l`apertura di sel

sInIstra lavoro
settImanale
anno II - numero 15 - 1 aprile 2015
www.sinistralavoro.it - [email protected]
per la sinistra che vince
Dopo l’importante manifestazione Di sabato scorso, i giornali e le tv si sono sprecati nei
commenti, e, come è ormai D’uso per la pessima stampa italiana, a sproposito. la lagna è
sempre la stessa: lanDini farà il partito? e se lo farà che spazio politico avrà?
di Roberto Mapelli
la risposta più o meno unamime
è stata: certo che lo farà e avrà lo
spazio al massimo della “migliore”
rifondazione (quella di bertinotti),
cioè il 7-8%. e questo perché la sinistra a cui allude landini è “vecchia” e quindi “antagonista” e
“pura”, e quindi necessariamente
minoritaria...
analisi dei contenuti, ovviamente
neanche a parlarne. ma si sa, le
analisi e i contenuti, cioè la verità,
non rispettano i tempi televisivi e
di solito non fanno l’evento;
quindi la notizia.
ma sottraiamoci a questo gioco
malevolo e proviamo a fare qualche ragionamento di analisi e contenuto dimostrando che è
possibile farlo anche in breve spazio e senza troppo annoiare.
la manifestazione di sabato
scorso era contro le politiche economiche e sociali del governo
renzi, in particolare contro il Jobs
act. la proposta della coalizione
sociale della fiom mette al centro
il lavoro e da questo fulcro vuole
agganciare i temi della politica
economica e industriale, della solidarietà sociale, della lotta per la
legalità, della questione ambientale, della qualità (e quantità)
della democrazia.
Quindi un grande tessuto associativo del nostro paese, che coinvolge milioni di persone attive,
risponde positivamente a due
cose: 1) dire no a renzi e al suo
progetto per il paese; e 2) proporre una alternativa (di governo
dei problemi del paese) a partire
dalla centralità del lavoro.
centralità del lavoro che significa
in primo luogo restituire protagonismo sociale e politico alle lavo-
ratrici e ai lavoratori del nostro
paese in primis unendoli come
parte sociale che si possa riconoscere nello sfruttamento e nell’ingiustizia che quotidianamente
subiscono, contro tutte quelle politiche (come il Jobs act) che li separano e che li pongono in
competizione (occupati contro disoccupati, garantiti contro non
garantiti, giovani contro vecchi,
ecc...).
centralità del lavoro che in secondo luogo significa una scelta
di campo (e di punto di vista), attraverso la quale giudicare ciò che
c’è e guardare alle cose da fare facendo proposte concrete: no al
jobs act, si ad un nuovo statuto
dei lavoratori che garantisca tutti
in egual misura; no alle politiche
economiche liberiste e alle privatizzazioni, si a nuove politiche industriali stategiche con un ruolo
centrale del pubblico per produrre
buon lavoro senza precarietà; no
alla “riforma” fornero e all’ulteriore tentativo di distruggere le
pensioni italiane, si ad una vera riforma con la centro la dignità dei
pensionati presenti e futuri; no ad
una europa dei ricchi e della austerità (ovviamente solo per i po-
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veri), si ad una europa dei popoli
basata sulla crescita qualitativa e
sulla solidarietà tra paesi e popolazioni; no ad una fiscalità al contrario, si al ripristino della
progressività vera; no alla protezione dei potenti e dei mafiosi, si
a politiche sociali e leggi adeguate
per il ripristino della legalità comunque e dovunque; insomma no
allo smantellamento della nostra
costituzione, si alla sua applicazione reale.
si dirà: un vero e proprio programma politico? appunto un programma non un partito... e un
programma politico ha l’ambizione di diventare “il” programma
politico del governo.
per farlo non serve “la migliore”
rifondazione, ma la convinzione
della maggioranza degli italiani.
a questo si punta: con la costruzione paziente della coalizione
sociale, con la trasformazione e la
messa a disposizione delle parti
migliori della sinistra politica esistente (come dimostra, ad esempio, sel con la sua recente
apertura), con la definizione sempre più condivisa di un programma di cambiamento in senso
popolare e di classe, con la presa
di coscienza della modificazione
della funzione politica del sindacato, con l’assunzione di responsabilità politica della parte
migliore e più avanzata dell’associazionismo italiano, con l’apertura, infine e quando servirà, di
una discussione concreta sulle
forme e sulle strutture che questo
programma dovrà darsi, appunto
per convincere la maggioranza
degli italiani e quindi per vincere
anche le elezioni.
e questa sarà la “migliore” sinistra
per il nostro paese.
italia/politica
claudio grassi
Dentro la coalizione sociale
per la sinistra
la manifestazione Di sabato inDetta Dalla fiom contro il Jobs act e le politiche Del governo renzi è riuscita. le peggiori previsioni fatte Da chi auspicava un flop alla salvini con
una piazza Del popolo semiDeserta, sono state smentite Dai fatti. erano anni che non si veDevano tante banDiere rosse, e così tante facce sorriDenti e combattive tutte assieme.
