendo finta di baciarmi sulla guancia e disse a bassa voce:
«Sei un rastrello pieno di sudiciume». Una stupida zoticona. Questa volta i suoi toni erano perfetti.
Lanciai un rapido sguardo a Ma’, che però non aveva
sentito. Per un attimo rimasi sbalordita dalla sua maleducazione. Sentivo il rossore che mi saliva dal collo, poi sor-
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risi e finsi di restituirgli il bacio. «Almeno io non sono una
patata con due bastoncini d’incenso al posto delle gambe» sussurrai.
Gli adulti erano estasiati.
Ci fecero visitare la casa. Ma’ mi aveva detto che nella
nostra nuova vita in America avremmo abitato con zia
Paula e ci saremmo occupate di Nelson e di Godfrey. A
me la casa sembrò lussuosa, con moquette arancio invece
dei pavimenti di cemento cui ero abituata. Seguendo gli
adulti nella visita mi resi conto di quanto fosse massiccia
zia Paula, alta quasi come suo marito. Ma’, smagrita dopo
la recente malattia, in confronto sembrava piccola e fragile, e per me era doloroso soffermare il pensiero troppo
a lungo su questo argomento. Non mi era mai stato permesso camminare a piedi nudi, perciò mi stupiva il pizzicore che dava la moquette.
Zia Paula ci mostrò tutti i mobili e un ripostiglio pieno
di biancheria, ma ciò che più mi colpì fu l’acqua calda che
scorreva dai rubinetti. Non avevo mai visto una cosa simile. A Hong Kong l’acqua era razionata. Era sempre
fredda e bisognava bollirla per renderla potabile.
Poi zia Paula aprì le credenze per mostrarci i tegami e
le pentole scintillanti che contenevano. «Abbiamo dell’ottimo tè bianco» disse con fierezza. «Quando le foglie si
srotolano diventano lunghe come un dito. Un aroma molto delicato. Vi prego, sentitevi libere di berne quanto volete. Ed ecco i tegami. Acciaio di prima qualità, meravigliosi per friggere e cuocere al vapore.»
Quando al mattino Ma’ e io ci svegliammo nel nostro
letto, zia Paula e zio Bob erano già usciti per andare ad
accompagnare i bambini a scuola e recarsi poi alla fabbrica di confezioni che dirigevano. Trovammo un biglietto in
cui si diceva che zia Paula sarebbe tornata a casa a mezzogiorno per occuparsi di noi.
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«Proviamo lo speciale tè bianco?» chiesi a Ma’.
Ma’ mi indicò il banco della cucina. Era vuoto, tranne
che per una vecchia teiera e una lattina di normale tè
verde. «Cuoricino mio, pensi che questi oggetti siano stati
lasciati in bella vista per caso?»
Chinai gli occhi sul pavimento, imbarazzata dalla mia
stupidità.
Ma’ continuò: «Non è facile capire il cinese. Certe cose
non si dicono apertamente. Ma non dobbiamo risentirci
delle inezie. Ognuno ha i suoi difetti». Mi posò la mano
sulla spalla. Quando alzai lo sguardo il suo viso era calmo
e pensava veramente quello che diceva. «Non dimenticarlo mai, abbiamo un grosso debito verso zia Paula e zio
Bob. Perché sono loro che ci hanno fatto uscire da Hong
Kong portandoci qui in America, la Montagna Dorata.»
Feci cenno di sì con la testa. Non c’era un solo bambino della mia vecchia scuola che non mi avesse invidiato
quando si era diffusa la notizia che ci saremmo trasferite
negli Stati Uniti. Era difficile per tutti fuggire da Hong
Kong prima dell’annessione, nel 1997, dell’ex colonia del
Regno Unito alla Cina comunista. A quel tempo non c’era
via di fuga per nessuno, se non per una donna, bella o
abbastanza attraente da sposare uno di quei cinesi americani che tornavano a Hong Kong per scegliersi la moglie.