non solo operai di vecchia generazione, ma anche giovani che
hanno seguito il corteo e si sono
trattenuti sotto il palco o seduti
sui muraglioni del pincio per
ascoltare il comizio del segretario,
fino all’ultimo secondo, in silenzio, come è accaduto assai di rado
nella storia recente delle manifestazioni sindacali.
non è stata una manifestazione
qualsiasi. Dove sta la differenza
tra questa e le tante a cui negli ultimi hanno abbiamo partecipato,
sia sindacali che politiche? la differenza è qualitativa per diverse
ragioni.
la cornice in cui si inscrive è
quella di un radicale cambiamento
del contesto generale precipitato
sotto i nostri occhi negli ultimi 20
anni (e per responsabilità anche
dei governi di centro sinistra).
è il contesto di una crisi estrema
che attraversa oggi il paese e che
investe oramai ogni campo della
vita collettiva, da quello economico a quello democratico e politico a quello culturale e
antropologico, da quello pubblico
a quello privato, e che colpisce
senza soluzione di continuità
tutte le generazioni.
la crisi da una parte e, dentro
questa, la polverizzazione della
sinistra, la sua lenta agonia, fino
all’ininfluenza e alla perdita di
credibilità. ciò che resiste, seppur
con le più nobili ragioni ed il massimo della buona volontà, non riesce a risalire, a recuperare
terreno, perché la distanza oramai
consumata tra politica organizzata e ceti sempre più in sofferenza è incolmabile, e perché tutti
i tentativi, che pure abbiamo provato a mettere in campo in questi
anni partendo dai soggetti esistenti, hanno mostrato limiti insa-
nabili e sono falliti tutti, senza eccezione, producendo solo delusione
crescente,
senso
di
impotenza, perfino diffidenza.
la manifestazione di sabato si colloca in questo quadro in cui la sinistra, per la gente, nel momento
in cui ce ne sarebbe più bisogno,
è assente, screditata, incapace di
dire parole, e per gli innumerevoli
fallimenti accumulati sulle spalle
è solo la fotografia della sconfitta.
oltre le rivendicazioni sindacali, la
domanda è politica.
la fiom quindi chiama il suo popolo a uscire allo scoperto, alla
luce del sole. è una manifestazione indetta da un soggetto autorevole,
il
sindacato
più
combattivo del paese, e le parole
d’ordine riguardano il lavoro,
come è giusto che sia, preso a picconate dal governo renzi che
opera l’ultimo giro di vite in obbedienza alla troika.
ma le aspettative della piazza travalicano con ogni evidenza il
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piano delle rivendicazioni sindacali. è questo un altro fondamentale elemento di differenza
qualitativa, perché qui la domanda che preme forte investe la
politica a tutto tondo e punta
dritto in una direzione: dare a
questo paese non solo un sindacato non consociativo e subalterno ai partiti di governo (lo dice
il segretario della fiom dal palco
senza mezzi termini provocando
il nervosismo di camusso), ma
anche una sinistra degna di questo nome.
e da landini, che non è un leader
di quelli usciti dalle televisioni o
dalle copertine di carta patinata,
ma dalle lotte dei metalmeccanici
contro i padroni negli anni più
duri che il paese ricordi dal dopoguerra ad oggi, quando interviene
dal palco con indosso la felpa
rossa della fiom, ci si aspetta
anche un intervento politico, e
che finalmente arrivi a parlare
della coalizione sociale.
italia/politica
coalizione sociale
e sinistra
landini parla a lungo, più di
un’ora, con la grande capacità di
farsi comprendere e di connettersi ai problemi reali delle persone, che è la ragione principale
della sua popolarità. per quasi
tutto il tempo affronta temi sindacali, parla di lavoro e non lavoro,
della battaglia per riprenderci lo
statuto dei lavoratori, della battaglia per un reddito minimo: per
certi versi “renzi è peggio di berlusconi”, dice, ricordando come i
disastri che oggi raccogliamo sul
terreno dei diritti e della democrazia vengono da lontano e riguardano anche un pezzo consistente
di quella sinistra che ha dismesso
da molto tempo le ragioni stesse
della propria esistenza. e finalmente alla fine del suo intervento
entra pienamente in connessione
con la piazza che aspetta da lui “la
risposta” politica. e’ il punto sulla
coalizione sociale, il progetto
cioè di un laboratorio da diffondere su tutti i territori che sappia
coinvolgere, motivare e rimotivare
i soggetti del conflitto, le realtà di
lotta, le vertenze, chi produce
pensiero e cultura, le associazioni, i movimenti. va ricostruita
una massa critica, e questo può
accadere solo attraverso la partecipazione, senza la quale la politica muore. e perché ciò sia
possibile è necessario avviare un
percorso in fieri, aperto, che si co-
struirà a rete attraverso assemblee e iniziative, ovunque, e che
sarà coordinato sia sui territori
che centralmente a partire dalla
fiom come forza trainante. e sarà
un percorso politico a tutto tondo,
cosa che landini rivendica con
forza insistendo sul fatto che il
sindacato deve fare politica eccome e deve farla a 360 gradi. ma
non gli sfugge la crisi di rappresentanza che attraversano sia i
sindacati che i partiti, crisi profondissima, che richiede coraggio di
intervenire anche immaginando
nuove forme dell’organizzazione.
Questa è la strada che ci viene indicata: a monte c’è la consapevolezza di non poter proporre le
solite ricette e i soliti schemi di
mero assemblaggio dell’esistente,
e la sua forza sta proprio nel costituirsi e definirsi processualmente.
che faranno adesso le forze politiche a sinistra del pd?
il sindacato dunque scende in
campo su una vertigine di vuoto
politico. le forze di sinistra
adesso che fanno? raccoglieranno
l’input lanciato dalla fiom o continueranno ciascuna a operare nel
proprio ambito sempre più ristretto ed ininfluente per preservarsi?
oppure,
peggio,
continueranno solo a parole a
dirsi disposte a costruire processi
unitari ma senza mai voler rinun-
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ciare a piccole quote di visibilità?
Qui sta il senso della sfida oggi
sul tavolo.
le forze politiche a sinistra del pd
dovrebbero partire da un atto di
coraggio anche intellettuale, mettersi in discussione veramente
prendendo atto che il loro progetto strategico si è esaurito e,
per fare una cosa utile, mettersi a
disposizione e lavorare senza
steccati per contribuire a costruire
tutti insieme una forza unica, più
grande e rappresentativa della sinistra, come è stato fatto in grecia.
ciò renderebbe più agevole anche
l’affermazione della coalizione
sociale, che pur muovendosi su
un altro terreno, ricaverebbe sicuramente vantaggio se a sinistra
del pd vi fosse un’unica formazione politica. non un coordinamento di partiti, ma un solo
soggetto di sinistra con un programma alternativo alle politiche
che hanno messo in ginocchio il
paese.
o faremo questo, contribuendo a
fare passi in avanti fino a costruire
un unico percorso a sinistra intrecciando anche il progetto lanciato da landini, oppure avremo
tutelato solo un po’ di ceto politico. nulla di più. occorrono generosità e coraggio. facciamo tutti
un passo indietro per farne due in
avanti. il tempo è ora!
italia/politica
matteo gaddi
l’apeRtuRa di sel
con altri, ho accolto, con immeDiata e piena Disponibilità, la proposta che ci ha avanzato
sel Di entrare a far parte, come inDipenDenti, Dei suoi gruppi Dirigenti nazionali. si tratta Di
una Decisione che, sulla scia Dell’esperienza Di human factor, ha portato sel aD avviare un
processo Di allargamento a partire Dai suoi gruppi Dirigenti nazionali e, nelle prossime
settimane, anche locali.
le ragioni di questa operazione,
che rappresenta un primo piccolo
passo in direzione della costituzione di un soggetto politico della
sinistra, sono ampiamente esposte nei documenti approvati dall’assemblea nazionale di sel, in
occasione della quale sono stati
votati gli ingressi di diversi indipendenti sia nell’assemblea nazionale
che
nell’ufficio
di
presidenza. ci concentreremo,
quindi, sulle ragioni della nostra
scelta.
ci sembra assai rilevante che
nell’ufficio di presidenza (cioè
nella Direzione nazionale) di sel
siano invitati permanenti tre dirigenti sindacali: due segretari nazionali di categoria come rosanna
Dettori (funzione pubblica) e
mimmo pantaleo (scuola), oltre al
sottoscritto. interpretiamo questa
scelta come un segnale di grande
attenzione al mondo del lavoro, in
questi anni rimasto drammaticamente senza rappresentanza politica. meglio: prima ancora che
senza rappresentanza, i lavoratori
sono rimasti privi di organizzazione politica. ce lo siamo ripetuti
più volte: accanto allo strumento
di organizzazioni sindacale, ai lavoratori in questi anni è mancato
uno strumento di organizzazione
politica da cui potessero nascere
anche forme di rappresentanza
istituzionale. non è un caso che
alle varie forme di resistenza sindacale, in questi ultimi anni
messe in campo purtroppo da un
solo sindacato (la cgil) non sia
corrisposta una adeguata sponda
politica in grado di reggere agli
attacchi della destra economica e
politica sempre più compenetrate
tra loro. l’attacco nei confronti
del mondo del lavoro non è cominciato ieri; ma almeno dalla
prima metà degli anni ottanta con
gli interventi sulla scala mobile,
per proseguire con i vari pacchetti
su flessibilità e precarietà, controriforme pensionistiche, smantellamento dello statuto dei lavoratori
ecc. spesso, questi provvedimenti
sono stati sostenuti, se non addirittura proposti, da forze politiche
che si definivano di sinistra ma
che avevano da tempo rotto ogni
legame sociale con la classe di riferimento; addirittura con cambi
di campo tanto drastici quanto rapidi. la cosiddetta “sinistra radicale”, che a parole manifestava
invece la propria vicinanza al
mondo del lavoro e alle classi popolari, quasi mai è stata efficace
sui temi sociali, ha portato a casa
ben pochi risultati concreti, anche
per una serie di vizi di fondo (totale confusione culturale, eclettismo più assoluto dei temi senza
nessuna priorità per il lavoro e il
sociali, gruppi dirigenti interessati
alle proprie carriere personali
ecc.).