Così aveva fatto zia Paula. E ora era stata tanto gentile da
permetterci di condividere la sua buona sorte.
Quando zia Paula tornò a casa quel nostro primo giorno in America, ci invitò a sederci con lei al tavolo di cucina.
«Allora, Kimberly» disse zia Paula, tamburellando con
le dita sulla tovaglia di plastica. Era profumata e aveva un
porro sul labbro superiore. «Ho sentito dire che sei una
bambina molto intelligente.» Ma’ sorrise con un cenno
del capo: ero sempre stata la prima della classe a Hong
Kong. «Qui sarai di grande aiuto a tua madre» continuò
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zia Paula. «E sono certa che Nelson avrà molto da imparare da te.»
«Anche Nelson è un ragazzo intelligente» disse Ma’.
«Sì, sì, a scuola va molto bene e la sua insegnante mi
ha detto che potrebbe diventare un meraviglioso avvocato; è bravissimo nelle discussioni. Adesso avrà una buona
ragione per studiare sodo, non credi? Non fosse che per
stare alla pari con la sua brillante cugina.»
«Le stai mettendo la corona dell’adulazione sulla testa,
sorella maggiore! Per lei non sarà facile qui. Ah-Kim non
parla granché l’inglese.»
«Sì, quello è un problema. Anche il cinese di Nelson
avrebbe bisogno d’aiuto... oh, questi ragazzi nati in America! Però, sorellina, ora dovresti chiamarla con il nome
americano: Kimberly. È importante avere un nome che sia
il più americano possibile. Altrimenti potrebbero pensare che tu sia appena sbarcata dalla nave!» Zia Paula rise.
«Pensi sempre a noi» disse Ma’ gentilmente. «Anche noi
vogliamo incominciare ad aiutare te, appena possibile.
Vuoi che inizi subito con le lezioni di cinese a Nelson?»
Zia Paula ebbe un attimo d’esitazione. «Be’, era proprio di questo che volevo parlarti. In realtà non è più necessario.»
Ma’ inarcò le sopracciglia. «Pensavo volessi che Nelson
migliorasse il suo cinese. E se ci prendessimo cura di Godfrey e andassimo a prendere Nelson a scuola? Hai detto
che la babysitter è molto cara e per di più è sventata.
Starai a casa per occupartene tu stessa?» balbettò Ma’
confusa. Avrei voluto che lasciasse parlare zia Paula.
«No, no.» Zia Paula si grattò il collo, un gesto che avevo già notato. «Mi piacerebbe, ma non posso. Sono impegnatissima, sono oberata dalle responsabilità. La fabbrica, tutti i caseggiati di Mr N. Ho un sacco di grattacapi.»
Ci aveva già detto di essere una persona importante che
dirigeva la fabbrica di confezioni e un certo numero di
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stabili di proprietà di un lontano parente di zio Bob, un
uomo d’affari di Taiwan che lei chiamava «Mr N.».
Ma’ assentì. «Devi riguardarti.» Aveva un tono esitante, cercava di capire. Anch’io mi chiedevo dove tutto ciò
andasse a parare.
Zia Paula allargò le mani. «Tutti vogliono più soldi, tutti vogliono ricavare un profitto. Ogni caseggiato, ogni spedizione...» Guardò Ma’ e io non riuscii a decifrare la sua
espressione. «Immaginavo che facendovi venire qui avreste potuto aiutarmi con i ragazzi. Ma poi avete avuto dei
problemi.»
Circa un anno prima, a Ma’ era stata diagnosticata la
tubercolosi, dopo che erano stati perfezionati tutti i documenti che ci servivano per emigrare. Per mesi aveva dovuto ingollare delle pillole enormi. La ricordavo a letto a
Hong Kong, il viso arrossato dalla febbre, ma gli antibiotici avevano almeno posto fine alla tosse e ai fazzoletti macchiati di sangue. Per due volte avevamo rimandato la data
del nostro viaggio in America prima che i medici e l’ufficio immigrazione la autorizzassero a partire.