sono questi i ragionamenti che
hanno portato diversi di noi, in
questi anni, a lasciare rifondazione comunista (in balia sempre
più di una linea settaria e minoritaria, lontana anni luce dai reali
bisogni dei lavoratori in carne ed
ossa) e a promuovere esperienze
(movimento per il partito del lavoro, sinistra lavoro) che cominciassero a costruire forme di
organizzazione e partecipazione
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politica dei lavoratori. oltre all’impegno, da sempre, per la costruzione di una sinistra sindacale in
cgil, così come di movimenti di
delegati sindacali autoconvocati
(sulle pensioni, sulla democrazia
sindacale, ora sul Jobs act ecc.). a
questo si aggiungono i lavori di
inchiesta operaia, di cooperazione
con centri culturali (punto rosso,
fondazione claudio sabattini ecc.)
impegnati nel lavoro di ricerca sui
temi del lavoro, dell’industria, dell’economia.
insomma, abbiamo costruito una
rete ampia di relazioni, sul piano
sindacale, politico, culturale, con
al centro il tema del lavoro e con
l’ambizione di contribuire a costruire forme di organizzazione e
partecipazione dei lavoratori.
Questo lavoro, concreto, visibile,
sempre più riconosciuto in giro,
ha suscitato l’interesse di sel, in
obiettiva difficoltà soprattutto su
questi temi.
non è un caso che da tempo si
siano avviate discussioni, forme di
collaborazione, partecipazione intrecciata alle reciproche iniziative,
tra le quali quella di human factor
che ci ha visto impegnati nei tavoli sulle pensioni, le crisi industriali, il mercato del lavoro.
e visto l’interesse che hanno suscitato questi temi stiamo ragionando
sulla
possibilità
di
organizzare una sorta di “human
factor lavoro” proprio per rendere centrali questi temi nel soggetto politico ampio della sinistra
che anche sel intende costruire.
Questo è il contributo che intendiamo portare nel processo di costruzione del soggetto politico
della sinistra nell’ambito del quale
riteniamo che sel stia investendo
in maniera sincera e generosa;
anche da qui la nostra decisione
di entrare sia in assemblea che in
ufficio di presidenza.
al centro
il lavoro
esseRe soggetto politico è nel
dna del sindacato confedeRale
la rappresentanza politica e sociale è in crisi Da molti anni. il pensiero neoliberista ha
sconvolto tutti i vecchi moDi Di pensare la rappresentanza Degli interessi Diffusi, tranne
Quelli Del capitalismo finanziario che governa , anche, Quello economico.
di nicola nicolosi
sul versante politico si è determinato uno sconvolgimento talmente grave che spesso si fa
confusione su che cosa è di destra
o di sinistra.
basti pensare alla trasformazione
del pD in italia o per le socialdemocrazie in europa. il caso francese, tedesco, inglese, spagnolo o
greco, rappresentano il paradigma del pensiero debole e confuso in politica, il risultato è
fallimentare!
spesso in questi anni si è manifestata una vera e propria degenerazione della rappresentanza
politica, i valori di riferimento
sono stati modificati e hanno lasciato la parte più debole della società
senza
rappresentanza
politica. e’ il caso del mondo del
lavoro subordinato. circa 17 milioni di lavoratrici e lavoratori,
uniti a oltre 16 milioni di pensionati non hanno una rappresentanza politica diretta. mentre il
parlamento e’ pieno di avvocati,
giornalisti e altre professioni!
resta il quesito antico: "che fare?”.
ricostruire la sinistra pone la domanda: da dove ripartire?
negli ultimi 25 anni tutte le esperienze a carattere esclusivamente
elettorali hanno fallito. il tutto
mutuato da leggi elettorali che
hanno cancellato il potere degli
elettori nello scegliere il proprio
candidato.
ora con la proposta di coalizione
sociale si inverte il modello di riferimento, si punta alla costruzione
del
“blocco
sociale”
bistrattato dalla politica.
l’intuizione di maurizio landini,
in questa fase storica, è la strada
da percorrere. le polemiche den-
tro la cgil e nel cosiddetto centrosinistra, dimostrano come sia importante aprire il confronto,
vanno mandate al mittente le sparate, gli anatemi e la paura di
nuove esperienze!
il rapporto sindacato-partito è
sempre stato un argomento sensibile nella cgil e nella sinistra politica. ma siamo tutti coscienti
dell’ipocrisia che si sviluppa attorno a questo argomento, in
modo particolare quando si parla
di autonomia!? la storia ultra secolare della cgil è legata alla storia del movimento operaio ed è
piena di eventi che hanno al centro questo dibattito. molto è legato al grado di libertà del gruppo
dirigente quando non è cooptato.
se facciamo qualche esempio recente la verità viene subito a galla!
la riforma delle pensioni (vergognosa) della fornero-monti e la riforma del mercato del lavoro con
annessa sterilizzazione dello statuto dei lavoratori, articolo 18
compreso e’ stato possibile per l’
assenza di autonomia del sindacato unitario e della maggioranza
del gruppo dirigente della cgil
troppo vicina al partito democratico di bersani che era impegnato
a sorreggere il governo monti!
la qualità del merito non fu sufficiente a richiamare, da noi con
fiom e flc evocata, l’autonomia.
ancora, nella storia della cgil,
questo argomento e’ stato fonte
di scontro politico tra le diverse
anime e sensibilità, autonomia,
indipendenza, cinghia di trasmissione….non ci siamo fatti mancare nulla.
cgil è un acronimo significativo e
ambizioso. confederazione generale del lavoro. confederazione in
quanto soggetto capace di unifi5
care ” tutte le organizzazioni proletarie d’ italia “, generale perché
costruisce attorno all’azione unitaria quella politicità per costruire
un mondo migliore senza disuguaglianze, liberare il mondo del
lavoro dalla schiavitù e farla diventare classe dirigente. in questo
la rappresentanza confederale va
oltre l’ azione sindacale di categoria, rivendicative e corporative. la
confederazione si fa soggetto sociale e politico nel suo insieme.
contro i provvedimenti del governo berlusconi, la cgil da sola
ha indetto 7 sette scioperi generali, mentre per gli stessi provvedimenti dei governi sostenuti dal
pD siamo stati fermi per tre lunghi
anni.
per tutto ciò è fuori luogo la polemica che la coalizione sociale fa
politica! e’ giusto fare politica,
quando attaccano i diritti dei lavoratori cosa fanno il girotondo?
come si vuole rappresentare i lavoratori oggi colpiti nei diritti più
elementari?
la rottura epocale tra gli eredi politici della vecchia sinistra e il sindacato pone una questione
altrettanto epocale. chi rappresenta il lavoro in politica? oggi
nessuno! per tutto ciò la proposta
della fiom cgil, a cui abbiamo
dato adesione e sostegno, può essere la risposta politica, senza essere partito. le lotte sociali se non
sono tradotte in provvedimenti legislativi rischiano di essere mera
testimonianza, per questo serve
la coalizione sociale per dare
voce e senso a quei milioni di cittadini che sempre più sono sfiduciati dalla politica e che nessuno
li rappresenta.
al centro
il lavoro
se tRe-sei Milioni vi
seMbRan pochi
i libri Di storia commenteranno Questi giorni come l’abbaglio e l’eclissi Della ragione. ricorDate il film “orwel 1994”? Qualcosa Del genere sta accaDenDo.
di Roberto Romano
crescita economica, nuovo lavoro
e consolidamento delle istituzioni
sono riassumibili nello slogan
“cambiare verso”. purtroppo dobbiamo vivere il nostro tempo, ed
è un tempo durissimo. prima il
presidente dell’inps boeri, poi il
ministro poletti e da ultimo il presidente del consiglio renzi, come
mancare alla prima, annunciano la
creazione di nuovi 79.000 posti di
lavoro a tempo indeterminato tra
gennaio-febbraio 2015 e gennaiofebbraio 2014. a noi tocca ancora
una volta scardinare il castello di
solide e dure pietre di fandonie
con fionde ed archi. Davide contro
golia non è proprio una metafora.
i consulenti del lavoro, persone
un attimo più serie della compagine governativa, financo del presidente boeri, ricordano che
nell’80% dei casi si tratta di regolarizzazioni di collaborazioni a
progetto, partite iva ed altra inutile precarietà. Quindi solo il 20%
è “nuovo lavoro”. se poi consideriamo il naturale tour over del
mercato del lavoro, gli 8.060 euro
di contributo pubblico per i nuovi
assunti, a cui dovrebbero aggiungersi 1,5 mld di euro per il piano
Youth guarantee, un insuccesso
epocale, abbiamo un effetto nullo.
alla fine il lavoro aggiuntivo è in
realtà lavoro sostitutivo, pagato
6
con i soldi pubblici. alla faccia del
rischio di “intrapresa”. Dare ragione a brunetta è umiliante: “i
nuovi contratti non sono necessariamente posti in più ma trasformazione di vecchi rapporti di
lavoro”. ma non è tutto. un lavoro
di mediobanca esamina l’impatto
del Jobs act e della legge di stabilità, sgravio irap e più, sul sistema
delle
imprese.