«Sono guarita» disse Ma’.
«Naturalmente. Sono felice che tu stia di nuovo bene,
sorellina. Dobbiamo stare attenti alle ricadute. Occuparti
di due ragazzini vivaci come Godfrey e Nelson sarebbe
troppo per te. I ragazzi non sono come le ragazze.»
«Sono sicura di sapermela cavare» disse Ma’ dandomi
un’occhiata affettuosa. «Anche ah-Kim era un demonietto.»
«Ne sono certa. Ma non vogliamo neanche che i ragazzi prendano qualcosa. Sono sempre stati cagionevoli di
salute.»
Cercavo con tutte le mie forze di capire veramente il
cinese, come m’insegnava Ma’. Nel silenzio imbarazzato
che seguì capii che la malattia non c’entrava. Per qualche
ragione zia Paula non ci teneva che Ma’ si occupasse dei
ragazzi.
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«In ogni caso ti siamo grate di averci portato qui» disse
infine Ma’ allentando la tensione. «Ma non vogliamo esserti di peso. Io devo lavorare.»
Zia Paula si rilassò, come se avesse assunto un nuovo
ruolo. «Voi fate parte della mia famiglia!» Rise. «Pensavi
che non mi sarei fatta carico di voi?» Si alzò, si avvicinò
a me e mi passò un braccio attorno alle spalle. «Mi sono
data un gran daffare e ti ho trovato un lavoro in fabbrica.
Ho persino licenziato una vecchia operaia perché tu potessi prendere il suo posto. Vedi? La tua sorella maggiore si prenderà cura di te. Il lavoro è come raccattare un
pollo morto, vedrai.» Zia Paula voleva dire di aver procurato a Ma’ un lavoro che era una pacchia, un invito a
nozze.
Avendo capito come stavano le cose, Ma’ deglutì: «Cercherò di fare del mio meglio, sorella maggiore, anche se
non sono mai riuscita a fare una cucitura dritta. Mi eserciterò».
Zia Paula non aveva smesso di sorridere. «Ricordo!»
I suoi occhi squadrarono la mia camicetta fatta in casa con
le guarnizioni rosse mal cucite. «Mi hanno sempre fatto
ridere quei vestitini che cercavi di fare. Potresti esercitarti per diecimila anni senza arrivare a essere abbastanza
veloce. Ecco perché ti ho assegnato il compito di appendere gli abiti... il lavoro conclusivo. Non richiede nessuna abilità, basta lavorare sodo.»
Il viso di Ma’ era pallido e tirato: «Grazie, sorella maggiore».
Dopo di che Ma’ sembrò smarrirsi nei suoi pensieri e
non suonò più il violino, neppure una volta. Zia Paula la
portò fuori qualche volta senza di me per mostrarle la fabbrica e come arrivarci in metropolitana. Quando Ma’ e io
eravamo sole, passavamo la maggior parte del tempo davanti alla televisione a colori, il che era divertente, anche
se non riuscivamo a capire. Una volta Ma’ mi tenne ab-
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bracciata stretta durante un episodio di I Love Lucy come
se fosse lei a cercare conforto da me e più che mai desiderai che Pa’ fosse qui ad aiutarci.
Pa’ era morto d’un colpo quando avevo tre anni, e
l’avevamo lasciato a Hong Kong. Non lo ricordavo affatto, ma mi mancava lo stesso. Era stato il preside della
scuola elementare dove Ma’ insegnava violino. Anche se
tutti si aspettavano che Ma’ sposasse un cinese americano come aveva fatto zia Paula, e anche se Pa’ era di sedici anni più vecchio di lei, si erano innamorati e si erano
sposati.
Pa’, pensai con forza, Pa’. I miei desideri e le mie paure
qui in America erano così grandi che ero rimasta senza
parole. Desideravo intensamente che il suo spirito lasciasse Hong Kong, dove era sepolto, e attraversasse l’oceano
per unirsi a noi.
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