nel
documento si legge: quelle che
più beneficeranno del Jobs act
sono rcs, con un incremento atteso dell’utile per azione del
19,7% in tre anni, l’espresso
(+17,8%) e mondadori (+13,5%) tra
tlc, media e tecnologici. seguono
finmeccanica (+7,7%) e italcementi (+5,5%) tra i ciclici, banco
popolare (+6,5%) e bpm (+5%) tra
le banche e hera (+9%) tra le utility.
l’informazione è sostituita dalla
notizia. i giornalisti hanno certamente delle colpe, mentre l’occhio vigile di chi vede la realtà è
cambiato. il tasso di occupazione,
già molto basso rispetto alla
media europea, è calato del 5%
dal 2008 al 2014, rispettivamente
58,6% e 55,7%; il tasso di disoccupazione dal 2008 al 2014 cresce
dell’88,6%, rispettivamente 6,7% e
12,7%; il tasso di inattività rimane
stabile al 36%. complessivamente
abbiamo più di 6 mln di persone
che non lavorano e ci accontentiamo di far pagare meno lo
stesso lavoro alle imprese? sei milioni di senza lavoro vi sembrano
pochi?
Davide contro golia e la ragione
contro la calunnia sono qualcosa
di più di una semplice provocazione.
europa/monDo
alexis tsipras
lo spazio Dei movimenti
il messaggio Di tsipras al forum sociale monDiale Di tunisi
cari amici e compagni, quattordici anni fa, agli inizi del nuovo
millennio, il world social forum è
comparso sulla scena come la risposta dei popoli alla globalizzazione dei mercati. era stato
espressamente pensato come un
luogo di incontro versatile per
movimenti, sindacati, e associazioni provenienti da tutto il
mondo e alla ricerca di soluzioni
progressive ai problemi globali:
povertà, disuguaglianze, assenza
di democrazia, razzismo, devastazione ambientale, ingiustizia sociale ed economica. mediante il
dialogo tra pari, così come attraverso dinamiche di relazione orizzontali, il forum ha dimostrato
come forze sociali, provenienti da
diverse parti del mondo e alle
prese con vertenze differenti tra
di loro, possano convergere su
cause comuni riuscendo, in questo modo, a proporre una visione
ed un progetto diversi per il pianeta.
con valori di questo tipo, condensati in slogan come “le persone
prima dei profitti” o “un altro
mondo è possibile”, il world social
forum è stato lo spazio in cui idee
e modi di agire, in grado di mettere in discussione la supremazia
neoliberista globale, sono nati e
cresciuti. la nostra comune responsabilità rispetto alla necessità di costruire una prospettiva
diversa per il mondo è ancora più
grande in questi giorni, in un
tempo in cui il fanatismo ideologico, la violenza e la regressione
sociale vengono presentate come
un’ alternativa alla forza minacciosa dei mercati. Queste sono le
‘ragioni’ che hanno spinto, solo
pochi giorni fa, coloro che hanno
sparso morte e terrore a tunisi. la
strada di questi ultimi, tuttavia,
deve essere risolutamente sbarrata dai movimenti, mediante la
conquista dei cuori e delle menti
dei poveri e degli oppressi. né la
combinazione di fanatismo ed intolleranza né, tantomeno, quella
di fascismo e razzismo possono
rappresentare nuove vie per il futuro. il mondo potrà progredire
solo grazie alla democrazia, al rispetto dei diritti, alla solidarietà
ed alle battaglie collettive.
cari amici, come sapete, la grecia
è stata, nei tempi recenti, in costante rotta di collisione con i
principi cardine del neoliberismo.
investito dalle disastrose politiche
di austerità e vittima di una vera e
propria estorsione da parte dei
mercati, il nostro popolo è determinato nel voler difendere la democrazia, lo stato sociale, i beni
pubblici e il diritto ad un lavoro
adeguatamente pagato. noi proponiamo di lottare per la vita, la
dignità e la giustizia sociale, includendo tutto questo nell’ambito
della battaglia per riportare l’economia verso i bisogni della società,
invertendo
l’attuale
orientamento che vede la società
al servizio delle economia e dei
profitti finanziari.
i nostri orizzonti non sono limitati
dai confini del nostro paese. essi
si estendono all’europa intera.
sappiamo che sulle nostre orme
altri stanno seguendo, determinati ad usare la forza della democrazia per costruire un modo più
giusto ed un futuro luminoso. il
fronte che si scontrerà con l’attuale equilibrio di poteri in europa
si è già formato e sta diventando
ogni giorno più forte. sappiamo
che questi avvenimenti verranno
discussi quest’anno durante il lavori del world social forum a tunisi. noi sappiamo che un
elemento di discussione cruciale
riguarderà il supporto generalizzato alla grecia, ma anche a tutti
gli altri popoli che stanno lottando per un cambiamento storico in europa e nel mondo.
Questa è la ragione per cui la grecia sta oggi inviando questo saluto colmo di ottimismo, forza e
determinazione ai partecipanti al
social forum. usando la solidarietà come arma i popoli vinceranno!
Traduzione di Dario Guarascio
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europa/economia
gabriele pastrello
la bce e l’europa
sul finanziamento Del Deficit Di bilancia commerciale
non esiste nessun problema nell’eurozona di ri-ciclo di eccedenze
di bilancia commerciale, che si sarebbe interrotto, originando la
crisi. Queste è una tesi legata all’interpretazione ortodossa (o meglio ingenuamente reale) dei
deficit di bilancia commerciale (v.
bernanke e il suo mito del “saving
glut”). interpretazione che si direbbe ‘comune’ a ortodossi e eterodossi. pare che la sinistra non
riesca a non pensare agli squilibri
internazionali se non a partire
dagli squilibri delle bilance commerciali. Da cui deriverebbero i
movimenti di capitali (come era
infatti ai tempi del funzionamento
normale di bretton woods).
esistono invece due problemi e il
primo genera il secondo. primo, si
è interrotto il flusso di capitali dal
centro alla periferia europea che
si era verificato nel periodo precrisi dopo l’entrata in vigore dell’euro e del sistema delle banche
centrali europee (bce). capitali
che esistono in forma monetaria
in via previa rispetto alle transazioni commerciali e non hanno
nulla a che vedere con ri-cicli di
eccedenze ex-post (il ri-ciclo exante è un’assurdità teorica; perché per riciclare eccedenze
bisogna che ci siano, quindi è un
fenomeno necessariamente expost).
però questi flussi indubbiamente
servivano a compensare la ‘normale’ fuoriuscita ex-post di riserve dai sistemi bancari dei paesi
in deficit commerciale. i flussi di
capitali ‘autonomamente’ decisi si
sono ridotti dopo la crisi, e inoltre
si è generato - principalmente per
l’incertezza generata dalla crisi
dei debiti sovrani e dai “bailout” di
vari paesi - un flusso inverso
(fuga) di capitali monetari dalla
periferia al centro. Questo flusso
ha generato ma anche esacerbato
il secondo problema: la perdita di
riserve dei sistemi bancari periferici a favore di quelli centrali. (per-
dita che è andata ben oltre quella
‘normale’ dei deficit commerciali).
ma il sistema bancario europeo
giá prima della crisi non era in
grado, se non in piccola parte, di
ri-ciclare autonomamente “money
balances” in modo indipendente
dai flussi di capitali, come puro
movimento interno di riserve da
una filiale all’altra. ri-ciclo attuato
come movimento ‘monetario’ da
parte delle banche ‘nazionali’ all’interno degli stati, e non come
eccedenze trasferite ex-post da
un’area all’altra.
Questo infatti è il meccanismo che
permette l’esistenza temporalmente ‘indefinita’ di “unbalances”
commerciali all’interno di un
paese: quando il sistema bancario
è sufficientemente sviluppato i
trasferimenti di riserve tra filiali
della stessa banca nazionale (da
quelle delle aree importatrici a
quelle delle aree esportatrici, per
liquidare le transazioni commerciali in deficit) sono regolati come
partite contabili tra le filiali con
controparte la sede centrale (ac-
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creditata e addebitata; partite che
si cancellano nel bilancio consolidato; come i saldi target2 nella
bce).
ma dopo la crisi il sistema bancario europeo si è dis-integrato (perdendo anche quei livelli di
integrazione cross-country raggiunti). Quindi è ancor meno in
grado di prima di effettuare il riciclo monetario (non quello reale).
Questo ha enormemente accresciuto il ruolo della banca centrale
nel mantenere l’equilibrio monetario tra le varie aree via “refinancing” diretto dei sistemi bancari
dei paesi in deficit commerciale e
di pagamenti (fuga di capitali).
ovviamente il sistema bancario tedesco non usufruisce del refinancing della bce non perchè sia
discriminato o perché finanzi gli
altri paesi (v. la tesi di werner
sinn, condivisa anche a sinistra;
vs. v. bankit), ma perchè annega
nella liquidità trasferita dagli altri
paesi (quindi le banche tedesche
non hanno alcun bisogno di “refinancing”, via operazioni delle
banche centrali nazionali).
Da tutto ci deriva anche il maggior
peso della bce e la sua capacità di
‘imporre’ l’unione bancaria (nonostante la refrattarietà tedesca)
i flussi monetari via bce (“refinancing”) sostituiscono flussi monetari via mercato (crediti e
investimenti diretti), e questa differenza è cruciale. (e non flussi
monetari sostituiscono flussi
‘reali’, le eccedenze ri-ciclate).
la germania non ha avuto alcun
bisogno di ‘incassare’ prima dalle
esportazioni per poi concedere
crediti. il mercato dei capitali monetari esiste con dimensioni tali
da permettere tutte le operazioni
qualsivoglia; e le banche tedesche
creano crediti per i loro esportatori ben prima di ricevere riserve
come pagamenti dalle banche dei
paesi importatori). che poi le riserve ottenute da una banca tedesca possano essere utilizzate
europa/economia
la bce e l’europa
anche per operazioni sui mercati
creditizi dei paesi importatori grazie alle filiali in questi paesi è
ovvio.
ma il punto è che se pure questo
fosse stato il meccanismo ordinario non ha nulla a che fare con il
ri-ciclo delle eccedenze. sia
l’esportatore che l’importatore
sono stati messi in grado di effettuare le loro operazioni ben prima
della liquidazione finale delle
transazioni via i loro sistemi bancari nazionali. nessuno ri-ciclo è
avvenuto, e soprattuto nessun riciclo è stato necessario per il funzionamento liscio del sistema. e
in contemporanea sono avvenuti
trasferimenti di riserve da un
paese all’altro, in modo del tutto
indipendente dalle operazioni di
commercio intra-europeo.
l’esistenza di filiali di banche di
paesi esportori nei paesi importatori costituisce un meccanismo
sostitutivo del ri-ciclo intra-bancario all’interno dei sistemi nazionali.
meccanismo
che
rappresentava il grado di integrazione del sistema bancario europeo, e che è andato in crisi perché
le filiali di banche straniere dopo
la crisi hanno preferito re-importare la liquidità di banca centrale
(comunque ottenuta) e non utilizzare quelle riserve (crediti sulle
banche centrali dei paesi importatori) per operazioni creditizie nei
paesi importatori; e le trasformano in riserve nazionali, cioè in
crediti verso la propria banca centrale (via saldi target2; con la bce
come controparte).
tutti questi fattori hanno dato
una centralità alla bce che nelle incarnazioni pre-Draghi (Duisemberg e trichet) non aveva.
prima della crisi il mercato, per
così dire, si arrangiava da solo (secondo la filosofia di maastricht).
capitali monetari del nord andavano ‘autonomamente’ al sud.
merci del nord andavano al sud,
in eccesso al flusso contrario. e
flussi monetari di pagamenti a
saldo del sud andavano al nord. i
circuito monetari si chiudevano
da soli, anche grazie ai saldi target2. e gli interventi della bce al
massimo si limitavano alla sincro-
nizzazione dei flussi. (come testimonia la limitatezza dei saldi target2 prima della crisi; mentre i
deficit di bilancia commerciale
prima della crisi erano maggiori
dei saldi target2 rispetto a dopo).
adesso invece senza l’azione di
lolr (lender of last resort) della bce
salterebbe tutto. e non solo lolr
sul mercato (cioè rispetto alle
transazioni commerciali e al sistema bancario). ma anche ‘garante’ della stabilita’ del mercato
dei’debiti sovrani’ con la dichiarazione del whatever it takes.
(Quindi a un passo dalla garanzia
degli stessi deficit di bilancio statali. il peccato ‘mortale’ secondo
le tavole di maastricht).
ovviamente se ci fossero (o ci fossero stati) (a) ‘trasferimenti’ fiscali, il circuito di nuovo si
aggiusterebbe (o si sarebbe aggiustato) da solo, perche’ flussi
‘fiscali’ sono anche automaticamente flussi monetari. sia che si
tratti di ‘creazione’ di moneta, che
di trasferimenti monetari da un bilancio statale (o federale) agli utilizzatori pubblici finali (enti locali,
o stati di uno stato federale). trasferimenti, cioè, di saldi monetari
provenienti da emissioni di titoli:
vale a dire “money balances” ottenute alle aste e trasferite dai precedenti detentori agli utilizzatori,
nonché dalle aree di provenienza
a quelle di utilizzo.
ovviamente quello fiscale non era
l’unico meccanismo di aggiustamento automatico possibile,
come molti sembrano ritenere.
c’erano anche: (b) i flussi di capi-
tali autonomamente decisi (prima
della crisi) e, all’interno di uno
stato, (c) il ri-ciclo all’interno del
sistema bancario nazionale. riciclo assente prima della crisi in
europa, o presente in misura ridotta, in modalità “cross-country”,
solo per le grandi banche europee
“multi-countrie” (che magari utilizzano anche circuiti di trasferimenti di “balances” monetarie
diversi dal target2). essendo venuti a mancare o comunque mancando i tre meccanismi (a), (b) e
(c), resta solo: (d) la funzione
esercitata dalla bce.
l’unità europea è retta ‘materialmente’ oggi solo dalla bce. senza
questa funzione i paesi che subiscono fughe di capitali (i paesi del
sud-europa) avrebbero giá potuto
subire un “credit crunch” per restrizione della loro base monetaria (in seguito al trasferimento
delle riserve delle loro banche
commerciali al centro). Questa
possibilità è neutralizzata dalla
bce.
il paradosso è quindi che abbiamo
giá una banca quasi federale (non
è che ci manchi poco; ma un ‘non
poco’ che è quasi solo la forma: la
‘forma’ della garanzia ‘esplicita’
dei deficit statali) e invece abbiamo istituzioni politiche molto
lontane dalla forma federale. con
la supplenza della germania (con
effetti controproducenti) e dell’eurogruppo (il cui peso è di conseguenza aumentato, come ha
dichiarato di recente l’ex-presidente del consiglio europeo, van
rompuy).
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